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Utili alla destra fino al 23 marzo

Palazzo Madama, sede della seconda carica dello Stato, aprirà le porte a Nathan Trevallion e Catherine Birmingham il 25 marzo: tre giorni dopo il referendum sulla giustizia. Ignazio La Russa lo ha confermato in un video, specificando di essersi «divertito molto» a leggere le polemiche. Divertito, appunto.

Il caso è noto. La famiglia anglo-australiana che dal 2021 viveva nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, senza allacci alle reti né scuola obbligatoria per i tre figli. A novembre 2025 il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento urgente dei bambini. Da lì, il centrodestra ha costruito la sua narrativa: magistratura fuori controllo, genitori vittime dello Stato. Giorgia Meloni ha detto che «i figli non sono dello Stato». Matteo Salvini ha promesso di andare a Palmoli, poi non ci è andato. Il ministro Carlo Nordio ha inviato gli ispettori al Tribunale tre mesi e mezzo dopo aver chiesto le carte.

L’incontro in Senato chiude il cerchio. La riforma della giustizia in votazione domenica e lunedì non avrebbe cambiato nulla per i bambini di Palmoli, come hanno ricordato i pentastellati in commissione Giustizia. Del resto, il governo che si erge a difesa della famiglia ha approvato il decreto Caivano, che prevede fino a due anni di carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola: esattamente la scelta che Nathan e Catherine avevano fatto.

La Russa ha detto di non voler chiedere «scusa o il permesso» a nessuno. Ha ragione su questo: il permesso non lo chiede mai. Lo prende, insieme alla vicenda altrui, e la usa. Quando il referendum sarà passato, la famiglia nel bosco tornerà nel bosco. Come succede sempre ai derelitti trasformati in clava.

Buon martedì.

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Dall’Italia all’Ungheria: Orbán, Meloni e la politica del terrore senza idee

A metà febbraio la pagina Facebook di Fidesz Budapest ha pubblicato un video generato con l’intelligenza artificiale: una bambina chiede alla madre quando tornerà il padre, lei risponde piangendo «presto», poi soldati al fronte e un prigioniero giustiziato. Dalle mani cade la foto della bambina. Lo slogan: «Non correre rischi! Fidesz è la scelta sicura».

Viktor Orbán non ha ritirato il video. Il voto del 12 aprile lo guarda con i brividi: per la prima volta in sedici anni i sondaggi non danno a Fidesz la maggioranza. Péter Magyar, ex insider del governo e fondatore di Tisza (Tisztelet és Szabadság, Rispetto e Libertà), è stabile al 51-55 per cento tra chi ha già deciso. Magyar ha riportato al centro della campagna quello che Orbán preferisce non sentirsi dire: sedici anni di governo hanno prodotto inflazione record, emigrazione giovanile, servizi allo sbando.

Il nemico che non c’è

Fidesz ha scelto la sola strada rimasta: terrorizzare. Un quarto degli ungheresi è convinto che una vittoria di Magyar porterebbe i figli a morire in Ucraina. Il governo ha accusato senza prove il servizio di sicurezza ucraino di collaborare con Tisza, ha citato fonti dell’intelligence russa per sostenere che Bruxelles finanzia l’opposizione, ha schierato carri armati davanti alle raffinerie per un piano di sabotaggio mai comunicato alla Nato. All’inizio di marzo le forze antiterrorismo hanno fermato un convoglio bancario regolare tra Raiffeisen Bank Austria e la banca statale ucraina Oschadbank, trasformato nella narrativa di Fidesz in uno «scandaloso convoglio ucraino»: milioni confiscati, sei dipendenti espulsi senza accuse.

Il manuale della paura

Tutto questo non è un’anomalia ungherese: è un manuale. La sociolinguista Ruth Wodak della Lancaster University ha dimostrato nel suo The Politics of Fear (2015) come la costruzione del capro espiatorio esterno sia la strategia retorica centrale di tutti i populismi di destra europei, da Orbán a Le Pen, e come la sua efficacia dipenda proprio dall’essere pre-razionale. Da Trump a Le Pen, da Abascal di Vox a Orbán: tutti hanno vinto costruendo scenari catastrofici sull’alternativa, mai proponendo un futuro. Il nome tecnico è «catastrophism» elettorale: richiede solo la paura, perché la paura è pre-razionale. Il Financial Times ha documentato un piano del Cremlino per inondare i social ungheresi di contenuti pro-Fidesz, mentre reti di profili fasulli gonfiavano i commenti sotto i post di Orbán. Chi ha dalla sua l’entusiasmo non ha bisogno di simularlo: con il 40 per cento di contenuti in meno Magyar ottiene risultati migliori del 30 per cento.

Anche in Italia

In Italia il meccanismo è identico. Giorgia Meloni si avvicina al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo con i sondaggi ribaltati: il No è al 52 per cento secondo Swg. Al Teatro Franco Parenti di Milano, il 12 marzo, la premier ha scelto la strada del terrore: votare No significa ritrovarsi con «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà» e «figli strappati alle madri». Il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, aveva già detto l’indicibile: bisogna votare Sì «così ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». In molti, tra i giornalisti e nell’opposizione, hanno ricordato che l’unico stupratore effettivamente liberato (dal governo) si chiama Osama Almasri, indagato dalla Corte Penale Internazionale e rimpatriato con un volo di Stato.

Si parla soltanto di ciò che accadrà se si perde, da Budapest a Roma, mai di ciò che si vuole costruire. Quando la paura smette di bastare arriva Magyar con i dati sull’inflazione, arriva il No che rimonta. Arriva la domanda a cui né Orbán né Meloni sanno rispondere: dov’era il programma Sepolto, evidentemente, sotto un video di un’esecuzione e una lista di stupratori.

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La tregua a Gaza non cambia il copione

Tammun, Cisgiordania occupata, notte tra il 14 e il 15 marzo. Le forze israeliane aprono il fuoco su un’auto. Ali Khaled Bani Odeh, trentasette anni, la moglie Waad, trentacinque, e due dei quattro figli — Mohammad di cinque anni, Othman di sette — muoiono colpiti alla testa. Rientravano da Nablus coi vestiti per l’Eid al-Fitr.

Il comunicato congiunto dell’esercito e della polizia israeliani parla di un’auto che avrebbe accelerato verso le truppe: «minaccia immediata». Haaretz ricostruisce, citando testimoni di Tammun, che l’unità era entrata nel villaggio su un veicolo con targa palestinese. La Mezzaluna Rossa dichiara che i soccorritori sono stati bloccati; i corpi vengono recuperati solo in seguito. Le immagini mostrano il veicolo crivellato trainato.

Nella stessa giornata a Gaza, l’ospedale Al-Aqsa Martyrs di Nuseirat segnala dodici morti in due raid: quattro civili tra cui una donna incinta di gemelli, il marito e il figlio di dieci anni; e otto agenti incluso il colonnello Iyad Abu Yousef, capo della polizia del governatorato centrale. AP conferma. Israele tace.

«Minaccia» è la parola che classifica ogni vittima e regge l’assenza di conseguenze. Yesh Din documenta che su 2.427 denunce per condotte illecite tra il 2016 e il 2024, i procedimenti penali sono stati avviati in meno dell’uno per cento dei casi. B’Tselem scrive, il 15 marzo, che «non esiste meccanismo efficace per chiamare a rispondere i responsabili». L’OCHA registra diciotto palestinesi uccisi in Cisgiordania dall’inizio del 2026, otto dei quali da coloni israeliani.

Dall’ospedale di Tubas, Khaled Bani Odeh, dodici anni, racconta a Reuters e ad Al Jazeera come si è chiusa quella notte: i soldati lo hanno tirato fuori dall’auto e picchiato. Le parole che gli hanno rivolto: «Abbiamo ucciso dei cani.»

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Votate Sì perché ve lo chiede vostro cugino

Che bella la politica quando smette di fingere. A Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, il deputato di Fratelli d’Italia (FdI) Aldo Mattia ha tenuto ai dirigenti meloniani locali una lezione che vale più di mille comizi. Gli argomenti ci sono, ha detto. Ma se non bastassero, «utilizzate anche il solito sistema clientelare: non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore».

Il “solito”. Non “un sistema clientelare” come deviazione: il solito. Quello che c’è sempre, quello che funziona quando gli argomenti finiscono. Mattia non ha inventato niente: ha detto ad alta voce quello che in genere si sussurra.

Il fronte del Sì si presenta da mesi come paladino della separazione delle carriere, del cittadino da proteggere dall’arbitrio delle toghe. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio li ripete con la precisione di un manuale. Una riforma di principio, ci dicono da anni.

Poi arriva Mattia da Genzano e spiega come si vince davvero: con i cugini e con i debiti da riscuotere. «Perché dobbiamo vincere questa battaglia», ha aggiunto. La battaglia. Non il dibattito sulle norme: la battaglia. E nelle battaglie tutti i mezzi sono leciti.

C’è una coerenza involontaria, in tutto questo. Un referendum nato per sottrarre la magistratura all’influenza della politica viene promosso con gli strumenti più antichi del clientelismo. Il paradosso sarebbe comico se non riguardasse la Costituzione.

Mattia ha anche chiarito la posta in gioco: una sconfitta «sarebbe una ferita grave» per il governo. Non per i cittadini in attesa di giustizia: per il governo. Ecco la verità, finalmente senza il filtro della retorica riformista.

Quindi: votate Sì perché ve lo chiede vostro cugino. Che è, in fondo, l’argomento più solito di tutti.

Buon lunedì.

 

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Sovranità digitale europea, Trump mette al bando Anthropic e regala un’opportunità all’Ue. Ma…

Il 27 febbraio Donald Trump ha bandito un’intelligenza artificiale. Su Truth Social, con il tono di chi emette una condanna, ha ordinato a «Tutte le agenzie federali del governo americano di cessare immediatamente qualsiasi uso della tecnologia di Anthropic», classificando la società come «estremista di sinistra e woke» e poi, con una mossa senza precedenti per un’azienda americana, come «rischio per la catena di approvvigionamento», la stessa categoria concepita per Huawei.

Quasi 180 dirigenti e investitori della Silicon Valley hanno fatto appello al Congresso per la revoca. Il Pentagono, nel frattempo, ha continuato a usare Claude nei bombardamenti contro l’Iran. La coerenza non era tra le priorità. Da questa vicenda il Mattinale Europeo ha tratto ieri una domanda legittima, firmata da Camille Lamotte: l’Unione europea sarebbe in grado di offrire «asilo politico» a Claude? La risposta, a guardarla con i dati, è più scomoda di quanto il dibattito europeo sull’intelligenza artificiale voglia ammettere.

Il nodo non è normativo

Ricostruiamo i fatti utili. Anthropic aveva ottenuto un contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono per assistere nell’identificazione di obiettivi strategici. Quando il segretario alla Difesa ha chiesto di rendere Claude disponibile senza restrizioni per la sorveglianza di massa e per armi autonome letali, la società ha rifiutato, citando le proprie linee etiche: niente sorveglianza dei cittadini americani, nessun uso letale senza controllo umano. Il bando è arrivato come risposta. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che aveva definito Trump un «dittatore», secondo il Financial Times aveva già avviato contatti per ricucire con Washington. Claude, nel frattempo, dominava le classifiche delle app gratuite negli Stati Uniti con un aumento dei download del 297 per cento in un anno. La sanzione aveva avuto un effetto stimolante.

Lamotte cita Mario Mariniello, ricercatore del think tank Bruegel, che definisce uno scenario europeo per Anthropic «lo scenario migliore». E cita Brando Benifei (Pd), co-relatore dell’AI Act al Parlamento europeo, secondo cui «dal punto di vista regolatorio, Anthropic sembra compatibile con l’AI Act». Tutto vero. La compatibilità normativa è però una condizione necessaria, non sufficiente. Il problema è che l’Europa non ha ancora costruito le condizioni sufficienti per nessuno.

Il divario strutturale è documentato: l’Europa possiede il 4 per cento delle infrastrutture informatiche mondiali, contro il 70 per cento degli Stati Uniti. Anthropic dipende da Amazon, Microsoft e Nvidia per cloud e chip. Trasferire data center in un continente che non dispone di hardware comparabile significherebbe restare agganciati alle stesse catene di fornitura americane che Trump potrebbe, in uno scenario di escalation, bloccare con un tratto di penna. La «terza via» europea tra laissez-faire americano e controllo statale cinese non è ancora un’infrastruttura: è una dichiarazione di intenti.

Il cantiere aperto

L’AI Continent Action Plan, pubblicato dalla Commissione europea nell’aprile 2025, promette di fare dell’Unione un «leader mondiale nell’intelligenza artificiale». Lo stesso documento ammette però che solo il 13,5 per cento delle aziende europee aveva adottato l’intelligenza artificiale nel 2024. Non è un ritardo recuperabile con un piano strategico perché l’abisso è strutturale. A febbraio 2026 sono state selezionate 19 AI Factory distribuite nell’Unione, con 9 nuovi supercomputer in fase di approvvigionamento: investimenti che raggiungeranno i 10 miliardi di euro nel periodo 2021-2027. Cifre che suonano grandi finché non si confrontano con i 100 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno investito nel solo 2025, secondo Goldman Sachs Research.

L’unico attore europeo capace di competere direttamente con i modelli di frontiera americani è Mistral, startup francese fondata nel 2023. Il suo modello Mistral Large 3, con 675 miliardi di parametri, è collocato dai benchmark indipendenti in competizione con GPT-4 e Claude su numerosi compiti. Nel settembre 2025 Asml ha investito 1,3 miliardi di euro nella Serie C della società, portando la valutazione a 11,7 miliardi. Il Ceo Arthur Mensch ha dichiarato a Davos di puntare a superare il miliardo di euro di ricavi entro fine anno. È un segnale, non un sistema. Mistral non ha la scala di Claude, né il riconoscimento di marca, né l’ecosistema di integrazioni che Anthropic ha costruito in anni di contratti enterprise. La differenza tra un campione europeo promettente e un’alternativa davvero competitiva si misura in lustri, non in trimestri.

Italia in ritardo

L’Italia aggrava il quadro. Secondo l’Eib Group Investment Survey 2025 della Banca europea per gli investimenti, l’intelligenza artificiale è usata dal 20 per cento delle imprese italiane, contro il 37 per cento della media europea. Il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha superato 1,2 miliardi di euro nel 2025, con una crescita del 58 per cento sull’anno precedente, secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano; in Germania, lo stesso mercato vale già oltre 5 miliardi. La pubblica amministrazione italiana pesa per il 6 per cento della spesa AI nazionale, contro percentuali ben più alte nei paesi dove il settore pubblico funge da principale catalizzatore. Il risultato è un ecosistema che funziona a tratti, per eccezioni, con punte d’eccellenza ma senza struttura solida. Università eccellenti, laboratori avanzati, startup competitive: il talento c’è, ma la filiera è incompleta, e una catena incompleta non genera valore, disperde energie.

Di fronte a questo scenario, la domanda del Mattinale Europeo rimane aperta nella sua forma più interessante: non se l’Europa possa adottare Claude, ma se stia costruendo le condizioni per non dover mendicare l’intelligenza di qualcun altro. Troppa rigidità regolatoria e Claude finirà tra i servizi che minimizzano il mercato europeo; troppa flessibilità e quella terza via rischia di dissolversi in uno slogan. Il nodo non è l’asilo politico a un’intelligenza artificiale. È che l’Europa non ha ancora deciso se vuole essere un continente che ospita tecnologie altrui o uno che ne produce di proprie. Per ora, come fa spesso, semplicemente discute.

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Telenovela di guerra

Pete Hegseth entra in conferenza stampa e spiega che la nuova Guida Suprema parla per iscritto “perché è spaventato, ferito e senza legittimità”. Intanto missili raggiungono Israele, Dubai, l’Arabia Saudita abbatte cinquanta droni e un aereo cisterna americano cade in Iraq con sei militari a bordo.

Telenovela di guerra

Trump sa quando finirà: “Quando lo sentirò nelle ossa”. Il colpo di scena arriva nella notte: il Tesoro americano autorizza l’acquisto di petrolio russo: 130 milioni di barili, validi fino all’11 aprile. “Misura circoscritta”, dice Bessent. La Russia incassa 150 milioni di dollari al giorno. Zelensky, a Parigi con Macron, calcola: vale 10 miliardi per la guerra in Ucraina. Merz la chiama “sbagliata”, Macron contrario, Londra idem. Trump: “Putin aiuta l’Iran come noi l’Ucraina”. Quindi è un pareggio. Il garante della libertà occidentale finanzia Putin in nome di una guerra aperta senza avvertire nessuno.

E Meloni? “Né concordo né condanno”. Mercoledì ha proposto un tavolo con l’opposizione, poi lo ha trasformato in un attacco. La Repubblica ha riportato che ha saputo dell’attacco mentre era già in corso: Trump non si è degnato di avvisare l’“ottima amica”. Von der Leyen la chiama alleata ma l’Ue è spaccata. Sul caro carburanti nessuna misura, l’Istat segnala oggi tendenza al ribasso dell’economia mondiale. Non è suddita però: non avvisa Trump, non segue l’Europa. Nel mezzo, con una clava e nessuno a cui darla.

L’unico con le idee chiare è Guido Crosetto. Il 7 marzo ha riunito 130 rappresentanti dell’industria della difesa chiedendo di agire “oltre i normali canoni commerciali” e tagliare la burocrazia. I 34 miliardi stanziati per la difesa nel 2026, il 45% in più di dieci anni fa, trovano il loro sbocco naturale. In un Paese con il petrolio a 100 dollari e le elezioni tra dieci giorni, i produttori d’armi almeno i signori della guerra non festeggiano nei bunker. Alla fine della fiera, il favore più grande a Putin lo fa sempre chi giura di combatterlo.

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Se il detenuto è palestinese, l’abuso è perdonato

Il cinque luglio 2024 cinque riservisti della Force 100 trascinano un prigioniero palestinese in un’area delimitata con scudi per sottrarsi alle telecamere. Il video esiste, è stato trasmesso dalla televisione israeliana. Il detenuto arriva all’ospedale con costole rotte e un retto perforato. Subisce un intervento chirurgico. Viene rimandato a Sde Teiman.

Il dodici marzo 2026 l’avvocato generale militare israeliano archivia tutte le accuse. Le immagini non bastano a provare un abuso abbastanza grave da giustificare una condanna. La vittima, rilasciata a Gaza, non può testimoniare. Si trova a Gaza, sotto i bombardamenti israeliani.

Il premier Benjamin Netanyahu saluta l’archiviazione: sono combattenti eroici. Il ministro della Difesa Israel Katz si congratula con i soldati. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich chiede il processo per Yifat Tomer-Yerushalmi, la procuratrice che aveva autorizzato la diffusione del video. Tomer-Yerushalmi si era dimessa mesi fa — non per aver gestito male il caso, ma per aver permesso che le prove venissero viste.

L’undici marzo, Paesi Bassi e Islanda depositano alla Corte internazionale di giustizia le dichiarazioni di intervento nel caso Sudafrica contro Israele, diventando il diciottesimo e diciannovesimo stato a farlo. I Paesi Bassi argomentano che deportazioni forzate, ostruzione degli aiuti e atti contro i bambini possono costituire condotta genocidaria rilevante per l’intento. L’Islanda sostiene che l’intento genocidario può essere desunto da un insieme di condotte.

Sari Bashi, direttrice esecutiva del Public Committee Against Torture in Israel, commenta l’archiviazione: «L’avvocato generale militare ha appena concesso ai soldati la licenza di stuprare, purché la vittima sia palestinese».

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Stretta sugli scioperi, Italia bocciata dal Comitato europeo dei diritti sociali: tre violazioni della normativa Ue

Il Comitato europeo dei diritti sociali ha bocciato l’Italia per violazione della Carta sociale europea in materia di diritto di sciopero. La decisione, adottata il 10 settembre 2025 e pubblicata oggi, accoglie il reclamo collettivo n. 208/2022 presentato dall’Unione Sindacale di Base contro la legge n. 146/1990. Tre le violazioni accertate, due con tredici voti favorevoli su quindici e una all’unanimità.

La prima concerne la definizione eccessivamente ampia di servizi pubblici essenziali. L’elenco, ingrossato dalla legge n. 182/2015 e dalla Commissione di garanzia nel corso degli anni, include settori che non possono essere qualificati essenziali in senso stretto: musei, cure termali, taxi, mense scolastiche. Uno sciopero in questi ambiti non metterebbe in pericolo la vita o la salute della popolazione, che è il criterio minimo perché una restrizione possa ritenersi compatibile con la Carta.

La seconda violazione colpisce l’obbligo di comunicare preventivamente la durata dello sciopero al datore di lavoro, con un preavviso minimo di dieci giorni. Il Comitato aveva già censurato questa disposizione nel 2006: sapere in anticipo la durata dell’astensione consente al datore di calcolare l’impatto e modulare la risposta, svuotandola di efficacia. La terza riguarda il distanziamento oggettivo e i cosiddetti periodi esclusi, festività, partenze estive, eventi di rilevanza pubblica: restrizioni sproporzionate quando applicate a settori che essenziali non sono.

L’impianto del ricorso

Il reclamo è stato costruito dall’avvocato Andrea Danilo Conte, cofondatore del Centro studi Diritti e Lavoro, con il supporto dell’avvocato Marco Tufo e del professor Giovanni Orlandini. Il riferimento è l’articolo 6, paragrafo 4, della Carta, in combinato con l’articolo G: le restrizioni al diritto di sciopero devono essere previste dalla legge, necessarie in una società democratica e proporzionate. «La decisione obbliga il legislatore a intervenire e orienta l’operato dei giudici e della Commissione di garanzia», ha dichiarato Conte. Il governo, che aveva chiesto al Comitato di dichiarare la denuncia infondata sotto tutti gli aspetti, rimane senza argomenti davanti a una decisione che arriva da Strasburgo e non dalla piazza.

Il governo Meloni e le precettazioni seriali

Il provvedimento arriva dopo tre anni in cui il governo ha usato la precettazione come strumento ordinario di gestione del conflitto sindacale. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha firmato tre ordinanze nel solo 2023: a luglio contro lo sciopero ferroviario di Cgil e Uil, a novembre contro lo sciopero generale, a dicembre contro l’astensione di Cub, Cobas e Usb. Il Tar del Lazio, nel marzo 2024, ha accolto il ricorso dei sindacati di base sulla precettazione di dicembre, parlando esplicitamente di «violazione di legge ed eccesso di potere».

Il caso più rivelatore è del maggio 2024. L’ordinanza che ha vietato lo sciopero di Trenitalia del 19 maggio conteneva un passaggio che vale la pena rileggere: la misura era motivata anche dal fatto che «si prevede che la partecipazione sarà consistente», visto che il precedente sciopero del 23-24 marzo aveva fatto sopprimere il 60 per cento dei treni.  A novembre 2024, in occasione del quarto sciopero generale di Cgil e Uil in quattro anni di governo, il dimezzamento dell’astensione era stato giustificato citando «1.342 scioperi proclamati e 949 effettuati, 38 al mese», come se la frequenza del conflitto fosse prova di un abuso e non di malessere nei luoghi di lavoro.

Giorgia Meloni dal canto suo ha coperto ogni precettazione sostenendo che si trattava di scelte condivise, non politiche, basate sulle indicazioni di un’autorità indipendente. Maurizio Landini, segretario della Cgil, ha risposto che «nella storia democratica e repubblicana di questo Paese non si è mai visto» un ministro bloccare sistematicamente un diritto costituzionale. Pierpaolo Bombardieri, segretario della Uil, ha definito la Commissione di garanzia «di parte, non più un arbitro».

La decisione di Strasburgo non riguarda episodi isolati, riguarda l’architettura di un sistema che questo governo ha trovato pronto e ha scelto di usare con una frequenza senza precedenti nella storia repubblicana. Adesso quell’architettura è stata dichiarata incompatibile con la Carta sociale europea. Il legislatore è chiamato a intervenire. Anche se, anche stavolta, il governo potrebbe addossare la colpa ai soliti giudici che non li lasciano lavorare. 

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La disperazione ha un palcoscenico

Il Teatro Franco Parenti di Milano ha ospitato ieri il comizio più rivelatore della campagna referendaria: rivelatore non per gli argomenti ma per il contorno.

Meloni aveva dichiarato di non voler personalizzare il voto: il partito aveva tolto nome e simbolo dai manifesti. Ieri quella scelta è finita. Lega e Forza Italia erano altrove, il Corriere della Sera ha letto l’assenza come smarcamento davanti ai sondaggi. Gli alleati cedono il palco.

Il teatro lo ha concesso Andrée Ruth Shammah, direttrice accusata di lettura filo-israeliana su Gaza, nome fatto circolare da La Russa per le comunali milanesi, offerta declinata. La destra la corteggia e lei il teatro lo ha aperto.

Sul palco è salito Orazio Maurizio Musumeci, che aveva annunciato sui social di essere in partenza per incontrare Meloni, riuscendo ad avvicinarsi, consegnarle un libro e chiederle le dimissioni di Mattarella. Il ministro Piantedosi, responsabile della sua sicurezza, non ha commentato.

FdI registra circa due punti di calo da inizio anno, i sondaggi danno il no avanti al 52%. Meloni ha detto che se la riforma non passa stavolta non ci sarà un’altra occasione. Argomento riconoscibile. Il finale ha cambiato registro: immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie. Il catalogo del terrore domestico, a dieci giorni dal voto. Non è più una campagna su una riforma costituzionale. È una promessa di paura.

Quando si misurano i consensi con l’elenco dei nemici interni, il segnale non riguarda la giustizia; riguarda se stessi.

Buon venerdì. 

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Epstein Files, Starmer sapeva dei rischi legati a Mandelson ma lo nominò comunque

Totale: 547.201 sterline. È quello che Peter Mandelson ha chiesto come liquidazione dopo essere stato cacciato dall’incarico di ambasciatore britannico a Washington. Ne ha ottenute 75.000. Il numero racconta già qualcosa: la distanza tra quanto il «Principe delle tenebre» riteneva di valere e quanto il primo ministro del Regno Unito Keir Starmer ha accettato di pagare per liberarsi di lui.

L’11 marzo 2026 il governo britannico ha pubblicato la prima tranche dei documenti relativi alla nomina di Mandelson, oltre 140 pagine di email e note interne, come riferisce Politico. Il quadro che emerge è quello di un premier che ha ignorato segnali d’allarme precisi, messi per iscritto dai suoi stessi uffici.

Il premier sapeva

Dieci giorni prima di nominare Mandelson, l’11 dicembre 2024, Starmer aveva ricevuto una nota del suo segretario che allegava la due diligence del Cabinet Office. Il documento segnalava esplicitamente i «rischi reputazionali» derivanti dal rapporto tra Mandelson e Jeffrey Epstein, supportati da un rapporto commissionato da JP Morgan nel 2019, secondo cui Epstein manteneva un legame «particolarmente stretto» con il principe Andrea e con Mandelson, «membro senior del governo britannico». La stessa nota segnalava il ruolo di Mandelson nel consiglio di amministrazione di Sistema, conglomerato russo il cui presidente è descritto come «alleato di Putin» e la cui controllata Rti produce tecnologie per il sistema missilistico russo. Mandelson era rimasto nel board fino al giugno 2017, tre anni dopo l’annessione della Crimea.

Il consigliere per la sicurezza nazionale Jonathan Powell aveva definito il processo di nomina «insolito» e «stranamente affrettato» e aveva sollevato dubbi direttamente con il capo di gabinetto Morgan McSweeney, il quale lo aveva rassicurato che le criticità erano già state «affrontate». La nomina andò avanti il 20 dicembre 2024.

Mandelson è stato licenziato a settembre dell’anno scorso, quando una prima tornata di documenti del Dipartimento di Giustizia americano rivelò che aveva mantenuto rapporti con Epstein dopo la condanna di quest’ultimo nel 2008. A gennaio 2026 arrivò il secondo colpo: le email mostravano che, da segretario al Commercio tra il 2009 e il 2010, aveva passato a Epstein informazioni riservate sulle mosse del governo britannico durante la crisi finanziaria, inclusa un’anticipazione sul piano da 500 miliardi di euro dell’Unione Europea. Documenti bancari del Dipartimento di Giustizia mostrano pagamenti per complessivi 75.000 dollari da conti riconducibili a Epstein verso conti collegati a Mandelson o al suo partner, tra il 2003 e il 2004. Il 23 febbraio 2026 Mandelson è stato arrestato a Londra per misconduct in public office. È stato rilasciato senza condizioni. Non è stato incriminato, e i suoi legali sostengono che stia cooperando con le autorità.

Il silenzio dei riformisti italiani

Eppure Peter Mandelson è stato per decenni uno dei riferimenti teorici del riformismo di centrosinistra in Italia. L’architetto del New Labour, quella metamorfosi degli anni Novanta che portò i laburisti britannici a scollegarsi dalla tradizione sindacale per abbracciare il capitale, praticando quello che Mandelson stesso teorizzò come un atteggiamento «intensamente rilassato rispetto alle persone che diventano ricche sfondato», era il modello che ispirava Romano Prodi, Massimo D’Alema, Walter Veltroni e, nella stagione successiva, la cultura politica che ha prodotto il Pd. La terza via di Blair e Mandelson influenzò «vari partiti di centrosinistra europei», l’Italia in modo diretto e duraturo.

Oggi silenzio. Nessun editoriale che ragioni su cosa racconti lo scandalo Mandelson di quella cultura politica che aveva eletto il pragmatismo a valore assoluto, reso la sinistra europea «rilassata sugli ultraricchi» e trasformato la frequentazione dei potenti in una virtù civica. Nessuna riflessione pubblica su cosa significhi aver assunto come bussola morale un uomo che, secondo la polizia metropolitana di Londra, avrebbe passato informazioni riservate di Stato a un pedofilo condannato in cambio di denaro.

547.201 sterline chieste, 75.000 concesse. L’uomo che aveva fatto del potere la sua professione totale, che aveva lavorato «ogni giorno», parole sue, per estromettere la segreteria di sinistra di Jeremy Corbyn, è uscito dalla porta di servizio con meno di un sesto di quanto riteneva di meritare. I suoi estimatori italiani tacciono, sperando che nessuno faccia il collegamento.

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