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Record di querele temerarie, Palazzo Chigi sceglie il silenzio

L’Italia torna in testa alla classifica europea delle querele temerarie contro giornalisti e testate e il governo reagisce dicendo che il problema, in fondo, non esiste. Ventuno casi censiti nel 2024 dalla Coalizione europea contro le SLAPP, più di qualunque altro Paese. Per il secondo anno consecutivo. Un primato stabile, consolidato, che resiste anche ai criteri più restrittivi adottati dal monitoraggio europeo. Eppure, davanti a questi numeri, Palazzo Chigi sceglie la negazione.

Giorgia Meloni già tempo fa ha liquidato la questione con una formula rassicurante: una normativa ad hoc “non serve”. L’Italia, secondo la presidente del Consiglio, dispone già degli strumenti per sanzionare l’abuso del processo. La direttiva europea anti-SLAPP verrà recepita entro maggio 2026 e tanto dovrebbe bastare. Il resto, implicitamente, è rumore.

I dati raccontano altro. La direttiva Ue riguarda quasi esclusivamente i casi transfrontalieri. Oltre il novanta per cento delle azioni intimidatorie contro giornalisti censite in Europa nasce e muore dentro i confini nazionali. È lì che si consuma l’effetto più efficace delle querele temerarie: il costo legale preventivo, l’asimmetria di risorse, il tempo sottratto al lavoro, la pressione che induce al silenzio prima ancora di arrivare a una sentenza. CASE registra solo i procedimenti formalizzati, lascia fuori le minacce legali che ottengono lo stesso risultato senza passare da un tribunale. Il quadro reale è più ampio del campione.

In Italia la pressione contro la libertà d’espressione e il diritto-dovere di informare assume forme sempre più sofisticate. Alla diffamazione si affiancano privacy, dati personali, richieste cautelari, strumenti procedurali usati come leve di logoramento. Il merito dell’interesse pubblico scivola sullo sfondo, sostituito dalla gestione del rischio. È una dinamica strutturale, segnalata anno dopo anno, che rende il “già sanzioniamo” una frase priva di riscontro empirico.

Quindi mentre il Consiglio d’Europa e la Commissione Ue invitano gli Stati ad agire anche sulle SLAPP domestiche, il governo italiano si rifugia nel minimo indispensabile, trattando una patologia sistemica come un dettaglio tecnico. Il risultato è certificato dai numeri: l’Italia guida l’Europa nella capacità di intimidire la partecipazione pubblica attraverso il diritto.

Questo è il punto che i dati inchiodano. Dire che va tutto bene non ferma le querele contro i giornalisti. Serve solo a normalizzarle.

Buon giovedì.

Foto di Andrii Babarytskyi su Unsplash

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Italia divisa sulla sede dell’Agenzia doganale Ue: la maggioranza si spacca sulla candidatura di Roma

L’Italia arriva divisa anche alla candidatura per la nuova Autorità doganale dell’Unione europea. E la spaccatura pesa come un segnale politico. La sede dell’agenzia che dal 2026 dovrà governare la riforma dei confini commerciali europei diventa così l’ennesimo terreno su cui la maggioranza espone le proprie crepe.

Cos’è l’Autorità doganale europea e perché conta

L’Autorità doganale dell’Unione europea, in sigla Euca, nasce dal pacchetto di riforma presentato dalla Commissione per superare il sistema attuale: un codice unico applicato da 27 amministrazioni nazionali diverse, con controlli disomogenei, banche dati separate e falle strutturali sfruttate da frodi, sottovalutazioni e traffici illeciti.
L’Euca avrà il compito di coordinare le dogane nazionali e di gestire il nuovo Eu Customs Data Hub, una piattaforma centrale che analizzerà in tempo reale i dati delle importazioni, soprattutto quelle legate all’e-commerce. Il passaggio chiave è politico ma soprattutto operativo: dalle dichiarazioni cartacee ai dati delle piattaforme digitali, dalle verifiche ex post a un controllo preventivo basato su algoritmi di rischio.

La decisione sulla sede è attesa nei primi mesi del 2026. Il bando coinvolge nove città europee. In corsa ci sono Liegi, Lilla, L’Aia, Roma, Malaga, Varsavia, Bucarest, Zagabria e Porto. La competizione è ovviamente geopolitica prima che immobiliare. Liegi si presenta come grande hub del cargo europeo, ma porta con sé le ombre delle inchieste su frodi doganali e sulla presenza della logistica cinese. Lilla è sostenuta apertamente dalla Francia e punta sulla vicinanza a Bruxelles. L’Aia gioca la carta della sinergia con Europol ed Eurojust. Le capitali dell’Est rivendicano riequilibrio geografico e sicurezza dei confini orientali.

La scelta di Roma e l’esclusione di Milano

L’Italia ha scelto Roma. Una scelta fortemente voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni e sostenuta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, l’ente che oggi gestisce i controlli doganali italiani. L’argomento è questo: Roma come baricentro mediterraneo della sicurezza economica europea, sede delle strutture centrali dello Stato, della Guardia di finanza e dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Un messaggio di accentramento istituzionale che punta a rafforzare il ruolo della Capitale nel sistema europeo.

L’esclusione di Milano però apre la faglia politica. Milano è il principale nodo logistico e finanziario del Paese, porta naturale dei flussi commerciali con il Nord Europa, sede della Borsa e di gran parte delle grandi piattaforme della logistica. La spiegazione ufficiale del governo parla di assenza di immobili idonei nei tempi richiesti dal bando. Una motivazione che convince poco nei territori del Nord, dove la decisione viene letta come una scelta politica e simbolica, che ridimensiona il ruolo della città come capitale economica europea d’Italia.

Le crepe nella maggioranza e il dissenso della logistica

È qui che la maggioranza si incrina. La Lega, che ha costruito la propria identità sul rapporto con il Nord produttivo e sull’autonomia differenziata, sostiene formalmente la candidatura romana ma fatica a difenderla sul piano politico. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si allinea alla linea dell’esecutivo a Bruxelles, mentre gli amministratori locali e il mondo imprenditoriale del Nord registrano la perdita di un’occasione strategica.

Così le tensioni escono dai palazzi e arrivano alle associazioni di settore. Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, ha criticato apertamente il modo in cui l’Italia sta recependo la riforma doganale europea. Secondo Confetra, il nuovo quadro normativo rischia di trasferire sulle imprese responsabilità penali e oneri amministrativi sproporzionati, soprattutto per le piccole e medie aziende, con l’effetto di rendere meno competitivo il sistema logistico nazionale.

La candidatura di Roma corre quindi su un doppio binario. All’esterno propone l’Italia come attore centrale nella nuova architettura doganale dell’Unione. All’interno mostra un Paese che fatica a presentarsi coeso quando si tratta di distribuire potere, funzioni e benefici. La sede dell’Euca non è solo un edificio. È una prova politica. Ed è su questo terreno che l’Italia, oggi, arriva spaccata.

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A Rafah riapre il valico: i giornalisti restano fuori

Rafah “riapre”, dicono. Ma la cronaca resta fuori. Israele ha ribadito davanti alla Corte Suprema che, anche con il valico operativo, i giornalisti stranieri non entreranno a Gaza. La motivazione è sempre la stessa: sicurezza. È una parola che funziona come un interruttore. Si accende per chiudere gli accessi, si spegne quando serve giustificare quello che accade sul terreno.

Così la guerra continua a essere raccontata per delega. Comunicati militari, immagini filtrate, numeri che arrivano senza possibilità di verifica indipendente. Sedici mesi dopo l’inizio dell’offensiva, la richiesta della stampa internazionale resta sospesa, rinviata, congelata. Si discute di “fase due”, di corridoi umanitari, di governance futura, mentre l’unica decisione costante è impedire lo sguardo.

Intanto, fuori da Gaza ma dentro lo stesso metodo, la violenza avanza in Cisgiordania. Il 27 gennaio, a Masafer Yatta, decine di coloni hanno attaccato i villaggi palestinesi di Al-Fukhait e Khirbet al-Halalawa: pietre, spray urticante, incendi, bestiame rubato. Le ambulanze della Mezzaluna Rossa Palestinese sono state prese di mira e bloccate. I soccorsi fermati. Le ferite lasciate a terra.

Masafer Yatta è il luogo raccontato da No Other Land, premiato agli Oscar. È già un simbolo globale. Eppure continua a essere trattato come una zona franca della responsabilità, dove l’assenza di testimoni diventa parte integrante dell’operazione. Nella stessa giornata, a sud di Hebron, un ragazzo di vent’anni, Mohammad Rajeh Nasrallah, è morto dopo essere stato colpito durante un’operazione militare israeliana. Un altro nome che scivola nella statistica.

A Gaza si chiudono i varchi della cronaca, in Cisgiordania si spezzano quelli del soccorso. È lo stesso disegno: controllo totale del visibile. Rafah come promessa, il silenzio come metodo. E mentre si discute di accessi “tecnici”, la realtà resta sequestrata. Non per mancanza di fatti, ma per eccesso di paura di chi li potrebbe raccontare.

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Niscemi affonda dopo il ciclone Harry: frane, sfollati e aiuti insufficienti in Sicilia

La Sicilia sta cedendo pezzo dopo pezzo, e a Niscemi il dissesto ha assunto la forma più brutale: una città che si spacca, case che si svuotano, strade che scompaiono. Il fronte della frana che avanza nell’area del torrente Benefizio ha ormai raggiunto i quattro chilometri. In alcuni punti il terreno si è abbassato di venticinque metri. Circa 1.500 persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni, evacuate in via preventiva mentre il sottosuolo continua a muoversi. Interi quartieri risultano inaccessibili. Tre strade su quattro sono state chiuse. Il rischio concreto è l’isolamento totale del centro abitato.

La frana si è riattivata con violenza dopo il primo evento di metà gennaio, aggravata dalle piogge estreme del ciclone Harry che ha colpito la Sicilia orientale e la fascia ionica. Tecnici e Protezione civile parlano di una situazione in peggioramento costante. La zona rossa è stata ampliata fino a 150 metri. Le scuole restano chiuse. Le famiglie sfollate si arrangiano tra parenti, amici e brandine allestite nel palazzetto dello sport.

Una ferita antica che nessuno ha curato

Il dissesto di Niscemi affonda le radici nel tempo. I geologi lo collegano direttamente alla grande frana del 1997, mai risolta in modo strutturale. Michele Orifici, vicepresidente della Società italiana di geologia ambientale, parla apertamente di evoluzione di un fenomeno noto e sottovalutato per decenni. Le piogge estreme hanno fatto il resto, accelerando una fragilità già scritta nella geologia del territorio.

La Sicilia conosce bene questo copione. Eventi meteorologici sempre più intensi, consumo di suolo, manutenzione assente. Secondo i dati Snpa, quasi il 30 per cento delle coste siciliane entro i 300 metri risulta cementificato. Anche nel 2024 si è continuato a costruire lungo le linee di costa. Quando il terreno cede, la sorpresa dura il tempo di un titolo.

Emergenza dichiarata, risposte minime

Il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per Sicilia, Calabria e Sardegna, stanziando 100 milioni di euro complessivi per i primi interventi. Una cifra che, a fronte di danni stimati dalle Regioni in circa tre miliardi, viene definita insufficiente dalle amministrazioni locali e dalle organizzazioni sindacali. La Cgil parla di risposte inadeguate e di assenza totale di misure strutturali.

Il problema si allarga oltre Niscemi. A Messina e lungo la costa ionica il ciclone Harry ha cancellato chilometri di litorale, mettendo in ginocchio turismo e lavoro stagionale. Migliaia di persone rischiano di restare senza reddito per mesi, senza ammortizzatori adeguati. I collegamenti ferroviari e stradali risultano compromessi. La mobilità è ridotta a soluzioni provvisorie che rallentano anche le attività rimaste aperte.

Niscemi diventa così un simbolo preciso. Una città che affonda mentre lo Stato misura l’emergenza a rate. Il dissesto idrogeologico smette di essere una variabile imprevista e si presenta per quello che è: il risultato accumulato di scelte rinviate, territori lasciati scoperti, prevenzione trattata come voce accessoria. Quando il terreno cede, il conto arriva tutto insieme. E il sospetto è che alla fine paghino sempre e solo i soliti noti. Intanto a Roma si briga per il Ponte.

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Caso Pretti, la Casa Bianca ammette violazioni di protocollo e a sparare sono stati due agenti Ice

La versione ufficiale sulla morte di Alex Pretti comincia a incrinarsi dall’interno. Dopo giorni di dichiarazioni aggressive, accuse rovesciate sulla vittima e ricostruzioni contraddittorie, la Casa Bianca ammette che qualcosa non ha funzionato. A farlo è Stephen Miller, consigliere centrale di Donald Trump sulla linea dura sull’immigrazione, che riconosce possibili «violazioni di protocollo» da parte degli agenti federali intervenuti a Minneapolis.

L’ammissione arriva il 28 gennaio, quando l’inchiesta federale è già formalmente avviata e un rapporto riservato del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) è stato trasmesso al Congresso. Miller spiega che le direttive operative prevedevano la creazione di una barriera fisica tra le squadre impegnate negli arresti e i manifestanti. Quelle istruzioni, afferma, potrebbero non essere state rispettate dagli agenti dell’ICE. È un cambio di tono netto rispetto alle prime ore dopo la sparatoria, quando lo stesso Miller aveva definito Pretti un presunto «assassino».

Il rapporto del DHS e i cinque secondi decisivi

Il documento del DHS chiarisce un punto che l’amministrazione aveva evitato di esplicitare: a sparare sono stati due agenti federali, non uno solo. Un agente della Border Patrol ha utilizzato una Glock 19, un agente del Customs and Border Protection Officer una Glock 47. Gli spari arrivano a circa cinque secondi da un urlo — «Ha una pistola!» — pronunciato durante una colluttazione.

Ma il rapporto contiene un’omissione centrale. In nessun passaggio si afferma che Pretti abbia tentato di estrarre l’arma o che la impugnasse al momento dei colpi. Anzi, dalla ricostruzione emerge che l’uomo era già a terra, disteso pancia a terra, quindi in una posizione di totale inermità. Le immagini video e le testimonianze raccolte successivamente confermano che Pretti portava una pistola legalmente detenuta, ma non la stava impugnando. Gli agenti gliel’avevano già sottratta prima di colpirlo più volte.

È su questa distanza tra le prime dichiarazioni ufficiali e la ricostruzione documentale che si innesta ora la svolta giudiziaria.

L’azione legale e la pressione politica

La famiglia di Alex Pretti ha annunciato una causa civile per violazione dei diritti costituzionali e omicidio colposo contro il Dipartimento per la Sicurezza Interna e le agenzie federali coinvolte. I legali puntano sui ritardi nell’ammettere che a sparare siano stati due agenti e sull’ammissione implicita che Pretti fosse disarmato al momento degli spari. Parlano apertamente di «esecuzione sommaria» e chiedono la pubblicazione integrale, senza censure, di tutti i filmati delle bodycam, considerati decisivi per chiarire i pochi secondi che hanno preceduto la morte.

Intanto la pressione politica cresce. Washington ha disposto la rimozione del capo dell’ICE sul campo a Minneapolis, Greg Bovino, e l’allontanamento di una parte degli agenti federali. Le proteste, partite dal Minnesota, si sono estese ad altre città. In manifestazioni pubbliche e in eventi sportivi, il volto di Alex Pretti viene proiettato sui maxischermi e accolto da minuti di applausi. La sua figura diventa simbolo della contestazione contro le operazioni federali sull’immigrazione e contro l’uso della forza nelle proteste civili.

L’inchiesta federale è ancora all’inizio. Ma un punto è ormai acquisito: la narrazione costruita nelle prime ore non regge alla verifica dei documenti. E a certificarlo, per la prima volta, è la stessa amministrazione che l’aveva diffusa.

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Ice, Olimpiadi e servilismo: cronaca di una confusione annunciata

Piccolo manuale di istruzioni su come trasformare una vicenda tecnica in un disastro politico. Accade quando chi governa parla senza sapere, corregge senza spiegare, e infine minimizza mentre i fatti lo smentiscono. La storia di Ice a Milano, nel perimetro delle Olimpiadi, è tutta qui: una catena di dichiarazioni contraddittorie che racconta un potere incapace di tenere il filo della propria comunicazione. Sullo sfondo rimangono i nazistelli al guinzaglio di Trump. 

Prima la presenza viene trattata come routine, poi diventa un fraintendimento, poi ancora subito dopo una “voce priva di conferme”. Mentre Piantedosi e Fontana si contraddicono a vicenda dagli Stati Uniti arriva la conferma formale. A quel punto parte la tragicomica retromarcia: e via con gli incontri istituzionali e le rassicurazioni tardive. Il risultato? Una sequenza che inchioda il governo alla sua vera fragilità: balbettare ogni volta di fronte agli Usa di Trump. 

Il problema non è la cooperazione di sicurezza, pratica consolidata in ogni grande evento. Il vero problema è la gestione pubblica di quella cooperazione. Ogni volta che il lessico scivola nei paragoni estremi e si invocano spettri per rassicurare, si ottiene l’effetto opposto: si alza la temperatura e si sposta il discorso dal merito al simbolo. Così Ice diventa una parola tossica perché nessuno ha fissato subito i confini, le competenze, la catena di comando che resta italiana.

Intanto le istituzioni si smentiscono a vicenda. Regione, Viminale, Comune parlano lingue diverse. E così la sicurezza dei Giochi passa in secondo piano rispetto allo spettacolo di un potere che appare disallineato. In questo vuoto, la notizia vera arriva dall’estero, mentre qui si inseguono titoli e rettifiche.

Questo è il veleno che resta: un governo che pretende autorevolezza internazionale e mostra improvvisazione domestica. I fascistelli di Trump saranno a Milano. Poi c’è la figuraccia internazionale: le Olimpiadi chiedono affidabilità e l’Italia, in questa storia, ha offerto solo confusione. E la confusione, quando riguarda la sicurezza, è già una responsabilità politica.

Buon mercoledì.

Foto WP

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Green Deal, dopo le auto tocca agli aerei: la lobby dell’aviazione all’attacco delle regole Ue

Dopo le auto, ora tocca agli aerei. Il copione è lo stesso, il bersaglio pure: le regole climatiche dell’Unione europea. Il precedente è fresco. Quando la lobby dell’automotive ha ottenuto di svuotare la messa al bando dei motori a combustione dal 2035, a Bruxelles è passato un messaggio chiaro: se la pressione è coordinata, il Green Deal arretra. Oggi l’aviazione sta provando a replicare quella vittoria, usando argomenti, alleanze e tempistiche già testate.

Il precedente che fa scuola

La frenata sull’auto è diventata un manuale operativo. Costruttori e governi alleati hanno riscritto una norma che doveva segnare una svolta, trasformandola in un obiettivo diluito: meno vincoli immediati, più promesse future. È quel passaggio che ha incoraggiato il settore aereo a muoversi. Secondo un’inchiesta di Politico le compagnie guardano esplicitamente a quanto accaduto alle auto come al modello da seguire. Patrick Pouyanné, amministratore delegato di TotalEnergies, lo ha detto senza giri di parole al World Economic Forum di Davos: «Quello che è successo alla regolazione delle auto succederà anche ai carburanti sostenibili per l’aviazione».

Il nodo è il regolamento ReFuelEu, che impone quote crescenti di carburanti sostenibili nei serbatoi: 2 per cento nel 2025, 6 per cento nel 2030, fino al 70 per cento nel 2050. Le compagnie contestano costi e disponibilità, definiscono i target irrealistici, chiedono sistemi alternativi di compensazione. È la stessa logica usata dall’auto: spostare il dibattito dalla riduzione delle emissioni alla tutela della competitività.

L’offensiva dei cieli

La pressione si muove su più fronti. Da un lato, l’attacco al prezzo del carbonio. L’inclusione dell’aviazione nel sistema Ets e la fine delle quote gratuite dal 2026 significano miliardi di euro di costi aggiuntivi. Airlines for Europe ha stimato in 2,3 miliardi il conto ETS pagato nel 2025, destinato a salire fino a 5 miliardi entro il 2030. Dall’altro, la contestazione delle regole sugli effetti climatici “non-CO2”, come le scie di condensazione, che incidono in modo rilevante sul riscaldamento globale. Qui la strategia è nota: enfatizzare l’incertezza scientifica per rinviare ogni obbligo.

Intanto si costruisce l’asse politico. Germania e Italia, già decisive nel ridimensionare le norme sulle auto, tornano centrali. Giorgia Meloni ha parlato apertamente di cambio di passo sulla competitività industriale, denunciando una transizione verde «ideologica» che metterebbe in ginocchio le imprese europee. Matteo Salvini ha definito Ets e tasse sui trasporti «suicidio economico», promettendo di smontarle pezzo dopo pezzo. È lo stesso linguaggio che aveva accompagnato la difesa dei motori termici.

Il test politico del Green Deal

La Commissione prova a resistere. Il commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas ha ribadito che senza investimenti immediati sui carburanti sostenibili l’Europa mancherà gli obiettivi del 2030. Sul fronte climatico, Wopke Hoekstra ha promesso battaglia contro i privilegi fiscali dell’aviazione. Ma il contesto è cambiato. Dopo la retromarcia sull’auto, ogni settore in difficoltà sa di poter chiedere una deroga in nome della “realtà economica”.

La partita sugli aerei diventa così un banco di prova politico. Se anche qui Bruxelles accetterà flessibilità, rinvii e scorciatoie contabili, il Green Deal uscirà trasformato: meno transizione, più compromesso industriale. Con un rischio evidente. Ogni arretramento settoriale viene presentato come eccezione, ma finisce per diventare la regola. E a forza di rinviare, la transizione resta sulla carta, mentre le emissioni continuano a volare. E come al solito il governo italiano è in prima file per provare a scardinare la transizione. 

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Corsa al riarmo, l’1% della spesa militare globale basterebbe a sconfiggere la fame nel mondo

L’ordine delle priorità si misura nei bilanci. Nel 2024 la spesa militare globale ha toccato i 2.718 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato secondo lo Stockholm International Peace Research Institute. Nello stesso arco di tempo, 295 milioni di persone hanno vissuto una condizione di fame acuta. Due cifre che descrivono lo stesso mondo e che, accostate, raccontano una scelta politica. Le Nazioni Unite stimano che porre fine alla fame entro il 2030 costerebbe circa 93 miliardi di dollari l’anno: una frazione minima della ricchezza che gli Stati destinano agli armamenti. Tradotto in termini comprensibili: una quota attorno all’1% della spesa militare globale basterebbe a cambiare il destino di centinaia di milioni di persone.

La sproporzione emerge anche guardando al tempo. Il Programma alimentare mondiale segnala che per il 2026 servono 13 miliardi di dollari per garantire assistenza a 110 milioni di persone tra le più vulnerabili. Le previsioni di finanziamento si fermano a circa la metà. Quel buco di risorse equivale a ciò che il mondo spende in difesa in meno di una giornata. I numeri sono riportati nei documenti ufficiali Onu e nel Global Outlook 2026 del WFP, presentato a Roma nel novembre 2025, con un avvertimento netto della direttrice esecutiva Cindy McCain: carestie simultanee a Gaza e in alcune aree del Sudan rappresentano una condizione inaccettabile nel ventunesimo secolo.

Il paradosso globale

La crescita della spesa militare ha una traiettoria precisa. Il SIPRI registra un aumento reale del 9,4% in un solo anno, il più alto dalla fine della Guerra fredda, e un peso sul PIL globale salito al 2,5%. L’Alleanza atlantica concentra oltre metà di quella spesa, mentre l’Europa accelera il riarmo. Sul fronte opposto, i finanziamenti umanitari rallentano. Il risultato è un paradosso strutturale: i conflitti alimentano la fame e la fame alimenta l’instabilità, ma la risposta prevalente resta l’investimento militare. Le agenzie Onu ricordano che circa il 70% delle persone in insicurezza alimentare acuta vive in aree di conflitto. Dove si combatte, i sistemi agricoli collassano, le infrastrutture vengono distrutte, i mercati si fermano. L’intervento armato produce l’emergenza che poi richiede aiuti sempre più costosi.

Le stime economiche spiegano anche il rendimento degli investimenti. Secondo i modelli utilizzati dalle Nazioni Unite e dai grandi programmi di ricerca sullo sviluppo, la spesa in nutrizione, agricoltura resiliente e protezione sociale genera ritorni economici elevati nel medio periodo, perché riduce la povertà, stabilizza i territori e rafforza i mercati locali. L’investimento militare, al contrario, assorbe risorse su cicli pluriennali senza produrre capacità produttiva comparabile. La questione, dunque, supera l’aritmetica: riguarda l’idea di sicurezza che guida le politiche pubbliche.

Il caso italiano

L’Italia si colloca esattamente su questa linea di frattura. I dati dell’Osservatorio Milex indicano che la spesa militare nazionale sfiorerà i 34 miliardi di euro nel 2026, con una crescita costante negli ultimi anni trainata dagli investimenti in nuovi sistemi d’arma. Nello stesso periodo, il contributo italiano al Programma alimentare mondiale è stato circa 56,9 milioni di dollari nel 2024, come riportato dal WFP. Il confronto è immediato: una singola giornata di spesa militare italiana vale più dell’intero contributo annuale al principale organismo globale contro la fame.

Sul piano formale, Roma ospita il polo agroalimentare delle Nazioni Unite e rivendica una tradizione di cooperazione. Sul piano dei flussi finanziari, l’aiuto pubblico allo sviluppo resta lontano dagli impegni internazionali, attestandosi attorno allo 0,28% del reddito nazionale lordo secondo i dati preliminari Ocse. Anche qui la scelta appare chiara: l’espansione della difesa procede, la solidarietà internazionale rimane marginale e spesso contabilizzata attraverso voci che restano entro i confini nazionali.

La tesi secondo cui una quota minima della spesa militare basterebbe a sconfiggere la fame trova riscontro nei documenti ufficiali Onu e nelle analisi del Wfp e del Sipri. Non è una provocazione morale, è una constatazione contabile. La fame nel mondo del 2026 non nasce da una scarsità di risorse, ma da una allocazione deliberata. Finché la sicurezza continuerà a essere misurata in armamenti e la stabilità in deterrenza, il divario resterà. I bilanci raccontano che un’alternativa è possibile. La politica decide se renderla reale.

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Intercettazioni, la balla dei costi per giustificare la stretta: i bilanci dello Stato smentiscono il governo

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha scelto una parola precisa per reggere l’intera offensiva contro le intercettazioni: “costo”. Il 20 luglio 2023, intervenendo al Senato, ha parlato di una spesa “irrazionale”, sostenendo che lo Stato spende milioni di euro per intercettazioni inutili. Nei mesi successivi poi il lessico delle destre si è fatto più esplicito: captazioni definite “porcherie”, utilizzo “eccessivo e sproporzionato”, rischio di trasformare l’Italia in una “Repubblica del grande orecchio”. La tesi è sempre la stessa: le intercettazioni sarebbero un buco di bilancio. È falso. 

I bilanci delle procure e il ritorno dell’investimento

Nel biennio 2023-2024 la Procura della Repubblica di Bari ha speso 13,2 milioni di euro per intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Nello stesso periodo, le indagini fondate su quelle attività tecniche hanno prodotto sequestri per 343 milioni di euro e confische definitive per 154 milioni. Il dato emerge dal bilancio sociale dell’ufficio e dalle relazioni del procuratore Roberto Rossi, che ha collegato in modo diretto il recupero patrimoniale all’uso delle intercettazioni. In termini contabili, ogni euro speso ha generato oltre 11 euro di rientro certo e più di 25 euro di beni sottratti all’economia criminale.

Bari non è un’anomalia. A Napoli, nel 2023, una spesa per intercettazioni pari a 5,89 milioni di euro ha consentito sequestri per 197,9 milioni, come riportato nella relazione annuale della Procura. A Reggio Calabria, tra 2023 e 2024, circa 7,9 milioni di euro di costi investigativi hanno portato all’aggressione di patrimoni per oltre 800 milioni riconducibili alla ’ndrangheta. Anche nei distretti con costi più elevati, come Palermo, il saldo resta stabilmente positivo. Il rapporto tra spesa e recupero patrimoniale supera ovunque la soglia di dieci a uno.

La ragione è operativa: le intercettazioni rappresentano lo strumento centrale per colpire mafie e criminalità economica in contesti dove il pentitismo è marginale e le comunicazioni avvengono su canali criptati. In territori come la provincia di Foggia, dominata da organizzazioni familiari chiuse, il captatore informatico diventa l’unico mezzo per penetrare l’omertà. Il costo riflette la complessità tecnologica richiesta ma i risultati patrimoniali riflettono la sua efficacia.

Il Fondo unico giustizia e l’autofinanziamento del sistema

Per comprendere l’impatto macroeconomico delle intercettazioni occorre guardare al destino dei soldi recuperati. Le somme sequestrate e confiscate confluiscono nel Fondo unico giustizia, gestito da Equitalia Giustizia. I report ufficiali indicano versamenti da provvedimenti giudiziari pari a 185,7 milioni di euro nel 2023 e 209,1 milioni nel 2024. Lo stock complessivo delle risorse in gestione dinamica, tra liquidità, titoli e crediti, si avvicina ai 2 miliardi di euro.

Questi flussi coprono quasi integralmente la spesa nazionale per le intercettazioni, che nei capitoli 1360 e 1363 del bilancio dello Stato oscilla tra i 200 e i 215 milioni di euro annui. Il sistema giudiziario, nei fatti, si autofinanzia per quanto riguarda la spesa investigativa variabile. Non solo: genera un surplus che confluisce nel bilancio generale dello Stato o viene destinato a strumenti come il Fondo per le vittime di mafia e usura. E quindi? Quindi la narrazione del “buco di bilancio” è di fatto smentita dai libri mastri dello Stato.

La propaganda che ignora il dato strutturale

Eppure la propaganda del governo continua a ignorare il dato strutturale. Giorgia Meloni ha parlato della necessità di “porre un freno agli abusi”, mentre il sottosegretario Andrea Delmastro ha assicurato che mafia e terrorismo resteranno esclusi dalle restrizioni. Le riforme approvate tra il 2024 e il 2025 raccontano però di limiti temporali rigidi, nuove barriere procedurali, vincoli che incidono soprattutto sulle indagini economico-finanziarie, quelle che producono i grandi sequestri.

C’è di più. Nelle ultime settimane Nordio ha annunciato l’intenzione di intervenire di nuovo sull’uso dei captatori informatici, definendoli ancora una volta una “inciviltà” e anticipando correttivi “dopo il referendum”. Il bersaglio indicato è esplicito: le indagini per corruzione e reati contro la pubblica amministrazione. Formalmente mafia e terrorismo resterebbero fuori. Sostanzialmente verrebbe compressa proprio l’area in cui le intercettazioni hanno garantito negli ultimi anni il maggiore recupero patrimoniale.

Deve essere chiaro: non c’è nessuna questione di bilancio. È una scelta politica sul livello di controllo penale esercitato sull’economia e sulla classe dirigente. I conti, come sempre, arrivano dopo. Quando arrivano.

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Ghali e la censura preventiva su Gaza

Hanno paura di una parola. Non di un gesto, non di una protesta, non di un disordine. Di una parola detta su un palco. La vicenda Ghali racconta l’Italia meglio di qualunque dichiarazione ufficiale: la censura preventiva elevata a valore civile, il silenzio imposto presentato come buona educazione.

Il ministro Abodi parla di “rispetto”. Dice che la cerimonia d’apertura dei Giochi è costruita in modo da “azzerare i rischi di libera interpretazione”. Azzerare. Come se la libertà fosse un errore di sistema. Come se l’etica coincidesse con l’assenza di parole scomode. L’arte ammessa solo se decorativa, la cultura valida solo se muta.

Poi arriva il paternalismo esplicito. L’idea che Ghali debba ricevere “indicazioni”, “linee guida”, capire “cosa deve fare” in quel momento. È il potere che si concede il diritto di decidere il perimetro del pensiero altrui. Un artista trattato come un funzionario da addestrare. Un microfono visto come una minaccia.

Intanto Gaza continua a esistere. Mentre qui si discute di galateo istituzionale, l’artiglieria israeliana colpisce l’est di Gaza City. Mentre qui si invoca il rispetto, ministri del governo Netanyahu parlano di regime militare sulla Striscia. Mentre qui si sorvegliano le parole, in Cisgiordania le case vengono demolite. I fatti non hanno bisogno di interpretazione.

Il cortocircuito è totale. La parola “Gaza” fa più paura dei bombardamenti. Una frase detta da un cantante spaventa più delle macerie. Per questo bisogna neutralizzarla prima che accada. Per questo si costruisce il silenzio come valore morale.

Ma il rispetto e l’etica obbligano a parlare. L’arte e il pensiero sono liberi. E Gaza non è un’opinione: è un genocidio che si vorrebbe consumare senza disturbo, lontano dai palchi, lontano dalle cerimonie, lontano dalle coscienze.

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