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Quando il fucile punta “noi”, l’ipocrisia crolla

Esattamente quale sarebbe la novità? Due carabinieri italiani sono stati minacciati da un colono israeliano. I militari, in servizio presso il Consolato di Gerusalemme, “sono stati fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore e interrogati”, spiegano fonti del governo Meloni, mentre svolgevano un sopralluogo nei pressi di Ramallah, capitale dell’Autorità nazionale palestinese. Il colono li ha minacciati nonostante viaggiassero su un’auto diplomatica: stavano lavorando per preparare la visita degli ambasciatori dell’Ue in Cisgiordania.

E qual è la novità? Lì dove Israele si mangia le terre e le case e le vite dei coloni devono inginocchiarsi tutti: devono mostrare documenti perché non esiste spazio libero, devono difendere  la famiglia e le case perché nessuna legge li protegge, nessuna comunità internazionale se ne interessa, se non per qualche nota diplomatica di ammonimento al governo di Israele. 

Qual è la novità? I territori occupati sono praterie per la violenza israeliana. Anzi, qualcuno potrebbe ricordare a Tajani e compagnia cantante che anche gli attivisti della Global Sumud Flotilla vennero fatti inginocchiare, con armi puntate alla testa e frasi minacciose. Se lo ricorda ministro? 

La vera novità è che l’ipocrisia di alcuni politici, di alcuni giornali e di alcuni poco arguti commentatori alla fine viene a galla: basta passare dal “loro” al “noi” ed ecco che avviene il tilt. 

Ben svegliati, si potrebbe dire. Ora, cari ministri al governo, mi raccomando: fate entrare gli sgherri dell’Ice per le Olimpiadi e poi pronti a stupirvi di nuovo.

Buon martedì. 

 

Foto WP

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Libia, fosse comuni e centri di detenzione sotterranea: il silenzio dell’Europa (e dell’Italia) sull’esternalizzazione delle frontiere Ue

Il deserto della Cirenaica (in Libia) ha restituito prove che l’Europa preferisce lasciare fuori campo. Nei giorni scorsi, tra Ajdabiya e Kufra, sono emerse una fossa comune e una rete di detenzione sotterranea. In parallelo, Italia e Unione europea hanno accelerato sulla costruzione di un nuovo dispositivo di “cooperazione” nell’Est libico: un Mrcc (un centro di coordinamento del soccorso marittimo (a Bengasi), finanziato anche con fondi europei, pensato per rendere più rapidi i pullback. Le tre linee si toccano e producono la stessa conseguenza: persone ridotte a merce e corpi confinati lontano dalle coste siciliane e dalle telecamere.

Fosse comuni come infrastruttura del riscatto

La sequenza parte da Ajdabiya, crocevia tra la costa e la rotta del deserto. Le testimonianze raccolte e rilanciate dalla rete Refugees in Libya, riprese da Progetto Melting Pot Europa il 22 gennaio 2026, parlano di sequestro, detenzione arbitraria, torture, ricatti alle famiglie, uccisioni. Il numero che resta è almeno ventuno corpi in una fossa comune. Secondo la ricostruzione di Roberta Derosas la scoperta arriva dopo un’irruzione in una fattoria e dopo le indicazioni dei sopravvissuti, che raccontano “scomparse” tra chi era trattenuto con loro. L’Oim, nelle stesse ore, riferisce che le prime evidenze indicano cattività e violenze finalizzate al pagamento di riscatti, pratica già documentata da anni in Libia, e la capo missione Oim in Libia Nicoletta Giordano parla di “casi scioccanti” e di rischi enormi lungo le rotte migratorie.

Il dettaglio operativo è importante: i luoghi di detenzione descritti dai sopravvissuti risultano inseriti in spazi civili riconvertiti, aree produttive dismesse, siti fuori dal circuito ufficiale. Ajdabiya, in un territorio controllato e militarizzato, diventa così un imbuto di selezione: chi paga viene spostato, chi regge la tortura continua a “valere” e invece chi crolla diventa scarto. La fossa comune, in questo schema, vale come archivio di violenza e come messaggio per chi resta vivo.

Detenzione sotterranea e zona Sar: la filiera che si completa

A Kufra, pochi giorni dopo, le autorità locali annunciano la scoperta di un centro clandestino sotterraneo scavato a circa tre metri di profondità. Si parla di 221 persone liberate, tra cui donne, bambini e un neonato, con detenzioni protratte fino a due anni e condizioni definite “estremamente precarie”. L’immagine è quella di un carcere progettato per sparire: profondità, isolamento, silenzio e controllo totale. La liberazione, in queste dinamiche, diventa spesso parte della gestione: segnale a reti rivali, operazione vetrina verso interlocutori esterni, pronti a trasferimenti successivi verso altri centri.

Mentre Ajdabiya e Kufra rendono visibile la logistica dell’orrore, Mediterranea Saving Humans denuncia un passaggio ulteriore: la realizzazione di un Mrcc a Bengasi, duplicazione del modello già attivo a Tripoli dal 2017, con supporto italiano e fondi europei. Nella nota Mediterranea descrive il centro come sala operativa per coordinare intercettazioni e catture in mare, estendendo alla Cirenaica il sistema dei pullback e rendendolo ancora più efficace e invisibile. Si parla di una prima tranche tra 3 e 5 milioni di euro dalla European Peace Facility e di un impianto tecnico fatto di radar e sorveglianza costiera, utile a individuare le partenze prima delle acque internazionali.

Qui la catena si chiude: avvistamento, segnalazione, uscita in mare, intercettazione, ritorno forzato a terra. Il risultato resta prevedibile: le persone riportate verso l’Est finiscono dentro l’ecosistema che le cronache e le denunce collegano a detenzione arbitraria, estorsioni, torture, sparizioni. Il solito menù libico. Ajdabiya e Kufra diventano luoghi finali di una politica presentata come controllo dei flussi. In Italia, intanto, il dibattito si misura solo sugli arrivi ridotti. Il resto viene sepolto lontano, tra sabbia e cemento, insieme ai nomi e alle responsabilità. Del resto il diritto internazionale da noi conta “fino a un certo punto”. 

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Docenti di sinistra A Pordenone un questionario online per segnalarli: l’iniziativa di Azione Studentesca è un caso

Appunti di una lenta trasformazione che scivola aiutata dalla sindrome della rana bollita. Gennaio 2026, Pordenone. Davanti agli ingressi di alcuni istituti scolastici compaiono manifesti firmati Azione Studentesca. Invitano gli studenti a segnalare i docenti “di sinistra”. Un QR code rimanda a un questionario online. Le domande indagano per sapere se durante le lezioni venga fatta “propaganda” e sollecitano esempi concreti. L’obiettivo dichiarato è la costruzione di un report nazionale. Il metodo è la delazione anonima. Il bersaglio, anche qui, è la libertà di insegnamento.

Azione Studentesca, organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, rivendica l’operazione. L’insegnante che magari parla di antifascismo, diritti civili, guerre, crisi climatica diventa un soggetto da monitorare. E così la scuola diventa un altro spazio occupato da liberare. Lo slogan lo dice senza mediazioni: “La scuola è nostra”.

La schedatura come dispositivo di controllo

Il questionario online rappresenta il cuore dell’operazione. Chiede agli studenti di identificare docenti sulla base dell’orientamento politico presunto. Si usa la parola “propaganda” senza definirla. Ma la trasformazione dei contenuti didattici ordinari in comportamenti sospetti è conseguente e immediata. Si produce un archivio informale di nomi e accuse. E soprattutto si introduce un principio nuovo nel quotidiano scolastico: chi insegna sa di poter essere segnalato. La prevedibile conseguenza è l’autocensura. Ma l’aspetto più preoccupante è il controllo come finalità dichiarata. 

I volantini dichiarano che l’educazione civica non dovrebbe occuparsi di antifascismo, alla faccia della Costituzione che nasce proprio dalla sconfitta del fascismo. Da sempre l’educazione civica ruota attorno a quel testo: separare cittadinanza e antifascismo significa riscrivere il senso stesso della scuola pubblica. Ma nell’Italia del 2026 il docente che insegna la storia repubblicana viene trattato come militante. E così il dovere professionale precipita velocemente in un capo d’accusa. 

Dalla scuola al progetto politico

Il lessico usato da Azione Studentesca coincide con quello che da mesi circola ai vertici del Ministero dell’Istruzione. Il ministro Giuseppe Valditara ha più volte indicato il Sessantotto come origine della crisi dell’autorità scolastica. Ha parlato di “cattivi maestri”, ha promosso una scuola fondata su disciplina, identità nazionale e voto di condotta. L’iniziativa di Pordenone sembra muoversi in questa traiettoria.  

Il contesto territoriale poi rafforza il quadro: Pordenone vive accanto alla base militare di Aviano. Le scuole del territorio ospitano incontri di orientamento con le Forze armate. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole segnala da tempo questa osmosi: da una parte l’apertura alle carriere militari e dall’altra la repressione del pensiero critico pacifista. La schedatura dei docenti diventa uno strumento di normalizzazione.

Sul piano giuridico il passaggio è grave. La libertà di insegnamento, tutelata dall’articolo 33 della Costituzione, serve a proteggere la scuola da pressioni politiche. Le liste di segnalazione producono un effetto intimidatorio permanente. Lo Statuto dei lavoratori vieta indagini sulle opinioni politiche. Il regolamento europeo sulla protezione dei dati tutela le informazioni sensibili. Ma tutto questo non conta, aggirato attraverso l’anonimato digitale e la retorica della denuncia studentesca.

La reazione inevitabile è arrivata dal mondo della scuola e dai sindacati. La Flc Cgil parla apertamente di clima squadrista. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole diffonde gli “Appunti resistenti per la libertà d’insegnamento”, un vademecum legale che ricorda ai docenti i propri diritti. Ora la vicenda approda in Parlamento con un’interrogazione che chiede al ministro di assumersi una responsabilità politica. Per ora dalla maggioranza arriva solo silenzio.

La vicenda di Pordenone racconta una strategia: trasformare la scuola da spazio di formazione critica a dispositivo di conformità. In Italia oramai da tempo il conflitto democratico è diventato sospetto. Se l’insegnante abbassa la voce, il potere ha già vinto. Se la scuola accetta la delazione, la democrazia esce dall’aula.

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Garantismo a corrente alternata: il doppio standard dei sostenitori del Sì al referendum sulla giustizia

Il garantismo è la parola totem della campagna per il sì al referendum sulla separazione delle carriere. Compare nei comizi, nei talk show, negli editoriali dei giornali che sostengono la riforma Nordio. «Basta processi mediatici», «serve un giudice terzo», «presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva», è il lessico ripetuto come un rosario. Poi arrivano i casi concreti, e quel lessico cambia padrone.

Il garantismo sospeso: Hannoun e la sentenza prima del processo

Mentre il fronte del sì chiede agli elettori di votare per una giustizia più garantista, esplode il caso di Mohammad Hannoun, architetto palestinese residente a Genova, arrestato con l’accusa di finanziamento al terrorismo. Siamo solo alle indagini preliminari eppure il garantismo scompare nel giro di poche ore.

Alla Camera, il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli afferma: «Hannoun andava a spasso per tutta Europa con la parlamentare Ascari, si raccoglievano soldi». Nessun condizionale, nessun richiamo alla presunzione di innocenza. L’indagine viene trasformata in una colpa politica estesa. Il giorno dopo, il collega Riccardo De Corato parla di «vergogna per chi lo frequentava», spostando il bersaglio dall’indagato a chiunque non prenda pubblicamente le distanze.

Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, interrogato sul caso, adotta una formula che svuota le garanzie che dice di voler difendere: «Pur con la doverosa presunzione di innocenza, è stato sicuramente squarciato il velo». L’avverbio annulla la premessa. La presunzione resta nominale, la colpevolezza diventa sostanziale.

Gli stessi giornali che sostengono il sì e denunciano da anni la gogna mediatica pubblicano dettagli investigativi, cifre, ricostruzioni ancora da verificare. Il garantismo, in questo caso, non viene nemmeno evocato.

Due pesi e due misure: Garlasco, Open Arms e la giustizia per appartenenza

Pochi giorni dopo, lo stesso fronte politico-mediatico cambia registro sul delitto di Garlasco. La condanna definitiva di Alberto Stasi torna al centro dell’attenzione. Libero titola «Stasi, innocente in galera». Vittorio Feltri scrive: «A Garlasco è mancata la logica». Alessandro Sallusti rincara: «Questa giustizia è come la peste». Qui il garantismo torna improvvisamente assoluto. Le sentenze diventano sospette, i giudici incapaci, il processo un errore sistemico.

Ma dura poco. Quando l’attenzione si sposta su Andrea Sempio, il garantismo evapora di nuovo. Libero apre con «Assassino a piede libero», chiedendo nuovi accertamenti e insinuando responsabilità ancora tutte da verificare. Per scagionare Stasi, si costruisce un altro colpevole mediatico. Stesse firme, stessi giornali, principi opposti.

Quando il garantismo diventa immunità

Il caso Open Arms completa il quadro. Matteo Salvini, imputato per sequestro di persona, dichiara in un video diventato virale: «Mi dichiaro colpevole di aver difeso l’Italia». Il processo viene raccontato come persecuzione politica. I magistrati diventano avversari, la giurisdizione un abuso. Qui il garantismo si trasforma apertamente in richiesta di immunità, mentre la separazione delle carriere viene evocata come argine contro le procure “politicizzate”.

Nel frattempo, sugli episodi di criminalità comune e sull’immigrazione, il linguaggio resta punitivo. «Galera immediata», «certezza della pena», «giudici che liberano i delinquenti» sono titoli e dichiarazioni quotidiane. Quando un giudice applica le regole sulle misure cautelari, viene attaccato come complice. Qui la terzietà non serve.

Il filo che tiene insieme questi episodi è semplice e documentabile: il garantismo vale solo per alcuni. Per i politici, per i colletti bianchi, per i casi utili a delegittimare la magistratura. Per gli altri, stranieri, attivisti, marginali, il principio si sospende.

Il referendum, così raccontato, smette di essere una discussione sull’assetto costituzionale e diventa un voto sull’identità. Si ciancia di giustizialismo e garanzie, ma la divisione è tra cittadini protetti e cittadini esposti. Ed è questo doppio standard, prima ancora della riforma, a pesare oggi sulla credibilità del sì.

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Esplosioni e demolizioni all’ombra della finta tregua

Nel buio a est di Gaza City tornano le esplosioni. Le immagini che circolano nelle ultime ore mostrano demolizioni di abitazioni civili già svuotate, quartieri cancellati mentre la parola “tregua” continua a essere spesa come copertura. La tregua resta nei comunicati, la distruzione resta sul terreno.

Dentro questo scenario si muore anche senza bombe. Mohammad e Suleiman Al Zawaraa avevano 14 e 13 anni. Sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre raccoglievano legna per scaldarsi. Legna, non armi. Avevano freddo, non combattevano. Le Idf li definiscono “terroristi”, collocandoli dentro una generica “zona di sicurezza”. La famiglia racconta altro: i ragazzi erano lontani dalla Linea Gialla, una linea peraltro segnata in modo irregolare, spesso invisibile. In questa guerra anche il gesto minimo della sopravvivenza viene riscritto come minaccia.

A pochi chilometri di distanza, a Rafah, il confine continua a essere trattato come leva politica. La riapertura del valico viene annunciata e immediatamente subordinata al recupero del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano. Passaggi pedonali contingentati, ispezioni totali, condizioni mobili. Il diritto di uscire diventa una concessione temporanea, revocabile, negoziata sopra le teste di due milioni di persone.

Intanto il freddo completa il quadro. Zainab Mohammad Musbeh, 63 anni, muore in una tenda ad al Mawasi. Nessun attacco diretto. Basta l’assenza di muri, di elettricità, di riparo. La precarietà trasformata in normalità uccide quanto le armi.

Infine il silenzio. Israele proroga il blocco di al Jazeera e amplia l’oscuramento ad altri media. Meno immagini, meno testimoni, meno possibilità di smentire versioni ufficiali che chiamano terrorismo la fame e sicurezza la demolizione.

A Gaza oggi si muore raccogliendo legna. E qualcuno pretende ancora che lo si chiami tregua.

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Naufragio nel Mediterraneo, un solo sopravvissuto: circa 50 morti tra Tunisia e Malta

La notizia dell’ennesimo naufragio emerge a distanza di giorni, senza comunicati ufficiali e senza immagini. Sergio Scandura ne dà conto attraverso i canali di monitoraggio indipendente delle rotte migratorie nel Mediterraneo centrale. Il fatto è netto: un solo sopravvissuto è stato soccorso in mare e portato a Malta; secondo la sua testimonianza, circa cinquanta persone sono morte nel naufragio dell’imbarcazione su cui viaggiavano.

L’episodio risale alla notte tra il 23 e il 24 gennaio. Il soccorso è avvenuto in acque internazionali, nel tratto di mare tra la Tunisia e Malta. Il superstite è stato recuperato dalla motonave mercantile Star e trasportato a La Valletta, dove è stato ricoverato in condizioni di grave ipotermia. Una volta stabilizzato, l’uomo ha raccontato di essere partito dal Nord Africa su una barca con a bordo circa cinquanta persone. Dopo poco più di ventiquattro ore di navigazione, l’imbarcazione si sarebbe capovolta a causa del maltempo. Nessun altro sarebbe riuscito a restare a galla.

Il soccorso, la testimonianza, il vuoto

La Capitaneria di porto di Lampedusa ha successivamente perlustrato l’area indicata dal sopravvissuto. Le ricerche non hanno portato al ritrovamento di altri naufraghi né di corpi. Anche in questo caso, come accade frequentemente nel Mediterraneo centrale, non esistono riscontri materiali che consentano una ricostruzione diretta dell’evento. L’unica fonte resta la testimonianza dell’uomo salvato.

Il naufragio si inserisce in una sequenza più ampia di segnalazioni arrivate nei giorni precedenti. Alarm Phone aveva comunicato la perdita di contatto con diverse imbarcazioni partite dalla Tunisia nello stesso periodo. Secondo l’organizzazione, circa 150 persone risultano disperse su almeno tre barche mai arrivate a destinazione. L’ipotesi è che il naufragio raccontato dal sopravvissuto corrisponda a una di queste partenze segnalate e rimaste senza riscontro.

Il contesto meteorologico è un elemento determinante della ricostruzione. Nei giorni del naufragio, il Mediterraneo centrale era interessato dal ciclone Harry, con condizioni di mare molto mosso, venti forti e onde anomale. Le stesse condizioni hanno reso difficili anche le operazioni di ricerca successive, riducendo le possibilità di individuare superstiti o resti dell’imbarcazione.

Una rotta che continua a inghiottire

Negli stessi giorni, altre operazioni di soccorso hanno avuto esito diverso. La nave Sea-Watch 5 ha recuperato 18 persone nella zona Sar libica, tra cui due bambini piccoli, successivamente indirizzate verso il porto di Catania. La coesistenza di salvataggi riusciti e naufragi senza testimoni è una costante della rotta del Mediterraneo centrale, dove l’esito di una traversata dipende spesso da fattori contingenti e dalla presenza di navi in transito.

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il 2024 resta l’ultimo anno con un bilancio completo, pari ad almeno 1.873 morti o dispersi nel Mediterraneo. Per il 2025 sono disponibili solo dati parziali, che già segnalano nuove decine di vittime nei primi mesi dell’anno. Dal 2014, le persone morte o scomparse lungo questa rotta superano complessivamente le 33mila. Si tratta di stime che non includono chi è partito e non è mai stato intercettato da alcun sistema di ricerca.

Il naufragio emerso in questi giorni non presenta elementi eccezionali rispetto a molti altri avvenuti negli ultimi anni. Ciò che lo distingue è il modo in cui viene alla luce: a posteriori, attraverso una singola testimonianza, senza un recupero dei corpi e senza una comunicazione istituzionale immediata. Un evento che entra nel conteggio solo perché qualcuno è sopravvissuto abbastanza a lungo da poterlo raccontare.

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Dove sono adesso quelli che ridevano, anzi si sbellicavano?

Dove sono adesso quelli che ridevano, anzi si sbellicavano, quando si scriveva del ritorno del fascismo, dello stesso autoritarismo, della violenza come forma di comando istituzionalizzata Adesso, ora, dove sono?

Dove sono quelli, che cosa dicono di fronte all’esecuzione con pistola alla nuca di Alex Pretti, infermiere armato di telefono davanti agli scagnozzi fascisti dell’Ice, braccio armato dello psicopatico nazista Donald Trump? Che ne dicono delle squadracce nere che hanno minacciato a Minneapolis i giornalisti italiani della Rai Laura Cappon e Daniele Babbo?
Ad esempio, che ne dice il ministro, fino a un certo punto, Antonio Tajani, il monarchico che rassicurava tutti che «non c’è nessun pericolo per la democrazia con Donald Trump» e che ora si ripulisce i polsini da liberale prendendo le distanze dal suo pari Matteo Salvini, che incontra un altro fascista

Dove sono certi liberali italiani (quelli che insegnavano agli antifascisti come essere antifascisti mentre tubano con i fascisti per ottenere un posticino) che interpretavano le elezioni americane con la posa di certi thé con le amiche delle cinque mentre irridevano gli allarmi?

Stanno lì, dove sono sempre stati, nelle file dei fiancheggiatori e dei cretini. Sono lì a spiegare che il premio Nobel che Giorgia Meloni vorrebbe per Trump è solo “una boutade”. Sono lì a dirci che «Salvini non conta nulla», da vicepresidente del Consiglio. Dicono che i decreti sicurezza italiani sono solo “riorganizzazione dell’ordine pubblico”. Dicono: «Ma figurati se questa destra filo-Trumpiana vuole assoggettare la magistratura». Non c’è scritto da nessuna parte, dicono. C’è anche il bollino su Facebook.

Buon lunedì.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #133

La chiamano “linea gialla”. Avrebbe dovuto essere una convenzione tecnica ma alla fine è la sindone della ferocia israeliana. È diventata un confine mobile che avanza. Le immagini satellitari raccontano blocchi di cemento piazzati decine e poi centinaia di metri dentro Gaza City, nuove fortificazioni che riscrivono la mappa senza dichiararlo. La linea resta “gialla” solo nel linguaggio; nella pratica sposta accessi, quartieri, vite.

Mentre le IDF parlano di operazioni “oltre la linea concordata”, la linea stessa cambia posizione. È urbanistica militare: si costruisce mentre si annuncia una pausa. La tregua diventa così un dispositivo spaziale, utile a riorganizzare il controllo. Sullo sfondo, il “Board of Peace” prende forma come catena decisionale: riunioni, emissari, piani a punti. La pace promessa è un’altalena di apri e chiudi i varchi. 

Rafah torna al centro per la stessa ragione. Ogni discussione sulla riapertura passa da tavoli diplomatici e da un nome che resta appeso, l’ultimo ostaggio. Il varco è semplicemente una leva politica, il passaggio è solo concessione. Intanto la linea avanza altrove, silenziosa, e la parola “fase” sostituisce la parola “confine”.

Poi c’è UNRWA. Sedi demolite e incendiate a Gerusalemme Est, cliniche colpite nel nord di Gaza, ambulanze che corrono sotto il tiro. Colpire i presìdi umanitari significa svuotare la tregua di contenuto materiale. Senza ambulatori, senza scuole, senza magazzini, la pausa resta un comunicato. La vita quotidiana è un campo minato.

La cronaca internazionale si accorcia mentre quella locale si fa rischiosa. Per questo pesa il riconoscimento assegnato a chi racconta da dentro, a chi resta quando l’accesso si chiude. La “linea gialla” vale per i corpi, per i camion, per le ambulanze, per le parole. E ogni giorno che passa, quel colore serve solo a nascondere il movimento.

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La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace – Lettera43

Il cosiddetto Board of Peace è un incubo geopolitico. In cui i diritti dei palestinesi vengono cancellati a colpi di rendering. Così ogni crisi umanitaria diventa un business.

Se pensavate di aver visto tutto con la diplomazia affidata ai tweet, preparatevi: siamo entrati ufficialmente nell’era della diplomazia del real estate. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi con il cosiddetto Board of Peace voluto da Donald Trump è la distopia finale del neoliberismo applicata a un campo di macerie. È un incubo geopolitico dove la sovranità si compra, la pace si appalta a fondi di private equity e i diritti umani vengono “tokenizzati” su una blockchain.

L’adesione ridotta a un sistema pay-to-play

Dimenticate le Nazioni Unite. Il Board of Peace è stato disegnato per renderle obsolete, sostituendo il diritto internazionale con le logiche di un club esclusivo a pagamento. La struttura è verticistica e padronale: Donald Trump ne è il presidente a vita, con potere di veto assoluto. Ma il vero scandalo è il meccanismo di adesione: un sistema “pay-to-play” spudorato. Vuoi un seggio permanente per decidere il destino del Medio Oriente? Il prezzo del biglietto è di 1 miliardo di dollari. In contanti. Dal multilateralismo siamo passati alle aste. Stati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, abituati a comprare influenza, si sono già messi in fila, mentre democrazie come il Canada esitano di fronte a un esborso che trasforma la diplomazia in una transazione commerciale. È la mercificazione definitiva della politica estera: chi paga comanda, chi non paga osserva. E chi sta sotto le bombe? Di quelli ce ne fottiamo. Non hanno voce. Troppo poveri e troppo palestinesi. 

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Donald Trump a Davos presenta il “Board of Peace” (Ansa).

Witkoff, il genero Kushner, Blair e gli altri

Scorrendo la lista dei membri del board, la sensazione di grottesco diventa fisica. Non ci sono pacificatori, storici o esperti di diritti umani. Ci sono immobiliaristi e finanzieri. Al centro di tutto c’è Jared Kushner, il genero-consigliere che, senza vergogna, ha definito il lungomare di Gaza una «proprietà immobiliare di grande valore» (waterfront property). Mentre la gente moriva di fame, lui guardava le mappe sognando resort di lusso. Il suo fondo, Affinity Partners, è finanziato proprio da quei Paesi arabi che siedono nel board, creando un conflitto di interessi grande quanto la Striscia stessa. Accanto a lui troviamo Steve Witkoff, un magnate del mattone di New York senza alcuna esperienza diplomatica, nominato Inviato Speciale. Un uomo che tratta la pace tra popoli come la chiusura di un deal per un grattacielo a Manhattan. E poi Sir Tony Blair, resuscitato nonostante la sua eredità tossica legata all’Iraq, per dare una patina di rispettabilità a questa operazione predatoria e il segretario di Stato Marco Rubio. Nel comitato esecutivo per Gaza, tra gli altri figurano Marc Rowan, CEO del fondo avvoltoio Apollo Global Management, e Yakir Gabay, miliardario israeliano del settore immobiliare. Personaggio che incarnano la finanziarizzazione della ricostruzione.

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Tony Blair (Ansa).

Il progetto Gaza Riviera e la “deportazione” dei palestinesi

Il cuore pulsante del progetto folle è il piano “Gaza Riviera“. A Davos, Kushner ha presentato slide generate dall’Intelligenza artificiale che mostrano la Striscia trasformata in una Dubai del Mediterraneo: grattacieli scintillanti, marine per yacht e “smart cities”. Ma dietro i rendering patinati si nasconde l’orrore. Il piano prevede la rimozione delle macerie (e con esse della memoria storica) per fare spazio a zone franche per data center e turismo d’élite. E la popolazione? Qui il cinismo raggiunge vette inesplorate. Si parla di «ricollocamento volontario» in zone sicure o Paesi terzi, una perifrasi elegante per la deportazione di massa vietata dalla IV Convenzione di Ginevra. Per chi possiede terre, la proposta è la “tokenizzazione”: cedere i diritti di proprietà reali in cambio di “token digitali” e un pugno di dollari (5.000 e sussidi), trasformando titoli fondiari storici in crypto-asset volatili. È un esproprio 2.0, una pulizia etnica digitale venduta come innovazione finanziaria. Esperti legali e organizzazioni come CAIR e Trial International hanno già definito questo schema un potenziale crimine di guerra e un saccheggio legalizzato.

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Un frame tratto dalla diretta video della Casa Bianca mostra una delle slide mostrate da Jared Kushner, nel suo intervento a Davos (Ansa).

Se a garantire la ricostruzione è un club di autocrati

E chi sono i garanti di questo piano? Un “Club degli Autocrati” a cui venerdì ha aperto anche Giorgia Meloni. E dire che il board finora ha attratto regimi che figurano agli ultimi posti di ogni indice di democrazia. Dall’Arabia Saudita all’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti all’Azerbaigian di Aliyev (fresco di pulizia etnica in Nagorno-Karabakh), fino all’Ungheria di Orbàn e alla Bielorussia di Lukashenko. Mentre le democrazie europee come Francia e Norvegia si sfilano disgustate, il Board of Peace diventa una lavanderia reputazionale per dittatori o aspiranti tali, felici di pagare il biglietto d’ingresso per sedere al tavolo di Trump. La legittimità democratica è assente; la rappresentanza palestinese è affidata a un comitato tecnocratico (NCAG) guidato da Ali Sha’ath, privo di mandato popolare e visto da molti come un mero esecutore testamentario della sovranità palestinese. Come se l’orrore legale e umano non bastasse, c’è l’aspetto estetico e morale che scivola nel grottesco puro. Trump quasi un anno fa aveva rilanciato un video generato dall’IA che mostrava una “Gaza del futuro” surreale: statue d’oro giganti, Elon Musk sotto una pioggia di banconote e, in un tocco di delirio kitsch, uomini barbuti che ballano in bikini. Nato forse come satira, nelle mani del Presidente è diventato propaganda ufficiale. È la banalizzazione suprema della tragedia: mentre a Gaza si muore di fame e freddo tra le tende, il mondo osserva Trump e Netanyahu che sorseggiano cocktail a bordo piscina. È la gamification del genocidio.

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Una slide sulla nuova Rafah che avrebbe in mente Jared Kushner (Ansa).

Ogni crisi umanitaria rischia di diventare un affare

Il Board of Peace nei fatti è un piano di liquidazione. Tratta un popolo come un inquilino moroso da sfrattare per ristrutturare l’immobile e aumentarne il valore di mercato. Ignora sistematicamente il diritto all’autodeterminazione, la sovranità e le leggi di guerra, sostituendole con contratti smart e accordi privati. Se questo modello dovesse passare, creerà un precedente devastante: ogni crisi umanitaria diventerà un’opportunità di investimento, ogni territorio devastato una asset class da tokenizzare. Non siamo di fronte solo a una cattiva politica estera, sarebbe troppo facile. Qui siamo di fronte alla cancellazione della politica stessa in favore del profitto più brutale. E il silenzio, o la complicità, di chi dovrebbe opporsi è forse l’aspetto più spaventoso di tutti.

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Alloggi per studenti, gli affitti rallentano ma il diritto allo studio resta un lusso: l’analisi sui numeri di HousingAnywhere

Il mercato degli affitti per studenti rallenta. Non perché sia diventato più giusto, ma perché ha smesso di trovare qualcuno disposto a pagare ancora di più. I numeri dell’ultimo trimestre 2025 certificano una correzione che arriva dopo anni di rincari fuori scala: le stanze scendono in media del 3,1%, gli appartamenti dell’1,3%, i monolocali del 4,4%. L’International Rent Index by City di HousingAnywhere (piattaforma europea di affitti per gli studenti) mostra una frenata oggettiva. Ma, a ben vedere, il sistema si è fermato contro il muro della capacità di spesa.

Europa: il mercato rientra, la disuguaglianza resta

Nel Nord Europa i prezzi calano dopo aver superato ogni soglia di sostenibilità. Amsterdam resta la città più cara, con stanze attorno ai 990 euro al mese. Subito dietro Rotterdam e Monaco di Baviera, mentre Parigi continua a occupare stabilmente la fascia alta. Qui il rallentamento racconta la fine di un ciclo: per anni i canoni sono cresciuti molto più dei redditi e ora la domanda si è semplicemente ritirata.

Dall’altra parte del continente la fotografia è opposta. Budapest e Atene oscillano tra 370 e 400 euro, Valencia e Porto restano sotto i 500. La distanza tra città universitarie europee continua a tradursi in una differenza secca: studiare in alcune capitali costa il doppio che in altre. La mobilità studentesca segue il prezzo di una stanza più di qualunque strategia accademica.

Il rientro più netto si vede nei mercati che avevano spinto di più. In Germania le stanze crollano a doppia cifra in diverse città: Amburgo, Berlino, Stoccarda, Francoforte. Il segmento che soffre maggiormente è quello dei monolocali, diventati un lusso rinviabile. Quando il costo della vita cresce, la privacy è la prima voce a saltare. La condivisione torna una necessità.

Italia: stessa media, tre Paesi diversi

In Italia la media nazionale come sempre nasconde fratture profonde. Milano resta la città più cara, con una stanza a 664 euro, ma registra un calo che segnala saturazione. Bologna segue a 655 euro, con una discesa più marcata dopo anni di tensione continua. Firenze scende a 600 euro, mentre Torino rimane stabile attorno ai 530, confermandosi l’ultima grande città ancora relativamente accessibile.

Poi c’è Roma. Qui accade l’opposto. Le stanze crescono del 4,8% e arrivano a 650 euro, in piena controtendenza. L’effetto Giubileo ha svuotato il mercato degli affitti di lungo periodo, spingendo migliaia di immobili verso il breve termine. Meno offerta per studenti, più rendita turistica, prezzi che salgono anche mentre il resto d’Europa rallenta. I monolocali romani, intanto, scendono: segno di un mercato deformato dall’aspettativa dell’evento e non dalla domanda reale.

Anche dove le stanze tengono, altre voci esplodono. A Torino gli appartamenti crescono oltre il 20% in un solo anno. A Milano restano sopra i 1.700 euro, a Bologna superano i 1.600. La pressione si sposta, non scompare. Cambia forma.

La correzione che non restituisce accessibilità

Il punto resta uno. Tra Milano, Bologna e Roma una stanza costa ormai sempre intorno ai 650 euro. Il rallentamento percentuale non sposta questa soglia. Per uno studente fuorisede significa che l’affitto continua a divorare la parte principale del bilancio mensile. La correzione dei prezzi segnala che il mercato ha finito lo spazio per spingere, non che abbia iniziato a includere.

Il risultato è una selezione silenziosa. Le università competono sui ranking, ma gli studenti scelgono in base al prezzo di un letto. Dove l’offerta resta scarsa e il pubblico arretra, l’accesso allo studio diventa una questione di reddito familiare. La frenata degli affitti arriva tardi, dopo lo strappo. E non rimette in carreggiata chi è già rimasto indietro.

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