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Pd, Campania prigioniera del sistema De Luca: il paradosso di un partito che paga ai cacicchi il prezzo della governabilità

In Campania il Partito Democratico continua a vincere, ma senza governare davvero se stesso. Le elezioni regionali del 2025 hanno consegnato al centrosinistra una maggioranza ampia, costruita attorno alla candidatura di Roberto Fico, ma il risultato politico resta un altro: l’impossibilità strutturale del Pd di emanciparsi dal sistema di potere costruito da Vincenzo De Luca. Un potere che si è formalmente ritirato dalla guida della Regione, ma che continua a determinare gli equilibri del partito, delle liste e delle maggioranze.

Il compromesso che ha reso possibile la vittoria regionale ha infatti lasciato intatto il nodo centrale. De Luca ha rinunciato al terzo mandato, ma ha mantenuto il controllo della filiera politica: la segreteria regionale affidata al figlio, una rete di consiglieri fedelissimi, liste civiche capaci di muovere consenso autonomo. I numeri parlano chiaro. Sommando il peso delle liste direttamente riconducibili al governatore uscente e quello delle aree riformiste alleate, emerge una quota di elettorato decisiva, superiore a quella del Pd “puro” e nettamente più solida del radicamento del Movimento 5 Stelle. La vittoria, dunque, arriva ma l’autonomia politica del partito, no.

Il feudo dentro il Pd

La Campania rimane per i dem un paradosso permanente. La segreteria nazionale guidata da Elly Schlein ha costruito la propria identità sulla rottura con il cacicchismo territoriale, sulla fine dei potentati personali, sul ricambio delle classi dirigenti. In Campania, però, il Pd funziona secondo logiche opposte. Il partito regionale risponde a un centro di potere familiare, mentre la linea nazionale resta priva di strumenti reali per incidere.

Il caso Salerno spiega chiaramente il cortocircuito. Le dimissioni del sindaco Vincenzo Napoli, maturate in un contesto politico e temporale chirurgico, aprono la strada al ritorno di De Luca nella sua roccaforte. Un’operazione che non riguarda solo una città ma mette alla prova l’intero impianto del Pd. Concedere il simbolo significherebbe legittimare un modello di governo personale che il partito dichiara di voler superare. Negarlo significherebbe assistere a una candidatura vincente contro il Pd, nel cuore del deluchismo, con un effetto demolitorio sull’autorità della segreteria nazionale.

E in questo equilibrio forzato il partito rimane ostaggio dei propri numeri. Vince perché accetta il compromesso. Governa perché rinuncia allo scontro. Ma ogni rinvio rafforza il sistema che dovrebbe essere superato.

I riformisti e la linea di frattura

Dentro questo scenario si muove l’altra faglia, quella solita dei riformisti. In Campania l’area che fa riferimento alla minoranza dem ha intensificato la propria presenza, costruendo un asse con amministratori locali, sindaci e apparati territoriali. La strategia è evidente: costruire un partito degli amministratori, capace di pesare come contropotere interno alla segreteria Schlein. Non è una vera e propria sfida frontale ma una pressione costante, giocata sui territori dove il consenso si organizza.

Il punto politico è che, anche qui, la linea di frattura passa sopra il nodo De Luca. I riformisti non mettono in discussione il sistema di potere campano; anzi lo considerano una risorsa da gestire. La rottura, semmai, è con la segreteria nazionale, accusata di non comprendere la “realtà dei territori”. Una formula che in Campania ha un significato preciso: accettare il feudalesimo come prezzo della governabilità.

Il risultato è un Pd che in Campania vive in una condizione di scissione silenziosa. Da una parte una linea nazionale che parla di rinnovamento; dall’altra un blocco politico che pratica la continuità, forte dei voti e delle reti locali. La Regione diventa così un laboratorio al contrario: dimostra che il centrosinistra può vincere al Sud, ma anche che il Pd, senza una scelta netta, resta prigioniero dei suoi signori locali. E ogni vittoria, in queste condizioni, somiglia sempre di più al rinvio della solita, cronica, deludente, resa dei conti interna. 

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Un ricercato internazionale al tavolo di pace per Gaza

Nel “Board of peace” promosso da Donald Trump per Gaza siede Benjamin Netanyahu. Un premier ricercato dalla Corte penale internazionale viene accolto come interlocutore legittimo di un tavolo che si autodefinisce di pace. È un fatto politico, prima ancora che simbolico. Ed è il punto da cui partire.

Giorgia Meloni resta fuori. Non per un’improvvisa cautela morale, non per una svolta sul genocidio. Resta fuori perché entrare significherebbe esporsi a un cortocircuito ingestibile. L’Italia è Stato parte dello Statuto di Roma. Partecipare a un organismo che normalizza la presenza di un ricercato CPI apre una faglia istituzionale evidente: davanti al Parlamento, al Quirinale, ai partner europei. Una faglia che non si chiude con una nota diplomatica.

C’è poi il livello europeo. Il board nasce fuori da qualsiasi mandato Onu, come struttura parallela e personalistica. Nelle stesse ore l’Unione europea protesta per la demolizione di un compound delle Nazioni Unite a Gerusalemme Est, richiamando la Convenzione sulle immunità Onu. Da una parte si colpisce fisicamente il perimetro delle Nazioni Unite, dall’altra si costruisce una “pace” che delle Nazioni Unite fa a meno. Entrarci avrebbe significato rompere il fragile equilibrio europeo.

Infine l’immagine. Sedersi a un tavolo con Netanyahu e con Trump regista avrebbe prodotto una fotografia impossibile da spiegare a Bruxelles e ingestibile in casa. Meloni sceglie l’unica opzione che riduce i danni: non firmare, non esporsi, rinviare.

Intanto Gaza resta sullo sfondo come spazio amministrato. I convogli umanitari continuano, numerati, ordinati. La sopravvivenza viene gestita come logistica. La politica si svolge altrove, dove la parola “pace” viene pronunciata accanto a un mandato di arresto internazionale senza che nessuno senta il bisogno di spiegare la contraddizione.

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Referendum, il governo esclude dal voto cinque milioni di fuorisede: così si rischia di alterare gli equilibri della consultazione

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere dei magistrati nasce già con un corpo elettorale amputato. Cinque milioni di cittadini italiani che studiano, lavorano o si curano in un comune diverso da quello di residenza non potranno votare. La causa dell’esclusione è una decisione politica assunta dal governo nonostante numeri, strumenti e precedenti avessero già dimostrato la praticabilità del voto fuorisede. I numeri sono noti, gli strumenti esistono, i precedenti pure. Quindi la rinuncia è deliberata.

Parliamo di una platea pari a oltre il dieci per cento del corpo elettorale. Se fosse una regione, sarebbe tra le più popolose del Paese: studenti universitari, lavoratori precari, insegnanti con incarichi annuali, operatori sanitari, persone in mobilità sanitaria. Una parte strutturale dell’Italia reale. A loro viene chiesto di rientrare nel comune di residenza per votare, affrontando costi di viaggio che oscillano tra i 200 e i 400 euro, tempi incompatibili con lavoro e studio, ostacoli materiali che trasformano il diritto di voto in una prestazione a pagamento. Il principio costituzionale del voto “personale ed eguale”, sancito dall’articolo 48, diventa così subordinato al reddito e alla disponibilità di tempo.

Un referendum senza quorum e un voto che pesa doppio

Il dato centrale, che il governo evita accuratamente di affrontare, è la natura della consultazione. Il referendum del 2026 è confermativo, ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione. Non prevede quorum. Vince chi prende un voto in più. In questo contesto, ogni esclusione pesa in modo determinante sull’esito finale. Impedire a milioni di cittadini di votare non invalida formalmente la consultazione, ma ne altera gli equilibri politici e la legittimazione democratica.

Il paradosso è reso ancora più evidente dai precedenti recenti. Nel 2024, per le elezioni europee, e nel 2025, per i referendum su lavoro e cittadinanza, il governo aveva introdotto sperimentazioni di voto nel comune di domicilio. Nel 2025 l’estensione aveva riguardato studenti, lavoratori e persone in cura. I dati del Ministero dell’Interno mostrano che oltre 67 mila cittadini avevano presentato domanda, con un tasso di partecipazione vicino al 90 per cento tra gli ammessi al voto. Quando l’ostacolo viene rimosso è evidente che la partecipazione cresce in modo netto. Quel modello ha funzionato. Il sistema ha tranquillamente retto. I comuni hanno gestito seggi e liste senza criticità strutturali.

La scelta del governo e l’anomalia italiana

Nonostante questo, il ministero dell’Interno ha escluso la possibilità di replicare l’esperienza per il referendum costituzionale, sostenendo l’assenza di una base legislativa e una valutazione costi-benefici ritenuta sfavorevole. È una linea che ignora i dati più recenti e seleziona quelli meno significativi. La stessa maggioranza che ha fatto ricorso più volte alla decretazione d’urgenza sceglie di non utilizzarla quando si tratta di ampliare il diritto di voto.

Nel frattempo, una legge delega approvata dalla Camera nel 2023 resta bloccata al Senato. Una proposta di legge di iniziativa popolare, promossa da The Good Lobby, Will Media e dalla rete Voto Fuorisede, ha raccolto oltre 50 mila firme ed è stata incardinata in Commissione Affari costituzionali, ma senza tempi compatibili con il voto di marzo. Anche qui, il fattore decisivo è politico, non tecnico.

L’Italia resta così un’eccezione negativa nel panorama europeo. Germania, Francia, Spagna e Regno Unito prevedono forme di voto postale, per delega o anticipato. L’Estonia utilizza il voto elettronico. In Italia votano per corrispondenza i cittadini iscritti all’AIRE, residenti all’estero, mentre chi vive a Torino ed è residente a Reggio Calabria deve tornare a casa o rinunciare. Una disparità che solleva interrogativi evidenti sul principio di uguaglianza.

Il referendum sulla giustizia si avvia così a essere ricordato anche per questo: una riforma costituzionale votata senza una parte rilevante del Paese. Cinque milioni di cittadini trasformati in spettatori forzati. L’astensionismo che ne deriverà non sarà una scelta. Avrà un indirizzo preciso e una responsabilità politica altrettanto chiara.

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Dalla Casa Bianca al caos climatico: un anno di demolizioni firmate Trump

Un anno basta per misurare gli effetti di una guerra dichiarata senza bisogno di bombe. Dal 20 gennaio 2025, giorno dell’insediamento di Donald Trump, la crisi climatica è diventata un bersaglio politico interno e internazionale. Il ritiro dagli accordi multilaterali è stato solo il gesto più visibile. Il resto è avvenuto sotto traccia, tra tagli, smantellamenti e silenzi amministrativi.

In dodici mesi gli Stati Uniti hanno progressivamente disarmato se stessi. Università e agenzie federali ridotte, programmi cancellati, dati rimossi. Climate.gov oscurato. L’Agenzia per la protezione ambientale privata di strumenti su aria, acqua e resilienza. La National Oceanic and Atmospheric Administration, snodo globale per il monitoraggio climatico e meteorologico, svuotata di personale e competenze: secondo il Guardian la sola Noaa ha perso l’equivalente di 27.000 anni di esperienza accumulata. Un patrimonio dissolto senza bisogno di voti parlamentari.

Gli effetti hanno superato il perimetro ideologico. Meno prevenzione significa più morti. Gli incendi in California hanno trovato squadre sotto organico, stipendi ridotti, attività di prevenzione calate del 38 per cento secondo Grassroots Wildland Firefighters. La FEMA, agenzia chiave per la risposta ai disastri, è entrata nella stagione degli uragani senza leadership e senza un piano operativo. In Texas, dopo l’esondazione del Guadalupe, sono servite 72 ore per autorizzare i soccorsi federali: 135 morti. In Alaska una tempesta catastrofica è arrivata senza preavviso adeguato perché le sonde erano state smantellate.

La guerra al clima ha avuto anche una proiezione esterna. Con il memorandum del 7 gennaio, Washington ha disposto l’uscita da oltre sessanta organismi internazionali legati a clima, energia e ambiente, dall’UNFCCC all’IPCC, accusati di “radicalismo”. La National Security Strategy di dicembre li ha liquidati come investimenti improduttivi.

Il riscaldamento globale, però, resta. Cresce mentre si smette di studiarlo. E ogni struttura demolita oggi è una capacità di risposta in meno domani. Demolire è rapido. Ricostruire richiede tempo, competenze e fiducia. Tre risorse che questo anno di guerra ha sistematicamente eroso.

Buon mercoledì.

Foto WP

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Disabilità e lavoro, spunta un decreto che sposta l’inclusione fuori dalle aziende

Tu guarda, a volte, le coincidenze. Succede con la legge 29 dicembre 2025, n. 198, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 30 dicembre, dentro un decreto che prometteva sicurezza sul lavoro e che invece, all’articolo 14-bis, riscrive una parte centrale del diritto al lavoro delle persone con disabilità. Si riscrive alleggerendo un obbligo per le imprese e appesantendo, come effetto collaterale, le vite di chi da quell’obbligo avrebbe dovuto trarre inclusione.

La modifica riguarda la legge 68 del 1999, quella che aveva introdotto il collocamento mirato come strumento per portare le persone con disabilità dentro le aziende ordinarie, valutando capacità residue e adattamenti necessari. Fino a ieri, nelle aziende con più di cinquanta dipendenti, la quota di assunzioni “esternalizzabili” tramite convenzioni con soggetti terzi era fissata al 10 per cento. Dal 1° gennaio 2026 quella soglia sale al 60 per cento. Sei lavoratori con disabilità su dieci possono essere formalmente assunti altrove, mentre l’azienda principale risulta in regola senza mai incrociare quelle presenze nei propri corridoi.

I numeri dell’esclusione normalizzata

Il meccanismo è tecnico, l’effetto molto meno. Secondo i dati diffusi dalla Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro), nel 2023 le persone iscritte alle liste del collocamento mirato erano 880.997. Un numero che racconta già un sistema inceppato, dove molte imprese preferiscono pagare sanzioni piuttosto che assumere. La nuova norma non corregge quella tendenza, la rende più conveniente. Come ha spiegato Valerio Serino, responsabile Politiche per il lavoro e l’inclusione delle persone con disabilità della Cgil nazionale, l’aumento delle convenzioni «rischia di segregare e marginalizzare ulteriormente le persone con disabilità, delegando l’inclusione a soggetti terzi».

Il dettaglio più istruttivo sta nei passaggi che scompaiono. La riforma elimina, in diversi casi, l’obbligo di acquisire il parere del Comitato tecnico, l’organo multidisciplinare previsto dalla legge 68/1999 per valutare la compatibilità tra mansione, ambiente di lavoro e condizioni della persona. Una semplificazione che arriva, paradossalmente, in un decreto dedicato alla salute e sicurezza. Per tutti, tranne per chi lavora con una disabilità.

Inclusione per procura

Il perimetro dei soggetti con cui stipulare convenzioni si allarga, includendo anche datori di lavoro privati non soggetti all’obbligo di assunzione e società benefit, imprese formalmente orientate a obiettivi di utilità sociale ma strutturate come soggetti a scopo di lucro. Nasce così una figura già definita dagli analisti come “datore di lavoro passeggero”: un soggetto che assume formalmente la persona con disabilità solo finché dura la commessa finanziata dall’azienda obbligata. Se la commessa finisce, finisce anche l’inclusione.

Le associazioni di rappresentanza parlano di una regressione culturale prima ancora che giuridica. La Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap), per voce del presidente Vincenzo Falabella, ha ricordato che la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, tutela il diritto al lavoro in ambienti aperti, inclusivi e accessibili. Spostare la maggioranza delle assunzioni fuori dalle aziende ordinarie significa normalizzare la separazione. La Fand (Federazione tra le associazioni nazionali delle persone con disabilità), con il presidente Nazaro Pagano, sottolinea come l’occupazione delle persone con disabilità resti strutturalmente più bassa rispetto al resto della popolazione, mentre il mercato del lavoro cresce.

Il risultato è un sistema dove l’inclusione diventa una voce di bilancio, gestibile per procura. Le imprese ottengono flessibilità, i numeri tornano, i certificati pure. Ma le persone restano altrove. Non  sono fuori dal mercato del lavoro, formalmente. Restano fuori dalle aziende, dai percorsi di carriera, dai contesti dove il lavoro dovrebbe essere anche partecipazione sociale. È una soluzione elegante, pulita, amministrativamente impeccabile. E dice molto di cosa, oggi, viene considerato un problema da spostare.

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Addio a Robert Hunter, l’ambasciatore Usa che aveva previsto la crisi della Nato. E dove stava andando l’Occidente

È morto Robert E. Hunter. Aveva 85 anni. Per trent’anni è stato una delle voci più sobrie della politica estera americana, una di quelle che parlavano quando Washington preferiva applaudire se stessa. Oggi vale la pena rileggerlo perché aveva descritto con precisione il punto in cui saremmo arrivati: una Nato più larga e più fragile, un’Europa divisa e una guerra tornata strutturale nel suo cuore.

Hunter era stato ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato tra il 1993 e il 1998, nel momento in cui l’Alleanza doveva decidere cosa diventare dopo la fine della Guerra fredda. La sua posizione era netta. Difendeva la Nato e avvertiva che l’allargamento verso Est, se scollegato da una strategia di integrazione della Russia, avrebbe prodotto instabilità. In più occasioni spiegò che l’obiettivo strategico non poteva essere una Nato semplicemente più grande, ma «un’Europa sicura nel suo insieme, capace di trovare un modo per includere la Russia». Un’impostazione che nasceva da una lettura storica precisa: «Escludere la Russia da un nuovo ordine di sicurezza europeo sarebbe un errore fatale», ammoniva, richiamando esplicitamente il precedente del Trattato di Versailles.

L’alternativa ignorata

L’alternativa proposta da Hunter aveva un nome preciso: Partenariato per la Pace. Non una sala d’attesa per l’adesione, ma uno strumento centrale. Lo definiva «uno strumento di prima classe», pensato per rendere la distinzione tra alleati e partner «sottile come una lama di rasoio». Cooperazione militare, interoperabilità, consultazioni di sicurezza senza estendere automaticamente l’articolo 5. Un sistema che avrebbe permesso anche a Ucraina e Russia di muoversi dentro un quadro condiviso, evitando la costruzione di nuove linee di frattura.

Mosca aderì nel 1994 e Boris Eltsin lo interpretò come un passo reale verso quella «Europa intera e libera» evocata da George H. W. Bush. Quel progetto venne però progressivamente svuotato, mentre a Washington prendeva corpo una logica diversa: l’allargamento come segnale politico e come conferma del primato americano. Hunter rimase leale, negoziò l’ingresso dei primi nuovi membri nel 1999, ma non nascose mai il dissenso di fondo, parlando apertamente di una deriva «più trionfalista che stabilizzante».

La promessa che ha rotto tutto

Il punto di rottura, secondo Hunter, arrivò nel 2008. Il vertice Nato di Bucarest promise che Ucraina e Georgia «diventeranno membri», senza offrire alcuna garanzia concreta. Una promessa senza copertura. Hunter la definì senza giri di parole «follia geopolitica» e «malpractice diplomatica»: una scelta che superava deliberatamente le linee rosse russe senza aumentare la sicurezza di Kiev o Tbilisi. Sedici anni dopo, la guerra in Ucraina ha dato corpo a quella previsione.

Hunter non giustificava l’invasione russa, ma rifiutava la narrazione dell’aggressione improvvisa. Spiegava che l’Occidente aveva «ingannato Kiev promettendo ciò che non aveva alcuna reale intenzione di mantenere», minando così la propria credibilità strategica.

Negli ultimi anni aveva allargato lo sguardo alla crisi dell’Alleanza nel suo complesso. Descriveva una Nato intrappolata nella propria retorica, incapace di allineare promesse e disponibilità reale al rischio. Continuare a evocare l’articolo 5, diceva, mentre si moltiplicano eccezioni politiche e ambiguità strategiche, significa svuotarlo dall’interno. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, quelle crepe sono diventate fratture: la crisi sulla Groenlandia, le minacce agli alleati, l’indifferenza verso le consultazioni previste dall’Alleanza rappresentano per lui il sintomo finale di un errore più profondo, quello di aver trasformato un’architettura difensiva in uno strumento transazionale di potere.

Rileggere Robert Hunter oggi serve a questo: capire che la crisi atlantica non nasce dall’improvvisazione di un leader, ma da scelte stratificate nel tempo. La sua eredità non è una nostalgia per un mondo perduto, ma un metodo. La credibilità richiede limiti, ripeteva. Promettere ciò che non si è disposti a difendere distrugge la deterrenza più rapidamente di qualsiasi nemico esterno. Hunter aveva capito dove stavamo andando. Il problema è che, mentre parlava, l’Occidente aveva già smesso di ascoltare.

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Avanza il Board of Peace. Con le ruspe sull’Onu

La ruspa entra nel compound Onu a Gerusalemme Est con la stessa calma di un atto d’ufficio. L’operazione viene presentata come sequestro legale, privo di immunità, inserito nelle prerogative dello Stato. L’Unrwa parla di violazione del diritto internazionale e di attacco diretto alla propria missione. Il risultato resta visibile: la presenza delle Nazioni Unite nei Territori occupati viene ridotta in macerie, alla luce del giorno, davanti alle telecamere.

A Gaza, nello stesso tempo, muore una bambina di sette mesi. Si chiamava Shatha Abu Jarad. La causa è il freddo. Le tende offrono isolamento insufficiente, i generatori arrivano a intermittenza, il carburante resta razionato, gli aiuti si accumulano ai varchi. Dall’inizio dell’inverno i bambini morti per ipotermia risultano almeno nove, secondo le autorità sanitarie locali. Oggi nessun bombardamento, nessun jet, nessuna esplosione. Il clima svolge il suo lavoro dentro un sistema bloccato. Il freddo diventa una funzione della gestione.

Poi c’è Rafah. Mentre a Washington e Tel Aviv prende forma il “Board of Peace”, tra governance futura e ricostruzione, il confine resta chiuso. Secondo la stampa israeliana, la decisione ha anche un valore politico: segnale contro la presenza di Turchia e Qatar nel nuovo organismo, leva sugli ostaggi, messaggio agli alleati. La pace come tavolo, il passaggio come rubinetto. Chi decide siede lontano. Chi aspetta resta dentro.

In sottofondo scorrono numeri che raramente aprono i notiziari. Oltre 9.350 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Cinquantatré donne, circa 350 minori. Più di 3.300 in detenzione amministrativa, senza accuse formali e senza processo. Una contabilità in crescita mentre il discorso pubblico parla di futuro.

Le ruspe sull’Onu, i bambini uccisi dal freddo, i cancelli serrati durante i vertici sulla pace. Una linea coerente attraversa tutto: la gestione quotidiana di una popolazione trattata come pratica amministrativa, mentre il lessico internazionale continua a chiamarla transizione.

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La pace per Gaza Trump, Blair, Putin e perfino Netanyahu

Il Board of Peace per Gaza viene annunciato a Washington e raccontato come struttura di transizione. A presiederlo è Donald Trump, che nel suo primo mandato ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, ha interrotto i finanziamenti statunitensi all’UNRWA e ha escluso i palestinesi da ogni canale negoziale formale. Con lui siede Jared Kushner, autore degli Accordi di Abramo e promotore di una normalizzazione regionale senza Stato palestinese, oggi gestore di un fondo privato sostenuto da capitali sovrani del Golfo.

Nel board compare Tony Blair, capo del governo britannico durante l’intervento militare in Iraq del 2003; nel 2016 l’Iraq Inquiry presieduta da John Chilcot ha stabilito che l’intelligence sulle armi di distruzione di massa fu presentata con una certezza non giustificata e che le alternative pacifiche non erano state esaurite, rilievi riconosciuti dallo stesso Blair. La gestione economica è affidata a Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management, fondo specializzato in acquisizioni e ristrutturazioni di asset in contesti di crisi.

Tra gli invitati politici è indicato Vladimir Putin, colpito da un mandato di arresto internazionale emesso nel marzo 2023 dalla Corte penale internazionale per la deportazione illegale di minori ucraini. Resta centrale Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, destinatario di una richiesta di arresto della CPI per crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati alle operazioni militari a Gaza.

Nei documenti di presentazione del board non compaiono rappresentanti eletti di Gaza, né membri dell’Autorità nazionale palestinese, né esponenti della società civile palestinese. Gaza è indicata come territorio di intervento. L’elenco dei nomi è pubblico. I precedenti anche.

Buon martedì.

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Un mondo sempre più disuguale. E l’Italia non fa eccezione: la ricchezza si concentra, la democrazia si restringe

La ricchezza cresce, ma sale sempre nello stesso punto. Si concentra, si addensa, diventa potere. Nel 2025 il numero dei miliardari nel mondo ha superato quota 3mila e il valore complessivo dei loro patrimoni ha raggiunto 18mila 300 miliardi di dollari. In un solo anno le fortune dell’élite globale sono aumentate di 2.500 miliardi, una somma che sfiora la ricchezza detenuta dalla metà più povera dell’umanità, 4,1 miliardi di persone. Il nuovo rapporto di Oxfam mette in fila i numeri di un sistema che redistribuisce verso l’alto e lascia scoperto tutto il resto.

Questa accumulazione procede mentre una persona su quattro nel mondo soffre di insicurezza alimentare e la povertà estrema torna ad aumentare in diverse aree del pianeta. La frattura non riguarda più soltanto i redditi: riguarda l’accesso al potere, alla rappresentanza, alla capacità di incidere sulle regole.

Quando la ricchezza governa

Oxfam stima che un miliardario abbia oggi 4.000 volte più probabilità di ricoprire cariche politiche rispetto a un cittadino comune. La sproporzione si estende ai media: sette delle dieci maggiori corporation mediatiche globali hanno proprietari miliardari. La ricchezza diventa infrastruttura di influenza, capace di orientare politiche fiscali, regole di mercato e dibattito pubblico.

Il 2025 offre un esempio plastico di questo intreccio. L’agenda dell’amministrazione di Donald Trump ha combinato tagli fiscali per gli ultra-ricchi, ostilità verso la tassazione internazionale delle multinazionali e resistenze a qualsiasi contenimento del potere monopolistico. Secondo Oxfam, scelte che rafforzano un’élite oligarchica globale e accelerano l’erosione democratica. Non a caso il rischio di arretramento democratico risulta sette volte più elevato nei Paesi con livelli più alti di disuguaglianza economica.

Disuguitalia, la ricchezza che sale e la povertà che resta

L’Italia si muove dentro questa traiettoria. Nel 2025 i miliardari italiani sono diventati 79 e hanno accumulato patrimoni per 307,5 miliardi di euro, con un incremento reale annuo di 54,6 miliardi, pari a 150 milioni di euro al giorno. Nello stesso arco temporale, tra il 2010 e il 2025, la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2.000 miliardi, ma il 91% dell’incremento è finito nelle mani del 5% più ricco delle famiglie. Alla metà più povera è rimasto il 2,7%.

Oggi il top 5% detiene circa la metà della ricchezza nazionale, una quota superiore allo stock complessivo posseduto dal 90% delle famiglie meno abbienti. Il rapporto tra il 10% più ricco e la metà più povera continua ad allargarsi: oltre otto a uno, contro poco più di sei quindici anni fa. La forbice cresce, si stabilizza, diventa struttura.

Lavoro debole, eredità forti

Sul piano sociale i numeri restano inchiodati. Oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta. L’incidenza aumenta tra chi vive in affitto, soprattutto nei grandi centri urbani, dove il costo dell’abitazione può assorbire oltre il 40% del reddito. La crescita occupazionale convive con un mercato del lavoro fragile: contratti intermittenti, bassa qualità dell’occupazione, salari che non recuperano l’inflazione. Tra il 2019 e il 2024 il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali ha perso 7,1 punti percentuali.

Nel frattempo prende forma una società ereditocratica. Nei prossimi dieci anni in Italia passeranno di mano patrimoni per almeno 2.500 miliardi di euro, in un sistema fiscale che continua a trattare con cautela grandi successioni e grandi patrimoni. Il carico resta concentrato sul lavoro: 49 euro su 100 di entrate fiscali arrivano dai salari, mentre ai profitti ne corrispondono 17. Il risultato è una mobilità sociale sempre più compressa.

Secondo Oxfam, l’azione del governo in carica si inserisce in questa dinamica, con politiche redistributive giudicate insufficienti e un contrasto alla povertà che ha ristretto l’accesso ai sostegni pubblici. I numeri raccontano un Paese in cui la ricchezza corre e la disuguaglianza diventa regola. Prima economica, poi politica. E infine democratica.

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Il caso La Spezia come pretesto per un nuovo decreto Sicurezza, ma i numeri smentiscono l’allarme di Salvini

Come al solito. La parola sicurezza, quando viene pronunciata da Matteo Salvini, smette di descrivere un problema e comincia a svolgere una funzione politica. Chiude il campo, rende superflui i contesti e soprattutto dimentica i dati che disturbano. È accaduto anche stavolta. L’omicidio avvenuto in una scuola di La Spezia è stato immediatamente trasformato in prova generale: della violenza giovanile e dell’inefficacia della scuola ma soprattutto della pericolosità degli stranieri. E quindi dell’urgenza di un nuovo decreto sicurezza. Un fatto singolo come diagnosi nazionale.

La costruzione dell’allarme

Le dichiarazioni del ministro seguono una traiettoria precisa. Rimpatri più rapidi per i minori stranieri non accompagnati. Provvedimenti più duri contro gli stranieri ritenuti pericolosi. Controllo sulla composizione delle classi con “troppa” presenza di studenti di origine straniera. La sequenza è nota: prima si costruisce l’allarme, poi si individua il bersaglio, infine si propone la soluzione repressiva. In mezzo, la scuola viene riscritta come spazio fuori controllo, attraversato da una violenza endemica che richiederebbe risposte eccezionali.

Il linguaggio è quello: emergenza, urgenza, tolleranza zero. Un vocabolario che funziona solo se il contesto scompare. E infatti scompare.

Il fatto isolato trasformato in paradigma

Però i fatti accertati raccontano altro. L’omicidio di La Spezia è maturato in una dinamica interpersonale, legata a una rivalità individuale, priva di legami con bande organizzate, baby gang strutturate o fenomeni seriali. Le ricostruzioni investigative hanno escluso un contesto di violenza sistemica. Non c’è una catena di eventi simili, non c’è una curva in crescita, non c’è una continuità statistica. C’è un delitto, grave, isolato.

È su questo scarto che si innesta l’operazione politica: l’eccezione diventa regola, la fragilità educativa viene rimossa, la responsabilità viene spostata. Il problema smette di essere relazionale, sociale, scolastico. Diventa identitario.

Il decreto e l’erosione delle garanzie

Il decreto sicurezza rilanciato in queste ore interviene sul diritto minorile allargando l’area del controllo penale. Estende l’arresto in flagranza anche per reati non gravissimi se commessi con violenza, introduce l’ammonimento del questore per soggetti sotto i quattordici anni, prevede sanzioni economiche per le famiglie. Sul fronte migratorio, consolida un percorso già avviato di erosione delle tutele previste dalla legge 47 del 2017: accertamenti dell’età più invasivi, accoglienza in deroga agli standard, maggiore facilità di espulsione al compimento della maggiore età.

Il principio del superiore interesse del minore viene progressivamente subordinato alle esigenze di ordine pubblico. Per questo le associazioni giuridiche e i garanti dell’infanzia hanno segnalato un arretramento delle garanzie costituzionali e convenzionali. Il diritto minorile viene piegato a una funzione di contenimento. 

I numeri che non confermano l’emergenza

I numeri sulla violenza a scuola non confermano l’allarme. Le rilevazioni Istat mostrano che nel 2014 il 19,8% degli studenti tra 11 e 17 anni dichiarava di subire atti di bullismo con cadenza almeno mensile. Nel triennio 2023-2025 la quota delle vittime “assidue” si è attestata intorno al 21%. La violenza fisica grave è rimasta statisticamente stabile nel tempo.

A crescere è stata soprattutto la componente online, il cyberbullismo, insieme alla capacità di riconoscere e denunciare gli episodi. Gli omicidi all’interno degli istituti scolastici restano eventi rarissimi, isolati, privi di continuità storica. Il salto dall’eccezione alla regola quindi non è sostenuto da alcuna evidenza statistica.

Stranieri: vittime prima che autori

Anche la sovrapposizione tra violenza giovanile e origine straniera si sbriciola davanti ai dati. Le statistiche sulla vittimizzazione indicano che gli studenti di cittadinanza straniera risultano più spesso vittime di bullismo rispetto ai coetanei italiani: il 26,8% degli studenti stranieri dichiara di subire prepotenze con frequenza almeno mensile, contro il 20,4% degli studenti italiani. In alcune collettività la percentuale sale ulteriormente, come nel caso degli studenti di nazionalità rumena (29,2%) e ucraina (27,8%). Sono dati sulla vittimizzazione, non sulla commissione di reati.

Sul versante penale, i dati del Ministero dell’Interno mostrano che i minori stranieri risultano sovra-rappresentati in alcune tipologie di reati contro il patrimonio, come furti e rapine, mentre risultano minoritari nei reati sessuali e nella violenza online. Nel biennio 2022-2023 i minori stranieri hanno rappresentato circa il 51-56% dei denunciati per reati predatori. Ma questa sovra-rappresentazione racconta soprattutto un effetto di selezione del sistema penale: i minori italiani accedono più frequentemente a misure alternative come la messa alla prova, che riduce denuncia e detenzione, mentre i minori stranieri, soprattutto non accompagnati, vengono istituzionalizzati con maggiore facilità e finiscono per pesare di più nelle statistiche ufficiali. 

La scuola come terreno di scontro

La proposta di intervenire sulla composizione delle classi completa il quadro. In molte aree del Nord la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana supera stabilmente il 30%, con punte del 50-60% in singoli plessi. Una parte consistente di questi studenti è nata in Italia, parla italiano come prima lingua, vive stabilmente nei territori. L’introduzione di tetti rigidi produrrebbe spostamenti forzati, rottura del legame scuola-quartiere, segregazione di fatto. Anche perché non esistono evidenze che colleghino la composizione etnica delle classi a una riduzione della violenza.

Le soluzioni ignorate

Nel frattempo, le risposte che funzionano restano fuori dal perimetro del decreto. Programmi strutturali di mediazione dei conflitti, presenza stabile di psicologi scolastici e mediatori culturali, riduzione del numero di studenti per classe hanno prodotto, dove applicati con continuità, una diminuzione degli episodi violenti e un miglioramento del clima scolastico. Sono interventi documentati, lenti, privi di resa simbolica immediata. Proprio per questo risultano inutilizzabili nel racconto dell’emergenza. Insomma, servirebbe più scuola e meno Salvini. 

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