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Mondiali 2026, l’Europa valuta il boicottaggio: il calcio come leva geopolitica contro Trump

L’idea circola da giorni nei palazzi europei con una formula che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata grottesca: usare il calcio come leva geopolitica contro Donald Trump. Il bersaglio sono i Mondiali Fifa 2026, organizzati negli Stati Uniti insieme a Canada e Messico. La miccia ovviamente è la Groenlandia, che l’amministrazione americana continua a trattare come un obiettivo strategico negoziabile, tra minacce di dazi e pressioni politiche sugli alleati europei. Ed è proprio in questo contesto che l’ipotesi di un boicottaggio europeo del torneo entra nel dibattito politico come strumento di deterrenza. Sarebbe una leva economica e di immagine.

La valutazione che circola tra diverse capitali Ue è lineare: la Coppa del Mondo rappresenta uno degli asset più sensibili per la Casa Bianca, un evento da miliardi di dollari e un pilastro della narrazione internazionale del secondo mandato di Donald Trump. Togliere l’Europa dal Mondiale significherebbe svuotarlo di valore sportivo, televisivo e commerciale. Per questo l’idea viene discussa come l’unico strumento capace di colpire davvero Trump, più di sanzioni o contromisure commerciali frammentate.

Il calcio come ritorsione diplomatica

Il boicottaggio prende forma sullo sfondo di una crisi transatlantica innescata dall’uso aggressivo della leva commerciale da parte di Washington. Le minacce di dazi collegate alla Groenlandia hanno spinto diversi governi europei a ragionare su risposte asimmetriche. Militarmente dipendente dagli Stati Uniti e divisa sul piano economico, l’Europa resta però dominante sul piano calcistico. E un Mondiale senza Germania, Francia, Inghilterra, Spagna e Paesi Bassi perderebbe il suo asse competitivo e gran parte dell’interesse globale.

Le prese di posizione politiche iniziano a emergere. In Germania, esponenti della CDU parlano apertamente del boicottaggio come “ultima risorsa” in caso di escalation. In Francia, il ministero dello Sport mantiene una linea prudente, ma una parte del Parlamento pone una questione di legittimità politica: partecipare a un torneo ospitato da un Paese che minaccia apertamente un alleato europeo. Nei Paesi Bassi, la mobilitazione è partita con una petizione pubblica che chiede alla federazione di ritirarsi. Tutti ribadiscono lo stesso passaggio formale: la decisione spetterebbe alle federazioni sportive, non ai governi. Una distinzione che serve banalmente a evitare lo scontro diretto con i regolamenti FIFA sull’interferenza politica.

FIFA, Infantino e il nervo scoperto

Il nodo centrale è la posizione della FIFA, sempre più percepita in Europa come sbilanciata verso la Casa Bianca. Le scelte simboliche e operative degli ultimi mesi hanno scalfito l’idea di neutralità, rendendo credibile uno scontro frontale con le federazioni europee. Per questo la Uefa valuta scenari di risposta collettiva: un’azione coordinata renderebbe quasi impossibile colpire singole federazioni senza danneggiare l’intero sistema calcistico globale.

I numeri spiegano perché la minaccia viene presa sul serio. I ricavi del ciclo mondiale dipendono in modo strutturale dall’Europa: diritti televisivi, sponsor, turismo sportivo ad alta capacità di spesa. Un’assenza europea attiverebbe clausole di rimborso con i principali broadcaster e ridurrebbe drasticamente il valore commerciale del torneo. Anche l’impatto economico sugli Stati Uniti verrebbe ridimensionato: senza tifosi europei, verrebbe meno una delle principali fonti di entrate per città ospitanti, hotel e compagnie aeree.

Il boicottaggio resta, per ora, una minaccia. Ma il solo fatto che venga discusso segna una rottura. Il calcio entra esplicitamente nel campo delle ritorsioni geopolitiche. Se la crisi sulla Groenlandia dovesse riaccendersi, l’Europa ha già individuato dove colpire. E questa volta il bersaglio vale miliardi.

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Asili nido, il Pnrr arranca: tra ritardi, fondi europei non spesi e servizi pubblici a rischio

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, sul capitolo asili nido e servizi per l’infanzia, procede a passo fermo. I numeri ufficiali raccontano una traiettoria che si allontana dagli obiettivi dichiarati. A pochi mesi dalla scadenza del giugno 2026, la Missione 4 del Pnrr mostra un accumulo di ritardi che trasforma l’investimento bandiera sul welfare educativo in una sequenza di fondi non spesi, cantieri incompiuti e strutture a rischio inutilizzo.

Il ridimensionamento è già avvenuto sulla carta. L’obiettivo iniziale di oltre 260 mila nuovi posti tra asili nido e scuole dell’infanzia è stato ridotto a circa 150 mila con la rimodulazione concordata a Bruxelles nel dicembre 2023. Anche le risorse sono scese, da 4,6 a poco più di 3,2 miliardi di euro. La revisione è stata motivata con l’aumento dei costi e le difficoltà nelle gare, ma il risultato misurabile è un piano meno ambizioso e comunque in affanno.

Cantieri lenti e risorse bloccate

Lo stato di avanzamento finanziario conferma la criticità. A fine 2024 risultava spesa poco più di un quarto delle risorse disponibili; le rilevazioni successive indicano che la percentuale resta lontana dalla soglia necessaria per rispettare il cronoprogramma europeo. I cantieri aperti sono numerosi, ma solo una quota minima delle opere risulta completata e collaudata. Oltre il 60 per cento dei progetti accumula ritardi sulla fine lavori e una parte deve ancora avviare i cantieri, quando il conto alla rovescia verso il 2026 è già iniziato.

Il rallentamento è sistemico. L’aumento dei prezzi delle materie prime ha reso insufficienti i quadri economici originari, costringendo i comuni a rivedere progetti e a cercare risorse integrative. A questo si aggiunge una capacità amministrativa ridotta: gli enti locali, soprattutto i più piccoli, si trovano a gestire una mole di investimenti straordinaria con organici tecnici depotenziati da anni. Il risultato è una catena di proroghe, rinvii e riallocazioni che congela la spesa e comprime i tempi effettivi di realizzazione.

Il rischio delle “scatole vuote”

Il nodo centrale, segnalato con insistenza dalla Cgil, va oltre la costruzione degli edifici. Il Pnrr finanzia i muri, non la gestione. La spesa corrente per personale, utenze e funzionamento resta a carico dei bilanci comunali, già compressi dai vincoli di finanza pubblica. È qui che prende forma il rischio delle “scatole vuote”: strutture nuove che, anche se consegnate in tempo, potrebbero restare chiuse per mancanza di educatori e risorse stabili.

Le difficoltà emergono con maggiore forza nei territori che avrebbero più bisogno dell’intervento. Nel Mezzogiorno, dove la copertura dei nidi resta ben al di sotto degli standard europei, i pagamenti Pnrr procedono più lentamente. Sicilia, Calabria e Campania registrano livelli di spesa inferiori alla media, mentre solo poche regioni del Nord superano la metà delle risorse utilizzate. La dimensione dei comuni pesa: quelli più piccoli faticano a partecipare ai bandi e a sostenere iter amministrativi complessi, con un effetto selettivo che penalizza le aree più fragili.

Ed è qui che si inserisce il tema della gestione esternalizzata. L’impossibilità di assumere personale pubblico spinge molti enti locali verso concessioni e affidamenti a soggetti privati o del terzo settore. Il rischio segnalato dal sindacato riguarda la precarizzazione del lavoro educativo e l’aumento delle rette per le famiglie, con una progressiva riduzione del carattere universale del servizio. Una traiettoria che, letta insieme ai tagli agli obiettivi e ai ritardi strutturali, restituisce l’immagine di un Pnrr che arretra proprio mentre proclama la centralità della natalità e dell’occupazione femminile.

I dati parlano chiaro. L’investimento nasceva per colmare divari storici e sostenere i diritti educativi fin dai primi anni di vita. Oggi, a ridosso della scadenza europea, il rischio concreto è quello di consegnare all’Europa un rendiconto formale e al Paese un sistema incompleto, dove le risorse straordinarie hanno costruito contenitori fragili. La distanza tra annunci e attuazione si misura in percentuali di spesa e cantieri in ritardo, ma si traduce soprattutto in servizi pubblici sacrificati lungo il percorso.

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A Davos si fa il plastico, a Gaza si brucia la plastica

A Davos si costruisce il plastico. A Gaza si brucia plastica per scaldarsi. È il contrasto che regge tutta la giornata e rende superfluo ogni commento aggiuntivo. Mentre il Board of Peace si presenta come laboratorio del “dopo”, a Khan Younis le famiglie rovistano tra i rifiuti per accendere un fuoco che tolga il gelo dalle ossa. Lo raccontano le agenzie senza aggettivi, come se fosse un dato di contesto. È invece il centro della scena: la pace promessa in Svizzera e la sopravvivenza improvvisata nella Striscia stanno su due pianeti diversi.

Il primo test concreto arriva da Rafah. Ali Shaath annuncia la riapertura del valico “in entrambe le direzioni” per la prossima settimana. Israele risponde con una formula sospesa, “valuteremo”. Il lato palestinese resta sotto controllo militare israeliano. In mezzo, la cronaca che smonta il palco. Tre giornalisti uccisi mentre viaggiavano in auto, tra loro un collaboratore dell’AFP. L’agenzia chiede un’indagine completa. Israele continua a impedire l’ingresso alla stampa internazionale, salvo visite accompagnate. Gaza viene raccontata da chi ci vive e ci muore, mentre la “pace” viene spiegata altrove. 

Sul piano politico europeo, la frattura è ormai esplicita. António Costa parla di “seri dubbi”. Pedro Sánchez si sfila. Ungheria e Bulgaria entrano. L’Italia resta in una terra di mezzo: Trump dice che Meloni “vuole unirsi”, Meloni evita di dirlo per iscritto. In Parlamento l’opposizione chiede conto, la Costituzione diventa improvvisamente un oggetto citato a corrente alternata. Intanto, lontano dai riflettori di Davos, la Cisgiordania continua a bruciare piano. A Hebron, operazione congiunta di esercito, Shin Bet e polizia: perquisizioni di massa, arresti, armi sequestrate. La “fase dopo” convive con la repressione quotidiana. Il filo che tiene insieme tutto è semplice e spietato. Si parla di pace senza guardare chi, oggi, deve bruciare immondizia per non morire di freddo.

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Bentornato, Miniculpop

È bastato un video. Un professore che parla. Un referendum che entra finalmente nelle case. Poi la mano invisibile che abbassa il volume.

Meta ha deciso che l’intervento di Alessandro Barbero sul referendum sulla giustizia doveva essere rallentato, meglio ancora affossato. Ufficialmente per “fact-checking”. In concreto per eccesso di diffusione. Troppo visto e troppo condiviso. In una parola: troppo politico.

Il meccanismo è noto: si prende un contenuto che contiene un’opinione, lo si passa al setaccio di una verifica pensata per le bufale grossolane, si isola una frase discutibile e la si trasforma in un giudizio totale. “Falso”. Da lì scatta la sanzione che conta davvero: il declassamento algoritmico. Il video resta online, come un soprammobile, ma smette di circolare. Non c’è bisogno di vietarlo, è già muto. 

Il punto non è Barbero. Il punto qui è il precedente che si crea. In una campagna referendaria, una piattaforma privata (con l’aiuto di un media italiano) decide che una posizione politica deve smettere di arrivare alle persone perché “virale”. È una dichiarazione di potere. E anche di metodo: si governa il dibattito regolando la portata, invece di discutere nel merito il contenuto. E così si altera il campo senza sporcarsi le mani.

C’è un dettaglio che andrebbe scolpito. I fact-checking che hanno ispirato l’intervento non smontano l’intero discorso di Barbero. Al massimo distinguono, correggono un passaggio. È il normale funzionamento del confronto pubblico. Meta prende quella complessità e la schiaccia in un bollino binario, buono per l’algoritmo e pessimo per la democrazia.

Così la campagna referendaria viene inquinata due volte. Prima perché una voce viene resa meno udibile nel momento in cui conta. E poi perché la discussione si sposta dal merito del referendum al teatro della censura, tra indignazioni, vittimismi e sospetti. Un favore gigantesco a chi non vuole discutere di giustizia ma solo controllare il rumore.

Tecnicamente si chiama censura per sottrazione. Funziona benissimo perché non lascia tracce visibili. E perché viene venduta come tutela ma in realtà è una scelta politica esercitata senza responsabilità politica. Un algoritmo che decide cosa è troppo, quando è troppo e per chi è troppo.

Bentornato, Miniculpop. 

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Crollo della produttività, perché nell’ultimo quarto di secolo l’Italia è rimasta ferma mentre l’Europa cresceva

L’Italia si è fermata mentre il resto d’Europa continuava a muoversi. I numeri sono noti da anni, ma restano politicamente rimossi. Dal 2000 al 2024 la produttività reale per ora lavorata in Italia è cresciuta dello 0,3 per cento. Nello stesso periodo la media dell’Unione europea è salita di circa il 25 per cento. La Germania ha segnato +22 per cento, la Francia +15, la Spagna +19. Il dato è di Eurostat. È il punto di partenza, non una conseguenza.

Lorenzo Ruffino lo scrive con chiarezza: quando la produttività si ferma, i salari si fermano. In Italia i salari reali sono più bassi di quelli degli anni Novanta, un’anomalia unica tra le grandi economie Ocse. La relazione è aritmetica. Se ogni ora di lavoro produce lo stesso valore di vent’anni fa, non esiste spazio per redistribuire reddito senza erodere margini o competitività. Ma la relazione funziona anche al contrario. Salari compressi rendono conveniente continuare a usare lavoro invece di investire in tecnologia. Il risultato è un sistema che occupa, ma non cresce.

Il circolo vizioso che blocca salari e produttività

La produttività totale dei fattori, quella che misura progresso tecnologico, organizzazione e qualità manageriale, in Italia smette di crescere negli anni Novanta. Lo rilevano Banca d’Italia e Ocse da tempo. È la fase in cui l’economia globale entra nella rivoluzione digitale e l’euro elimina la svalutazione come scorciatoia competitiva. Altri paesi ristrutturano. L’Italia no.

Negli ultimi anni l’occupazione aumenta soprattutto nei servizi a basso valore aggiunto. Istat certifica che nel 2024 la produttività del lavoro è calata proprio nei settori dove il lavoro è cresciuto di più: commercio, logistica, attività ricettive, sanità e assistenza. Si creano posti, ma il valore prodotto per addetto diminuisce. È crescita apparente, che diluisce l’efficienza media e rafforza la stagnazione salariale.

Le riforme del lavoro degli ultimi decenni hanno ampliato l’occupazione, ma soprattutto nella parte bassa della scala qualitativa. Contratti intermittenti, bassa intensità lavorativa, turnover elevato. In questo contesto le imprese investono poco in capitale umano e i lavoratori hanno pochi incentivi a specializzarsi. La produttività resta ferma perché il sistema è progettato per restare fermo.

Imprese piccole, incentivi sbagliati

La struttura produttiva completa il quadro. L’Italia è un paese di microimprese. Milioni di persone lavorano in aziende con meno di dieci addetti. I dati Eurostat mostrano che queste imprese occupano una quota elevata di lavoratori ma generano un valore aggiunto per occupato nettamente inferiore rispetto alle imprese medio-grandi. La tecnologia moderna richiede scala, capitale, organizzazione. Il sistema italiano scoraggia tutto questo.

Il regime forfettario è un esempio evidente. La soglia degli 85 mila euro crea un incentivo esplicito a non crescere. Superarla significa un salto fiscale e burocratico che riduce il reddito netto. La conseguenza è una miriade di attività che si fermano deliberatamente prima di espandersi, come mostrano i dati dell’Agenzia delle Entrate sulle concentrazioni appena sotto soglia. È una politica pubblica che premia la piccolezza e penalizza la produttività.

Gli investimenti restano insufficienti. Istat segnala che lo stock di capitale produttivo cresce a ritmi minimi da un decennio. Molte imprese operano con macchinari e organizzazioni datate. Il ritardo digitale è certificato anche dagli indicatori europei sull’adozione delle tecnologie ICT. Dove il lavoro costa poco, automatizzare conviene meno.

Il risultato è quello che Ruffino definisce un equilibrio di basso livello: un sistema stabile, occupato, ma povero. Produttività bassa genera salari bassi. Salari bassi scoraggiano gli investimenti che servirebbero ad aumentare la produttività. Nel frattempo il capitale umano qualificato se ne va, come mostrano i dati sulle migrazioni Istat. L’Italia resta ferma perché ha costruito, pezzo dopo pezzo, le condizioni per restare ferma. E continua a chiamarlo modello.

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Dalla crisi dell’auto all’economia di guerra: dalla Francia all’Italia, così l’Europa riconverte l’industria civile in militare

Si vendono sempre meno auto europee. La crisi dell’automotive europeo ha superato da tempo la soglia dell’emergenza congiunturale. I volumi persi non rientrano, gli impianti restano sottoutilizzati, l’indotto si assottiglia. Ed è qui che prende forma una risposta facile e comoda, che evita di interrogarsi sul modello industriale e sceglie una scorciatoia: spostare la capacità produttiva verso la difesa. È una riconversione che viene raccontata come pragmatica e necessaria, ma che introduce un cambio di paradigma più profondo. La manifattura civile trova nel riarmo una nuova normalità. L’Europa delle armi prende forma giorno dopo giorno. 

Renault e l’industrializzazione dell’arma come prodotto di serie

Il caso francese è un punto di svolta. Renault è il primo grande marchio automobilistico europeo ad aver firmato un contratto diretto con la Direction Générale de l’Armement per la produzione di droni d’attacco a lungo raggio. Il progetto Chorus, sviluppato insieme a Turgis Gaillard, nasce su richiesta esplicita dello Stato francese e risponde a un’esigenza precisa: disporre di sistemi offensivi meno costosi, rapidamente replicabili, prodotti in grandi volumi.

Il cuore dell’operazione non è tecnologico, ma industriale. Renault mette a disposizione ciò che l’industria della difesa tradizionale non possiede: logiche di produzione di massa, ottimizzazione dei costi, catena di montaggio. I droni Chorus vengono riprogettati per essere assemblati come un’automobile, con materiali standardizzati e processi mutuati dall’automotive. Gli stabilimenti di Le Mans e Cléon, storicamente legati a telai e motori, ospitano ora linee dedicate alla produzione militare, con centinaia di lavoratori riallocati su base volontaria.

La scala dichiarata è quella che ridefinisce il concetto stesso di armamento europeo: centinaia di unità all’anno, con la possibilità di accelerare in caso di necessità. È la normalizzazione industriale della guerra, in cui l’arma diventa un bene “consumabile”, progettato per essere prodotto in serie e sostituito rapidamente. Il finanziamento pubblico fa il resto, garantendo continuità di commesse in un momento in cui il mercato dell’auto fatica a sostenere investimenti e occupazione.

La scelta non sostituisce formalmente il core business automobilistico, ma ne indica la fragilità. Dove la transizione ecologica prometteva riconversione civile e innovazione, la realtà mostra un approdo più immediato: la domanda militare come stabilizzatore industriale. È qui che il confine tra difesa e industria pesante si assottiglia fino quasi a scomparire.

L’Italia e la riconversione come politica di contenimento

In Italia il quadro è più disordinato, ma la direzione è molto simile. La produzione di autoveicoli ha toccato livelli in basso che non si vedevano da decenni, con impianti fermi e una filiera in affanno. In assenza di una strategia industriale civile credibile, il governo ha indicato nella difesa uno sbocco possibile. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha legato apertamente la sopravvivenza dell’indotto automotive alla diversificazione verso settori considerati strategici, a partire da quello militare.

Il segnale più chiaro arriva dalla redistribuzione delle risorse. Il ridimensionamento del Fondo automotive, nato per accompagnare la trasformazione tecnologica del settore civile, coincide con l’aumento degli investimenti nella difesa. La scelta politica è evidente: meno sostegno alla mobilità civile, più spinta al comparto bellico. A trainare la domanda è il rafforzamento del polo nazionale guidato da Leonardo, impegnato in un processo di consolidamento con Rheinmetall per la produzione di mezzi terrestri pesanti destinati all’Esercito.

In questo schema, l’indotto dell’auto viene chiamato a trasformarsi in fornitore militare. Meccanica, elettronica, lavorazioni di precisione diventano asset trasferibili dalla mobilità civile ai veicoli corazzati. È una riconversione che riguarda soprattutto la filiera, meno le grandi linee di assemblaggio, ma che ridefinisce il senso stesso della politica industriale: la difesa come ammortizzatore sistemico.

Sul fondo resta Stellantis, che continua a ridurre la produzione nazionale senza assumere un ruolo diretto nella riconversione militare. Il risultato è un modello frammentato, in cui lo Stato spinge, l’indotto si adatta e il grande costruttore resta defilato. Più che una strategia di sviluppo, appare una gestione dell’emergenza occupazionale.

Il filo che lega Francia e Italia è la trasformazione del riarmo in risposta industriale. La crisi dell’auto non produce un ripensamento del modello produttivo ma uno slittamento verso un settore protetto, finanziato e politicamente legittimato. L’economia di guerra entra così nella normalità manifatturiera europea, presentata come scelta tecnica e inevitabile. La domanda che resta aperta riguarda il prezzo di questa stabilità apparente: quando la continuità industriale dipende dalla produzione di armi, la transizione civile smette di essere una priorità e diventa una promessa rinviata.

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Quando i riformisti parlano di antisemitismo, parlano d’altro

C’è un dettaglio che racconta meglio di mille analisi lo stato del Partito democratico: chi ha imposto il tema dell’antisemitismo come clava politica oggi rifiuta di firmare il disegno di legge del proprio partito. I senatori riformisti, gli stessi che hanno sostenuto il ddl di Graziano Delrio, si sfilano dal testo redatto da Andrea Giorgis perché troppo poco punitivo, troppo largo, troppo vicino a un’idea di antidiscriminazione che esca dal recinto identitario.

Il ddl Giorgis è un compromesso debole, certo. Ma è un compromesso politico, non una resa ideologica. Prova a evitare l’eccezionalismo penale, allarga la tutela ad altre forme di odio, tenta di tenere insieme un partito già ferito su questo tema. Proprio per questo diventa indigesto a chi ha costruito l’offensiva sull’antisemitismo come strumento di delimitazione interna.

Delrio e l’area di Sinistra per Israele continuano a pretendere l’adozione integrale della definizione dell’IHRA, nonostante le critiche esplicite di giuristi e intellettuali ebrei che ne segnalano l’ambiguità e i rischi per la libertà di critica politica. Una scelta che dice tutto sulla natura dell’operazione: a loro non interessa coprire un eventuale vuoto normativa (che non c’è). Vogliono un segnale politico rivolto contro una base che su Gaza ha parlato troppo e troppo chiaramente.

Il punto, però, resta a monte. Una nuova legge contro l’odio verbale, mentre esiste già la legge Mancino, rischia di essere simbolica, selettiva, inutile. Se applicata a una sola comunità, rischia persino di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato. Una riflessione elementare, che evidentemente non interessa ai sostenitori del ddl Delrio. L’urgenza sembra un’altra: affossare il campo largo e regolare i conti interni. Il resto è retorica di copertura.

Buon venerdì.

Foto WP

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Davos accende i riflettori su Gaza e spegne le luci sui morti

Davos accende i riflettori e spegne i corpi. Il Board of Peace nasce così: firma solenne, fotografie di gruppo, rendering patinati di una “Nuova Gaza” affacciata sul mare. Sullo schermo scorrono mappe e promesse, nella Striscia restano tende sfondate dal vento e macerie che cedono sotto il peso dell’inverno. La pace come evento, la guerra come contesto permanente.

I nomi siedono al tavolo e fanno già notizia da soli. Donald Trump convoca e benedice. Benjamin Netanyahu accetta l’invito mentre l’offensiva prosegue. Vladimir Putin dice sì e normalizza la propria presenza. La pace diventa un board, l’adesione un atto politico, la biografia un dettaglio da rimuovere dal protocollo. Si firma, si applaude, si passa oltre.

Nelle stesse ore, a Gaza, la tregua resta un titolo. Un raid colpisce l’area delle tendopoli. Tre giornalisti vengono uccisi mentre documentano. Le richieste di indagine si accumulano come sempre, insieme ai nomi, insieme alle immagini. Il Board promette governance, i droni consegnano silenzio. Il lessico della ricostruzione corre più veloce dei soccorsi.

L’idea che prende forma a Davos è chiara: ricostruire come progetto immobiliare, governare come dossier, pacificare come cornice. Le slide parlano di occupazione totale e turismo costiero. I comunicati parlano di sicurezza. I corridoi umanitari restano intermittenti. La distanza fra palcoscenico e terreno diventa metodo.

L’Italia osserva dal bordo. Giorgia Meloni resta sospesa fra la foto e la Carta, fra l’invito e la cautela costituzionale. Le opposizioni chiedono di restare fuori. È una scena di imbarazzo istituzionale che dice più di mille dichiarazioni: la pace come club chiede una firma, la Repubblica chiede una responsabilità.

Poi c’è Rafah. Un annuncio di riapertura del valico circola mentre il Board brinda. Un varco reale contro una pace di cartone. La differenza sta tutta lì: ciò che muove i camion e ciò che muove i titoli. Gaza continua a esistere fuori dal rendering. E lo ricorda ogni volta che la pace viene messa a verbale mentre la violenza resta a verbale.

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Non il Nobel: un Tso

Settantadue minuti. Tanto è durato l’intervento di Donald Trump a Davos. Un tempo sufficiente per un discorso. O per una diagnosi.

In settantadue minuti Trump ha confuso la Groenlandia con l’Islanda mentre spiegava perché vuole comprarla, come si fa con una multiproprietà mal riuscita. Ha minacciato un alleato NATO, la Danimarca, spiegando che il “no” verrà ricordato. Linguaggio da riscossore, contesto da forum economico globale.

Ha definito la Groenlandia “un pezzo di ghiaccio” necessario alla pace mondiale, ha rivendicato contemporaneamente il 100% di sangue scozzese e il 100% di sangue tedesco, ha raccontato una restituzione americana della Groenlandia alla Danimarca che non è mai esistita, ha sostenuto che la Cina non abbia pale eoliche mentre domina il mercato mondiale dell’eolico.

Ha annunciato un’invasione petrolifera del Venezuela smentita dagli stessi amministratori delegati delle compagnie citate. Ha dichiarato che negli Stati Uniti “praticamente non c’è inflazione” mentre i dati ufficiali dicono altro. Ha insultato in diretta il presidente della Federal Reserve, trasformando Davos in una riunione di condominio.

Ha raccontato di dazi imposti per ripicca personale, ha attribuito il crollo dei mercati all’Islanda, 380 mila abitanti, colpevole ideale. Ha rivendicato che gli Stati Uniti paghino “il 100% della NATO”, cifra inventata. Ha ribattezzato l’Azerbaigian come fosse un cocktail sbagliato.

Un flusso continuo di affermazioni false, numeri inventati, geografia a caso, minacce politiche e rancori personali esibiti come dottrina economica.

Settantadue minuti senza correttori, senza argini, senza nemmeno la pretesa di sembrare credibile. Il mondo ha ascoltato in silenzio. Una volta, per molto meno, si parlava di inidoneità. Oggi si applaude educatamente e si prende appunti.

Non per capire cosa farà Trump. Per capire quanto ancora può dire prima che qualcuno trovi il coraggio di chiedere il TSO.

Buon giovedì. 

 

Foto di Rod Long su Unsplash

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Italia penultima in Europa per numero di laureati: il capitale umano che manca per una scelta politica che parte da lontano

L’Italia continua a scivolare ai margini dell’Europa dei laureati. Nel 2024 solo il 31,6 per cento dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo di studio terziario. Davanti ci sono tutti, tranne la Romania. La media europea ha già superato il 44 per cento e l’obiettivo fissato dall’Unione per il 2030 è al 45 per cento. Il divario italiano supera i tredici punti percentuali e fotografa una distanza che ha smesso da tempo di essere congiunturale.

Il dato pesa se letto insieme alla dimensione economica del Paese. Terza economia dell’eurozona, l’Italia resta tra gli ultimi per capitale umano qualificato. Francia e Spagna hanno già superato il 50 per cento nella stessa fascia d’età. In altri Stati membri la crescita è sostenuta da investimenti pubblici continui e da sistemi di accesso meno selettivi sul piano economico. In Italia l’università continua a funzionare come filtro sociale, prima ancora che come ascensore.

Il divario che parte dai territori

La media nazionale nasconde una frattura geografica profonda. I dati territoriali mostrano che solo sei regioni superano il 30 per cento di laureati nella fascia 25-49 anni. In testa c’è il Lazio con il 32,6 per cento. In coda restano Sicilia, Campania e Sardegna, tutte sotto il 24. Il Mezzogiorno rimane stabilmente indietro, anche negli anni di crescita complessiva. Il recupero procede, ma non riduce le distanze.

A livello comunale il quadro diventa ancora più esplicito. Meno dell’1 per cento dei comuni supera il 40 per cento di laureati. In oltre duemila comuni meno di un residente su cinque ha completato un percorso universitario. Le aree con più titoli terziari coincidono con i grandi centri urbani e universitari. Le aree interne e periferiche restano escluse. È una mappa che replica le disuguaglianze economiche e le rende strutturali.

Costo, accesso e diritto allo studio

Ma dietro questi numeri c’è una scelta politica precisa che arriva da lontano. L’Italia investe in istruzione meno della media europea e continua a scaricare i costi sulle famiglie. Le tasse universitarie restano tra le più alte dell’Unione. Il diritto allo studio procede a singhiozzo, con il paradosso degli idonei senza borsa che riemerge ogni volta che mancano coperture strutturali. La possibilità di laurearsi resta fortemente condizionata dal reddito e dal territorio di origine. Ti laurei se te lo puoi permettere, non se te lo meriti. 

Così il risultato è un sistema che seleziona prima di formare. L’università, anziché ridurre le disuguaglianze, spesso le riproduce. I dati mostrano che la condizione socio-economica familiare incide ancora in modo decisivo sulle probabilità di arrivare alla laurea, anche a parità di rendimento scolastico. L’istruzione diventa così un indicatore di origine sociale invece di essere uno strumento di mobilità.

La laurea che rende poco

A completare il quadro c’è il mercato del lavoro. In Italia il premio salariale della laurea resta più basso rispetto alla media Ocse. Molti giovani qualificati finiscono in occupazioni che non richiedono il titolo conseguito o accettano retribuzioni che rendono l’investimento poco conveniente. Questo inevitabilmente alimenta la mobilità in uscita: negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani hanno lasciato il Paese, una quota significativa con un titolo universitario. L’Italia forma e poi regala capitale umano.

Il basso numero di laureati non è una statistica neutra. È il segnale di un sistema che fatica a garantire accesso, prospettive e riconoscimento. Così senza un cambio di rotta su finanziamenti, diritto allo studio e qualità dell’offerta formativa, l’obiettivo europeo del 2030 resta lontano. I numeri dicono che il ritardo italiano non nasce oggi e non si colma con interventi episodici. Peccato che l’argomento scaldi molto meno dei metal detector e rimani, così, nelle retrovie. 

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