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Olimpiadi 2026. Tutto regolare, per definizione

La cancellazione dell’abuso di ufficio smette di essere una discussione astratta e diventa cronaca giudiziaria. A Milano la procura chiede l’archiviazione del filone sulle assunzioni “vip” legate alle Olimpiadi invernali 2026. Le carte parlano di favoritismi, segnalazioni “caldamente” inoltrate, carenze di trasparenza, benefit difficili da giustificare. Le conclusioni restano scritte nero su bianco. La conseguenza penale evapora. L’abuso di ufficio esce dal codice e con lui esce anche il reato. 

La riforma voluta dal ministro Nordio e approvata dalla maggioranza nel luglio 2024 produce così i primi effetti concreti. Indagini che arrivano a un punto fermo, ricostruzioni complete, responsabilità descritte, e poi il vuoto giuridico. I pubblici ministeri lo scrivono con chiarezza: i fatti restano, la sanzione penale cade. Resta solo il possibile giudizio contabile, con gli atti trasmessi alla Corte dei Conti per valutare danni erariali. Sul piano penale la partita si chiude. Anzi, a ben vedere non si apre nemmeno.

Dentro quel vuoto scorrono cognomi pesanti, contratti ben pagati, rimborsi, auto con autista, chiamate che arrivano dal potere. Tutto documentato. Tutto definito “malsano” dagli investigatori. Tutto incapace di superare la soglia del processo. L’abolizione dell’abuso di ufficio agisce come una spugna: pulisce il quadro giudiziario lasciando intatta la fotografia politica.

La promessa era tutelare gli amministratori “inermi” davanti alla firma. Il risultato visibile riguarda grandi eventi, fondazioni opache, reti di relazione. La legge cambia e la realtà si adegua, con una rapidità che impressiona. Le indagini restano come racconti morali, privi di sbocco penale.

Dite la verità. Davanti a questo esito, davanti a inchieste lavate via per scelta legislativa, ora vi sentite davvero più garantiti?

Buon venerdì.

Foto di Wusel007 – Opera propria

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Cucina italiana patrimonio Unesco: come il governo trasforma un riconoscimento culturale in propaganda

Ormai l’abbiamo letto dappertutto. Il 10 dicembre 2025, a Nuova Delhi, il Comitato intergovernativo dell’Unesco ha iscritto la cucina italiana nella Lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Nei documenti ufficiali dell’organizzazione il perimetro è esplicito: pratiche sociali, saperi trasmessi tra generazioni, rituali quotidiani legati ai territori e alle stagioni.

Una definizione che richiama comunità, relazioni e trasmissione culturale, non prodotti o marchi. Poche ore dopo, la comunicazione del governo ha suonato la grancassa. Il riconoscimento è diventato “vittoria nazionale”, consacrazione identitaria, strumento di promozione del made in Italy. Giorgia Meloni, intervenendo ad Atreju, ne ha approfittato per evocare presunti “rosiconi” che “mangiano kebab da una settimana”, spostando il piano dal riconoscimento culturale allo scontro simbolico.

Ma la distanza tra ciò che l’Unesco ha riconosciuto e ciò che il governo racconta va ricostruita con precisione. L’organizzazione internazionale certifica un patrimonio immateriale, per definizione plurale e in continua trasformazione, come chiarito nelle linee guida della Convenzione del 2003. La narrazione ufficiale lo riscrive invece come marchio, bandiera e prova di una sovranità alimentare che nei documenti Unesco non compare. È un salto semantico che altera il senso del riconoscimento e ne riduce la portata culturale.

Dalla pratica sociale al brand di Stato

La campagna istituzionale che ha accompagnato la candidatura è documentata negli atti del Ministero dell’Agricoltura: logo ufficiale, slogan, inno celebrativo, eventi promozionali in Italia e all’estero. La cucina italiana viene incorniciata come prodotto unitario, omogeneo, spendibile sul mercato globale. Una rappresentazione funzionale alla comunicazione politica, ma distante dalla realtà storica.

La cucina italiana, come mostrano studi e ricostruzioni accademiche consolidate, è un insieme di tradizioni locali, frutto di contaminazioni, migrazioni e adattamenti territoriali. È un fatto sociale prima che economico. Lo slittamento diventa ancora più evidente quando il riconoscimento viene presentato come strumento di difesa del made in Italy.

Per statuto, l’Unesco non tutela marchi, ricette o prodotti commerciali. Riconosce pratiche culturali. Trasformare quel riconoscimento in scudo identitario significa usarlo per fini diversi da quelli dichiarati, caricandolo di aspettative economiche e simboliche che nel dossier di candidatura non sono previste.

Filiere, lavoro e accesso al cibo

La retorica celebrativa entra in crisi quando si guarda alla filiera agroalimentare. Secondo i dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto e delle principali organizzazioni sindacali, l’agricoltura italiana resta uno dei settori più esposti a lavoro irregolare e caporalato, con centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti ogni anno. È una criticità strutturale, rilevata anche da relazioni istituzionali, che convive con la narrazione dell’eccellenza. La cucina elevata a patrimonio dell’umanità continua a poggiare su condizioni materiali che lo Stato conosce e che faticano a trovare risposta.

C’è poi la questione delle materie prime. I dati di Ismea e Istat mostrano che una quota significativa di cereali, mangimi e oli utilizzati dall’industria alimentare italiana proviene dall’estero. La sovranità alimentare evocata nei discorsi ufficiali si scontra con una realtà fatta di catene globali di approvvigionamento e accordi commerciali che aumentano la pressione competitiva sui produttori interni. Anche qui, il patrimonio celebrato come simbolo di autosufficienza vive dentro un sistema aperto e diseguale.

Infine, l’accesso al cibo. Negli ultimi anni, come certificano le rilevazioni Istat, i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti più dell’inflazione generale, incidendo in modo diretto sui bilanci familiari. I consumi si sono spostati verso prodotti a minor qualità e verso la grande distribuzione discount, il cui peso è aumentato in modo costante. Il rito del “pranzo della domenica”, spesso evocato nella comunicazione istituzionale, convive con una rinuncia quotidiana sempre più diffusa. La cucina raccontata come patrimonio condiviso si allontana dall’esperienza concreta di una parte del Paese. Anche qui la retorica sovrasta i numeri: più che “stile di vita”, per molti diventa una scelta obbligata di risparmio.

Il riconoscimento Unesco parla di pratiche vive, comunità e trasmissione. La propaganda politica lo usa come certificato identitario e leva promozionale. In mezzo restano le cont

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Una tregua solo sulla carta, ora a Gaza uccide anche il freddo

A Gaza l’assedio oggi passa dal freddo. A Khan Yunis un neonato di un mese è morto nella notte, nelle tende di Al-Mawasi sferzate dal vento e dalla pioggia. Le autorità sanitarie locali parlano di tredici morti legati all’ondata di maltempo e alla mancanza di ripari adeguati. La linea del fronte si è spostata nella sopravvivenza elementare: scaldarsi, asciugarsi, restare vivi.

Il cessate il fuoco continua a reggere come dispositivo di controllo. Sulla carta. Sul terreno si stringe il rubinetto degli aiuti. Israele ha respinto la registrazione a quattordici organizzazioni non governative, imponendo una scadenza operativa che equivale a un ritiro forzato. L’effetto pratico è misurabile: l’accordo del 10 ottobre parlava di 600 camion al giorno; Ong e Nazioni Unite contano flussi reali che oscillano tra 100 e 300, con una quota rilevante di beni commerciali. La fame e il freddo hanno una grammatica amministrativa.

Intanto il lessico bellico lava le mani. Un colpo “mancato” finisce tra i civili, feriti inclusi; parte un’indagine interna. Errore, deviazione, accertamenti. La “linea gialla” che separa e autorizza resta una linea mobile: chi passa, chi resta, chi paga l’errore.

Sul lato israeliano, il potere prova a governare anche la memoria. Benjamin Netanyahu tenta di mettere mano all’inchiesta sul 7 ottobre; le famiglie delle vittime e l’opposizione parlano di conflitto di interessi e di un insulto alla verità. È la stessa architettura che si vede a sud: controllo delle procedure, gestione delle responsabilità, dilazione delle risposte.

Le Nazioni Unite e oltre duecento organizzazioni avvertono che, tra deregistrazioni e scadenze fissate, le operazioni umanitarie rischiano il collasso. La seconda fase dei negoziati resta ostaggio di una prima fase che seleziona chi può stare, chi può curare, chi può distribuire, chi può scaldarsi. 

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Riforma dei condomini, il conto lo pagano gli onesti: la morosità scaricata su chi è in regola. La proposta FdI spacca la maggioranza: la Lega si sfila

Niente, proprio non riescono a non stare dalla parte dei furbi. Montecitorio mette sul tavolo una riforma che promette “ordine” nella vita condominiale. Il testo è la proposta di legge 2692, prima firmataria Elisabetta Gardini di Fratelli d’Italia, con una lunga lista di cofirmatari interni al partito: da Augusta Montaruli a Marco Osnato, da Vincenzo Amich ad Antonio Giordano. Il disegno di legge è stato presentato a novembre ed è ora all’esame della Camera. La narrazione ufficiale parla di trasparenza, professionalità, tutela dei fornitori. Ma leggendo bene le norme, emerge una scelta politica precisa: spostare il peso delle morosità su chi paga.

Nel pacchetto entrano lo stop ai pagamenti in contanti, l’obbligo del conto corrente condominiale, l’elenco nazionale degli amministratori e dei revisori presso il Ministero delle imprese e del made in Italy, requisiti di laurea e formazione obbligatoria. Un impianto che aumenta controlli e adempimenti. Il punto dirimente, però, è un altro.

Il conto comune come bersaglio

La riforma interviene sull’articolo 63 delle disposizioni di attuazione del codice civile. Il nuovo testo consente ai creditori di agire direttamente sulle somme presenti sul conto corrente condominiale per l’intero credito vantato. Solo in un secondo momento, se quelle somme non bastano, il creditore può rivalersi sui singoli condomini in base alla loro morosità.

Tradotto: il primo obiettivo dell’azione esecutiva diventa la cassa comune. In quel conto, però, confluiscono anche le quote versate regolarmente da chi paga puntuale bollette, assicurazioni, manutenzione ordinaria e lavori urgenti. Se il conto viene aggredito, le risorse spariscono subito. Il condominio resta scoperto e il debito residuo viene redistribuito, in proporzione ai millesimi, anche su chi non ha mai saltato una scadenza.

Il testo parla di diritto di regresso verso i morosi. Nella pratica significa cause, pignoramenti, tempi lunghi e spesso patrimoni incapienti. Intanto i soldi escono. Il rischio dell’insolvenza, invece di restare in capo al creditore o al debitore, viene scaricato anche sui condomini diligenti.

Una lettura che trova conferma anche fuori dal perimetro parlamentare. Assoutenti parla apertamente di una norma che introduce una forma di responsabilità collettiva, sollevando dubbi di costituzionalità perché fa ricadere sugli utenti in regola le conseguenze economiche delle inadempienze altrui e incentiva, di fatto, i morosi a continuare a non pagare.

Morosità premiata, conflitto garantito

A rendere il quadro ancora più fragile contribuisce un altro passaggio della riforma: l’amministratore può attivarsi per il recupero delle morosità dopo l’approvazione del rendiconto, che può avvenire fino a 180 giorni. Più tempo quindi per chi non paga, più esposizione per il condominio. La combinazione è esplosiva: conto aggredibile subito dai creditori, azioni di recupero rallentate, tensioni interne inevitabili.

Le associazioni degli amministratori e dei proprietari segnalano da settimane il rischio di un effetto perverso. Il moroso seriale sa che il sistema regge comunque, almeno nell’immediato, grazie a chi versa. Il conflitto quindi si sposta dentro le assemblee, trasformate in luoghi di pressione e di scontro fra chi copre i buchi e chi li crea. E quando il conto si svuota, a saltare per primi sono i servizi essenziali: riscaldamento, luce delle parti comuni, manutenzione degli impianti, polizze, lavori urgenti che diventano emergenze.

La maggioranza si spacca

Il punto politico è che la riforma non convince nemmeno tutta la maggioranza. Fonti della Lega parlano di «evidenti criticità» e di un testo non condiviso, mentre il deputato leghista Alberto Gusmeroli mette in guardia da leggi che «penalizzano i cittadini onesti e premiano i furbetti», aumentando costi e burocrazia senza risolvere il problema della morosità. Anche Matteo Salvini prende le distanze, invocando lo stop a nuove norme e nuovi adempimenti per chi è già in regola.

Dall’opposizione, Giuseppe Conte definisce la proposta «l’ennesimo pasticcio della maggioranza», sottolineando che espone gli inquilini in regola al rischio di pagare anche per i morosi e ironizzando sull’obbligo di laurea per gli amministratori, mentre restano nel cassetto il Piano casa da 15 miliardi annunciato da mesi e vengono tagliati il Fondo affitti e il Fondo morosità incolpevole. Anche il Partito democratico parla di una riforma «gravissima» che colpisce le persone perbene che onorano sempre i propri obblighi.

Il messaggio politico, comunque, è limpido. Chi paga diventa la garanzia del sistema. Chi non paga beneficia di un paracadute collettivo. Anche questa volta il governo sceglie di affrontare un problema premiando i furbi e chiedendo ai diligenti di farsi carico delle conseguenze. Chissà se qualche inviato delle trasmissioni amiche del governo, sempre così impegnate sulle case “occupate”, andrà a rincorrere la presidente del Consiglio per chiederle spiegazioni davanti alle telecamere.

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Prima gli insulti, poi gli errori

Avevano ragione i “poveri comunisti”. La ministra dell’Università aveva definito gli studenti di Medicina che la contestavano ad Atreju “inutili”. Quelli esasperati gridavano che il semestre filtro di medicina ideato dal governo fosse un pasticcio burocratico che rischia di fare perdere un anno di studi (e di progettazione della propria vita), sottolineando che le prove contenessero anche degli errori. “Inutili” e “poveri comunisti” sono state la risposta ufficiale del governo.

Poi la ministra ha detto che sì, c’erano due errori nella prova, spiegando che per tutti «nel caso della seconda domanda sbagliata, verrà riconosciuto un punto. Quindi nel compito di fisica si partirà da un punto. È vero, c’era un errore nel documento».

Infine, dal ministero sono trapelate voci che la ministra starebbe rivedendo il semestre filtro dopo l’incontro con il Consiglio nazionale degli studenti universitari (Cnsu), l’organo consultivo di rappresentanza degli studenti iscritti ai corsi di laurea, di specializzazione e di dottorato di ricerca delle università italiane, composto da 30 membri, che si è insediato qualche giorno fa. Al question time alla Camera Bernini spiega che «questa è una riforma che cammina con gli studenti» e «non vi erano certezze su quello che sarebbe accaduto e su quali sarebbero stati i risultati d’esame». Per questo, spiega la ministra, ci saranno dei «correttivi».

Par di capire quindi che i poveri comunisti avessero buone ragioni. Talmente buone da modificare le posizioni di una ministra che fino a pochi minuti prima li irrideva. Resta quindi una domanda: chi è inutile in tutta questa storia

Buon giovedì.

Foto WP

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Libertà di stampa, l’Unesco certifica il peggior arretramento globale degli ultimi decenni. Democrazie occidentali comprese

Ormai è un genere letterario. L’erosione della libertà di stampa è una costante nazionale e internazionale che va di pari passo con le autarchie. Si moltiplicano i trumpismi (o gli orbanismi o i putinismi) e si riducono gli spazi per l’informazione libera. Il risultato è che da almeno un decennio la libertà di stampa arretra. Il World Trends in Freedom of Expression and Media Development 2022–2025 dell’Unesco certifica che l’attuale regressione rappresenta infatti uno dei momenti più gravi mai registrati al di fuori di contesti bellici globali.

L’indice elaborato sui dati V-Dem segnala un calo del 10 per cento dal 2012, con un’accelerazione evidente dopo il 2020. Per gli autori del rapporto un deterioramento di questa portata trova precedenti solo nella Prima guerra mondiale, nell’ascesa dei regimi autoritari tra le due guerre e nei passaggi più duri della Guerra fredda. Ma il declino della libertà di stampa è solo la parte di una crisi più ampia.

Oggi il 72 per cento della popolazione mondiale vive sotto regimi autoritari o ibridi, il livello più alto dal 1978. Così l’informazione indipendente diventa bersaglio diretto: crescono censura, pressioni politiche e controllo economico, mentre l’autocensura dei giornalisti aumenta del 63 per cento tra il 2012 e il 2024. Anche i governi hanno intensificato le misure di controllo sui media del 48 per cento in dodici anni, erodendo pluralismo e autonomia editoriale.

L’Occidente che arretra

Il rapporto chiarisce che l’arretramento non riguarda soltanto le democrazie fragili. Anche l’Europa occidentale e il Nord America registrano una perdita strutturale di libertà di espressione, con un calo complessivo di circa il 6 per cento tra il 2012 e il 2024, pari a una riduzione media annua dello 0,46 per cento. A peggiorare sono soprattutto gli indicatori legati alla libertà accademica, alla censura indiretta e alle minacce contro i giornalisti, segnali di un clima sempre più ostile al dissenso informato.

C’è ovviamente anche l’Italia. Il report non dedica capitoli monografici al Paese ma lo include tra quelli che, nel triennio 2022-2024, hanno inoltrato richieste di rimozione di contenuti a Facebook. L’Italia sta accanto a Stati Uniti, Germania, Francia e Spagna. Il dato non consente di valutare nel merito la legittimità delle singole richieste ma segnala un passaggio cruciale: una parte crescente della gestione del discorso pubblico avviene tramite interlocuzioni dirette con le piattaforme digitali, in un perimetro di trasparenza ridotta e responsabilità opaca.

Il rapporto dedica ampio spazio a questo slittamento di potere, definito jawboning: pressioni informali esercitate dai governi sulle piattaforme per ottenere rimozioni, de-indicizzazioni o limitazioni della visibilità. È una dinamica che non assume la forma della censura classica ma che incide in modo sostanziale sulla circolazione delle informazioni e sulla possibilità di svolgere un controllo pubblico sul potere.

Giornalisti sotto attacco e informazione impoverita

La crisi assume contorni ancora più netti guardando alla sicurezza dei giornalisti. Tra il 2022 e il settembre 2025 310 operatori dell’informazione sono stati uccisi, oltre la metà in contesti di conflitto. L’impunità resta la regola: più dell’85 per cento dei casi non arriva a una condanna. Le donne risultano colpite in modo sproporzionato da violenze, minacce e campagne di molestie online, descritte come strumenti sistematici di esclusione dallo spazio pubblico.

Accanto alla violenza fisica cresce un fenomeno meno visibile ma altrettanto corrosivo: l’esilio forzato. Redazioni smantellate, giornalisti costretti a lavorare dall’estero, interi territori trasformati in zone di silenzio, dove l’informazione indipendente scompare e i cittadini perdono accesso a notizie affidabili.

Il rapporto riconosce però l’esistenza di contro-tendenze: la crescita dei media comunitari, il giornalismo investigativo collaborativo, l’aumento degli abbonamenti digitali. Tra il 2020 e il 2025 circa 1,5 miliardi di persone hanno avuto accesso ai social network e ai servizi di messaggistica. Ma questi segnali restano fragili, insufficienti a compensare la crisi strutturale della sostenibilità economica dei media e l’impatto delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale sul valore del lavoro giornalistico.

La conclusione è netta: senza un rafforzamento immediato delle garanzie per la libertà di stampa, della trasparenza delle piattaforme e della sostenibilità dell’informazione, l’arretramento continuerà. E quando l’informazione smette di essere un diritto universale e diventa un privilegio, la democrazia perde il suo presupposto essenziale: la possibilità di essere raccontata, verificata, messa in discussione.

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Diritti umani, allarme di Amnesty International: cosa dice davvero il rapporto della Ong sul governo Meloni

«Un governo di centrodestra non limiterà mai le libertà esistenti». Giorgia Meloni lo dice il 25 ottobre 2022, nell’aula della Camera dei deputati, durante il discorso programmatico per la fiducia al suo governo, il primo atto politico formale della XIX legislatura. La libertà come bussola,  promette, la tutela dei diritti come promessa fondativa. Tre anni dopo, l’analisi di Amnesty International consegna una fotografia opposta: uno spazio civico ristretto, diritti erosi, categorie sociali colpite in modo sistematico. Il titolo scelto dall’organizzazione parla da solo: Il governo Meloni al giro di boa. Il contenuto è una smentita puntuale della retorica inaugurale dell’esecutivo.

Le promesse solenni in Aula

Nello stesso intervento di fiducia, Meloni rivendica la propria adesione ai valori europei: «Libertà e democrazia sono gli elementi distintivi della civiltà europea contemporanea nei quali da sempre mi riconosco». Amnesty certifica invece una produzione normativa centrata sulla sicurezza punitiva, con un ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza e una sequenza di provvedimenti che hanno colpito il diritto di manifestare, la libertà di associazione e la solidarietà sociale. Dal decreto cosiddetto anti-rave, approvato nel primo Consiglio dei ministri dell’ottobre 2022, fino al pacchetto sicurezza convertito in legge negli anni successivi, le nuove fattispecie di reato e l’inasprimento delle pene hanno avuto un bersaglio preciso: il dissenso.

Sempre in quel discorso di insediamento, Meloni definisce la libertà come «libertà di essere, di fare, di produrre». Ma secondo Amnesty, nel triennio della XIX legislatura lo Stato ha rafforzato strumenti amministrativi e di polizia per limitare le proteste pacifiche, facendo ricorso a fogli di via, identificazioni di massa e uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni, in particolare quelle di solidarietà con la popolazione palestinese di Gaza. La libertà evocata resta astratta, mentre la compressione dello spazio civico diventa prassi documentata.

I diritti sociali erosi nei numeri

Sul terreno dei diritti sociali, la distanza tra parole e realtà si allarga ulteriormente. Il governo ha rivendicato attenzione ai più fragili, ma i dati ufficiali richiamati da Amnesty mostrano una povertà assoluta stabile su livelli altissimi: oltre 5,7 milioni di persone coinvolte, con un impatto crescente sulle famiglie con cittadinanza straniera. Nel frattempo, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a cure mediche nel solo 2024 per motivi economici o per l’impossibilità di accesso. Anche qui, la promessa di libertà si infrange contro liste d’attesa e barriere finanziarie.

Meloni aveva assicurato, sempre nel passaggio parlamentare del 25 ottobre 2022, che il suo governo non avrebbe toccato i diritti civili esistenti. Amnesty documenta invece un arretramento netto sui diritti sessuali e riproduttivi. L’accesso all’aborto resta ostacolato da percentuali di obiezione di coscienza tra le più alte d’Europa, con punte superiori all’80 per cento in alcune regioni, mentre consultori e servizi territoriali vengono progressivamente indeboliti. Parallelamente, il Parlamento ha consentito l’ingresso strutturato di associazioni antiabortiste nei presidi sanitari pubblici, legittimando una pressione ideologica che incide sull’autonomia delle donne.

La libertà negata nei diritti civili e internazionali

Sul fronte dei diritti civili, la promessa di «non limitare le libertà» si rovescia nella discriminazione delle famiglie omogenitoriali. La legge che rende la gestazione per altri un reato perseguibile universalmente, l’interruzione delle trascrizioni automatiche degli atti di nascita, l’assenza di una normativa contro i crimini d’odio: per Amnesty si tratta di un attacco diretto ai diritti dei minori e alla parità davanti alla legge. A certificare la frattura è intervenuta la Corte costituzionale, costretta più volte a colmare vuoti lasciati dalla politica.

Anche sul piano internazionale, la retorica dei valori entra in collisione con i fatti. Il governo ha rivendicato il rispetto del diritto internazionale in più sedi istituzionali, ma Amnesty segnala una progressiva delegittimazione dei meccanismi di giustizia globale, culminata nel sostegno politico al governo israeliano anche dopo il mandato di arresto della Corte penale internazionale e nell’accompagnamento in Libia di un miliziano ricercato. Scelte che, secondo l’organizzazione, violano obblighi internazionali formalmente assunti dall’Italia.

Alla fine del bilancio, resta una costante: le parole. Pronunciate solennemente in Parlamento, ripetute nei passaggi ufficiali, celebrate come cifra identitaria del governo. Poi smentite da leggi, decreti, omissioni e silenzi. L’analisi di Amnesty International non esprime un giudizio politico, ma una verifica documentata di atti e conseguenze. E certifica che sotto il governo Meloni i diritti umani in Italia non sono stati rafforzati, ma compressi. Così la distanza tra le promesse e la realtà è diventata la costante del governo. Lo dicono i fatti, mica le parole. 

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L’Italia va ancora a carbone: ecco perché il phase-out 2025 si è trasformato in riserva strategica

Nel 2025 il carbone avrebbe dovuto essere un residuo del passato. In Italia, almeno sulla carta. Invece resta acceso, pagato e giustificato e ce lo ritroveremo sotto l’albero di Natale. I dati diffusi dall’Agenzia internazionale per l’energia raccontano un paradosso che travolge anche il racconto italiano: il consumo globale di carbone ha raggiunto un nuovo massimo storico, 8,85 miliardi di tonnellate, con un aumento dello 0,5 per cento rispetto all’anno precedente. Un picco che l’Aie definisce “plateau”, ma che certifica il fallimento delle promesse politiche di uscita rapida dal combustibile più inquinante.

E in questo scenario globale, l’Italia è un caso emblematico. Il phase-out dal carbone fissato al 2025 nella Strategia energetica nazionale del 2017 e ribadito nel Pniec del 2019 è stato rispettato solo formalmente. Le centrali hanno smesso di produrre per il mercato, ma restano operative come riserva strategica, mantenute in vita con risorse pubbliche.

Dallo stop solenne alla riserva strategica

Nel 2017 il ministro Carlo Calenda annunciava l’uscita dal carbone come scelta irreversibile. Nel 2021 Roberto Cingolani ribadiva che sarebbe avvenuta «senza se e senza ma». Poi la guerra in Ucraina, nel 2022, ha aperto una parentesi presentata come temporanea. Nel 2024 e nel 2025 quella parentesi è diventata struttura. Con il governo Meloni, il lessico cambia: il ministro Gilberto Pichetto Fratin introduce la categoria della “sicurezza nazionale”, confermando lo stop alla produzione commerciale ma legittimando il mantenimento degli impianti in stand-by.

A fine 2025 centrali come Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia e Federico II a Brindisi risultano in riserva strategica, remunerate per restare disponibili. In Sardegna, Fiume Santo e Grazia Deledda restano operative per l’assenza delle interconnessioni necessarie, con il phase-out rinviato ufficialmente al 2028-2029 in attesa del Tyrrhenian Link. Solo La Spezia rappresenta un vero spegnimento fisico, con lo smantellamento della ciminiera in corso.

Il meccanismo che tiene in piedi questo sistema è il Capacity Market: nell’asta per il 2025 Terna ha assegnato contratti per circa 1,72 miliardi di euro, quasi interamente destinati a capacità esistente, inclusi carbone e gas. Costi che finiscono in bolletta: il perno resta il Capacity Market, con contratti assegnati per il 2025 pari a 1.723,6 milioni di euro secondo il rendiconto ufficiale di Terna.

Ritardi, alibi e nuova domanda energetica

Il caso sardo chiarisce il nodo politico: il phase-out era subordinato a infrastrutture mai arrivate in tempo. Il Tyrrhenian Link, decisivo per chiudere il carbone nell’isola, entrerà in esercizio solo nel 2028. Nel frattempo il governo ha certificato la proroga con un DPCM, trasformando un impegno climatico in un problema amministrativo.

A rafforzare questa inerzia arriva la nuova domanda elettrica. Terna segnala richieste di connessione per data center tra 30 e 44 GW, legate all’espansione dell’intelligenza artificiale. Consumi continui, incompatibili con un sistema basato solo su fonti intermittenti. Negli Stati Uniti questa pressione ha già rallentato le chiusure delle centrali a carbone. In Italia offre un argomento solido a chi difende la necessità di mantenere capacità termoelettrica programmabile, anche a carbone, come garanzia estrema.

Il risultato è una transizione sospesa. Il carbone esce dal mercato elettrico, resta come garanzia di potenza. È diventato un servizio di sicurezza pagato collettivamente, mentre i fondi europei per la riconversione, dal Sulcis a Taranto, restano in larga parte inutilizzati. Così l’Italia che prometteva di essere all’avanguardia si ritrova allineata, nei fatti, a chi aveva scelto di rinviare. E il carbone, anziché uscire di scena, resta in attesa dietro le quinte.

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Mentre Gaza congela, il mondo si chiude

Il freddo a Gaza è diventato una linea del fronte. Mohammed Khalil Abu al-Khair aveva due settimane. È morto di ipotermia dopo giorni di pioggia e vento, in una tenda che non proteggeva più. I medici parlano di altri casi simili, di bambini che arrivano negli ospedali con il corpo già freddo. Le forniture per i ripari entrano a singhiozzo, il maltempo fa il resto. L’assedio passa anche dalla temperatura.

Mentre Gaza congela, il mondo si chiude. L’amministrazione Trump ha annunciato un’estensione del travel ban che colpisce anche i palestinesi titolari di documenti dell’Autorità nazionale. Dal primo gennaio, visti e ingressi diventano un privilegio revocabile. Viene chiamato “piano di pace”. È, più semplicemente, una frontiera spostata più avanti, lontano dalla Striscia, per impedire qualsiasi uscita, qualsiasi futuro.

La stessa logica attraversa la Cisgiordania. Sei parlamentari canadesi sono stati respinti al valico, accusati di rappresentare un rischio per la “sicurezza”. Deputati eletti, fermati perché osservare, visitare, testimoniare viene trattato come una minaccia. La parola sicurezza continua a funzionare come un interruttore: spegne diritti, cancella diplomazia, normalizza l’isolamento.

Dentro questo quadro, la Corte penale internazionale smette di essere una notizia e diventa un attrito. Il rigetto del ricorso israeliano non ha fermato la guerra, ma ha incrinato la strategia di congelare il diritto. Il procedimento resta aperto, il tempo giudiziario continua a scorrere mentre quello politico prova a serrarsi. È un dettaglio che pesa più delle dichiarazioni: qualcosa, fuori dal controllo militare, non si è fermato.

Intanto a Gaza si annunciano nuove operazioni, demolizioni mirate, tunnel evocati come giustificazione permanente. Hamas parla di negoziati indiretti, di fasi future. Parole che galleggiano sopra le tende bagnate, sopra i neonati avvolti in coperte sottili. I piani hanno sempre nomi ambiziosi. Il freddo, invece, arriva senza annunci. E uccide.

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Dal ponte sullo Stretto al plauso di Mosca: la giornata tipo di Salvini

Nel giro di poche ore Matteo Salvini incassa due colpi. Ora sta lì, stordito all’angolo, anche se conoscendolo si può scommettere che sia convinto di avere vinto ai punti.

La Corte dei conti ha ripetuto per l’ennesima volta che il ponte sullo Stretto di Messina, quel ponte sullo Stretto di Messina, è un guazzabuglio da dilettanti. I problemi economici, strutturali e ambientali del progetto del MIT non sono un’invenzione dei comitati e dei cittadini che da mesi scendono in piazza (grazie!). Quel progetto è fatto male. Non sta in piedi, verrebbe da dire. Figuratevi il ponte che aveva in mente. Così, alla seconda bocciatura (l’altra era del 17 novembre), i soldi destinati al circo di propaganda del leader della Lega (780 milioni) vengono spostati al 2033. Tanti saluti da Messina.

Nel frattempo Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri del criminale Vladimir Putin, esprime la sua più ampia soddisfazione per avere in Italia un alleato come Salvini che non nasconde la sua irrefrenabile piaggeria per la Russia. L’imbarazzo è tale che perfino il leghista, presidente della Camera, Lorenzo Fontana decide di intervenire per smentire il suo segretario.

La maggioranza di questo governo è una combriccola scassata tenuta insieme dalla recitazione bifronte di Giorgia Meloni che per ora ancora funziona. Tajani è già stato congedato dai Berlusconi, anche se finge di non avere sentito. La Lega sfaldata attende il suo segretario sulla riva del fiume. Fratelli d’Italia è unita dall’abbuffata di prebende.

Basterebbe avere qualcosa di appena più credibile.

Buon mercoledì.

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