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Tetto al contante a 10mila euro: tutti i rischi dell’emendamento FdI fatto proprio dal governo

Cambia il tetto del contante con un emendamento alla legge di bilancio, firmato da Fratelli d’Italia e che ha ottenuto il via libera del governo, che porta il limite per i pagamenti in banconote da 5.000 a 10.000 euro dal 2026. Nello stesso comma compare una “imposta speciale di bollo” da 500 euro per ogni operazione in contanti tra 5.001 e 10.000 euro. È scritto nero su bianco: chi vuole usare più contante può farlo, purché paghi un prezzo fisso allo Stato. Il risultato è che l’Italia si spinge al massimo consentito dal nuovo regolamento europeo anti-riciclaggio, trasformando una soglia nata per frenare il nero in un pedaggio per attraversarlo.

Una storia di soglie a elastico

Per capire quanto sia radicale la scelta bisogna tornare indietro. Nel 2022, con il governo Draghi, era stato fissato il minimo storico di 1.000 euro. Dal 2016 al 2020 il tetto era a 3.000; nel pieno della crisi del debito, tra il 2011 e il 2015, il governo Monti lo aveva portato a 1.000. Prima ancora il limite era salito e sceso più volte, usato come leva di rigore o di “stimolo ai consumi”. Ogni oscillazione ha avuto un significato politico preciso.

Con l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi la traiettoria si è rovesciata. Nella legge di bilancio per il 2023 il limite è stato alzato a 5.000 euro, rivendicato come gesto di “allineamento agli altri Paesi europei” e di tutela della libertà di chi vuole pagare in contanti. Ora l’emendamento raddoppia la posta e riporta il Paese al valore reale di inizio anni Novanta, quando il tetto di 20 milioni di lire fu introdotto per frenare riciclaggio e finanziamento illecito. L’Europa nel frattempo ha fissato un tetto uniforme a 10.000 euro lasciando agli Stati la possibilità di restare più in basso. L’Italia sceglie di arrivare esattamente al limite.

Dietro i numeri c’è la struttura tecnica della norma. La nuova tassa da 500 euro viene presentata come un disincentivo all’uso eccessivo del contante. In realtà crea un bivio. Un contribuente che deve pagare 6.000 euro in contanti si trova davanti a due possibilità: rispettare la legge, versare i 6.000 euro più 500 di imposta e l’IVA; oppure accordarsi con il venditore per un pagamento interamente in nero. Nel secondo caso scompaiono la tassa, l’IVA e ogni traccia della transazione.

Le opposizioni hanno colto questo aspetto. Il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia parla di “messaggio agli evasori”, un passo indietro nella storia del Paese. Angelo Bonelli, per Alleanza Verdi e Sinistra, avverte che alzare il tetto “facilita il riciclaggio e diventa un regalo alle mafie”. Stefano Patuanelli, per il Movimento 5 Stelle, ricorda che l’esecutivo si attribuisce i risultati sul recupero dell’evasione resi possibili da strumenti come la fatturazione elettronica mentre allarga le maglie sull’uso del contante. Sono giudizi politici, ma si appoggiano su un dato strutturale: l’Italia resta tra i Paesi con la quota più alta di economia sommersa.

Il Paese del sommerso strutturale

Le stime Istat indicano un’economia non osservata superiore ai 200 miliardi di euro l’anno, con oltre 100 miliardi di sotto-dichiarazione del valore aggiunto da parte di imprese e autonomi. È la parte di sommerso che vive della possibilità di incassare in contanti senza che resti traccia. Su questo terreno la Banca d’Italia, in uno studio sull’uso del contante, ha mostrato come l’aumento della soglia e dell’utilizzo di banconote sia collegato a un incremento misurabile dell’economia sommersa. Quando il limite è stato alzato da 1.000 a 3.000 euro nel 2016 l’effetto principale non è stato l’aumento dei consumi, bensì della sotto-dichiarazione.

L’emendamento di Fratelli d’Italia arriva quindi in un Paese in cui il contante è ancora il canale privilegiato per occultare reddito e in cui il divario tra IVA dovuta e IVA incassata rimane tra i più alti dell’Unione. Il regolamento europeo anti-riciclaggio ha scelto il tetto di 10.000 euro per chiudere la stagione delle transazioni senza controllo da decine di migliaia di euro in alcuni Stati membri, prevedendo che i Paesi con più evasione potessero continuare a tenere la soglia più bassa. L’Italia invece decide di spingersi al massimo, affidandosi all’idea che una tassa fissa basti a tenere tutto sotto controllo.

Bollo da 500 euro: chi paghera

Resta una domanda che nessuna relazione tecnica ha sciolto: chi pagherà davvero i 500 euro di bollo per poter usare il contante oltre i 5.000 euro. È difficile immaginare che lo faccia chi ha un rapporto trasparente con il fisco, che può utilizzare strumenti tracciabili senza costi aggiuntivi rilevanti. Il rischio è che la norma diventi una valvola di sfogo per chi intende continuare a muoversi ai margini della legalità, scegliendo volta per volta se restare nella zona grigia del pedaggio o uscire direttamente nel nero.

L’innalzamento del tetto al contante non è un dettaglio tecnico di manovra. È un segnale di fiducia verso un modello di economia in cui la tracciabilità è percepita come intrusione invece che come garanzia di equità. Nel momento in cui l’Europa chiede più controlli e l’Italia si impegna a ridurre l’evasione come condizione per i fondi del Pnrr, l’emendamento sul contante mostra la gerarchia reale delle priorità di governo. A diecimila euro per volta.

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Il Paese delle mazzette ordinarie: benvenuti nella Repubblica dell’appalto

L’Italia si scopre laboratorio permanente della corruzione. Dal primo gennaio al primo dicembre 2025 le inchieste censite da Libera sono novantasei, quasi il doppio dell’anno precedente, otto al mese, quarantanove procure coinvolte, 1.028 indagati: una folla che racconta la normalità del fenomeno più di qualsiasi convegno. La Campania guida la classifica con 219 persone sotto indagine, seguita da Calabria e Puglia; al Nord spicca la Liguria con 82. È un’Italia che trucca appalti, compra concorsi, scambia favori, baratta pure certificati di morte e cambi di residenza per ottenere la cittadinanza. Un Paese in cui il voto di scambio politico-mafioso riemerge nelle pieghe della grande opera come nel municipio di provincia.

Cinquantatré politici sono sotto inchiesta, ventiquattro sono sindaci: l’epicentro istituzionale di un sistema che continua a riprodursi. Libera parla di una corruzione «solidamente regolata», dove ogni territorio ha il suo garante delle “regole del gioco”. E Francesca Rispoli avverte che le forme più moderne somigliano sempre più a una cattura dello Stato: leggi su misura, conflitti d’interesse accettati, opacità elevata a metodo.

Il quadro è parziale, certo, ma la tendenza è inequivocabile. L’Italia che festeggia la “giornata contro la corruzione” si presenta con un anno archiviato così: un Paese che ancora non ha deciso se la corruzione sia un incidente o un ecosistema politico-amministrativo. «Occorre un patto nuovo», dice Libera. Finché resta lettera morta, le inchieste servono solo a misurare il livello dell’acqua.

Buon martedì.

In foto: opera di Luciano Fabro “Italia rovesciata” – Foto di Federico Tulli

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La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia – Lettera43

Violenze, abusi, deportazioni ai margini del deserto. Il report di Amnesty parla chiaro: il Paese che Roma e Bruxelles considerano sicuro, per i migranti subsahariani è un inferno legalizzato.

C’è un punto del Mediterraneo dove l’Europa preferisce non guardare. È la Tunisia, che nei documenti ufficiali appare come partner affidabile mentre, nelle testimonianze raccolte da Amnesty International nel suo ultimo rapporto, assomiglia alla Libia più di quanto Roma e Bruxelles siano disposte ad ammettere. Una frontiera di sabbia e posti di blocco, dove i migranti neri vengono fermati, colpiti, caricati su camion e lasciati ai margini del deserto. In Italia la chiamiamo «cooperazione»; sul terreno ha un altro nome.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti sub-sahariani a Sfax (Ansa).

Abusi, violenze e mancanza di garanzie: la stretta di Saïed sui migranti subsahariani

Tutto comincia a febbraio 2023, quando Kaïs Saïed liquida gli africani subsahariani come «minaccia demografica». Da allora pattuglie e ronde informali rastrellano Sfax e i quartieri popolari di Tunisi. I racconti raccolti da Amnesty sono quasi sovrapponibili: fermi basati sul colore della pelle, telefoni confiscati, soldi spariti, violenze dentro auto civili usate come camere di contenimento improvvisate. Persino chi ha un documento dell’UNHCR racconta che non vale niente quando la polizia decide di trasformare un controllo in un trasferimento forzato. Il dossier di Amnesty mette in fila quello che nel dibattito italiano si evita di dire: in Tunisia l’asilo non esiste nella pratica quotidiana. Le domande restano sospese, i rifugiati non sono riconosciuti dalle autorità, la protezione internazionale diventa un foglio che non ferma gli agenti né gli abusi. Chi viene intercettato in mare o arrestato a terra entra in un corridoio senza garanzie: detenzione informale, interrogatori lampo, poi l’autobus che parte verso sud o verso ovest.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Il report di Amnesty International.

L’Italia continua a considerare la Tunisia un “Paese sicuro”

È qui che la Tunisia smette definitivamente di essere “Paese sicuro”. Amnesty ricostruisce le espulsioni collettive di interi gruppi, compresi minori e donne incinte, spinti verso le frontiere con Algeria e Libia. La dinamica è sempre la stessa: fermi arbitrari, caricamento su mezzi militari, abbandono in zone desertiche senza acqua né riparo. Le coordinate coincidono con l’inchiesta internazionale “Desert Dumps”, che mostra via satellite gli stessi luoghi di abbandono descritti dai testimoni. Chi sopravvive prova a rientrare, viene nuovamente arrestato e rispedito nel deserto. È una spirale istituzionale, non un eccesso isolato. Il paradosso è che proprio mentre questo sistema si consolidava, l’Italia lo elevava a pilastro della propria deterrenza. Nel 2023 più di 3 mila persone sono state trasferite a Tunisi con procedure accelerate: una catena amministrativa costruita sulla premessa falsa della “sicurezza” tunisina. Il decreto del governo che include la Tunisia nell’elenco dei Paesi sicuri serve proprio a questo: abbreviare i tempi, restringere i diritti, facilitare le espulsioni. Intanto proseguono i rimpatri bisettimanali con i charter dalla Sicilia, una routine che sopravvive ai dossier internazionali.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Giorgia Meloni con il presidente tunisino Kaïs Saied (Ansa).

Il triangolo Italia, Tunisia, deserto

Nel 2023 la Commissione europea sigla con Saïed il Memorandum da oltre 100 milioni di euro per la “gestione delle frontiere”. È fondato sul presupposto che le forze tunisine possano agire come guardiani esterni dell’Europa. Nel 2024 arriva la formalizzazione della SRR tunisina, la zona di ricerca e soccorso: Roma e Bruxelles presentano l’accordo come miglioramento tecnico, ma il risultato è affidare a chi pratica intercettazioni violente un tratto cruciale del Mediterraneo centrale. Meno navi europee, più operazioni tunisine, più persone riportate a Sfax o a Ben Guerdane senza che nessuno valuti la loro richiesta di protezione. Intanto, dall’altra parte del mare, succede ciò che non compare nei comunicati ufficiali. Organizzazioni tunisine e internazionali raccolgono testimonianze di persone rimandate dall’Italia che, poche settimane dopo lo sbarco, vengono intercettate di nuovo e deportate fino alle linee di confine. Alcuni finiscono nel nulla delle zone di frontiera, dove aumentano le sparizioni e i corpi senza nome trovati da pastori o militari. È il triangolo ricostruito da Amnesty: Italia → Tunisia → deserto. Una catena che svuota di contenuto il principio di non-refoulement e riporta la politica migratoria a un esercizio di distanza: allontanare il problema, non risolverlo.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti subsahariani a Tunisi (Ansa).

Il sistema delle deportazioni non è un’eccezione, ma un metodo

La Libia resta l’incubo da cui l’Europa si vuole distinguere, ma la Tunisia dimostra che il sistema non è più un’eccezione: è un metodo. Amnesty lo scrive con una formula che dovrebbe essere impossibile da ignorare: in Tunisia esiste «un rischio analogo e sistemico di trattamenti inumani o degradanti». Non un incidente, non una deviazione: siamo di fronte a un rischio strutturale. La domanda finale riguarda l’Italia, che di questo sistema è architrave. Continuare a classificare la Tunisia come “sicura” significa assumersi la responsabilità di ogni persona che da qui finisce in un deserto a cui non abbiamo voluto dare nome. Lì si misura la politica, non nei comunicati. Perché il Mediterraneo non mente: restituisce sempre ciò che gli Stati tentano di nascondere.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti sub-sahariani a Tunisi (Ansa).

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Governo Meloni, fratture nella maggioranza: l’ultima settimana ha rivelato il vero stato del governo

C’è un punto preciso in cui una coalizione smette di essere una maggioranza e torna a essere una somma di partiti in competizione. Questa settimana il centrodestra ci è arrivato con la rapidità di una frana. La coreografia dell’unità ha retto per mesi, sorretta dal mantra della “stabilità”, ma la politica tende a rendere visibile ciò che i comunicati non riescono più a contenere. In sette giorni il governo Meloni ha mostrato fratture strategiche, divergenze sul piano internazionale, guerre di posizione nella manovra e un logoramento interno che si fa più evidente dell’immagine che tenta di proiettare.

Il fronte ucraino e la metamorfosi di Salvini

La crisi più appariscente si è consumata sulla proroga degli aiuti militari a Kiev. Il decreto, dato per certo, è stato ritirato dall’ordine del giorno per evitare un incidente politico con la Lega. Salvini ha affidato la sua distanza a dichiarazioni studiate: gli «scandali» a Kiev, il rischio di «alimentare la guerra», il desiderio di riaprire «ponti» con Mosca. È una linea che non nasce ora. È la trasformazione di Salvini in contropotere permanente, il leader che non offre sponde ma mette alla prova la tenuta del governo.

Dal Bahrein, Meloni ha assicurato che l’Italia manterrà i suoi impegni. Tajani ha tentato di ricomporre il fronte atlantico ribadendo che la politica estera «spetta al premier», mentre Crosetto ha ricordato la coerenza con Nato e Unione Europea. Poi l’intervista dell’ammiraglio Cavo Dragone al Financial Times, con l’ipotesi di risposte militari più incisive, ha aggiunto un nuovo strato di imbarazzo: un governo già attraversato da tensioni interne si è ritrovato a gestire un messaggio non allineato proprio nel terreno più sensibile, quello della sicurezza.

La missione nel Golfo, pensata per consolidare la rete diplomatica del “Piano Mattei”, ha restituito una premier meno accolta di quanto prevedesse la narrazione ufficiale. Alcuni incontri ridimensionati, commenti riservati filtrati dalle cancellerie e l’impressione che il posizionamento italiano sia osservato con crescente cautela: tutto ciò mentre la Lega rilanciava l’ipotesi di voli diretti Roma-Mosca. La distanza tra la linea del governo e quella di un suo vicepremier è diventata materiale politico.

La manovra come teatro di veti, ripensamenti e battaglie di identità

Sul fronte economico l’ultimo periodo ha prodotto un altro repertorio di discordie. Il taglio del canone Rai proposto dalla Lega è stato respinto con fermezza da Forza Italia, più interessata a preservare l’equilibrio del mercato televisivo che a concedere una bandierina identitaria a Salvini. Sulla tassazione degli affitti brevi, Lega e FI hanno unito le forze per frenare il progetto del Mef: la cedolare al 26% si è trasformata in un compromesso svuotato, con effetti minimi sul gettito.

L’emendamento di Fratelli d’Italia sull’oro di Bankitalia, pensato per sancire la “proprietà” statale delle riserve, ha provocato la reazione della Banca Centrale Europea e una rapida retromarcia della maggioranza. La marcia indietro sulla cannabis light — prima difesa, poi ritirata — ha chiuso il cerchio di una settimana in cui la filiera decisionale del governo è sembrata disallineata, affaticata, incapace di assumersi la responsabilità di un indirizzo univoco.

In Commissione Bilancio decine di emendamenti della stessa maggioranza sono stati dichiarati inammissibili per mancanza di coperture. Il risultato è una manovra che verrà approvata con fiducia per tappare un conflitto interno che non ha trovato soluzione politica. E lo sciopero nazionale del comparto Giustizia ha aggiunto un altro elemento di sfasatura tra governo e Paese.

L’immagine della stabilità e la realtà delle forze in rotta di collisione

Meloni continua a descrivere queste tensioni come normali discussioni. È una strategia comunicativa che mira a contenere gli effetti della competizione interna, ma le fratture non sono episodiche: sono radicate nella diversa idea di collocazione internazionale, nella diversa platea elettorale, nel diverso orizzonte strategico dei tre partiti di governo.

Tajani cerca di rappresentare l’asse europeista e rassicurare i partner; Crosetto tutela la credibilità militare del Paese; Salvini, invece, ha scelto l’attrito come forma di leadership. Ogni volta che la coalizione tenta di presentarsi coesa, il vicepremier rilancia un tema divisivo, un sospetto, un distinguo. Non è un incidente: è un metodo. È la sua via per rientrare nel campo della centralità politica.

La maggioranza rimane in piedi perché nessuno ha interesse a farla cadere. La convenienza tattica prevale sul progetto comune. Ma la settimana appena trascorsa ha mostrato un dato strutturale: la stabilità proclamata non coincide con la stabilità esercitata. Ogni dossier aperto — Ucraina, manovra, rapporti con Bruxelles, politica energetica, sicurezza — produce una nuova linea di frattura. Ogni vertice serve a coprire il rumore di una coalizione che procede per forza d’inerzia.

Il governo Meloni continua a dire di essere unito. Lo ripete con disciplina. Lo afferma con sicurezza. È quando una maggioranza deve ribadire la propria compattezza ogni giorno che si capisce quanto questa compattezza sia fragile. E questa settimana ha segnato il momento in cui la fragilità è diventata racconto pubblico.

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Centrosinistra, la rete dei sindaci sfida la leadership di Schlein: il messaggio recapitato dal civico Onorato

Ieri mattina in un’intervista si risente la voce di Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi di Roma, mentre ricorda che la rete dei sindaci «può valere il 10%». Una frase da campagna permanente, confezionata per apparire tecnica, e invece carica di politica. Onorato parla di astensione, di radicamento, di liste civiche capaci di superare i partiti tradizionali. Poi arriva al punto: «Se ci saranno le primarie, ci sarà un candidato che rappresenterà questa rete».

Qui la cronaca si trasforma in segnale. La premiership del centrosinistra entra ufficialmente nella disponibilità di un soggetto diverso dal Pd. Un passaggio lessicale che nessun dirigente dem può ignorare. Non è un affondo contro Schlein, è qualcosa di più sottile: l’annuncio pubblico che la partita della leadership non è affatto chiusa, e che il Pd non è più il solo attore legittimato a indicare la direzione.

Onorato veste il ruolo di messaggero. Ogni sua parola è calibrata per non apparire ostile e produrre lo stesso effetto dell’ostilità. Il linguaggio del civismo consente di spostare il baricentro politico senza doverne pagare il prezzo.

La rete dei sindaci come nuovo baricentro del centrosinistra

Il progetto nasce settimane fa all’Hotel Parco dei Principi, luogo scelto apposta per le atmosfere da operazione politica. In sala c’erano Gaetano Manfredi, Silvia Salis, Roberto Gualtieri, Stefano Bonaccini, Giuseppe Conte, Goffredo Bettini. L’assenza di Schlein non fu incidente, fu cornice: l’alternativa si costruisce anche scegliendo chi non invitare.

Quel giorno si è capito che la rete dei sindaci era l’inizio di un’architettura politica. Il civismo diventava infrastruttura di un campo largo diverso, non più guidato dal partito più grande ma da chi governa i territori. Una coalizione verticale, più amministrativa che ideologica, più istituzionale che identitaria. Una coalizione che parla al voto mobile, al voto intermittente, a quel pezzo di Paese che alle politiche non entra nei gazebo del Pd ma alle comunali sì.

Il dopo-Salis a Genova ha accelerato tutto. In quella elezione i promotori del progetto hanno visto la conferma della propria tesi: un profilo civico e istituzionale può conquistare un’area moderata che il Pd nazionale non sfiora. I numeri di Manfredi, il ruolo dell’Anci, la capacità di Decaro di trasformare consenso locale in capitale politico rafforzano la percezione che la leadership del centrosinistra sia contendibile da figure che non hanno bisogno del partito per esistere. La premessa è chiara e silenziosa: la forza non arriva dal Nazareno, arriva dai territori.

Un Pd attraversato da correnti che cercano un altro equilibrio

Dentro il Pd questo movimento trova terreno fertile. L’area riformista ha rotto gli indugi da mesi. Guerini, Gori, Picierno, Delrio e altri dirigenti hanno smesso di fingere una sintonia che non c’è. Il tentativo fallito di modificare lo statuto per blindare Schlein come candidata premier ha rivelato un dato essenziale: la segretaria non controlla più il recinto che dovrebbe proteggerla.

Il “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza offre un appoggio che non ha nulla di gratuito. Sostiene la segreteria chiedendo in cambio la gestione dei dossier più sensibili e l’ultima parola sulle liste. Una maggioranza che aiuta, ma delimita. Una maggioranza che non permette slanci.

Nel frattempo i sindaci avanzano. Manfredi controlla la rete dei Comuni, Gualtieri si muove come garante istituzionale della capitale, Salis incarna la narrazione del successo civico al Nord. E Onorato oggi traduce tutto in una formula: la rete può valere il 10%. Ciò che non dice è ciò che tutti deducono: quel 10% può diventare decisivo solo se usato per spostare l’asse della leadership.

Le regionali del 2025 hanno aggravato la sproporzione. La coalizione vince grazie ai candidati territoriali, non per effetto della linea nazionale. La fotografia mette in ombra la segreteria e illumina un gruppo di amministratori che ora rivendica voce nella scelta del candidato a Palazzo Chigi.

L’obiettivo: spostare la premiership fuori dal perimetro del Pd

La strategia si concentra sulle primarie di coalizione. Il fronte civico conosce bene la dinamica: un voto d’opinione aperto privilegia la figura che parla al centro del campo, non chi guida un partito. È il meccanismo che due anni fa aveva premiato Schlein contro gli iscritti. Ora il dispositivo si capovolge.

L’asse civico-riformista-M5S può orientare il voto verso un profilo amministrativo e istituzionale in grado di incarnare il racconto della concretezza. Manfredi, Salis, eventualmente Decaro: nomi che non polarizzano e che, proprio per questo, raccolgono. La logica è semplice: se la coalizione deve sfidare Meloni, serve un candidato capace di non spaventare nessun pezzo dell’elettorato.

Il messaggio vero dell’intervista di Onorato è qui. La frase sul candidato “da Bolzano a Caltanissetta” è il punto di svolta. È l’annuncio che il progetto entrerà nella partita. È la scelta di portare allo scoperto ciò che finora si muoveva sul fondale.

Il centrosinistra, da oggi, ha una competizione interna per la leadership. E quella competizione non nasce in un congresso del Pd: nasce in una rete civica che ha costruito il proprio spazio fuori dal partito e ora si prepara a usarlo contro la sua guida formale.

Un finale ancora da scrivere

La segreteria può provare a contenere l’avanzata o a rinegoziare gli equilibri, ma il terreno si sta muovendo. La rete dei sindaci non è più un fenomeno amministrativo. È il veicolo con cui una parte del centrosinistra sta costruendo la sua alternativa.

Le parole di Onorato lo certificano. La leadership del centrosinistra non è più un recinto del Pd. E la contesa per il 2027 comincia oggi.

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Gli Usa parlano di fase due, ma a Gaza si continua a morire

I corpi arrivano prima delle parole. Aws Bani Harith, vent’anni, steso su un lettino con la pelle incisa come un terreno devastato: racconta la tortura dei coloni meglio di qualsiasi testimonianza. Jamal Shtiw, la testa bendata, ripete che erano più di trenta, armati di pietre, bastoni, spray, e che sua figlia urlava mentre gli incendiavano l’auto. Nour al-Din Dawood esce dal carcere irriconoscibile, un’ombra del ragazzo che era. In mezzo scorrono le raffiche dei droni su Gaza City est, quelle che nei video illuminano il buio come se cercassero di cancellarlo.

Intorno ai volti c’è la mappa della violenza: nella Cisgiordania di queste ore i coloni entrano nei villaggi a est di Ramallah, bruciano veicoli, lasciano scritte sui muri, attraversano le strade come pattuglie autonome. I numeri delle agenzie non hanno più nulla di astratto: cinque attacchi al giorno dall’inizio dell’anno, uliveti devastati, famiglie spinte via con la certezza dell’impunità. In quelle statistiche c’è Aws, c’è Jamal, c’è chi non ha una telecamera accanto.

E poi Gaza, dove i progetti sul “dopo” vengono annunciati mentre il “durante” non si arresta. La Casa Bianca parla di una nuova fase entro due settimane, un’architettura di sicurezza per la Gaza che verrà; intanto a Tuffah saltano case, a Maghazi si scava tra le macerie, a Khan Yunis continuano i colpi delle navi al largo. Le tregue future vivono separate dalle esplosioni presenti.

Sul confine nord UNIFIL denuncia tre nuovi attacchi israeliani in Libano, un’altra violazione della 1701. In Europa si discute di boicottaggi, presepi che mettono Gaza al centro, gesti che sembrano minuscoli mentre tutto continua a franare. Resta la distanza tra ciò che si annuncia e ciò che accade. La diplomazia scrive il futuro, i corpi raccontano il presente. E nessuno dei due coincide con la parola “pace”.

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Scuola di guerra

È nelle ore in cui gli studenti tedeschi marciano in più di sessanta città contro la riforma della leva che si misura la profondità della frattura europea. «Non vogliamo diventare carne da cannone!» è il coro che attraversa Berlino mentre il Bundestag approva una legge che obbliga tutti i maschi nati nel 2008 a rispondere ai formulari militari dal 2026 e a presentarsi alla visita di leva dal 2027. L’obiettivo è portare la Bundeswehr fino a circa 260mila soldati entro il 2035, con altri 200mila riservisti pronti all’attivazione. Non è amministrazione: è un destino immaginato per una generazione.

Intanto, a Torino, l’industria della difesa festeggia la sua edizione “dei record”: oltre tremila partecipanti, più di ottocento aziende, trecento buyer. Tra caccia in scala reale, droni per l’addestramento e componenti per missili, i rappresentanti del settore spiegano che la domanda “cresce rapidamente” e che i conflitti aperti stanno accelerando gli affari. Fuori, gli attivisti incatenati ai cancelli ricordano che la filiera militare prospera sempre quando il mondo brucia.

In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ripete che vanno aumentate le forze armate e che serve una parte kombat sempre più ampia. Nello stesso discorso evoca la necessità di nuove missioni all’estero, di riserve civili integrate, di meccanismi di reclutamento più flessibili. La prospettiva è chiara: costruire un Paese che considera il ricorso alla forza una normalità operativa, un requisito strutturale.

È questo l’orizzonte in cui l’Europa continua a muoversi: dichiara di volere la pace mentre rialza la leva, ingrassa l’industria militare, organizza la gioventù come un database da cui attingere in tempi di crisi. Non c’è discussione pubblica, solo la retorica dell’“inevitabile”, che trasforma ogni passo verso la militarizzazione in un obbligo morale.

Eppure, nelle piazze tedesche, una generazione sta mostrando di aver capito prima degli adulti. Rifiuta la logica del sacrificio come condizione d’ingresso nella cittadinanza. Si sottrae al ruolo di combustibile. E indica l’unica verità che l’Europa si ostina a non vedere: giocare con il fuoco resta il modo più sicuro per bruciarsi.

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Troppe anime, nessuna vergogna: il cortocircuito dem su Israele

Nelle ultime ore abbiamo assistito all’ennesima recita di ipocrisia interna al Partito Democratico. Quando Piero Fassino, in collegamento dalla Knesset, ha dichiarato che “Israele è una democrazia, società aperta, libera, con una dialettica democratica anche negli ultimi due anni” – il riferimento neppure troppo sottinteso alle atrocità commesse in Gaza e Cisgiordania – molti nel suo partito si sono affrettati a prendere le distanze. E tra questi Giuseppe Provenzano ha tuonato: “Non era lì per il Pd”.

Si tratta però di una dicotomia fittizia. Perché nel frattempo un gruppo di “riformisti dem”, molto attivo come guastatore interno, ha depositato un ddl contro l’antisemitismo – a prima firma Graziano Delrio – che rischia di diventare uno strumento per censurare ogni critica radicale al governo di Benjamin Netanyahu e alle politiche di Israele. Per molti se la legge passasse “chi contesta radicalmente i comportamenti dello Stato di Israele verrebbe definito antisemita e quindi sanzionato”.

Fassino e i riformisti dem si presentano come sostenitori della “democrazia” e dell’“antirazzismo” ma la contraddizione è evidente. Come si può chiamare democrazia un regime che bombarda un intero popolo, pratica un’occupazione militare, e su questa base pretende un silenzio assoluto? Come si può presentare una legge come antidoto all’odio mentre serve a coprire crimini di guerra e impedire ogni critica

Nel Pd le molte anime non sono una ricchezza quando convivono nell’ambiguità e nella latitanza morale. Certo, la pluralità è stata spesso rivendicata come elemento di apertura, un modo per offrire più motivi per essere votati. Eppure – ed è una differenza sostanziale – non tutte le anime sono uguali: alcune sonoinfarcite di conflitti di interesse con la verità e con la giustizia.

Oggi – oltre la cronaca, oltre la tattica parlamentare – è il momento di chiedere una cosa semplice: che la segreteria del Pd e i suoi deputati prendano una posizione netta, chiara, inequivocabile. Non una mediazione timorosa, non una sfumatura diplomatica: una condanna aperta del governo criminale di Israele, una denuncia del genocidio in corso, e il ritiro di ogni norma che possa trasformare la critica in reato. Perché non basta dichiararsi “partito largo”: se quelle anime rappresentano in realtà la legittimazione politica di un massacro, diventano un’emorragia morale.

Buon venerdì. 

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La verità della Cassazione: la giustizia non può essere un bavaglio permanente

Nel 2013 Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, ha promosso un’azione per diffamazione legata al libro Io so, edito da Chiarelettere, citando in giudizio gli autori Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco e l’intervistato Antonio Ingroia. Dodici anni dopo, il 3 dicembre 2025, un’ordinanza della Cassazione chiude la vicenda: nessuna diffamazione. Per cogliere il significato di questa decisione bisogna tornare al nodo che rese Io so un caso nazionale: l’origine dei primi capitali Fininvest e il loro intreccio con la storia giudiziaria italiana.

Secondo Fininvest, scrive la Suprema Corte nel provvedimento, il libro instillava nel lettore “il sospetto che la fortuna economica di Berlusconi derivasse dal riciclaggio di capitali mafiosi del narcotraffico e detto sospetto era supportato facendo riferimento alle indagini parziali e mai concluse affidate al C.T.U. (Francesco, ndr) Giuffrida (funzionario di Bankitalia, ndr), nominato dal procuratore presso il Tribunale di Palermo nel processo a carico di Marcello Dell’Utri, il quale, in particolare, non sarebbe riuscito a portare a compimento l’accertamento sulla provenienza di ben 92 miliardi di lire, per essere stato raggiunto da una richiesta risarcitoria da parte di Fininvest S.p.A. che lo aveva impensierito al punto da indurlo ad una ritrattazione in merito ai dubbi sulla provenienza di quei 92 miliardi”.

L’origine dei capitali e il diritto di critica

Su questo terreno si è costruita l’azione civile di Fininvest. La tesi dei legali di Marina Berlusconi sosteneva che richiamare la non tracciabilità dei 92 miliardi equivalesse a suggerire un’origine criminale delle somme; che gli autori avessero “forzato” le conclusioni peritali dal momento che “la perizia Giuffrida non era affatto rimasta “in sospeso”, ma era stata oggetto di puntuale esame nel corso del dibattimento del processo di primo grado contro Marcello Dell’Utri e in esso le otto operazioni di cui il consulente della procura non era riuscito ad identificare la provvista (per 37 miliardi e non per 92) erano state interamente ricostruite, tanto che i pubblici ministeri (tra cui lo stesso Ingroia), con la requisitoria finale, avevano rinunciato all’accusa di riciclaggio” e il Tribunale di Palermo (con sentenza dell’11 dicembre 2004) aveva accertato che “tutte le provviste utilizzate erano interne e lecite”.

In sintesi, secondo Fininvest, il libro avrebbe trasformato un dato neutro in un sospetto diffamatorio. La Cassazione ha respinto questo impianto. Richiamare un dato ufficiale di una consulenza depositata in un procedimento pubblico, e cioè l’impossibilità di ricostruire l’origine di una parte rilevante dei capitali iniziali di un grande gruppo, viene riconosciuto come esercizio del diritto di critica, fondato su dati ufficiali ricavati da una consulenza depositata in un procedimento pubblico.

In questo senso, sebbene “nella transazione intervenuta tra la ricorrente (Fininvest, ndr) e il Giuffrida, quest’ultimo avesse negato la persistenza di dubbi sulla provenienza dei flussi finanziari utilizzati nelle 8 operazioni che inizialmente aveva considerato oscure”, la Cassazione rileva che “ciò non inficiava ‘le conclusioni contenute nell’accertamento peritale’…”. 

Giudizio storico-politico

La critica di Ingroia viene considerata dalla Corte un giudizio storico-politico fondato su atti e sentenze, quindi protetto dalle garanzie del diritto di critica. Il libro-intervista, osserva infatti la Suprema Corte, “è stato ritenuto non un semplice articolo di cronaca giudiziaria, in relazione al quale si richiede una fedele ed asettica riproduzione dei fatti appresi dalle fonti, ma un articolo di approfondimento giornalistico contenente tesi di carattere politico, volte a criticare ed analizzare gli esiti processuali delle vicende giudiziarie di cui l’Ingroia si era personalmente occupato o con cui era venuto a contatto”.

Non si chiede al giornalista di dimostrare una verità penale oltre ogni ragionevole dubbio, ma di mostrare che il proprio racconto è sorretto da fonti verificabili e da una ricostruzione coerente. Racconto che, peraltro, scrive la Cassazione, “era volto non a ricostruire fatti di cronaca giudiziaria, bensì a fornirne una rappresentazione critica”.

Come del resto si chiariva già nell’introduzione, dove “era dato leggere ‘per questo rivendichiamo come giornalisti e come cittadini il diritto di interrogarci e di riflettere, senza l’onere della prova, sul ventennio berlusconiano e sulla sua origine…’ e ciò confermava che l’intento degli autori non era quello di descrivere i fatti, ma quello di proporre un loro ripensamento critico” anche per “suscitare un dibattito”.

Il ruolo di Dell’Utri e la sconfitta della strategia Fininvest

La decisione della Suprema Corte si inserisce nel solco già tracciato nel 2021, quando un’altra causa civile promossa da Fininvest contro Luca Tescaroli per il libro Colletti sporchi si era chiusa con il rigetto del ricorso in Cassazione. In quell’occasione i giudici avevano considerato legittimo, se ancorato ad atti processuali e a dichiarazioni di collaboratori di giustizia riscontrate, scrivere di “versamenti periodici di somme a titolo di contributo effettuati a Cosa nostra da persone fisiche appartenenti al gruppo Fininvest”.

Il nuovo verdetto sul libro Io so conferma questa impostazione e ne amplia la portata: l’opacità di una parte dei capitali iniziali diventa a sua volta un fatto di interesse pubblico, che può essere raccontato e criticato.

Una sentenza che ridisegna i confini del dibattito pubblico

La sconfitta di Fininvest chiude anche una stagione di cause considerate da molti osservatori come strumenti di pressione giudiziaria. Nel corso di oltre un decennio, la società ha trascinato in tribunale giornalisti, magistrati, editori, chiedendo risarcimenti milionari per libri che ricostruivano, su base documentale, i rapporti fra il gruppo berlusconiano e la mafia siciliana. Le sentenze definitive su Colletti sporchi e Io so stabiliscono che questo uso della giustizia civile non può trasformarsi in un bavaglio permanente sulla ricerca della verità storica.

Il punto fermo, oggi, è duplice. Da un lato, la giurisdizione penale non ha mai accertato un reato di riciclaggio nei capitali originari di Fininvest, e questo resta un dato giudiziario. Dall’altro, la giurisprudenza di Cassazione ha ritenuto legittimo che, alla luce di fondi non interamente tracciabili e dei rapporti con Cosa Nostra accertati in sede penale, si svolga un’analisi severa sul piano storico-politico. È esattamente lo spazio in cui si muove Io so, ed è questo spazio che la Cassazione ha deciso di difendere.

La conseguenza è chiara: dopo Colletti sporchi e Io so diventa molto più difficile usare le aule civili per provare a espungere dal dibattito l’esistenza di quei 92 miliardi dal profilo opaco o per far passare come diffamatorio il racconto del patto di protezione tra Berlusconi e Cosa Nostra ricostruito nelle sentenze penali su Dell’Utri. La storia non viene scritta in una sola sentenza, ma le sentenze possono stabilire fino a che punto la storia ha diritto di essere raccontata. In questo caso, il limite lo ha provato a fissare una grande azienda. Lo ha tracciato, invece, la Cassazione.

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Rinnovabili, l’Italia rallenta nei primi dieci mesi del 2025: cause, effetti e rischi per gli obiettivi 2030

La corsa alle rinnovabili si arresta all’improvviso. Nei primi dieci mesi del 2025 l’Italia installa 5,4 GW di nuova potenza rinnovabile, con un calo del 10% rispetto allo stesso periodo del 2024. Gli impianti sono il 27% in meno. I dati elaborati per il Forum QualEnergia mostrano un Paese che rallenta proprio quando avrebbe dovuto accelerare e mantenere quegli otto gigawatt l’anno necessari per avvicinarsi agli obiettivi europei. È una frenata che pesa più dei numeri: racconta un clima politico e amministrativo che ha perso direzione.

Il ritmo che si spezza

Il governo rivendica la «messa in ordine» della materia, ma i fatti restituiscono un quadro ingolfato. La sentenza del Tar Lazio che ha bocciato parti del decreto sulle aree idonee ha costretto l’esecutivo a rivedere la mappa dei territori. Intanto il nuovo decreto Energia restringe ancora i margini, autorizzando vincoli e fasce di rispetto che appaiono più come freni che come regole. Le Regioni oscillano tra ricorsi e richieste di chiarezza. Gli operatori attendono norme definitive per investire e nell’attesa rinviano.

Sullo sfondo ci sono i numeri del fabbisogno: per arrivare agli 80 GW di rinnovabili al 2030, l’Italia avrebbe dovuto essere oggi ben oltre il trenta per cento del percorso. Invece è ferma poco sotto il 29%. Dodici Regioni sono al di sotto della media nazionale; due non superano il quindici per cento. È una geografia disomogenea che rivela il peso dei conflitti tra governo centrale e territori, con una pianificazione che cambia di continuo e non permette programmazione né fiducia.

I nodi politici e le scelte mancate

Nel mezzo della transizione il governo ha alimentato una narrativa ambivalente: l’elogio pubblico delle rinnovabili accompagnato dalla difesa del gas e dal rilancio del nucleare. Una prospettiva che non ha portato maggiore chiarezza. Il decreto Agricoltura ha vietato il fotovoltaico a terra su gran parte dei suoli agricoli, senza distinguere tra aree produttive e terreni marginali. L’effetto è tangibile nelle procedure autorizzative, più complicate proprio mentre la domanda cresce.

Il taglio delle risorse del PNRR per le comunità energetiche – da 2,2 miliardi a poco meno di 800 milioni – ha fatto il resto. Nel momento in cui enti locali, scuole, famiglie e imprese presentavano richieste per oltre 1,4 miliardi, il governo ha ridotto i fondi. Il risultato è una fotografia chiara: dei 5 GW incentivabili entro il 2027 ne sono attivi poco più di 100 MW. Le comunità energetiche, che avrebbero potuto ridurre le bollette e rafforzare il tessuto sociale, procedono in un labirinto di norme e risorse insufficienti.

Sul piano amministrativo i segnali non sono migliori. Gli uffici regionali per le autorizzazioni sono sotto organico, la Commissione PNRR-PNIEC procede a velocità ridotta, i tempi di connessione alla rete restano lunghi. Nel complesso i processi sono talmente farraginosi da vanificare la crescita tecnologica: il fotovoltaico produce di più, gli accumuli aumentano, ma la rete non è pronta a integrare ciò che il Paese sarebbe già in grado di installare. A questo si aggiunge un ulteriore paradosso: mentre gli impianti domestici rallentano, le grandi aziende energetiche spostano investimenti all’estero, dove i quadri normativi sono più stabili.

Il rallentamento del 2025 è quindi un fatto politico prima ancora che tecnico. Dopo due anni di espansione, la traiettoria si appiattisce mentre l’Europa chiede di accelerare. La dipendenza dal gas resta elevata, i rischi di mancato raggiungimento degli obiettivi 2030 diventano concreti, e la filiera industriale che negli ultimi anni aveva ricominciato a crescere ora teme un nuovo stop.

In questa contraddizione vive la transizione italiana: un Paese che potrebbe correre ma sceglie un passo più lento, intrappolato tra vincoli che produce e obiettivi che continua a proclamare.

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