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Povertà alimentare e sanitaria: ecco i dati che smentiscono il governo

La narrazione di un Paese in ripresa si scontra, ancora una volta, con la realtà. Quella che emerge dai numeri, dai dati, dall’allarme lanciato da due diversi rapporti. E che parla chiaramente di un aumento della povertà alimentare e della povertà sanitaria. Andiamo con ordine. Ieri alla Camera dei Deputati è stato presentato l’Atlante della Fame in Italia, il rapporto annuale che misura in modo sistematico la povertà alimentare e le sue cause. Un documento tecnico, eppure dirompente, che si inserisce di traverso nella narrazione rassicurante con cui la maggioranza descrive da mesi un Paese in ripresa. I dati raccontano tutt’altro.

Secondo l’analisi, quasi 3 milioni di famiglie nel 2024, circa 6 milioni di persone, non sono riuscite a garantire un’alimentazione sana e bilanciata: l’11% dei nuclei italiani, in aumento rispetto all’8,4% dell’anno precedente. È la fotografia di un Paese in cui mangiare in modo adeguato non è più un punto di partenza, ma un traguardo fragile. Molti tagliano proteine, altri saltano pasti per far mangiare i figli.

La frattura territoriale è netta. Nel Sud il 14,3% delle famiglie non può permettersi un pasto proteico ogni due giorni, con percentuali oltre il 10% anche nel Centro e nelle Isole. Le situazioni più critiche si registrano tra le famiglie numerose, tra i nuclei con componenti stranieri e nei contesti con bassi livelli d’istruzione. È qui che emerge la frattura tra il racconto politico e la realtà: la povertà lavorativa è diventata un fenomeno stabile, che smentisce l’idea che il lavoro basti a proteggere.

Il paradosso degli invisibili

Il rapporto descrive anche una fascia di famiglie che vive appena sopra la soglia di povertà e che basta un imprevisto per far precipitare. Ma il dato più rivelatore riguarda la domanda di aiuto: il 78% delle famiglie che non può permettersi un pasto proteico non accede ad alcuna forma di sostegno. Lo stigma pesa, la sfiducia pesa, e pesa l’idea che l’assistenza sia un binario morto. È la povertà che non compare nelle statistiche perché resta chiusa in casa, lontana dai radar istituzionali.

Sul fronte delle politiche pubbliche, la risposta resta parziale. Carta Dedicata a Te e Reddito Alimentare garantiscono interventi immediati, ma non toccano le radici economiche della povertà. Intanto il costo di una dieta sana cresce, e oltre un milione e mezzo di persone ha vissuto periodi senza risorse sufficienti per acquistare cibo. Più di 430 mila minori rientrano nella deprivazione alimentare, con i picchi maggiori nel Mezzogiorno.

La distanza tra innovazione locale e immobilismo nazionale

Nelle città metropolitane nascono modelli più avanzati: empori solidali, food policy urbane, percorsi che uniscono educazione alimentare e reinserimento lavorativo. Sono laboratori che mostrano come sia possibile intervenire sulle radici sociali della povertà. Ma restano isole: manca una strategia nazionale, manca un coordinamento, manca soprattutto l’assunzione politica di un dato evidente.

Perché l’Atlante lo dice senza giri di parole: un italiano su dieci non ha accesso a un’alimentazione adeguata. Non è un dettaglio tecnico né una disputa ideologica. È un indicatore sociale che misura la distanza tra il Paese raccontato e il Paese reale. La povertà alimentare è ormai un fenomeno strutturale, intreccio di salari insufficienti, precarietà, inflazione e welfare frammentato.

Un Paese che viene descritto come se stesse meglio dovrebbe dimostrarlo dove conta davvero: nella possibilità di mettere in tavola ciò che serve. Oggi, invece, la distanza tra retorica e realtà non si chiude. E prima o poi la politica dovrà rispondere a questi numeri, non alle proprie narrazioni.

La povertà è pure quella sanitaria

L’altro allarme viene dal dodicesimo Rapporto sulla povertà sanitaria di Banco Farmaceutico. Nel 2025 sono state 501.922 le persone in povertà sanitaria, ovvero quelle che hanno dovuto chiedere aiuto a una delle oltre duemila realtà assistenziali convenzionate con Banco Farmaceutico per ricevere gratis farmaci e cure che non potevano permettersi. Un aumento dell’8,4% rispetto alle 463mila persone che hanno chiesto aiuto nel 2024. In condizione di povertà sanitaria si trovano soprattutto uomini (51,6%), persone in età adulta (il 58% ha tra i 18 e i 64 anni), ma anche tantissimi minori: sono ben 145mila, ovvero il 29% del totale.

I malati acuti (56%) superano i malati cronici (44%). E c’è poi un altro dato allarmante: nel 2024 la spesa farmaceutica delle famiglie è stata di 23,81 miliardi, con una lieve crescita (+0,7%) rispetto all’anno precedente, ma con una quota di spese a carico del Servizio sanitario nazionale che si ferma al 57,3% del totale. Quindi oltre 10 miliardi vengono pagati interamente dalle famiglie, con una crescita di quasi 1,8 miliardi rispetto al 2018. Nel 2024 quasi una persona su dieci ha rinunciato a visite ed esami specialistici, ricorda il Rapporto citando l’Istat, soprattutto a causa delle liste d’attesa, ma anche per ragioni economiche, con un dato in crescita rispetto all’anno precedente.

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Tortura organizzata: nuova accusa dell’Onu a Israele

L’immagine che apre la giornata non è un cratere, ma un ragazzo in smoking. Il videoreporter palestinese Mahmoud Wadi, ucciso da un drone israeliano a Khan Younis mentre filmava le rovine con lo stesso strumento con cui, fino a un anno fa, riprendeva matrimoni. La foto elegante accostata al giubbotto “PRESS” sul suo corpo ricomposto è il promemoria più crudele di cosa significhi raccontare Gaza.

Nel resto della Striscia le agenzie contano altre vittime, mentre in Cisgiordania l’esercito fa esplodere la casa del detenuto Abdul Karim Sanoubar, evacuando tredici famiglie: una punizione collettiva che si aggiunge a un territorio ormai trasformato in un mosaico di demolizioni, retate, checkpoint.

Ma oggi il centro politico arriva da Ginevra. Il Comitato ONU contro la tortura parla di una «politica di fatto di tortura organizzata e diffusa» da parte di Israele. Non più abusi isolati: una struttura. Nel rapporto compaiono pestaggi sistematici, attacchi con cani, waterboarding, elettroshock, violenze sessuali, amputazioni dovute a cure negate. E un dato che inchioda: almeno 98 palestinesi morti in custodia nell’ultimo anno, una mortalità che per gli esperti è “indicatore diretto” dell’uso della violenza negli interrogatori.

Il dossier apre un fronte internazionale delicatissimo e rischia di spingere gli Stati membri verso indagini sui vertici politico-militari israeliani, mentre la Corte penale internazionale lavora su un fascicolo parallelo. Intanto l’Europa continua a chiedere de-escalation senza toccare i rapporti militari con Tel Aviv, e l’Italia tace anche davanti alla parola più pesante pronunciata dall’ONU: tortura come categoria strutturale.

Per questo oggi lo smoking di Wadi pesa più di una statistica: ogni cronista che cade porta via un pezzo della verità che potrebbe finire davanti ai giudici.

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Curve e criminalità, allarme della Procura nazionale Antimafia: intreccio pericoloso, non solo nel calcio

Il punto di partenza è nelle parole pronunciate dal sostituto procuratore nazionale antimafia Antonio Ardituro: nelle curve italiane cresce un’area grigia in cui si intrecciano suprematismi, affari e infiltrazioni criminali. È un allarme che non riguarda più solo il calcio. Tocca anche il basket e – soprattutto – mette a nudo un sistema politico e sportivo che ha preferito evitare gli incidenti piuttosto che affrontare la radice del problema. La notizia è che la Procura antimafia parla apertamente di svastiche, gruppi neofascisti, reti transnazionali e rapporti opachi tra club e tifoserie organizzate. È un salto di qualità: non è più un tema di ordine pubblico. È una questione di sicurezza democratica.

La zona grigia che piace alla politica

Le curve sono diventate nei fatti spazi extraterritoriali. Ardituro lo dice chiaramente: quando un settore dello stadio è gestito da un gruppo che stabilisce regole proprie, impedisce ai tifosi con biglietto nominale di sedersi al proprio posto, tratta con dirigenti e calciatori come un interlocutore politico e pretende pacchetti di biglietti fuori dai canali ufficiali, non si parla di folklore. Si parla di potere. Un potere che interessa alle mafie e alle organizzazioni dell’estrema destra, che vi trovano una base fertile: visibilità, ricambio generazionale, soldi, controllo del territorio sociale che circonda lo stadio.

La politica ha accettato questo equilibrio instabile perché garantiva una “pace negli stadi” che valeva più della legalità. L’obiettivo era evitare incidenti, non recuperare sovranità. È la critica più tagliente della Procura: finché il criterio sarà solo la quiete apparente, la tentazione di chiudere un occhio sui rapporti privilegiati con gli ultrà resterà. E qui si innesta il nodo istituzionale: Ministero dell’Interno, FIGC, Leghe, club, Comuni e Regioni si dividono competenze e responsabilità, lasciando un vuoto che i gruppi criminali riempiono benissimo.

Tre piste per spezzare il patto non scritto

La prima è culturale e normativa: trattare davvero le curve come un luogo in cui si intrecciano mafie ed eversione. Significa coordinare stabilmente Dna, Digos, federazioni e club; colpire la presenza sistematica di simbologie neonaziste con sanzioni sportive e amministrative; leggere le curve come un terreno di radicalizzazione politica.

La seconda riguarda il modello repressivo. La Procura suggerisce un’evoluzione dei Daspo, seguendo la logica dei banning orders inglesi: divieti pluriennali anche per chi esercita ruoli di comando, gestisce economicamente la curva o intrattiene contatti con clan. Misure coerenti con le prevenzioni antimafia, non più solo con la repressione degli scontri. È un cambio di paradigma: colpire la struttura invece dell’episodio.

La terza è la trasparenza, vero nervo scoperto. Ardituro è netto: niente più pacchetti di biglietti consegnati ai gruppi ultrà, tracciabilità totale della biglietteria, controlli antimafia estesi a parcheggi, steward, catering e a ogni concessione collegata allo stadio. È il punto in cui si misura la volontà reale dei club: eliminare quelle rendite opache significa togliere soldi e potere a chi governa la curva.

Accanto a questo, resta la prevenzione strutturata: un lavoro sociale con le tifoserie, sul modello tedesco della fanarbeit, per limitare radicamento estremista e violenza, con operatori stabili e professionali.

Oggi la Procura antimafia dice che il problema non è periferico. È diventato un indicatore dello stato di salute della democrazia. Le società sportive chiedono tifo, calore, coreografie. Ma la politica deve decidere se quel calore può essere lasciato in mano a chi lo trasforma in potere parallelo. È lì che si vede da che parte stanno davvero le istituzioni.

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Essere Sumud

Ci sono battaglie che resistono perché trovano un corpo collettivo in cui abitare. La Global Sumud Flotilla, finora, ha funzionato per questo: attorno a Gaza si è costruita una comunità. Le persone l’hanno scelta come specchio del mondo in cui vivono, come termometro delle cose che non vogliono più accettare. L’emozione è stata la scintilla. Poi sono arrivate la pratica politica, lo studio, l’informazione ostinata.

Adesso però il tempo cambia. I giornali non inseguono più la capitalizzazione del dolore. Lo faranno sempre meno. I politici stenderanno il fondotinta della tregua per parlarne il minimo indispensabile. Gli eventi si diraderanno. E proprio qui si misura la stoffa del Sumud: la perseveranza quando l’attenzione occidentale tenta la fuga.

Per questo conviene guardare già alla prossima missione. Entro i primi mesi del 2026 la Flotilla ci riproverà, ma via terra: una carovana di aiuti tenterà di raggiungere Rafah dall’Egitto, sfidando il Sinai militarizzato, i permessi che si inceppano a ogni checkpoint, le procedure che tengono ferme le tonnellate di materiali bloccati in Giordania da settimane . Il Cogat israeliano continua a decidere cosa entra e quando. Il valico di Rafah resta più un’ipotesi che un luogo.

È un progetto ambizioso, fragile, pieno di ostacoli. Proprio per questo è necessario. Perché il filo che tiene insieme questa mobilitazione globale è la capacità di non lasciarsi addomesticare dalla distanza né dalle attese. Sumud vuol dire tenere il punto. E il punto, oggi, è non permettere che l’assedio venga normalizzato nel silenzio.

Buon martedì.

Foto WP

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Un altro risveglio a Gaza, nella tregua che uccide

Gaza si sveglia ogni giorno nel dopoguerra che uccide. Jude, otto anni, raccoglieva legna con i cugini quando un residuato inesploso è esploso sotto i piedi. I medici gli hanno contato decine di ferite da schegge. Gli artificieri non entrano: i permessi restano fermi ai valichi, e gli ordigni dormono nelle strade, nei campi, perfino nei cortili dove i bambini giocano. Nelle stesse ore il ministero della Sanità di Gaza avverte che quasi quattromila pazienti di glaucoma rischiano di perdere la vista per mancanza di farmaci e interventi. Il cessate il fuoco promette silenzio, non cure: si moltiplicano le malattie che in qualsiasi altro posto del mondo si tratterebbero in un ambulatorio, qui diventano sentenze. A Jabalia, lungo la linea della tregua, Hamas e Croce Rossa setacciano le macerie per recuperare i resti di un ostaggio. A Gaza City un uomo viene colpito dall’Idf vicino alla cosiddetta Linea Gialla. Intorno, delegazioni e governi parlano della prossima conferenza sulla ricostruzione mentre l’Egitto ripete che non accetterà mai una presenza militare israeliana stabile nella Striscia. La tregua è un equilibrio tra corpi da cercare, territori contesi e una diplomazia che corre più veloce della realtà. Intanto le armi non conoscono tregua: il rapporto annuale del Sipri registra 679 miliardi di dollari di vendite globali, con le industrie israeliane in crescita a doppia cifra. A fine dicembre, annuncia Tel Aviv, entrerà in servizio il nuovo sistema laser Iron Beam, celebrato come una rivoluzione sul campo di battaglia. Mentre a Gaza non entrano neppure gli oftalmologi. In Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani rivendica che «si sta facendo di tutto per consolidare il cessate il fuoco» e rilancia gli Accordi di Abramo come garanzia di stabilità. Ma basta guardare il volto bendato di Jude per capire quanto sia fragile qualunque promessa di pace quando la terra continua a esplodere.

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Governo-Università di Bologna: cosa c’è davvero dietro lo scontro sul corso per i militari

29 novembre 2025, Bologna. La scintilla arriva da un palco istituzionale, quando il generale Carmine Masiello racconta che il Dipartimento di Filosofia dell’Alma Mater ha detto no a un corso su misura per 15 ufficiali. Bastano poche frasi perché tutto cambi tono. Il ministro Guido Crosetto: «Hanno chiuso la porta a chi li difende». La ministra Bernini rincara. Il caso diventa un processo pubblico, diretto non a un dipartimento, ma all’idea stessa di autonomia accademica.

La decisione che non doveva essere presa

Per capire l’impatto di quelle ore bisogna tornare al 23 ottobre 2025, nella sala dove il Consiglio di Dipartimento vota. Il progetto dell’Esercito prevedeva un percorso riservato, parallelo ai corsi ordinari. Non un’iscrizione libera, ma una convenzione chiusa. I docenti la respingono: «non sussistono le condizioni materiali e formali».

La politica trasforma la frase in un’accusa. Parla di paura, di pregiudizio, di campus assediato dai collettivi. Ma negli atti non ci sono né assedi né proclami. C’è una valutazione tecnica, il principio che la filosofia vive nel confronto aperto, non nella separazione di gruppi scelti.

E soprattutto c’è un dato che a Roma ignorano: Bologna forma già ufficiali. La collaborazione con l’Esercito è consolidata, strutturale, ampia. L’Ateneo ospita una laurea magistrale in Scienze strategiche e militari, costruita insieme alla Difesa. È un flusso costante di studenti in divisa, integrati nei percorsi universitari. Il rifiuto di Filosofia è un’eccezione, non una frattura.

La narrazione politica ribalta tutto: non un no a un privilegio, ma un no ai militari. Un atto amministrativo diventa un dispetto ideologico. È qui che il caso smette di essere locale e diventa un test per misurare la pressione del governo sulle istituzioni culturali.

Le parole che cambiano la scena

Crosetto sceglie un registro preciso quando non discute di norme ma di lealtà. Non risponde alla domanda giuridica — chi decide cosa si insegna — ma a un’altra, implicita: chi sostiene chi? È un linguaggio che sposta il terreno. Se gli ufficiali «difendono» i professori, allora ogni rifiuto può essere presentato come un torto morale. La ministra Bernini segue lo stesso schema: il dipartimento avrebbe «tradito» la missione formativa.

La realtà è più banale e più robusta: l’università non è vincolata a erogare formazione su richiesta di un altro potere dello Stato. L’autonomia non è un privilegio, è una funzione costituzionale, nata proprio per impedire che il governo indirizzi la produzione del sapere.

Ma la polemica si accende perché è utile. Permette di presentare l’Alma Mater come un baluardo ideologico, mentre in parallelo i dipartimenti scientifici lavorano con Leonardo, partecipano al Tecnopolo e utilizzano il supercalcolatore Leonardo per applicazioni civili e militari.

È questo paradosso a rendere la vicenda così rivelatrice: l’università che viene accusata di chiudere la porta alla divisa è la stessa che contribuisce alla sua infrastruttura tecnologica.

Il tassello che mancava

C’è un altro livello, quello meno dichiarato. La Difesa ha già rapporti forti con l’Ateneo sulla ricerca, sull’ingegneria, sulla tecnologia. Ciò che manca è la legittimazione culturale. Un corso di filosofia riservato agli ufficiali avrebbe segnato un passaggio simbolico decisivo: portare la “cultura della difesa” dentro il luogo che produce pensiero critico sul potere.

Un dipartimento umanistico che apre la propria didattica a un corpo armato non offre soltanto formazione: offre un riconoscimento. Il rifiuto dei filosofi ha bloccato questa operazione. E la reazione politica mostra quanto quel sigillo fosse considerato strategico.

Intanto, fuori dall’università, cresce la tensione: protocolli scuola-Difesa, studenti portati in caserme e fiere militari, moduli paramilitari mascherati da educazione civica. I docenti e le associazioni che monitorano la militarizzazione del sistema educativo parlano di una normalizzazione che avanza per accumulo. In questo quadro, il voto del Dipartimento non è solo una scelta disciplinare: è una linea tracciata.

Il punto, alla fine, non sono i 15 ufficiali e non è un corso mancato. Il punto è se un’università pubblica possa ancora decidere che cosa insegnare, come e a chi, senza dover adeguare la propria identità culturale alle aspettative del ministro della Difesa. È questo che rende la vicenda di Bologna un caso politico, prima ancora che accademico. Peccato che l’occasione politica sia ghiotta. Così oggi anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, solitamente parca di dichiarazioni e di risposte, ha deciso di intervenire nel dibattito. L’importante è buttare legna nella stufa della propaganda.

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Il ministro del “copiavo a scuola” sbaglia ancora compito in classe

Matteo Salvini ha passato mesi a ripetere che in Italia ci sarebbe “il 10% degli autovelox del mondo”, undicimila, tredicimila, una “giungla” da domare. Poi arriva il suo stesso censimento ufficiale e lo smentisce senza pietà: gli apparecchi reali sono 3.625, un terzo della favola ripetuta in ogni comizio, come certificano Asaps e Associazione Lorenzo Guarnieri. Altro che record mondiale: Francia e Inghilterra ne hanno probabilmente di più, Svizzera e Austria ne hanno di più in proporzione.

Il ministro aveva costruito una guerra ideologica sul nulla. Ma il bello arriva quando si scopre che i problemi veri non sono nemmeno quelli agitati dalla propaganda: nessun autovelox in Italia è formalmente omologato, perché il decreto attuativo non esiste. Lo stallo dura da anni e Salvini, pur evocando la parola “omologazione” come un mantra, non l’ha risolto: a marzo aveva annunciato un decreto, salvo ritirarlo due giorni dopo. Intanto oltre il 60% degli apparecchi fissi è stato approvato prima del 2017, e la valanga di ricorsi cresce.

È qui che torna utile ricordare l’altra confessione pubblica del vicepremier, quella fatta qualche giorno fa in un comizio: «A scuola copiavo, sempre che il compagno non fosse infame». In fondo, lo schema è rimasto lo stesso. L’importante è avere una frase pronta, poco importa che sia vera, verificabile o utile a chi guida davvero sulla strada.

Forse al ministro converrebbe telefonare a quel suo amico da cui copiava a scuola per ricominciare a farlo ed evitarsi brutte figure.

Buon lunedì. 

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Brainstorming Culturale intervista Giulio Cavalli sullo spettacolo ‘Moussa in Paradiso’

“Solo il teatro ci permette di entrare nei cunicoli della vicenda, nei suoi orrori e nelle sue pieghe più umane“

Chiara Palumbo

Giulio Cavalli è noto soprattutto come giornalista, rigoroso e appassionato. Ha però, tuttavia, anche una consuetudine al teatro sorta come allievo dei più grandi esponenti del teatro intenzionato a essere anche un atto etico e civileoltre che artistico, da Dario Fo a Renato Sarti.

Giulio Cavalli - giornalista

Anche per Cavalli la scelta della scena – col suo lavoro di cronista – è fortemente imparentata. Ha infatti fondato il Teatro Aquilante, con cui si occupa di temi sociali, legalità e migrazione. 

Usa infatti il palcoscenico per raccontare storie che illuminano e chiarificano le pagine spesso più cupe della nostra storia, o stimolano lo spettatore sulle urgenze del nostro tempo.

È ad esempio il caso di “Moussa in Paradiso – Una giullarata funebre” in scena al teatro della Cooperativa di Milano dal 25 fino al 30 novembre. 

Giulio Cavalli: il teatro come atto di resistenza civile

Prendendo ispirazione dalla vicenda reale di Moussa Diarra, ventiseienne maliano, ucciso, disarmato, il 20 ottobre 2024 da tre colpi di pistola esplosi da un agente della Polfer nei pressi della stazione ferroviaria di Verona.

Una rappresentazione che il suo autore rivendica come un atto di resistenza civile, per non far sparire questa morte, come troppe altre, nelle semplificazioni mediatiche o nel chiacchiericcio della cronaca. Per restituire dignità a un uomo, prima che migrante, un simbolo, un individuo, e per guardare oltre la paura. Ne abbiamo parlato con Giulio.

Giulio Cavalli, cosa può aggiungere, il teatro, al racconto della realtà? 

“Aggiunge angoli di osservazione, sicuramente. Solo il teatro ci permette di entrare nei cunicoli della vicenda, nei suoi orrori e nelle sue pieghe più umane. Sulla storia di Moussa ho scritto (e scriverò ancora presumo) articoli giornalistici ma solo il palco mi consente di rendere protagonista la sensazione, più della cronaca. E le sensazioni sono ciò che ci fanno affezionare alle storie.” 

Come si può, concretamente, trasformare una vita in narrazione, rispettandola? Come ha scelto di farlo lei?

“Il cosiddetto teatro civile (che a me, come definizione, mi pare un’idiozia) affronta spesso storie che contengono dolori e sopravvissuti. Credo che esista un patto morale con loro: evitare la falsificazione e la speculazione. Nello spettacolo ‘Moussa in Paradiso’ non ci interessa fare inchiesta o svelare scoop. Pensandoci bene credo che non ci interessi nemmeno fare cronaca. La promessa che ho fatto ai famigliari e agli amici di Moussa è stata di fare in modo che fosse lui ad uscire: Moussa come persona, i suoi talenti, i suoi sogni. E soprattutto Moussa come specchio, ovvero cosa siamo noi di fronte a una storia così. In questo caso, rispetto ad altri miei spettacoli, è stato ancora più complicato perché qui c’è un’evidente differenza culturale, su base religiosa, e raccontare la storia trasfigurata di un musulmano che si ritrova in un Paradiso ‘cristiano’ ovviamente ha richiesto una certa disponibilità alla mediazione culturale. Anche per questo ne sono molto contento.” 

Il sottotitolo di questo spettacolo è “una giullarata funebre”: è un genere teatrale con molti padri nobili, penso soprattutto a Dario Fo, l’ultimo. Ci spiega il perché la scelta di questo specifico codice?

“Perché con Fo ho avuto i più intensi momenti della mia carriera giovanile. Perché da lui ho imparato che non ci sia nulla, nessuna storia, nessun dramma, che non possa strappare un sorriso.”

È una scelta, quella di portare la realtà sulla scena, che fai da diversi anni. Che tappa del tuo rapporto col teatro costituisce, questo lavoro?

“Per me è un salvifico ritorno alle origini. Raccontare la realtà attraverso lo specchio della ‘giullarata’. Io sono nato così, facevo esattamente queste cose qui. E quindi forse mi è tornata la voglia di osare, come accadeva all’inizio della mia carriera.“

“La storia di Moussa non è una storia di emergenza. Lo sparo che l’ha ucciso è solo un capitolo, nemmeno il più rilevante. Quella che raccontiamo noi non è una storia di cronaca nera: è la cronaca di un’umanità grigia che solitamente uccide per erosione.”

Moussa viene ucciso da un agente delle forze dell’ordine. Ne abbiamo in mente molte, di storie come questa: pensi che ci sia un problema sistemico, strutturale, con l’uso della forza?

“Lo dicono i numeri. Sono quei numeri che irritano certa politica ogni volta che vengono pubblicati. Del resto siamo un Paese che ha nella sua classe dirigente sfrontati razzisti: perché non dovrebbero esserlo anche i lavoratori in tutti i campi, forze dell’ordine comprese? La differenza è che un cuoco razzista sputa nel piatto allo stranieri, e invece quelli hanno un’arma in mano.” 

È una rappresentazione sulle contraddizioni dell’Europa? Penso alla discrasia tra i valori con cui si racconta e le politiche che mette in atto?

“L’Europa ha voluto essere il più avanzato laboratorio di razzismo sistemico. Da anni studia e si impegna per trovare una forma legale di forme disumane di respingimenti. Mi pare che stia seguendo a passo lesto la sua linea, alla faccia di Spinelli che celebrano per mondarsi.”

“Moussa in Paradiso – Una giullarata funebre” racconta una realtà rimossa: la burocratizzazione, la spersonalizzazione. Quali sono le cose più macroscopiche che non sappiamo, su quel che affrontano le persone migranti?

“Pensiamo che il Mediterraneo e la Libia siano l’inferno. È vero, quelle sono torture fisiche. Ma la tortura burocratica inizia appena mettono piede nel nostro paese, dove un documento li tiene appesi alla speranza di poter esistere davvero. E mentre sono in quel limbo diventano preda della criminalità e della disperazione. Per perdonarci non ci raccontiamo mai, e non vogliamo ascoltare, ciò che accade qui, da noi. Nascondercelo ci permette di convincerci di essere dalla parte giusta della storia, quella dei buoni.” 

Si tratta di teatro di narrazione. Perché funziona, quella del pericolo?

“La storia di Moussa non è una storia di emergenza. Lo sparo che l’ha ucciso è solo un capitolo, nemmeno il più rilevante. Quella che raccontiamo noi non è una storia di cronaca nera: è la cronaca di un’umanità grigia che solitamente uccide per erosione, senza avere bisogno di un poliziotto che preme il grilletto.”

 Nel tempo della polarizzazione, c’è un altro modo di raccontare la migrazione? 

“C’è solo un modo, quello umano e intellettualmente onesto che si attiene al diritto internazionale. Il resto è propaganda.” 

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Garante della Privacy, si muove la Procura di Roma: faro sulla notte del primo novembre e la caccia alla talpa

C’è una notte che fa la differenza. Una notte in cui chi dovrebbe proteggere la privacy degli italiani decide che la sua, di privacy, vale di più. È la notte del primo novembre, festa di Ognissanti, quando gli uffici del Garante della Privacy in Piazza Venezia dovrebbero essere chiusi, sigillati, vuoti come una chiesa sconsacrata. E invece.

Come racconta oggi ilfattoquoidiano.it, quella notte i quattro membri del collegio – Stanzione, Feroni, Ghiglia e Scorza – entrano nella sede. Ma non da soli. Con loro ci sono persone esterne, che restano dentro da sole, tutta la notte, fino all’ora di pranzo del giorno dopo. Un episodio di cui darà conto anche la puntata di Report in onda domani.

La notte del primo novembre e la caccia alla talpa

Cosa ci fa questa gente dentro gli uffici? Si muove la Procura di Roma: “I pm hanno acquisito documentazione e una lista di persone potenzialmente informate sui fatti – scrive il Fatto -. L’ipotesi di reato è accesso abusivo a sistema informatico (art. 615-ter)”. L’obiettivo sarebbero stati proprio i server del Garante, frugare tra i dati dei dipendenti per trovare la talpa. Quella che passava documenti a Report e al Fatto.

Nei giorni successivi, scrive ancora il Fatto, sono arrivate segnalazioni inquietanti: uffici in disordine, scrivanie spostate, oggetti buttati a terra, prese elettriche fuori posto. Il sindacato parla di operazioni di bonifica ambientale, come se qualcuno stesse cercando cimici o installando apparecchiature di controllo. La fantasia non basta a immaginare cosa sia successo davvero in quella notte.

Il tempismo è quello che fa paura. Tre giorni dopo, il 4 novembre, il segretario generale Fanizza chiede formalmente di acquisire tutte le email dei dipendenti dal marzo 2001, gli accessi VPN, le cartelle condivise. Una richiesta che, però, il dirigente della sicurezza informatica respinge definendola “una paradossale violazione delle norme emanate dallo stesso Garante”. Perché è proprio questo il cortocircuito: l’autorità che dovrebbe proteggere la privacy degli italiani chiede di violare quella dei suoi stessi dipendenti.

Il cortocircuito del Garante

Il sindacato ora chiede chiarezza. Vuole sapere chi è entrato negli uffici il primo novembre, con quale titolo, perché. Vuole sapere chi ha proposto, nella riunione del 23 ottobre, di svolgere attività di “discovery” affidandosi a un soggetto privato esterno. Vuole sapere se sono stati consentiti accessi in orari notturni, se erano dipendenti o esterni, se appartenevano allo Stato o a società private.

La vicenda si inserisce in una più ampia che ha travolto il Garante nelle ultime settimane. Report ha documentato i rapporti tra Ghiglia e Fratelli d’Italia, la multa inflitta alla trasmissione. I dipendenti hanno chiesto le dimissioni dell’intero Collegio. Fanizza si è dimesso. Ma i quattro garanti restano al loro posto.

 

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