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Anche quest’anno la scuola appoggia i piedoni sul terreno dei precari

Mi scuserete se stamattina non spendiamo inchiostro, o bit, dietro a una maggioranza occupata a cercare la scorciatoia per vincere le elezioni anche quando le perde e a tenere insieme tutte le sue isterie. Preferisco pensare al domani di chi conta ogni mattina gli euro di benzina, visto che le medie del Mimit di sabato danno 2,016 euro al litro per la verde e 2,130 per il gasolio e ieri l’Istat ha…

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Stragi mafiose del 1992, il 14 settembre a Caltanissetta un’udienza cruciale: Graviano vuole parlare, ma i giornali (con rare eccezioni) hanno già archiviato

Tredici giorni, e in Italia se ne parla come di una pratica di condominio. Il 14 settembre il gip di Caltanissetta, Santi Bologna, torna sulla richiesta di archiviazione firmata dal procuratore Salvatore De Luca nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1992, quella che vede indagato per concorso l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, e nella stessa udienza si discute la richiesta del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano di essere sentito. Nello stesso fascicolo era indagato anche Silvio Berlusconi, archiviato dopo la morte nel giugno 2023.

Il procedimento nasce da un’intervista. Nel maggio 1992 Paolo Borsellino parla a una televisione francese dei rapporti fra Vittorio Mangano e Dell’Utri, e l’ipotesi, riaperta nel 2022 su un fascicolo già archiviato, è che quell’intervista abbia accelerato la strage di via D’Amelio, cinquantasette giorni dopo Capaci. A gennaio la procura ha chiesto di archiviare per infondatezza della notizia di reato, perché manca la prova che l’intervista fosse nota a Cosa nostra prima della strage o allo stesso Dell’Utri, e perché i termini delle indagini sono scaduti. All’udienza del 15 giugno l’avvocato Fabio Repici, che assiste Salvatore Borsellino, si è opposto da solo, indicando fra le piste mai battute proprio i rapporti fra Dell’Utri e Graviano. Il gip si è riservato. Da lì è partito tutto.

La lettera che ha spostato la data

Il 12 agosto l’avvocato Antonio Sanvito ha scritto al giudice che il suo assistito aveva saputo dai telegiornali dell’udienza di giugno e delle piste rimaste aperte, e che è pronto a ripetere quanto già messo a verbale davanti alla Corte d’assise di Reggio Calabria nel 2020, aggiungendo “aspetti che in quella sede non sono stati approfonditi”. L’avvocato mette le mani avanti: nessun “messaggio occulto, criptato o subliminale”. Graviano sconta l’ergastolo e non ha mai collaborato con la giustizia: la sua parola pesa quello che pesa.

Repici ha chiesto una nuova udienza ex articolo 409 del codice di procedura penale e un incidente probatorio per esaminare Graviano sulla strage di via D’Amelio, sui rapporti con Berlusconi e Dell’Utri e sulle intercettazioni delle sue conversazioni con Umberto Adinolfi. E sul Fatto Quotidiano, Marco Lillo racconta l’ultima mossa: Sanvito ha scritto al direttore del Foglio, Claudio Cerasa, replicando a un articolo di Ermes Antonucci del 28 agosto sulla “strategia di Graviano”, e chiede se qualcuno abbia paura della verità, sostenendo che il suo assistito pretende soltanto il rispetto di impegni presi con il nonno materno.

Il calendario che agita Forza Italia

Il 29 agosto, sempre sul Fatto, Giacomo Salvini ha scritto che quella lettera ha mandato in fibrillazione Forza Italia, e che il timore dei vertici riguarda il calendario prima ancora del merito: il nome di Berlusconi che torna accanto alle stragi proprio mentre si apre la campagna per le politiche, attese nella primavera 2027. Il partito ci arriva da una stagione di trionfi giudiziari. Nell’ottobre 2025 la Cassazione aveva respinto il ricorso della procura generale di Palermo sulla sorveglianza speciale e sulla confisca dei beni di Dell’Utri, e da lì era partita la celebrazione della fine di trent’anni di “persecuzione”, con il rilancio della separazione delle carriere, bocciata dagli italiani il 22 e 23 marzo con il 53,74 per cento di no.

Se Graviano sia attendibile lo stabiliranno i giudici, e i suoi messaggi sibillini certo consigliano cautela. Solo che la cautela è un’altra cosa dal disinteresse, e fuori dal duello fra il Fatto e il Foglio questa storia è circolata come una notizia d’agenzia fra le altre. Il 14 settembre un giudice deciderà se ascoltare un boss delle stragi sui suoi rapporti con l’uomo che ha fondato un partito di governo. Il resto dei giornali ha già archiviato.

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Tra Israele e Grecia, spunta Achilles Shield

Porta la data di lunedì 31 agosto il comunicato con cui il ministero della Difesa israeliano annuncia la firma di Achilles Shield: tre miliardi di euro, il più grande contratto militare mai concluso con la Grecia e, scrive il ministero, uno dei maggiori di sempre. Ad Atene andranno il David’s Sling e lo Spyder di Rafael, il Barak Mx di Israel Aerospace Industries e i radar di Elta, e nel testo si legge che l’intera architettura poggia su sistemi israeliani e “sull’ampia esperienza operativa maturata dall’apparato di difesa israeliano”, mentre il direttore generale Amir Baram parla di “comprovata efficacia sul campo”.

Quell’esperienza ha un luogo. E ha una data, perché lunedì 31 agosto, nel giorno stesso della firma, due attacchi su Gaza City hanno ucciso cinque persone, due all’ingresso di un palazzo vicino al parco comunale e tre dentro un’auto a Tal al-Hawa, secondo l’ospedale Shifa. L’Idf ha comunicato di aver eliminato Omar Mohammed Roshdy Saraj, mentre il ministero della Salute di Gaza conta 73.456 morti dal 7 ottobre 2023 e l’Associated Press ne contava 1.318 dalla tregua di ottobre già prima di lunedì.

La Grecia è uno Stato dell’Unione europea, che nel 2025 ha assorbito il 36 per cento dell’export militare israeliano, 6,9 miliardi di dollari su 19,2. Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha giudicato illegale la presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati e ha fissato per ogni Stato l’obbligo di non fornire aiuto o assistenza al mantenimento di quella situazione, e Amnesty International registra che Italia e Germania bloccano perfino la sospensione parziale dell’accordo commerciale fra Unione europea e Israele. Achilles Shield sarà operativo entro trentacinque mesi. L’esperienza che lo garantisce è ancora in corso.

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Invalidità civile, con la semplificazione 89.646 domande in meno: la riforma che fa diminuire i disabili, ma non la disabilità

A Brescia la nuova valutazione dell’invalidità civile è arrivata per prima, il 1° gennaio 2025. E sempre a Brescia si è visto quanto pesa la parola semplificazione, perché i progetti di vita attivati erano una quarantina su una platea di circa 1.500 persone, come ha ricostruito il Fatto Quotidiano, che ha raccolto l’allarme delle associazioni Ledha e Fand. Una riforma dell’accesso si misura contando chi accede. Qui è successo esattamente l’opposto.

Secondo il dossier dello Spi Cgil curato dai segretari nazionali Stefano Cecconi e Lorenzo Mazzoli, nelle nove province della prima fase le istanze di invalidità civile sono calate del 13 per cento, cioè 19.871 domande mai presentate, nelle undici entrate il 30 settembre 2025 la flessione è salita al 17 per cento con 15.335 pratiche perse, e nelle quaranta aggiunte dal 1° marzo 2026 il calo arriva al 30 per cento e a 54.440 domande sparite, per un totale di 89.646 istanze in meno sulle sessanta province che il sindacato ha monitorato. Lo Spi la chiama “una micidiale selezione per le persone più deboli”. Parole grosse, che però reggono.

Quello che il decreto chiama semplificazione

Ma allora cos’è quella che il decreto legislativo 62/2024 chiama semplificazione? La domanda amministrativa sparisce, tutto parte dal certificato medico introduttivo che un medico invia online, e l’Inps diventa titolare unico dell’accertamento. Chi fino a ieri entrava in un patronato e ne usciva con la pratica avviata adesso deve cercarsi un medico che sia iscritto alla piattaforma, farsi compilare un certificato con diagnosi codificata, e poi rientrare da solo sul portale con lo Spid. I patronati sono rimasti fuori dalla partenza, e per anziani e malati cronici significa cavarsela da soli.

Lo stesso dossier indica fra le cause i costi della certificazione medica e la carenza di medici. Il confronto fra territori smonta pure la spiegazione più comoda, quella degli abusi, perché secondo l’Osservatorio previdenza della Cgil le domande previdenziali di invalidità e inabilità sono scese del 13,1 per cento dove la riforma è partita, mentre altrove crescevano dell’1 per cento. Le malattie, evidentemente, hanno imparato a rispettare i confini amministrativi.

Il traguardo europeo è già tagliato

Su quei numeri, come ha riportato l’Osservatorio Malattie Rare, Ilenia Malavasi (Pd) ha depositato alla Camera un’interrogazione ai ministri del Lavoro e per le Disabilità il 4 giugno 2026. Da allora il calendario è andato avanti per conto suo, e qui conta più dei risultati, perché la riforma della disabilità è la Riforma 1.1 della Missione 5 del Pnrr e le sue scadenze europee sono state rispettate tutte, dalla legge delega 227/2021 in poi, con 275 milioni l’anno a regime. Sul tabellone di Bruxelles il traguardo risulta tagliato. Nelle sessanta province lo hanno tagliato quasi novantamila domande che nessuno ha presentato.

La ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha riunito l’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità il 4 agosto 2026, ha messo al centro la formazione e ha detto che il welfare attuale ha smesso di cogliere i bisogni in maniera integrata. Un mese prima la Fish, la federazione delle associazioni di persone con disabilità, aveva chiesto allo stesso ministero i decreti correttivi, perché le criticità dei territori rischiano di compromettere l’entrata a regime. Alla richiesta di correttivi, insomma, ha fatto seguito un piano di formazione.

Il 1° gennaio 2027 il sistema arriva ovunque, e da quel giorno chi rinuncia smette di essere un numero della sperimentazione e diventa il funzionamento ordinario. La lettura ufficiale sarà pronta, e perfino elegante: le domande calano perché il sistema è più efficiente. Fra la semplificazione promessa e chi si arrende allo sportello stanno un certificato da pagare e un portale da compilare da soli. La pratica più semplice, ormai, è quella che si lascia perdere.

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Stop a Schengen con la Spagna, i numeri smontano le tesi del governo: solo 31 respingimenti e da Ceuta nessuna emergenza

Trentuno, non uno in più né uno in meno, trentuno. Tanti sono i provvedimenti di respingimento adottati alle frontiere marittime e aeroportuali in un mese di controlli sui viaggiatori che arrivano dalla Spagna, otto dei quali su cittadini marocchini, con sei persone finite in arresto. Nello stesso periodo, dal 1° al 31 agosto, il Viminale ha vagliato quasi 500mila nominativi sulle liste passeggeri e ne ha identificati oltre 180mila all’ingresso in Italia. Un respingimento ogni seimila identificati, e il vicepremier Antonio Tajani, che ha rivendicato quelle cifre in un’intervista al Corriere della Sera, le commenta così: «Non sono pochi».

Sono pochissimi, e soprattutto sono muti. Nessuno di quei trentuno respingimenti risulta collegato a Ceuta, come ha scritto il Giornale di Sicilia ricordando che l’identificazione dei migranti entrati nell’exclave è rimasta parziale, e quelli motivati da terrorismo sono zero. Eppure la proroga di altri 15 giorni della sospensione di Schengen con la Spagna, decisa il 31 agosto, viene difesa con una formula che a leggerla non ci si crede: «Il pericolo jihadista non va sottovalutato».

Il Paese che arresta più jihadisti d’Europa

L’ultimo rapporto Europol sul terrorismo nell’Unione, pubblicato a luglio con i dati del 2025, conta 347 arresti per reati di matrice jihadista in sedici Stati membri. Il primo Paese della classifica è la Spagna, che ne conta 100, seguita dalla Francia con 64, mentre l’Italia si ferma a 26. Gli attentati jihadisti portati a termine sono stati nove, in Germania, Francia, Austria, Irlanda e Spagna, e in Italia nessuno, visto che gli undici attacchi censiti qui da Europol sono tutti di matrice anarchica e di sinistra.

Il ministro degli Esteri sceglie quindi di filtrare chi arriva dal Paese con l’apparato antiterrorismo più attivo d’Europa, dove il pericolo jihadista si misura in arresti invece che in comunicati. E c’è l’altra cifra, quella che a Palazzo Chigi conviene ignorare: dei 398 arrestati per terrorismo di cui si conosce lo status di residenza, 259 erano cittadini dell’Unione, gente che a un controllo documentale passa senza che nessuno alzi un sopracciglio.

Il doppio filtro che esisteva già

Ceuta sta dentro Schengen con un regime speciale, previsto fin dall’adesione della Spagna e ribadito dal Codice frontiere Schengen: i controlli di identità e documenti sono obbligatori in uscita, all’imbarco su navi e aerei diretti nella penisola o in un altro Paese Schengen. Lo ha confermato la Commissione europea rispondendo a un’interrogazione parlamentare del 2022. I controlli italiani sono un terzo passaggio su una filiera che ne prevedeva già due.

Sui numeri della crisi Tajani abbonda: «Sono arrivate quasi 100 mila persone». Il governo spagnolo, secondo la stima riferita dall’Ansa, ha parlato di almeno 50 mila ingressi, e il ministero dell’Interno di Madrid ha contato circa 48.300 rientri volontari in Marocco. Il ministro raddoppia la cifra e trattiene il resto. Come fa con il vanto sul calo dell’immigrazione irregolare, «oltre il 60%», quando il cruscotto del Viminale al 17 agosto conta 17.800 sbarchi contro i 39.116 del 2025, cioè meno 54 per cento, su una rotta che con la Spagna non c’entra niente.

Resta la norma, che è la parte dove il castello crolla. L’articolo 25 del Codice frontiere Schengen ammette il ripristino dei controlli interni soltanto come misura di ultima istanza, in situazioni eccezionali, con una minaccia grave documentata e una proporzionalità dimostrata: il governo ha prodotto trentuno respingimenti e nessun elemento pubblico sulla minaccia specifica, tanto che la Commissione ha aperto una valutazione proprio sulla proporzionalità dei controlli italiani. Tajani giura che la proroga «non è contro qualcuno». Poi definisce «una ritorsione che non trova spiegazione» la scelta di Madrid di fare esattamente la stessa cosa a parti invertite. La sicurezza nazionale, evidentemente, è nazionale davvero.

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La legge elettorale è uno scandalo perfetto: c’è tutto tranne gli scandalizzati

A fine corsa, di fretta, una maggioranza che non è d’accordo su niente tranne che sull’amore per il potere sta cambiando la legge con cui voteremo. La Camera l’ha licenziata il 16 luglio a scrutinio segreto, due giorni dopo essere andata sotto per un voto, e oggi a mezzogiorno al Senato scade il termine per riscriverla: soglia del premio giù al 40 per cento e ballottaggio. Già questo basterebbe.

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Aggressioni in Cisgiordania, l’unico sanzionato è un attivista britannico

L’elenco dei provvedimenti presi dalle autorità israeliane dopo il fine settimana di violenze in Cisgiordania contiene un nome solo, e appartiene a un aggredito: sabato 29 agosto, a Umm al-Kheir, nel Masafer Yatta, coloni armati hanno preso l’attivista britannico Finn Joughin, arrivato per proteggere il villaggio, lo hanno rinchiuso in un capanno e consegnato alla polizia, che lo ha arrestato per sospetto atto osceno su un minore. Domenica la polizia ha ritirato la richiesta di proroga e disposto l’espulsione immediata, e l’avvocata Inbar Shaked Vardi ha detto a Haaretz che gli aggressori non risultano interrogati.

Lo stesso sabato, a Qusra, decine di coloni hanno occupato una casa in costruzione con la famiglia dentro, e a Jalud coloni a volto coperto hanno colpito con bastoni Aida Ahmed Abdullah, 51 anni, e la troupe di Nbc News che la intervistava sulla casa da cui era stata cacciata. In serata è arrivata la condanna. Benjamin Netanyahu ha rotto settimane di silenzio e chiesto l’arresto dei responsabili. Lunedì 31 agosto il Times of Israel scriveva che nessun arresto era stato effettuato, benché nei video compaiano volti riconoscibili.

La scheda dati di Yesh Din del dicembre 2025 misura la costante: dei 1.701 fascicoli aperti dalla polizia israeliana dal 2005 per reati ideologici di israeliani contro palestinesi in Cisgiordania, il 93,6 per cento si è chiuso senza incriminazione, il 3 per cento con una condanna. In 16 delle quasi trenta aggressioni di massa censite dal 2023 c’erano soldati o agenti. Nella dichiarazione di sabato Netanyahu elenca chi la violenza danneggia: “La comunità ebraica rispettosa della legge”, l’esercito nelle sue missioni, “la posizione di Israele nel mondo”. La famiglia rimasta dentro casa a Qusra mentre i coloni salivano sul balcone da quell’elenco manca.

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«Gaza è stata usata come laboratorio per scardinare il diritto internazionale»

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«La rivolta è sempre stata artistica». Così Giulio Cavalli, sul palco domani sera, martedì 1 settembre, alla Festa dell’Unità di Ravenna con la lezione-spettacolo Come siamo arrivati fino a qui?, dedicata alla storia del conflitto arabo-israeliano prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Scrittore, attore, giornalista, vincitore del Premio Selezione Campiello – Giuria dei Letteratinel 2019, da anni si occupa di grandi battaglie politiche e sociali, tra le quali quella per Gaza in primo piano. È stato anche nell’ufficio stampa della Global Sumud Flotilla. Lo abbiamo intervistato.

Perché portare oggi uno spettacolo così? A quale necessità risponde?
«Credo di aver scritto forse trecento editoriali a tema Gaza. Sapevo che a un certo punto, sia politicamente sia tra i giornali, si sarebbero abbassate le luci. E poi mancava una storia pre-7 ottobre. Mi sono reso conto, negli incontri e nelle manifestazioni, che anche molte persone che avevano abbracciato la causa palestinese avevano dubbi sui fatti accaduti tra il 1948 e il 2023. Allora ho pensato a questo. Sto preparando uno spettacolo su Gaza: domani sera avremo un entrée di quello che sarà un testo più lungo».

Qual è lo stato della mobilitazione in Italia, a livello pubblico? Si potrebbe fare di più?
«Le grandi manifestazioni dell’anno scorso hanno mosso gli spiriti dei gazawi, il morale è cresciuto. Io credo però che, in un momento come questo, non si possa pretendere di più dalle persone. Salari, inflazione, caldo: la cittadinanza sta già avendo a che fare quotidianamente con pressioni e stress di ogni genere. Si sta facendo il possibile».

Siamo alla Festa del Pd. Il Pd sta facendo abbastanza? E il governo, invece, che posizione dovrebbe prendere? Cosa deve cambiare?
«La segreteria del Pd è chiara nella sua postura, ma credo che la struttura, la macchina del partito, non sia sufficientemente “porosa” per assorbire le direttive e trasformarle in atti. Il governo invece ha scelto dove stare: con Trump e Netanyahu. Dovremmo dichiarare l’interruzione di ogni contatto con quel Paese, non bastano le sanzioni. La diplomazia qui non si può permettere di avere posizioni intermedie. Gaza e Israele sono lo specchio di due visioni del mondo. Noi, per ora, abbiamo deciso».

L’arte drammatica, il racconto, possono cambiare il mondo?
«Sì, e sempre di più. Solo che gli attori sono sfiniti. Berlusconismo, marketing, politiche anti-artistiche, brevità e scrolling: non abbiamo più spazio. Credo che oggi ci sia un’opportunità per far rinascere lo spettacolo dal vivo. La complessità, l’armonia torneranno di moda».

Ma sono mai state di moda? In passato siamo veramente riusciti a convogliare sentimenti e idee attraverso l’arte per cambiare il mondo?
«Penso a Danilo Dolci, penso ai movimenti culturali di una ventina di anni fa, a cui partecipavo, per denunciare la presenza della mafia anche al Nord. La rivolta è sempre stata artistica. Oggi l’abbiamo persa. È chiaro che, dall’avvento della tv commerciale – ma ho una visione molto lombarda su questo, potrei sbagliare – la complessità, la grammatica stessa non sono più state necessarie. Il teatro semplicemente diventava tv dal vivo e abbiamo cominciato a semplificare tutto, fino ai social, ai bit di oggi. Il punto è che queste spinte, questi movimenti, queste storie non si trasformano in politica, in partito, e non possono diventare classe dirigente: chi ha il potere in Italia è ricattabile o conservatore, se non entrambi. Chi agita, chi non si ferma, chi cambia viene espulso».

Di questa storia, che cosa resterà? Un Israele vincitore o un popolo martoriato in una guerra dei cent’anni che ancora non si arrende?
«La storia parlerà di un imperialismo israelo-americano che ha usato Gaza come laboratorio per scardinare definitivamente il diritto internazionale, ma non solo. A Gaza vogliono la gente e la terra, in Venezuela il petrolio. Potrei continuare a lungo».

Raduno del Fronte Skinheads di Pietramurata: con l‘evento organizzato in forma privata lo Stato (e le sue leggi) restano fuori dal cancello

Dal 3 al 6 settembre l’Hotel Ciclamino di Pietramurata dovrebbe ospitare “Ritorno a Camelot“: quattro giorni di concerti organizzati dal Veneto Fronte Skinheads con militanti da tutta Europa.

Ieri (31 agosto) una delegazione di Acli, Anpi, Arci, Cgil, Cisl e Uil ha consegnato alla commissaria del governo, il prefetto Isabella Fusiello, un appello che chiede a lei e al presidente della Provincia autonoma Maurizio Fugatti (Lega) di non autorizzare il raduno e ha annunciato per giovedì un presidio. Due giorni dopo Sergio Mattarella sarà al Teatro Sociale di Trento per la cerimonia “1946-2026: 80 anni di una Repubblica e di una Autonomia speciale” dopo la mattinata di Merano. Ottant’anni di un’autonomia nata dalle macerie dell’occupazione nazifascista. E il calendario, da solo, è già un editoriale.

Le tre parole su cui poggia tutto

Il quadro normativo e giurisprudenziale è chiaro. Include anche una pena: reclusione fino a tre anni. È prevista dall’articolo 5 della legge Scelba, la 645 del 1952, per chi “partecipando a pubbliche riunioni” compie le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista o di organizzazioni naziste. Accanto alla Scelba c’è l’articolo 2 della legge Mancino, la 205 del 1993, che punisce chi in pubbliche riunioni ostenta emblemi di gruppi che incitano alla discriminazione razziale. Nell’aprile 2024 le Sezioni unite della Cassazione con la sentenza 16153 hanno chiarito che il saluto romano è reato quando crea il pericolo concreto di riorganizzazione del partito fascista. L’impianto è solido, e poggia tutto su tre parole, “in pubbliche riunioni”, ed è proprio lì che questi raduni si sono spostati da tempo in forma privata, come ha ricostruito Euronews, per evitare le autorizzazioni che una riunione pubblica comporta.

Struttura privata su suolo privato: nessun preavviso al questore, nessuna licenza da negare. La macchina preventiva dello Stato si ferma al cancello dell’albergo e le due leggi arrivano dopo sul singolo braccio alzato, a concerti finiti e pullman ripartiti. Il Commissariato del Governo dopo il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica del 28 agosto ha messo per iscritto che la proprietà privata resta soggetta alle leggi dello Stato e che le eventuali misure interdittive sono “in corso di attenta e rigorosa valutazione”.

Le firme arrivate e quella che manca

Il Comune di Dro la sua firma l’ha messa e come ha scritto il Dolomiti ha concesso la deroga all’inquinamento acustico per quattro giorni di palco e tendone senza chiedere chi salisse sul palco. La sindaca, Ginetta Santoni, ha rotto il silenzio venerdì con una nota contro ogni forma di estremismo e ha convocato per stasera un consiglio comunale informale. Tre giorni prima dei concerti, e tre giorni prima del presidio.

E il presidente della Provincia Fugatti ha fatto sapere all’Ansa che c’è piena fiducia e collaborazione con le autorità dello Stato preposte alla sicurezza sotto il coordinamento del Commissariato del governo. Raccordo istituzionale perfetto: se il Trentino debba ospitare quel raduno, Fugatti lo tiene per sé. Fugatti si affida allo Stato, e lo Stato si affida alla proprietà privata. Chi rivendica l’autonomia dodici mesi l’anno, messo davanti a questo, scopre di essere un ufficio periferico.

Il precedente, del resto, lo conosciamo. Nel settembre 2016 a Revine Lago in provincia di Treviso lo stesso raduno si chiuse con la fotografia di un gruppo di bambini che salutavano a braccio teso, e il 20 aprile 2019 il Veneto Fronte Skinheads riempì un padiglione della fiera comunale di Cerea con circa mille persone da tutta Europa nel giorno di nascita di Adolf Hitler. Sabato, al Teatro Sociale di Trento, si celebreranno ottant’anni di un’autonomia che esiste perché quell’occupazione nazifascista è stata sconfitta. Nella stessa provincia, dentro l’albergo di Pietramurata, si canterà. E lo Stato resterà fuori dal cancello a prendere nota.

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Climateflation, il caldo del 2026 lo paghiamo a tavola: al 16 agosto, danni all’agricoltura per oltre 1,5 miliardi

Tre miliardi di euro è il conto che Coldiretti ha messo in fila il 16 agosto 2026 per i danni all’agricoltura italiana fra caldo estremo, siccità, grandine e roghi, e resta una stima provvisoria perché la pioggia è arrivata tardi. Confagricoltura e Cia si fermano sopra 1,5 miliardi, perché contano la sola estate e ci mettono dentro le ore di lavoro saltate col caldo.

Sul termometro non si discute: il servizio europeo Copernicus ha misurato nell’Europa occidentale un giugno-luglio a 21,62 gradi di media, 2,79 sopra il riferimento 1991-2020. Fra qualche settimana tornerà il fresco e la questione climatica sparirà dai talk della destra come sparisce il condizionatore dalle vetrine. Il caldo continueremo a pagarlo per mesi. A tavola.

L’inflazione che la Bce ha battezzato nel 2022

Il nome tecnico esiste dal 17 marzo 2022, quando Isabel Schnabel, del comitato esecutivo della Banca centrale europea, separò le spinte che stavano muovendo i prezzi e chiamò climateflation quella che nasce dagli eventi climatici in sé. Due anni dopo lo stesso istituto ci ha messo i numeri: in uno studio del 2024 su Communications Earth & Environment, firmato da Maximilian Kotz con la Bce e il Potsdam Institute for Climate Impact Research su ventisettemila rilevazioni di prezzi al consumo, il riscaldamento atteso al 2035 spinge secondo Kotz l’inflazione alimentare mondiale di 0,92-3,23 punti l’anno. Kotz e i coautori calcolano che la sola estate del 2022 in Europa valse 0,67 punti di inflazione alimentare.

Lo stesso gruppo nel 2025, su Environmental Research Letters, ha contato sedici impennate in diciotto paesi, dall’olio d’oliva europeo salito del 50 per cento in un anno dopo la siccità iberica al cacao arrivato al 280 dopo l’ondata di calore del 2024 in Costa d’Avorio e Ghana. Il meccanismo non chiede permesso all’ideologia: il caldo arriva nella settimana sbagliata della fioritura, la resa cala, il prezzo sale. Lo paga chi compra. Coceral, l’associazione europea del commercio di cereali, a giugno stimava per Unione e Regno Unito 295,5 milioni di tonnellate contro le 311,3 del 2025, poi ha tagliato ancora a 286,6, e la britannica Energy and Climate Intelligence Unit quantifica quel buco in circa 2 miliardi di euro.

Il conto italiano, e un piano fermo per due anni

Qui il conto ha già una faccia. Confagricoltura calcola per l’estate 2026 rese scese del 9 per cento, con il grano duro che finisce nella pasta a meno 9 e il riso a meno 10. Coldiretti aggiunge il mais, che fra Piemonte e Lombardia perde oltre il 30 per cento con punte del 70, e il latte calato fino al 10 per cento al giorno.

Il carrello, per ora, tiene. L’Istat ha registrato a luglio un’inflazione al 2,9 per cento e, come ha scritto il Sole 24 Ore, un carrello della spesa rallentato al più 1 per cento. Conviene leggerla lentamente questa calma, perché la climateflation salta luglio e arriva con il ritardo delle filiere, quando il raccolto mancato di giugno diventa listino di gennaio.

E proprio lì dove servirebbe uno Stato attrezzato l’Italia ha la sua specialità. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato con decreto del 21 dicembre 2023, affidava la propria attuazione a un Osservatorio nazionale che andava istituito entro tre mesi e che doveva individuare le fonti di finanziamento, e quell’Osservatorio è nato con il decreto del 16 dicembre 2025 pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 gennaio 2026, mentre a Bruxelles i partiti della stessa maggioranza smontavano il Green Deal che avrebbe dovuto ridurre le cause. Due anni per un organo di coordinamento.

Fra un mese farà più fresco e il clima uscirà dall’agenda politica fino alla prossima ondata, poi tornerà in silenzio a gennaio, dentro il prezzo della pasta e dell’olio, e nessuno lo chiamerà con il suo nome. La destra italiana ha smesso di negare il caldo, si è limitata a ricordarsene mentre lo sente addosso. È l’unico adattamento che le sia riuscito.

Leggi anche: Stangata d’autunno per gli italiani, il Codacons lancia l’allarme: 633 euro in più a famiglia tra luce, gas e carburanti

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