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Occhi su Gaza, diario di bordo #93

La foto della famiglia sterminata ieri a Gaza è l’ennesimo frammento di un archivio che cresce mentre il cessate il fuoco resta appeso a comunicati sempre più vuoti. Le squadre di recupero continuano a estrarre corpi da Khan Younis e Daeri, i coloni in Cisgiordania registrano nuovi assalti nella zona di Shilo, e l’Onu parla apertamente di una «pratica sistemica» che ignora ogni obbligo delle misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia.

Nelle stesse ore è arrivato il nuovo rapporto Don’t Buy Into Occupation. Non parla più di “economia dell’occupazione”: adotta la definizione di «economia del genocidio» mutuata dal lavoro di Francesca Albanese. Dentro ci sono 104 aziende globali e più di 1.100 istituzioni finanziarie europee che alimentano la macchina militare israeliana, con oltre 1.500 miliardi di dollari di esposizione. Il capitolo italiano è nitido, dalle banche ai grandi player energetici e del comparto militare.

Su quest’ultimo, otto associazioni e una cittadina palestinese hanno depositato un ricorso al tribunale civile di Roma. Chiedono di dichiarare illegittimi i contratti che forniscono componenti per F-35, sistemi radar, parti del Trophy installato sui Merkava. È il primo tentativo formale di forzare l’Italia a misurarsi con il proprio ruolo nella filiera che sostiene la guerra.

Nel frattempo un’altra filiera scorre silenziosa: quella dei dati. L’inchiesta che coinvolge Microsoft e l’Unità 8200 apre un fronte europeo sul trattamento di materiale di sorveglianza raccolto nei territori palestinesi e archiviato su server Ue. Anche questo è parte dell’infrastruttura del conflitto.

E mentre tutto questo si muove, in Parlamento il Pd presenta un disegno di legge che lega critica a Israele e antisemitismo. Una norma che arriva proprio quando l’Onu e DBIO documentano il contrario: la necessità di guardare in faccia la catena che rende possibile ciò che vediamo ogni giorno nelle macerie di Gaza.

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Zerocalcare lascia “Più libri più liberi” per la presenza dell’editore neofascista. Il fumettista: “Non condivido spazi con i nazisti”

Nuvole nere sull’editoria italiana. Il 2 dicembre 2025 la crepa si apre all’improvviso. A due giorni dall’inaugurazione di “Più libri più liberi”, la lettera firmata da oltre ottanta autori arriva sul tavolo dell’Aie con un’accusa precisa: la fiera ospiterà “Passaggio al bosco”, editore dell’estrema destra fiorentina vicino al gruppo Casaggì, con un catalogo che espone Mussolini, Léon Degrelle, Corneliu Zelea Codreanu, Clemente Graziani, testi sulla Decima Mas e titoli come “Il razzismo contro i bianchi”.

Gli scrittori firmatari dell’appello chiedono se questa presenza sia compatibile con il regolamento della fiera, che vincola agli articoli della Costituzione e ai diritti fondamentali dell’Unione Europea. La risposta dell’Aie arriva subito: la fiera non valuta gli orientamenti politici e controlla solo la conformità alle leggi Scelba e Mancino. In quel momento la vicenda esce dall’ambito procedurale e investe il senso stesso delle regole che la fiera dichiara di voler tutelare.

Il video, le defezioni, la reazione delle istituzioni

Il 3 dicembre il quadro cambia ritmo. Il fumettista Zerocalcare pubblica un reel che diventa immediatamente decisivo: «Quindici anni fa mi sono dato una regola: non condividere spazi con i nazisti». L’autore non convoca boicottaggi e non distribuisce patenti morali: espone una soglia personale e la trasforma in una domanda collettiva. È davvero neutrale uno spazio istituzionale che considera la propaganda delle SS un’opinione tra le altre?

Nel giro di poche ore la sua rinuncia ridisegna le posizioni. Il 4 dicembre, il Comune di Roma, tramite l’assessore Massimiliano Smeriglio, annuncia che non prenderà parte all’inaugurazione ufficiale e parla di un catalogo «neofascista, razzista e antisemita». Le Biblioteche di Roma mantengono la presenza ma prendono le distanze dalla direzione della fiera. Alessandro Barbero comunica il ritiro, altri editori indipendenti restano rivendicando la scelta di contestare “da dentro”.

Sul fronte opposto Giordano Bruno Guerri e Massimo Cacciari intervengono in difesa della partecipazione universale, nonostante la rinuncia di Zerocalcare non configuri alcuna richiesta di esclusione.

La strategia culturale della destra e l’ipocrisia di fondo

La polemica ovviamente si inserisce in un panorama più ampio: l’estrema destra ha costruito negli ultimi anni un ecosistema culturale che comprende editori come Altaforte, fumetti identitari come quelli di Ferrogallico, librerie specializzate che espongono iconografie delle SS come fossero materiale di consumo. Un lavoro costante che punta a spostare i confini del dicibile e a trasformare l’estetica del fascismo storico in una proposta culturale stabile.

La fiera romana non è nuova a tensioni. Nel 2024 era stata travolta dal caso Leonardo Caffo, poi condannato per maltrattamenti sulla sua ex compagna, con polemiche che avevano investito programmazione e governance. Nell’edizione 2025 l’ingresso di un editore apertamente neofascista all’interno dello spazio istituzionale conferma un indebolimento dei criteri che la fiera afferma di voler difendere. Il richiamo al “pluralismo” diventa una formula che tende a dissolvere qualsiasi confine tra responsabilità culturale e mercato.

Il resto lo mostra il contesto nazionale. Lo stesso paese che il 27 gennaio proclama la lotta all’antisemitismo «con ogni mezzo» e che da mesi usa l’antisemitismo come clava contro chi chiede giustizia in Palestina a dicembre discute della libertà commerciale di promuovere – in uno spazio finanziato anche con risorse pubbliche – le unità che quegli ebrei li sterminarono davvero. Le posture cambiano a seconda del calendario, a seconda della cornice, a seconda dell’occasione utile.

E la storia si chiude qui: tra una fiera che apre gli spazi a un editore neofascista e un autore che decide di rinunciare per non esserne complice. In mezzo, un paese che denuncia ogni giorno l’odio antiebraico e il giorno successivo difende la sua rappresentazione più brutale negli stand della sua capitale.

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Difesa, Crosetto in Commissione illustra il piano pluriennale. Tra riarmo e scudo spaziale, l’opposizione contro il ministro

Si spande, come sempre, un meraviglioso profumo di guerra. In Senato, davanti alle Commissioni Esteri e Difesa riunite, Guido Crosetto presenta il Documento di pianificazione pluriennale della Difesa per il triennio 2025-2027. Il linguaggio è quello delle grandi svolte: «profondo rinnovamento», «salto di qualità», la richiesta che il Parlamento approvi «in tempi rapidi» un ridisegno complessivo delle Forze armate. Il Dpp diventa la cornice tecnica di una scelta politica: consolidare la centralità militare nelle strategie del governo.

Il ministro rivendica il rifinanziamento del Fondo investimenti difesa con 1,5 miliardi l’anno e mette «al centro» le priorità legate al fianco sud della Nato, allo spazio, al capitolo cyber. Ricorda che per lo scudo spaziale-antimissile serviranno 4,4 miliardi l’anno, che i 500 milioni destinati alla sicurezza cibernetica e i 200 per lo spazio sono «troppo pochi» rispetto agli obiettivi dell’Alleanza. Insiste sulla necessità di superare la «frammentazione» dell’industria europea della difesa per non restare, sul piano tecnologico, «il vaso di coccio» tra Stati Uniti e Cina.

Nel passaggio sulla leva, Crosetto parla di «dibattito innescato», definisce la leva stessa un «bacino formato» utile anche in caso di calamità naturali e indica come obiettivo «aumentare qualità e quantità» del personale militare, rendendo la Difesa più attrattiva per i giovani. È la fotografia di un sistema che non si limita a pianificare armamenti ma ridisegna il proprio peso nella società.

Opposizioni in trincea tra riarmo, segretezza e democrazia

Le opposizioni usano la stessa audizione per rovesciare lo sguardo. Il Movimento 5 Stelle parla apertamente di «problema di democrazia e trasparenza». I capigruppo nelle Commissioni Difesa, Arnaldo Lomuti e Bruno Marton, contestano la «segretezza dei target capacitivi concordati con la Nato», cioè gli obiettivi operativi su cui si fondano gli impegni di spesa. Per il M5S non è accettabile che la corsa al riarmo si basi su richieste definite “cifre folli” senza che il Parlamento conosca nel dettaglio le esigenze che le motivano.

I pentastellati attaccano anche il mega-programma GCAP/Tempest, il caccia di sesta generazione italo-anglo-giapponese, destinato a diventare «il programma più costoso, surclassando l’F-35»: oltre 10 miliardi di euro solo per la fase di ricerca e sviluppo. Chiedono se ci saranno fondi europei, se l’eventuale ingresso della Germania ridurrebbe la quota italiana, se per i droni gregari del GCAP – su cui lavora la joint venture Leonardo-Baykar – siano allo studio soluzioni «made in Usa» dopo le pressioni di Washington. Da Crosetto, raccontano, «nessuna risposta».

Ancora più netta è la lettura di Alleanza Verdi e Sinistra. Il capogruppo al Senato Peppe De Cristofaro parla di «avventura del riarmo» e di «militarizzazione della società italiana». Ricorda che, secondo i calcoli dell’Osservatorio Milex, i programmi di investimento per i prossimi quindici anni valgono 130 miliardi in nuovi sistemi d’arma, più 9 miliardi per le infrastrutture militari, di cui 35 già stanziati con le precedenti leggi di Bilancio. Per Avs l’audizione certifica una “politica di riarmo strutturale”, con risorse pubbliche impegnate per decenni e un Parlamento relegato a passacarte.

De Cristofaro mette in fila i punti più controversi: la «leva volontaria» evocata dal ministro come strumento per aumentare i reclutamenti, la disponibilità del governo ad accedere a prestiti europei per rispondere alle richieste della Nato quando l’Italia uscirà dalla procedura per deficit eccessivo, il rischio che in uno scenario di «guerra mondiale a pezzi» queste scelte «aumentino e non diminuiscano» l’insicurezza. E richiama esplicitamente l’articolo 11 della Costituzione, il ripudio della guerra che dovrebbe guidare anche le politiche di difesa.

Sul fondo resta il nodo politico che nessun tecnicismo del Dpp cancella. Il governo rivendica una Difesa «più moderna», agganciata alla competizione industriale e tecnologica globale; le opposizioni vedono in quelle stesse scelte un salto di qualità nel militarismo italiano, una spesa destinata a crescere proprio mentre la manovra taglia su altri fronti. Nella sala del Senato, dietro le cifre e gli acronimi, si misura la distanza tra chi affida la sicurezza all’espansione dell’apparato militare e chi teme che, ancora una volta, la democrazia arrivi quando i giochi di bilancio sono già chiusi.

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L’Italia del sospetto: la destra e l’allucinazione gender

In questo Paese il governo vede «gender» ovunque. Basta aprire un libro, accendere la tv, attraversare un corridoio scolastico: per la destra è tutto un complotto di drag queen, “bolla woke” e presunti indottrinamenti. L’ultimo esempio è il disegno di legge sul consenso informato, approvato alla Camera, che vieta l’educazione sessuo-affettiva alle primarie e la subordina all’autorizzazione delle famiglie alle medie e alle superiori.

Il racconto costruito è sempre lo stesso. C’è una minaccia invisibile che incombe sui figli, ci sono “attivisti travestiti da esperti” pronti a colonizzare le scuole e perfino – hanno detto ieri in Aula – «pornoattori che parlano di fluidità sessuale». È una caricatura che funziona: più è irreale, più alimenta paura. E la paura, si sa, è la leva politica preferita da chi non ha altro da offrire.

Il paradosso è che mentre il governo proclama di voler “proteggere i giovani”, i fatti raccontano un’altra urgenza: nelle scuole compaiono liste di stupri, le denunce di violenza aumentano, la cultura del rispetto resta fragile. Ma invece di investire in educazione scientifica e strumenti per riconoscere la violenza, la maggioranza erige un muro ideologico e consegna alle famiglie un potere di veto che svuota l’autonomia scolastica.

Ogni volta che la realtà bussa, rispondono con uno slogan: «Dio, patria e famiglia». Una formula che diventa grimaldello per controllare ciò che si può insegnare e ciò che si deve tacere. Il risultato è una scuola più povera, più impaurita, più ricattabile. Forse è proprio questo il punto: meno conoscenza, più propaganda.

Buon giovedì.

Foto Camera dei deputati

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Carceri che esplodono, le opposizioni contro Nordio: sovraffollamento, suicidi e promesse mancate nel mirino

Lo scontro, l’ennesimo, con il governo si consuma sulle carceri e questa volta il guardasigilli Carlo Nordio è chiamato almeno a metterci la faccia. Le opposizioni depositano una nuova richiesta di informativa urgente al ministro della Giustizia e il senso non è la forma parlamentare: è la fotografia di una crisi che non trova più un responsabile politico disposto ad assumersela. I numeri si impongono: settantadue suicidi, sovraffollamento al 137%, oltre 63.000 detenuti stipati in meno di 47.000 posti reali. È il quadro di un sistema penitenziario che ha oltrepassato la soglia di sicurezza e si avvicina all’orizzonte delle vecchie condanne europee.

Le promesse mancate e la realtà che esplode

Il nodo non è solo ciò che accade nelle carceri, ma ciò che non accade nel governo. Nordio aveva promesso un’inversione di rotta: un carcere meno punitivo, più misure alternative, meno reati simbolici. Oggi il bilancio è l’opposto. Le riforme attese si sono fermate, il piano edilizio avanza tra ritardi e procedure da rifare e la task force sulle pene brevi è rimasta imprigionata nella burocrazia e nell’assenza di soluzioni abitative.

Nel frattempo, i nuovi decreti sulla sicurezza hanno ampliato l’area del penale, riversando negli istituti altre migliaia di ingressi. La distanza tra la retorica garantista e le scelte di governo è diventata il cuore della crisi. Le opposizioni lo dicono apertamente: il ministro non ha più la forza di fronteggiare un’emergenza che lo ha superato. Paolo Ciani (PD) parla di una situazione «non più procrastinabile» e ricorda che «i numeri non sono compatibili con uno Stato di diritto». Roberto Giachetti (Italia Viva) sottolinea che è «la decima volta in un mese» che si chiede un’informativa e chiede alla Presidenza se debba diventare «una sterile richiesta destinata a finire qui».

Devis Dori (AVS) affonda: «Forse stiamo sbagliando ministro. Noi le proposte le abbiamo, ma forse non vuole ascoltarle». Riccardo Magi (+Europa) definisce «inaccettabile» che un tema così delicato «venga trattato con tanta leggerezza». Enrica Alifano (M5S) chiede «risposte concrete per gli ultimi degli ultimi». Federica Onori (Azione) denuncia «l’indecorosa assenza del ministro davanti a un’emergenza nazionale».

E i garanti segnalano incendi nei minorili, sezioni inagibili, tassi di autolesionismo in crescita, colloqui ridotti al minimo e condizioni che definire precarie è un eufemismo.

Una maggioranza che non sa più cosa raccontare

Dentro il centrodestra la frattura è evidente. Fratelli d’Italia mantiene la linea securitaria, sostenuta dal sottosegretario Delmastro, che considera il sovraffollamento un prezzo inevitabile. La Lega presidia il terreno dell’ordine pubblico e blocca ogni ipotesi di clemenza.

Forza Italia, sempre più isolata, tenta di difendere un residuo profilo garantista, apre alla liberazione anticipata speciale e guarda con favore al numero chiuso, ma ogni volta viene riportata all’ordine. Ignazio La Russa, unico con un ruolo istituzionale forte, ha parlato di un decreto entro Natale per alleggerire la pressione: un segnale che racconta più di molte dichiarazioni ufficiali.

È questo il contesto che le opposizioni hanno riportato in Parlamento: un sistema al limite e una maggioranza che non trova una storia unica da raccontare sulla pena, oscillando tra la difesa dell’indurimento e la consapevolezza crescente che l’emergenza non è più governabile.

Il punto politico del 3 dicembre

Non servono scontri in Aula per capire che il governo ha esaurito gli strumenti per fronteggiare la crisi. Le opposizioni non chiedono più spiegazioni: chiedono responsabilità. Se settantadue suicidi non bastano a cambiare passo, allora il problema non è tecnico ma politico.

Il 3 dicembre segna esattamente questo: il momento in cui la distanza tra la retorica del governo e la realtà delle celle diventa impossibile da coprire. Se l’esecutivo continuerà a rinviare, l’intervento arriverà altrove: dai garanti, dalla giurisdizione europea o, più semplicemente, dalla cronaca. E la cronaca, quando supera la soglia della tragedia sistemica, non aspetta certo i tempi della politica.

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La dottrina del condono

Matteo Salvini governa come se il Paese fosse un cantiere lasciato aperto dagli amici del mattone. E ogni volta che torna sulla scena, porta con sé la stessa idea fissa: non correggere le distorsioni dell’edilizia italiana, ma assolverle. Prima il “Salva Casa” del 2024, trasformato in una sanatoria strutturale delle difformità interne, delle verande chiuse, dei frazionamenti spuntati senza titolo. Poi la spinta, nella Manovra 2026, a riaprire i vecchi condoni del 1985 e del 2003: una promessa implicita di clemenza verso chi ha costruito fuori dalle regole e per anni ha aspettato l’occasione buona.

Ora arriva il capitolo finale: la riforma dell’edilizia che introduce un silenzio-assenso potenziato e una sanatoria per gli abusi realizzati prima del 1° settembre 1967. Un confine che permette di regolarizzare ampliamenti, volumi, trasformazioni nati senza alcun controllo. Se il Comune non risponde, l’abuso diventa legittimo. Non una scorciatoia burocratica: una strategia politica.

Salvini racconta tutto come “libertà”, “semplificazione”, “rilancio dell’economia”. Ma la semplificazione, qui, è la cancellazione della legalità urbanistica. Lo Stato rinuncia a verificare, a controllare, a difendere il territorio: è l’irresponsabilità come architettura normativa. Un Paese fragile — segnato da frane, alluvioni, dissesti — dovrebbe pretendere più prudenza, non un colpo di spugna permanente.

È questo il vero progetto: trasformare l’abuso in normalità e la normalità in un ostacolo. Chi ha rispettato le regole resta il fesso della storia; chi le ha violate trova sempre una porta aperta. Governare diventa condonare, e il condono diventa dottrina: una pedagogia del favore che premia chi ha osato di più, che perdona retroattivamente, che considera il territorio una quota di scambio politico.

La domanda non è più cosa si costruirà, ma cosa lo Stato sarà disposto a perdonare. E in questa risposta c’è già tutto il fallimento di un’idea di governo che ha scambiato il Paese per un eterno cantiere abusivo in cerca di assoluzione.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #92

La tregua continua a somigliare a un titolo letto da lontano, perché sul terreno i colpi non rispettano le sospensioni annunciate. A ovest della Linea gialla, nel quartiere di Zeitoun, le forze israeliane hanno aperto il fuoco: l’esercito parla di tre «miliziani eliminati» dopo aver superato la linea; le fonti ospedaliere dell’Al-Ahli hanno registrato civili feriti e un uomo ucciso, arrivato già senza vita. Due versioni che disegnano lo stesso spigolo: il confine che dovrebbe garantire sicurezza diventa di nuovo un varco da cui entra la violenza.

Intanto sotto le macerie restano oltre 9.500 dispersi, secondo il Gaza Government Media Office. Numeri che non compaiono nei negoziati di queste ore, concentrati sui «reperti» dei due ostaggi recuperati, mentre la contabilità reale della Striscia continua ad ampliarsi. Dal lato giordano arriva un altro frammento del quadro: il ministro degli Esteri Ayman Safadi denuncia più di 500 violazioni del cessate il fuoco e aiuti fermi al 20 per cento del fabbisogno. La tregua, vista da qui, è una cornice che non riesce a trattenere nulla.

Intanto il corridoio di Netzarim cambia forma: le squadre ingegneristiche egiziane stanno livellando il terreno per costruire nuovi campi destinati agli sfollati, mentre a Al-Zahra nasce un secondo insediamento. È la geografia della Gaza che verrà, tracciata mentre la Striscia è ancora ferita. E Rafah apre solo in uscita, sotto supervisione Ue e con autorizzazione israeliana, senza alcuna indicazione sul rientro. Una porta che rischia di trasformare l’emergenza in migrazione definitiva.

Sul piano politico la Knesset discute l’adozione del piano in 20 punti dell’amministrazione Trump; Netanyahu prepara il viaggio a Washington; Meloni da Manama descrive quel progetto come «un’opportunità reale». La distanza con ciò che accade a Gaza resta intatta: i confini si ridisegnano a colpi di bulldozer e di fucile, mentre la diplomazia continua a parlare la lingua delle mappe e delle promesse.

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Guarire costa troppo

La povertà non arriva mai da sola. Entra in casa in silenzio, si siede al tavolo, poi comincia a portarsi via i diritti uno alla volta. Prima la qualità del cibo, poi una visita rimandata, poi un farmaco “solo per qualche giorno”. In Italia oggi ci sono più di 500mila persone che non riescono a permettersi nemmeno le cure essenziali: è la fotografia impietosa del nuovo rapporto del Banco Farmaceutico, che segnala un aumento dell’8,4% in un solo anno. È il segnale di una frattura che si allarga. Nel 2024 le famiglie hanno pagato 10,16 miliardi di euro di spesa farmaceutica totalmente di tasca propria, e in sette anni questa quota è cresciuta di oltre il 21%. Significa che il Servizio sanitario nazionale copre sempre meno, mentre il mercato copre sempre di più. E quando il mercato entra nei diritti, i diritti diventano oggetti di consumo. Intanto quasi 3,1 milioni di italiani hanno rinunciato a visite o esami per ragioni economiche. Dietro ogni numero c’è una storia che non fa rumore: un anziano che taglia le compresse per farle durare il doppio, un genitore che sceglie se curarsi o comprare i libri ai figli, un malato cronico che fa i conti con la data di scadenza del conto corrente più che con la data di scadenza del farmaco. La povertà sanitaria non è un settore specialistico: è il barometro dell’uguaglianza. Racconta quanto ci stiamo allontanando dall’idea che la salute sia un diritto e non un premio. Ogni ticket che aumenta è un gradino in più tra chi può e chi non può. Ogni rinuncia è una sconfitta collettiva. E il paradosso è evidente: mentre migliora la medicina, peggiora l’accesso alla medicina. La povertà cresce così, giorno dopo giorno. Senza proclami, senza emergenze dichiarate. È già qui, nei farmaci che molti non comprano più e nei diritti che evaporano mentre fingiamo di non accorgercene.

Buon mercoledì
Foto di freestocks su Unsplash

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Morti sul lavoro, la strage silenziosa degli Over 60 che l’Italia non affronta

L’Italia del 2025 si misura con una statistica che non assomiglia a nessun altro grande Paese europeo: 323 lavoratori con più di 60 anni morti mentre erano al lavoro, su 962 decessi complessivi. È una vittima su tre, e quasi la metà — 164 persone — aveva superato i 70 anni. La curva non è un’anomalia dell’ultimo anno: dal 2022 a oggi i decessi degli anziani sono aumentati del 15%, mentre la mortalità complessiva è rimasta quasi identica.

Le cronache locali illustrano un Paese che accompagna i suoi anziani fino ai mestieri più pericolosi. A Ceccano un 66enne è precipitato da un ponteggio alto nove metri mentre tentava di integrare una pensione insufficiente. A Palermo un 60enne è morto in un reparto in ristrutturazione, durante un turno di manutenzione irregolare. Casi diversi, dinamica identica: redditi troppo bassi, cantieri appesi ai subappalti, assenza di protezioni specifiche per chi lavora oltre i 60 anni. In molte aree del Paese, perfino la formazione obbligatoria viene ridotta a un adempimento formale, distante anni luce dalle reali condizioni dei cantieri in cui si continua a lavorare senza rete.

Il nodo dell’età pensionabile e il buco della sicurezza

L’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, introdotto senza una strategia dedicata ai lavoratori maturi, ha spinto decine di migliaia di ultra-sessantenni a restare attivi in settori che richiedono riflessi pronti, forza fisica, equilibrio. Una caduta da pochi metri che un quarantenne potrebbe assorbire diventa fatale per chi ha il corpo segnato dal lavoro di una vita, soprattutto quando gli stessi turni vengono estesi per compensare la riduzione degli organici e il ricorso crescente a micro-imprese prive di risorse.

Nei cantieri, le cadute dall’alto rappresentano più di un terzo dei decessi. Nelle costruzioni si contano 182 morti nel 2024, con una quota elevata dovuta a tetti, ponteggi e coperture. Per gli over 60 questi numeri assumono un significato diverso: l’impatto di un infortunio, a quell’età, non lascia margini.

Il quadro normativo rimane immobile. Non esiste alcuna protezione aggiuntiva per gli over 60 e non è prevista alcuna modulazione dei rischi in base all’età. Le regole sono le stesse per tutti, anche quando i corpi non lo sono più. L’assenza di soglie specifiche per il lavoro in quota, la mancanza di un ritmo ridotto, l’assenza di una rotazione obbligatoria verso mansioni più leggere e la carenza di controlli medici rafforzati nei settori più esposti compongono un sistema che non riconosce l’invecchiamento come fattore di rischio.

L’effetto dei subappalti e il confronto con l’Europa

La scelta di consentire il subappalto a cascata ha frammentato ulteriormente la filiera dei cantieri. Nei livelli più bassi finiscono lavoratori anziani, spesso senza tutele reali e spesso impiegati in micro-imprese che sfuggono ai controlli ispettivi. È qui che si concentra l’80% degli infortuni mortali degli over 60, un dato che racconta quanto la debolezza contrattuale diventi vulnerabilità fisica. L’espansione dei subappalti ha anche ridotto la responsabilità diretta delle imprese principali, generando una catena di comando in cui la sicurezza scivola verso il basso fino a scomparire.

Nel resto d’Europa il quadro è diverso. La Germania ha linee guida che prevedono rotazioni e adattamenti ergonomici già dai 55 anni. La Francia limita il lavoro notturno agli over 50 in alcuni settori e finanzia le aziende che modificano l’organizzazione delle mansioni. La Finlandia integra prevenzione, riabilitazione e reinserimento, mentre la Svezia offre reali uscite flessibili grazie a un sistema pensionistico costruito sulla sostenibilità fisica del lavoratore. L’Italia combina invece un’età pensionabile tra le più alte con una struttura produttiva frammentata e una rete ispettiva insufficiente.

Chi analizza questi numeri osserva che “chi ha già lavorato una vita finisce nei mestieri più rischiosi proprio quando il corpo non può più sostenerli”. È il riassunto più fedele del paradosso italiano: un Paese che continua a far morire i propri anziani nei cantieri, nei campi e nei capannoni, senza un piano per impedirlo.

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Cpr in Albania, esposto di ActionAid alla Corte dei Conti sui costi dei centri

Oggi ActionAid chiede ufficialmente alla Corte dei Conti di verificare se l’operazione Albania abbia prodotto un danno erariale. L’esposto ricostruisce due anni di spesa pubblica che si allarga a ogni passaggio: 39,2 milioni stanziati con la legge di ratifica del protocollo, poi improvvisamente aumentati a 65 milioni con il cosiddetto “Decreto Pnrr 2”, quando la competenza passa dalla Giustizia e dal Viminale alla Difesa. È il primo scarto politico: la detenzione amministrativa dei migranti diventa un capitolo militare. 

Secondo i dati ottenuti tramite accesso civico, la Difesa ha bandito 82 milioni di gare, firmato contratti per oltre 74 milioni – quasi tutti affidamenti diretti – ed erogato più di 61 milioni. Un flusso di denaro che corre più veloce dell’attivazione dei centri: a marzo 2025 erano in funzione solo il 39% dei posti dichiarati. 

Nello stesso tempo ActionAid segnala all’Anac presunte irregolarità nell’affidamento dell’appalto da 133 milioni, che sarebbe stato assegnato senza verificare nemmeno la “rilevanza internazionale”, condizione che avrebbe imposto una procedura più aperta e competitiva. «Soldi pubblici sottratti alla salute, alla giustizia e al welfare», denuncia l’avvocato Antonello Ciervo, definendo «ancora più grave» la distorsione nell’uso delle risorse. 

Centri semivuoti, costi che esplodono

Il dossier fotografa un sistema che assorbe fondi senza produrre risultati. A Gjader, in due mesi di attività semideserta, un singolo posto costa 1.500 euro, lo stesso importo che una struttura come Modica spende per un intero anno di gestione ordinaria. Nel frattempo, il 20% dei posti nei Cpr italiani resta vuoto, mentre l’Albania moltiplica i passaggi e le spese. 

A marzo 2025 parte la fase più controversa: trasferimenti in Albania di persone già trattenute in Italia. Il risultato è un itinerario circolare – Italia, Albania, di nuovo Italia – che non cambia il destino amministrativo dei migranti, ma aumenta i costi. A fine 2024 il prezzo giornaliero per detenuto a Gjader è quasi triplo rispetto ai Cpr italiani.

Le spese accessorie raccontano la stessa dinamica. Oltre 2,6 milioni per la nave Libra – manutenzione, forniture, poi la cessione a Tirana. 630mila euro del Viminale per trasferimenti e tecnologie di controllo. E il capitolo più impressionante: 105.616 euro al giorno per vitto e alloggio delle forze dell’ordine impegnate in Albania tra ottobre e dicembre 2024, quasi 18 volte il costo giornaliero di Macomer e 28 volte quello di Palazzo San Gervasio. 

Il Ministero della Giustizia ha firmato contratti per quasi 2 milioni ed effettuato pagamenti per 1,2 milioni per il centro di Gjader, mai utilizzato e consegnato solo al 70%. Il Ministero della Salute ha autorizzato spese per 4,8 milioni, ma gli uffici dell’Usmaf Albania risultano deserti dal marzo 2025. La commissione vulnerabilità si riunisce solo da remoto, e solo davanti a referti già conclusivi: una tutela sanitaria ridotta a procedura formale. 

Rimpatri irrilevanti, costi imponenti: ora tocca ai giudici

Il nodo finale riguarda l’efficacia. L’esperimento siciliano che ha preceduto l’Albania aveva già mostrato tutti i limiti: zero convalide e zero rimpatri nel 2023, cinque rimpatri su 166 nel 2024 tra Modica e Porto Empedocle. Lo Stato trattiene, trasferisce, riporta indietro, spende. Il risultato non si sposta. 

Per l’esperto di migrazioni di ActionAid Fabrizio Coresi, l’ostinazione istituzionale nel mantenere vivo questo modello, «inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente», ha generato una perdita che «non può essere archiviata come mero errore tecnico». L’esposto ne chiede la verifica contabile: un passaggio che sposta la discussione dall’arena politica alla responsabilità amministrativa. 

Oggi, con il dossier sul tavolo dei magistrati contabili e l’Anac chiamata a valutare l’appalto chiave, l’operazione Albania entra nel punto più delicato della sua storia. La promessa di efficienza si misura finalmente con le carte. E con il peso del denaro pubblico che, in questi due anni, è evaporato molto più velocemente dei risultati.

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