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Scontro Ue sulle Ong, il gruppo di scrutinio sui finanziamenti innesca la scintilla

Succede a Bruxelles, in una sala che odora di procedura e sospetto. È qui che il Parlamento europeo ha inaugurato il suo nuovo “gruppo di scrutinio” sui finanziamenti alle Ong, un organismo voluto dall’asse tra popolari, conservatori ed estrema destra. Lo racconta un’inchiesta di Euractiv, in cui si vede la scena: i commissari dell’esecutivo europeo interrogati, le sedie lasciate vuote dai deputati di Verdi e Sinistra, la fuga simbolica dei socialisti e dei liberali dopo nemmeno un minuto di seduta. Un rituale di delegittimazione perfettamente costruito.

Il punto non è contabile. Il punto è politico. Le Ong tornano al centro del mirino perché diventano il terreno su cui la destra europea costruisce la sua offensiva culturale: ridurre lo spazio della società civile, normarla, incasellarla, toglierle voce. Nell’inchiesta si ricorda che tutto nasce da accuse mai provate di presunta attività di lobbying svolta da alcune organizzazioni finanziate con fondi comunitari. Accuse deboli, ma sufficienti a giustificare un apparato d’indagine.

Il nuovo perimetro della solidarietà

A spiegare la posizione della Commissione è il direttore generale per il Clima, Kurt Vandenberghe: «Non c’è alcuna prova di violazioni». Il capo di Dg Ambiente ricorda che in passato alcune Ong avevano indicato nelle loro attività anche iniziative di advocacy rivolte agli eurodeputati, ma precisa che dal 2024 le linee guida sono state modificate per evitare ogni possibile fraintendimento. La Commissione ribadisce che le Ong restano autonome, che nessuno viene finanziato per fare pressione sugli uffici di Bruxelles.

È una difesa istituzionale. Ma sotto la superficie si intravede un’altra dinamica: un’Unione che si sente minacciata da chi ne interpreta criticamente le politiche ambientali, migratorie, sociali. Ed è per questo che le regole cambiano, si restringono, diventano un recinto.

In parallelo, negli ultimi mesi diversi governi europei hanno iniziato a introdurre controlli, registri speciali, obblighi di trasparenza selettivi, fino a misure che trattano le Ong come potenziali agenti stranieri. La stessa retorica che oggi plasma il dibattito europeo: un’associazione che salva vite o difende diritti viene descritta come un soggetto “politico”, quindi da contenere.

Il Mediterraneo come laboratorio

La controprova arriva dal mare. Nel Mediterraneo le Ong che soccorrono migranti continuano a subire fermi amministrativi, procedure accelerate, imposizioni di porti lontani. In diversi episodi documentati da missioni internazionali, le navi umanitarie sono state ostacolate, intimidite, persino colpite durante operazioni di salvataggio.

La Commissione, interrogata più volte, risponde sempre allo stesso modo: la ricerca e il soccorso spettano agli Stati, non all’UE. È una formula neutrale, che però sposta la responsabilità verso i governi nazionali e lascia le Ong intrappolate fra normative divergenti, sospetti politici e zone d’ombra operative.

Il risultato è un cortocircuito: l’Europa che finanzia progetti umanitari è la stessa che restringe lo spazio di chi agisce sul terreno, soprattutto se quell’azione incrina la narrazione sulla gestione dei confini.

Una strategia che parla al futuro

Il quadro che emerge è chiaro: la “guerra alle Ong” non è un episodio sporadico ma una strategia di lungo periodo, inaugurata con il pretesto di controllare l’uso dei fondi e consolidata con il rafforzamento delle famiglie politiche che hanno fatto della diffidenza verso la società civile un tratto identitario.

Nel frattempo, la Commissione prova a mostrarsi rassicurante, ma accetta l’idea – seppure senza proclamarla – che le Ong debbano operare entro un nuovo perimetro, più stretto, più “compatibile”, meno conflittuale. Come se il pluralismo democratico fosse un fastidio, un margine da assottigliare.

E così, mentre a Bruxelles si dibatte sui dettagli procedurali, la politica trova un altro modo per misurare la solidarietà: non in base al numero di vite salvate, ma in base a quanto chi salva resta docile di fronte al potere.

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Decreto flussi, cosa cambia davvero e cosa prepara il governo

L’annuncio non c’è ancora, ma nei ministeri si ragiona già sul prossimo decreto flussi. Il provvedimento approvato definitivamente il 26 novembre 2025 ha fissato il perimetro politico: un sistema di ingressi sempre più selettivo, costruito attorno ai bisogni presunti del mercato del lavoro e alla promessa di velocizzare procedure che, nella realtà, continuano a ingolfarsi.

Il voto in Senato per alzata di mano, con la maggioranza compatta e l’opposizione contraria, ha sancito l’ennesima stagione di “governance” dell’immigrazione in cui efficienza e chiusura marciano insieme. Il prossimo decreto nasce in questo solco.

La selezione come strategia

La nuova architettura introduce il rilascio del nulla osta entro trenta giorni, elimina la conferma di assunzione da allegare alla domanda di visto ed estende a dodici mesi la finestra per richiedere l’ingresso dopo i percorsi formativi realizzati nei Paesi d’origine.

Misure presentate come snellimenti, ma che esplicitano l’obiettivo reale: entra chi è funzionale, quando è funzionale, secondo criteri fissati dall’alto.

La Lega ha segnato il passaggio più pesante: con gli ordini del giorno approvati alla Camera, i ricongiungimenti familiari sono ristretti a coniugi e figli minori. Una linea che anticipa il tratto politico del decreto flussi che verrà: confinare la vita delle persone dentro categorie amministrative, sottraendo spazio ai legami familiari e all’integrazione di lungo periodo.

Nel frattempo il governo mantiene una narrazione di fermezza, mentre le stime diffuse da sindacati e osservatori mostrano un mercato del lavoro dove la presenza straniera è strutturale e dove l’irregolarità resta funzionale all’offerta in agricoltura, logistica, cura e ristorazione.

L’assistenza come tampone, il resto come ostacolo

Il decreto attuale proroga fino al 2028 gli ingressi extra-quota per diecimila lavoratori destinati all’assistenza familiare e sociosanitaria. È la fotografia di un Paese che chiede forza lavoro per reggere l’invecchiamento della popolazione, ma continua a garantire numeri minimi. Secondo le principali organizzazioni del settore, il fabbisogno reale supera di gran lunga il contingente previsto. È qui che la maggioranza intende intervenire: più flessibilità sugli ingressi “utili”, più rigidità sugli altri canali.

La durata dei permessi per protezione sociale, per le vittime di tratta e di sfruttamento, passa da sei mesi a un anno, con possibilità di proroga. È l’unica apertura, pensata per mostrare equilibrio, mentre il resto del quadro procede verso una compressione degli spazi di regolarità. Anche il termine per i ricongiungimenti, portato da novanta a centocinquanta giorni, introduce un’ulteriore lentezza che rende sempre più complesso tenere insieme lavoro, famiglia e progetto di vita.

Il Tavolo contro il caporalato

Il Tavolo contro il caporalato diventa stabile. Ma la distanza tra norma e realtà si vede nelle campagne dove il lavoro nero rimane dominante e nelle periferie urbane dove la domanda di manodopera supera l’offerta regolare.

Il decreto flussi che verrà prenderà forma in questo squilibrio strutturale: domanda crescente, quote insufficienti, procedimenti lenti, irregolarità che prolifera dove il sistema chiude. La maggioranza parla di ordine; le opposizioni denunciano una selezione che crea vulnerabilità invece di ridurla.

La promessa è una gestione moderna. I dati raccontano tutt’altro: finché gli ingressi regolari resteranno un imbuto, il Paese continuerà a reggersi su ciò che non appare nelle statistiche ufficiali. È su questo terreno che si leggerà il prossimo decreto flussi. E sarà lo stesso terreno su cui verrà misurata la distanza tra gli slogan e la realtà del lavoro.

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Donne in carcere in aumento, i dati globali e italiani raccontano una crisi ignorata

Il numero di donne incarcerate nel mondo sta correndo più veloce di qualunque previsione. Gli esperti parlano apertamente di una «crisi globale»: secondo le serie statistiche dell’Unodc e della World Female Imprisonment List dell’Icpr, le detenute crescono a un ritmo quasi triplo rispetto agli uomini. Se la curva resterà invariata, si supererà la soglia del milione. Dal 2000 a oggi la popolazione detenuta femminile è aumentata del 57%, contro il +22% di quella maschile, con un impatto enorme su violenze sessuali, salute, lavoro obbligato e condizioni materiali.

Un’emergenza che non riguarda soltanto paesi lontani. L’Italia ne è parte, benché continui a rappresentarsi come un’eccezione. I numeri del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) raccontano invece un’altra storia: le donne dietro le sbarre aumentano lentamente ma costantemente, mentre il sistema resta inadatto a rispondere ai loro bisogni specifici.

Il caso italiano dietro le statistiche

Secondo gli ultimi dati Dap del 2025, le donne costituiscono circa il 4,4% della popolazione detenuta. Un dato basso solo in apparenza. Le sezioni femminili sono spesso ricavate dentro istituti maschili, con spazi ridotti, servizi sanitari limitati e accesso disomogeneo ai percorsi trattamentali.

Le misure alternative mostrano il divario più evidente: mentre gli uomini registrano un lieve aumento nei percorsi fuori dal carcere, per le donne la crescita è quasi nulla. Le madri detenute sono ancora una quarantina, con una decina di bambini in Icam o sezioni ordinarie. La legge 62/2011, che dovrebbe evitare il carcere alle madri con figli piccoli, resta applicata in modo irregolare. I tribunali di sorveglianza segnalano difficoltà strutturali: mancano comunità, mancano case famiglia protette, mancano percorsi dedicati.

La salute mentale è l’altra grande zona d’ombra. Le relazioni annuali del Garante nazionale delle persone private della libertà mostrano indicatori di autolesionismo sensibilmente più alti per le donne rispetto agli uomini. Nei reparti di osservazione psichiatrica non esistono sezioni femminili autonome: un’assenza che produce isolamento, regressione, cure frammentate. «Le donne continuano a essere trattate come eccezioni dentro un modello pensato per gli uomini», ha scritto il Garante nella relazione 2024.

Una deriva globale che parla anche a noi

I dati raccolti da Un Women, Unodc e dai monitoraggi regionali del Council of Europe – Space I mostrano un quadro sovrapponibile: violenza sessuale, assenza di cure ginecologiche adeguate, lavoro sottopagato o non retribuito, infrastrutture insufficienti, lunghe detenzioni cautelari. In molti paesi le donne finiscono in carcere per reati minori legati alla sopravvivenza economica: microfurti, piccoli traffici, violazioni amministrative.

In Italia la prevalenza dei reati minori è altrettanto marcata. I dati di ingresso Dap mostrano una predominanza di furti, piccole quantità di stupefacenti, violazioni legate all’immigrazione. Si tratta di fattispecie che potrebbero essere affrontate con misure non detentive, e invece la custodia cautelare continua a essere favorita.

Da anni gli esperti italiani chiedono un rovesciamento di prospettiva: più comunità, più misure di protezione, più percorsi esterni, soprattutto per le donne con figli. Non sono opinioni ma raccomandazioni contenute nelle relazioni Dap, nelle ispezioni del Garante e nei pareri parlamentari.

La «crisi globale» non è un fenomeno esterno. È un avvertimento che riguarda anche noi: una crescita delle detenute che non parla di sicurezza, ma di fragilità punite. E che produce effetti che travalicano il carcere: bambini senza madri, famiglie spezzate, territori più vulnerabili.

Il mondo corre verso un milione di donne dietro le sbarre. L’Italia non potrà fingere ancora a lungo di viaggiare su un binario diverso. Il punto è capire quando sceglierà di guardare davvero questa realtà.

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La casa come diritto sociale (negato), ecco la nuova sfida del progressismo europeo

In tutta Europa la casa è tornata a essere una faglia politica. Non solo perché i prezzi sono esplosi, ma perché l’abitare è diventato la linea di confine tra stabilità e precarietà, tra inclusione e rancore. La ricerca del Progressive Politics Research Network lo mostra con precisione: l’impennata di prezzi e affitti ha eroso il consenso del centrosinistra, un tempo custode dell’housing sociale, e ha spalancato varchi alla destra radicale. È una diagnosi che riguarda l’intero continente ma che in Italia assume una forma più netta: un Paese dove l’accesso alla casa si è trasformato nell’indicatore principale della disuguaglianza generazionale e territoriale.

Un’Europa che scivola sulla casa

Secondo i ricercatori europei, in due decenni i prezzi delle abitazioni sono aumentati del 50%, gli affitti di un ulteriore 25%, molto più dei salari. Nelle grandi città l’aumento dal 2015 al 2023 ha sfiorato un altro 50%. Per milioni di persone l’alloggio è diventato la prima causa di insicurezza e, come hanno mostrato le ultime elezioni europee, uno dei fattori decisivi del voto.

La casa, però, non è solo una spesa: è anche la principale fonte di disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. L’Europa postbellica la considerava un diritto sociale; dagli anni Ottanta in poi è stata trasformata in un asset finanziario. Persino governi e amministrazioni di centrosinistra hanno contribuito alla deriva: dismissioni dell’edilizia popolare, deregolamentazione dei mutui, incentivi alla proprietà come unica via possibile. In diversi Paesi la costruzione di alloggi sociali ha rallentato proprio sotto amministrazioni socialdemocratiche.

Oggi quella frattura presenta il conto. Insegnanti, infermieri, lavoratori essenziali vengono espulsi dai centri urbani, mentre la destra estrema prova a trasformare la casa in una questione identitaria. Non propone soluzioni: propone narrazioni. L’abitare come “patrimonio nazionale”, come leva per distinguere i “meritevoli” dagli altri, per escludere chi non si adegua al modello familiare tradizionale. In Ungheria, Austria e Polonia la casa è già diventata strumento di politiche nativiste, non di welfare.

L’Italia tra emergenza e rimozione

Dentro questa crisi europea l’Italia è uno degli epicentri. L’edilizia residenziale pubblica copre appena il 3-5% della domanda reale, una delle quote più basse del continente. Nelle città metropolitane l’offerta a prezzi accessibili è crollata, mentre la stagnazione dei redditi rende impossibile per intere fasce di giovani e lavoratori anche solo immaginare un affitto stabile, figuriamoci un mutuo.

Roma, Milano, Bologna, Firenze mostrano lo stesso schema: affitti fuori scala, salari stabili, proprietà sempre più concentrate. Nei quartieri periferici cresce la morosità incolpevole, nei centri storici avanzano le trasformazioni orientate al turismo e alla rendita. L’Italia vive un paradosso che colpisce al cuore la narrativa progressista: un Paese dove la maggioranza possiede una casa, ma dove chi non la possiede è condannato a una precarietà permanente.

In più, la politica continua a muoversi per annunci: piani casa, bonus, promesse di rigenerazione. Manca una strategia nazionale che riconosca l’abitare come infrastruttura sociale. La casa resta incastrata tra emergenzialismo e rimozione.

Perché la casa deve tornare il baricentro del progressismo

La casa è un tema che contiene tutti gli altri: redistribuzione, sicurezza, mobilità sociale, diritti, democrazia urbana. È il punto in cui si vede se una società decide di includere o di lasciare indietro. Ed è anche il terreno su cui la sinistra può ritrovare un linguaggio comune europeo.

Gli studiosi lo ripetono: ricostruire un settore pubblico e non profit capace di offrire affitti stabili e accessibili permette di ricomporre una coalizione larga, dai giovani esclusi ai lavoratori dei servizi, fino ai ceti medi impoveriti. Ripensare i mutui per sottrarre la casa alla speculazione significa restituire stabilità dove oggi c’è solo incertezza.

In Italia sarebbe una svolta culturale prima ancora che politica. Rimettere la casa al centro significa parlare ai giovani bloccati in stanze condivise, alle famiglie sotto sfratto, ai lavoratori che non possono vivere dove lavorano. Significa riconoscere che non esiste cittadinanza piena senza un luogo stabile dove vivere.

Per i progressisti europei la casa non è un capitolo di programma. È l’architrave. È il primo mattone — reale, fisico, concreto — su cui può poggiare qualsiasi progetto politico che aspiri a essere credibile oggi.

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Ricostruire Gaza, tra numeri impossibili e un tempo che si allunga

L’Unctad, l’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, ha messo in fila i dati economici più duri dall’inizio del conflitto. Lo fa in un rapporto che non lascia spazio a interpretazioni accomodanti: la Striscia ha perso l’87 per cento della sua economia tra il 2023 e il 2024, cancellando in pochi mesi ventidue anni di progressi. Il Pil pro capite è crollato a 161 dollari, uno dei livelli più bassi al mondo. La fotografia è brutale, persino per un territorio abituato a convivere con la distruzione. L’Unctad scrive che siamo davanti alla «peggiore crisi mai osservata» e indica una cifra destinata a pesare a lungo: per ricostruire Gaza serviranno almeno 70 miliardi di dollari e settant’anni di lavoro.

Nel rapporto c’è anche una frase che sembra un atto d’accusa: «A Gaza l’uomo ha creato un abisso». Non un disastro naturale, non una calamità imprevedibile, ma il risultato di scelte politiche e militari che hanno demolito infrastrutture, produzione, reti sociali. In meno di due anni si è dissolta una crescita faticosa, ottenuta a colpi di resistenza quotidiana dentro un assedio permanente.

L’economia annientata

Le infrastrutture sono al collasso: acqua, elettricità, ospedali, scuole, rete viaria. Le prime valutazioni dell’Unctad stimano che la capacità produttiva sia stata «decimata». I dati ufficiali parlano di un impoverimento «estremo e multidimensionale» che coinvolge 2,3 milioni di persone. Non è solo un bollettino economico: è la constatazione di un’interruzione totale della vita civile.

Il ritardo nella Conferenza internazionale per la ricostruzione, rinviata perché diversi Stati chiedono garanzie che la distruzione non si ripeta, mostra quanto il terreno sia instabile. Manca un accordo politico minimo, mancano impegni finanziari vincolanti, manca una visione condivisa. Nel frattempo nelle capitali si discute di “business della ricostruzione”, di appalti futuri, di ritorni economici potenziali, mentre nella Striscia non è nemmeno cominciata la fase zero: togliere le macerie dalle strade.

In parallelo continuano le conseguenze dirette della devastazione: il Programma alimentare mondiale segnala che gran parte dei palestinesi può acquistare solo cereali e legumi; in molte aree si cucina bruciando plastica, perché il gas non arriva. Le tendopoli sono state allagate dalle prime tempeste e l’inverno atteso come il più rigido da anni lascia immaginare una crisi umanitaria ancora più profonda. La sanità è al limite: ospedali distrutti o parzialmente funzionanti, personale allo stremo, farmaci insufficienti. L’economia annullata si traduce in una ferita permanente sul corpo della popolazione.

La ricostruzione che non comincia

C’è un dato che racconta il blocco più di ogni altro: milioni di tonnellate di macerie impediscono l’accesso, rallentano gli aiuti, fermano cantieri che non possono aprire. L’Unctad ricorda che senza un’operazione sistematica di rimozione, l’avvio stesso della ricostruzione è impossibile. La stima dei settant’anni non è un artificio retorico: è il calcolo tecnico necessario a riportare servizi essenziali, abitazioni, rete idrica ed elettrica in un’area dove quasi tutto è stato distrutto.

La crisi non riguarda solo Gaza. Il rapporto dedica un capitolo alla Cisgiordania, descritta come in «grave recessione». Le restrizioni ai movimenti, l’espansione degli insediamenti e le violenze hanno ridotto l’attività economica ai minimi storici. Dal 2019 Israele ha trattenuto circa 1,8 miliardi di dollari di entrate fiscali destinate all’Autorità nazionale palestinese: una cifra che pesa come una manovra economica sottratta a un bilancio già fragile. Quei fondi mancanti sono scuole non aperte, salari pubblici non pagati, servizi sociali ridotti.

L’Unctad chiede alla comunità internazionale un sostegno «duraturo e su larga scala», superiore ai classici pacchetti di emergenza. Qui l’emergenza non dura settimane: si misura in generazioni. Senza un impegno immediato e garantito, la previsione dei settant’anni rischia persino di essere ottimista. Quando i riflettori mediatici si spengono, restano questi numeri: un’economia prosciugata, un territorio frantumato, milioni di vite sospese a tempo indeterminato in attesa che qualcuno decida se Gaza debba essere un cantiere di rinascita o una rovina permanente tenuta ai margini del mondo.

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La fase uno è chiusa, ma Gaza non se n’è accorta

Le agenzie raccontano che “la fase uno è chiusa”, che “le scuole riaprono” e che al Cairo si discute della “Gaza del futuro”. È la diplomazia che tenta di costruire una scenografia di normalità mentre sul terreno niente assomiglia a una tregua. Oggi Amnesty International rompe l’incantesimo: dice esplicitamente che il genocidio non si è fermato, nemmeno dopo il cessate il fuoco. Contano 327 palestinesi uccisi nelle ultime settimane, 136 sono bambini. E ricordano che un genocidio non è solo una strage: è negare le condizioni di vita. Lì dentro, dicono, questo continua.

Le immagini che arrivano da Gaza confermano il resto. L’UNRWA parla di “spazi di apprendimento temporanei”: cortili senza muri, tende sfondate, bambini seduti su pietre circondati da edifici pericolanti. La normalità qui esiste solo nei comunicati stampa delle capitali europee.

Intanto, il negoziato si inceppa perché il punto non è più lo scambio di ostaggi: è chi controllerà Gaza. Israele rifiuta ogni ipotesi di governance internazionale, rifiuta la forza multinazionale, rifiuta l’ANP. Senza quella risposta, dicono le stesse fonti del Cairo, la “fase due” resterà un titolo di giornale.

E poi c’è la Cisgiordania, che racconta da sola come appare il presente mentre tutti parlano del futuro. A Masafer Yatta i coloni rubano il somaro a una famiglia palestinese. Un animale trascinato via da uomini armati, sotto lo sguardo dell’esercito. È la fotografia più sincera della regione: l’occupazione ridotta in gesto quotidiano, non in teoria diplomatica.

L’ex soldato Avner Gvaryahu, in un’intervista tornata virale, parla del sistema dall’interno: mappe, target, case segnate come coordinate da colpire. Non la retorica della “moralità”, ma l’architettura della paura. La distanza tra ciò che raccontano i tavoli negoziali e ciò che accade davvero è tutta qui: mentre il mondo discute della Gaza che verrà, a Gaza e in Cisgiordania continua ciò che è sempre stato. Una violenza così ordinaria che molti, ormai, preferiscono non guardarla più.

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L’uccisione di Younes a Voghera, quattro anni dopo: la verità che smentisce Salvini

A Voghera ci sono voluti più di quattro anni perché la cronaca tornasse a chiamare le cose con il loro nome. Il procuratore Fabio Napoleone ha chiesto undici anni per omicidio volontario a Massimo Adriatici, l’ex assessore-sceriffo che la sera del 20 luglio 2021 sparò un colpo di pistola al petto di Younes El Boussettaoui. Non una reazione istintiva, non un eccesso maldestro: un’azione volontaria, dice oggi l’accusa. E in questa definizione crolla l’intero racconto politico costruito allora attorno al delitto.

Perché quella notte, prima ancora che si capisse cosa fosse accaduto, Matteo Salvini e la Lega erano già sul luogo del delitto mediatico. «Un uomo per bene aggredito», «legittima difesa», «un caso chiaro»: dichiarazioni consegnate alla stampa quando il corpo era ancora sull’asfalto. Il copione era lo stesso di sempre: assolvere il militante, demonizzare il morto, chiudere la discussione prima che i fatti la aprissero. La vittima venne subito presentata come “molesta”, “nota alle forze dell’ordine”, utile a trasformare un omicidio in un incidente inevitabile.

Ora però le parole del pm riportano la vicenda nella sua nudità: Adriatici sarebbe uscito di casa per una ronda armata, avrebbe pedinato El Boussettaoui e avrebbe sparato con il colpo già in canna. La politica che allora correva a difenderlo, oggi tace. È il silenzio di chi sa che la propaganda ha il fiato corto, mentre la giustizia – quando riesce – restituisce alle storie il loro peso.

E in quel peso c’è un uomo morto, una comunità ferita e un Paese che non può permettersi assessori con la pistola e leader pronti a trasformare ogni ombra in una campagna elettorale.

Buon giovedì. 

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Violenza sulle donne, legge sul consenso bloccata: si consuma lo scontro interno tra Fratelli d’Italia e Lega

Il passaggio dal voto unanime della Camera al gelo del Senato è durato meno di una settimana. Il tempo necessario perché il principio del «consenso libero e attuale», presentato come cambio di paradigma culturale e giuridico, si trasformasse nella miccia che ha fatto emergere crepe profonde nel centrodestra.

L’intesa costruita tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein aveva dato alla riforma una forza politica inedita. Un accordo silenzioso ma solido, saldato sull’idea che il governo potesse intestarsi una battaglia simbolica fino a rompere lo schema tradizionale delle contrapposizioni. L’unanimità alla Camera restituiva l’immagine di un Paese capace, per una volta, di procedere insieme.

Il giorno in cui doveva chiudersi tutto, invece si è aperta una crepa

Poi arriva il 25 novembre. La data che doveva blindare il testo diventa il momento in cui si consuma la frattura. In Commissione Giustizia del Senato, la presidente leghista Giulia Bongiorno alza la mano e chiede nuove audizioni: un gesto tecnico solo in apparenza. Il segnale politico è chiaro: la Lega rivendica un diritto di veto proprio nel punto in cui la premier aveva scelto di giocare la sua partita più simbolica.

La scena è rapida, quasi brutale. Le opposizioni escono dalla sala, FdI resta immobile, la Lega stringe i cordoni del dossier. Nel giro di un’ora, la riforma che doveva unire diventa l’arena in cui si misurano forze, gelosie, risultati elettorali. La strategia del Carroccio è leggibile: ribaltare la narrazione, spostare il baricentro dal consenso alla paura delle “false accuse”, rimettere al centro il garantismo declinato come arma politica. Fratelli d’Italia, invece, si ritrova stretto tra due fuochi: l’accordo costruito alla Camera e la necessità di non incendiare la coalizione.

Il silenzio di Giorgia Meloni pesa più di qualsiasi dichiarazione. Parla di contrasto alla violenza sulle donne, cita misure, rivendica altri provvedimenti, ma la legge sul consenso scompare dal suo discorso proprio nel giorno in cui tutti la aspettavano. Un’assenza che diventa presenza ingombrante, un messaggio che dentro il suo partito viene letto come rassegnazione a una battaglia interrotta.

Il regolamento di conti che nessuno vuole ammettere

Il nodo politico affiora nelle ore successive. La Lega arriva alle audizioni con il vento delle regionali, soprattutto il risultato del Veneto, dove ha doppiato FdI. Quel successo diventa cornice, leva, argomento. Lo stop alla legge sul consenso è il modo in cui Salvini mostra che nel Nord la linea la dà ancora lui.

Fratelli d’Italia se ne accorge, ma non può dirlo. La scelta di accodarsi alla richiesta di approfondimenti è un atto di disciplina apparente, dietro cui si vede la tensione di un partito che deve proteggere la premier da una sconfitta politica maturata nel giro di poche ore.

Nel frattempo, la riforma che dovrebbe tutelare la libertà delle donne smette di essere un testo legislativo e diventa un campo di battaglia. Il corpo delle donne torna a essere terreno simbolico, non soggetto di diritti ma oggetto di una contesa interna.

Il garantismo militante della Lega, la prudenza formale di FdI, il silenzio del presidente del Consiglio, le opposizioni che parlano apertamente di accordi traditi: ogni gesto racconta una parte del conflitto che la maggioranza non vuole ammettere.

Da qui si aprono tre scenari. Il primo è una chiusura rapida, con ritocchi minimi, utile soprattutto alla Lega per rivendicare un risultato senza toccare l’impianto. Il secondo è un ridimensionamento sostanziale, capace di svuotare la portata del principio del consenso e renderlo una versione attenuata di ciò che era. Il terzo è il più insidioso: un rinvio prolungato, un limbo legislativo in cui la riforma scivola fuori dal centro del dibattito e perde, lentamente, il suo valore simbolico.

In ogni caso, il punto resta lo stesso: la maggioranza ha scelto di consumare un conflitto interno sulla pelle delle donne, trasformando una riforma attesa da anni in un gesto di riposizionamento politico. E la crepa aperta in quel 25 novembre non è un incidente di percorso. È la fotografia esatta dei rapporti di forza nel centrodestra oggi.

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Sanità, boom della spesa privata e crollo del pubblico. E 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure

L’ultima analisi della Fondazione Gimbe conferma un Paese che sta trasformando il proprio servizio sanitario senza alcuna decisione politica dichiarata. Nel 2024 la spesa out-of-pocket arriva a 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3% della spesa sanitaria totale. È un livello che da dodici anni supera stabilmente la soglia del 15% indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità, oltre la quale aumentano i rischi di impoverimento e di esclusione dalle cure.

Il dato più amaro riguarda le rinunce alle cure, che nel 2024 salgono a 5,8 milioni di persone: quasi due milioni in più rispetto al 2022. In parallelo, l’Istat conta oltre cinque milioni di persone in povertà assoluta, quasi nove milioni in povertà relativa. È un quadro che incrocia alla perfezione l’aumento delle prestazioni saltate per motivi economici. «L’impoverimento delle famiglie limita perfino il ricorso al privato», osserva Nino Cartabellotta, descrivendo una privatizzazione che procede in silenzio perché non dichiarata.

Secondo l’analisi, quasi il 40% della spesa sanitaria privata è a basso valore clinico: check-up inutili, prestazioni indotte dal consumismo sanitario, prodotti non essenziali. In altre parole, chi può permetterselo continua a comprare salute anche quando non servirebbe, mentre chi non può rinuncia persino alle prestazioni necessarie.

Il sorpasso del “privato puro”

La trasformazione è netta nella crescita del privato non convenzionato, le strutture che erogano prestazioni totalmente a pagamento. Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie verso questo settore è aumentata del 137%, passando da 3,05 a 7,23 miliardi, con una crescita media di 600 milioni l’anno. Il privato accreditato, nello stesso periodo, sale solo del 45%. Il divario, che nel 2016 era di 2,2 miliardi, oggi si è quasi azzerato: chi può pagare esce dal perimetro del SSN perché non trova risposte né nel pubblico né nel convenzionato.

A livello territoriale la mappa è diseguale: il Lazio è la regione che destina più risorse al privato convenzionato (29,3%), seguita da Molise e Lombardia. Le quote più basse si registrano in Valle d’Aosta, Bolzano e Friuli Venezia Giulia. Sopra la media nazionale si collocano anche Sicilia, Campania e Puglia. Le regioni in Piano di rientro toccano una media del 23,9%, segno che i bilanci più fragili si reggono su un ricorso più intenso al privato.

Molti di questi processi, sottolinea Gimbe, non derivano da scelte politiche pianificate, ma dall’incrocio di risorse insufficienti, tariffe ferme, tetti di spesa alzati a colpi di urgenze e convenzioni rinegoziate senza una strategia complessiva.

L’avanzata silenziosa dei terzi paganti

A completare il quadro c’è l’aumento dei terzi paganti – fondi sanitari, casse mutue, assicurazioni, welfare aziendale – che nel 2024 raggiungono 6,36 miliardi di spesa, oltre due miliardi in più rispetto al triennio pre-pandemico. Le generose defiscalizzazioni che li favoriscono creano un effetto paradossale: risorse pubbliche che finiscono per sostenere profitti privati, trasformando questi strumenti in un canale di privatizzazione indiretta.

Nell’analisi Gimbe le forme della privatizzazione sanitaria sono due: da un lato la privatizzazione della spesa, con più pagamenti diretti e intermediati; dall’altro la privatizzazione della produzione, con un aumento delle strutture private che erogano prestazioni essenziali. Entrambi i fenomeni avanzano rapidamente in un contesto di definanziamento cronico del Servizio sanitario nazionale.

Da Arezzo, Gimbe indica alcune condizioni minime: un rilancio stabile del finanziamento pubblico, un paniere realistico di Livelli essenziali di assistenza, un secondo pilastro realmente integrativo e non sostitutivo, un rapporto pubblico-privato regolato da norme trasparenti.

Cartabellotta sintetizza così: «Non serve cercare piani occulti: la privatizzazione proporzionale all’indebolimento del SSN è già in atto». Il sistema è ormai di fatto “misto”, senza che nessun governo abbia spiegato ai cittadini le conseguenze. È la sanità che cambia per abbandono, e non per scelta.

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A Gaza è arrivato l’inverno, ma c’è chi non lo vede

A Gaza l’inverno non chiede permesso: entra, sommerge, sporca tutto. Nelle ultime ore le tende si sono riempite d’acqua, i bambini tirati su per non farli dormire nel fango. Da lontano, i professionisti della negazione mostrano schermate del meteo: «Cielo sereno». Intanto gli operatori umanitari documentano pioggia, allagamenti, tende marce. Non serve un dibattito: basta scegliere a chi credere, a chi c’è dentro o a chi guarda un’app.

Nel frattempo continua la matematica macabra dei corpi. Israele ha identificato i resti di Dror Or, tenuto a Gaza per più di due anni. In cambio ha riconsegnato quindici corpi palestinesi, senza nomi, senza voce. Un rapporto scritto nero su bianco nell’accordo del 10 ottobre: uno a quindici. È questo il listino del dopoguerra che tutti fingono di costruire.

Intorno, la vita reale marcisce sotto la pioggia. L’Egitto rinvia la conferenza sulla ricostruzione perché ricostruire mentre tutto crolla è una barzelletta crudele. Washington prepara l’ennesimo piano: forza internazionale, autorità transitoria, promesse di Stato palestinese buttate come coriandoli. Hamas valuta di trasformarsi in partito per entrare nel grande gioco del “day after”. Fuori, a pochi metri da quelle discussioni, le donne restano chiuse nei rifugi sovraffollati, esposte a violenze che nessun piano nomina.

È uno spettacolo di ipocrisie sovrapposte: si tratta del futuro mentre il presente affoga. Chi parla di “stabilizzazione” dovrebbe guardare l’acqua che sale nelle tende prima di parlare di Stati e governance.

E allora la domanda resta sospesa: quanto vale il presente di Gaza nel racconto del dopoguerra se l’unica cosa che si muove tra le due sponde sono sacchi con resti umani? Finché il mondo discute del domani, gli occhi devono restare sul oggi di Gaza.

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