Gaza si sveglia ogni giorno nel dopoguerra che uccide. Jude, otto anni, raccoglieva legna con i cugini quando un residuato inesploso è esploso sotto i piedi. I medici gli hanno contato decine di ferite da schegge. Gli artificieri non entrano: i permessi restano fermi ai valichi, e gli ordigni dormono nelle strade, nei campi, perfino nei cortili dove i bambini giocano. Nelle stesse ore il ministero della Sanità di Gaza avverte che quasi quattromila pazienti di glaucoma rischiano di perdere la vista per mancanza di farmaci e interventi. Il cessate il fuoco promette silenzio, non cure: si moltiplicano le malattie che in qualsiasi altro posto del mondo si tratterebbero in un ambulatorio, qui diventano sentenze. A Jabalia, lungo la linea della tregua, Hamas e Croce Rossa setacciano le macerie per recuperare i resti di un ostaggio. A Gaza City un uomo viene colpito dall’Idf vicino alla cosiddetta Linea Gialla. Intorno, delegazioni e governi parlano della prossima conferenza sulla ricostruzione mentre l’Egitto ripete che non accetterà mai una presenza militare israeliana stabile nella Striscia. La tregua è un equilibrio tra corpi da cercare, territori contesi e una diplomazia che corre più veloce della realtà. Intanto le armi non conoscono tregua: il rapporto annuale del Sipri registra 679 miliardi di dollari di vendite globali, con le industrie israeliane in crescita a doppia cifra. A fine dicembre, annuncia Tel Aviv, entrerà in servizio il nuovo sistema laser Iron Beam, celebrato come una rivoluzione sul campo di battaglia. Mentre a Gaza non entrano neppure gli oftalmologi. In Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani rivendica che «si sta facendo di tutto per consolidare il cessate il fuoco» e rilancia gli Accordi di Abramo come garanzia di stabilità. Ma basta guardare il volto bendato di Jude per capire quanto sia fragile qualunque promessa di pace quando la terra continua a esplodere.
29 novembre 2025, Bologna. La scintilla arriva da un palco istituzionale, quando il generale Carmine Masiello racconta che il Dipartimento di Filosofia dell’Alma Mater ha detto no a un corso su misura per 15 ufficiali. Bastano poche frasi perché tutto cambi tono. Il ministro Guido Crosetto: «Hanno chiuso la porta a chi li difende». La ministra Bernini rincara. Il caso diventa un processo pubblico, diretto non a un dipartimento, ma all’idea stessa di autonomia accademica.
La decisione che non doveva essere presa
Per capire l’impatto di quelle ore bisogna tornare al 23 ottobre 2025, nella sala dove il Consiglio di Dipartimento vota. Il progetto dell’Esercito prevedeva un percorso riservato, parallelo ai corsi ordinari. Non un’iscrizione libera, ma una convenzione chiusa. I docenti la respingono: «non sussistono le condizioni materiali e formali».
La politica trasforma la frase in un’accusa. Parla di paura, di pregiudizio, di campus assediato dai collettivi. Ma negli atti non ci sono né assedi né proclami. C’è una valutazione tecnica, il principio che la filosofia vive nel confronto aperto, non nella separazione di gruppi scelti.
E soprattutto c’è un dato che a Roma ignorano: Bologna forma già ufficiali. La collaborazione con l’Esercito è consolidata, strutturale, ampia. L’Ateneo ospita una laurea magistrale in Scienze strategiche e militari, costruita insieme alla Difesa. È un flusso costante di studenti in divisa, integrati nei percorsi universitari. Il rifiuto di Filosofia è un’eccezione, non una frattura.
La narrazione politica ribalta tutto: non un no a un privilegio, ma un no ai militari. Un atto amministrativo diventa un dispetto ideologico. È qui che il caso smette di essere locale e diventa un test per misurare la pressione del governo sulle istituzioni culturali.
Le parole che cambiano la scena
Crosetto sceglie un registro preciso quando non discute di norme ma di lealtà. Non risponde alla domanda giuridica — chi decide cosa si insegna — ma a un’altra, implicita: chi sostiene chi? È un linguaggio che sposta il terreno. Se gli ufficiali «difendono» i professori, allora ogni rifiuto può essere presentato come un torto morale. La ministra Bernini segue lo stesso schema: il dipartimento avrebbe «tradito» la missione formativa.
La realtà è più banale e più robusta: l’università non è vincolata a erogare formazione su richiesta di un altro potere dello Stato. L’autonomia non è un privilegio, è una funzione costituzionale, nata proprio per impedire che il governo indirizzi la produzione del sapere.
Ma la polemica si accende perché è utile. Permette di presentare l’Alma Mater come un baluardo ideologico, mentre in parallelo i dipartimenti scientifici lavorano con Leonardo, partecipano al Tecnopolo e utilizzano il supercalcolatore Leonardo per applicazioni civili e militari.
È questo paradosso a rendere la vicenda così rivelatrice: l’università che viene accusata di chiudere la porta alla divisa è la stessa che contribuisce alla sua infrastruttura tecnologica.
Il tassello che mancava
C’è un altro livello, quello meno dichiarato. La Difesa ha già rapporti forti con l’Ateneo sulla ricerca, sull’ingegneria, sulla tecnologia. Ciò che manca è la legittimazione culturale. Un corso di filosofia riservato agli ufficiali avrebbe segnato un passaggio simbolico decisivo: portare la “cultura della difesa” dentro il luogo che produce pensiero critico sul potere.
Un dipartimento umanistico che apre la propria didattica a un corpo armato non offre soltanto formazione: offre un riconoscimento. Il rifiuto dei filosofi ha bloccato questa operazione. E la reazione politica mostra quanto quel sigillo fosse considerato strategico.
Intanto, fuori dall’università, cresce la tensione: protocolli scuola-Difesa, studenti portati in caserme e fiere militari, moduli paramilitari mascherati da educazione civica. I docenti e le associazioni che monitorano la militarizzazione del sistema educativo parlano di una normalizzazione che avanza per accumulo. In questo quadro, il voto del Dipartimento non è solo una scelta disciplinare: è una linea tracciata.
Il punto, alla fine, non sono i 15 ufficiali e non è un corso mancato. Il punto è se un’università pubblica possa ancora decidere che cosa insegnare, come e a chi, senza dover adeguare la propria identità culturale alle aspettative del ministro della Difesa. È questo che rende la vicenda di Bologna un caso politico, prima ancora che accademico. Peccato che l’occasione politica sia ghiotta. Così oggi anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, solitamente parca di dichiarazioni e di risposte, ha deciso di intervenire nel dibattito. L’importante è buttare legna nella stufa della propaganda.
Matteo Salvini ha passato mesi a ripetere che in Italia ci sarebbe “il 10% degli autovelox del mondo”, undicimila, tredicimila, una “giungla” da domare. Poi arriva il suo stesso censimento ufficiale e lo smentisce senza pietà: gli apparecchi reali sono 3.625, un terzo della favola ripetuta in ogni comizio, come certificano Asaps e Associazione Lorenzo Guarnieri. Altro che record mondiale: Francia e Inghilterra ne hanno probabilmente di più, Svizzera e Austria ne hanno di più in proporzione.
Il ministro aveva costruito una guerra ideologica sul nulla. Ma il bello arriva quando si scopre che i problemi veri non sono nemmeno quelli agitati dalla propaganda: nessun autovelox in Italia è formalmente omologato, perché il decreto attuativo non esiste. Lo stallo dura da anni e Salvini, pur evocando la parola “omologazione” come un mantra, non l’ha risolto: a marzo aveva annunciato un decreto, salvo ritirarlo due giorni dopo. Intanto oltre il 60% degli apparecchi fissi è stato approvato prima del 2017, e la valanga di ricorsi cresce.
È qui che torna utile ricordare l’altra confessione pubblica del vicepremier, quella fatta qualche giorno fa in un comizio: «A scuola copiavo, sempre che il compagno non fosse infame». In fondo, lo schema è rimasto lo stesso. L’importante è avere una frase pronta, poco importa che sia vera, verificabile o utile a chi guida davvero sulla strada.
Forse al ministro converrebbe telefonare a quel suo amico da cui copiava a scuola per ricominciare a farlo ed evitarsi brutte figure.
Giulio Cavalli è noto soprattutto come giornalista, rigoroso e appassionato. Ha però, tuttavia, anche una consuetudine al teatro sorta come allievo dei più grandi esponenti del teatro intenzionato a essere anche un atto etico e civileoltre che artistico, da Dario Fo a Renato Sarti.
Anche per Cavalli la scelta della scena – col suo lavoro di cronista – è fortemente imparentata. Ha infatti fondato il Teatro Aquilante, con cui si occupa di temi sociali, legalità e migrazione.
Usa infatti il palcoscenico per raccontare storie che illuminano e chiarificano le pagine spesso più cupe della nostra storia, o stimolano lo spettatore sulle urgenze del nostro tempo.
È ad esempio il caso di “Moussa in Paradiso – Una giullarata funebre” in scena al teatro della Cooperativa di Milano dal 25 fino al 30 novembre.
Giulio Cavalli: il teatro come atto di resistenza civile
Prendendo ispirazione dalla vicenda reale di Moussa Diarra, ventiseienne maliano, ucciso, disarmato, il 20 ottobre 2024 da tre colpi di pistola esplosi da un agente della Polfer nei pressi della stazione ferroviaria di Verona.
Una rappresentazione che il suo autore rivendica come un atto di resistenza civile, per non far sparire questa morte, come troppe altre, nelle semplificazioni mediatiche o nel chiacchiericcio della cronaca. Per restituire dignità a un uomo, prima che migrante, un simbolo, un individuo, e per guardare oltre la paura. Ne abbiamo parlato con Giulio.
Giulio Cavalli, cosa può aggiungere, il teatro, al racconto della realtà?
“Aggiunge angoli di osservazione, sicuramente. Solo il teatro ci permette di entrare nei cunicoli della vicenda, nei suoi orrori e nelle sue pieghe più umane. Sulla storia di Moussa ho scritto (e scriverò ancora presumo) articoli giornalistici ma solo il palco mi consente di rendere protagonista la sensazione, più della cronaca. E le sensazioni sono ciò che ci fanno affezionare alle storie.”
Come si può, concretamente, trasformare una vita in narrazione, rispettandola? Come ha scelto di farlo lei?
“Il cosiddetto teatro civile (che a me, come definizione, mi pare un’idiozia) affronta spesso storie che contengono dolori e sopravvissuti. Credo che esista un patto morale con loro: evitare la falsificazione e la speculazione. Nello spettacolo ‘Moussa in Paradiso’ non ci interessa fare inchiesta o svelare scoop. Pensandoci bene credo che non ci interessi nemmeno fare cronaca. La promessa che ho fatto ai famigliari e agli amici di Moussa è stata di fare in modo che fosse lui ad uscire: Moussa come persona, i suoi talenti, i suoi sogni. E soprattutto Moussa come specchio, ovvero cosa siamo noi di fronte a una storia così. In questo caso, rispetto ad altri miei spettacoli, è stato ancora più complicato perché qui c’è un’evidente differenza culturale, su base religiosa, e raccontare la storia trasfigurata di un musulmano che si ritrova in un Paradiso ‘cristiano’ ovviamente ha richiesto una certa disponibilità alla mediazione culturale. Anche per questo ne sono molto contento.”
Il sottotitolo di questo spettacolo è “una giullarata funebre”: è un genere teatrale con molti padri nobili, penso soprattutto a Dario Fo, l’ultimo. Ci spiega il perché la scelta di questo specifico codice?
“Perché con Fo ho avuto i più intensi momenti della mia carriera giovanile. Perché da lui ho imparato che non ci sia nulla, nessuna storia, nessun dramma, che non possa strappare un sorriso.”
È una scelta, quella di portare la realtà sulla scena, che fai da diversi anni. Che tappa del tuo rapporto col teatro costituisce, questo lavoro?
“Per me è un salvifico ritorno alle origini. Raccontare la realtà attraverso lo specchio della ‘giullarata’. Io sono nato così, facevo esattamente queste cose qui. E quindi forse mi è tornata la voglia di osare, come accadeva all’inizio della mia carriera.“
“La storia di Moussa non è una storia di emergenza. Lo sparo che l’ha ucciso è solo un capitolo, nemmeno il più rilevante. Quella che raccontiamo noi non è una storia di cronaca nera: è la cronaca di un’umanità grigia che solitamente uccide per erosione.”
Moussa viene ucciso da un agente delle forze dell’ordine. Ne abbiamo in mente molte, di storie come questa: pensi che ci sia un problema sistemico, strutturale, con l’uso della forza?
“Lo dicono i numeri. Sono quei numeri che irritano certa politica ogni volta che vengono pubblicati. Del resto siamo un Paese che ha nella sua classe dirigente sfrontati razzisti: perché non dovrebbero esserlo anche i lavoratori in tutti i campi, forze dell’ordine comprese? La differenza è che un cuoco razzista sputa nel piatto allo stranieri, e invece quelli hanno un’arma in mano.”
È una rappresentazione sulle contraddizioni dell’Europa? Penso alla discrasia tra i valori con cui si racconta e le politiche che mette in atto?
“L’Europa ha voluto essere il più avanzato laboratorio di razzismo sistemico. Da anni studia e si impegna per trovare una forma legale di forme disumane di respingimenti. Mi pare che stia seguendo a passo lesto la sua linea, alla faccia di Spinelli che celebrano per mondarsi.”
“Moussa in Paradiso – Una giullarata funebre” racconta una realtà rimossa: la burocratizzazione, la spersonalizzazione. Quali sono le cose più macroscopiche che non sappiamo, su quel che affrontano le persone migranti?
“Pensiamo che il Mediterraneo e la Libia siano l’inferno. È vero, quelle sono torture fisiche. Ma la tortura burocratica inizia appena mettono piede nel nostro paese, dove un documento li tiene appesi alla speranza di poter esistere davvero. E mentre sono in quel limbo diventano preda della criminalità e della disperazione. Per perdonarci non ci raccontiamo mai, e non vogliamo ascoltare, ciò che accade qui, da noi. Nascondercelo ci permette di convincerci di essere dalla parte giusta della storia, quella dei buoni.”
Si tratta di teatro di narrazione. Perché funziona, quella del pericolo?
“La storia di Moussa non è una storia di emergenza. Lo sparo che l’ha ucciso è solo un capitolo, nemmeno il più rilevante. Quella che raccontiamo noi non è una storia di cronaca nera: è la cronaca di un’umanità grigia che solitamente uccide per erosione, senza avere bisogno di un poliziotto che preme il grilletto.”
Nel tempo della polarizzazione, c’è un altro modo di raccontare la migrazione?
“C’è solo un modo, quello umano e intellettualmente onesto che si attiene al diritto internazionale. Il resto è propaganda.”
C’è una notte che fa la differenza. Una notte in cui chi dovrebbe proteggere la privacy degli italiani decide che la sua, di privacy, vale di più. È la notte del primo novembre, festa di Ognissanti, quando gli uffici del Garante della Privacy in Piazza Venezia dovrebbero essere chiusi, sigillati, vuoti come una chiesa sconsacrata. E invece.
La notte del primo novembre e la caccia alla talpa
Cosa ci fa questa gente dentro gli uffici? Si muove la Procura di Roma: “I pm hanno acquisito documentazione e una lista di persone potenzialmente informate sui fatti – scrive il Fatto -. L’ipotesi di reato è accesso abusivo a sistema informatico (art. 615-ter)”. L’obiettivo sarebbero stati proprio i server del Garante, frugare tra i dati dei dipendenti per trovare la talpa. Quella che passava documenti a Report e al Fatto.
Nei giorni successivi, scrive ancora il Fatto, sono arrivate segnalazioni inquietanti: uffici in disordine, scrivanie spostate, oggetti buttati a terra, prese elettriche fuori posto. Il sindacato parla di operazioni di bonifica ambientale, come se qualcuno stesse cercando cimici o installando apparecchiature di controllo. La fantasia non basta a immaginare cosa sia successo davvero in quella notte.
Il tempismo è quello che fa paura. Tre giorni dopo, il 4 novembre, il segretario generale Fanizza chiede formalmente di acquisire tutte le email dei dipendenti dal marzo 2001, gli accessi VPN, le cartelle condivise. Una richiesta che, però, il dirigente della sicurezza informatica respinge definendola “una paradossale violazione delle norme emanate dallo stesso Garante”. Perché è proprio questo il cortocircuito: l’autorità che dovrebbe proteggere la privacy degli italiani chiede di violare quella dei suoi stessi dipendenti.
Il cortocircuito del Garante
Il sindacato ora chiede chiarezza. Vuole sapere chi è entrato negli uffici il primo novembre, con quale titolo, perché. Vuole sapere chi ha proposto, nella riunione del 23 ottobre, di svolgere attività di “discovery” affidandosi a un soggetto privato esterno. Vuole sapere se sono stati consentiti accessi in orari notturni, se erano dipendenti o esterni, se appartenevano allo Stato o a società private.
La vicenda si inserisce in una più ampia che ha travolto il Garante nelle ultime settimane. Report ha documentato i rapporti tra Ghiglia e Fratellid’Italia, la multa inflitta alla trasmissione. I dipendenti hanno chiesto le dimissioni dell’intero Collegio. Fanizza si è dimesso. Ma i quattro garanti restano al loro posto.
Succede a Bruxelles, in una sala che odora di procedura e sospetto. È qui che il Parlamento europeo ha inaugurato il suo nuovo “gruppo di scrutinio” sui finanziamenti alle Ong, un organismo voluto dall’asse tra popolari, conservatori ed estrema destra. Lo racconta un’inchiesta di Euractiv, in cui si vede la scena: i commissari dell’esecutivo europeo interrogati, le sedie lasciate vuote dai deputati di Verdi e Sinistra, la fuga simbolica dei socialisti e dei liberali dopo nemmeno un minuto di seduta. Un rituale di delegittimazione perfettamente costruito.
Il punto non è contabile. Il punto è politico. Le Ong tornano al centro del mirino perché diventano il terreno su cui la destra europea costruisce la sua offensiva culturale: ridurre lo spazio della società civile, normarla, incasellarla, toglierle voce. Nell’inchiesta si ricorda che tutto nasce da accuse mai provate di presunta attività di lobbying svolta da alcune organizzazioni finanziate con fondi comunitari. Accuse deboli, ma sufficienti a giustificare un apparato d’indagine.
Il nuovo perimetro della solidarietà
A spiegare la posizione della Commissione è il direttore generale per il Clima, Kurt Vandenberghe: «Non c’è alcuna prova di violazioni». Il capo di Dg Ambiente ricorda che in passato alcune Ong avevano indicato nelle loro attività anche iniziative di advocacy rivolte agli eurodeputati, ma precisa che dal 2024 le linee guida sono state modificate per evitare ogni possibile fraintendimento. La Commissione ribadisce che le Ong restano autonome, che nessuno viene finanziato per fare pressione sugli uffici di Bruxelles.
È una difesa istituzionale. Ma sotto la superficie si intravede un’altra dinamica: un’Unione che si sente minacciata da chi ne interpreta criticamente le politiche ambientali, migratorie, sociali. Ed è per questo che le regole cambiano, si restringono, diventano un recinto.
In parallelo, negli ultimi mesi diversi governi europei hanno iniziato a introdurre controlli, registri speciali, obblighi di trasparenza selettivi, fino a misure che trattano le Ong come potenziali agenti stranieri. La stessa retorica che oggi plasma il dibattito europeo: un’associazione che salva vite o difende diritti viene descritta come un soggetto “politico”, quindi da contenere.
Il Mediterraneo come laboratorio
La controprova arriva dal mare. Nel Mediterraneo le Ong che soccorrono migranti continuano a subire fermi amministrativi, procedure accelerate, imposizioni di porti lontani. In diversi episodi documentati da missioni internazionali, le navi umanitarie sono state ostacolate, intimidite, persino colpite durante operazioni di salvataggio.
La Commissione, interrogata più volte, risponde sempre allo stesso modo: la ricerca e il soccorso spettano agli Stati, non all’UE. È una formula neutrale, che però sposta la responsabilità verso i governi nazionali e lascia le Ong intrappolate fra normative divergenti, sospetti politici e zone d’ombra operative.
Il risultato è un cortocircuito: l’Europa che finanzia progetti umanitari è la stessa che restringe lo spazio di chi agisce sul terreno, soprattutto se quell’azione incrina la narrazione sulla gestione dei confini.
Una strategia che parla al futuro
Il quadro che emerge è chiaro: la “guerra alle Ong” non è un episodio sporadico ma una strategia di lungo periodo, inaugurata con il pretesto di controllare l’uso dei fondi e consolidata con il rafforzamento delle famiglie politiche che hanno fatto della diffidenza verso la società civile un tratto identitario.
Nel frattempo, la Commissione prova a mostrarsi rassicurante, ma accetta l’idea – seppure senza proclamarla – che le Ong debbano operare entro un nuovo perimetro, più stretto, più “compatibile”, meno conflittuale. Come se il pluralismo democratico fosse un fastidio, un margine da assottigliare.
E così, mentre a Bruxelles si dibatte sui dettagli procedurali, la politica trova un altro modo per misurare la solidarietà: non in base al numero di vite salvate, ma in base a quanto chi salva resta docile di fronte al potere.
L’annuncio non c’è ancora, ma nei ministeri si ragiona già sul prossimo decreto flussi. Il provvedimento approvato definitivamente il 26 novembre 2025 ha fissato il perimetro politico: un sistema di ingressi sempre più selettivo, costruito attorno ai bisogni presunti del mercato del lavoro e alla promessa di velocizzare procedure che, nella realtà, continuano a ingolfarsi.
Il voto in Senato per alzata di mano, con la maggioranza compatta e l’opposizione contraria, ha sancito l’ennesima stagione di “governance” dell’immigrazione in cui efficienza e chiusura marciano insieme. Il prossimo decreto nasce in questo solco.
La selezione come strategia
La nuova architettura introduce il rilascio del nulla osta entro trenta giorni, elimina la conferma di assunzione da allegare alla domanda di visto ed estende a dodici mesi la finestra per richiedere l’ingresso dopo i percorsi formativi realizzati nei Paesi d’origine.
Misure presentate come snellimenti, ma che esplicitano l’obiettivo reale: entra chi è funzionale, quando è funzionale, secondo criteri fissati dall’alto.
La Lega ha segnato il passaggio più pesante: con gli ordini del giorno approvati alla Camera, i ricongiungimenti familiari sono ristretti a coniugi e figli minori. Una linea che anticipa il tratto politico del decreto flussi che verrà: confinare la vita delle persone dentro categorie amministrative, sottraendo spazio ai legami familiari e all’integrazione di lungo periodo.
Nel frattempo il governo mantiene una narrazione di fermezza, mentre le stime diffuse da sindacati e osservatori mostrano un mercato del lavoro dove la presenza straniera è strutturale e dove l’irregolarità resta funzionale all’offerta in agricoltura, logistica, cura e ristorazione.
L’assistenza come tampone, il resto come ostacolo
Il decreto attuale proroga fino al 2028 gli ingressi extra-quota per diecimila lavoratori destinati all’assistenza familiare e sociosanitaria. È la fotografia di un Paese che chiede forza lavoro per reggere l’invecchiamento della popolazione, ma continua a garantire numeri minimi. Secondo le principali organizzazioni del settore, il fabbisogno reale supera di gran lunga il contingente previsto. È qui che la maggioranza intende intervenire: più flessibilità sugli ingressi “utili”, più rigidità sugli altri canali.
La durata dei permessi per protezione sociale, per le vittime di tratta e di sfruttamento, passa da sei mesi a un anno, con possibilità di proroga. È l’unica apertura, pensata per mostrare equilibrio, mentre il resto del quadro procede verso una compressione degli spazi di regolarità. Anche il termine per i ricongiungimenti, portato da novanta a centocinquanta giorni, introduce un’ulteriore lentezza che rende sempre più complesso tenere insieme lavoro, famiglia e progetto di vita.
Il Tavolo contro il caporalato
Il Tavolo contro il caporalato diventa stabile. Ma la distanza tra norma e realtà si vede nelle campagne dove il lavoro nero rimane dominante e nelle periferie urbane dove la domanda di manodopera supera l’offerta regolare.
Il decreto flussi che verrà prenderà forma in questo squilibrio strutturale: domanda crescente, quote insufficienti, procedimenti lenti, irregolarità che prolifera dove il sistema chiude. La maggioranza parla di ordine; le opposizioni denunciano una selezione che crea vulnerabilità invece di ridurla.
La promessa è una gestione moderna. I dati raccontano tutt’altro: finché gli ingressi regolari resteranno un imbuto, il Paese continuerà a reggersi su ciò che non appare nelle statistiche ufficiali. È su questo terreno che si leggerà il prossimo decreto flussi. E sarà lo stesso terreno su cui verrà misurata la distanza tra gli slogan e la realtà del lavoro.
Il numero di donne incarcerate nel mondo sta correndo più veloce di qualunque previsione. Gli esperti parlano apertamente di una «crisi globale»: secondo le serie statistiche dell’Unodc e della World Female Imprisonment List dell’Icpr, le detenute crescono a un ritmo quasi triplo rispetto agli uomini. Se la curva resterà invariata, si supererà la soglia del milione. Dal 2000 a oggi la popolazione detenuta femminile è aumentata del 57%, contro il +22% di quella maschile, con un impatto enorme su violenze sessuali, salute, lavoro obbligato e condizioni materiali.
Un’emergenza che non riguarda soltanto paesi lontani. L’Italia ne è parte, benché continui a rappresentarsi come un’eccezione. I numeri del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) raccontano invece un’altra storia: le donne dietro le sbarre aumentano lentamente ma costantemente, mentre il sistema resta inadatto a rispondere ai loro bisogni specifici.
Il caso italiano dietro le statistiche
Secondo gli ultimi dati Dap del 2025, le donne costituiscono circa il 4,4% della popolazione detenuta. Un dato basso solo in apparenza. Le sezioni femminili sono spesso ricavate dentro istituti maschili, con spazi ridotti, servizi sanitari limitati e accesso disomogeneo ai percorsi trattamentali.
Le misure alternative mostrano il divario più evidente: mentre gli uomini registrano un lieve aumento nei percorsi fuori dal carcere, per le donne la crescita è quasi nulla. Le madri detenute sono ancora una quarantina, con una decina di bambini in Icam o sezioni ordinarie. La legge 62/2011, che dovrebbe evitare il carcere alle madri con figli piccoli, resta applicata in modo irregolare. I tribunali di sorveglianza segnalano difficoltà strutturali: mancano comunità, mancano case famiglia protette, mancano percorsi dedicati.
La salute mentale è l’altra grande zona d’ombra. Le relazioni annuali del Garante nazionale delle persone private della libertà mostrano indicatori di autolesionismo sensibilmente più alti per le donne rispetto agli uomini. Nei reparti di osservazione psichiatrica non esistono sezioni femminili autonome: un’assenza che produce isolamento, regressione, cure frammentate. «Le donne continuano a essere trattate come eccezioni dentro un modello pensato per gli uomini», ha scritto il Garante nella relazione 2024.
Una deriva globale che parla anche a noi
I dati raccolti da Un Women, Unodc e dai monitoraggi regionali del Council of Europe – Space I mostrano un quadro sovrapponibile: violenza sessuale, assenza di cure ginecologiche adeguate, lavoro sottopagato o non retribuito, infrastrutture insufficienti, lunghe detenzioni cautelari. In molti paesi le donne finiscono in carcere per reati minori legati alla sopravvivenza economica: microfurti, piccoli traffici, violazioni amministrative.
In Italia la prevalenza dei reati minori è altrettanto marcata. I dati di ingresso Dap mostrano una predominanza di furti, piccole quantità di stupefacenti, violazioni legate all’immigrazione. Si tratta di fattispecie che potrebbero essere affrontate con misure non detentive, e invece la custodia cautelare continua a essere favorita.
Da anni gli esperti italiani chiedono un rovesciamento di prospettiva: più comunità, più misure di protezione, più percorsi esterni, soprattutto per le donne con figli. Non sono opinioni ma raccomandazioni contenute nelle relazioni Dap, nelle ispezioni del Garante e nei pareri parlamentari.
La «crisi globale» non è un fenomeno esterno. È un avvertimento che riguarda anche noi: una crescita delle detenute che non parla di sicurezza, ma di fragilità punite. E che produce effetti che travalicano il carcere: bambini senza madri, famiglie spezzate, territori più vulnerabili.
Il mondo corre verso un milione di donne dietro le sbarre. L’Italia non potrà fingere ancora a lungo di viaggiare su un binario diverso. Il punto è capire quando sceglierà di guardare davvero questa realtà.
In tutta Europa la casa è tornata a essere una faglia politica. Non solo perché i prezzi sono esplosi, ma perché l’abitare è diventato la linea di confine tra stabilità e precarietà, tra inclusione e rancore. La ricerca del Progressive Politics Research Network lo mostra con precisione: l’impennata di prezzi e affitti ha eroso il consenso del centrosinistra, un tempo custode dell’housing sociale, e ha spalancato varchi alla destra radicale. È una diagnosi che riguarda l’intero continente ma che in Italia assume una forma più netta: un Paese dove l’accesso alla casa si è trasformato nell’indicatore principale della disuguaglianza generazionale e territoriale.
Un’Europa che scivola sulla casa
Secondo i ricercatori europei, in due decenni i prezzi delle abitazioni sono aumentati del 50%, gli affitti di un ulteriore 25%, molto più dei salari. Nelle grandi città l’aumento dal 2015 al 2023 ha sfiorato un altro 50%. Per milioni di persone l’alloggio è diventato la prima causa di insicurezza e, come hanno mostrato le ultime elezioni europee, uno dei fattori decisivi del voto.
La casa, però, non è solo una spesa: è anche la principale fonte di disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. L’Europa postbellica la considerava un diritto sociale; dagli anni Ottanta in poi è stata trasformata in un asset finanziario. Persino governi e amministrazioni di centrosinistra hanno contribuito alla deriva: dismissioni dell’edilizia popolare, deregolamentazione dei mutui, incentivi alla proprietà come unica via possibile. In diversi Paesi la costruzione di alloggi sociali ha rallentato proprio sotto amministrazioni socialdemocratiche.
Oggi quella frattura presenta il conto. Insegnanti, infermieri, lavoratori essenziali vengono espulsi dai centri urbani, mentre la destra estrema prova a trasformare la casa in una questione identitaria. Non propone soluzioni: propone narrazioni. L’abitare come “patrimonio nazionale”, come leva per distinguere i “meritevoli” dagli altri, per escludere chi non si adegua al modello familiare tradizionale. In Ungheria, Austria e Polonia la casa è già diventata strumento di politiche nativiste, non di welfare.
L’Italia tra emergenza e rimozione
Dentro questa crisi europea l’Italia è uno degli epicentri. L’edilizia residenziale pubblica copre appena il 3-5% della domanda reale, una delle quote più basse del continente. Nelle città metropolitane l’offerta a prezzi accessibili è crollata, mentre la stagnazione dei redditi rende impossibile per intere fasce di giovani e lavoratori anche solo immaginare un affitto stabile, figuriamoci un mutuo.
Roma, Milano, Bologna, Firenze mostrano lo stesso schema: affitti fuori scala, salari stabili, proprietà sempre più concentrate. Nei quartieri periferici cresce la morosità incolpevole, nei centri storici avanzano le trasformazioni orientate al turismo e alla rendita. L’Italia vive un paradosso che colpisce al cuore la narrativa progressista: un Paese dove la maggioranza possiede una casa, ma dove chi non la possiede è condannato a una precarietà permanente.
In più, la politica continua a muoversi per annunci: piani casa, bonus, promesse di rigenerazione. Manca una strategia nazionale che riconosca l’abitare come infrastruttura sociale. La casa resta incastrata tra emergenzialismo e rimozione.
Perché la casa deve tornare il baricentro del progressismo
La casa è un tema che contiene tutti gli altri: redistribuzione, sicurezza, mobilità sociale, diritti, democrazia urbana. È il punto in cui si vede se una società decide di includere o di lasciare indietro. Ed è anche il terreno su cui la sinistra può ritrovare un linguaggio comune europeo.
Gli studiosi lo ripetono: ricostruire un settore pubblico e non profit capace di offrire affitti stabili e accessibili permette di ricomporre una coalizione larga, dai giovani esclusi ai lavoratori dei servizi, fino ai ceti medi impoveriti. Ripensare i mutui per sottrarre la casa alla speculazione significa restituire stabilità dove oggi c’è solo incertezza.
In Italia sarebbe una svolta culturale prima ancora che politica. Rimettere la casa al centro significa parlare ai giovani bloccati in stanze condivise, alle famiglie sotto sfratto, ai lavoratori che non possono vivere dove lavorano. Significa riconoscere che non esiste cittadinanza piena senza un luogo stabile dove vivere.
Per i progressisti europei la casa non è un capitolo di programma. È l’architrave. È il primo mattone — reale, fisico, concreto — su cui può poggiare qualsiasi progetto politico che aspiri a essere credibile oggi.