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Ricostruire Gaza, tra numeri impossibili e un tempo che si allunga

L’Unctad, l’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, ha messo in fila i dati economici più duri dall’inizio del conflitto. Lo fa in un rapporto che non lascia spazio a interpretazioni accomodanti: la Striscia ha perso l’87 per cento della sua economia tra il 2023 e il 2024, cancellando in pochi mesi ventidue anni di progressi. Il Pil pro capite è crollato a 161 dollari, uno dei livelli più bassi al mondo. La fotografia è brutale, persino per un territorio abituato a convivere con la distruzione. L’Unctad scrive che siamo davanti alla «peggiore crisi mai osservata» e indica una cifra destinata a pesare a lungo: per ricostruire Gaza serviranno almeno 70 miliardi di dollari e settant’anni di lavoro.

Nel rapporto c’è anche una frase che sembra un atto d’accusa: «A Gaza l’uomo ha creato un abisso». Non un disastro naturale, non una calamità imprevedibile, ma il risultato di scelte politiche e militari che hanno demolito infrastrutture, produzione, reti sociali. In meno di due anni si è dissolta una crescita faticosa, ottenuta a colpi di resistenza quotidiana dentro un assedio permanente.

L’economia annientata

Le infrastrutture sono al collasso: acqua, elettricità, ospedali, scuole, rete viaria. Le prime valutazioni dell’Unctad stimano che la capacità produttiva sia stata «decimata». I dati ufficiali parlano di un impoverimento «estremo e multidimensionale» che coinvolge 2,3 milioni di persone. Non è solo un bollettino economico: è la constatazione di un’interruzione totale della vita civile.

Il ritardo nella Conferenza internazionale per la ricostruzione, rinviata perché diversi Stati chiedono garanzie che la distruzione non si ripeta, mostra quanto il terreno sia instabile. Manca un accordo politico minimo, mancano impegni finanziari vincolanti, manca una visione condivisa. Nel frattempo nelle capitali si discute di “business della ricostruzione”, di appalti futuri, di ritorni economici potenziali, mentre nella Striscia non è nemmeno cominciata la fase zero: togliere le macerie dalle strade.

In parallelo continuano le conseguenze dirette della devastazione: il Programma alimentare mondiale segnala che gran parte dei palestinesi può acquistare solo cereali e legumi; in molte aree si cucina bruciando plastica, perché il gas non arriva. Le tendopoli sono state allagate dalle prime tempeste e l’inverno atteso come il più rigido da anni lascia immaginare una crisi umanitaria ancora più profonda. La sanità è al limite: ospedali distrutti o parzialmente funzionanti, personale allo stremo, farmaci insufficienti. L’economia annullata si traduce in una ferita permanente sul corpo della popolazione.

La ricostruzione che non comincia

C’è un dato che racconta il blocco più di ogni altro: milioni di tonnellate di macerie impediscono l’accesso, rallentano gli aiuti, fermano cantieri che non possono aprire. L’Unctad ricorda che senza un’operazione sistematica di rimozione, l’avvio stesso della ricostruzione è impossibile. La stima dei settant’anni non è un artificio retorico: è il calcolo tecnico necessario a riportare servizi essenziali, abitazioni, rete idrica ed elettrica in un’area dove quasi tutto è stato distrutto.

La crisi non riguarda solo Gaza. Il rapporto dedica un capitolo alla Cisgiordania, descritta come in «grave recessione». Le restrizioni ai movimenti, l’espansione degli insediamenti e le violenze hanno ridotto l’attività economica ai minimi storici. Dal 2019 Israele ha trattenuto circa 1,8 miliardi di dollari di entrate fiscali destinate all’Autorità nazionale palestinese: una cifra che pesa come una manovra economica sottratta a un bilancio già fragile. Quei fondi mancanti sono scuole non aperte, salari pubblici non pagati, servizi sociali ridotti.

L’Unctad chiede alla comunità internazionale un sostegno «duraturo e su larga scala», superiore ai classici pacchetti di emergenza. Qui l’emergenza non dura settimane: si misura in generazioni. Senza un impegno immediato e garantito, la previsione dei settant’anni rischia persino di essere ottimista. Quando i riflettori mediatici si spengono, restano questi numeri: un’economia prosciugata, un territorio frantumato, milioni di vite sospese a tempo indeterminato in attesa che qualcuno decida se Gaza debba essere un cantiere di rinascita o una rovina permanente tenuta ai margini del mondo.

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La fase uno è chiusa, ma Gaza non se n’è accorta

Le agenzie raccontano che “la fase uno è chiusa”, che “le scuole riaprono” e che al Cairo si discute della “Gaza del futuro”. È la diplomazia che tenta di costruire una scenografia di normalità mentre sul terreno niente assomiglia a una tregua. Oggi Amnesty International rompe l’incantesimo: dice esplicitamente che il genocidio non si è fermato, nemmeno dopo il cessate il fuoco. Contano 327 palestinesi uccisi nelle ultime settimane, 136 sono bambini. E ricordano che un genocidio non è solo una strage: è negare le condizioni di vita. Lì dentro, dicono, questo continua.

Le immagini che arrivano da Gaza confermano il resto. L’UNRWA parla di “spazi di apprendimento temporanei”: cortili senza muri, tende sfondate, bambini seduti su pietre circondati da edifici pericolanti. La normalità qui esiste solo nei comunicati stampa delle capitali europee.

Intanto, il negoziato si inceppa perché il punto non è più lo scambio di ostaggi: è chi controllerà Gaza. Israele rifiuta ogni ipotesi di governance internazionale, rifiuta la forza multinazionale, rifiuta l’ANP. Senza quella risposta, dicono le stesse fonti del Cairo, la “fase due” resterà un titolo di giornale.

E poi c’è la Cisgiordania, che racconta da sola come appare il presente mentre tutti parlano del futuro. A Masafer Yatta i coloni rubano il somaro a una famiglia palestinese. Un animale trascinato via da uomini armati, sotto lo sguardo dell’esercito. È la fotografia più sincera della regione: l’occupazione ridotta in gesto quotidiano, non in teoria diplomatica.

L’ex soldato Avner Gvaryahu, in un’intervista tornata virale, parla del sistema dall’interno: mappe, target, case segnate come coordinate da colpire. Non la retorica della “moralità”, ma l’architettura della paura. La distanza tra ciò che raccontano i tavoli negoziali e ciò che accade davvero è tutta qui: mentre il mondo discute della Gaza che verrà, a Gaza e in Cisgiordania continua ciò che è sempre stato. Una violenza così ordinaria che molti, ormai, preferiscono non guardarla più.

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L’uccisione di Younes a Voghera, quattro anni dopo: la verità che smentisce Salvini

A Voghera ci sono voluti più di quattro anni perché la cronaca tornasse a chiamare le cose con il loro nome. Il procuratore Fabio Napoleone ha chiesto undici anni per omicidio volontario a Massimo Adriatici, l’ex assessore-sceriffo che la sera del 20 luglio 2021 sparò un colpo di pistola al petto di Younes El Boussettaoui. Non una reazione istintiva, non un eccesso maldestro: un’azione volontaria, dice oggi l’accusa. E in questa definizione crolla l’intero racconto politico costruito allora attorno al delitto.

Perché quella notte, prima ancora che si capisse cosa fosse accaduto, Matteo Salvini e la Lega erano già sul luogo del delitto mediatico. «Un uomo per bene aggredito», «legittima difesa», «un caso chiaro»: dichiarazioni consegnate alla stampa quando il corpo era ancora sull’asfalto. Il copione era lo stesso di sempre: assolvere il militante, demonizzare il morto, chiudere la discussione prima che i fatti la aprissero. La vittima venne subito presentata come “molesta”, “nota alle forze dell’ordine”, utile a trasformare un omicidio in un incidente inevitabile.

Ora però le parole del pm riportano la vicenda nella sua nudità: Adriatici sarebbe uscito di casa per una ronda armata, avrebbe pedinato El Boussettaoui e avrebbe sparato con il colpo già in canna. La politica che allora correva a difenderlo, oggi tace. È il silenzio di chi sa che la propaganda ha il fiato corto, mentre la giustizia – quando riesce – restituisce alle storie il loro peso.

E in quel peso c’è un uomo morto, una comunità ferita e un Paese che non può permettersi assessori con la pistola e leader pronti a trasformare ogni ombra in una campagna elettorale.

Buon giovedì. 

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Violenza sulle donne, legge sul consenso bloccata: si consuma lo scontro interno tra Fratelli d’Italia e Lega

Il passaggio dal voto unanime della Camera al gelo del Senato è durato meno di una settimana. Il tempo necessario perché il principio del «consenso libero e attuale», presentato come cambio di paradigma culturale e giuridico, si trasformasse nella miccia che ha fatto emergere crepe profonde nel centrodestra.

L’intesa costruita tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein aveva dato alla riforma una forza politica inedita. Un accordo silenzioso ma solido, saldato sull’idea che il governo potesse intestarsi una battaglia simbolica fino a rompere lo schema tradizionale delle contrapposizioni. L’unanimità alla Camera restituiva l’immagine di un Paese capace, per una volta, di procedere insieme.

Il giorno in cui doveva chiudersi tutto, invece si è aperta una crepa

Poi arriva il 25 novembre. La data che doveva blindare il testo diventa il momento in cui si consuma la frattura. In Commissione Giustizia del Senato, la presidente leghista Giulia Bongiorno alza la mano e chiede nuove audizioni: un gesto tecnico solo in apparenza. Il segnale politico è chiaro: la Lega rivendica un diritto di veto proprio nel punto in cui la premier aveva scelto di giocare la sua partita più simbolica.

La scena è rapida, quasi brutale. Le opposizioni escono dalla sala, FdI resta immobile, la Lega stringe i cordoni del dossier. Nel giro di un’ora, la riforma che doveva unire diventa l’arena in cui si misurano forze, gelosie, risultati elettorali. La strategia del Carroccio è leggibile: ribaltare la narrazione, spostare il baricentro dal consenso alla paura delle “false accuse”, rimettere al centro il garantismo declinato come arma politica. Fratelli d’Italia, invece, si ritrova stretto tra due fuochi: l’accordo costruito alla Camera e la necessità di non incendiare la coalizione.

Il silenzio di Giorgia Meloni pesa più di qualsiasi dichiarazione. Parla di contrasto alla violenza sulle donne, cita misure, rivendica altri provvedimenti, ma la legge sul consenso scompare dal suo discorso proprio nel giorno in cui tutti la aspettavano. Un’assenza che diventa presenza ingombrante, un messaggio che dentro il suo partito viene letto come rassegnazione a una battaglia interrotta.

Il regolamento di conti che nessuno vuole ammettere

Il nodo politico affiora nelle ore successive. La Lega arriva alle audizioni con il vento delle regionali, soprattutto il risultato del Veneto, dove ha doppiato FdI. Quel successo diventa cornice, leva, argomento. Lo stop alla legge sul consenso è il modo in cui Salvini mostra che nel Nord la linea la dà ancora lui.

Fratelli d’Italia se ne accorge, ma non può dirlo. La scelta di accodarsi alla richiesta di approfondimenti è un atto di disciplina apparente, dietro cui si vede la tensione di un partito che deve proteggere la premier da una sconfitta politica maturata nel giro di poche ore.

Nel frattempo, la riforma che dovrebbe tutelare la libertà delle donne smette di essere un testo legislativo e diventa un campo di battaglia. Il corpo delle donne torna a essere terreno simbolico, non soggetto di diritti ma oggetto di una contesa interna.

Il garantismo militante della Lega, la prudenza formale di FdI, il silenzio del presidente del Consiglio, le opposizioni che parlano apertamente di accordi traditi: ogni gesto racconta una parte del conflitto che la maggioranza non vuole ammettere.

Da qui si aprono tre scenari. Il primo è una chiusura rapida, con ritocchi minimi, utile soprattutto alla Lega per rivendicare un risultato senza toccare l’impianto. Il secondo è un ridimensionamento sostanziale, capace di svuotare la portata del principio del consenso e renderlo una versione attenuata di ciò che era. Il terzo è il più insidioso: un rinvio prolungato, un limbo legislativo in cui la riforma scivola fuori dal centro del dibattito e perde, lentamente, il suo valore simbolico.

In ogni caso, il punto resta lo stesso: la maggioranza ha scelto di consumare un conflitto interno sulla pelle delle donne, trasformando una riforma attesa da anni in un gesto di riposizionamento politico. E la crepa aperta in quel 25 novembre non è un incidente di percorso. È la fotografia esatta dei rapporti di forza nel centrodestra oggi.

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Sanità, boom della spesa privata e crollo del pubblico. E 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure

L’ultima analisi della Fondazione Gimbe conferma un Paese che sta trasformando il proprio servizio sanitario senza alcuna decisione politica dichiarata. Nel 2024 la spesa out-of-pocket arriva a 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3% della spesa sanitaria totale. È un livello che da dodici anni supera stabilmente la soglia del 15% indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità, oltre la quale aumentano i rischi di impoverimento e di esclusione dalle cure.

Il dato più amaro riguarda le rinunce alle cure, che nel 2024 salgono a 5,8 milioni di persone: quasi due milioni in più rispetto al 2022. In parallelo, l’Istat conta oltre cinque milioni di persone in povertà assoluta, quasi nove milioni in povertà relativa. È un quadro che incrocia alla perfezione l’aumento delle prestazioni saltate per motivi economici. «L’impoverimento delle famiglie limita perfino il ricorso al privato», osserva Nino Cartabellotta, descrivendo una privatizzazione che procede in silenzio perché non dichiarata.

Secondo l’analisi, quasi il 40% della spesa sanitaria privata è a basso valore clinico: check-up inutili, prestazioni indotte dal consumismo sanitario, prodotti non essenziali. In altre parole, chi può permetterselo continua a comprare salute anche quando non servirebbe, mentre chi non può rinuncia persino alle prestazioni necessarie.

Il sorpasso del “privato puro”

La trasformazione è netta nella crescita del privato non convenzionato, le strutture che erogano prestazioni totalmente a pagamento. Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie verso questo settore è aumentata del 137%, passando da 3,05 a 7,23 miliardi, con una crescita media di 600 milioni l’anno. Il privato accreditato, nello stesso periodo, sale solo del 45%. Il divario, che nel 2016 era di 2,2 miliardi, oggi si è quasi azzerato: chi può pagare esce dal perimetro del SSN perché non trova risposte né nel pubblico né nel convenzionato.

A livello territoriale la mappa è diseguale: il Lazio è la regione che destina più risorse al privato convenzionato (29,3%), seguita da Molise e Lombardia. Le quote più basse si registrano in Valle d’Aosta, Bolzano e Friuli Venezia Giulia. Sopra la media nazionale si collocano anche Sicilia, Campania e Puglia. Le regioni in Piano di rientro toccano una media del 23,9%, segno che i bilanci più fragili si reggono su un ricorso più intenso al privato.

Molti di questi processi, sottolinea Gimbe, non derivano da scelte politiche pianificate, ma dall’incrocio di risorse insufficienti, tariffe ferme, tetti di spesa alzati a colpi di urgenze e convenzioni rinegoziate senza una strategia complessiva.

L’avanzata silenziosa dei terzi paganti

A completare il quadro c’è l’aumento dei terzi paganti – fondi sanitari, casse mutue, assicurazioni, welfare aziendale – che nel 2024 raggiungono 6,36 miliardi di spesa, oltre due miliardi in più rispetto al triennio pre-pandemico. Le generose defiscalizzazioni che li favoriscono creano un effetto paradossale: risorse pubbliche che finiscono per sostenere profitti privati, trasformando questi strumenti in un canale di privatizzazione indiretta.

Nell’analisi Gimbe le forme della privatizzazione sanitaria sono due: da un lato la privatizzazione della spesa, con più pagamenti diretti e intermediati; dall’altro la privatizzazione della produzione, con un aumento delle strutture private che erogano prestazioni essenziali. Entrambi i fenomeni avanzano rapidamente in un contesto di definanziamento cronico del Servizio sanitario nazionale.

Da Arezzo, Gimbe indica alcune condizioni minime: un rilancio stabile del finanziamento pubblico, un paniere realistico di Livelli essenziali di assistenza, un secondo pilastro realmente integrativo e non sostitutivo, un rapporto pubblico-privato regolato da norme trasparenti.

Cartabellotta sintetizza così: «Non serve cercare piani occulti: la privatizzazione proporzionale all’indebolimento del SSN è già in atto». Il sistema è ormai di fatto “misto”, senza che nessun governo abbia spiegato ai cittadini le conseguenze. È la sanità che cambia per abbandono, e non per scelta.

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A Gaza è arrivato l’inverno, ma c’è chi non lo vede

A Gaza l’inverno non chiede permesso: entra, sommerge, sporca tutto. Nelle ultime ore le tende si sono riempite d’acqua, i bambini tirati su per non farli dormire nel fango. Da lontano, i professionisti della negazione mostrano schermate del meteo: «Cielo sereno». Intanto gli operatori umanitari documentano pioggia, allagamenti, tende marce. Non serve un dibattito: basta scegliere a chi credere, a chi c’è dentro o a chi guarda un’app.

Nel frattempo continua la matematica macabra dei corpi. Israele ha identificato i resti di Dror Or, tenuto a Gaza per più di due anni. In cambio ha riconsegnato quindici corpi palestinesi, senza nomi, senza voce. Un rapporto scritto nero su bianco nell’accordo del 10 ottobre: uno a quindici. È questo il listino del dopoguerra che tutti fingono di costruire.

Intorno, la vita reale marcisce sotto la pioggia. L’Egitto rinvia la conferenza sulla ricostruzione perché ricostruire mentre tutto crolla è una barzelletta crudele. Washington prepara l’ennesimo piano: forza internazionale, autorità transitoria, promesse di Stato palestinese buttate come coriandoli. Hamas valuta di trasformarsi in partito per entrare nel grande gioco del “day after”. Fuori, a pochi metri da quelle discussioni, le donne restano chiuse nei rifugi sovraffollati, esposte a violenze che nessun piano nomina.

È uno spettacolo di ipocrisie sovrapposte: si tratta del futuro mentre il presente affoga. Chi parla di “stabilizzazione” dovrebbe guardare l’acqua che sale nelle tende prima di parlare di Stati e governance.

E allora la domanda resta sospesa: quanto vale il presente di Gaza nel racconto del dopoguerra se l’unica cosa che si muove tra le due sponde sono sacchi con resti umani? Finché il mondo discute del domani, gli occhi devono restare sul oggi di Gaza.

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Milanofree recensisce ‘Moussa in Paradiso’

26 Novembre 2025

di Mariella Bussolati

Moussa Diarra, 26 anni, originario del Mali, fu ucciso da colpi di pistola della Polfer alla stazione di Verona il 20 ottobre 2024. Era disarmato, ma la polizia ha sostenuto che avesse aggredito il poliziotto che lo aveva fermato, forse con un coltello. I video delle telecamere del quartiere però non hanno riportato nessuna prova e non sono mai stati resi pubblici. Il Comitato verità e giustizia per Moussa sta ancora cercando una risposta, nonostante il caso sia stato ormai archiviato con l’assoluzione dell’omicida.
Sono loro ad aver telefonato a Giulio Cavalli, attore e regista, ma anche giornalista e scrittore, e da una iniziale collaborazione è nato Moussa in paradiso – una giullarata funebre, che inizia come una vera e propria indagine giornalistica, che elenca fatti paradossali e porta a un finale irragionevole.

È vero e proprio teatro politico questo, aperto a una denuncia che non lascia dubbi e che non si ferma all’unico caso in questione: il destino di Moussa è lo stesso di decine di altre persone, che vengono infatti elencate con precisione storica. Ma siccome la funzione del teatro è quella di sorprendere, di ribaltare le situazioni per mostrarle nella loro totale nudità, e non nel vestito rosso dell’imperatore, non assistiamo solo al racconto di quello che è successo. Moussa infatti è arrivato in Paradiso e viene accolto da un angelo che non lo tratta come ci potremmo immaginare. Il cancello infatti resta chiuso e un interrogatorio mette lui a processo, invece del suo assassino. È uno stratagemma per poter ridere a battute che in realtà fanno arrivare un messaggio potente: gli ultimi non hanno mai giustizia. Attraverso un feroce sarcasmo, che strappa sorrisi, vengono poste le domande necessarie che non sono state mai poste: chi decide il valore di una vita? Qual è oggi il confine tra legalità e violenza? Chi stabilisce chi ha il diritto di essere un cittadino e chi no?

La storia di Moussa è quella di un incagliamento tra burocrazie disumane, quelle che sono state sancite dalle nostre leggi e che impongono un continuo vai e vieni dai commissariati di polizia, e che permettono di ricevere, come è accaduto a Moussa, un permesso già scaduto. Non è certo l’unico. Il suo è lo stesso destino che subiscono migliaia di migranti, costretti a fare i conti con un Paese che da una parte rivendica di essere un baluardo di diritti umani, dall’altra costruisce barriere invalicabili. E dopo aver superato la sfida del mare, tocca quella degli uffici amministrativi. L’identità viene annullata, la presunta accoglienza diventa condizionata da non si sa sempre cosa, e questo si trasforma in un abuso continuo e invisibile, perché istituzionalizzato. A questo si aggiunge la violenza della polizia. La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, ricorda Cavalli, ha denunciato pratiche di profilazione razziale da parte della polizia italiana, con un aumento dei controlli basati sul colore della pelle e sulla – effettiva e presunta – origine etnica o appartenenza religiosa.
Gli uomini dovrebbero essere tali, ma in alcuni casi, troppi, non possono esserlo. Gli uomini dovrebbero essere uguali ma abbiamo fin troppe prove che questa è un’utopia.
In scena c’è l’impegno civile, ed è questo che viene proposto agli spettatori, attraverso i dati ma anche le battute. Perché, dice Cavalli in una chiacchierata dopo aver concluso, l’importante è sapere da che parte stare. Ed è la gente che sente la responsabilità a fare la differenza, facendo in modo che la storia di un singolo diventi qualcosa condiviso da tutta la società.

Teatro della Cooperativa

via privata Hermada 8 – Milano – info e prenotazioni: tel. 02 6420761 info@teatrodellacooperativa.it – www.teatrodellacooperativa.it
25 | 30 novembre

Orari spettacoli

martedì, venerdì e sabato ore 20.00
mercoledì ore 20.30
giovedì ore 19.30
domenica ore 17.00
lunedì riposo

Biglietti

intero 20 € – riduzioni convenzionati 15 € – under 27 10 € – over 65 12 €
giovedì biglietto unico 12 €
diritto di prenotazione 1 € (non applicato agli abbonamenti e ai biglietti acquistati online)

fonte https://www.milanofree.it/eventi/teatro/moussa-in-paradiso-una-denuncia-degli-effetti-dell-immigrazione.html

TG3 Regione sullo spettacolo ‘Moussa in Paradiso

Il nostro spettacolo ‘Moussa in paradiso’ ha debuttato ieri al Teatro della Cooperativa di Milano dove siamo fino a domenica.

Una giullarata, ma funebre, che parla di noi, oltre che di lui.

info qui https://www.teatrodellacooperativa.it/stagione-20252026/moussa-in-paradiso/

Il prezzo della retromarcia: le donne

La maggioranza è tornata a giocare con i politicismi sulla pelle delle donne. La retromarcia improvvisa sul ddl consenso non nasce da un ripensamento giuridico, ma da una manovra di potere preparata con cura: il veto di Matteo Salvini, concordato con Giulia Bongiorno e imposto al governo attraverso il capogruppo Massimiliano Romeo, che arriva a minacciare di votare contro pur di bloccare il testo già approvato alla Camera. È l’effetto delle regionali: l’euforia per il risultato in Veneto diventa un’arma per aprire una crepa a Palazzo Chigi e costringere Giorgia Meloni a piegarsi.

Nel racconto che la premier fa a Elly Schlein, durante una telefonata resa necessaria dall’imbarazzo, c’è tutta la misura del cortocircuito: Meloni ammette che la maggioranza sul testo non c’era più, che Romeo aveva chiuso ogni spazio, che andare avanti avrebbe certificato una frattura insanabile. Eppure la legge era quella su cui la presidente del Consiglio aveva messo la faccia, quella che avrebbe dovuto segnare un passo avanti contro la violenza sulle donne, nel giorno stesso in cui il Parlamento approvava il reato autonomo di femminicidio.

Intorno, la destra sovranista alimenta la pressione: editorialisti di riferimento come Nicola Porro e Giuseppe Cruciani attaccano il ddl dipingendolo come una minaccia alla “libertà maschile”, con toni che rimbalzano nelle chat dei parlamentari e diventano un alibi politico per la frenata. Salvini fiuta l’occasione, interpreta il malumore del suo elettorato e pianta la bandiera. Meloni resta schiacciata: se insiste, perde la Lega; se cede, perde credibilità.

Il risultato è che la tutela delle donne viene sospesa in attesa dei rapporti di forza interni alla maggioranza. Tutto questo senza uno straccio di discussione nel merito. Solo braccio di ferro. Tutto calcolo. L’ennesima dimostrazione che, per questo governo, persino il consenso sessuale può diventare una moneta negoziabile.

Buon mercoledì. 

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Centrodestra, effetto regionali: la leadership di Meloni non regge il voto dei territori

Le regionali non hanno spostato la mappa, ma hanno spostato gli equilibri. Il centrodestra rivendica la tenuta, eppure dalle urne esce un quadro diverso: la coalizione è più fragile, più dipendente dai territori, più lontana dall’idea di un blocco compatto che governa per inerzia. In Veneto la destra vince, ma non nella forma sperata da Giorgia Meloni. Al Sud perde ovunque, anche dove aveva puntato tutto sulla “nazionalizzazione” del voto. L’astensione resta il convitato di pietra: quando vota metà Paese, nessuno può illudersi che la forza elettorale sia solida. Un segnale che pesa soprattutto su chi governa, perché l’astensione è sempre prima di tutto un giudizio.

Il nodo veneto e la leadership che non si espande

Il Veneto conferma il centrodestra, ma lo conferma alla maniera della Lega, non alla maniera di FdI. Il 36 per cento ottenuto da Stefani è figlio del radicamento di Luca Zaia, non della linea nazionale. È un risultato che salva Matteo Salvini da un regolamento di conti interno dopo mesi di tensioni, ma che allo stesso tempo evidenzia la dipendenza del Carroccio da un modello amministrativo che nulla ha a che fare con la deriva identitaria degli ultimi anni. FdI, fermo attorno al 18 per cento, viene doppiato e perde la possibilità di imporre la propria egemonia nel Nord produttivo.

Anche questo spiega il nervosismo nelle ore successive al voto. Il “fattore Zaia” mette in discussione la narrazione della premier, che da tempo punta alla conquista del Nord come passaggio fondamentale verso la stabilizzazione del consenso. Ma senza candidati riconoscibili e reti locali solide, l’effetto-Meloni non si traduce in risultati territoriali. È la conferma che il partito resta fortissimo nelle rilevazioni nazionali e molto più fragile nella prova reale delle urne locali. È un limite strategico che gli alleati leggono benissimo: la Lega per rivendicare spazio, FI per contrattare da posizione di forza.

Il crollo al Sud e la fretta di cambiare le regole

Campania e Puglia raccontano un’altra storia: quando il centrosinistra si presenta unito, il centrodestra si dissolve. In Campania la sconfitta di Cirielli è bruciante, non solo per l’ampiezza del divario ma perché Meloni aveva investito tutto, ministri compresi, per trasformare il voto in un test nazionale. In Puglia il risultato è persino più netto, e il centrodestra resta confinato in una zona di irrilevanza politica dove Forza Italia tiene più di FdI e la Lega non riesce a costruire nulla.

È qui che va letta la fretta con cui Fratelli d’Italia ha rilanciato il tema della nuova legge elettorale. Non è un’operazione neutra: è la risposta alla paura concreta che, con un centrosinistra compatto, i collegi uninominali diventino una voragine. L’idea di spostare il sistema verso un proporzionale con premio di maggioranza è una mossa difensiva che smentisce il racconto della forza travolgente del governo. La Lega frena: un sistema più proporzionale ridurrebbe il peso del Nord, unico territorio dove resta competitiva. Forza Italia, invece, vede l’occasione per tornare centrale, rialzando la testa nei territori in cui la coalizione ha perso. È il segno che la competizione tra alleati non è più sotterranea.

Dietro le quinte del Nord

Sul fondo resta un’erosione evidente della leadership meloniana: la premier non conquista il Nord, non sfonda al Sud, non controlla i suoi alleati. Salvini sfrutta il voto veneto per blindarsi, Zaia rafforza la sua autonomia, Tajani cresce senza esporsi. È una coalizione ancora in piedi, ma non più ordinata attorno a un centro unico.

L’immagine finale è quella di un centrodestra che regge nelle grandi mappe ma si sgretola nella lettura ravvicinata. La forza numerica non coincide più con la solidità politica, e il 2027 smette di essere un appuntamento da considerare scontato. Il voto regionale non ribalta il quadro, ma lo incrina. E nelle incrinature si vede già il timore che la prossima volta non basti più.

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