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Centrosinistra, effetto regionali: Schlein si rafforza, Conte tentato dal proporzionale, Decaro battitore libero

Le regionali hanno rimesso ordine nel centrosinistra meglio di qualsiasi congresso. Non per il numero delle regioni conquistate, ma per come sono state conquistate: Fico al 60,63%, Decaro al 63,97%, candidature forti e partiti costretti a stare un passo indietro. È la prova che la coalizione funziona quando smette di immaginare equilibri astratti e torna a guardare i voti.

La linea che tiene e quella che cede

Nel Pd la discussione interna si è spenta senza nemmeno cominciare. Il 25,9% in Puglia e il primo posto nel totale dei voti regionali 2024-2025 spingono Schlein nel territorio che le mancava: la leadership riconosciuta dai fatti e non dalle mozioni. Le correnti capiscono che la stagione della “verifica dopo le regionali” è finita. La linea dell’unità, che fino a poco tempo fa sembrava un esercizio di retorica, diventa l’unico metodo credibile per governare un partito che fa risultati solo quando accetta di non essere autosufficiente. Schlein non ha ancora l’egemonia, ma ha finalmente il peso specifico per decidere il passo dell’intera coalizione.

Nel M5S succede il contrario: la vittoria politica non coincide con quella del partito. Fico trionfa, la lista resta al 9,12% ma con la civica del governatore si assesta intorno al 15%. In Puglia si scende al 7,2%, nel Nord il movimento non esiste. Conte resta schiacciato in una parabola che gli concede visibilità ma non forza negoziale. L’ambiguità sulla legge proporzionale — che potrebbe permettergli di correre da solo — è diventata una tentazione. Non la dichiara, ma la coltiva. È un modo per ricordare agli alleati che il M5S non vuole essere trattato come un partito gregario, anche se i numeri vanno esattamente in quella direzione.

AVS tiene la posizione senza muovere nulla. Indispensabile per la coesione del campo, irrilevante per la competizione. Il suo spazio è identitario, non elettorale.

Il centro resta una creatura di comunicati stampa. Renzi ottiene un 5,8% che gli permette di farsi sentire, non di orientare la coalizione. Calenda non lascia impronte. Il terzo polo continua a essere un’insegna senza edificio, un progetto che cambia forma ogni volta che incontra le urne. Nessun risultato indica che possa condizionare la strategia del centrosinistra.

E poi c’è Decaro. La sua vittoria non è solo larga: è autonoma. Nessuna passerella, nessuna chiusura nazionale, nessun rituale di investitura. Decaro comunica un messaggio semplice: è nel PD, ma non è un prodotto del PD. È dentro l’alleanza, ma non dipende da essa. Chi nel partito pensa a un futuro equilibrio interno sa che il suo nome entrerà nelle discussioni prima di molti altri. Non come sfidante di oggi, ma come variabile di domani.

La premiership, il punto dove tutto si decide

Il nodo è aperto: chi guida il centrosinistra. Schlein è più forte, ma non abbastanza per chiudere la partita con un atto unilaterale. Conte conserva un capitale personale che il M5S fatica però a convertire in voti reali. È un paradosso che rischia di pesare più dei risultati regionali. Il Pd sa che non può imporre la candidatura; il M5S sa che non può rivendicarla senza numeri.

Le primarie di coalizione restano l’ipotesi che tutti fingono di non vedere. Schlein le teme perché sanno di trappola; Conte le può minacciare senza mai chiederle davvero; gli alleati minori le evocano solo per evitare decisioni calate dall’alto. Intanto Meloni lavora alla riforma elettorale pensata per indebolire il campo largo e per offrire al M5S uno scenario in cui correre da solo torna appetibile.

Le regionali dicono che l’opposizione può competere. Ma l’alternativa di governo nasce solo se la premiership viene decisa prima, chiaramente, senza paura di scontentare qualcuno. Perché è su quel nome — uno solo — che il centrosinistra si unisce o si rompe. E lì, adesso, si gioca il futuro.

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Uno squarcio di verità sul 7 ottobre

A Gaza ieri non pioveva: crollava il cielo. Le prime immagini sono arrivate all’alba: tende allagate, cumuli di fango che diventano muri, bambini che trascinano secchi più grandi di loro per liberare lo spazio in cui dormono. È una scena che in qualsiasi altro luogo chiameremmo “emergenza climatica”; qui è la conseguenza aritmetica della distruzione. Senza case, senza strade, senza drenaggi, basta un temporale di un’ora per creare un nuovo esodo dentro l’esodo. La pioggia si infiltra ovunque: nelle coperta bagnate, nelle scatolette di cibo rimaste aperte, nella paura.

Mentre il fango inghiotte le tende, arrivano le notizie da Khan Younis: un uomo ucciso dalle forze israeliane nelle zone ancora controllate dai militari. Da Bani Suheila ne arriva un altro. Da Nablus arrivano i video delle ambulanze respinte e dei giornalisti allontanati durante un’operazione notturna. Da Silwad, la casa devastata dai coloni registrata in diretta. Non c’è tregua che tenga: la guerra procede come un’unica linea continua, da una parte all’altra del muro.

E intanto, a centinaia di chilometri da quel fango, Israele discute di responsabilità. Un esponente della maggioranza ha ammesso che serve una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. È un punto di svolta: se anche nella coalizione c’è chi riconosce la necessità di un’indagine ufficiale, significa che la versione monolitica del governo sta cedendo. Significa dire ad alta voce che qualcosa non ha funzionato, che qualcuno potrebbe dover rispondere. È la prima silhouette di una verità che prova a farsi largo.

Ma a Gaza queste crepe politiche non arrivano. Qui arriva solo l’acqua. Arriva il freddo. Arriva il rumore delle ambulanze bloccate, delle tende che cedono, dei bambini che affondano fino alle caviglie.
E in questo rumore, ogni promessa di tregua si scioglie come fango.

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Salari privati fermi a 24 mila euro di media l’anno: cosa dicono davvero i dati Inps

Nel cuore della propaganda governativa c’è l’idea che le «buste paga più pesanti» stiano certificando una nuova stagione del lavoro italiano. I numeri dell’Inps analizzati da Lorenzo Ruffino mostrano un’altra scena: un Paese in cui l’occupazione cresce, mentre i salari continuano a muoversi dentro un recinto sempre più stretto, tra divari territoriali, part-time forzati e stipendi reali erosi dall’inflazione.

Il Paese dei 24 mila euro

La retribuzione media dei dipendenti privati si ferma a 24.486 euro lordi annui. È una media che si regge su pochi territori e pochi settori, mentre alla base c’è una massa consistente di lavoratori che affronta la vita con molto meno. Un quarto dei dipendenti non supera i 10 mila euro lordi, un altro 23 per cento sta tra i 10 e i 20 mila. Tre quarti del mercato del lavoro privato rimane sotto i 30 mila euro.

Il divario di genere è netto: gli uomini superano in media i 27 mila euro, le donne restano sotto i 20 mila. La metà delle lavoratrici è impiegata in part-time involontario, un vincolo che riduce drasticamente il reddito disponibile. Nel turismo la retribuzione annua si ferma poco sopra gli 11 mila euro, cifra che descrive un intero pezzo dell’economia fondato su stagionalità e contratti brevi.

La geografia amplia tutto: la Lombardia supera i 30 mila euro lordi, l’Emilia-Romagna sfiora i 26 mila, mentre Calabria, Sicilia e Campania oscillano tra i 15 e i 19 mila. In molte aree del Sud gli stipendi non raggiungono la soglia necessaria per sostenere un progetto di vita adulta.

La progressione per età racconta un avanzamento lento. I 20-29enni non arrivano a 16 mila euro, i 30-39enni superano di poco i 23 mila, il picco si raggiunge tra i 55 e i 59 anni con circa 30.900 euro. Numeri che mostrano una carriera retributiva compressa, senza scatti reali, incapace di recuperare l’inflazione accumulata nell’ultimo decennio.

La distanza tra redditi nominali e salari reali

Il governo rivendica il taglio del cuneo contributivo e la riforma Irpef come motore del rilancio salariale. La dinamica delle retribuzioni mostra altro: l’aumento del 3,4 per cento nel 2024 deriva quasi completamente da misure fiscali temporanee, non da una contrattazione capace di trasferire ricchezza ai lavoratori. Senza quei tagli il netto tornerebbe a schiacciarsi, perché i salari reali non hanno recuperato il terreno perduto.

Gli stipendi, depurati dall’inflazione, restano più bassi rispetto al periodo pre-pandemico. Le analisi internazionali confermano che l’Italia è tra i pochi Paesi europei in cui i salari reali non hanno riconquistato i livelli di inizio secolo. In un contesto di prezzi elevati, mutui più costosi, affitti in salita e spesa energetica instabile, la nominalità diventa un indicatore fragile.

È qui che la distanza tra la narrazione e i dati si fa politica. Il governo presenta come scelta di campo il taglio del cuneo, che non incide sulla qualità del lavoro, non cambia la condizione di chi è sotto le soglie di capienza fiscale, non tocca i settori in cui il salario medio è fermo da vent’anni. Per milioni di persone, soprattutto nel Sud e tra le donne, il beneficio non raggiunge la soglia necessaria a modificare la propria posizione economica.

Il quadro che emerge dal lavoro di Ruffino è chiaro: l’Italia non ha un problema di occupazione, ha un problema di salari. La propaganda governativa preferisce concentrarsi sul netto in busta, evitando il confronto con la struttura reale delle retribuzioni. Dentro quel silenzio ci sono i 24 mila euro medi, la metà delle lavoratrici intrappolate nel part-time, le retribuzioni minime del turismo, il divario crescente tra Nord e Sud. Una politica salariale che si regge sui bonus non affronta nulla di questo. Ed è lì che si misura la distanza tra il racconto ufficiale e il Paese.

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Moussa Diarra, il ragazzo dietro la tragedia

Una giullarata. Definizione che rimanda subito a Dario Fo e a certi istrioni della parola, immersi nella complessità dei tempi….

Una giullarata. Definizione che rimanda subito a Dario Fo e a certi istrioni della parola, immersi nella complessità dei tempi. Come Giulio Cavalli. Il suo è un teatro civile, d’inchiesta. Dove l’affabulazione lascia spazio all’indagine giornalistica. Alla sfuriata politica. Cosa che gli ha procurato anche qualche guaio, con tanto di scorta al seguito. A Milano è di casa al Cooperativa di Niguarda. Ed è lì che stasera debutta con “Moussa in Paradiso“. Prima nazionale. Prodotta dal neonato Teatro Aquilante. In replica fino al 30 novembre. Una giullarata, si diceva. Ma dalle sfumature funebri. Perché sul palco si ripercorre la vicenda di Moussa Diarra, 26 anni del Mali, ucciso il 20 ottobre 2024 da un agente della Polfer, nei pressi della stazione ferroviaria di Verona. Pare che il poliziotto si sia sentito minacciato da un coltello da tavola che il ragazzo teneva (forse) in una tasca. E così ha sparato prima in aria e poi nel petto di Moussa. Contorni ancora da chiarire. Se mai si chiariranno. Ma nel frattempo Cavalli compone per il palco quello che definisce “un atto di resistenza civile, un invito a guardare oltre le cifre, oltre la cronaca, oltre la paura”. Dove Moussa torna a essere una persona, prima che un simbolo. Un ragazzo in fuga dalla guerra civile, torturato in Libia e poi perso nei centri di accoglienza italiani. Fra burocrazia e depressione. Fino a quel giorno nerissimo a Verona.

Diego Vincenti

Cassa integrazione, dal Lazio un allarme per tutto il Paese: l’esplosione del terzo trimestre smonta la retorica del governo

Nel terzo trimestre 2025, nel Lazio, la cassa integrazione (Cig) autorizzata dall’INPS è quadruplicata: 16,2 milioni di ore contro i poco più di quattro milioni dello stesso periodo del 2024. È il tipo di notizia che smentisce la retorica governativa sulla “crescita solida” e sui “record occupazionali”. Se si estende lo sguardo oltre Roma, il quadro diventa ancora più nitido: la Cig non è una parentesi locale, è un fenomeno nazionale che racconta una crisi industriale al di là della propaganda.

Il ritorno delle ore perse

Tra gennaio e settembre 2025, le ore complessive di cassa integrazione e fondi di solidarietà superano i 430 milioni, con un incremento vicino al 19% rispetto allo stesso periodo del 2024. È un volume che va oltre il livello del 2019, l’ultimo anno pre-pandemia. Significa più produzione ferma, più reddito bruciato, più lavoratori sospesi: le elaborazioni dei centri studi stimano l’equivalente di oltre 275mila persone a zero ore nei primi nove mesi e una perdita media di 4.400 euro netti per ciascun beneficiario.

A contare non è solo la quantità, ma la qualità. La cassa ordinaria arretra, mentre la cassa straordinaria, lo strumento che fotografa ristrutturazioni profonde, crisi aziendali e delocalizzazioni, cresce in modo verticale: nel terzo trimestre 2025 le ore di Cigs superano quota 60 milioni, più del doppio rispetto all’anno precedente. È la prova di un sistema produttivo che attraversa un rallentamento che rischia di diventare strutturale, spesso accompagnato da riorganizzazioni silenziose che scaricano il costo sui lavoratori.

In questo scenario i numeri sulle retribuzioni chiudono il cerchio. Le ore in cassa significano stipendi tagliati, contributi ridotti, tredicesime più leggere. Per chi vive di salari bassi, alcune centinaia di euro in meno ogni mese diventano il confine tra una vita precaria e il ricorso al credito facile, agli aiuti familiari, alla rinuncia alle spese essenziali.

Le regioni che smentiscono la propaganda

Il Lazio è solo l’esempio più immediato. L’80% delle ore riguarda telecomunicazioni e automotive, due settori che nelle narrazioni istituzionali dovrebbero essere ripartenza, innovazione, investimento. In realtà i numeri sono la radiografia di esuberi mascherati, carichi di lavoro ridotti e catene produttive instabili. L’Emilia Romagna registra nei primi nove mesi dell’anno un aumento dell’11% della Cig complessiva e del 37% della straordinaria. In Lombardia si superano decine di milioni di ore, con l’impennata della Cigs come indicatore principale. Nel Mezzogiorno la situazione è ancora più evidente: Sardegna, Basilicata e Molise segnano incrementi oltre l’85%.

Il tratto comune è sempre lo stesso: meccanica, metallurgia, telecomunicazioni, trasporti e automotive sono i comparti che consumano più ore di integrazione salariale. Sono gli stessi settori che, secondo la narrazione del governo, dovrebbero essere la frontiera della competitività italiana. Dietro le celebrazioni sui “posti stabili” restano le linee produttive ferme, i turni ridotti, le riunioni sindacali convocate per spiegare a operai e impiegati quanto durerà ancora il ricorso alla cassa e quali prospettive reali esistono sul territorio.

Il cortocircuito politico è tutto qui. L’esecutivo continua a rivendicare il numero assoluto degli occupati, trainato dagli over cinquanta che restano a lungo sul mercato del lavoro. Nei discorsi ufficiali però non entra mai la variabile delle ore perse. L’indicatore che descrive meglio la salute dell’economia italiana resta la somma delle giornate in cui la produzione si ferma e le famiglie vedono assottigliarsi le buste paga, non il saldo dei contratti.

I 430 milioni di ore di cassa integrazione in nove mesi sono l’immagine più fedele dello stato dell’economia italiana. Il resto è propaganda.

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Quel profumo di 1928 nelle tentazioni elettorali della destra

Si stavano contando ancora le schede delle elezioni regionali e dalle parti di Fratelli d’Italia erano già al passo successivo. «Occorre cambiare la legge elettorale», bisbigliavano in via della Scrofa. Qualcuno potrebbe benevolmente pensare che la presidente del Consiglio abbia a cuore i dati sempre più drammatici dell’astensione. In effetti la disaffezione è un problema di credibilità politica del Paese, quindi sarebbe responsabilità (anche) della leader di governo.

Niente di tutto questo, figuriamoci. Il senso di quell’arrabattarsi lo scioglie spudoratamente il capo organizzativo di FdI Giovanni Donzelli: «Se si votasse oggi non ci sarebbe la stessa stabilità che abbiamo ora. Noi crediamo che sarebbe utile averla. È una riflessione che facciamo», dice ai giornalisti. I numeri parlano: i risultati senza sorprese in Campania e in Puglia indicano che, con l’attuale sistema elettorale, il Rosatellum, alle prossime elezioni politiche i collegi uninominali andrebbero tutti al centrosinistra.

E quindi? Dovrebbe essere il normale risultato dei numeri, della democrazia. Chi ha più voti più elegge. Ma l’ossessione della presidente del Consiglio e dei suoi sgherri è non far vincere gli altri. Il sogno, forse, sarebbe quello di renderli inoffensivi come fece quell’altro con la legge Acerbo. Magari, perché no, una bella lista nazionale compilata dal Gran Consiglio. Una bella elezione con profumo di 1928.

«È una questione di stabilità politica», ripetono i meloniani. Anche questa l’abbiamo già sentita.

Buon martedì.

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A Gaza la tregua è una parola fuori dalla realtà

Ci sono parole che non reggono più il peso della realtà. “Tregua”, per esempio. Basta guardare le ultime ventiquattr’ore: a Gaza si recuperano altri corpi dalle macerie ad Al-Maghazi, i bombardamenti su Gaza City e Khan Yunis fanno nuovi morti, le tende gelano nella notte e una famiglia costruisce un muro di fango per ripararsi dal vento. Nelle immagini circolate ieri si vede l’altalena di un bambino ucciso, rimasta appesa al soffitto di una casa sventrata. È così che si misura il fallimento di una parola.

Israele intanto colpisce Beirut per la prima volta da mesi e uccide il capo di Stato maggiore di Hezbollah. Cinque morti, venticinque feriti. Washington — dicono le agenzie — non era stata informata. L’esercito parla apertamente di “risposte sproporzionate” a eventuali ritorsioni, mentre a nord cresce la paura di un’altra guerra. A Gerusalemme Est i servizi chiudono un teatro palestinese durante un evento per bambini: perfino le fiabe diventano un sospetto.

Sul terreno la “tregua” ha l’aspetto di soldati che sparano tra le rovine, come nel video che rimbalza ovunque con la frase «Ceasefire is boring». Ha l’aspetto del corpo di un ostaggio recuperato a Nuseirat, e dei robot esplosivi piazzati nei quartieri di Gaza. Ha l’aspetto di un lessico che non salva più nessuno, sospeso tra la diplomazia e il fumo nero che sale dalle macerie.

La chiamano tregua. Forse per abitudine, forse per convenienza. Ma se tutto questo è tregua, allora la pace è un fantasma che non si vede più. E mentre il mondo discute, Gaza continua a essere un luogo dove si sopravvive più che vivere, dove persino le parole chiedono di essere liberate dalla menzogna.

Tutti gli occhi devono restare su Gaza. Sempre.

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Crisi idrica in Sardegna: l’invaso di Maccheronis agli sgoccioli rivela le fragilità italiane

A novembre, quando i campi dovrebbero riposare e gli invasi riprendere fiato, nel Nord Est della Sardegna si spegne l’irrigazione come in piena estate. L’ordine è arrivato il 19 novembre dall’Agenzia regionale del Distretto idrografico della Sardegna: chiudere la rete del bacino di Maccheronis e lasciare acqua solo per il bestiame. Nel comunicato del Consorzio di bonifica della Sardegna Centrale si legge che al 14 novembre l’invaso conteneva 0,969 milioni di metri cubi su una capacità superiore ai 22 milioni: meno del cinque per cento. Le piogge d’autunno non hanno inciso. La Baronia resta appesa a un serbatoio vuoto mentre la stagione agricola si accorcia.

Un invaso che crolla da quindici anni

La crisi non è nuova. Nel comunicato dell’ANBI (Associazione nazionale dei Consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue) si ricorda che Maccheronis vive in stress idrico strutturale da oltre quindici anni. I sindaci del territorio lo ripetono dai primi Duemila: i cicli stagionali sono saltati, gli invasi non si ricaricano più a sufficienza, le soglie di sicurezza sono diventate eccezione.

La Regione ha inserito più volte nei propri atti la manutenzione del SIMR – Sistema Idrico Multisettoriale Regionale, ha annunciato interconnessioni fra bacini e individuato in Abba Luchente l’invaso pluriennale necessario a compensare Maccheronis. Ma la distanza tra le programmazioni e l’acqua reale resta immutata. Le opere avanzano lentamente, il SIMR resta fragile, il territorio continua a dipendere da un accumulo che non regge la variabilità del clima.

La Baronia non è un’area agricola marginale: grano, vite, olivo, frutteti e colture identitarie come la pompia. Spegnere l’irrigazione a novembre significa compromettere semine, trapianti e produzioni che richiedono un minimo di continuità idrica. Nel comunicato ANBI si parla di «monitoraggio rafforzato» e della necessità di accelerare il riuso delle acque depurate e le interconnessioni. È la stessa agenda ripetuta da un decennio: non è cambiata la lista delle soluzioni, è cambiato il ritmo dell’emergenza.

La fotografia nazionale: reti fragili e investimenti fermi

Il quadro sardo è il riflesso di un’Italia che affronta il 2025 con un sistema idrico sotto pressione. L’Istat certifica perdite medie del 42 per cento dell’acqua immessa nelle reti comunali, con punte oltre il cinquanta nel Mezzogiorno. Il PNACC – Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, pubblicato nel 2024, classifica il Paese in condizione di stress idrico “medio-alto”: precipitazioni totali anche superiori alle medie convivono con lunghi periodi secchi e piogge estreme concentrate, poco utili per bacini e falde. ISPRA definisce l’Italia un «hub degli eventi estremi»del Mediterraneo.

A questo si aggiunge il ritardo strutturale negli investimenti. Dei fondi PNRR dedicati al settore idrico – 5,3 miliardi di euro – solo una quota ridotta risulta effettivamente spesa e ancor meno trasformata in cantieri conclusi. Le opere materiali, dalle condotte ai sistemi di accumulo, procedono più lentamente delle scadenze fissate da Bruxelles. Nel frattempo, territori che dipendono da piccoli invasi stagionali restano esposti al minimo scostamento del ciclo delle piogge.

Il governo ha approvato a novembre il decreto sulle acque reflue, presentato come svolta per l’irrigazione agricola. Ma il regolamento europeo sul riuso è in vigore dal 2023 e molti depuratori italiani non raggiungono ancora gli standard necessari. Anche i nuovi fondi per invasi nel Sud non modificano il nodo centrale: la manutenzione ordinaria e straordinaria delle infrastrutture esistenti, che continua a essere l’anello debole della catena.

A Maccheronis questa distanza diventa evidente. Qui la crisi idrica non nasce solo dal clima: è amministrativa, infrastrutturale, politica. È la storia di un bacino che, in assenza di opere strutturali, si svuota ogni anno un po’ prima. È il ritratto di un’Italia in cui gli annunci scorrono veloci, mentre l’acqua continua a mancare.

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Moussa in paradiso: la giullarata funebre di Giulio Cavalli in prima nazionale al Teatro della Cooperativa

Dal 25 al 30 novembre la nuova produzione di Teatro Aquilante a Milano. Giulio Cavalli trasforma la cronaca in teatro civile raccontando la vicenda del 27enne Moussa Diarra, ucciso da un agente della Polfer a Verona

Di Giorgio d’Enrico


Moussa in paradiso: la giullarata funebre di Giulio Cavalli in prima nazionale al Teatro della Cooperativa

Torna Giulio Cavalli al Teatro della Cooperativa di Milano dal 25 al 30 novembre con Moussa in paradiso – Una giullarata funebre, nuova produzione di Teatro Aquilante. In memoria di Moussa Diarra, 26 anni, originario del Mali, ucciso il 20 ottobre 2024 da tre colpi di pistola esplosi da un agente della Polfer nei pressi della stazione ferroviaria di Verona. Moussa era disarmato. Lo spettacolo intreccia satira e tragedia per interrogare, con linguaggio teatrale, dignità, giustizia e razzismo istituzionale.

Inserito nella stagione 2025/26 del Teatro della Cooperativa diretto da Renato Sarti, dedicata a Licia Rognini Pinelli, “Moussa in Paradiso” conferma la vocazione del teatro a ospitare artisti che coniugano impegno e arte.
Lo spettacolo, in prima nazionale, è un atto di resistenza civile, un invito a guardare oltre le cifre, oltre la cronaca, oltre la paura. Mette a nudo le contraddizioni di un’Europa, che, da un lato si erge a baluardo dei diritti umani, e dall’altro costruisce frontiere sempre più invalicabili.

Ci parla di una burocrazia che annulla l’identità, di un’accoglienza condizionata e assistenziale, di quella violenza invisibile, perché istituzionalizzata, fatta di sguardi bassi, di attese infinite, di silenzi imposti. Sul palco, Moussa “muore” più volte, nel deserto, in Libia, in Italia, e persino in Paradiso trova un cancello chiuso, un angelo burocrate e un verbale già pronto: anche dopo la morte, deve giustificare la propria esistenza.

Informazioni Date: 25–30 novembre 2025 Luogo: Teatro della Cooperativa, via Hermada 8 – Milano Info, orari, biglietti e prenotazioni: www.teatrodellacooperativa.it

fonte

ViviMilano sullo spettacolo “Moussa in Paradiso” al Teatro della Cooperativa

Teatro della Cooperativa: Moussa in Paradiso

Indirizzo e contatti
Teatro della Cooperativa
Via Privata Hermada 8

026420761

Sito Web

Quando
dal 25/11/2025 al 30/11/2025

Guarda le date e gli orari

Prezzo
euro 20-10

di Claudia Cannella
Moussa Diarra, 26 anni, originario del Mali, disarmato, viene ucciso il 20 ottobre 2023 con tre colpi di pistola da un agente della Polfer nei pressi della stazione di Verona. Da questo fatto di cronaca Giulio Cavalli costruisce il suo nuovo spettacolo per raccontare di una burocrazia che annulla l’identità, di un’accoglienza condizionata e assistenziale, di una violenza ormai istituzionalizzata, restituendo alla parola “migrante” dignità e umanità. In scena al Teatro della Cooperativa dal 25 al 30 novembre, un monologo che non indica colpevoli, ma solleva domande necessarie.