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Milanofree recensisce ‘Moussa in Paradiso’

26 Novembre 2025

di Mariella Bussolati

Moussa Diarra, 26 anni, originario del Mali, fu ucciso da colpi di pistola della Polfer alla stazione di Verona il 20 ottobre 2024. Era disarmato, ma la polizia ha sostenuto che avesse aggredito il poliziotto che lo aveva fermato, forse con un coltello. I video delle telecamere del quartiere però non hanno riportato nessuna prova e non sono mai stati resi pubblici. Il Comitato verità e giustizia per Moussa sta ancora cercando una risposta, nonostante il caso sia stato ormai archiviato con l’assoluzione dell’omicida.
Sono loro ad aver telefonato a Giulio Cavalli, attore e regista, ma anche giornalista e scrittore, e da una iniziale collaborazione è nato Moussa in paradiso – una giullarata funebre, che inizia come una vera e propria indagine giornalistica, che elenca fatti paradossali e porta a un finale irragionevole.

È vero e proprio teatro politico questo, aperto a una denuncia che non lascia dubbi e che non si ferma all’unico caso in questione: il destino di Moussa è lo stesso di decine di altre persone, che vengono infatti elencate con precisione storica. Ma siccome la funzione del teatro è quella di sorprendere, di ribaltare le situazioni per mostrarle nella loro totale nudità, e non nel vestito rosso dell’imperatore, non assistiamo solo al racconto di quello che è successo. Moussa infatti è arrivato in Paradiso e viene accolto da un angelo che non lo tratta come ci potremmo immaginare. Il cancello infatti resta chiuso e un interrogatorio mette lui a processo, invece del suo assassino. È uno stratagemma per poter ridere a battute che in realtà fanno arrivare un messaggio potente: gli ultimi non hanno mai giustizia. Attraverso un feroce sarcasmo, che strappa sorrisi, vengono poste le domande necessarie che non sono state mai poste: chi decide il valore di una vita? Qual è oggi il confine tra legalità e violenza? Chi stabilisce chi ha il diritto di essere un cittadino e chi no?

La storia di Moussa è quella di un incagliamento tra burocrazie disumane, quelle che sono state sancite dalle nostre leggi e che impongono un continuo vai e vieni dai commissariati di polizia, e che permettono di ricevere, come è accaduto a Moussa, un permesso già scaduto. Non è certo l’unico. Il suo è lo stesso destino che subiscono migliaia di migranti, costretti a fare i conti con un Paese che da una parte rivendica di essere un baluardo di diritti umani, dall’altra costruisce barriere invalicabili. E dopo aver superato la sfida del mare, tocca quella degli uffici amministrativi. L’identità viene annullata, la presunta accoglienza diventa condizionata da non si sa sempre cosa, e questo si trasforma in un abuso continuo e invisibile, perché istituzionalizzato. A questo si aggiunge la violenza della polizia. La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, ricorda Cavalli, ha denunciato pratiche di profilazione razziale da parte della polizia italiana, con un aumento dei controlli basati sul colore della pelle e sulla – effettiva e presunta – origine etnica o appartenenza religiosa.
Gli uomini dovrebbero essere tali, ma in alcuni casi, troppi, non possono esserlo. Gli uomini dovrebbero essere uguali ma abbiamo fin troppe prove che questa è un’utopia.
In scena c’è l’impegno civile, ed è questo che viene proposto agli spettatori, attraverso i dati ma anche le battute. Perché, dice Cavalli in una chiacchierata dopo aver concluso, l’importante è sapere da che parte stare. Ed è la gente che sente la responsabilità a fare la differenza, facendo in modo che la storia di un singolo diventi qualcosa condiviso da tutta la società.

Teatro della Cooperativa

via privata Hermada 8 – Milano – info e prenotazioni: tel. 02 6420761 info@teatrodellacooperativa.it – www.teatrodellacooperativa.it
25 | 30 novembre

Orari spettacoli

martedì, venerdì e sabato ore 20.00
mercoledì ore 20.30
giovedì ore 19.30
domenica ore 17.00
lunedì riposo

Biglietti

intero 20 € – riduzioni convenzionati 15 € – under 27 10 € – over 65 12 €
giovedì biglietto unico 12 €
diritto di prenotazione 1 € (non applicato agli abbonamenti e ai biglietti acquistati online)

fonte https://www.milanofree.it/eventi/teatro/moussa-in-paradiso-una-denuncia-degli-effetti-dell-immigrazione.html

TG3 Regione sullo spettacolo ‘Moussa in Paradiso

Il nostro spettacolo ‘Moussa in paradiso’ ha debuttato ieri al Teatro della Cooperativa di Milano dove siamo fino a domenica.

Una giullarata, ma funebre, che parla di noi, oltre che di lui.

info qui https://www.teatrodellacooperativa.it/stagione-20252026/moussa-in-paradiso/

Il prezzo della retromarcia: le donne

La maggioranza è tornata a giocare con i politicismi sulla pelle delle donne. La retromarcia improvvisa sul ddl consenso non nasce da un ripensamento giuridico, ma da una manovra di potere preparata con cura: il veto di Matteo Salvini, concordato con Giulia Bongiorno e imposto al governo attraverso il capogruppo Massimiliano Romeo, che arriva a minacciare di votare contro pur di bloccare il testo già approvato alla Camera. È l’effetto delle regionali: l’euforia per il risultato in Veneto diventa un’arma per aprire una crepa a Palazzo Chigi e costringere Giorgia Meloni a piegarsi.

Nel racconto che la premier fa a Elly Schlein, durante una telefonata resa necessaria dall’imbarazzo, c’è tutta la misura del cortocircuito: Meloni ammette che la maggioranza sul testo non c’era più, che Romeo aveva chiuso ogni spazio, che andare avanti avrebbe certificato una frattura insanabile. Eppure la legge era quella su cui la presidente del Consiglio aveva messo la faccia, quella che avrebbe dovuto segnare un passo avanti contro la violenza sulle donne, nel giorno stesso in cui il Parlamento approvava il reato autonomo di femminicidio.

Intorno, la destra sovranista alimenta la pressione: editorialisti di riferimento come Nicola Porro e Giuseppe Cruciani attaccano il ddl dipingendolo come una minaccia alla “libertà maschile”, con toni che rimbalzano nelle chat dei parlamentari e diventano un alibi politico per la frenata. Salvini fiuta l’occasione, interpreta il malumore del suo elettorato e pianta la bandiera. Meloni resta schiacciata: se insiste, perde la Lega; se cede, perde credibilità.

Il risultato è che la tutela delle donne viene sospesa in attesa dei rapporti di forza interni alla maggioranza. Tutto questo senza uno straccio di discussione nel merito. Solo braccio di ferro. Tutto calcolo. L’ennesima dimostrazione che, per questo governo, persino il consenso sessuale può diventare una moneta negoziabile.

Buon mercoledì. 

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Centrodestra, effetto regionali: la leadership di Meloni non regge il voto dei territori

Le regionali non hanno spostato la mappa, ma hanno spostato gli equilibri. Il centrodestra rivendica la tenuta, eppure dalle urne esce un quadro diverso: la coalizione è più fragile, più dipendente dai territori, più lontana dall’idea di un blocco compatto che governa per inerzia. In Veneto la destra vince, ma non nella forma sperata da Giorgia Meloni. Al Sud perde ovunque, anche dove aveva puntato tutto sulla “nazionalizzazione” del voto. L’astensione resta il convitato di pietra: quando vota metà Paese, nessuno può illudersi che la forza elettorale sia solida. Un segnale che pesa soprattutto su chi governa, perché l’astensione è sempre prima di tutto un giudizio.

Il nodo veneto e la leadership che non si espande

Il Veneto conferma il centrodestra, ma lo conferma alla maniera della Lega, non alla maniera di FdI. Il 36 per cento ottenuto da Stefani è figlio del radicamento di Luca Zaia, non della linea nazionale. È un risultato che salva Matteo Salvini da un regolamento di conti interno dopo mesi di tensioni, ma che allo stesso tempo evidenzia la dipendenza del Carroccio da un modello amministrativo che nulla ha a che fare con la deriva identitaria degli ultimi anni. FdI, fermo attorno al 18 per cento, viene doppiato e perde la possibilità di imporre la propria egemonia nel Nord produttivo.

Anche questo spiega il nervosismo nelle ore successive al voto. Il “fattore Zaia” mette in discussione la narrazione della premier, che da tempo punta alla conquista del Nord come passaggio fondamentale verso la stabilizzazione del consenso. Ma senza candidati riconoscibili e reti locali solide, l’effetto-Meloni non si traduce in risultati territoriali. È la conferma che il partito resta fortissimo nelle rilevazioni nazionali e molto più fragile nella prova reale delle urne locali. È un limite strategico che gli alleati leggono benissimo: la Lega per rivendicare spazio, FI per contrattare da posizione di forza.

Il crollo al Sud e la fretta di cambiare le regole

Campania e Puglia raccontano un’altra storia: quando il centrosinistra si presenta unito, il centrodestra si dissolve. In Campania la sconfitta di Cirielli è bruciante, non solo per l’ampiezza del divario ma perché Meloni aveva investito tutto, ministri compresi, per trasformare il voto in un test nazionale. In Puglia il risultato è persino più netto, e il centrodestra resta confinato in una zona di irrilevanza politica dove Forza Italia tiene più di FdI e la Lega non riesce a costruire nulla.

È qui che va letta la fretta con cui Fratelli d’Italia ha rilanciato il tema della nuova legge elettorale. Non è un’operazione neutra: è la risposta alla paura concreta che, con un centrosinistra compatto, i collegi uninominali diventino una voragine. L’idea di spostare il sistema verso un proporzionale con premio di maggioranza è una mossa difensiva che smentisce il racconto della forza travolgente del governo. La Lega frena: un sistema più proporzionale ridurrebbe il peso del Nord, unico territorio dove resta competitiva. Forza Italia, invece, vede l’occasione per tornare centrale, rialzando la testa nei territori in cui la coalizione ha perso. È il segno che la competizione tra alleati non è più sotterranea.

Dietro le quinte del Nord

Sul fondo resta un’erosione evidente della leadership meloniana: la premier non conquista il Nord, non sfonda al Sud, non controlla i suoi alleati. Salvini sfrutta il voto veneto per blindarsi, Zaia rafforza la sua autonomia, Tajani cresce senza esporsi. È una coalizione ancora in piedi, ma non più ordinata attorno a un centro unico.

L’immagine finale è quella di un centrodestra che regge nelle grandi mappe ma si sgretola nella lettura ravvicinata. La forza numerica non coincide più con la solidità politica, e il 2027 smette di essere un appuntamento da considerare scontato. Il voto regionale non ribalta il quadro, ma lo incrina. E nelle incrinature si vede già il timore che la prossima volta non basti più.

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Centrosinistra, effetto regionali: Schlein si rafforza, Conte tentato dal proporzionale, Decaro battitore libero

Le regionali hanno rimesso ordine nel centrosinistra meglio di qualsiasi congresso. Non per il numero delle regioni conquistate, ma per come sono state conquistate: Fico al 60,63%, Decaro al 63,97%, candidature forti e partiti costretti a stare un passo indietro. È la prova che la coalizione funziona quando smette di immaginare equilibri astratti e torna a guardare i voti.

La linea che tiene e quella che cede

Nel Pd la discussione interna si è spenta senza nemmeno cominciare. Il 25,9% in Puglia e il primo posto nel totale dei voti regionali 2024-2025 spingono Schlein nel territorio che le mancava: la leadership riconosciuta dai fatti e non dalle mozioni. Le correnti capiscono che la stagione della “verifica dopo le regionali” è finita. La linea dell’unità, che fino a poco tempo fa sembrava un esercizio di retorica, diventa l’unico metodo credibile per governare un partito che fa risultati solo quando accetta di non essere autosufficiente. Schlein non ha ancora l’egemonia, ma ha finalmente il peso specifico per decidere il passo dell’intera coalizione.

Nel M5S succede il contrario: la vittoria politica non coincide con quella del partito. Fico trionfa, la lista resta al 9,12% ma con la civica del governatore si assesta intorno al 15%. In Puglia si scende al 7,2%, nel Nord il movimento non esiste. Conte resta schiacciato in una parabola che gli concede visibilità ma non forza negoziale. L’ambiguità sulla legge proporzionale — che potrebbe permettergli di correre da solo — è diventata una tentazione. Non la dichiara, ma la coltiva. È un modo per ricordare agli alleati che il M5S non vuole essere trattato come un partito gregario, anche se i numeri vanno esattamente in quella direzione.

AVS tiene la posizione senza muovere nulla. Indispensabile per la coesione del campo, irrilevante per la competizione. Il suo spazio è identitario, non elettorale.

Il centro resta una creatura di comunicati stampa. Renzi ottiene un 5,8% che gli permette di farsi sentire, non di orientare la coalizione. Calenda non lascia impronte. Il terzo polo continua a essere un’insegna senza edificio, un progetto che cambia forma ogni volta che incontra le urne. Nessun risultato indica che possa condizionare la strategia del centrosinistra.

E poi c’è Decaro. La sua vittoria non è solo larga: è autonoma. Nessuna passerella, nessuna chiusura nazionale, nessun rituale di investitura. Decaro comunica un messaggio semplice: è nel PD, ma non è un prodotto del PD. È dentro l’alleanza, ma non dipende da essa. Chi nel partito pensa a un futuro equilibrio interno sa che il suo nome entrerà nelle discussioni prima di molti altri. Non come sfidante di oggi, ma come variabile di domani.

La premiership, il punto dove tutto si decide

Il nodo è aperto: chi guida il centrosinistra. Schlein è più forte, ma non abbastanza per chiudere la partita con un atto unilaterale. Conte conserva un capitale personale che il M5S fatica però a convertire in voti reali. È un paradosso che rischia di pesare più dei risultati regionali. Il Pd sa che non può imporre la candidatura; il M5S sa che non può rivendicarla senza numeri.

Le primarie di coalizione restano l’ipotesi che tutti fingono di non vedere. Schlein le teme perché sanno di trappola; Conte le può minacciare senza mai chiederle davvero; gli alleati minori le evocano solo per evitare decisioni calate dall’alto. Intanto Meloni lavora alla riforma elettorale pensata per indebolire il campo largo e per offrire al M5S uno scenario in cui correre da solo torna appetibile.

Le regionali dicono che l’opposizione può competere. Ma l’alternativa di governo nasce solo se la premiership viene decisa prima, chiaramente, senza paura di scontentare qualcuno. Perché è su quel nome — uno solo — che il centrosinistra si unisce o si rompe. E lì, adesso, si gioca il futuro.

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Uno squarcio di verità sul 7 ottobre

A Gaza ieri non pioveva: crollava il cielo. Le prime immagini sono arrivate all’alba: tende allagate, cumuli di fango che diventano muri, bambini che trascinano secchi più grandi di loro per liberare lo spazio in cui dormono. È una scena che in qualsiasi altro luogo chiameremmo “emergenza climatica”; qui è la conseguenza aritmetica della distruzione. Senza case, senza strade, senza drenaggi, basta un temporale di un’ora per creare un nuovo esodo dentro l’esodo. La pioggia si infiltra ovunque: nelle coperta bagnate, nelle scatolette di cibo rimaste aperte, nella paura.

Mentre il fango inghiotte le tende, arrivano le notizie da Khan Younis: un uomo ucciso dalle forze israeliane nelle zone ancora controllate dai militari. Da Bani Suheila ne arriva un altro. Da Nablus arrivano i video delle ambulanze respinte e dei giornalisti allontanati durante un’operazione notturna. Da Silwad, la casa devastata dai coloni registrata in diretta. Non c’è tregua che tenga: la guerra procede come un’unica linea continua, da una parte all’altra del muro.

E intanto, a centinaia di chilometri da quel fango, Israele discute di responsabilità. Un esponente della maggioranza ha ammesso che serve una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. È un punto di svolta: se anche nella coalizione c’è chi riconosce la necessità di un’indagine ufficiale, significa che la versione monolitica del governo sta cedendo. Significa dire ad alta voce che qualcosa non ha funzionato, che qualcuno potrebbe dover rispondere. È la prima silhouette di una verità che prova a farsi largo.

Ma a Gaza queste crepe politiche non arrivano. Qui arriva solo l’acqua. Arriva il freddo. Arriva il rumore delle ambulanze bloccate, delle tende che cedono, dei bambini che affondano fino alle caviglie.
E in questo rumore, ogni promessa di tregua si scioglie come fango.

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Salari privati fermi a 24 mila euro di media l’anno: cosa dicono davvero i dati Inps

Nel cuore della propaganda governativa c’è l’idea che le «buste paga più pesanti» stiano certificando una nuova stagione del lavoro italiano. I numeri dell’Inps analizzati da Lorenzo Ruffino mostrano un’altra scena: un Paese in cui l’occupazione cresce, mentre i salari continuano a muoversi dentro un recinto sempre più stretto, tra divari territoriali, part-time forzati e stipendi reali erosi dall’inflazione.

Il Paese dei 24 mila euro

La retribuzione media dei dipendenti privati si ferma a 24.486 euro lordi annui. È una media che si regge su pochi territori e pochi settori, mentre alla base c’è una massa consistente di lavoratori che affronta la vita con molto meno. Un quarto dei dipendenti non supera i 10 mila euro lordi, un altro 23 per cento sta tra i 10 e i 20 mila. Tre quarti del mercato del lavoro privato rimane sotto i 30 mila euro.

Il divario di genere è netto: gli uomini superano in media i 27 mila euro, le donne restano sotto i 20 mila. La metà delle lavoratrici è impiegata in part-time involontario, un vincolo che riduce drasticamente il reddito disponibile. Nel turismo la retribuzione annua si ferma poco sopra gli 11 mila euro, cifra che descrive un intero pezzo dell’economia fondato su stagionalità e contratti brevi.

La geografia amplia tutto: la Lombardia supera i 30 mila euro lordi, l’Emilia-Romagna sfiora i 26 mila, mentre Calabria, Sicilia e Campania oscillano tra i 15 e i 19 mila. In molte aree del Sud gli stipendi non raggiungono la soglia necessaria per sostenere un progetto di vita adulta.

La progressione per età racconta un avanzamento lento. I 20-29enni non arrivano a 16 mila euro, i 30-39enni superano di poco i 23 mila, il picco si raggiunge tra i 55 e i 59 anni con circa 30.900 euro. Numeri che mostrano una carriera retributiva compressa, senza scatti reali, incapace di recuperare l’inflazione accumulata nell’ultimo decennio.

La distanza tra redditi nominali e salari reali

Il governo rivendica il taglio del cuneo contributivo e la riforma Irpef come motore del rilancio salariale. La dinamica delle retribuzioni mostra altro: l’aumento del 3,4 per cento nel 2024 deriva quasi completamente da misure fiscali temporanee, non da una contrattazione capace di trasferire ricchezza ai lavoratori. Senza quei tagli il netto tornerebbe a schiacciarsi, perché i salari reali non hanno recuperato il terreno perduto.

Gli stipendi, depurati dall’inflazione, restano più bassi rispetto al periodo pre-pandemico. Le analisi internazionali confermano che l’Italia è tra i pochi Paesi europei in cui i salari reali non hanno riconquistato i livelli di inizio secolo. In un contesto di prezzi elevati, mutui più costosi, affitti in salita e spesa energetica instabile, la nominalità diventa un indicatore fragile.

È qui che la distanza tra la narrazione e i dati si fa politica. Il governo presenta come scelta di campo il taglio del cuneo, che non incide sulla qualità del lavoro, non cambia la condizione di chi è sotto le soglie di capienza fiscale, non tocca i settori in cui il salario medio è fermo da vent’anni. Per milioni di persone, soprattutto nel Sud e tra le donne, il beneficio non raggiunge la soglia necessaria a modificare la propria posizione economica.

Il quadro che emerge dal lavoro di Ruffino è chiaro: l’Italia non ha un problema di occupazione, ha un problema di salari. La propaganda governativa preferisce concentrarsi sul netto in busta, evitando il confronto con la struttura reale delle retribuzioni. Dentro quel silenzio ci sono i 24 mila euro medi, la metà delle lavoratrici intrappolate nel part-time, le retribuzioni minime del turismo, il divario crescente tra Nord e Sud. Una politica salariale che si regge sui bonus non affronta nulla di questo. Ed è lì che si misura la distanza tra il racconto ufficiale e il Paese.

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Moussa Diarra, il ragazzo dietro la tragedia

Una giullarata. Definizione che rimanda subito a Dario Fo e a certi istrioni della parola, immersi nella complessità dei tempi….

Una giullarata. Definizione che rimanda subito a Dario Fo e a certi istrioni della parola, immersi nella complessità dei tempi. Come Giulio Cavalli. Il suo è un teatro civile, d’inchiesta. Dove l’affabulazione lascia spazio all’indagine giornalistica. Alla sfuriata politica. Cosa che gli ha procurato anche qualche guaio, con tanto di scorta al seguito. A Milano è di casa al Cooperativa di Niguarda. Ed è lì che stasera debutta con “Moussa in Paradiso“. Prima nazionale. Prodotta dal neonato Teatro Aquilante. In replica fino al 30 novembre. Una giullarata, si diceva. Ma dalle sfumature funebri. Perché sul palco si ripercorre la vicenda di Moussa Diarra, 26 anni del Mali, ucciso il 20 ottobre 2024 da un agente della Polfer, nei pressi della stazione ferroviaria di Verona. Pare che il poliziotto si sia sentito minacciato da un coltello da tavola che il ragazzo teneva (forse) in una tasca. E così ha sparato prima in aria e poi nel petto di Moussa. Contorni ancora da chiarire. Se mai si chiariranno. Ma nel frattempo Cavalli compone per il palco quello che definisce “un atto di resistenza civile, un invito a guardare oltre le cifre, oltre la cronaca, oltre la paura”. Dove Moussa torna a essere una persona, prima che un simbolo. Un ragazzo in fuga dalla guerra civile, torturato in Libia e poi perso nei centri di accoglienza italiani. Fra burocrazia e depressione. Fino a quel giorno nerissimo a Verona.

Diego Vincenti

Cassa integrazione, dal Lazio un allarme per tutto il Paese: l’esplosione del terzo trimestre smonta la retorica del governo

Nel terzo trimestre 2025, nel Lazio, la cassa integrazione (Cig) autorizzata dall’INPS è quadruplicata: 16,2 milioni di ore contro i poco più di quattro milioni dello stesso periodo del 2024. È il tipo di notizia che smentisce la retorica governativa sulla “crescita solida” e sui “record occupazionali”. Se si estende lo sguardo oltre Roma, il quadro diventa ancora più nitido: la Cig non è una parentesi locale, è un fenomeno nazionale che racconta una crisi industriale al di là della propaganda.

Il ritorno delle ore perse

Tra gennaio e settembre 2025, le ore complessive di cassa integrazione e fondi di solidarietà superano i 430 milioni, con un incremento vicino al 19% rispetto allo stesso periodo del 2024. È un volume che va oltre il livello del 2019, l’ultimo anno pre-pandemia. Significa più produzione ferma, più reddito bruciato, più lavoratori sospesi: le elaborazioni dei centri studi stimano l’equivalente di oltre 275mila persone a zero ore nei primi nove mesi e una perdita media di 4.400 euro netti per ciascun beneficiario.

A contare non è solo la quantità, ma la qualità. La cassa ordinaria arretra, mentre la cassa straordinaria, lo strumento che fotografa ristrutturazioni profonde, crisi aziendali e delocalizzazioni, cresce in modo verticale: nel terzo trimestre 2025 le ore di Cigs superano quota 60 milioni, più del doppio rispetto all’anno precedente. È la prova di un sistema produttivo che attraversa un rallentamento che rischia di diventare strutturale, spesso accompagnato da riorganizzazioni silenziose che scaricano il costo sui lavoratori.

In questo scenario i numeri sulle retribuzioni chiudono il cerchio. Le ore in cassa significano stipendi tagliati, contributi ridotti, tredicesime più leggere. Per chi vive di salari bassi, alcune centinaia di euro in meno ogni mese diventano il confine tra una vita precaria e il ricorso al credito facile, agli aiuti familiari, alla rinuncia alle spese essenziali.

Le regioni che smentiscono la propaganda

Il Lazio è solo l’esempio più immediato. L’80% delle ore riguarda telecomunicazioni e automotive, due settori che nelle narrazioni istituzionali dovrebbero essere ripartenza, innovazione, investimento. In realtà i numeri sono la radiografia di esuberi mascherati, carichi di lavoro ridotti e catene produttive instabili. L’Emilia Romagna registra nei primi nove mesi dell’anno un aumento dell’11% della Cig complessiva e del 37% della straordinaria. In Lombardia si superano decine di milioni di ore, con l’impennata della Cigs come indicatore principale. Nel Mezzogiorno la situazione è ancora più evidente: Sardegna, Basilicata e Molise segnano incrementi oltre l’85%.

Il tratto comune è sempre lo stesso: meccanica, metallurgia, telecomunicazioni, trasporti e automotive sono i comparti che consumano più ore di integrazione salariale. Sono gli stessi settori che, secondo la narrazione del governo, dovrebbero essere la frontiera della competitività italiana. Dietro le celebrazioni sui “posti stabili” restano le linee produttive ferme, i turni ridotti, le riunioni sindacali convocate per spiegare a operai e impiegati quanto durerà ancora il ricorso alla cassa e quali prospettive reali esistono sul territorio.

Il cortocircuito politico è tutto qui. L’esecutivo continua a rivendicare il numero assoluto degli occupati, trainato dagli over cinquanta che restano a lungo sul mercato del lavoro. Nei discorsi ufficiali però non entra mai la variabile delle ore perse. L’indicatore che descrive meglio la salute dell’economia italiana resta la somma delle giornate in cui la produzione si ferma e le famiglie vedono assottigliarsi le buste paga, non il saldo dei contratti.

I 430 milioni di ore di cassa integrazione in nove mesi sono l’immagine più fedele dello stato dell’economia italiana. Il resto è propaganda.

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Quel profumo di 1928 nelle tentazioni elettorali della destra

Si stavano contando ancora le schede delle elezioni regionali e dalle parti di Fratelli d’Italia erano già al passo successivo. «Occorre cambiare la legge elettorale», bisbigliavano in via della Scrofa. Qualcuno potrebbe benevolmente pensare che la presidente del Consiglio abbia a cuore i dati sempre più drammatici dell’astensione. In effetti la disaffezione è un problema di credibilità politica del Paese, quindi sarebbe responsabilità (anche) della leader di governo.

Niente di tutto questo, figuriamoci. Il senso di quell’arrabattarsi lo scioglie spudoratamente il capo organizzativo di FdI Giovanni Donzelli: «Se si votasse oggi non ci sarebbe la stessa stabilità che abbiamo ora. Noi crediamo che sarebbe utile averla. È una riflessione che facciamo», dice ai giornalisti. I numeri parlano: i risultati senza sorprese in Campania e in Puglia indicano che, con l’attuale sistema elettorale, il Rosatellum, alle prossime elezioni politiche i collegi uninominali andrebbero tutti al centrosinistra.

E quindi? Dovrebbe essere il normale risultato dei numeri, della democrazia. Chi ha più voti più elegge. Ma l’ossessione della presidente del Consiglio e dei suoi sgherri è non far vincere gli altri. Il sogno, forse, sarebbe quello di renderli inoffensivi come fece quell’altro con la legge Acerbo. Magari, perché no, una bella lista nazionale compilata dal Gran Consiglio. Una bella elezione con profumo di 1928.

«È una questione di stabilità politica», ripetono i meloniani. Anche questa l’abbiamo già sentita.

Buon martedì.

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