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A Gaza la tregua è una parola fuori dalla realtà

Ci sono parole che non reggono più il peso della realtà. “Tregua”, per esempio. Basta guardare le ultime ventiquattr’ore: a Gaza si recuperano altri corpi dalle macerie ad Al-Maghazi, i bombardamenti su Gaza City e Khan Yunis fanno nuovi morti, le tende gelano nella notte e una famiglia costruisce un muro di fango per ripararsi dal vento. Nelle immagini circolate ieri si vede l’altalena di un bambino ucciso, rimasta appesa al soffitto di una casa sventrata. È così che si misura il fallimento di una parola.

Israele intanto colpisce Beirut per la prima volta da mesi e uccide il capo di Stato maggiore di Hezbollah. Cinque morti, venticinque feriti. Washington — dicono le agenzie — non era stata informata. L’esercito parla apertamente di “risposte sproporzionate” a eventuali ritorsioni, mentre a nord cresce la paura di un’altra guerra. A Gerusalemme Est i servizi chiudono un teatro palestinese durante un evento per bambini: perfino le fiabe diventano un sospetto.

Sul terreno la “tregua” ha l’aspetto di soldati che sparano tra le rovine, come nel video che rimbalza ovunque con la frase «Ceasefire is boring». Ha l’aspetto del corpo di un ostaggio recuperato a Nuseirat, e dei robot esplosivi piazzati nei quartieri di Gaza. Ha l’aspetto di un lessico che non salva più nessuno, sospeso tra la diplomazia e il fumo nero che sale dalle macerie.

La chiamano tregua. Forse per abitudine, forse per convenienza. Ma se tutto questo è tregua, allora la pace è un fantasma che non si vede più. E mentre il mondo discute, Gaza continua a essere un luogo dove si sopravvive più che vivere, dove persino le parole chiedono di essere liberate dalla menzogna.

Tutti gli occhi devono restare su Gaza. Sempre.

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Crisi idrica in Sardegna: l’invaso di Maccheronis agli sgoccioli rivela le fragilità italiane

A novembre, quando i campi dovrebbero riposare e gli invasi riprendere fiato, nel Nord Est della Sardegna si spegne l’irrigazione come in piena estate. L’ordine è arrivato il 19 novembre dall’Agenzia regionale del Distretto idrografico della Sardegna: chiudere la rete del bacino di Maccheronis e lasciare acqua solo per il bestiame. Nel comunicato del Consorzio di bonifica della Sardegna Centrale si legge che al 14 novembre l’invaso conteneva 0,969 milioni di metri cubi su una capacità superiore ai 22 milioni: meno del cinque per cento. Le piogge d’autunno non hanno inciso. La Baronia resta appesa a un serbatoio vuoto mentre la stagione agricola si accorcia.

Un invaso che crolla da quindici anni

La crisi non è nuova. Nel comunicato dell’ANBI (Associazione nazionale dei Consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue) si ricorda che Maccheronis vive in stress idrico strutturale da oltre quindici anni. I sindaci del territorio lo ripetono dai primi Duemila: i cicli stagionali sono saltati, gli invasi non si ricaricano più a sufficienza, le soglie di sicurezza sono diventate eccezione.

La Regione ha inserito più volte nei propri atti la manutenzione del SIMR – Sistema Idrico Multisettoriale Regionale, ha annunciato interconnessioni fra bacini e individuato in Abba Luchente l’invaso pluriennale necessario a compensare Maccheronis. Ma la distanza tra le programmazioni e l’acqua reale resta immutata. Le opere avanzano lentamente, il SIMR resta fragile, il territorio continua a dipendere da un accumulo che non regge la variabilità del clima.

La Baronia non è un’area agricola marginale: grano, vite, olivo, frutteti e colture identitarie come la pompia. Spegnere l’irrigazione a novembre significa compromettere semine, trapianti e produzioni che richiedono un minimo di continuità idrica. Nel comunicato ANBI si parla di «monitoraggio rafforzato» e della necessità di accelerare il riuso delle acque depurate e le interconnessioni. È la stessa agenda ripetuta da un decennio: non è cambiata la lista delle soluzioni, è cambiato il ritmo dell’emergenza.

La fotografia nazionale: reti fragili e investimenti fermi

Il quadro sardo è il riflesso di un’Italia che affronta il 2025 con un sistema idrico sotto pressione. L’Istat certifica perdite medie del 42 per cento dell’acqua immessa nelle reti comunali, con punte oltre il cinquanta nel Mezzogiorno. Il PNACC – Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, pubblicato nel 2024, classifica il Paese in condizione di stress idrico “medio-alto”: precipitazioni totali anche superiori alle medie convivono con lunghi periodi secchi e piogge estreme concentrate, poco utili per bacini e falde. ISPRA definisce l’Italia un «hub degli eventi estremi»del Mediterraneo.

A questo si aggiunge il ritardo strutturale negli investimenti. Dei fondi PNRR dedicati al settore idrico – 5,3 miliardi di euro – solo una quota ridotta risulta effettivamente spesa e ancor meno trasformata in cantieri conclusi. Le opere materiali, dalle condotte ai sistemi di accumulo, procedono più lentamente delle scadenze fissate da Bruxelles. Nel frattempo, territori che dipendono da piccoli invasi stagionali restano esposti al minimo scostamento del ciclo delle piogge.

Il governo ha approvato a novembre il decreto sulle acque reflue, presentato come svolta per l’irrigazione agricola. Ma il regolamento europeo sul riuso è in vigore dal 2023 e molti depuratori italiani non raggiungono ancora gli standard necessari. Anche i nuovi fondi per invasi nel Sud non modificano il nodo centrale: la manutenzione ordinaria e straordinaria delle infrastrutture esistenti, che continua a essere l’anello debole della catena.

A Maccheronis questa distanza diventa evidente. Qui la crisi idrica non nasce solo dal clima: è amministrativa, infrastrutturale, politica. È la storia di un bacino che, in assenza di opere strutturali, si svuota ogni anno un po’ prima. È il ritratto di un’Italia in cui gli annunci scorrono veloci, mentre l’acqua continua a mancare.

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Moussa in paradiso: la giullarata funebre di Giulio Cavalli in prima nazionale al Teatro della Cooperativa

Dal 25 al 30 novembre la nuova produzione di Teatro Aquilante a Milano. Giulio Cavalli trasforma la cronaca in teatro civile raccontando la vicenda del 27enne Moussa Diarra, ucciso da un agente della Polfer a Verona

Di Giorgio d’Enrico


Moussa in paradiso: la giullarata funebre di Giulio Cavalli in prima nazionale al Teatro della Cooperativa

Torna Giulio Cavalli al Teatro della Cooperativa di Milano dal 25 al 30 novembre con Moussa in paradiso – Una giullarata funebre, nuova produzione di Teatro Aquilante. In memoria di Moussa Diarra, 26 anni, originario del Mali, ucciso il 20 ottobre 2024 da tre colpi di pistola esplosi da un agente della Polfer nei pressi della stazione ferroviaria di Verona. Moussa era disarmato. Lo spettacolo intreccia satira e tragedia per interrogare, con linguaggio teatrale, dignità, giustizia e razzismo istituzionale.

Inserito nella stagione 2025/26 del Teatro della Cooperativa diretto da Renato Sarti, dedicata a Licia Rognini Pinelli, “Moussa in Paradiso” conferma la vocazione del teatro a ospitare artisti che coniugano impegno e arte.
Lo spettacolo, in prima nazionale, è un atto di resistenza civile, un invito a guardare oltre le cifre, oltre la cronaca, oltre la paura. Mette a nudo le contraddizioni di un’Europa, che, da un lato si erge a baluardo dei diritti umani, e dall’altro costruisce frontiere sempre più invalicabili.

Ci parla di una burocrazia che annulla l’identità, di un’accoglienza condizionata e assistenziale, di quella violenza invisibile, perché istituzionalizzata, fatta di sguardi bassi, di attese infinite, di silenzi imposti. Sul palco, Moussa “muore” più volte, nel deserto, in Libia, in Italia, e persino in Paradiso trova un cancello chiuso, un angelo burocrate e un verbale già pronto: anche dopo la morte, deve giustificare la propria esistenza.

Informazioni Date: 25–30 novembre 2025 Luogo: Teatro della Cooperativa, via Hermada 8 – Milano Info, orari, biglietti e prenotazioni: www.teatrodellacooperativa.it

fonte

ViviMilano sullo spettacolo “Moussa in Paradiso” al Teatro della Cooperativa

Teatro della Cooperativa: Moussa in Paradiso

Indirizzo e contatti
Teatro della Cooperativa
Via Privata Hermada 8

026420761

Sito Web

Quando
dal 25/11/2025 al 30/11/2025

Guarda le date e gli orari

Prezzo
euro 20-10

di Claudia Cannella
Moussa Diarra, 26 anni, originario del Mali, disarmato, viene ucciso il 20 ottobre 2023 con tre colpi di pistola da un agente della Polfer nei pressi della stazione di Verona. Da questo fatto di cronaca Giulio Cavalli costruisce il suo nuovo spettacolo per raccontare di una burocrazia che annulla l’identità, di un’accoglienza condizionata e assistenziale, di una violenza ormai istituzionalizzata, restituendo alla parola “migrante” dignità e umanità. In scena al Teatro della Cooperativa dal 25 al 30 novembre, un monologo che non indica colpevoli, ma solleva domande necessarie.

La “potenza geopolitica” che arriva sempre dopo la fuga di notizie

È curioso come la storia si ripeta senza nemmeno lo sforzo di cambiare la scenografia. Stati Uniti e Russia si scambiano bozze di un piano di pace in 28 punti, l’Ucraina viene convocata solo quando tutto è già impostato, e l’Unione europea arriva dopo, brandendo «principi irrinunciabili» che nessuno aveva chiesto. È la diplomazia ridotta a post-produzione: aggiustare il copione scritto da altri.

La bozza fatta filtrare da Washington porta l’impronta di Mosca più di quanto l’UE voglia ammettere: cessioni territoriali, neutralità permanente, limiti all’esercito ucraino, alleggerimento graduale delle sanzioni. Zelensky la definisce un bivio «tra dignità e sopravvivenza degli aiuti». Trump la presenta come un’offerta di pace e, nella stessa frase, come un ultimatum mascherato. A Bruxelles, invece, ci si accorge del processo solo quando i dettagli diventano pubblici.

Il ruolo europeo al tavolo di Ginevra è la fotografia di tutto il resto: non capi di Stato, non leader politici, ma un funzionario della Commissione accanto alle delegazioni ufficiali. L’immagine è quella di un continente chiamato a garantire i fondi della ricostruzione senza avere voce sulla cornice geopolitica. È la forma moderna della marginalità: pagare il conto di una pace decisa altrove.

E allora la domanda è semplice: che fine ha fatto l’«Europa geopolitica» promessa dopo l’invasione del 2022? Se non riesce a produrre un suo piano, se interviene solo per correggere gli eccessi dei piani altrui, se reagisce invece di guidare, la sua irrilevanza non è un destino ma una scelta quotidiana. E ogni scelta, alla lunga, presenta il conto.

Buon lunedì. 

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La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta – Lettera43

Smartphone, notebook e caricabatterie contengono materie prime strategiche. Ma noi non li ricicliamo correttamente, alimentando i canali illegali. E così ci condanniamo alla dipendenza tecnologica dall’estero.

Il centro di raccolta riapre alle nove, ma alle nove e trenta la sbarra è ancora immobile. Dentro, file di televisori, lavatrici, piccoli apparecchi. Fuori, nessuno. È l’immagine più fedele di un Paese che parla di autonomia tecnologica e poi lascia marcire le sue materie prime in cantine, cassetti e traffici paralleli. L’Italia resta stabilmente sotto il 30 per cento di raccolta dei rifiuti elettronici rispetto all’immesso sul mercato, contro il 65 per cento richiesto dalla direttiva europea. I dati di Eurostat confermano che in media negli Stati membri si recuperano 11-12 chili pro capite l’anno, mentre da noi a malapena si superano i 6. È la prova che il sistema non intercetta ciò che dovrebbe: smartphone, notebook, caricabatterie e microelettronica che contengono le materie prime più strategiche del nostro tempo.

Un deposito parallelo che nessuno riesce a svuotare

È qui che il ritardo italiano assume una forma precisa. Secondo gli studiosi che da anni monitorano il settore, milioni di cittadini accumulano apparecchi elettronici inutilizzati per anni, trasformando le abitazioni in un deposito parallelo che nessuno riesce a svuotare. Un comportamento personale che diventa fragilità industriale: quelle schede elettroniche contengono terre rare, cobalto, litio, materiali che l’Europa importa quasi totalmente da Cina, Congo e Sudamerica. La Commissione europea li definisce indispensabili per la transizione digitale ed energetica, ma in Italia restano immobilizzati negli armadi. L’altra metà scompare nella spazzatura indifferenziata, rendendo impossibile ogni recupero.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
Microchip (foto Unsplash).

Troppi ostacoli per chi prova a smaltire

Chi prova a smaltire correttamente incontra ostacoli evidenti. I centri comunali sono pochi, lontani, con orari ridotti. I servizi su chiamata richiedono giorni di attesa. Il ritiro nei negozi – l’uno contro uno o l’uno contro zero – funziona sulla carta, meno nella realtà: informazione scarsa, resistenze dei commercianti, diffidenza dei clienti. La conseguenza è una rete di raccolta che si svuota proprio dove dovrebbe caricarsi.

Rifiuti elettronici dirottati verso Africa e Asia

Il vuoto lasciato dal sistema ufficiale diventa terreno fertile per i canali informali. Non si tratta solo di piccoli rottamatori: una parte consistente dei Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) che risultano “per il riuso” viene dirottata verso Africa e Asia, dove gli apparecchi vengono smontati a mani nude, in discariche a cielo aperto, senza tutele ambientali. Il fenomeno del “falso riuso” è ben noto: la rigenerazione è il paravento che permette di esportare ciò che in realtà andrebbe trattato come rifiuto, aggirando i controlli e abbassando i costi a scapito della salute di altri Paesi.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
L’Italia non sfrutta adeguatamente la miniera di rifiuti elettronici che giace nei cassetti delle case (foto Unsplash).

L’Italia non recupera nulla di ciò che conta davvero

Le agenzie europee che monitorano il settore rilevano che il valore di mercato delle frazioni elettroniche recuperabili è troppo basso per rendere sostenibile un riciclo a norma, ma abbastanza alto da alimentare l’economia illegale. La filiera ufficiale, vincolata a burocrazia e costi crescenti, perde terreno a favore di operatori che aggirano regole e normative. È una distorsione che permette all’Italia di liberarsi dei suoi rifiuti, senza però recuperare nulla di ciò che conta davvero: oro, palladio, terre rare.

Mancano incentivi economici e una politica industriale

Il Decreto legge 131/2024, il cosiddetto “Salva infrazioni”, prova a intervenire in questo scenario. Obbliga i produttori a destinare il 3 per cento del fatturato a campagne informative sul corretto conferimento, estende gli obblighi di ritiro ai venditori online e semplifica alcune procedure di tracciabilità. Sono passi in avanti, ma insufficienti. La procedura d’infrazione avviata da Bruxelles riguarda proprio la scarsa efficacia del sistema italiano di raccolta e recupero, e il decreto non affronta il nodo centrale: l’assenza di incentivi economici per restituire un dispositivo elettronico. Nessun deposito cauzionale, nessun premio per il conferimento, nessuna politica industriale dedicata alle materie prime critiche, nonostante il nuovo atto europeo sul tema indichi nel riciclo interno uno dei pilastri della sicurezza tecnologica.

La miniera nei cassetti, il tesoro di cellulari e terre rare che l’Italia non sfrutta
Rifiuti elettronici non smaltiti correttamente (foto Unsplash).

Continuiamo a dipendere da fornitori esteri e da mercati instabili

Gli esperti suggeriscono obiettivi più mirati: target specifici per le singole frazioni critiche, certificati di riciclo che garantiscano un prezzo minimo ai recuperatori, tracciamento digitale dei flussi per bloccare l’export illegale. Senza questi strumenti, l’Italia continuerà a far dipendere la sua industria – dall’auto elettrica all’elettronica di consumo – da fornitori esteri e da mercati instabili.

Cassetto pieno di vecchi telefoni: una miniera urbana

Oggi il Paese rimane intrappolato in una contraddizione evidente. Raccoglie metà della media europea, non recupera quasi nulla dei materiali strategici, non costruisce una filiera capace di ridurre la dipendenza dall’estero. Nei centri di raccolta si vede il risultato: cassoni mezzi vuoti, apparecchi che arrivano a singhiozzo, operatori che parlano di procedure complesse e controlli sporadici. Fuori, nelle case, resta l’altra metà dell’immagine: milioni di dispositivi che nessuno restituisce. Finché quel cassetto pieno di vecchi telefoni non sarà trattato per ciò che è – una miniera urbana che altri Paesi sfruttano al posto nostro – l’Italia continuerà a perdere sia autonomia sia valore.

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La tregua come anestetico: riscritta la mappa di Gaza

Basta, davvero. A Gaza la parola “tregua” continua a funzionare come un anestetico. L’Unicef conta almeno 67 bambini uccisi dall’inizio del cessate il fuoco, quasi due al giorno. Medici Senza Frontiere racconta un raid del 19 novembre: sei feriti, una bambina di nove anni colpita al volto, un quindicenne, un uomo di 71 anni. Nei comunicati ufficiali tutto questo diventa “incidente”, come se bastasse un sinonimo gentile per cancellare la scena.

Intanto la mappa della Striscia viene riscritta. L’area gialla controllata dall’esercito supera metà del territorio. A Gaza City i militari avanzano verso Shujaiya, spingendo le famiglie più a ovest dentro quella che le fonti locali chiamano «gabbia». Un uomo sfollato è stato ucciso fuori dalla zona militare, nel punto che l’accordo indicava come relativamente sicuro. Anche questo, nel linguaggio diplomatico, rientra nella “tregua”.

In Cisgiordania due ragazzi di 18 e 16 anni sono morti dopo un’incursione a Kafr Aqab. A Nablus e Ramallah gruppi di coloni hanno incendiato magazzini e serre, spesso coperti dall’esercito. La guerra non è ferma: è solo descritta come se lo fosse.

Sul piano politico Israele prepara la “seconda fase” dell’accordo con una task force che include ministri contrari alla tregua stessa. Netanyahu lega la riapertura di Rafah alla restituzione dei corpi degli ostaggi e aggiunge che sarebbe «felice» se l’Egitto permettesse agli abitanti di Gaza di andarsene.

Ecco perché serve restituire senso alle parole. Se chiamiamo “tregua” giorni in cui si muore, se chiamiamo “pace” un dispositivo di controllo territoriale, allora non stiamo raccontando i fatti: li stiamo coprendo. A Gaza oggi non c’è tregua. C’è una guerra che si prende la libertà di farsi chiamare diversamente.

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Amazzonia, con i suoi consumi l’Italia contribuisce alla deforestazione di quattromila ettari l’anno

Alla Cop30 di Belém i numeri pubblicati nel nuovo “Amazon Footprint Report 2025” del Wwf e degli istituti di ricerca Trase, Sei e Chalmers riportano l’Italia al centro della scena. Ogni anno i consumi nazionali corrispondono a quattromila ettari di Amazzonia abbattuti, una superficie pari a cinquemila campi da calcio. 

È un dato strutturale: l’Unione europea genera circa il 20% della deforestazione globale legata alle catene di approvvigionamento e, di quel totale, l’Italia detiene una quota significativa.

Il peso non dipende solo dalla carne bovina importata dal Brasile ma anche dalla soia utilizzata per alimentare gli allevamenti avicoli e suinicoli, dal cacao che sostiene l’industria dolciaria e dal legname tropicale impiegato nei settori dell’arredo e della nautica. È una responsabilità diffusa lungo filiere che raramente arrivano fino al dibattito pubblico nazionale e che mostrano quanto la domanda interna influenzi territori lontani, spesso in conflitto per la gestione della terra e dell’acqua.

Le filiere che spingono la deforestazione

Secondo il dossier, gli allevamenti bovini restano il principale motore della perdita di foresta: rappresentano il 78% della deforestazione amazzonica legata alle materie prime, pari a 6,7 milioni di ettari tra 2018 e 2022. La foresta viene convertita in pascoli soprattutto nel Brasile centro-orientale, nei territori del Pará e del Mato Grosso, dove la crescita delle esportazioni ha accelerato l’avanzamento della frontiera agricola.

La soia, seconda causa con il 4,6%, alimenta in larga parte gli allevamenti europei. In Italia oltre l’80% della soia importata è destinata ai mangimi, un dato che lega indirettamente polli, maiali e bovini alle dinamiche di deforestazione. In Bolivia, Perù ed Ecuador, invece, prevalgono le coltivazioni intensive di mais, palma da olio e cacao, anch’esse connesse ai mercati occidentali. Il rapporto ricorda che la foresta amazzonica ha già perso il 17% della sua estensione storica, avvicinandosi alla soglia in cui il sistema non sarebbe più in grado di rigenerarsi.

Le conseguenze sono molteplici: perdita di biodiversità, aumento degli incendi, erosione del suolo, inaccessibilità all’acqua per le comunità rurali. Nel reportage fotografico che accompagna lo studio, il Wwf documenta gli effetti sulle popolazioni indigene che vivono nelle aree in cui avanzano i pascoli e le coltivazioni industriali.

L’Europa rallenta mentre l’impatto cresce

Mentre a Belém si discute di obiettivi al 2030, l’Unione europea affronta la pressione politica che mira a diluire l’applicazione dell’Eudr (European Union Deforestation Regulation), la normativa che vieta l’ingresso nel mercato europeo di beni legati alla deforestazione. Il Wwf Italia, attraverso il suo responsabile foreste, parla di «rischio di arretramento» e ricorda che il 10% della deforestazione provocata dai consumi europei ricade direttamente sull’Amazzonia.

Per l’Italia, questa discussione è decisiva: la dipendenza da carne bovina, mangimi e cacao rende il nostro sistema produttivo vulnerabile a qualunque indebolimento delle regole sulla tracciabilità. E apre un problema politico sulla distanza tra la narrativa “verde” spesso esibita nei contesti internazionali e la realtà delle importazioni che sostengono la nostra dieta e le nostre filiere.

Il quadro che emerge dal rapporto è netto. Ogni anno la domanda italiana sottrae quattromila ettari di foresta amazzonica, mentre la foresta continua a perdere la sua capacità di assorbire carbonio e di garantire l’equilibrio idrologico dell’intero bacino. Il dibattito europeo sul regolamento Eudr rischia di determinare se questa tendenza potrà invertire rotta o se continuerà, silenziosa, a crescere.

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Gaza, a lezione da Israele: 18 eserciti occidentali studiano il conflitto messo sotto accusa dalla Corte penale internazionale

Dal 16 al 20 novembre 2025, l’Idf ha riunito in Israele 18 eserciti stranieri per illustrare le “lezioni operative” della guerra di Gaza. La notizia è stata resa pubblica dal Times of Israel il 16 novembre e confermata da The National tre giorni dopo: Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania, Finlandia, India, Grecia, Giappone, Marocco e diversi Paesi dell’Europa orientale hanno inviato ufficiali e comandanti per assistere a briefing, esercitazioni con droni, artiglieria e carri, e visite ai comandi militari nel sud del Paese.

Le immagini diffuse da The National mostrano gli ufficiali stranieri affacciati da una collina di Sderot, di fronte alle rovine della Striscia. Il quotidiano ricorda che la guerra iniziata dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 ha provocato “più di 69.400 morti palestinesi” e ha raso al suolo interi quartieri. È il punto in cui diplomazia militare e devastazione coincidono: le delegazioni studiano la campagna mentre sul conflitto pendono indagini internazionali.

Il peso delle accuse e la normalizzazione delle relazioni

Nello stesso resoconto, The National ricorda che il premier Benjamin Netanyahu è destinatario di un mandato di arresto della Corte penale internazionale, che lo accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. È la prima volta che un capo di governo israeliano in carica è ricercato dall’Icc mentre governa. La posizione tocca direttamente molti dei Paesi presenti al seminario, che hanno ratificato lo Statuto di Roma e sono quindi obbligati alla cooperazione con la Corte.

Il calendario aggiunge un ulteriore elemento: proprio il 18 novembre, nel pieno delle attività del seminario, la Germania revoca la sospensione parziale delle forniture militari a Israele, adottata ad agosto. Berlino torna a valutare le licenze “caso per caso”, mentre un suo ufficiale è tra i presenti alle esercitazioni dell’Idf. Un allineamento che mostra come la cooperazione militare e commerciale prosegua anche nei momenti di massima pressione internazionale.

L’Unione europea, pur senza commentare direttamente l’evento, ribadisce pochi giorni prima un punto centrale. In più interventi, Josep Borrell ricorda che i mandati dell’ICC “sono vincolanti per tutti gli Stati membri” che hanno aderito alla Corte e non possono essere elusi dietro scelte politiche contingenti. Una posizione che collide con la presenza di delegazioni europee al seminario israeliano, rendendo visibile la distanza tra la retorica del diritto internazionale e la pratica delle cooperazioni strategiche.

Gli eserciti occidentali a lezione dall’Idf

Il 18 novembre, il Jerusalem Post segue dall’interno una delle sessioni, rivelando un clima meno compatto di quanto appaia nelle foto ufficiali. Alcuni ufficiali stranieri giudicano “molto difficile da accettare” l’entità delle vittime civili palestinesi; altri contestano l’idea che Israele debba poter tollerare livelli così alti di danno collaterale nella guerra urbana. Opinioni espresse lontano dai microfoni, ma che mostrano il disagio reale dietro la partecipazione formale.

Anche il Telegraph segnala una “presenza ridotta e prudente” del Regno Unito, per evitare che la partecipazione al seminario sia interpretata come un sostegno politico incondizionato a Israele. Nessuna smentita ufficiale, ma la cautela britannica evidenzia quanto il tema sia diventato delicato per gli alleati occidentali.

Sul piano giuridico, la questione è ancora più sensibile. Gli Articles on State Responsibility della Commissione di diritto internazionale stabiliscono che uno Stato può essere corresponsabile se fornisce “aiuto o assistenza” a un altro Stato nella commissione di un illecito internazionale, sapendo del rischio concreto che quella cooperazione possa facilitarlo. Negli ultimi mesi, diversi esperti Onu hanno richiamato questo principio analizzando la vendita di armi e le forme di addestramento militare fornite a Israele.

A scuola di campagne militari

Il seminario dell’Idf non costituisce di per sé un atto illecito. Ma costruisce una relazione stabile tra eserciti occidentali e un’operazione militare sotto indagine per violazioni gravi del diritto umanitario. Le delegazioni osservano da vicino la campagna più contestata degli ultimi decenni, apprendono procedure, tattiche, sistemi d’arma, mentre la giustizia internazionale indaga bombardamenti sproporzionati, ostacoli agli aiuti e attacchi in aree densamente popolate. La scena di Sderot, con gli ufficiali stranieri che osservano dall’alto ciò che resta della Striscia, sintetizza il paradosso: una guerra al centro di accuse pesantissime trasformata in un caso di studio per gli alleati.

Una vera e propria scuola di genocidio. Ed è qui che la scena di Sderot assume un valore politico che va oltre il simbolo: eserciti europei e asiatici studiano una campagna militare che la giustizia internazionale sta esaminando per presunte violazioni gravi del diritto umanitario. La distanza tra la retorica dei diritti umani e la pratica della cooperazione militare si consuma in quel punto, alla luce del sole, come se le due dimensioni potessero procedere parallele senza mai toccarsi. In realtà, si stanno già toccando: nella diplomazia, nei tribunali, nelle cancellerie che con una mano chiedono alle Nazioni Unite un’indagine indipendente e con l’altra stringono accordi militari che rendono quella stessa indagine più fragile e politicamente costosa.

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Il codice genetico del governo

Possono lucidare la vetrina quanto vogliono: gli atlantici di cartapesta, i conservatori che si fingono illuminati, perfino i progressisti dell’ultima ora. Ma ogni volta che i ministri del governo provano a parlare di violenza contro le donne, la maschera scivola. È successo ancora alla Conferenza internazionale contro il femminicidio, dove Carlo Nordio ha spiegato che nel “codice genetico” maschile ci sarebbe una resistenza alla parità, un retaggio millenario difficile da estirpare, evocando addirittura psicologi e ipnotisti per “correggere” questa tara.

Accanto a lui, Eugenia Roccella ha rincarato sostenendo che non esiste correlazione tra educazione sessuo-affettiva e calo dei femminicidi, citando la Svezia come esempio e ignorando – come ha fatto notare la responsabile scuola del Pd Irene Manzi – che il tema richiede dati seri e contesto. Per Roccella si può parlarne “lateralmente”, purché non si insista sul ruolo della scuola. Come se il punto fosse proteggere un pregiudizio, non proteggere le donne. 

Davanti a dichiarazioni simili non c’è cerimoniale che tenga. C’è Chiara Appendino che ricorda il curriculum recente del Guardasigilli: “Dopo aver demolito la giustizia, garantito impunità ai soliti noti, liberato uno stupratore di bambini e preso a modello Gelli, Nordio ci regala un’altra perla. La prossima sarà propagandare Lombroso? Se questo è un ministro…“. C’è Angelo Bonelli che saluta l’arrivo nel “Medioevo“, perché un governo che dice che la parità non entra nel Dna e che l’educazione sessuale non serve non sta sbagliando una frase: sta dichiarando il proprio paradigma. E c’è Maria Elena Boschi che definisce tutto “imbarazzante”, perché di questo si tratta: un lessico che degrada, banalizza, arretra. 

E allora la provocazione è semplice: prima ancora delle norme, dei protocolli e delle panchine rosse, servirebbe un governo che non consideri la violenza di genere come una fatalità biologica o una questione “laterale”. Perché nessuna politica pubblica può nascere da ministri che parlano come se la parità fosse un incidente storico e la cultura non servisse a nulla. Qui non è questione di scivoloni: è la natura che riaffiora ogni volta che provano a nascondersi. E tutti la vedono.

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