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Lotta al tabagismo, Europa divisa alla Cop11. L’Italia nel blocco dei nove Paesi contrari alla linea Ue

Alla Cop11 della Fctc, in corso a Ginevra, si discutono le misure più radicali mai messe sul tavolo contro tabacco e nicotina: divieti generazionali di vendita, stop ai filtri, limitazioni sui punti vendita, restrizioni sugli aromi e fine dei sussidi alla coltivazione. È l’agenda che molti governi europei considerano necessaria per arrivare a una generazione “tobacco-free” entro il 2040.

Eppure Bruxelles è costretta al silenzio. Il Consiglio non ha trovato l’unanimità sulla posizione da portare al vertice. A bloccare la linea proposta dalla Commissione è stato un gruppo di nove Paesi – Italia, Grecia, Polonia, Romania, Bulgaria, Lituania, Cipro, Portogallo e Cechia – che ha esercitato il veto sui capitoli più avanzati: le misure “forward-looking”, il pacchetto ambientale e quello fiscale sulle e-cig.

Gli Stati contrari parlano di divieti «eccessivi», privi di analisi socio-economica e potenzialmente favorevoli al mercato illecito. Ma nelle istituzioni europee la lettura è un’altra: quei Paesi temono che un sì dell’UE a Ginevra diventi un precedente pesante quando si dovrà riscrivere la Tobacco Products Directive, fissando standard più severi anche nel mercato interno.

Il ruolo dell’Italia e la filiera protetta

Nella parte più solida del blocco si colloca l’Italia. Il motivo non è solo ideologico. È industriale, agricolo e fiscale. Da più di dieci anni i governi italiani – di ogni colore – proteggono una filiera che tiene insieme oltre 50 mila posti di lavoro tra produzione agricola, trasformazione e industria dei riscaldatori. Gli accordi pluriennali firmati con le multinazionali prevedono acquisti garantiti di tabacco italiano fino al 2027 e investimenti da centinaia di milioni nello stabilimento bolognese dei prodotti riscaldati.

È un sistema che il governo considera strategico: un settore capace di attrarre capitali, costruire export e sostenere intere aree rurali. È qui che si innesta la posizione italiana a Ginevra: la delegazione ha insistito sul rischio occupazionale e sulla necessità di evitare decisioni affrettate che anticipino la riforma europea.

Il paradosso è che proprio mentre l’Oms discute di limitare i nuovi prodotti, l’Italia si presenta come uno dei Paesi più intrecciati con la loro espansione industriale. Gli investimenti nella filiera dei riscaldatori vengono rivendicati a ogni occasione come esempio di innovazione produttiva. E nelle ultime leggi di bilancio Roma ha ripetutamente ridotto o rinviato l’aumento delle accise sui prodotti senza combustione, scelta contestata da società scientifiche e associazioni oncologiche.

Dall’altra parte del tavolo europeo, Francia, Belgio e Paesi Bassi accusano il fronte dei nove di aver ceduto alle pressioni dell’industria. Per loro il prezzo politico è altissimo: l’astensione dell’Ue proprio mentre la comunità scientifica segnala la crescita dell’uso di e-cig e riscaldatori tra i giovanissimi. Il dato sanitario resta drammatico: circa 700 mila morti l’anno nell’Unione.

Le conseguenze di un silenzio

L’astensione dell’Ue alla Cop11 non è un dettaglio procedurale. È un segnale che rischia di ridurre la credibilità del mercato unico in un trattato che per due decenni ha visto l’Europa come il motore delle misure più avanzate. E soprattutto anticipa lo scontro interno che si aprirà sulla revisione delle direttive europee: da un lato i Paesi che spingono per misure di “endgame”, dall’altro chi difende a oltranza le proprie filiere nazionali.

Per la Commissione, la conferenza di Ginevra doveva essere il termometro politico in vista del nuovo testo della Tpd. Il risultato è opposto: l’Europa arriva divisa proprio nel momento in cui cresce l’allarme per la diffusione dei nuovi prodotti alla nicotina. Il focus ora si sposta sul confronto interno, dove la posizione italiana – forte, strutturata, radicata nella filiera – è destinata a diventare l’ago della bilancia.

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Il Pd si divide su riarmo e aiuti all’Ucraina. I riformisti: “Ineludibile, fare presto”. In rotta di collisione con la segreteria Schlein

Nel Pd la discussione sul riarmo e l’Ucraina non è mai stata soltanto geopolitica. È diventata un confronto identitario. Da un lato c’è la linea della segreteria: sostegno a Kiev, ma dentro un quadro politico leggibile, responsabile, non appaltato ai riflessi condizionati del riarmo. Dall’altro c’è l’offensiva dei riformisti, decisa a trasformare ogni sfumatura in un’accusa. Il risultato è che, alla vigilia della presentazione del dodicesimo decreto di aiuti militari – che Guido Crosetto porterà al Copasir il 2 dicembre – il Pd discute più di sé stesso che del provvedimento.

I riformisti all’attacco: la politica estera come test ideologico

La crepa si è allargata lunedì scorso, quando il Consiglio Supremo di Difesa ha riaffermato il «pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina». La posizione del Quirinale è nota, coerente, istituzionalmente inattaccabile. Ma è stata la scia politica del giorno dopo a incendiare il partito. Lorenzo Guerini, in un’intervista al Corriere della Sera ora parla di riarmo europeo «ineludibile» e della necessità di «fare presto». Una pressione che non si limita al governo Meloni: è diretta, in modo trasparente, alla segreteria.

Il quadro politico esterno non è secondario. Sempre l’altro ieri, Francia e Ucraina hanno firmato un’intesa che prevede Rafale e sistemi Samp/T Ng. Un accordo pesante, che ha dato all’ala riformista l’occasione per rilanciare l’argomento secondo cui l’Italia rischierebbe “irrilevanza” se non accelera. Ma questo approccio trascura un dato: l’Italia non è la Francia, e il Pd non può permettersi di leggere la sicurezza europea esclusivamente attraverso la corsia militare, ignorando costi economici e ricadute sociali.

Il voto europeo che ha svelato la faglia interna

La divisione non nasce adesso. È emersa con nettezza il 28 novembre 2024, quando l’Europarlamento ha votato la risoluzione per chiedere agli Stati membri forniture di missili a lungo raggio. La delegazione dem si spaccò: Picierno, Tinagli, Gori, Gualmini favorevoli; Zingaretti, Strada, Tarquinio contrari o astenuti. Una riproposizione dello stesso schema si è vista nel voto del 9 luglio 2025 sui missili Taurus.

La destra agitò quel risultato come prova di “ambiguità”, ma in realtà fotografava uno scontro di priorità: chi voleva spingere sull’escalation operativa e chi riteneva necessario tenere insieme sicurezza e responsabilità politica. Be’, quella responsabilità è esattamente ciò che Schlein rivendica da mesi.

La segreteria non ha mai messo in discussione il sostegno all’Ucraina. Lo ha fatto nei voti – tutti favorevoli ai decreti di proroga del 2022, 2023 e 2024 – e nelle parole. Il Pd, nel gennaio 2024, ha ribadito che l’aiuto a Kiev è doveroso, ma che il governo non può pretendere un «mandato in bianco». È una posizione di equilibrio, non di rinuncia: riconosce l’aggressione russa, ma rifiuta l’idea che la politica estera sia una gara a chi pronuncia più velocemente la parola “armi”.

Il nodo politico: chi decide la postura del Pd

È su questo terreno che la tensione politica sale. Nel Pd convivono due modelli di lettura della realtà: uno che considera la complessità un dovere politico, l’altro che la ritiene un ostacolo. La corrente riformista – strutturata ufficialmente all’assemblea “Crescere” del 24 ottobre a Milano – tratta ogni cautela come una colpa, ogni analisi come un cedimento, ogni dubbio come una resa culturale. È una dinamica che finisce per allineare il Pd al racconto della destra, che accusa chiunque non corra verso il riarmo di essere “tiepido” o “confuso”.

Il voto del 2 dicembre sul decreto-armi farà emergere la linea definitiva. Non sul merito – lì i dem saranno compatti – ma sul metodo. Se il Pd accetta la cornice dei riformisti, la prudenza diventa sospetto. Se invece ribadisce la propria autonomia, allora la politica estera torna ad essere ciò che deve: una scelta ponderata, non un’adesione acritica allo storytelling dell’emergenza.

Il punto è tutto qui. Schlein sostiene l’Ucraina, ma non rinuncia a leggere la guerra dentro l’Europa che c’è, non dentro quella che alcuni vorrebbero raccontare. Ed è in questa distanza – non sugli aiuti, ma sul come si decide – che oggi si gioca la vera frattura del Pd.

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L’ombra sul Quirinale? È la maggioranza che la proietta

Ora il punto è diventato il Colle. Chili di articoli e di pensosi editoriali stamattina si affastellano sulla stampa nazionale: Giorgia Meloni e il suo partito hanno deciso di denunciare «strani movimenti» dalle parti del Quirinale. Si legge in giro di «sensazioni»: «c’è gente che parla troppo, quando il dovere di chi ricopre cariche tanto importanti, come in questo caso la consulenza sulla difesa, non sarebbe quello di fare strategie o di brigare contro il governo…», si legge stamattina sul Corriere della sera. 

Nel mirino c’è il consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani, colpevole di avere un passato da parlamentare del Partito Democratico. La presidente del Consiglio non parla, accenna. A confezionare la miccia ci ha pensato il direttore de La Verità Maurizio Belpietro e poi il capogruppo Galeazzo Bignami. La tesi? Al Quirinale si starebbe apparecchiando un “golpe” morbido per sfilare il prossimo presidente della Repubblica al centrodestra. La prova regina sarebbe una conversazione di Garofani, tra amici, in cui più o meno dice: il centrodestra vincerà le prossime elezioni e il Partito democratico dovrebbe essere più incisivo. È l’analisi che si ritrova ogni mattina in ogni bar ma per i meloniani sarebbe la pistola fumante.

Non essere fan della premier è sospetto, avere idee politiche è pericoloso: i tempi sono questi. Aspettiamo un nuovo report dal ministro Crosetto in cui ci spiegheranno che anche le chiacchiere tra amici sono parte della “guerra ibrida” contro la patria.

Intanto un risultato è già raggiunto: della manovra che sa di tagli e di guerra, del Ponte sullo Stretto con le fondamenta molli, delle baruffe nella maggioranza sull’Ucraina, della benzina che sale, degli operai che muoiono e se non muoiono si prendono le botte, delle carezze al genocidio a bassa intensità, delle mancette per spingere i voti nelle regioni, della guerra ai giornalisti, della scuola schiacciata dalla propaganda, del cinema in mutande e di tutto il resto anche per oggi non se ne parla. 

Missione riuscita. Eccolo, il golpe morbido. 

Buon mercoledì. 

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Sostegno all’Ucraina, la sfida di Salvini a Meloni spacca il centrodestra e agita Fratelli d’Italia

La coalizione di governo è divisa sul sostegno all’Ucraina: le ultime quarantotto ore hanno reso visibile ciò che a Palazzo Chigi circolava da settimane nelle conversazioni riservate. La svolta arriva negli ultimi giorni, quando Matteo Salvini costruisce un nuovo lessico politico per smontare la linea filo-atlantica di Giorgia Meloni. Il vicepremier introduce l’idea della «triangolazione»: soldi italiani che passerebbero da Bruxelles a Kiev per tornare, sotto forma di contratti miliardari, alle industrie francesi dopo l’accordo Macron-Zelensky sui Rafale e sui sistemi Samp-T.

Il riferimento al «pensionato italiano» diventato finanziatore involontario dell’industria d’Oltralpe è il cuore della nuova offensiva: un messaggio calibrato per intercettare la frustrazione fiscale e industriale del Nord produttivo. A sostegno, arrivano parole identiche da Stefano Ruvolo di Confimprenditori e dallo stesso generale Roberto Vannacci. L’immagine dei «gabinetti d’oro dell’élite ucraina» diventa un totem narrativo intorno al quale la Lega tenta di ricompattare l’elettorato più ostile alla guerra.

L’asse Meloni-Crosetto e il controllo del danno

La reazione istituzionale è immediata. Il Consiglio Supremo di Difesa (Csd) del 18 novembre, presieduto da Sergio Mattarella, ribadisce il «pieno sostegno all’Ucraina» e richiama l’Europa alla necessità di adeguarsi ai nuovi scenari della guerra ibrida. È un messaggio rivolto direttamente alla Lega, che però rilancia. Salvini sostiene che il Csd riguardi «gli aiuti già decisi» e chiede «chiarezza sul futuro»: una formula studiata per salvaguardare la forma istituzionale e al tempo stesso svuotare l’impegno politico dei prossimi mesi.

Parallelamente, Guido Crosetto diffonde un non-paper destinato a blindare la posizione italiana. Il documento individua Russia, Cina, Iran e Corea del Nord come attori di una «campagna ibrida» che punta a destabilizzare l’Occidente con disinformazione, cyberattacchi e pressione migratoria. Un quadro che giustifica – secondo il ministro – la continuità degli aiuti militari a Kiev come misura di autodifesa preventiva. È una costruzione strategica che punta a riportare il dossier su un terreno tecnico, sottraendolo alla retorica populista. Ma la frattura resta.

La spinta radicale e il rischio parlamentare

Se Salvini lavora sull’opinione pubblica, l’ala radicale della Lega entra direttamente nel campo di battaglia parlamentare. Claudio Borghi, in un’intervista a Radio Cusano Campus, annuncia che il partito potrebbe non votare i prossimi pacchetti di aiuti, evocando il «modello Austria» e una neutralità possibile anche per l’Italia. È una presa di posizione che taglia trasversalmente la linea del governo: non più una critica tattica, ma l’idea che Roma possa smarcarsi dalla postura comune europea.

Il richiamo alla corruzione in Ucraina completa il quadro. Le inchieste del Nabu sugli appalti energetici e le pressioni interne al cerchio ristretto di Zelensky diventano munizioni politiche. Salvini sostiene che «una parte dei fondi finisce in corruzione», mentre il Cremlino amplifica il messaggio. Le opposizioni se ne accorgono: Lorenzo Guerini parla di una «lesione dell’affidabilità internazionale dell’Italia», Francesco Boccia accusa la Lega di «ammiccare a Mosca», Davide Faraone definisce Salvini un «avvoltoio».

Nella maggioranza, invece, Forza Italia corre in soccorso di Meloni. Raffaele Nevi avverte che fermare gli aiuti «significa vanificare gli sforzi fatti finora». FdI prova a minimizzare, legando tutto alla campagna elettorale ormai in pieno svolgimento.

Lo scenario che attende la coalizione

A dicembre il governo dovrà rinnovare il decreto per l’invio di armi. È il punto di massima esposizione politica: la Lega difficilmente voterà contro per non assumersi la responsabilità di una crisi, ma potrebbe astenersi o pretendere modifiche che limitino la natura dei sistemi da inviare.

Sul fondo c’è una variabile esterna che pesa: l’attivismo dell’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff, atteso in Turchia mentre Zelensky tenta di riaprire un canale negoziale. Se negli Stati Uniti dovesse prevalere una linea più dialogante, la posizione leghista si presenterebbe non come devianza, ma come anticipo di un nuovo paradigma occidentale. È la prospettiva che preoccupa di più Giorgia Meloni.

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Dopo le bombe a Gaza arriva il fango

Le prime piogge hanno trasformato le tende in vasche di fango. I bambini dormono sui materassi bagnati, con i vestiti inzuppati di acque reflue. Jan Egeland del Norwegian Refugee Council avverte che «perderemo vite quest’inverno» e che sono state «gettate via settimane cruciali» da quando il piano Trump prometteva l’arrivo degli aiuti. Save the Children parla di 13mila famiglie colpite dagli allagamenti soltanto nell’ultimo fine settimana, 700mila minori esposti al freddo, quattordici bambini morti di ipotermia negli ultimi due inverni. È la fotografia che arriva da Gaza mentre, a migliaia di chilometri, si disegna il suo futuro.

Nelle stesse ore, il Consiglio di sicurezza approva la risoluzione statunitense che incorpora il piano in venti punti: forza di pace internazionale, smilitarizzazione, “deradicalizzazione”, possibile Stato palestinese a riforme completate. Tredici voti favorevoli, astensione di Russia e Cina. Trump lo celebra come «una delle più grandi approvazioni nella storia delle Nazioni Unite». Le parole scorrono, il fango resta.

La politica palestinese reagisce divisa: l’Autorità nazionale applaude la risoluzione e chiede «attuazione immediata» in nome della protezione dei civili e della ricostruzione. Hamas denuncia invece una tutela internazionale che toglie neutralità alla forza prevista e affida il disarmo a un meccanismo percepito come coloniale, rifiutando di consegnare le armi e contestando qualunque ruolo israeliano.

A Tel Aviv, Benjamin Netanyahu rivendica la “completa smilitarizzazione” inscritta nel testo e la possibilità di allargare gli Accordi di Abramo. I vertici militari, intanto, protestano contro la vendita di F-35 all’Arabia Saudita, temendo per la «superiorità aerea» israeliana. Sul tavolo dei negoziati si parla di futuro e sicurezza. Nelle tende allagate, si parla di sopravvivenza.

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Violenza di genere in Italia: i nuovi dati ActionAid su paura, insicurezza e disuguaglianze 2025

Non è un singolo numero a descrivere il presente, ma la costanza con cui si ripetono gli stessi squilibri. La nuova indagine di ActionAid e Osservatorio di Pavia – pubblicata a novembre 2025 – restituisce un Paese che continua a organizzare la vita delle donne entro confini culturali rigidi. Le generazioni cambiano, la struttura no. Lo mostra la casa, prima geografia della disuguaglianza: il 74% delle donne gestisce da sola il lavoro domestico, una percentuale che sale oltre l’80% tra le Boomers e l’83% nella Gen X. I padri che si occupano da soli dei figli/e restano al 10%, contro il 41% delle madri.

In questo equilibrio inclinato si innesta la violenza economica: il 51% degli uomini amministra da solo le finanze familiari, consolidando un potere materiale che diventa terreno fertile per dipendenze e controlli. Nel Centro Italia il divario tocca il culmine: 60% uomini contro 31% donne. È lo stesso squilibrio che poi si riverbera nelle relazioni: per ActionAid, un uomo su tre ritiene accettabile la violenza economica e uno su quattro giustifica abusi verbali o psicologici.

Strade, mezzi e spazi pubblici: l’insicurezza come ambiente

La frattura non resta chiusa nelle mura domestiche. Appena si attraversa la soglia, si scopre che la mobilità femminile è costruita su un’ansia costante. Nei mezzi pubblici il timore è la norma: il 38% del campione ha avuto paura almeno una volta, ma tra le giovani della Gen Z la quota sale al 65,5%. L’insicurezza non dipende dal luogo, ma dal genere: per molte donne la metropolitana è «sicura solo di giorno» (40%) o «solo se accompagnata» (25%). È un paternalismo che continua a regolamentare le libertà femminili, confermato dal dato sugli uomini che pensano che una donna viaggi “in sicurezza” solo se affiancata: 28%.

La stessa logica attraversa gli spazi pubblici. Il 52% delle donne ha sperimentato paura in strada o nei parchi, contro il 35% degli uomini. Tra le giovani la soglia arriva al 79%, a segnalare un cortocircuito evidente: la generazione più alfabetizzata ai diritti è anche quella più consapevole dei rischi che regolano la città. Un quinto delle persone con disabilità evita del tutto gli spazi pubblici, mostrando un’incertezza che cresce quando alle discriminazioni di genere si sommano quelle dell’accessibilità.

Cultura e digitale: i nuovi luoghi dove si forma la normalità

L’architettura culturale non compensa. Il 55% delle donne si è sentita svalutata nei prodotti culturali, percentuale che tocca il 70% tra le ragazze della Gen Z. La rappresentazione rimane sbilenca: metà del campione non vede negli spazi culturali alcun invito a riflettere sulle disuguaglianze; per il 9% gli stereotipi sono addirittura parte integrante dell’offerta.

Il mondo digitale non è un rifugio. Qui la violenza è più sottile e rapida: il 40% delle donne teme reazioni sessiste ai propri contenuti; tra le under 28 il dato balza al 59,3%. Il digitale riproduce la stessa fragilità culturale: chi lavora ha più paura (46,1%) e chi appartiene alle minoranze sessuali ancora di più (fino al 54,5% tra gli uomini non etero).

A chiusura del cerchio, la legittimazione della violenza. Solo un terzo del campione dichiara di essere intervenuto almeno una volta davanti a un episodio di violenza. Il 57% afferma di non aver mai visto nulla, una cecità culturale che non implica l’assenza del fenomeno, ma la sua normalizzazione. Le generazioni più giovani riconoscono e reagiscono di più, ma sono anche quelle dove la tolleranza verso alcune forme di abuso cresce: tra gli uomini Millennials il 55% ritiene legittimo controllare la partner.

La conclusione del report è una diagnosi politica: l’Italia non ha ancora una politica efficace per affrontare le radici della violenza. La Strategia nazionale per la parità 2021–2026 prevedeva l’integrazione sistematica della prospettiva di uguaglianza nelle politiche pubbliche (il principio europeo noto come gender mainstreaming), ma è rimasta un impegno sulla carta.

L’EIGE assegna all’Italia un indice di efficacia del 41,1%, molto sotto la media europea. La Spagna, che destina oltre metà dei fondi alla prevenzione, ha ridotto i femminicidi del 30% in vent’anni. ActionAid propone di vincolare almeno il 40% delle risorse antiviolenza alla prevenzione primaria: il minimo per trasformare una dichiarazione in un cambiamento reale.

La fotografia che emerge è chiara: l’Italia continua a vivere in un modello di sicurezza condizionata, libertà parziale e rappresentazioni distorte. La violenza non è un fenomeno episodico: è un sistema. E un sistema non cambia da sé.

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Morti palestinesi in custodia: il dossier PHRI che accusa il sistema carcerario israeliano

Il nuovo lavoro di Physicians for Human Rights – Israel, incrociato con l’inchiesta congiunta del Guardian, di +972 Magazine e Local Call, costringe Israele ad ammettere ciò che aveva evitato per mesi: almeno 98 palestinesi sono morti in custodia dal 7 ottobre 2023, secondo dati ufficiali consegnati dall’esercito e dal servizio penitenziario.

È un salto senza precedenti rispetto ai due o tre casi l’anno del decennio pre-guerra. Il numero emerge da documenti inviati a PHRI tra il 2024 e il 2025, dopo mesi di opacità in cui l’esercito ha perfino omesso di comunicare se le persone arrestate fossero vive, ferite o già trasferite nei campi militari.

La maggior parte dei morti sono civili provenienti da Gaza, detenuti senza accuse né processo sulla base della normativa che permette la classificazione come “combattenti illegali”. Gli stessi registri militari, rivelati da un database interno dell’intelligence citato dal Guardian nel settembre 2025, mostrano che solo un detenuto su quattro proveniente da Gaza è considerato “militante”: il resto è popolazione civile passata attraverso strutture dove violenze e malnutrizione sono documentate come prassi.

Campi militari e carceri: la geografia degli abusi

PHRI individua almeno dodici strutture civili e militari coinvolte. Il campo di Sde Teiman, nel Negev, è descritto da un ex infermiere militare come un luogo di incatenamento permanente, pestaggi ricorrenti e razioni di cibo ridotte “per motivi di sicurezza”, formula rivendicata in pubblico dall’allora ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. In quella struttura si concentra il numero più alto di decessi: 29 morti confermati da fonti militari.

Nel carcere militare di Ofer è morto il primario di ortopedia di al-Shifa, Adnan al-Bursh, dopo quattro mesi di detenzione. Il corpo non è stato restituito. In altri casi, come quello del direttore dell’ospedale Kamal Adwan, Hussam Abu Safiya, l’esercito ha negato per giorni perfino l’esistenza dell’arresto, nonostante le immagini che documentavano il fermo. PHRI registra anche 21 morti senza nome, comunicati dall’IPS solo tramite il luogo del decesso: nessun riferimento anagrafico, nessuna spiegazione per le famiglie.

Organizzazioni come HaMoked parlano apertamente di “politica di sparizione forzata”: centinaia di detenuti risultano irrintracciabili per settimane, e in molti ricorsi le autorità rispondono che “non esiste alcun record dell’arresto” anche quando ci sono video e testimoni oculari. Per mesi, tra il 2023 e il 2024, le richieste di informazioni sono state respinte o lasciate senza risposta.

Impunità e catena di comando

Nel biennio di guerra, solo un soldato è stato condannato, a sette mesi di carcere, per un pestaggio documentato in video. Nessun procedimento ha riguardato i casi di morte in custodia. È invece esploso il caso dell’avvocata militare Yifat Tomer-Yerushalmi, il cui tentativo di indagare sugli abusi a Sde Teiman ha generato proteste dell’estrema destra e un clima di intimidazione fino alle sue dimissioni e all’arresto per presunta divulgazione di materiale riservato. Per le Ong israeliane, è la prova di un sistema che punisce chi indaga, non chi è coinvolto nelle violenze.

Secondo PHRI, la combinazione di uccisioni in custodia, torture, malnutrizione intenzionale, negazione delle cure e occultamento dei detenuti configura violazioni delle Convenzioni di Ginevra e della Convenzione Onu contro la tortura. Giuristi citati dall’inchiesta parlano di condizioni compatibili con la definizione di crimini di guerra e, se verrà dimostrata la sistematicità della pratica, anche di crimini contro l’umanità.

Il dato resta parziale, perché molte informazioni restano classificate. Ma il quadro che emerge è chiaro: in meno di due anni sono morte più persone in custodia di quante se ne siano registrate in un decennio, mentre i meccanismi di controllo si indeboliscono e il governo rivendica linee “dure” nelle carceri. Le famiglie, spesso ignare del destino dei propri cari, si rivolgono alle corti come unico modo per strappare una risposta. Le ONG parlano di “un sistema fuori controllo”: la definizione che descrive meglio un buco nero in cui, per molti detenuti palestinesi, si è spezzata ogni garanzia minima di vita.

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La maggioranza in modalità televendita: ogni Regione un’offerta speciale

Tra un condono e una pre-intesa sull’autonomia, il governo sta apparecchiando la strada verso le prossime regionali come se fosse un investimento pubblico a fini privati. Nel calendario elettorale, la geografia dei “provvedimenti urgenti” coincide con la mappa dei territori contesi: in Campania si riapre all’improvviso la sanatoria del 2003, promessa dal candidato di Fratelli d’Italia come scorciatoia per «salvare migliaia di case». In Puglia salta fuori l’emendamento per gli indennizzi ai risparmiatori della Popolare di Bari, rivendicato da Forza Italia come gesto dedicato al proprio bacino elettorale. In Veneto il ministro Calderoli firma la pre-intesa sull’autonomia con una rapidità che nelle altre regioni non si è mai vista, giusto in tempo per le liste.

Il repertorio non nasce oggi. Alle Marche sono stati messi sul tavolo la Zes e sessanta milioni del Cipess pochi giorni prima delle urne. In Calabria è stato annunciato l’avvio dell’uscita dal commissariamento sanitario durante la convention della maggioranza. In Abruzzo persino un viadotto fermo da anni è diventato, alla vigilia del voto, il simbolo di una solerzia improvvisa.

La coerenza è tutta qui: la politica come gestione tattica delle risorse pubbliche, selezionate e distribuite secondo il calendario elettorale. Ogni campagna diventa il palcoscenico in cui il governo esibisce ciò che avrebbe potuto fare mesi prima. Una promessa non costa, un cantiere annunciato vale un titolo, un condono accende speranze precise. La cura del territorio, quella vera, resta rimandata al prossimo turno.

Buon martedì. 

Foto Gov

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Senato chiuso per elezioni regionali: la pausa record della maggioranza nel pieno della Manovra

Senato chiuso per elezioni. Nel calendario lavori pubblicato da Palazzo Madama c’è una frase che basterebbe da sola a raccontare la settimana: «L’Assemblea non terrà seduta questa settimana (17-23 novembre, ndr) in relazione alle elezioni regionali del 23 e 24 novembre. Il Senato torna a riunirsi martedì 25 novembre alle 16,30 per la discussione del ddl di conversione in legge del decreto-legge 3 ottobre 2025 n. 146 recante disposizioni urgenti in materia di ingresso regolare di lavoratori e cittadini stranieri, nonché di gestione del fenomeno migratorio». Non è una nota politica, è un atto istituzionale. L’ultima seduta dell’Aula è dell’11 novembre; la prossima è fissata per il 25, direttamente sul decreto flussi.
Il punto non è l’assenza di commissioni – quelle lavorano, anzi, macinano audizioni sulla manovra come ricorda il dossier ufficiale della Commissione Bilancio del 30 ottobre – ma la scelta di spegnere proprio il luogo in cui il voto diventa legge.

Il Senato è la prima Camera sulla manovra 2026. Lo ricorda anche l’analisi di Pagella Politica pubblicata il 15 novembre: quando tocca a Palazzo Madama aprire la sessione, l’Aula storicamente resta attiva, anche nelle settimane più tese. Nel 2023 l’esame della legge di bilancio 2024 proseguì senza pause significative. Nel 2021 ci fu una sospensione lunga, ma senza elezioni in mezzo. Oggi, invece, si sommano le due cose: bilancio ed elezioni, nel momento più denso dell’anno parlamentare.

Il paragone con le altre regionali svela la distanza

Le regionali sono un elemento fisiologico, ma la durata della pausa non lo è. Pagella Politica ricostruisce che per Toscana e Calabria, a inizio ottobre, l’Aula si era fermata cinque giorni. Lo stesso per Valle d’Aosta e Marche a fine settembre. Mai due settimane piene, come adesso.

A differenza di allora, oggi si vota in Campania, Puglia e Veneto, tre regioni in cui la maggioranza si gioca equilibri interni e nazionali. Basta scorrere le cronache degli ultimi dieci giorni: Meloni in Veneto, Salvini nelle province simboliche della Lega, i ministri in tournée serrata.
La sospensione dell’Aula cade esattamente qui, con una puntualità che non richiede retorica per essere notata.

Il contrasto con la Camera accentua il quadro. Nel calendario di Montecitorio, nella stessa settimana, compaiono sedute pomeridiane e notturne sul decreto flussi e il testo condiviso che modifica l’articolo 609-bis del codice penale. Mentre il Senato abbassa le serrande, la Camera estende l’orario fino a mezzanotte. Non è il Parlamento che si ferma. È un ramo del Parlamento che decide di fermarsi per permettere alla politica di fare politica altrove.

La memoria corta della maggioranza

C’è una frase che torna a galla. Nella “Giornata parlamentare” del 3 maggio 2024, prodotta da Nomos Centro Studi Parlamentari, si legge che nella maggioranza era diffusa l’idea secondo cui «l’attività di governo non si può fermare per la campagna elettorale». Era vigilia delle europee: si pretendeva che il Parlamento restasse attivo, che i provvedimenti non fossero rallentati, che nessuno potesse accusare il governo di sfruttare il calendario per fare passerelle.

Un anno dopo, gli stessi partiti guidano il ramo del Parlamento che si ferma esplicitamente per la campagna. Nessun comunicato si preoccupa di mascherarlo: è scritto negli atti del Senato, nella motivazione che accompagna la settimana bianca dei lavori. La contraddizione non è un’opinione: è un documento.

Gli esempi non mancano. Nell’agosto 2020, come ricordava un’inchiesta di Repubblica, tra promesse di “niente ferie” e richiami all’emergenza, Camera e Senato chiusero comunque per diciotto giorni. Allora il centrodestra accusava l’esecutivo di “intermittenza istituzionale”. Oggi la stessa critica torna indietro, senza neanche bisogno di citare l’opposizione.

La fotografia è questa: Commissioni sotto pressione sulla manovra, Camera in seduta quasi continua, e Aula del Senato congelata nel momento in cui dovrebbe assumersi la parte più onerosa del lavoro legislativo. La spiegazione formale è legata alle elezioni; quella sostanziale è la scelta politica di mollare il Parlamento per presidiare i territori.

In un governo che usa spesso la parola “efficienza” come marchio identitario, la pausa del Senato diventa il contrappunto più eloquente. Perché le campagne elettorali finiscono, ma i vuoti del Parlamento si contabilizzano nei provvedimenti compressi, nelle fiducie annunciate e nelle discussioni che dovranno correre per recuperare ciò che oggi si è deciso di fermare.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #76

A Gaza la pioggia è stata più rapida delle risoluzioni. Nelle ultime ventiquattro ore le tende di Khan Yunis e Deir al-Balah sono crollate sotto il vento, i campi dell’Unrwa allagati, diciotto siti dichiarati “inabitabili”. Alla parrocchia della Sacra Famiglia, più di quattrocento persone cercano riparo mentre i vicoli intorno diventano fango. Eppure l’IDF ha confermato nuovi colpi d’artiglieria nella zona centrale: il “cessate il fuoco sostanziale” si incrina fra le sirene e l’acqua che entra dai teloni sfondati.

La situazione sanitaria precipita: l’Oms parla di cinquemila bambini in lista d’attesa per interventi essenziali, gli ospedali da campo giordani ed egiziani sospendono attività per mancanza di carburante, la diarrea infantile supera i diciassettemila casi settimanali. La guerra resta nel corpo dei bambini più di qualunque voto al Palazzo di Vetro.

Dalle carceri arrivano notizie ancora peggiori. Medici per i Diritti Umani–Israele aggiorna a novantotto i morti in custodia dal 2023 e segnala altre quattordici persone scomparse senza notizie alle famiglie. Ex detenuti rilasciati ieri raccontano acqua razionata, luce accesa ventiquattr’ore, numeri al posto dei nomi. Sul piano politico Netanyahuì ha ribadito che Israele manterrà la “responsabilità di sicurezza” su Gaza «per tutto il tempo necessario», smentendo nei fatti l’architettura negoziale in discussione.

Ai valichi, la normalità è l’intermittenza: Kerem Shalom ha aperto solo per sette ore, chiudendo con duecento camion di aiuti bloccati lato egiziano, comprese le macchine destinate alla ricerca degli ostaggi. E l’Europa manda segnali opposti: Berlino riapre all’export militare, mentre Dublino definisce la mossa «incompatibile con le garanzie umanitarie».

In questo scenario, il voto dell’Onu esta un esercizio lontano. La realtà, qui, non aspetta i verbali.

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