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Gender Pay Gap, in Italia il divario salariale tra uomini e donne vale due mesi di stipendio

Il 17 novembre segna per l’Europa il momento in cui, per effetto del gender pay gap, le donne smettono simbolicamente di essere pagate mentre gli uomini continuano fino al 31 dicembre. Il divario medio Ue è del 12 per cento, convertito in giorni di lavoro svaniti. In Italia i numeri sono più duri: secondo il Rendiconto di genere Inps 2024, le lavoratrici perdono il 20 per cento della retribuzione, con punte del 40 nell’immobiliare e del 35 nelle professioni scientifiche. Una distanza antica, stratificata, che continua a produrre effetti in ogni snodo della vita professionale e che nessun governo ha mai affrontato come priorità.

Un divario che nasce dal lavoro e si allarga nelle carriere

Il gap orario “basso” è un’illusione statistica. Il divario reale emerge quando si mettono insieme ore lavorate, tipologia dei contratti e possibilità di avanzamento. Le donne sono sovra-rappresentate nei settori meno remunerati e sotto-rappresentate nei comparti ad alta redditività. Il part-time involontario coinvolge quasi metà delle lavoratrici in alcune regioni e incide su salario, contributi, stabilità.

Il Rendiconto Inps restituisce una fotografia lineare: il capitale umano femminile viene depotenziato proprio dove dovrebbe generare ritorno. Nelle professioni qualificate, nei servizi ad alto contenuto tecnico, nella finanza e nella ricerca, la forbice non si restringe. La maternità continua a fissare la curva retributiva: interruzioni, rientri penalizzati, progressioni assenti. È una dinamica che ha il passo della normalità, a forza di essere ripetuta, e che si somma a un’offerta di welfare spesso insufficiente a compensare i carichi di cura.

Nella media annuale il ritardo italiano diventa ancora più netto. I tassi di occupazione femminile restano tra i più bassi d’Europa, e il mercato del lavoro italiano offre meno ore, meno posizioni stabili e meno responsabilità alle donne. L’effetto finale è una perdita di reddito che non è episodica: è sistemica, si accumula nel tempo e si trasmette tra generazioni, come mostrano i dati sulla povertà educativa nelle famiglie monogenitoriali femminili.

Dal salario alla pensione: l’eredità delle disuguaglianze

L’effetto finale si vede nelle pensioni. In Italia gli assegni femminili sono più leggeri di oltre il 30 per cento, con differenze ancora maggiori nelle prestazioni contributive. Una carriera discontinua e sottopagata produce un’età anziana più esposta. Gli indicatori sul rischio di povertà lo confermano: il divario non si chiude al termine della vita lavorativa, si amplifica.

Il quadro internazionale non corregge il pessimismo. Il Global Gender Gap Report 2025 stima che serviranno 123 anniper chiudere il divario complessivo di genere. L’Italia staziona nella parte bassa della classifica, con risultati fragili sulla partecipazione economica e una rappresentanza politica ancora ridotta. È il segno di un sistema che non valorizza il lavoro femminile né nella retribuzione né nel potere decisionale.

Gender pay gap: la direttiva Ue

La Direttiva Ue sulla trasparenza salariale prova a intervenire nel punto cruciale: aprire i libri paga, vietare il segreto salariale, imporre il reporting delle differenze oltre il 5 per cento. Le associazioni datoriali parlano di costi e burocrazia; i sindacati rivendicano “lo strumento minimo” per poter dimostrare le disparità. È il conflitto previsto quando la trasparenza smonta consuetudini consolidate.

L’Italia è una delle poche nazioni europee senza un Equal Pay Day nazionale. Un vuoto simbolico che pesa: i simboli servono a rendere visibile ciò che i numeri hanno già chiarito. Ogni anno, per milioni di lavoratrici, decine di giorni di lavoro svaniscono. L’Europa ne conta quarantacinque. In Italia sono molti di più. In assenza di una politica che affronti il problema come struttura e non come parentesi, continueranno

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Alberto Trentini e un anno di giorni persi

C’è un aereo che ieri è atterrato a Orly con un cittadino francese liberato dal Venezuela. E c’è un silenzio che oggi atterra in Italia: quello di un governo che da dodici mesi non riesce a riportare a casa Alberto Trentini, cooperante veneto detenuto senza accuse formali. La madre, Armanda Colusso, lo ha detto con una lucidità che taglia: «Fino ad agosto non c’era alcun contatto con il governo venezuelano». Una frase che pesa più di qualsiasi comunicato.

Macron annuncia la liberazione di Camilo Castro, ringrazia la diplomazia francese, mostra di sapere che un ostaggio non si lascia marcire nei sotterranei del Rodeo I. In Italia, invece, si celebra la liturgia dell’autocelebrazione: palchi, musichette, balletti infantili a uso social. Quando però si tratta di esercitare la responsabilità – quella vera, quella che pretende competenza e costanza – arriva il mutismo.

La premier ha telefonato tre volte in un anno, il sottosegretario Mantovano ha incontrato la famiglia due volte. Troppo poco, dice la madre. E soprattutto troppo tardi. Nel mezzo c’è un ragazzo recluso in una cella dura, che ha perso Natale, Pasqua, compleanni, e un Paese che ha preferito la prudenza al coraggio fino a quando l’interrogazione parlamentare non ha rotto il silenzio.

In diplomazia i risultati non si promettono: si ottengono. La Francia lo dimostra, l’Italia lo subisce. E nelle parole di Armanda Colusso c’è l’accusa più onesta che si possa rivolgere a un governo: aver confuso la scena politica con il mestiere di governare. Alberto Trentini resta là. Qui restano solo le scuse.

Buon lunedì. 

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Save the Children: adolescenti sempre più soli, iperconnessi e senza spazi

Il XVI Atlante dell’infanzia (a rischio) curato da Save the Children arriva con un messaggio semplice e irriducibile: le adolescenze italiane chiedono ascolto. I curatori parlano di un viaggio «in città, campagne, scuole, comunità, palestre» per restituire le voci di chi ha tra 13 e 19 anni. La fotografia è nitida. In Italia solo una persona su 15 è adolescente, una minoranza numericamente fragile, esposta agli effetti di una demografia sfavorevole e a disuguaglianze che crescono proprio nella fase in cui la costruzione dell’identità è più vulnerabile.

La condizione psicologica è il primo punto d’allarme. Secondo l’indagine contenuta nell’Atlante, meno della metà (49,6%) dei ragazzi e delle ragazze mostra un buon livello di benessere psicologico. La differenza di genere è una frattura: il 66% dei ragazzi dichiara un equilibrio soddisfacente, solo il 34% delle ragazze. È il divario più ampio d’Europa, oltre 30 punti percentuali. Nel quotidiano, il 9% ha sperimentato forme di isolamento volontario legate a difficoltà psicologiche, mentre quasi uno su otto usa psicofarmaci senza prescrizione, con una prevalenza più alta tra le ragazze (16,3%).

Le relazioni restano un appiglio: più dell’80% è soddisfatto dell’amicizia, il 78% del rapporto con i genitori. Ma il 31% segnala «gravi problemi» familiari, un dato che descrive un terreno instabile. Il consenso verso gli adulti resta alto, eppure le testimonianze raccolte dall’Atlante raccontano una generazione che avverte la distanza: la risposta a come stanno gli adolescenti «dipende da come stiamo noi adulti», osservano i ricercatori, indicando una corresponsabilità non aggirabile.

Onlife e povertà educativa

La vita dei nativi digitali è descritta come “onlife”, senza confini tra mondo fisico e digitale. Il 92,5% utilizza strumenti di Intelligenza artificiale, contro il 46,7% degli adulti. Il dato più drammatico è però la funzione emotiva che l’IA sta assumendo: il 41,8% degli adolescenti afferma di aver chiesto aiuto a chatbot come ChatGPT «quando era triste, solo o ansioso». Una percentuale simile (42,8%) la interpella per decisioni importanti: relazioni, scuola, scelte di vita. Il 63,5% trova «più soddisfacente» parlare con un sistema artificiale che con una persona reale. «È sempre disponibile», «non giudica», «mi capisce»: sono le motivazioni che emergono nel sondaggio.
La solitudine si infiltra nell’iperconnessione. Un adolescente su otto è iperconnesso, il 38% guarda spesso il cellulare anche in presenza di altri, il 27% diventa nervoso se non lo ha con sé. Il 47,1% è stato vittima di cyberbullismo, in forte aumento rispetto al 31,1% del 2018.

Il lato “offline” racconta un Paese che non offre spazio. Il 46,2% non legge libri al di fuori dei testi scolastici. Un adolescente su due non ha visitato mostre o musei nell’ultimo anno; nel Mezzogiorno la quota supera il 60%. Il 18,1%non pratica sport, quasi il 30% se vive al Sud. I dati sulle vacanze sono un indicatore di povertà educativa: solo il 47,6%dei 15-24enni ha fatto almeno una notte fuori casa nel 2024, contro l’81% dei coetanei spagnoli e il 90% degli olandesi.

Le testimonianze raccolte dall’Atlante nei Punti Luce, nelle scuole, nelle comunità residenziali descrivono una fame di luoghi in cui stare, sperimentare, respirare. Il capitolo “Fame di spazi” è esplicito: serve un’infrastruttura educativa territoriale che oggi manca, soprattutto nelle periferie e nelle aree interne.

L’urgenza politica

Le conclusioni dell’Atlante non hanno tono tecnico. Sono un avvertimento politico: il disagio adolescenziale è un’emergenza di sistema. «Le disuguaglianze economiche, educative e sociali si fanno più pesanti in questa fase cruciale della crescita», afferma Raffaela Milano, direttrice del Polo Ricerche. Il quadro demografico rende il problema ancora più urgente: pochi adolescenti, sempre più soli, spesso figli unici, sempre più esposti al rischio di povertà materiale ed educativa.

Il documento chiede con nettezza il potenziamento dei servizi di salute mentale per l’età evolutiva, un ruolo educativo della scuola che includa affettività e relazioni, e politiche sugli spazi che riconoscano il diritto degli adolescenti a ritrovarsi. La fotografia è chiara: guarda un Paese che gli adolescenti percepiscono come distante e intermittente, mentre cercano «un luogo dove esprimersi, essere ascoltati, sentirsi parte».

Le voci raccolte nell’Atlante chiudono il cerchio: la generazione che parla «senza filtri» domanda una cosa semplice, quasi ovvia. Essere riconosciuta. Perché crescere non è una traiettoria individuale: è un patto tra generazioni, oggi incrinato.

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Un’altra forma di assedio: prime piogge su Gaza

Le prime piogge sono arrivate a Gaza come un’altra forma di assedio. Le tende si riempiono d’acqua, le latrine tracimano, gli sfollati spostano i materassi da un angolo all’altro per salvarli dall’umidità. L’85% delle infrastrutture idriche e fognarie è distrutto e l’inverno entra da ogni fessura mentre la tregua del 10 ottobre resta una parola che non riesce a proteggere nessuno. Dentro questa pausa armata si è disegnata la nuova geografia del dopoguerra: la “Yellow Line” che taglia la Striscia da nord a sud, la metà orientale sotto controllo militare, la metà occidentale lasciata alla sopravvivenza tra tende e macerie. In quaranta giorni di “cessate il fuoco” sono stati uccisi centinaia di palestinesi in scontri, raid isolati o colpi sparati ai checkpoint.

È un conflitto che ha cambiato intensità, non logica. Fuori dal cono di luce delle trattative internazionali, la Cisgiordania scivola in una routine di violenza che nessun tavolo diplomatico riesce a nominare. A Salfit una moschea è stata incendiata dai coloni; nei villaggi gli ulivi vengono sradicati durante la raccolta; a Nablus e Hebron gli attacchi notturni sono ormai un’abitudine. Le ONG documentano pestaggi, incendi, aggressioni: un sistema di impunità che si consolida mentre la comunità internazionale discute di “stabilizzazione”.

A New York le grandi potenze trattano modelli di controllo, forze straniere, governance futura. Intorno alle parole “pace duratura” si muove un laboratorio geopolitico che somiglia poco alla vita dei campi allagati, delle fogne rotte, dei valichi dove i camion degli aiuti entrano col contagocce. Il diario di oggi finisce dove inizia il paradosso: si disegna il futuro di Gaza senza guardare a Gaza. In quelle tende fradice, sotto quella pioggia sporca, c’è già la risposta che nessuna risoluzione riesce a vedere.

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Uno e trino

Ieri è bastato mezzo pomeriggio per vedere ciò che a Palazzo Chigi si tenta di nascondere da due anni: il governo Meloni tiene finché tutti fingono di avere la stessa idea di politica estera. Appena l’inquadratura si allarga oltre i monologhi della premier, il mosaico si incrina. E le tessere tornano a essere quelle di tre partiti che viaggiano per conto proprio. Matteo Salvini ha rivendicato lo stop italiano alle nuove forniture di armi a Kiev. Ha parlato di «corruzione» e di soldi italiani che rischierebbero di finire «nelle tasche sbagliate». La sua è una frase che arriva come un’accusa vera e propria, perché sposta l’asse dell’argomento: non più efficacia militare, ma legittimità morale.

Una linea che alla Lega piace, perché permette di saldare posizionamento geopolitico e campagna elettorale permanente. A quel punto Guido Crosetto ha sbottato: definire «corrotta» l’intera Ucraina è un modo per indebolire l’Italia nelle alleanze che contano. Il ministro della Difesa ha provato a ricondurre tutto all’ordine, come se si trattasse dell’ennesimo incidente dialettico. L’effetto è stato l’opposto: il litigio a cielo aperto ha mostrato una frattura che non dipende più dalla contingenza. La premier è rimasta nella postura che conosce meglio: negare l’esistenza del problema. Meloni parla di “compattezza” mentre i suoi vicepresidenti fanno campagna su visioni incompatibili. In pubblico il governo giura fedeltà all’Occidente, nelle dichiarazioni dei partiti riemerge un’idea diversa del ruolo italiano nel mondo.

Due linguaggi che convivono solo se nessuno guarda troppo da vicino. La verità è che questa maggioranza è rimasta unita solo finché la politica estera era una scenografia da evocare nei comizi. Appena diventa una materia concreta – armi, impegni con Kiev, rapporti con gli alleati – la vernice cade. E ciò che resta è un esecutivo che parla con tre voci differenti, ognuna impegnata a misurare il consenso invece della credibilità internazionale del Paese. L’episodio di ieri non è un incidente: è un disvelamento. L’Italia è guidata da un governo che sulla scena globale appare intero solo quando nessuno dei protagonisti fiata. Quando lo fanno, l’alleanza si rivela per quello che è: un equilibrio provvisorio tenuto insieme dalla necessità del potere, non da una visione.

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Querela di Mori a Borsellino, la chiusura indagini riapre il caso dell’agenda rossa

L’avviso di conclusione indagini notificato a Salvatore Borsellino formalizza ciò che era trapelato nei giorni precedenti, quando – tra il 7 e l’8 novembre – il suo nome era stato iscritto nel registro degli indagati. La Procura di Palermo lo accusa di diffamazione aggravata dopo la querela del generale Mario Mori, l’ex capo del Ros che sostiene di essere stato vittima di affermazioni lesive della sua reputazione in relazione alla vicenda dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. È l’ennesimo sismografo di una ferita che non si chiude dopo trentatré anni di piste interrotte e depistaggi certificati.

La linea sottile tra assoluzioni e vuoti della storia

Le dichiarazioni contestate a Borsellino riguardano le presunte conoscenze e l’influenza di Mori sulle ricostruzioni dell’agenda nelle Commissioni Antimafia. A sostegno della propria tesi, Borsellino richiama gli elementi che negli anni hanno alimentato la sua battaglia civile: le immagini del capitano Arcangioli con la borsa del magistrato subito dopo l’esplosione, l’appunto attribuito a Arnaldo La Barbera che indica la consegna di «una borsa in pelle» e di «un’agenda» alla Procura di Caltanissetta il 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage. Una catena di passaggi che non ha mai trovato un chiarimento definitivo.

Il percorso giudiziario di Mori, è bene ricordarlo, è costellato di assoluzioni: il processo sulla mancata perquisizione del covo di Riina, quello sulla mancata cattura di Provenzano, la sentenza definitiva sulla trattativa Stato-mafia. In alcuni casi  i giudici hanno adottato la formula «il fatto non costituisce reato», alimentando per anni il confronto tra verità giudiziaria e verità storica. Sul fatto che, pur non costituendo reato, esiste.

Il fronte civile parla di «attentato giudiziario»

Di fronte a questa querela, il Coordinamento nazionale delle associazioni dei familiari delle vittime di stragi e attentati ha reagito con un documento firmato da Bolognesi, Milani, Manca, Caccia e altri, in cui l’azione contro Borsellino viene definita un «attentato giudiziario». Un modo per rappresentare la preoccupazione che lo strumento penale possa diventare un mezzo per limitare chi resta impegnato a interrogare i buchi neri lasciati dalla stagione stragista.

Il Coordinamento usa la parola «grottesco» nel constatare che la persona che da oltre tre decenni chiede conto della scomparsa dell’agenda rossa diventi oggi imputato, mentre molti nodi degli anni ’92 restano sospesi. Le famiglie delle vittime ricordano come numerosi uomini degli apparati siano passati attraverso processi cruciali negli anni delle stragi e siano stati assolti «perché il fatto non costituisce reato». Parole che danno il polso del conflitto che questa vicenda riapre.

Per Salvatore Borsellino, la querela è “l’occasione per portare l’agenda rossa in un’aula di giustizia”. L’udienza preliminare, attesa nelle prossime settimane, rischia di diventare un passaggio simbolico: da una parte la tutela dell’onorabilità di un ex ufficiale assolto nei processi più delicati; dall’altra il diritto di chi non smette di chiedere verità sul reperto scomparso che rappresenta il cuore irrisolto del 19 luglio 1992.

La vicenda segna l’ennesimo punto di frizione tra istituzioni, memoria e giustizia. A trentatré anni dalla strage di via D’Amelio, ogni passaggio giudiziario sembra ricordare che la distanza tra ciò che è stato accertato e ciò che si continua a cercare non è un capitolo chiuso. È ancora la ferita aperta del Paese.

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Piva nel sacco a Villa Pamphilj: il grande naufragio albanese

Villa Pamphilj, ieri. Giorgia Meloni è arrivata accanto a Edi Rama ripetendo lo slogan che aveva promesso di scolpire nella storia: «Funzioneranno». I centri in Albania, 670 milioni già spesi e altri 70 pronti a partire, dovevano essere il capolavoro della fermezza. Invece, davanti ai cronisti, la premier si è ritrovata con la piva nel sacco. Nei due mega-impianti di Shengjin e Gjadër non passa quasi nessuno: una ventina di migranti in tutto, strutture semivuote, ritardi che persino lei ora è costretta ad ammettere.

Eppure, nel copione meloniano, la responsabilità è sempre altrove. «La colpa è dei giudici», ha scandito, accusando magistrature italiane ed europee di aver “bloccato” i trasferimenti da Bangladesh e Tunisia perché giudicate non sicure. È il solito ritornello: quando i numeri implodono, si invocano complotti togati, burocrazie ostili, Europa cattiva. Tutti colpevoli, tranne chi ha voluto un progetto ingestibile, costosissimo e politicamente tossico.

Nel frattempo Rama incassa sorrisi, appalti, pattugliatori e l’impegno italiano a sostenerne l’ingresso nell’Ue. È lui il vero vincitore del vertice: porta a casa navi, investimenti e la legittimazione di un’operazione che a Tirana rende molto più che a Roma.

L’opposizione parla di «800 milioni bruciati per prigioni vuote». È una fotografia impietosa, ma difficilmente smentibile: un monumento all’improvvisazione, costruito per annunciare la “svolta storica” sull’immigrazione e finito in un parcheggio costoso, senza funzione e senza strategia. Meloni continua a ripetere «funzioneranno». Ma i cancelli restano chiusi, come la realtà che si ostina a non obbedirle.

Buon venerdì.

Foto Gov

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La contabilità della morte che sta in un foglio Excel

Nel documento interno della brigata Givati trapelato ieri c’è una riga che racconta più di molte conferenze stampa. Il 19 novembre 2024 un corrispondente militare parla di «circa 40 terroristi» uccisi mentre tentavano di fuggire da Jabalia sotto pioggia e nebbia. Nel foglio Excel ufficiale, però, quel giorno i morti registrati sono dieci, due il giorno prima. Trenta persone che scompaiono nella contabilità della guerra, inghiottite da una parola che le assorbe tutte: «terrorista». È in quella discrepanza che si vede come una tregua possa convivere con un archivio che continua a cancellare. Sul terreno la tregua resta una formula diplomatica. A Beit Lid, in Cisgiordania, oltre cinquanta coloni mascherati hanno incendiato camion, terre agricole, una fabbrica, ferendo quattro palestinesi. Nelle agenzie scorrono altre violenze: una moschea bruciata nel nord, scritte razziste, minacce persino ai soldati israeliani. A Gaza i raid su Khan Yunis e Beit Lahia continuano a intermittenza: un morto a Jabalia, demolizioni di siti definiti “oltre la Linea Gialla”. Il senatore Rubio avverte che la violenza dei coloni può far saltare la tregua, mentre nello stesso giorno invoca una forza multinazionale di “stabilizzazione”. Due piani paralleli che non si toccano.Nei palazzi, infatti, si lavora sulla narrazione. Il G7 Esteri in Canada dice di occuparsi di «Gaza e tensioni emergenti», mentre Trump scrive a Herzog chiedendo la grazia per Netanyahu in pieno processo. Macron autorizza le aziende israeliane della difesa al salone di Parigi. In Italia si parla sempre meno delle violazioni della tregua e il silenzio del governo. Resta la stessa lezione: nei conflitti e nelle politiche, ciò che non viene registrato smette di esistere. A Gaza e in Cisgiordania spariscono vite; altrove spariscono responsabilità. Il metodo è identico: correggere i numeri e sperare che il mondo guardi altrove.

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Ddl Pmi e moda, l’appello di sindacati e Ong contro lo “scudo penale” alle grandi firme

L’appello è arrivato mentre il disegno di legge sulle Pmi sta per entrare alla Camera. Filctem Cgil, Campagna Abiti Puliti, Libera, Transparency International Italia e decine di altre sigle chiedono ai deputati di fermarsi: «Non votate il ddl che legalizza lo sfruttamento nella moda». La denuncia prende forma dopo mesi di indagini della Procura di Milano che hanno messo sotto amministrazione giudiziaria marchi simbolo del lusso nazionale, svelando paghe da pochi euro l’ora, opifici-dormitorio e una catena di subappalti costruita sulla dipendenza economica dei laboratori.

Il nodo della certificazione “volontaria”

Il testo approvato al Senato introduce una certificazione di conformità della filiera ottenibile su base volontaria. È l’elemento che ha riacceso le tensioni. Secondo l’appello, il bollino «rischia di trasformarsi in uno scudo penale» perché la capofila potrà esibire contratti formalmente corretti e rivendicare la propria estraneità agli abusi che emergono in fondo alla catena. Una strategia già vista: nelle misure di prevenzione del Tribunale di Milano – disposte verso alcuni marchi di prestigio del settore della moda – le società principali non risultano indagate per caporalato, mentre l’accusa ricostruisce una “agevolazione colposa” che ha permesso ai fornitori di sfruttare manodopera irregolare.

Deborah Lucchetti, coordinatrice di Abiti Puliti, lo definisce un modello che «scarica la responsabilità sui fornitori e tutela il brand». Nei dossier allegati alla campagna si spiega che i documenti richiesti dalla certificazione sono gli stessi che i subappaltatori già oggi consegnano, spesso non corrispondenti alle condizioni reali dei lavoratori. Gli attivisti temono che il nuovo bollino cristallizzi questa distanza fra carta e produzione, rendendo più difficile l’accertamento giudiziario della responsabilità delle capofila.

Una filiera sotto indagine, un Parlamento sotto pressione

Le inchieste degli ultimi mesi delineano un quadro che il ddl non affronta. Le carte dei vari casi parlano di prassi «radicata e collaudata» nelle subforniture, descrivono turni notturni, salari a 2,75 euro e alloggi di fortuna. Nelle ricostruzioni giudiziarie, la marginalità penale delle capofila dipende dalla distanza formale creata dai contratti di appalto. Proprio questo meccanismo, sostengono sindacati e Ong, verrebbe consolidato dal disegno di legge con l’istituzione di una filiera “certificata” che non impone verifiche indipendenti, controlli sul campo, obblighi di pubblicazione dei fornitori.

La Regione Lombardia ha firmato in primavera un Protocollo per la legalità nella moda con una piattaforma di tracciabilità, anch’essa non obbligatoria. Il ddl nazionale replica quell’impianto, lasciando all’adesione volontaria la parte più delicata: la trasparenza. Nel frattempo l’Europa chiede tutt’altro. La direttiva Csddd obbliga le grandi imprese a verificare e prevenire gli impatti negativi sui diritti umani lungo tutta la filiera. Secondo la rete che ha sottoscritto l’appello, il Parlamento dovrebbe muoversi in questa direzione, rafforzando la responsabilità dei committenti invece di concedere una via d’uscita attraverso un marchio di conformità.

L’arrivo del testo alla Camera è la prima vera prova politica. Nelle prossime settimane i deputati dovranno decidere se modificare le norme o confermarle così come sono. I firmatari chiedono un cambio di rotta immediato: due diligence obbligatoria, pubblicazione dei fornitori, controlli reali. Perché il rischio è che il Made in Italy continui a produrre valore al vertice e vulnerabilità nella base, mentre la legge, anziché intervenire, ne certifica la distanza.

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Femminicidi, scontro in Aula tra Valditara e le opposizioni. Mentre a Milano un uomo tenta di bruciare la ex

I femminicidi hanno fatto da scintilla, alla Camera, mentre si discuteva il disegno di legge sull’educazione sessuale e affettiva. Un provvedimento che la Lega ha svuotato con un emendamento: l’obbligo del consenso dei genitori anche alle medie, trasformando un tema educativo in terreno di veto ideologico. Quando le opposizioni – dal Pd al M5S fino ad Avs – hanno ricordato che l’Italia è un Paese dove ogni tre giorni una donna viene uccisa, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha perso la pazienza: «Vergognatevi, avete sfruttato i femminicidi». Poi ha lasciato l’Aula, tra le proteste e la sospensione dei lavori.

Un’aula in fiamme

Il ministro, indignato, ha scelto di reagire. Si è detto «stanco delle falsità» e ha accusato l’opposizione di manipolare la tragedia. Le opposizioni hanno replicato sottolineando che la violenza maschile è un fatto non un insulto personale. E in Aula è partita la bagarre, con la deputata del Pd Silvia Roggiani che aveva appena ricordato l’appello di Gino Cecchettin a «rimettere al centro l’educazione sessuale e affettiva dei ragazzi». Un passaggio che meritava ascolto, non urla. Da quel momento la discussione è deragliata: Simona Bonafè (Pd) ha parlato di «frattura profonda» tra governo e Parlamento, Marco Grimaldi (Alleanza Verdi Sinistra) ha chiesto le scuse del ministro, Vittoria Baldino (Movimento 5 Stelle) ha risposto: «Dobbiamo vergognarci, sì, ma di Valditara». Il ministro ha provato poi a ridimensionare: «Le mie affermazioni erano politiche, non personali».

Mentre a Milano accadeva l’ennesimo orrore

Nelle stesse ore, un uomo a Cologno Monzese cercava di dare fuoco alla ex moglie. Le ha gettato benzina sul volto gridandole: «Li vuoi vedere i bambini stasera». Era già stato denunciato, la perseguitava, le aveva nascosto le chiavi dell’auto e installato un gps per controllarla. Il gip Luca Milani ha scritto che l’uomo era mosso da «una continua opera di sopraffazione e abuso», e che solo il carcere poteva impedirgli di annientarla. Una vicenda che avrebbe potuto chiudersi con un rogo e una lapide.

Educazione e realtà

La distanza tra la scena parlamentare e quella di cronaca è la misura esatta della politica italiana. Da un lato, il ministro dell’Istruzione che grida «vergogna» a chi nomina i femminicidi; dall’altro, una donna che si salva per caso da una morte annunciata. Ogni volta che la destra evoca la “libertà dei genitori” per opporsi all’educazione affettiva, dimentica che quella libertà non esiste per chi vive nella paura dentro casa.

Il ddl in discussione, già contestato da associazioni e docenti, non introduce educazione sessuale obbligatoria, ma la limita. Eppure la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, lo scorso anno, aveva promesso di «combattere le radici culturali della violenza». Quelle radici crescono proprio nel silenzio, nelle scuole dove nessuno spiega cosa siano consenso e rispetto.

Un Paese che educa al silenzio

Il 12 novembre resterà una data simbolica: mentre in Parlamento si gridava contro chi invoca educazione e consapevolezza, nelle strade si consumava un altro tentato femminicidio. È la fotografia di un Paese che discute dei toni, non delle cause; che si indigna per le parole, ma tace sui fatti. E intanto, tra gli applausi della sua maggioranza, Valditara ha lasciato l’aula «per impegni istituzionali». Tra i quali forse andrebbe inserito anche quello di insegnare, davvero, cosa significa rispettare una vita.

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