Vai al contenuto

Ricerca al collasso: 9 precari su 10 senza contratto entro il 2026, allarme università e Pnrr

Roma, 11 novembre. In piazza Montecitorio la ricerca italiana ha alzato la voce. Dottorandi, post-doc, assegnisti e tecnologi hanno sfilato per chiedere quello che in un Paese normale non si chiede: un futuro. Secondo l’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca, l’86,5 % degli incarichi oggi attivi scadrà entro luglio 2026. Senza un piano di reclutamento, “nove su dieci” usciranno dall’università nell’arco di un anno. Una soglia che non riguarda solo la condizione individuale ma la tenuta stessa del sistema: corsi, laboratori e progetti europei già ora dipendono dal lavoro di chi non ha garanzie.

Una precarietà diventata metodo

Negli ultimi dieci anni i ricercatori precari sono cresciuti di otto volte. Nel 2023 la quota di personale di ricerca a tempo determinato ha raggiunto il 77 %, mentre nel 2013 era sotto il 10%. I contratti durano in media meno di dodici mesi e il 43 % di quelli finanziati con fondi Prin o Pon non arriva all’anno. Retribuzioni medie sotto i 1.700 euro e carriere bloccate spingono verso l’estero intere generazioni di studiosi. Rimangono in Italia circa 30 mila post-doc e 40 mila dottorandi, molti dei quali coprono lezioni e attività strutturali senza tutele piene. È una normalità piegata alla logica dell’emergenza: la ricerca vive, ma sopravvive chi la fa.

Il paradosso è che si parla di “merito” e “eccellenza” in un sistema che alimenta l’insicurezza come condizione strutturale. Ogni anno il Paese forma ricercatori che altri Paesi assumono: Germania, Francia e Spagna attraggono profili italiani con salari più alti del 40% e percorsi di carriera certi. L’Italia resta in fondo alla classifica europea per retribuzioni iniziali e investimenti in ricerca pubblica, fermi all’1,5% del Pil. È il divario che svuota le università mentre la retorica governativa parla di competitività.

FFO insufficiente e “cliff” PNRR

Il governo rivendica un Fondo di Finanziamento Ordinario 2025 pari a 9,4 miliardi, con +336 milioni rispetto all’anno precedente. Un aumento che, nei conti degli atenei, non basta a colmare i tagli pluriennali e l’inflazione: il sottofinanziamento stimato supera il mezzo miliardo. A questo si aggiunge la scadenza dei fondi straordinari del Pnrr, che entro il 2026 termineranno lasciando scoperti migliaia di contratti. È il cosiddetto “effetto cliff”: un salto nel vuoto per i ricercatori assunti grazie alle risorse straordinarie e per i progetti che senza personale non potranno proseguire. L’Adi parla di una crisi funzionale imminente, fatta di corsi soppressi, laboratori chiusi e ricerca competitiva in caduta libera.

Le richieste e la politica distratta

In piazza le parole d’ordine sono nette: coperture certe per i nuovi percorsi di tenure-track, stabilizzazioni per chi svolge mansioni continuative, stop all’abuso degli assegni di ricerca per ruoli permanenti. La ministra dell’Università Anna Maria Bernini rivendica l’aumento dei fondi e promette nuovi strumenti di reclutamento, ma sindacati e associazioni parlano di annunci “senza copertura”. Nel solo Consiglio nazionale delle ricerche, circa 4 mila lavoratori restano precari: di questi, almeno 1.500 avrebbero diritto alla stabilizzazione ai sensi della legge Madia. La deputata dem Rachele Scarpa e la capogruppo Avs Elisabetta Piccolotti avvertono che, senza fondi nella manovra, l’Italia sprecherà i risultati del Pnrr e perderà capitale umano formato con risorse pubbliche.

La manifestazione di Roma non è un episodio, ma un sintomo. Il sistema universitario italiano si regge su una forza lavoro precaria che il bilancio pubblico non intende stabilizzare. Entro un anno migliaia di ricercatori resteranno senza contratto, con finanziamenti ordinari insufficienti e fondi straordinari in esaurimento. Se nulla cambia, l’università pubblica entrerà in modalità emergenza: meno docenti, meno ricerca, meno futuro. E la “culla della conoscenza” rischierà di diventare un cimitero di promesse e di intelligenze lasciate a scadenza.

L’articolo Ricerca al collasso: 9 precari su 10 senza contratto entro il 2026, allarme università e Pnrr sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Meloni e la magia dei tagli invisibili

Giorgia Meloni ha scelto l’assenza per l’assemblea dell’Anci a Bologna. Ha mandato un messaggio registrato, come si fa quando le parole rischiano di essere fischiate. «Per la prima volta dopo molti anni non ci sono nuovi tagli», ha detto. È vero: non nuovi, semplicemente vecchi e ancora attivi. La manovra dell’anno scorso ha sottratto ai Comuni 2,8 miliardi fino al 2029. Una magia contabile: i tagli ci sono, ma non si vedono.

I sindaci, da Modena a Napoli, hanno replicato con i bilanci alla mano. Gaetano Manfredi ha ricordato che la capacità operativa dei Comuni si è ridotta di due miliardi e che il rinnovo del contratto dei lavoratori degli enti locali costerà un miliardo e mezzo, coperto solo per un decimo. Matteo Lepore ha denunciato che finiti i fondi Pnrr non ci sarà un euro per mantenere metropolitane e tram. Intanto il governo prevede che la spesa militare salga fino al 5% del Pil entro il 2035.

Meloni si vanta di aver alzato a 250 milioni il fondo per i minori affidati e di aver reso stabile quello per i centri estivi, ma dimentica di dire che il fondo per la morosità incolpevole non esiste più e che il piano casa resta una promessa senza fondi. Persino il presidente Mattarella, con la sua consueta misura, ha ricordato che la casa è «basilare per incoraggiare le nuove famiglie e i giovani studenti».

Meloni dice di “difendere i Comuni”, ma li lascia senza risorse per i servizi e con le spese scaricate sui cittadini. È la solita alchimia del governo: rivendicare ciò che si taglia, smentire ciò che si fa, e chiamarlo patriottismo contabile. 

Buon giovedì. 

 

Foto Gov

L’articolo proviene da Left.it qui

Studenti iraniani, visti di studio bloccati: il governo smentisce le sue promesse umanitarie

Il 7 novembre il Tribunale di Torino ha ordinato al Ministero degli Esteri e all’Ambasciata italiana a Teheran di fissare entro il 30 novembre gli appuntamenti per l’esame dei visti di studio degli studenti iraniani. Una decisione che fotografa il rovescio di un racconto politico: quello di un governo che, tra conferenze stampa e comunicati, continua a definirsi «umanitario» e «amico della libertà», ma che nei fatti ha trasformato l’accesso agli studi in un privilegio riservato a chi riesce a sopravvivere alla burocrazia.

Le promesse erano state solenni. Nell’agosto 2024 Giorgia Meloni assicurava che «l’Italia sarà al fianco della popolazione iraniana» e che avrebbe «rafforzato la cooperazione umanitaria e culturale». Antonio Tajani, a gennaio 2025, rivendicava i «canali aperti con l’Iran», descrivendoli come «decisivi per la stabilità e il dialogo». Persino nei programmi di governo la coalizione parlava di promozione della “libertà di studio” e di una “rete diplomatica capace di attrarre talenti internazionali”. Tutto scritto, tutto disatteso.

Promesse di aiuto, porte sbarrate

Mentre la premier moltiplicava i richiami alla «comunità internazionale», la stessa Farnesina chiudeva le prenotazioni per i visti di studio sei giorni dopo averle aperte. Il 2 maggio 2025 il portale consolare ha accolto le richieste, poi la serranda è calata lasciando fuori centinaia di studenti ammessi dalle università italiane. L’anno accademico è iniziato senza di loro. A salvarli è stato il ricorso promosso da Asgi e da uno studente iraniano: il giudice ha parlato di «prassi illegittima» e imposto lo sblocco immediato del calendario.

La decisione non riguarda solo Teheran. Rivela l’ipocrisia di un Paese che sbandiera la solidarietà internazionale ma non riesce neppure a gestire un’agenda consolare. Ogni anno oltre tremila iraniani vengono ammessi negli atenei italiani, e la comunità studentesca supera le tredicimila unità. Si tratta di una risorsa accademica e scientifica cruciale in un Paese penultimo in Europa per quota di laureati. Eppure, invece di agevolare il percorso, lo Stato erige barriere digitali, scadenze arbitrarie e silenzi amministrativi.

L’umanitarismo di facciata

La Farnesina parla di «procedure di sicurezza». Ma dietro i proclami sulla difesa dei diritti, l’Italia riproduce la stessa logica del sospetto che domina le sue politiche migratorie. Gli studenti iraniani, selezionati e già ammessi dagli atenei, sono trattati come un rischio da contenere, non come risorsa da valorizzare. Il risultato è un danno collettivo: posti vacanti, tasse universitarie perdute, e una reputazione accademica che si presenta al mondo con l’immagine di una porta chiusa.

Asgi ha ricordato che l’inottemperanza a un ordine del giudice può costituire illecito penale. E ha chiesto al Ministero un adempimento rapido, per «ripristinare i diritti e salvare l’anno accademico». Intanto decine di studenti stanno cercando di prenotare i nuovi appuntamenti: è una corsa contro il tempo e contro l’indifferenza di chi governa.

Il caso dei visti iraniani è un test di credibilità per il governo Meloni. Se la solidarietà vale solo davanti alle telecamere, diventa retorica diplomatica. Se la cooperazione si traduce in slot chiusi e attese infinite, la “nazione umanitaria” esiste solo nei comunicati. L’Italia che promette aiuto all’Iran non è quella dei discorsi ufficiali: è quella che deve essere richiamata da un tribunale per ricordarle che il diritto allo studio non si sospende per disorganizzazione consolare.

E mentre la premier insiste sul «modello italiano di aiuto e di accoglienza», gli studenti iraniani vivono un’attesa che si misura in mesi e speranze perdute. È la distanza tra la propaganda e la realtà: da un lato i proclami sulla “cultura come ponte”, dall’altro il silenzio di un Paese che lascia chi vuole studiare alla porta di un consolato chiuso. Un Paese che si proclama difensore della libertà, ma che finisce ogni volta per inciampare nella propria zavorra amministrativa.

L’articolo Studenti iraniani, visti di studio bloccati: il governo smentisce le sue promesse umanitarie sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Riapre il valico di Zikim, mentre cadono le bombe

12 novembre. Il valico di Zikim è stato riaperto per far entrare aiuti umanitari nel nord della Striscia. Israele lo definisce un segnale di fiducia, ma nello stesso momento riprendono i bombardamenti su Beit Lahiya e Jabalia. Secondo la BBC, oltre millecinquecento edifici sono stati demoliti durante la tregua. La pace, nei comunicati, resta un verbo al futuro.

L’Unicef denuncia un milione di siringhe bloccate ai valichi e cinquemila bambini in attesa di cure. A passare sono solo i carichi “approvati”, mentre Singapore invia cento protesi per amputati: un gesto simbolico in un sistema sanitario che non riesce più a operare. La retorica della ricostruzione arriva prima della possibilità di curarsi.

Intanto Israele approva una legge che consente di oscurare media stranieri e chiudere redazioni considerate “ostili”. Gaza resta sigillata anche per l’informazione. Fnsi, Ordine dei Giornalisti e Movimento Giustizia e Pace chiedono all’Europa di intervenire: quasi trecento reporter palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra. Alessandra Costante avverte: «Non vogliamo colonizzare la notizia, vogliamo verificarla».

In Cisgiordania, coloni mascherati attaccano villaggi nell’area di Tulkarem. L’esercito parla di episodi “intollerabili” che “minano la stabilità”. La stessa parola che il G7 in Canada usa per definire la regione, mentre Il Cairo e Ankara discutono di una forza di stabilizzazione. Tajani rivendica il ruolo dell’Italia nella ricostruzione, ma sul terreno la tregua continua a produrre macerie.

In Israele esplode la polemica per la chiusura della radio delle Forze armate decisa dal ministro Katz, mentre Trump scrive a Herzog chiedendo la grazia per Netanyahu. Nella grammatica politica degli annunci la pace è un titolo, non una condizione. Sul campo, invece, la tregua si misura nei silenzi, nei varchi selettivi e nelle voci che non possono entrare.

L’articolo Riapre il valico di Zikim, mentre cadono le bombe sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Caro-bollette: perché Calenda sbaglia sui costi di rete

Carlo Calenda ha trovato il colpevole delle bollette alte: il filo del contatore. La presa elettrica. Il palo della luce sotto casa. Tutto, insomma, tranne la realtà. In un paese dove ogni problema diventa un talk show, c’è sempre qualcuno che risolve la crisi energetica in un thread su X. Questa volta il protagonista è Calenda, che da settimane se la prende con i “costi di rete”, come se gli elettrodotti avessero improvvisamente iniziato a chiedere lo stipendio.

Peccato che Arera, cioè l’Autorità che regola davvero le tariffe, presenti da settimane cifre un po’ meno teatrali. Servizi di trasporto e misura: 20,1%. Oneri di sistema: 10,3%. Il resto è costo dell’energia, quella che compriamo ai mercati internazionali perché il nostro sistema elettrico è ancora impastato di gas. È scritto nero su bianco nei documenti ufficiali. Ma è più semplice raccontare che ci stanno spennando con i cavi.

I dati sono noiosi, ma si ostinano a esistere

Il prezzo dell’elettricità in Italia resta alto per una ragione molto semplice: produciamo buona parte dell’energia usando centrali a gas. E il gas lo compriamo dopo aver tagliato con l’accetta i rapporti con il fornitore più grande che avevamo. Al posto del metano russo via tubo, abbiamo scelto Gnl da far arrivare via nave, rigassificare e distribuire. Un processo più costoso. Questo significa che partiamo da un prezzo all’ingrosso più elevato. E la bolletta segue.

Le statistiche europee lo mostrano con una calma quasi irritante. I paesi che dipendono meno dal gas hanno avvertito la crisi, poi hanno recuperato. L’Italia ha avvertito la crisi, poi ha continuato a pagarla. Per questa ragione le famiglie italiane si ritrovano bollette più pesanti, non perché le reti italiane siano improvvisamente diventate Versailles elettriche da illuminare con diamanti.

Chiunque abbia guardato i dati Eurostat sulla scomposizione della bolletta sa che il peso della rete in Germania è spesso più alto che in Italia. Ma lì se ne discute, si pianificano investimenti, si decide se calmierare o meno i costi. Da noi, invece, il dibattito è ridotto a un colpevole comodo. Il palo della luce, appunto.

Bollette, il punto che Calenda evita con cura

Le reti servono a far arrivare la corrente. Senza quelle, la spina nel muro è solo arredamento. E quei costi vengono regolati, pianificati, diluiti negli anni. Le oscillazioni violente le causa il mercato all’ingrosso dell’energia, non l’addetto che sostituisce il trasformatore vicino al supermercato. Lo ripete Arera da mesi: la discesa o la salita della bolletta dipende quasi interamente dalla componente energia. Quando cala il prezzo del gas, le bollette scendono. Quando sale, salgono.

Quindi sì, si può continuare a dire che la rete pesa troppo. È un modo per parlare molto senza toccare il tema che brucia: l’Italia non ha ancora fatto il salto alle rinnovabili. Autorizzazioni bloccate per anni, veti incrociati, regioni che litigano sui colori delle pale eoliche, un Paese intero che vuole l’energia pulita ma solo nel giardino degli altri. E poi si cercano i colpevoli dove fa meno male. Nel contatore. Nell’armadio grigio della cabina elettrica. Una comicità involontaria.

Il problema è strutturale: finché la produzione elettrica resterà legata al gas, la bolletta continuerà a essere la radiografia di eventi che succedono a migliaia di chilometri. La via d’uscita esiste, ma richiede lavoro lungo, noioso, non da talk show: rinnovabili, accumuli, gestione flessibile della domanda. Tutto ciò che, nelle interviste-lampo, resta sullo sfondo.

Calenda può continuare a prendersela con la rete. Intanto la rete continua a fare quello che fa: portare l’elettricità nelle case. Sarebbe già qualcosa se la politica facesse altrettanto.

L’articolo Caro-bollette: perché Calenda sbaglia sui costi di rete sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il ministro del disboscamento culturale

C’è un ministro della Cultura che dice di amare il cinema, ma nelle carte ufficiali ne programma l’eutanasia. Alessandro Giuli, appena insediato, aveva promesso di difendere «la filiera dell’audiovisivo». Poi, il 17 ottobre, il suo gabinetto ha scritto al Tesoro indicando i capitoli da sacrificare: il Fondo per il cinema e l’audiovisivo doveva scendere da 696 a 400 milioni di euro, cioè 540 milioni di tagli in due anni.

Non un errore, ma una scelta politica. Colpire un settore considerato “ostile” dopo i discorsi di Elio Germano al Quirinale e di altri artisti scomodi. Punire un’industria culturale che dà lavoro a migliaia di persone, vale circa l’1% del PIL e contribuisce più di tanti distretti industriali. Persino i tecnici del Mef hanno frenato, spiegando che un taglio simile avrebbe messo in ginocchio l’intero sistema produttivo.

Giuli, scoperto, ha tentato la contorsione: ha parlato di «fraintendimento» e minacciato querele contro chi ha pubblicato la mail, cioè Repubblica. Ma la mail esiste, è firmata, e racconta la verità di un ministro che considera la cultura una spesa superflua, non un investimento.

In Aula non è un caso che siano arrivate parole nette: Gaetano Amato (M5S) ha chiesto al ministro di riferire «con urgenza», parlando di «gravità inaudita»; Matteo Orfini (Pd) vede una «linea: demolire una filiera industriale perché non gradita»; Elisabetta Piccolotti (Avs) definisce Giuli «ministro contro la Cultura». Intanto Anica e Apa giudicano «devastanti» i tagli e smontano la finta toppa dei 100 milioni spostati dai contributi automatici: una partita di giro, non risorse nuove.

Oggi sarà ricevuto da Giorgetti per chiarire, ma la domanda resta: come può un ministro della Cultura rimanere al suo posto dopo aver chiesto di decimare la cultura stessa

Buon mercoledì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Altro che cessate il fuoco, tregua violata 282 volte

Sui tavoli diplomatici si discute dell’ipotesi di una base militare statunitense al confine con Gaza, come se la tregua fosse un corridoio da amministrare dall’alto. Ma sul terreno i numeri rimangono quelli di una guerra che non si ferma. Hamas denuncia 282 violazioni della tregua in un mese e 242 palestinesi uccisi sotto il fuoco mentre il mondo parlava di “cessazione delle ostilità”. Almeno 1.800 persone risultano disperse tra le macerie. È una tregua che non protegge, ma contabilizza. Gli Houthi hanno annunciato la sospensione degli attacchi contro Israele e le navi nel Mar Rosso, precisando che riprenderanno se la guerra riparte. La tregua, dunque, non solo non è pace: è un equilibrio che si regge sulle dita, come un fiammifero acceso troppo vicino alla benzina. Basta poco per tornare al buio Sul fronte umanitario, 145 camion di aiuti al giorno attraversano i valichi. È una cifra che produce comunicati ottimistici, ma non abbastanza da sostenere due milioni e mezzo di persone. L’acqua resta razionata, gli ospedali sono senza farmaci, le liste di pazienti che necessitano evacuazione superano le 16.000 persone. Anche quando le bombe tacciono, il tempo continua a uccidere. In Israele, mentre si parla di “stabilizzazione”, la Knesset ha dato prima lettura alla pena di morte per chi viene definito “terrorista”. Parallelamente avanza una stretta sui media stranieri. Chi racconta la guerra diventa, per definizione, sospetto. La narrazione è un campo di battaglia come gli altri. E poi c’è la Cisgiordania, dove l’attenzione internazionale scivola via come sabbia. Dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi 216 minori palestinesi dalle forze israeliane e dai coloni armati. Quest’anno il numero di bambini palestinesi detenuti è il più alto dal 2016. Gaza al centro, Cisgiordania ai margini: ma la frattura è la stessa.

L’articolo Altro che cessate il fuoco, tregua violata 282 volte sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tra Fascismo e revisionismo: perché la ricostruzione di Vannacci non sta storicamente in piedi

Eccolo, di nuovo. L’europarlamentare leghista Roberto Vannacci ha tentato di riscrivere l’ascesa del fascismo come se fosse il risultato lineare di procedure istituzionali legittime. In un post che si pretende didattico, cita Renzo De Felice come fosse una certificazione, minimizza la Marcia su Roma a «manifestazione di piazza» e rivendica che «le principali leggi del regime furono approvate dal Parlamento e promulgate dal Re». E soprattutto tace. Tace precisamente il punto che annulla tutto il resto: l’omicidio di Giacomo Matteotti, il cuore della verità storica che il revisionismo non può permettersi di guardare.

La ricostruzione proposta non è nuova. Funziona sempre allo stesso modo: estrarre la forma e cancellare il contesto. È vero che Mussolini fu eletto nel 1921. Ma fu eletto nei Blocchi nazionali voluti da Giolitti, mentre nel Paese le squadre fasciste bruciavano Camere del Lavoro e intimidivano candidati ed elettori. Parlare di “consenso” ignorando la violenza sistematica significa rimuovere l’elemento dirimente.

La normalizzazione impossibile

La Marcia su Roma non fu una passeggiata. Fu un ricatto armato a cui la monarchia scelse di non opporsi. Il Consiglio dei ministri aveva già firmato lo stato d’assedio. Il Re rifiutò di controfirmarlo. È lì che si spezza la legalità costituzionale, non anni dopo. Se Mussolini arrivò al governo su un treno, fu perché bastava la minaccia. È esattamente questo che il revisionismo prova a smontare: lo Stato cedette alla forza extraparlamentare.

Quando poi Vannacci rivendica la “regolarità” delle leggi, omette il passaggio centrale. Il 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito e assassinato dopo aver denunciato alla Camera violenze e brogli. L’opposizione si ritirò sull’Aventino. Il 3 gennaio 1925 Mussolini si assunse «la responsabilità politica, morale, storica» di quel clima. Da lì in avanti non ci sono equivoci: leggi “fascistissime” 1925-26, tribunale speciale, confino politico, abolizione della libertà di stampa. Parlare di “procedure” quando la procedura è stata distrutta non è lettura alternativa; è negazione della realtà.

Per completezza: la Legge Acerbo (1923) deformò il sistema con un premio di due terzi dei seggi alla lista di maggioranza relativa, consolidando un potere costruito sotto intimidazione. Nel 1928 le elezioni furono ridotte a un plebiscito su lista unica: non c’era più una scelta, ma un sì/no alla lista del regime. E quando Vannacci arriva alle leggi razziali del 1938 chiamandole “procedure”, si dimentica che il Parlamento non era più un organo libero, e che la monarchia le firmò. Questo non salva la “legalità”; inchioda le responsabilità.

Il paravento De Felice

L’uso di De Felice è l’escamotage più trasparente. De Felice ha studiato consenso, modernizzazione autoritaria, fascismo-movimento e fascismo-regime, ma colloca la nascita della dittatura proprio dopo la crisi Matteotti. La storiografia non assolve la violenza fondativa del fascismo; la documenta. Chi cita De Felice per rimuovere la violenza non lo sta leggendo: lo usa come scudo.

C’è un altro dettaglio che la narrazione salta: la saldatura tra Partito e Stato. Dallo scioglimento dei partiti al controllo della stampa, dall’Ovra alla depoliticizzazione coatta dei sindacati, tutto si muove in un’unica direzione: svuotare il Parlamento e ridurlo a organo di ratifica. È questa la sostanza. La forma – decreti, promulgazioni, votazioni – è il travestimento legale di un potere nato dall’eversone. Chi oggi insiste sulla “legalità” del fascismo si limita a contare i timbri ignorando le manganellate.

Si può discutere di percentuali, di seggi, di atti formali. Ma i numeri, senza contesto, mentono per omissione. I fatti, invece, sono lineari: violenza organizzata, collasso della monarchia davanti al ricatto, svolta autoritaria rivendicata dal capo del governo, abolizione del pluralismo, persecuzione razziale. Non è un percorso “normale” della democrazia: è la sua soppressione. Caro Vannacci, la storia non è una lavagna su cui riscrivere. È un archivio di responsabilità.

L’articolo Tra Fascismo e revisionismo: perché la ricostruzione di Vannacci non sta storicamente in piedi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Giulia Cecchettin, due anni dopo: cosa (non) è cambiato davvero contro la violenza di genere

Due anni fa, l’11 novembre 2023, Giulia Cecchettin veniva uccisa dall’ex fidanzato. A due anni di distanza, suo padre Gino torna in Parlamento e ripete le stesse parole: «La giustizia arriva dopo. La prevenzione è prima». Lo dice senza solennità, con la gravità di chi ha riconosciuto che nessuna condanna alleggerisce il peso. «La violenza non è un raptus. Cresce in una società che minimizza, silenzia, giustifica». È un punto preciso: la radice non è nell’atto estremo, ma nel terreno che lo rende possibile. Durante l’audizione in Commissione Femminicidio di oggi, 11 novembre 2025, Cecchettin ha ribadito che «l’educazione affettiva non è un pericolo, è una protezione» e che «non sono qui per chiedere pene più dure, ma educazione a scuola», ricevendo l’applauso dei commissari.

La retorica delle leggi e la realtà dei fatti

In questi due anni, la politica ha privilegiato la risposta penale. Braccialetti elettronici, misure precauzionali rafforzate, proposte di reato autonomo di femminicidio: una produzione normativa che interviene quando la violenza è già esplosa. Nel 2024 sono state uccise 111 donne, 96 in ambito familiare o relazionale; nei primi mesi del 2025 l’incidenza dei femminicidi da partner è rimasta sostanzialmente stabile. La violenza non ha atteso le nuove leggi.

Nel frattempo, la rete dei centri antiviolenza continua a muoversi con risorse insufficienti. L’Italia ha in media 0,15 case rifugio ogni 10.000 donne, sotto lo standard indicato dalle linee guida internazionali. I fondi arrivano a tratti, spesso tramite riparti regionali lenti. Gli sportelli di ascolto e i percorsi di autonomia economica – quelli che permettono concretamente a una donna di uscire da una violenza e non tornarci – restano fragili. È proprio su questo piano, quello quotidiano e preventivo, che secondo le operatrici “poco o nulla è cambiato”. Oggi anche dal Parlamento è arrivato un richiamo politico: «poco o nulla è cambiato», ha detto la vicepresidente Pd Chiara Gribaudo, chiedendo più risorse per CAV e welfare di conciliazione.

Anche il dibattito pubblico ha mostrato una fragilità rivelatrice. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha sostenuto che «il patriarcato non esiste», e diversi membri della maggioranza hanno attribuito la violenza alle migrazioni irregolari. È stata una scelta di linguaggio politica: spostare lo sguardo altrove, evitare di nominare la cultura che sostiene la gerarchia del possesso affettivo.

La scuola che arretra

La questione decisiva resta la formazione. Ed è qui che si è aperta la frattura più evidente. Il disegno di legge promosso da Valditara non introduce l’educazione affettiva come percorso strutturale e obbligatorio: la limita. Alle scuole medie la presenza di esperti esterni viene vietata; alle superiori è richiesta l’autorizzazione scritta delle famiglie. È un modello di opt-in: l’educazione diventa eccezione, non norma. Proprio oggi, Cecchettin ha messo in fila i verbi che mancano: «conoscere se stessi, gestire le emozioni, riconoscere i confini, chiedere e dare consenso». Parole semplici, che nella pratica distinguono l’affetto dal controllo, il desiderio dal dominio. «Quando la scuola tace parlano i social, i modelli tossici, i silenzi degli adulti», ha avvertito. E il rischio è matematico: dove il curricolo non entra, si allarga la pedagogia parallela delle piattaforme.

Gino Cecchettin lo ha detto chiaramente: «Una scuola che non parla di affettività è una scuola che lascia soli i ragazzi». E i dati sull’adolescenza confermano questa solitudine: uno studente su tre considera “normale” controllare il telefono del partner; tra i 14 e i 16 anni resistono stereotipi che legano amore e controllo. Se la scuola non interviene, lo fanno gli algoritmi, la peer culture, la ritualità del possesso.

Oggi, davanti ai deputati, Cecchettin ha chiesto di investire sull’educazione come forma di giustizia anticipata. La sua fondazione non custodisce la memoria del dolore: la trasforma in responsabilità collettiva. «Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma ciò che sarà». La frase è chiara. La domanda ora non riguarda più la consapevolezza, ma la volontà. Chi governa ha capito. La scelta è se agire o continuare a commemorare.

L’articolo Giulia Cecchettin, due anni dopo: cosa (non) è cambiato davvero contro la violenza di genere sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Rimpatri volontari dalla Libia: i fondi dell’Italia sotto la lente dell’Onu

A luglio scorso il Ministero degli Esteri ha rifinanziato i programmi di rimpatrio “volontario umanitario” dalla Libia, destinando 7 milioni di euro all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. I fondi coprono assistenza e organizzazione del rientro nei Paesi d’origine di persone bloccate in territorio libico, tra cui migranti intercettati in mare o prelevati dai centri di detenzione. Ad aprile, inoltre, l’esecutivo aveva rilanciato il programma LAIT, con altri 20 milioni di euro e l’obiettivo dichiarato di rimpatriare oltre 3.300 persone da Libia, Tunisia e Algeria.

Nella narrazione ufficiale, si tratta di uno strumento umanitario: aiutare chi desidera tornare a casa e non ha mezzi. Tuttavia, tre Relatori Speciali delle Nazioni Unite, già ad aprile, avevano messo in guardia Roma. I rimpatri avvengono in condizioni tali da rendere la volontarietà altamente discutibile. In Libia non esistono alternative alla detenzione: chi rifiuta il rimpatrio resta in luoghi dove sono documentate violenze sistematiche, estorsioni, sparizioni, lavoro forzato.

Quando “volontario” non significa libero

I giuristi consultati dall’ONU descrivono questi rientri come “scelte che non si possono rifiutare”. La volontà dei migranti è formata all’interno di un contesto coercitivo: centri di detenzione privi di garanzie, minacce, privazione di cibo e cure, impossibilità di muoversi liberamente o chiedere protezione. In molti casi le persone erano partite per cercare asilo, non per tornare indietro.

Il rischio segnalato è quello di una violazione del principio di non-refoulement, che vieta di respingere qualcuno verso luoghi dove può subire tortura o trattamenti inumani. In Libia, il quadro è ampiamente documentato da Unhcr, dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e anche dalla magistratura italiana: pestaggi, stupri, omicidi in cella, sequestri a scopo di riscatto, fosse comuni. Non si tratta di episodi isolati, ma di una condizione strutturale.

Il governo italiano sostiene che le procedure Oim garantiscano informazione e consenso; l’Onu replica che manca un monitoraggio indipendente, e che lo Stato non verifica in proprio cosa accade dopo il rientro. Le figure di controllo sono tutte interne al circuito dei finanziamenti, senza un soggetto terzo.

La continuità con la politica di esternalizzazione

Il rifinanziamento rientra in una strategia consolidata: esternalizzare gestione e contenimento della mobilità, sostenendo Paesi terzi perché blocchino o recuperino chi tenta di partire. Dal Memorandum Italia-Libia del 2017, la cooperazione si è concentrata sul rafforzamento della Guardia costiera libica, sul contrasto alle partenze e sul trasferimento di competenze sulle intercettazioni in mare. Il nuovo finanziamento prevede nuovamente attività di “supporto tecnico” alle autorità libiche, in continuità con questa linea.

Secondo diverse ONG italiane, tra cui Asgi e A Buon Diritto, si assiste a una sorta di “umanitarizzazione della deportazione”: politiche presentate come tutela della vulnerabilità, ma che di fatto legittimano il blocco dei movimenti e i ritorni in Paesi a rischio estremo.

Le organizzazioni hanno avviato un contenzioso legale e una campagna di denuncia, “A choice you cannot refuse”, con cui contestano la compatibilità dei programmi con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia. 

Il paradosso

Il paradosso è evidente: per “proteggere” le persone, si finanziano dispositivi che le riportano nei luoghi da cui erano fuggite. Nel frattempo, le alternative legali restano assenti: corridoi umanitari limitati, procedure d’asilo difficili da attivare, vie d’ingresso regolare in gran parte chiuse.

Mentre prosegue il racconto istituzionale del rimpatrio come gesto di aiuto, continuano ad arrivare testimonianze da Tripoli e Misurata che parlano di celle senza luce, violenze sessuali, corpi mai restituiti. Le stesse istituzioni internazionali che l’Italia dichiara di voler sostenere chiedono trasparenza, garanzie e monitoraggio.

La domanda politica resta inevasa: può esistere “volontarietà” quando non c’è via d’uscita

L’articolo Rimpatri volontari dalla Libia: i fondi dell’Italia sotto la lente dell’Onu sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui