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Violenza sulle donne, i nuovi dati Istat descrivono un fenomeno stabile e strutturale

Violenza sulle donne, siamo sempre lì. Le nuove rilevazioni diffuse da Istat, società scientifiche, università, sindacati e organismi internazionali delineano un quadro in cui la violenza maschile non arretra. Secondo il rapporto Istat 2025, 6,4 milioni di donne, pari al 31,9% tra 16 e 75 anni, hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Il dato complessivo appare immobile, ma dentro questa apparente stabilità cresce l’area più fragile: le giovanissime, oggi al 37,6% di vittimizzazione contro il 28,4% del 2014, e le studentesse, che raggiungono il 36,2%. Aumentano soprattutto le violenze sessuali, che nella fascia 16-24 anni sfiorano il 31%.

Un Paese dove la violenza è stabile, la prevenzione no

Nei Pronto soccorso, nel 2024, sono stati registrati 250mila Codici rosa. Per la Società italiana di Medicina d’Emergenza è un «indice drammatico» che si ripete da anni, mentre le risorse restano «insufficienti» per garantire una presa in carico adeguata. A questa fragilità strutturale si aggiunge quella del sistema giudiziario: la Relatrice speciale Onu Reem Alsaleem denuncia «pregiudizi radicati» tra magistrati e periti, che spesso ignorano la violenza psicologica e continuano ad applicare in modo automatico il principio della bigenitorialità, anche quando questo espone donne e minori a rischi ulteriori.

Il sommerso rimane una voragine: solo il 13,3% delle vittime denuncia almeno una delle violenze subite; tra chi convive con il partner violento la quota precipita al 3,8%. Il 22,5% delle donne non racconta a nessuno quanto ha subito, percentuale che sale al 37,8% quando la violenza avviene nella relazione in corso. Le percezioni di pericolo confermano la gravità del fenomeno: il 46,8% delle donne che hanno subito violenze da un ex teme per la propria vita; tra chi ha subito stupri o tentati stupri la quota raggiunge il 55,6%. È un dato che, da solo, basterebbe a definire la natura strutturale del problema.

La richiesta ignorata: educazione, autonomia, prevenzione

Sul fronte sanitario arrivano segnali ancora più allarmanti. L’università di Torino documenta il legame diretto tra violenza nelle relazioni intime e comportamenti suicidari. Le ricercatrici parlano di «disintegrazione psicologica» e mostrano come molte donne, dopo un tentativo di suicidio, vengano dimesse dal Pronto soccorso senza che la violenza venga riconosciuta. Tornano così nella stessa casa da cui cercavano di fuggire, esposte a un rischio che la ricerca definisce «ricorrente e prevedibile». Anche qui emerge la necessità di formazione e protocolli obbligatori per l’identificazione precoce dei segnali.

Sul piano politico, il giudizio è severo. La Cgil parla di un «passo avanti» nella riforma sul consenso, ma affianca al riconoscimento una critica netta alle «politiche sbagliate» del governo: l’assenza di educazione affettiva, l’attenzione quasi esclusiva alle misure di ordine pubblico, il sottofinanziamento dei Centri antiviolenza e l’assenza di investimenti sul lavoro stabile per le donne. «La violenza non si contrasta solo con misure securitarie», ricordano, ribadendo l’urgenza di strumenti strutturali come un Reddito di libertà permanente, percorsi di formazione nei luoghi di lavoro e servizi universali di sostegno.

Le organizzazioni giovanili

In strada, intanto, le organizzazioni giovanili provano a coprire i vuoti lasciati dalla politica. I “quaderni rossi” di Save the Children, con pagine volutamente bianche, denunciano l’assenza di educazione all’affettività nelle scuole. Le loro analisi indicano che più di un’adolescente su due ha vissuto comportamenti aggressivi nelle relazioni sentimentali e che il 30% degli adolescenti considera la gelosia un atto d’amore, non un segnale di controllo. È una normalizzazione della violenza che parte dall’adolescenza e arriva fino alla vita adulta.

Il quadro che emerge dalle fonti ufficiali è univoco: la violenza è stabile, intergenerazionale, riconosciuta, documentata. Quello che manca è una risposta politica all’altezza. L’Italia del 2025 è un Paese che conosce perfettamente la dimensione del problema; resta da capire quando sarà pronta ad affrontarlo davvero.

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Ucraina. La resa travestita da accordo: l’Europa applaude e scompare

Il nuovo piano per l’Ucraina arriva come un promemoria del mondo che ci aspetta: la pace è un brand, l’accordo è un ricatto, la giustizia un optional. A Kiev lo hanno ricevuto in silenzio, costretti a fingere che sia una base negoziale mentre a Washington e Mosca si spartiscono il lessico della “fine della guerra” come fosse un affare immobiliare. Lo schema ricorda qualcosa di già visto: una zona grigia calata sulle macerie, un consolidamento dei rapporti tra uomini forti che parlano la stessa lingua, quella dell’estorsione geopolitica.

Trump si presenta come mediatore, ma la sua proposta è la copia carbone delle richieste russe sin dal 2014: cessione di territori, esercito dimezzato, armi riconsegnate. A Kiev lo definiscono «piano assurdo» e «inaccettabile», ma la dipendenza dagli Stati Uniti trasforma ogni protesta in un sussurro formale. Nel frattempo Putin non parla, osserva. La morsa funziona: l’Ucraina può solo scegliere il ritmo della propria umiliazione.

In Europa ci raccontano che il problema è la “guerra ibrida” russa, utile per distribuire patenti di putinismo ai giornalisti non allineati. Eppure l’unico vero ibrido qui è quello tra Trump e Putin: accordi annunciati come “storici” che blindano sfere d’influenza e aprono corridoi estrattivi su un paese stremato. L’Unione europea resta ai margini, il solito due di picche. L’Italia si accontenta della parte comoda: farsi fotografare mentre rivendica la solidarietà, anche se la pace che applaude è la resa di un popolo.

Peccato che tutto questo non abbia niente a che fare con la diplomazia: è la versione aggiornata del ribasso. Una non-pace costruita per mettere tutto a posto tranne la vita degli ucraini. E per consegnarci, ancora una volta, alla geopolitica dei padroni del vapore.

Buon venerdì. 

 

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Nuovo regolamento Ue sui partiti: cosa cambia davvero sulla trasparenza e i finanziamenti

Il Consiglio Affari generali di Bruxelles ha di recente approvato il nuovo regolamento sullo statuto e sul finanziamento dei partiti europei. Il testo, negoziato con il Parlamento, entrerà in vigore tra poche settimane. Secondo Bruxelles dovrebbe essere un salto avanti verso più trasparenza, più controlli, meno interferenze straniere. Ma dentro l’impianto della riforma la tensione si avverte subito: è un sistema più ordinato, non necessariamente più aperto.

Un restyling che lascia intatti i punti deboli

La Commissione aveva chiesto di intervenire già nel 2021, dopo aver documentato che il regolamento precedente conteneva falle sui controlli dei fondi e poca chiarezza sulle attività dei partiti europei nei singoli Stati. Il nuovo testo introduce obblighi formali: dichiarazioni sulla conformità ai valori Ue, regole sulle attività “congiunte” tra partiti europei e nazionali, limiti ai rapporti con soggetti extra-Unione. E conferma il divieto di usare soldi europei nelle campagne referendarie nazionali.

Ma l’impalcatura centrale resta la autodichiarazione. L’Autorità per i partiti europei (APPF) continua ad avere strumenti ridotti, competenze limitate e un mandato pensato più per la verifica documentale che per l’indagine sostanziale. La recente sentenza del Tribunale dell’Ue del 10 settembre 2025, che ha annullato una sanzione contro un partito europeo radicale per presunte informazioni fuorvianti, ha chiarito il perimetro: se la violazione non è formale, il controllo non regge. La trasparenza diventa un esercizio di modulistica.

I soldi: la parte che cambia tutto

Il cofinanziamento europeo sale al 95% per partiti e fondazioni. Le risorse autonome vengono plafonate al 3% per i partiti e al 5% per le fondazioni. È qui che la riforma mostra la sua vera direzione: i grandi gruppi europei – PPE, S&D, Renew, ECR – consolidano la loro posizione. Hanno seggi, personale, fondazioni collegate: anche con regole più rigide sanno come reggere la struttura.

Chi invece volesse nascere oggi come soggetto europeo deve farlo con un margine minimo di autonomia economica. Con il 3 per cento non si costruisce un movimento, non si mobilita un elettorato, non si sfida chi è in campo da decenni. La riforma cristallizza gli equilibri più di quanto li apra.

Interferenze straniere: il divieto formale non basta

Il regolamento vieta contributi e quote provenienti da partiti e organizzazioni di Paesi terzi. È un passo importante, dopo gli scandali che hanno coinvolto formazioni con legami opachi fuori dall’Ue. Ma il divieto colpisce i flussi diretti. Resta l’enorme area grigia delle fondazioni parallele registrate nell’Unione, delle associazioni politiche “amiche”, dei rapporti internazionali che non transitano dai bilanci.

I colegislatori possono scrivere che la riforma “rafforza la difesa dalle interferenze straniere”. Ma i canali che contano davvero sono fuori portata. E l’APPF (Autorità per i partiti politici europei e le fondazioni politiche europee ai fini della loro registrazione, del loro controllo e dell’irrogazione di sanzioni a essi applicabili a norma del regolamento) non ha né strumenti né personale per indagare reti che si muovono tra think tank, fondazioni e soggetti privati.

L’Italia nella nuova geografia europea

In Italia gli effetti si vedono subito. Per Fratelli d’Italia, attore centrale del partito europeo ECR, il nuovo quadro permette di finanziare con fondi europei una parte maggiore delle attività “europee” che però hanno un impatto diretto nella politica italiana. Eventi, forum, incontri internazionali: tutto può rientrare nelle attività congiunte. In un Paese che ha abolito il finanziamento pubblico diretto ai partiti, questa è una leva politica non secondaria.

Per il Pd, dentro il PES, la riforma garantisce stabilità a partito europeo e alla fondazione FEPS. Significa più continuità nelle campagne tematiche, produzione di studi, materiali e iniziative pubbliche. Ma significa anche una maggiore complessità nel tracciare l’origine dei fondi: tra bilancio europeo, 2×1000 nazionale e donazioni alle fondazioni italiane il quadro complessivo non è intuitivo neppure per chi segue la politica da vicino.

Una riforma che ordina, più che aprire

Il nuovo regolamento nasce per rafforzare la democrazia europea. Porta ordine amministrativo, definizioni più chiare e qualche barriera in più contro i finanziamenti esterni. Ma lascia intatti i problemi strutturali: controlli deboli, dipendenza quasi totale dai fondi Ue, limiti reali per chi vuole creare qualcosa di nuovo.

L’Europa dice di voler aprire lo spazio politico. Questa riforma, al contrario, rischia di costruire una democrazia più regolata ma meno accessibile. Un recinto con norme più fitte, dove chi è già dentro trova protezione e chi resta fuori vede una porta sempre più stretta.

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Una pax tra un bomba e l’altra

Chissà se un giorno ci chiameremo di avere visto passare un genocidio e dopo averlo ignorato abbiamo cominciato a chiamarlo tregua. A Gaza i numeri arrivano prima delle giustificazioni: 33 palestinesi uccisi, tra cui dodici bambini, in una serie di raid che il Qatar definisce «una pericolosa escalation» capace di far saltare l’accordo appena scritto. La “pax” imposta dalla diplomazia non regge più di un ciclo di bombardamenti.

Nel frattempo il lessico si muove. L’ambasciatore Usa Mike Huckabee parla di «terrorismo» riferendosi all’ultima ondata di violenze dei coloni in Cisgiordania. È un fatto politico enorme. Ma subito dopo ridimensiona: li chiama «giovani arrabbiati», un modo gentile per non incrinare l’immagine del fronte che la risoluzione dell’Onu vorrebbe trasformare in architrave della nuova Gaza.

E mentre si discute di definizioni, il rapporto Framing Gaza mostra come la parola “terrorista” venga applicata ai palestinesi con una frequenza sistematica, mentre la violenza israeliana continua a essere incorniciata come autodifesa. La tregua, persino nel linguaggio, resta asimmetrica.

Sul fronte umanitario l’Oms riesce a vaccinare diecimila bambini in otto giorni. È una corsa contro il rumore dei droni: si inocula finché il cielo resta fermo, poi si chiude tutto e si aspetta. Le stesse ore consegnano nuovi piccoli morti dalle macerie di Khan Younis e Bani Suheila. Siringhe e bombe convivono dentro lo stesso calendario.

A Bruxelles il gruppo dei donatori discute la “ricostruzione” e l’Italia propone l’addestramento della futura polizia di Gaza fuori da Gaza. Si parla di sicurezza, mai di occupazione.

Non c’è una tregua da interpretare: ci sono fatti che continuano a produrre vittime, e un lessico internazionale che inseguendo gli equilibri finisce per ignorarle.

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Caso Garofani-Quirinale, altro che complotto: non danneggia Meloni, ma è la prova dell’accerchiamento sulla leadership di Schlein nel Pd

La destra si affanna a inseguire complotti istituzionali inesistenti. È un’occupazione quotidiana, una postura difensiva utile a compattare il fronte quando le tensioni interne bussano troppo forte. L’ultima occasione l’ha offerta la cena in cui Francesco Saverio Garofani avrebbe evocato un «provvidenziale scossone» e una «grande lista civica nazionale». Il governo ha immediatamente alzato la voce, gridando al complotto. Eppure l’unica forza politica che dovrebbe davvero interrogarsi su quella conversazione è il Partito democratico. Perché il tema non è il rapporto fra Meloni e il Quirinale: il punto riguarda Elly Schlein, la sua cerchia e la pressione crescente che circola attorno alla segreteria.

I segnali che arrivano dagli ambienti istituzionali

Garofani non è un nome qualunque. È un consigliere del Quirinale, un ex dirigente del Pd, un uomo che conosce bene la geografia del centrosinistra. Le parole pronunciate in quella cena mostrano un giudizio diffuso in certe aree: l’opposizione non appare competitiva, e il Pd guidato da Schlein non è percepito come il perno di una coalizione in grado di contendere il governo.

È una valutazione che negli ultimi mesi si è manifestata in forme diverse. I richiami di Romano Prodi sullo stato dell’alternativa, le riflessioni di Paolo Gentiloni quando osserva che «l’alternativa non c’è ancora», gli interventi degli ex ministri che descrivono il partito come «disancorato dal Paese»: ogni affermazione sembra accompagnare l’evoluzione di un clima più ampio, in cui la leadership attuale viene considerata fragile o insufficiente.

Il Quirinale, nel suo ruolo, respinge qualsiasi ipotesi di ingerenza. È un punto fermo. Ciò che rimane, però, è la distanza. Sul piano internazionale, sulla guerra in Ucraina, sulle relazioni europee, sulla postura istituzionale, le sensibilità divergono. Il Pd ha scelto un’alleanza politica con un M5S restio a condividere pienamente la linea atlantica.

Questa scelta ha alimentato perplessità in chi ritiene che un’opposizione di governo debba presentarsi in modo più prevedibile. Le parole di Garofani non escono da questo contesto: lo riflettono. E indicano la difficoltà di riconoscere nella segreteria attuale un attore all’altezza delle aspettative dei corpi intermedi e di parte dell’élite istituzionale.

Il progetto civico che si allarga mentre il Pd si restringe

La vicenda accelera un processo già iniziato: quello della costruzione di un’area tecnica e civica che possa rappresentare l’opposizione se il Pd dovesse implodere ancora. Gli incontri di Ernesto Maria Ruffini, i comitati che proliferano nelle città, le candidature amministrative che emergono fuori dal recinto del partito – come Silvia Salis a Genova – sono tasselli di un disegno in cui il Pd rischia di diventare una componente secondaria di un’offerta più ampia e più gradita ai poteri tradizionali del centrosinistra.

Anche l’attivismo di alcuni amministratori, che parlano apertamente della necessità di «andare oltre i partiti», converge nella stessa direzione: costruire la cornice in cui una futura leadership nazionale possa nascere senza passare dal Nazareno. La “lista civica nazionale” evocata nella cena diventa così un simbolo. Non è un progetto definito; è un cantiere mentale.

È l’idea che sia possibile creare una nuova piattaforma politica attorno a figure percepite come affidabili, allargando il perimetro del centrosinistra senza affidarne la guida al Pd. Chi conosce la storia recente sa che questo schema riappare ogni volta che il partito sceglie una linea non gradita ai suoi ex padri nobili. I segnali pubblici sono temperati, quelli riservati sono invece più netti.

L’accerchiamento e la solitudine di Schlein

Nel partito scorre una corrente sotterranea che lavora ai margini del confronto ufficiale. I dirigenti più vicini alle posizioni riformiste intervengono a ogni occasione per sollevare dubbi sulla linea politica. Le riunioni riservate parlano di «riequilibrare il partito», di «mettere ordine nelle alleanze», di riportare il Pd in un “campo largo” ridisegnato dai tecnici, non dai militanti. Non è una contestazione aperta: è un lavorìo persistente che affida ai giornali e ai retroscena il ruolo di far emergere l’immagine di una segreteria circondata.

Il caso Garofani, in questo senso, è un acceleratore. Non perché riveli una trama, ma perché mostra la convergenza di umori che da mesi si muovono negli stessi cerchi: ambienti istituzionali preoccupati dalla direzione presa dal Pd; riformisti che non si riconoscono nel profilo identitario scelto dagli iscritti; amministratori civici pronti a presentarsi come alternativa interna all’opposizione. L’insieme compone un quadro coerente: il Pd è tornato ad essere osservato con diffidenza da chi per anni ne ha determinato il baricentro politico.

Il risultato è un partito che appare sospeso, costretto a difendersi mentre una parte del suo stesso universo prepara un futuro che non coincide con quello della segreteria. La destra può agitare i complotti che preferisce, ma la vera faglia della politica italiana passa da qui: dalla solitudine strategica di Elly Schlein, e dai movimenti che oggi provano a riscrivere la geografia dell’opposizione senza aspettare il prossimo congresso.

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Inclusione scolastica: aumentano gli studenti con disabilità, ma diminuiscono i supporti

Nel 2023/24 gli studenti con disabilità sono 359mila, secondo il rapporto Istat diffuso il 18 marzo 2025. In un anno sono aumentati di 21mila, in cinque di oltre il 26%. La crescita non trova un sistema capace di accompagnarla: lo mostra il report «Il diritto all’inclusione per gli studenti con disabilità, una sfida ancora aperta», pubblicato da Openpolis – Con i Bambini il 18 novembre 2025. Un alunno su cinque non è autonomo nelle attività essenziali e questi studenti trascorrono 7,3 ore a settimana fuori dalla classe, che al Nord diventano 9,4 e raggiungono 13,6 ore nelle superiori. Alla scuola dell’infanzia i bambini totalmente non autonomi arrivano a 9,8 ore lontano dal gruppo. È l’indicatore più evidente del rallentamento dell’inclusione dentro una scuola che continua a proclamare la propria eccellenza.

Il sostegno continua a essere il punto fragile. Istat calcola che il 27% dei docenti assegnati non ha la specializzazione, con un picco del 38% nel Nord e un 11% di nomine in ritardo. Le ore garantite, 15,6 a settimana, non bastano a compensare il carico. A questo si aggiunge il vuoto nell’assistenza all’autonomia e alla comunicazione: oltre 15mila studenti, il 4,2% del totale, non ricevono il servizio previsto, con una quota che nel Mezzogiorno sale al 5,4%. Il 3,7%delle famiglie è costretto al ricorso. La sentenza 12/2025 del Tar Lazio ha richiamato un principio basilare: il diritto all’inclusione deve essere garantito indipendentemente dalle risorse disponibili, insieme alla Convenzione Onu ratificata con la legge 18/2009. È un richiamo che fotografa la distanza tra la norma e la quotidianità delle classi, dove i progetti individuali restano appesi all’organico assegnato.

Le diseguaglianze territoriali e la separazione che ritorna

Il sistema si muove in modo irregolare. Nel Mezzogiorno le ore di sostegno sono 17,3 a settimana contro le 13,9 del Nord, ma la continuità è più fragile e gli assistenti all’autonomia meno presenti. Al Nord la disponibilità di personale è maggiore, però gli studenti non autonomi passano più tempo fuori dall’aula, soprattutto alle superiori. La geografia dell’inclusione finisce per dipendere dal codice di avviamento postale più che dal bisogno educativo. E la conseguenza è che due studenti con la stessa diagnosi possono vivere esperienze scolastiche completamente diverse.

Le tecnologie mostrano lo stesso schema. Secondo Istat, il 75% delle scuole primarie e secondarie dichiara di avere postazioni informatiche adattate, ma nel 46% degli istituti la dotazione è assente o giudicata insufficiente, con un deficit più marcato nel Sud. Quasi una scuola su cinque le colloca solo nelle aule di sostegno, replicando una logica separativa che la normativa e la Convenzione Onu hanno inteso superare.

L’elaborazione di Openpolis individua sei province in cui la quota di scuole con postazioni adattate scende sotto il 50%, con valori minimi a Bolzano, Oristano, Sassari, Brindisi, Campobasso e Novara. L’innovazione che dovrebbe avvicinare gli studenti diventa spesso l’ennesimo strumento che li isola.

Un modello avanzato sulla carta che perde terreno nella realtà

L’Italia rivendica uno dei modelli più avanzati d’Europa, pensato per tutti. I numeri raccolti da Istat e rielaborati da Openpolis raccontano una traiettoria diversa: continuità didattica intermittente, insegnanti che cambiano a metà anno, piani individuali non applicati, famiglie costrette a difendere davanti ai giudici diritti già riconosciuti. Sullo sfondo c’è un dibattito politico che guarda alle spese più che agli esiti, mentre l’inclusione viene trattata come un costo variabile e non come un principio costituzionale.

Il contenzioso cresce, la giurisprudenza ribadisce diritti esigibili e la distanza tra modello e realtà si amplia. Bambini e ragazzi con disabilità continuano a trascorrere molte ore lontano dai compagni, in spazi separati, con strumenti digitali che dovrebbero includere e invece segnano un confine visibile ogni giorno. La fotografia dei dati 2023/24 dice che gli studenti aumentano, l’inclusione no. Ed è nelle classi che questa divergenza diventa più evidente: luoghi pensati per ridurre le distanze che oggi rischiano di moltiplicarle.

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Italia, pochi laureati in materie scientifiche: i dati Istat e Ue che spiegano il ritardo

L’università italiana continua a produrre pochi laureati nelle discipline scientifico-tecnologiche: i dati Eurostat elaborati da Lorenzo Ruffino mostrano che solo il 24 per cento degli studenti frequenta corsi STEM, contro il 27 per cento della media europea. È un indicatore che si innesta su un sistema già fragile: secondo Istat, nel 2022 si sono laureati in STEM soltanto 18 giovani ogni mille tra i 20 e i 29 anni, mentre l’Education and Training Monitor 2025 della Commissione europea colloca la media Ue a 23 ogni mille.

La debolezza del segmento tecnico coincide con un rallentamento strutturale: tra il 2003 e il 2023 la produttività italiana è cresciuta appena del 2,5 per cento, molto meno dei principali paesi europei.

Troppi umanisti, pochi tecnici

L’altra metà della fotografia riguarda la distribuzione interna dei percorsi. L’Italia è prima in Europa per incidenza di studenti nelle scienze sociali e umanistiche, con il 31 per cento degli iscritti. Non è un problema in sé: il nodo è l’asimmetria con la parte tecnico-scientifica, che resta minoritaria proprio mentre il mercato del lavoro richiede competenze avanzate.

Gli esiti occupazionali lo dimostrano con chiarezza. Secondo AlmaLaurea, a cinque anni dal titolo un informatico guadagna 2.220 euro netti, un ingegnere 2.177, cioè fino al 20 per cento in più della media nazionale. In un sistema coerente questo differenziale stimolerebbe nuove iscrizioni nei settori più richiesti; in Italia accade il contrario.

Nord e Sud, uomini e donne: il divario nascosto

Le statistiche territoriali aggiungono un ulteriore livello di lettura. I laureati STEM sono più presenti nel Nord, dove l’apparato produttivo è più dinamico, mentre il Mezzogiorno continua a esprimere valori più bassi e una dispersione scolastica più alta. È un circolo vizioso: meno formazione, meno occupazione qualificata, meno investimenti.

A questo si somma il divario di genere. Istat rileva che solo 14 ragazze ogni mille completano un percorso universitario STEM, contro i 21 ragazzi ogni mille. Nel settore ICT la Commissione europea registra che le donne rappresentano meno del 16 per cento delle iscrizioni, ben al di sotto della media Ue. Le conseguenze si vedono anche nella forza lavoro: la quota di scienziate e ingegnere in Italia resta tra le più basse dell’Unione.

Le imprese cercano ciò che l’università non produce

Sul piano economico, la carenza di laureati tecnici è evidente. L’Ufficio studi dei Consulenti del lavoro stima che ogni anno manchino circa 8.700 laureati nei campi scientifici, un deficit che si aggiunge ai 133.000 diplomati tecnici assenti nei percorsi professionalizzanti. Le imprese lamentano l’impossibilità di trovare figure adeguate: secondo le indagini sulle competenze digitali, il 44 per cento delle aziende fatica a reclutare profili specializzati.

Il ritardo nelle competenze pesa anche sulla trasformazione tecnologica. Istat calcola che solo il 45,8 per cento della popolazione adulta possiede competenze digitali di base, dieci punti sotto la media europea. E mentre il sistema formativo rallenta, cresce il numero dei giovani qualificati che scelgono l’estero: secondo le analisi demografiche più recenti oltre 21.000 laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il paese nel 2023.

Una strategia che manca

Da questa mappa emerge un tratto ricorrente: l’Italia continua a formare molti laureati dove l’assorbimento è debole e pochi dove sarebbe cruciale. Il risultato è uno squilibrio che attraversa università, mercato del lavoro e produttività.
Non serve ridurre gli umanisti: serve costruire un’offerta capace di sostenere la domanda reale. Finché il paese delega alle scelte individuali un problema sistemico, continuerà a rincorrere la modernizzazione senza disporre delle competenze necessarie per realizzarla.

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L’ombra del 2029 dietro i venti minuti del chiarimento

Nel tardo pomeriggio di mercoledì il Quirinale ha fatto sapere di averne abbastanza. Da ore rimbalzava sui media l’accusa di «inopportunità» al consigliere Garofani, un tiro incrociato che, ricostruisce Repubblica, al Colle appariva scollegato dai fatti. La premier era salita poco prima per un chiarimento dai toni gentili, quasi contriti. Aveva lasciato intendere che il capogruppo Galeazzo Bignami, autore di quel comunicato ambiguo, forse aveva sbagliato qualche passaggio. Poi, però, la macchina di Palazzo Chigi era tornata a colpire.
Il Colle ha risposto usando l’unica linea rossa ancora attiva, quella che passa per gli uffici di Alfredo Mantovano. Un messaggio asciutto: avevamo apprezzato la richiesta di incontro, ma questa escalation dice l’opposto di una volontà di chiudere il caso. È così che la maggioranza, al calare del buio, ha inserito la retromarcia con un comunicato dei capigruppo FdI che proclamava «stima immutata» per Mattarella. Una formula che suona più come una toppa.
Il punto politico sta altrove e il manifesto lo mette a fuoco: Meloni non può permettersi uno scontro diretto con il capo dello Stato, ma la vicenda apre comunque la partita del 2029, l’orizzonte del dopo-Mattarella. Sullo sfondo restano gli strappi: le indiscrezioni sulla volontà della premier di puntare al Quirinale, le allusioni sulla riforma del premierato come “regolamento di conti”, perfino la mail anonima finita quasi integralmente sulla Verità, nucleo originario dell’attacco.
Il Colle, di fatto, registra una tregua che non rassicura. Perché venti minuti di colloquio non bastano a ricucire una frattura istituzionale. Al massimo, congelano la scena in attesa del prossimo movimento. E la politica, quando congela, in realtà prepara sempre il passo successivo.

Buon giovedì.

Foto Quirinale
ll Presidente Sergio Mattarella con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in occasione della riunione del Consiglio Supremo di Difesa

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Lavoro povero, l’occupazione cresce dove paga meno: ecco la fotografia dell’Osservatorio Inps

I numeri freschi dell’Osservatorio Inps, pubblicati da Repubblica e basati sulle dichiarazioni contributive 2024, mostrano con chiarezza la struttura reale dell’occupazione che il governo Meloni presenta come un successo storico. L’aumento dei posti di lavoro c’è, ma si concentra negli stessi settori che da anni alimentano l’area del lavoro povero: alberghi, ristorazione, commercio, costruzioni. È un’Italia che cresce dove paga meno.

Salari bassi e occupazione in crescita

Secondo l’Inps, i dipendenti privati non agricoli sono 17,7 milioni, con una retribuzione media di 24.486 euro lordi l’anno, che diventano 28 mila per gli uomini e 20 mila per le donne. In testa alla classifica retributiva ci sono banche e assicurazioni (oltre 56 mila euro), l’estrazione di minerali (51 mila) e il settore energia-gas (50 mila), comparti che registrano quasi un anno pieno di lavoro. Nel fondo della graduatoria stanno alberghi e ristorazione, con appena 11.233 euro lordi e 183 giornate retribuite, seguiti dal mondo dello spettacolo (15.628), dall’istruzione privata e dai supplenti pubblici (16.451). Sono dati che Repubblica definisce «una fotografia precisa della polarizzazione salariale italiana».

La dinamica occupazionale rafforza questa immagine. Nel 2024 tre settori da soli spiegano quasi il 60 per cento dell’aumento degli occupati: alloggio e ristorazione (+100.022), commercio (+66.993) e costruzioni (+38.196). Tutti e tre stanno sotto la media nazionale degli stipendi: 11.233 euro lordi negli alberghi e ristoranti, 23.577 nel commercio, 22.106 nelle costruzioni. L’occupazione cresce quindi principalmente nei settori dove le retribuzioni sono più basse e i contratti più brevi.

Il nodo strutturale del part-time e delle donne

Il rapporto Inps registra poi un elemento centrale per leggere la stagione occupazionale: un terzo dei dipendenti (33 per cento) ha avuto almeno un rapporto part-time nel corso dell’anno. Il dato cambia radicalmente per genere: il 49 per cento delle donne ha avuto un part-time, contro il 21 per cento degli uomini. Nel part-time orizzontale le donne sono il 67 per cento; nelle forme miste superano il 70. È il cuore della diseguaglianza italiana: più contratti, meno ore, salari più bassi.

Il dato sulle fasce retributive pesa ancora di più. Sotto i 25 mila euro lordi resta il 60,1 per cento dei lavoratori; quasi la metà dei dipendenti (46,1 per cento) non supera i 20 mila euro. Anche restringendo l’analisi ai lavoratori sempre full time, la quota sotto i 20 mila resta al 27,1 per cento. È una distribuzione che non ha subito svolte negli ultimi anni: più teste contate, salari quasi immobili.

Il mito dei “nuovi occupati”

Dentro questo perimetro si inserisce la narrazione governativa. La premier Meloni rivendica un mercato del lavoro che “non si vedeva da decenni”, ma la spinta occupazionale arriva soprattutto dalle stagioni turistiche più lunghe, dall’allargamento dei servizi e dall’edilizia drogata da bonus e cantieri pubblici. L’identikit del lavoratore che entra nelle statistiche non coincide con l’idea di stabilità o crescita sociale evocata dal governo. Anzi, a leggere i dati Inps, la figura che emerge è quella del cameriere stagionale con contratti brevi, della commessa part-time e dell’operaio con giornate discontinue.

La fotografia di Repubblica è chiara: in alto pochi comparti ad altissima specializzazione; in basso una platea ampia che non raggiunge i 12-22 mila euro lordi annui. In mezzo, un ceto lavoratore compresso dal part-time, dalle discontinuità e dall’assenza di dinamiche salariali robuste.

Le cifre confermano che il “record occupazionale” rivendicato da Meloni descrive soprattutto un aumento quantitativo, non qualitativo. L’Italia continua a produrre lavoro povero strutturale. E finché la crescita si alimenterà nei settori a più bassa retribuzione, il divario tra narrazione politica e condizioni reali rimarrà visibile nelle stesse statistiche ufficiali che il governo usa per festeggiare.

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Una tregua di logoramento

Nelle ultime ventiquattro ore la tregua ha mostrato la frattura più pericolosa: gli attacchi arrivano anche nei corridoi umanitari e nelle aree indicate come sicure. Le ONG descrivono convogli costretti a invertire la marcia, check-point aperti e richiusi senza spiegazioni, itinerari che cambiano all’ultimo minuto. Una tregua che non permette di prevedere neanche un percorso diventa un’architettura instabile, dove ogni movimento espone a un rischio.

Secondo i dati raccolti dalle organizzazioni locali dal 10 ottobre, giorno dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, al 18 novembre, le violazioni documentate sono 393, con almeno 279 morti e più di 650 feriti. Nelle ultime ore si segnalano nuovi attacchi mentre le squadre umanitarie tentavano di raggiungere le famiglie rimaste isolate. Non è la rottura improvvisa di un accordo: è il logoramento quotidiano di una tregua che si incrina a piccoli colpi, fino a svuotare la parola “protezione”.

La Cisgiordania segue un copione diverso ma complementare. Nell’ultima settimana sono aumentate le aggressioni dei coloni, gli incendi alle proprietà palestinesi e gli arresti degli attivisti israeliani che accompagnano i contadini nella raccolta delle olive. Qui il cessate il fuoco non è mai arrivato: la marginalità del territorio nelle discussioni diplomatiche riflette una gerarchia del conflitto che si ripete da mesi.

Mentre nelle cancellerie si progettano le “fasi successive”, sul terreno l’unica fase identificabile è l’attesa. Le famiglie misurano il rischio metro dopo metro, gli operatori ripianificano ogni tragitto, e la tregua resta un confine fragile: un accordo che esiste sulle carte più di quanto riesca a esistere nella vita di chi dovrebbe protegge davvero.

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