Vai al contenuto

Alessandro Gilioli

A proposito di Gherardo Colombo

(foto di Armando Rotolati) http://armandorotoletti.com

(foto di Armando Rotolati) http://armandorotoletti.com

Alessandro Gilioli ha centrato il punto:

«Mi pare di leggere nelle sue frasi, infatti, un certo grado di sospetto verso le pratiche di quella stessa parte politica che lo avrebbe voluto candidare. Mi riferisco a quando scrive: «Il ruolo di sindaco dovrebbe prevedere il supporto di una squadra di persone scelte con anticipo e ponderazione, competenti e fidate, con le quali condividere un percorso così importante per i cittadini». Ecco, magari sbaglio, ma ci leggo una critica alle improvvisazioni pre-elettorali della sinistra (e quante ne abbiamo viste, in questi anni, di queste improvvisazioni!). E ci vedo pure una possibile preoccupazione per quello che gli sarebbe rapidamente successo se avesse detto sì: l’assalto alla diligenza per un posto in lista o in squadra, e poi paletti, mediazioni, trattative, spartizioni. Che un po’ fanno parte della politica, certo, ma se sono troppe la inquinano, la distorcono, ne svuotano il senso.»

E sono d’accordo con lui, in pieno. Perché questa lezione sembra proprio che non si riesca ad imparare. Il suo post è qui.

Giovani sfaticati (che non lo erano)

Insomma: alla fine è uscita una notizia mezza falsa secondo cui i giovani non avrebbero voglia di lavorare (all’Expo). Aldo Grasso è stato prontissimo a farne uno dei suoi editoriali. Siccome la notizia falsa è un venticello oggi vale la pena leggere Ester qui e la risposta di Alessandro Gilioli a Grasso.

Perché è un esercizio salutare verificare le notizie.

La sinistra onanistica

Oggi mi tocca essere d’accordo in toto con Alessandro Gilioli:

Non so se mi sono perso qualcosa, ma credo che da questo breve ritratto vi sia chiaro perché da alcuni mesi qui scrivo praticamente di tutto – dall’eutanasia alla Libia – ma non della sinistra italiana: non essendo questo un blog comico.

Siamo alla sinistra ad personam: ciascuno con il suo bastone, a segnare il cerchio attorno a se stesso, come Doris nella pubblicità della banca Mediolanum, e gli altri fuori.

Il resto è qui.

Lo scalpo 18

Se volete stiamo qui a parlare tutto il giorno, come nei talk show, del contenuto dell’articolo 18: quante aziende vi sono sottoposte, quanti lavoratori, quanto ancora ne è rimasto effettivo dopo la riforma Fornero, quindi quanto incide sull’occupazione e sulle assunzioni, eccetera eccetera.

Credo però che anche il più svampito tra gli italiani abbia compreso che non è dell’articolo 18, come contenuti ed effetti, che si sta parlando: ma semplicemente di uno scalpo, dal fortissimo valore simbolico.

Gilioli qui.

Sinistre schiaccianti vittorie

Vale la pena leggere Alessandro nel suo post di oggi per dare un senso ai “corvi” o ai “gufi” di questi giorni che vengono superficialmente bollati come sempiterni sconfitti:

Prendete il concetto di vittoria, di cui oggi molto si parla dopo tanti anni in cui ha prevalso la subcultura dello sconfittismo: un’emancipazione mentale da accogliere con entusiasmo, quindi, purché però ci si intenda sul suo significato. Le colonne dei giornali e le librerie sono infatti piene di editoriali e di saggi che spiegano alla sinistra che per vincere deve diventare di destra: convertirsi alle regole del pensiero mainstream neoliberista, andare alla ricerca dell’accordo con le “forze moderate” o diventare direttamente tali. Ma la vittoria non è un fine in sé: è un strumento per trasformare la realtà. Se si vincono le elezioni ma poi non si cambiano in meglio le cose, è esattamente come averle perse: quindi l’altra faccia dello sconfittismo. La vittoria è invece un mezzo, non uno scopo slegato dalle sue conseguenze. Basti pensare al Regno Unito, dove le ripetute vittorie del New Labour blairiano non hanno invertito la tendenza alla ridistribuzione della ricchezza verso l’alto: il che, per la sinistra, è evidentemente una sconfitta.

Ecologia nella cronaca

Anche per la mia esperienza personali non posso non sottolineare due punti del post di Alessandro:

2. Sto pensando di costituirmi parte civile contro tutte quelle testate che parlando del genitore biologico di Giuseppe Bossetti lo definiscono “il vero padre” (tipo La Stampa, pagina 5). Il vero padre, se c’è stato, e buono o pessimo che sia stato, è quello che ha cresciuto Giuseppe dalla nascita all’età adulta, come sa qualunque genitore adottivo: non chi si è fatto una trombata quarant’anni fa poi è sparito. Qui siamo ai basici, eh.

3. E no, Bossetti non è un “figlio illegittimo”, come hanno detto tivù, giornali, siti e radio: i figli non sono mai illegittimi, né per la legge (vedere diritto di famiglia) né per chi conosce l’italiano. Semmai del famoso autista di autobus il signor Bossetti è figlio biologico: e se proprio non vi viene, va bene anche naturale. Ma illegittimo, proprio no, grazie, e pure da parecchi anni.

Le potenti intese

POTENTI-INTESE_-copia-2-187x300Enrico Letta era il politico perfetto per incarnare e al contempo nascondere un patto onusto di ipocrisia e di non detti. Lo era per il curriculum e le relazioni; per l’immagine di serietà attenuata quel giusto dalla cordialità dei modi e da qualche cortese battuta; per la capacità di rappresentare mediaticamente un cambiamento generazionale ma anche di stile – e niente auto blu con la scorta quando va a giurare al Quirinale, meglio arrivarci guidando un’utilitaria in favore di fotografi.

Ricordate che orgoglio aveva in fronte il giovane Letta quando presentava il suo esecutivo come «pieno di giovani e di donne»? Che straordinaria operazione mediatica erano le varie Lorenzin e Kyenge, chiamate a camuffare l’eterno pote- re di sempre, l’andreottiano «tiriamo a campare» che si era tolto la grisaglia per esibirsi con il Friday wear.

Il tutto condito da un eloquio di velluto – Enrico Letta non riuscirebbe a litigare veramente nemmeno con il mostro di Rostov – oltre che da una rete bipartisan come quella di VeDrò (a cui il libro dedica alcune delle sue pagine più interessanti).

E, naturalmente, da una parentela come quella con zio Gianni: fondamentale, come vedremo, non perché Enrico sia un «raccomandato», ma perché gli ha permesso di crescere respirando la Roma profonda e antica del potere democristiano. Intendendo per «democristiano», più che un partito, un metodo: un insieme di prassi basate sull’inclusione, la spartizione, l’arrotondamento degli spigoli, la coltivazione dei rapporti, lo scambio perpetuo e sorridente, insomma la subcultura di casa Angiolillo che sopravvive a ogni mutamento e ogni mutamento assorbe, anestetizza, annulla. E che pure è fra i protagonisti di questo libro.

(Uno stralcio dalla prefazione di Alessandro Gilioli per il libro di Matteo Marchetti e Luca Sappino “Le potenti intese”, uscito oggi per Castelvecchi. Vale la pena leggerlo, per capirsi).

Adieu, borghesissimo Monti

Monti esce dal partito fondato da se stesso e fin qui la notizia già fa sorridere, he. Del resto si dimette da Scelta Civica ma rimane senatore, ora nel Gruppo Misto e poi a vita come la nomina che si porta dietro grazie a Napolitano. Eppure a fallire non è Monti ma un progetto politico che è già fallito altre volte come sottolinea Alessandro nel suo post di oggi:

Un giorno bisognerebbe farla, la Spoon River dei partiti centristi-borghesi italiani: dalla lista di Massimo Severo Giannini (era il 1993, ci stava dentro pure Galli della Loggia), giù giù fino a Scelta Civica, passando per il Patto Segni, Alleanza Democratica (ve lo ricordate Adornato?), la lista Dini (sì, abbiamo avuto anche quella, fu un’invenzione di D’Alema) ma anche la montezemoliana Italia Futura, che a un certo punto sembrava dovesse spaccare tutto.

Sigle che nascono sull’onda di un portentoso sostegno da parte dell’establishment economico e mediatico, ma poi vanno a scontrarsi con un’indifferenza totale nel Paese reale, che curiosamente obbedisce poco alle indicazioni degli editorialisti del ‘Corriere’.

 

Idem come sotto

Quello che penso su Josefa Idem l’ha scritto meglio di me Alessandro Gilioli:

qui sotto:

In altre parole: quello che ha fatto Idem non è cosa “da massacro” e non si tratta di un comportamento paragonabile a quello dei farabutti di ogni partito che vediamo ogni giorno all’opera. E’ stata però una scorrettezza che – proprio per non essere né sembrare tutti uguali e proprio per non mostrare attaccamento alla poltrona – andava fatta seguire subito da una serena, dignitosa e nobile letterina di dimissioni. Sottolineando così la propria dirittura morale e la propria superiorità nei confronti degli evasori e dei delinquenti che stanno in politica. E giovando quindi anche alla propria reputazione, sul medio-lungo termine, in modo molto più robusto rispetto a quella che pare una disperata arrampicata sugli specchi.

Vale la pena leggerlo tutto qui.