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Altro che invasione, sugli sbarchi dei migranti si scatena la solita ammuina sovranista

Il numero rimbalza in certa retorica sovranista che prova a riprendersi gli spazi perduti e tra i gruppi antimmigrazionisti che cercano conforto per la propria xenofobia: i circa 60mila sbarchi avvenuti quest’anno in Italia per qualcuno dovrebbero essere il segnale chiaro della rapida decadenza del nostro Paese, del “fallimento” della ministra Lamorgese e soprattutto un buon motivo per l’eterno ritorno della presunta invasione.

Prendere un numero decontestualizzato e gettarlo come carne viva tra le fauci dei propri elettori è un esercizio banale che non richiede competenze e educazione alla complessità. «Se oggi ne sbarcano 60mila – dicono gli agitatori – ricordatevi che eravamo a 52.000 sbarchi in un anno quando si insediò al Ministero dell’Interno Matteo Salvini». L’associazione è perfino immediata: a giugno 2018 i media e l’opinione pubblica erano permeati da una presunta emergenza di un’Italia che si sarebbe sbriciolata per colpa dei poveretti che arrivavano dal mare e il tentativo di tornare a quei tempi sembra un’impresa accessibile. Qualcuno si lancia ancora più spericolatamente: «Ad agosto del 2019 eravamo a 8.500 sbarchi, ora siamo al collasso!», si sente urlacciare in giro e tutti a immaginare e temere un sistema al collasso, un Paese sotto stress per i troppi arrivi e una soglia non più sostenibile.

Facciamo un po’ di ordine. Matteo Villa, responsabile per le migrazioni per l’Ispi (l’Istituto per gli studi di politica internazionale) ricorda come il quadro internazionale sia profondamente cambiato: diversamente dal 2014-2017, quando oltre il 90% degli sbarcati in Italia partiva dalla Libia, oggi gli arrivi sono ben distribuiti tra Libia e Tunisia. E si registrano aumenti su tutte le rotte (Turchia, Grecia, Albania). Le migrazioni irregolari via mare si sono anche “regionalizzate”: le persone che arrivano in Italia dalla Tunisia sono per oltre il 70% tunisine; la maggioranza relativa delle persone in fuga dalla Libia è originaria del Bangladesh, ed era nel paese da tempo. Sta accadendo che la Tunisia sia in inginocchio a causa del crollo del turismo per la pandemia (il turismo è circa il 10% del Pil nazionale) mentre in Libia non si registra un maggior flusso di migranti ma semplicemente le persone intrappolate cercano di fuggire a ritmi superiori rispetto al 2019.

Sulla Libia poi rimane sempre l’annosa questione dei potentati locali che aprendo e chiudendo i rubinetti dell’emigrazioni riescono a esercitare pressione sull’Europa per chiedere di volta in volta più soldi. Denaro che puntualmente (Italia in testa) arriva ai libici con la cretina speranza che quelli possano davvero fungere da tappo a un fenomeno sistemico che non si ferma di certo addestrando e pagando violenti rastrellatori. Quindi siamo di fronte a qualcosa di inaudito? No, per niente. Come scrive Ispi «già nel 2011, nel corso delle Primavere arabe e in particolare della Rivoluzione tunisina, circa 60.000 persone sbarcarono sulle coste italiane. E nel periodo 2014-2017 si registrarono tra i 110.000 e i 180.000 sbarchi l’anno. Insomma, malgrado la pandemia abbia aggravato le condizioni nei paesi di partenza e contribuito a un rapido aumento degli sbarchi, siamo ancora molto lontani dal periodo degli “alti sbarchi” in Italia».

Per esempio le persone all’interno del sistema di accoglienza italiano non sono aumentate (siamo a 80.486 persone) e continuano a essere meno della metà rispetto al 2017 (erano 190.674). Le richieste di asilo sul suolo italiano stanno tutt’altro che esplodendo essendo stabili (al di là di un breve rialzo dovuto allo stop per il lockdown a inizio 2020), quelle su cui le Commissioni territoriali devono ancora pronunciarsi sono ai minimi dal 2015. E nonostante la retorica sovranista negli ultimi 7 anni il numero di stranieri in Italia è sempre rimasto stabile, perfino negli anni della cosiddetta “grande invasione”, registrando un leggero calo negli ultimi 4 anni. Tutto questo, vale la pena ricordarlo, in un quadro nazionale più che desolante: nel corso del 2020 la popolazione italiana si è ridotta del 6,4%, e per la prima volta da decenni si è ridotta (del 5,1%) persino la popolazione straniera residente nel nostro Paese.

E le Ong contro cui ancora Salvini e Meloni alzano la voce? Anche qui sotto sotto c’è poco o niente: nel 2021 le Ong sono state responsabili del 13% del totale degli sbarchi in Italia. Esattamente quanto nel 2019, quando gli arrivi in Italia erano ai minimi. Conviene guardarli con lo sguardo largo i numeri, per riconoscere meglio gli allarmi dagli allarmisti.

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Altro che giovani sfaticati: il caso di Grafica Veneta dimostra che certi imprenditori cercano solo schiavi

Eccolo qua il bubbone che scoppia con la Grafica Veneta Spa di Trebaseleghe, l’azienda che un certo Nord si portava addosso come fiore all’occhiello della produttività settentrionale e che esplode con tutto il puzzo dello schiavismo, della violenza e dei diritti che vanno a farsi fottere in nome del fatturato.

Si potrebbe sperare che l’azienda leader nel suo settore, quello che ha stampato tutti i libri di Harry Potter che stanno su tutti i comodini, possa godere dello stesso strombazzamento tossico di certo giornalismo che in questi mesi si è compulsivamente inorridito ogni volta che il proprietario di qualche alberghetto ha puntato il dito contro i giovani che non vogliono lavorare o contro il reddito di cittadinanza.

Chissà se qualcuno ora rileggerà con un altro sguardo il lamento del patron dell’azienda Fabio Franceschi che nel 2018 si lamentava di non trovare schiavi dicendo che solo “qualche ragazzotto che dà la disponibilità c’è ma poco dopo rinunciano per via dei turni”.

“Ragazzotti” li aveva chiamati con quell’insopportabile boria padronale così diffusa mentre avrebbe potuto più semplicemente chiamarli schiavi. E il sistema è sempre lo stesso: si ricorre a ditte esterne per subappaltare i diritti e la precarietà (grazie alle riforme che hanno macellato il mondo del lavoro) in un sottobosco in cui gli sfruttati puntano al massimo a diventare nuovi caporali, i dirigenti si condonano la coscienza con un bonifico mensile per il “servizio” senza nemmeno dovere fare i conti con l’etica, i prezzi appaiono concorrenziali nella grande globalizzazione e gli stessi stranieri contro cui vomita la propaganda leghista diventano indispensabili per sostenere da invisibili le fabbrichiate dei loro elettori. 

Così cadono contemporaneamente due enormi bugie della narrazione contemporanea: i giovani “sfaticati” sono in realtà persone che si possono permettere ancora (chissà per quanto) di preservare la propria dignità e “gli stranieri che ci rubano il lavoro” sono un pezzo dell’economia di un’imprenditoria che ha una questione morale enorme eppure passa tutti i giorni a fare la morale agli altri.

E non è un caso che il patron dell’azienda corra a dire che “Grafica Veneta ha sempre onorato con puntualità agli accordi economici con tutti i propri fornitori e così anche con gli appaltatori”: l’unico diritto tangibile per l’oro è la valuta del bonifico. Cosa ci sia dietro a quel bonifico a loro non interessa, sono troppo impegnati a insegnarci come dovrebbe funzionare il mondo.

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Altro che migranti, la vera invasione è quella delle fake news

La battaglia, come al solito, si giocherà sulla percezione perché l’immigrazione in Italia è un piatto da servire sempre sensazionale per stimolare gli umori fuggendo dalle analisi. Così mentre la cosiddetta Guardia costiera libica spara e sperona i disperati con le nostre motovedette regalate e si prepara a essere rifinanziata dal governo per preservare negli orrori delle sue prigioni come tutte le estati i sovranisti di casa nostra accelerano con gli allarmi. Ma sono reali? No, quasi per niente. Ce lo spiega nel suo Fact Checking annuale sulle migrazioni l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) che si assume l’onere e l’onore di analizzare i numeri,

C’è un’emergenza sbarchi? Dipende, spiega Ispi: ci stiamo stabilizzando intorno ai 50.000 arrivi all’anno mentre nel periodo 2014-2017 se ne registrarono tra i 110.000 e i 180.000. Gli sbarchi sono in aumento rispetto al periodo precedente ma siamo ben lontani dal periodo degli “alti sbarchi” in Italia. E davvero il sistema d’accoglienza italiano sotto pressione? No, per niente. Siamo lontanissimi dal numero massimo di migranti accolti registrato a ottobre 2017 (erano 191.000) con 78.000 presenze. La differenza sta nella (voluta?) mala gestione dell’accoglienza: due migranti su tre sono ospitati nei Cas, centri studiati più per fare fronte ai grandi numeri rispetto alla dimensione attuale e i Decreti Sicurezza hanno di fatto smantellato il sistema di accoglienza diffusa (sono 25.000 del totale).

Poi, come sempre, c’è la favola delle navi delle Ong che inciderebbero con l’aumento degli sbarchi: nel periodo della “gestione Lamorgese” gli sbarchi mensili sono quasi triplicati rispetto all’era Salvini, arrivando a 2.600 eppure, il ruolo delle Ong ha continuato a rimanere molto marginale, inferiore al 15% del totale degli sbarchi. Significa che quasi 9 migranti su 10 raggiungono le coste italiane senza l’aiuto delle imbarcazioni delle Ong e che, quindi, anche senza Ong in mare queste persone sarebbero arrivate lo stesso in Italia. E la Libia? Lo Stato che Draghi non ha esitato a ringraziare ha visto impennarsi il numero dei migranti ospitati nei centri di detenzione ufficiali passando dalle 1.000 persone nella seconda metà del 2019 a più di 5.000 persone attualmente. Malgrado costanti appelli della comunità internazionale, e in particolare quelli che provengono dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) e dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), la Libia continua a trattenere per periodi indefiniti i migranti irregolari esponendoli a minacce, sevizie e abusi. E questo è solo il quadro della detenzione “ufficiale”: i numeri degli irregolari sono un olocausto che nemmeno si prende in considerazione.

E quindi il numero di stranieri in Italia sta crescendo? Anche questa è una fantasia smentita dai numeri, nessuna invasione: dal 2014, infatti, il numero di stranieri regolarmente presenti in Italia (che nel decennio precedente era più che raddoppiato, passando da 1,9 a 4,9 milioni di persone) è rimasto praticamente stabile, crescendo solo del 2% (da 4,92 a 5,04 milioni di persone). Anche includendo gli stranieri irregolari, dal 2014 la presenza straniera in Italia è aumentata solo del 6% (da 5,27 a 5,56 milioni di persone). È vero invece che con i Decreti Sicurezza sono aumentati i dinieghi di protezione internazionale: il tasso di protezione è sceso a circa 2 richiedenti asilo su 10 (era il 42% nel 2017) mentre la protezione umanitaria è passata dal 28% che era al 9%. Questi sono i numeri. Il resto è solo propaganda, al solito sulla pelle dei disperati.

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La festa alle mamme

Un altro giorno da reality show è passato. Con i politici che festeggiano la mamma senza proporre soluzioni per sostenere le donne madri. Che nel 2020 in tante hanno perso il lavoro o vi hanno rinunciato per seguire i figli. Anche perché mancano gli asili nido

In questo tempo in cui tutti i giorni i politici non possono permettersi di dimenticare di onorare le feste ieri si è assistito a un profluvio di auguri dei leader (e pure di quelli meno leader) alle loro mamme e a tutte le mamme d’Italia (i patriottici) e a tutte le mamme del mondo (i globalisti). Ci siamo abituati, senza nemmeno farci più troppo caso, ad aspettarci dai politici gli stessi input di un influencer, mettiamo il mi piace alla sua foto con la mamma e ci scaldiamo per un augurio pescato su qualche sito di aforismi.

Le mamme, dunque. Su 249mila donne che nel corso del 2020 hanno perso il lavoro, ben 96 mila sono mamme con figli minori. Tra di loro, 4 su 5 hanno figli con meno di cinque anni: sono quelle mamme che a causa della necessità di seguire i bambini più piccoli hanno dovuto rinunciare al lavoro o ne sono state espulse. D’altronde la quasi totalità – 90mila su 96mila – erano già occupate part-time prima della pandemia. È questo il quadro che emerge dal 6° Rapporto Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021, diffuso in occasione della Festa della mamma da Save the Children. Uno studio sulle mamme in Italia che, oltre a sottolineare le difficoltà affrontate fa emergere ancora una volta il gap tra Nord e Sud del Paese.

Già prima della pandemia la scelta della genitorialità, soprattutto per le donne, è spesso interconnessa alla carriera lavorativa. Stando ai dati, nel solo 2019 le dimissioni o risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro di lavoratori padri e lavoratrici madri hanno riguardato 51.558 persone, ma oltre 7 provvedimenti su 10 (37.611, il 72,9%) riguardavano lavoratrici madri e nella maggior parte dei casi la motivazione alla base di questa scelta era la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze della prole.

Lo «shock organizzativo familiare» causato dal lockdown, secondo le stime, avrebbe travolto un totale di circa 2,9 milioni di nuclei con figli minori di 15 anni in cui entrambi i genitori (2 milioni 460 mila) o l’unico presente (440 mila) erano occupati. Lo «stress da conciliazione», in particolare, è stato massimo tra i genitori che non hanno potuto lavorare da casa, né fruire dei servizi (formali o informali) per la cura dei figli: si tratta di 853mila nuclei con figli 0-14enni, nello specifico 583mila coppie e 270mila monogenitori, questi ultimi in gran parte (l’84,8%) donne.

Il problema è urgente: nonostante gli asili nido, dal 2017, siano entrati a pieno titolo nel sistema di istruzione, ancora oggi questa rete educativa è molto fragile e, in alcune regioni, quasi inesistente. Una misura necessaria a dare ai bambini maggiori opportunità educative sin dalla primissima infanzia, che contribuirebbe a colmare i rischi di povertà educativa per le famiglie più fragili, ma anche a riportare le donne e in particolare le madri nel mondo del lavoro. La Commissione europea ha indicato come obiettivo minimo entro il 2030 per ciascun Paese membro di almeno dimezzare il divario di genere a livello occupazionale rispetto al 2019 ma per l’Italia, numeri alla mano, la missione sembra praticamente impossibile.

In un Paese normale nel giorno della Festa della mamma i politici non festeggiano la mamma ma illustrano le proposte. La politica funziona così: c’è un tema e si propongono soluzioni. Il dibattito politico ieri era polarizzato sui disperati che sono sbarcati (vedrete, ora si ricomincia) e su una libraia (una!) che ha liberamente scelto di non vendere il libro di Giorgia Meloni (censura! censura! gridano tutti).

E intanto un altro giorno da reality show è passato.

Buon lunedì.

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La vigliaccheria fiscale

Aumento dei ricavi per Amazon Europa che nel 2020 è arrivata a 44 miliardi di euro. Ma zero tasse. Si diceva che dalla pandemia sarebbe uscito un “nuovo mondo”… Ecco, per ora è esattamente come prima, con i ricchi sempre più ricchi. E una questione enorme politica che passa sottovoce

Complice la pandemia che è stata tutt’altro che una livella per sofferenza dei diversi lavoratori e per danni alle diverse aziende la ricchissima Amazon del ricchissimo Bezos è diventata ancora più ricca aumentando di 12 miliardi i ricavi rispetto all’anno precedente in Europa e arrivando a un totale di 44 miliardi di euro.

Poiché i numeri sono importanti vale la pena ricordare che sono 221 miliardi circa tutti i soldi che l’Italia ha a disposizione dall’Europa per risollevarsi. Giusto per fare un po’ di proporzioni. L’ultimo bilancio della divisione europea di Amazon (lo trovate qui) racconta della società con sede legale in quel meraviglioso paradiso per ricchi che è il Lussemburgo gestisce le vendite delle filiali di Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Spagna, Olanda, Polonia, Svezia. Ovviamente le tasse si pagano sui profitti, non certo sui ricavi, eppure le acrobazie fiscali di Amazon hanno permesso di risultare in perdita per 1,2 miliardi di euro nonostante un aumento del ricavo del 30%. «I nostri profitti sono rimasti bassi a causa dei massicci investimenti e del fatto che il nostro è un settore altamente competitivo e con margini ridotti», ha spiegato un dirigente di Amazon. Insomma, poveretti, lavorano per perderci. E infatti hanno accumulato 56 milioni di euro di credito d’imposta che potranno usare nei prossimi anni e che portano a 2,7 miliardi di euro il credito totale.

È incredibile che un’azienda che vale in Borsa quanto il prodotto interno lordo dell’Italia non riesca proprio a fare profitto o forse semplicemente i profitti vengono spostati altrove, complice la vigliaccheria fiscale di un’Europa che è sempre forte con i deboli ma è sempre piuttosto debole con i forti, come sempre. Attraverso compravendite fittizie infragruppo tra filiali dei diversi Paesi i guadagni vengono spostati da dove si realizzano a dove più conviene e le contromisure del Lussemburgo contro queste pratiche sono volutamente morbide.

In una nota la commissione Ue commenta: «Abbiamo visto quanto apparso sulla stampa, non entriamo nei dettagli, in linea generale la Commissione ha adottato un’agenda molto ambiziosa in materia di fiscalità e contro le frodi fiscali, nelle prossime settimane pubblicheremo una comunicazione e sul piano globale siamo impegnati con i partner internazionali nella discussione in corso» sull’equa tassazione delle imprese. Si tratta del negoziato per definire un’imposta minima globale per evitare la concorrenza fiscale al ribasso. Quanto agli aspetti di concorrenza, del caso Amazon/Lussemburgo il dossier resta in mano alla Corte di Giustizia Ue: il gruppo Usa e il Granducato hanno contestato la decisione comunitaria che nel 2017 concluse che il Lussemburgo aveva concesso ad Amazon vantaggi fiscali indebiti per circa 250 milioni di euro, un trattamento considerato illegale «ha permesso ad Amazon di versare molte meno imposte di altre imprese». Peccato che contro la decisione europea abbia ricorso Amazon (e questo ci sta) e perfino il Lussemburgo.

Sono numeri spaventosi che raccontano perfettamente come la guerra tra poveri e tra disperati non riesca mai a guardare in alto dove si consumano le ingiustizie peggiori. Vi ricordate quando si diceva che dalla pandemia sarebbe uscito un “nuovo mondo”? Ecco, per ora è esattamente come prima, con i ricchi sempre più ricchi. E invece una questione politica enorme passa sottovoce mentre i nostri leader stanno litigando sul bacio a Biancaneve.

Buon giovedì.

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Al Saudita non bastano più le visite in Arabia: adesso Renzi è editorialista di Arab News

Quando Matteo Renzi (senatore eletto e capo politico di un partito al governo, vale la pena ricordarlo per spazzare via i “ma anche” che arrivano subito appena si scrive di lui) è stato pizzicato per la prima volta in Arabia Saudita qualcuno ci disse che era lì semplicemente per “coordinare un’intervista” con il principe bin Salman. Sminuire, sminuire, sminuire era la strategia pensata per alleggerire la questione. Missione evidentemente fallita visto che quella partecipazione ha fatto discutere tutto il Paese ed è riuscita perfino a irretire la vedova di Kashoggi, il giornalista ucciso a cui sarebbe stato utilissimo chiedere cosa ne pensasse del “Nuovo Rinascimento” saudita sventolato da Renzi lutante quell’intervista piuttosto inzerbinata.

Più di qualcuno fece notare che ciò che era moralmente sgradevole e politicamente inopportuno era l’utilizzo da parte del regima saudita di un nostro ex presidente del Consiglio (tutt’ora attivo in politica con ruoli istituzionali) come megafono del proprio governo. Il rischio che quella “consulenza” si trasformasse nell’essere megafono del potere è una materia delicata e su cui lo stesso Renzi, se smettesse i panni dell’assediato da tutti, potrebbe concordare: quanto è opportuno che un politico (attivo) italiano che ha rivestito ruoli di prim’ordine diventi testimonial di un altro governo? Quanto sarebbe facile per i sauditi rivendere nell’opinione pubblica le posizioni di Renzi come posizioni del nostro Paese, scambiando un ruolo professionale per il risultato di un’attività diplomatica istituzionale di cui Renzi invece non è mai stato investito? Questo era e rimane il punto critico fondamentale.

Ci ha spiegato il senatore fiorentino che i suoi impegni professionali non intralciano il suo ruolo politico. Benissimo. Ora Renzi diventa editorialista di Arab News, il quotidiano con sede a Riyad molto vicino al regime, e inizia la sua nuova ennesima carriera (da politico in carica, vale la pena ripeterlo all’infinito) con un pezzo di sfegatato elogio della città di AlUla al centro di un progetto urbanistico della Royal Commission (di cui Renzi fa parte).

C’è dentro il solito Renzi: il paragone con Matera, la bellezza che salverà il mondo e tutta la retorica del futuro. Insomma, è il Nuovo Rinascimento sotto altra forma, l’ennesimo spot per il regime, la sua incisività sociale e la sua attenzione per la cultura. Renzi, in sostanza, di lavoro tiene comizi per un principe saudita ora anche su carta. E il dubbio è che il marchio, senza volerlo, siamo un po’ anche noi. Sicuro che vada tutto bene?

Leggi anche: 1. Conflitto d’interenzi (di Giulio Gambino) / 2. Quel rapporto con il principe d’Arabia Saudita: la crociata di Renzi sui servizi ora diventa sospetta (di Luca Telese) / 3. Se Renzi vivesse in Arabia Saudita (di Selvaggia Lucarelli) 4. 5 domande a cui Matteo Renzi deve rispondere (a un giornalista) / 5. Decapitazioni in piazza, attivisti frustati, civili bombardati: ecco l’Arabia Saudita di Renzi “culla del Rinascimento” / 6. Omicidio Khashoggi, la fidanzata Hatice Cengiz a TPI: “Pensavo che l’Occidente si sarebbe battuto, invece ho trovato reticenza”

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Il sottosegretario dei migliori

Fanpage in una sua inchiesta che (c’è da scommetterci) difficilmente passerà nei telegiornali nazionali racconta la transizione politica dell’attuale sottosegretario all’Economia Claudio Durigon, uno dei fedelissimi di Salvini (e infatti per niente amato dalla Lega vecchia maniera). Ve lo ricordate Matteo Salvini quando tutto fiero presentava i suoi uomini nel governo Draghi? «Questo è il governo dei migliori?» gli chiese una giornalista e lui rispose «certo questi sono gli uomini migliori della Lega».

Bene, eccolo il migliore: come racconta benissimo Fanpage, Durigon è uno che avrebbe gonfiato i dati degli iscritti del sindacato Ugl di cui era dirigente, riuscendo a dichiarare 1 milione e 900mila iscritti mentre erano (forse) 70mila. Sapete che significa? Che stiamo continuando a parlare di una rappresentatività dopata che non esiste nella realtà (questo anche a proposito del nostro Buongiorno di ieri sulla sparizione del salario minimo dal Pnrr, su cui torneremo). Durigon da sindacalista ha avuto piena gestione sulla cassa da cui potrebbero essere passati i movimenti che la Lega non era libera di fare per quella storia dei suoi 49 milioni di euro. Durigon ha fatto prostituire un sindacato (pompato) alla Lega per ottenere qualche candidatura. Poi ci sono le amicizie che sfiorano certa criminalità organizzata nel Lazio (ma i lettori più attenti lo sapevano da tempo che certi clan hanno fatto campagna elettorale nel Lazio per Lega e Fratelli d’Italia) e infine c’è quella registrazione vergognosa in cui Durigon tutto sornione confida di non avere nessuna preoccupazione sulle indagini sui soldi della Lega perché il generale della Guardia di Finanza che se ne occupa è un uomo che hanno “nominato” loro: «Quello che fa le indagini sulla Lega lo abbiamo messo noi»

Tutto grave, tutto gravissimo. Tra l’altro fa estremamente schifo anche questo atteggiamento di politici con il pelo sullo stomaco che ancora si atteggiano come i peggiori politici socialisti, i peggiori unti democristiani che sventolavano il potere come se fosse un mantello, per piacere e per piacersi. Fa schifo questa esibizione dello scambio di favori. Fa schifo tutto.

Fa schifo anche Salvini che ieri alla Camera ha risposto ai rappresentanti del M5s che sottolineavano l’inopportunità di un tizio del genere come sottosegretario mettendosi a parlare di Grillo. Il solito gioco da cretini di buttare la palla in tribuna. Il solito Salvini. Se posso permettermi è parecchio spiacevole anche il composto silenzio del Pd che vorrebbe rivendere il poco coraggio come diplomazia. Siamo alle solite.

C’è però anche un altro punto sostanziale: della vicinanza tra Durigon e uomini della criminalità organizzata durante la sua campagna elettorale ne avevano scritto un mese fa Giovanni Tizian e Nello Trocchia su Domani, degli intrecci mafiosi su Latina ne scrivono da anni dei bravi giornalisti chiamati con superficialità “locali” e che invece trattano temi di importanza nazionale. Sembra che non se ne sia mai accorto nessuno e questo la dice lunga sulla percezione che in questo Paese si continua ad avere della criminalità organizzata. Anche questo fa piuttosto schifo.

Buon venerdì.

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