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attilio manca

Non archiviate l’inchiesta sull’omicidio di Attilio Manca

(la potete firmare qui)

Appello della famiglia Manca al Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, al Procuratore aggiunto Michele Prestipino e al sostituto procuratore Maria Cristina Palaia

Non archiviate l’inchiesta sulla morte di Attilio Manca!
E’ questo l’appello al Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, al Procuratore aggiunto Michele Prestipino e al sostituto procuratore Maria Cristina Palaia da parte della famiglia del giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), trovato morto a Viterbo il 12 febbraio 2004.
Attilio Manca è stato ritrovato con due segni di iniezioni nel braccio sinistro, la sua morte è avvenuta per una overdose di eroina, alcool e tranquillanti.
Ma Attilio era un mancino puro, incapace di utilizzare la mano destra – così come confermato dai suoi colleghi dell’ospedale Belcolle di Viterbo – e soprattutto non era un tossicodipendente con istinti suicidi.
Di questo mistero se ne è occupata la trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?” e successivamente anche “Servizio Pubblico”.
Secondo la tesi dei legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia, Attilio Manca avrebbe visitato il capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano (prima o dopo il suo intervento alla prostata realizzato in Francia nell’autunno del 2003), dopodiché sarebbe stato eliminato in quanto testimone scomodo della rete di protezione extra-mafiosa eretta attorno al boss mafioso.
Per la Procura di Viterbo, però, Attilio Manca sarebbe invece morto per essersi iniettato volontariamente due dosi fatali di eroina nel braccio sbagliato. Lo scorso 29 marzo il Tribunale di Viterbo ha emesso la sentenza di condanna a 5 anni e 4 mesi nei confronti di Monica Mileti accusata di avere ceduto la droga al giovane urologo siciliano. Per gli uffici giudiziari di Viterbo il caso Manca è quindi chiuso.
Non è invece chiuso per la Procura distrettuale antimafia di Roma, dove da più di un anno è aperto un fascicolo contro ignoti sotto la dicitura “omicidio volontario”. Ed è nei confronti della Procura capitolina che la famiglia Manca si appella per fare in modo che il caso relativo alla morte del proprio congiunto non sia archiviato.
Il fascicolo aperto a Roma racchiude tra l’altro le testimonianze di quattro collaboratori di giustizia che, a vario titolo, circoscrivono la morte di Attilio Manca all’interno di un disegno criminoso dove si muovono: mafia, Servizi segreti “deviati” e massoneria.
Giuseppe Campo, un ex picciotto della provincia di Messina ha raccontato recentemente agli investigatori ed ai legali della famiglia Manca di essere stato incaricato lui stesso da un boss del messinese (a dicembre del 2003), di uccidere Attilio Mancacon una pistola, ma che dopo un paio di mesi da quel primo incontro, gli era stato confidato che il giovane urologo siciliano era già stato ucciso a Viterbo.
Le dichiarazioni di Campo si aggiungono a quelle di Giuseppe Setola, Stefano Lo Verso e Carmelo D’Amico. Quest’ultimo nel 2015 ha rivelato agli inquirenti di essere stato messo a conoscenza del progetto omicidiario nei confronti di Attilio Manca a cui avrebbero preso parte esponenti di Cosa Nostra, apparati dei Servizi di sicurezza “deviati” in contatto con esponenti della massoneria.
L’inchiesta romana è basata sull’esposto dei legali della famiglia Manca in cui, al di là delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, vengono evidenziati determinati dati oggettivi che portano ad escludere definitivamente la tesi del suicidio a base di droga. Veri e propri buchi neri che sovrastano la morte di questo brillante medico siciliano:

-Il mancinismo puro di Attilio Manca e l’inesistenza di una sua eventuale tossicodipendenza;

-L’assenza delle impronte digitali di Attilio Manca sulle due siringhe ritrovate nel suo appartamento;

-Le eloquenti immagini del cadavere di Attilio Manca poco conforme ad una morte per overdose;

-La mancanza di prove della cessione di eroina da parte di Monica Mileti;

-La nota della Squadra mobile Viterbo che attesta un dato non veritiero e cioé che Attilio Manca era in servizio all’ospedale Belcolle di Viterbo nei giorni in cui Provenzano si trovava a Marsiglia.
Non è così: dai registri del nosocomio risulta che nei giorni di fine ottobre 2003 in cui Provenzano veniva operato in Francia,Attilio Manca non era in servizio (l’ex capo della squadra Mobile di Viterbo, Salvatore Gava, è stato successivamente condannato in via definitiva a 3 anni per un falso verbale alla scuola Diaz durante il G8 di Genova);

-L’intercettazione ambientale del 2007 tra Vincenza Bisognano, sorella del boss Carmelo (poi pentito), ed altre persone in cui si parla di Attilio Manca che sarebbe stato ucciso perché aveva riconosciuto Bernardo Provenzano, la stessa Bisognano aveva aggiunto che in molti sapevano che il boss, durante la sua latitanza, si era nascosto anche nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto;

-Il vuoto investigativo in merito a determinati personaggi di Barcellona Pozzo di Gotto che prima ancora che uscissero le notizie dell’operazione in Francia di Bernardo Provenzano, avevano già ipotizzato alla famiglia Manca che la morte del loro congiunto sarebbe stata collegata ad una visita medica che Attilio Manca avrebbe effettuato al capo di Cosa Nostra;

-La scomparsa dai tabulati telefonici di alcune telefonate diAttilio Manca ai suoi genitori negli ultimi giorni del mese di ottobre del 2003 (nel periodo in cui Provenzano veniva operato in Francia) così come l’11 febbraio 2004, il giorno prima che Attilio Manca venisse ritrovato morto;

-Il vuoto investigativo sulla giornata di Attilio Manca dell’11 febbraio 2004, quel giorno il giovane urologo aveva interrotto misteriosamente i rapporti con tutti, non aveva disdetto due importanti appuntamenti e non aveva più risposto al telefono.

Alla luce di questi dati oggettivi che meritano i dovuti approfondimenti e soprattutto per il diritto alla giustizia e alla verità che spetta ad ogni persona che subisce un’ingiustizia, ci uniamo alla famiglia Manca per chiedere al Procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, al Procuratore aggiunto Michele Prestipino e al sostituto procuratore Maria Cristina Palaia di non archiviare l’indagine sull’omicidio di Attilio Manca e di continuare a cercare la verità.

Primi firmatari:

Don Luigi Ciotti – presidente di “Libera”
Salvatore Borsellino – fondatore del movimento “Agende Rosse”
Redazione “ANTIMAFIADuemila”
Sabina Guzzanti – attrice e regista
Leoluca Orlando – sindaco di Palermo
Renato Accorinti – sindaco di Messina
Luigi de Magistris – sindaco di Napoli
Marco Travaglio – direttore del “Fatto Quotidiano”
Simone Maurelli – urologo presso l’ospedale “Belcolle” di Viterbo, ex collega di Attilio Manca
Letizia Battaglia – fotografa
Fiorella Mannoia – cantante
Sandro Ruotolo – giornalista
Giulio Cavalli – attore e regista
Anna Vinci – scrittrice, biografa di Tina Anselmi
Annalisa Insardà – attrice e autrice
Paolo Flores D’Arcais – direttore di “MicroMega”
Maurizio Marchetti – attore
Riccardo Orioles – giornalista
Antonio Grosso – attore
Ferdinando Imposimato – ex magistrato
Giuseppe Lo Bianco – giornalista
Marcello Minasi – ex magistrato
Luigi Di Maio – deputato, vicepresidente Camera dei deputati
Claudio Fava – deputato, vicepresidente Commissione parlamentare antimafia
Luigi Gaetti – senatore, vicepresidente Commissione parlamentare antimafia
Giulia Sarti – deputata, componente Commissione parlamentare antimafia
Francesco D’Uva – deputato, componente Commissione parlamentare antimafia
Paolo Bolognesi – deputato, componente Commissione parlamentare sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, presidente associazione familiari vittime strage di Bologna
Mario Michele Giarrusso – senatore, componente Commissione parlamentare antimafia
Maurizio Santangelo – senatore, componente Commissione parlamentare antimafia
Davide Mattiello – deputato, componente Commissione parlamentare antimafia
Rosanna Scopelliti – deputata, componente Commissione parlamentare antimafia
Giuseppe Civati – deputato, componente X Commissione (Attività produttive, commercio e turismo)
Giuseppe Lumia – senatore, componente Commissione parlamentare antimafia
Alessandro Di Battista – deputato, componente del Comitato permanente sulla riforma delle strutture istituzionali della politica estera dell’Italia
Neri Marcorè – attore
Daniela Tornatore – giornalista
Maurizio Bologna – attore
Gaetano Porcasi – pittore
Marco Ligabue – cantante
Paolo Borrometi – giornalista
Alfio Caruso – scrittore
Loris Mazzetti – giornalista
Shobha – fotografa
Salvatore Ficarra e Valentino Picone – comici
Graziella Proto – direttrice “Casablanca”
Nando dalla Chiesa – scrittore e sociologo
Gianni Biondillo – scrittore
Don Giacomo Panizza – fondatore “Progetto Sud”
Concita De Gregorio – giornalista e scrittrice
Luciano Armeli Iapichino – scrittore
Klaus Davi – massmediologo
Petra Reski – giornalista e scrittrice
Piera Aiello – testimone di giustizia
Ignazio Cutrò – testimone di giustizia
Stefania Limiti – giornalista e scrittrice
Pietro Orsatti – giornalista e scrittore
Maurizio Torrealta – giornalista e scrittore
Vincenzo Agostino e Augusta Schiera – genitori del poliziotto ucciso dalla mafia Nino Agostino
Flora Agostino – sorella di Nino Agostino, referente regionale della Memoria-Libera
Gianni Minà – giornalista e scrittore
Asmae Dachan – giornalista
Andrea Braconi – giornalista
Giusi Traina – sorella del poliziotto Claudio Traina ucciso nella strage di via D’Amelio
Luciano Traina – fratello del poliziotto Claudio Traina ucciso nella strage di via D’Amelio
Silvia Resta – giornalista
Brizio Montinaro – fratello del poliziotto Antonio Montinaro ucciso nella strage di Capaci
Arnaldo Capezzuto – giornalista
Riccardo Castagneri – giornalista
Jacopo Fo – attore, scrittore e regista
Daniele Silvestri – cantante
David Gentili – presidente della Commissione antimafia del Comune di Milano
Giuseppe Giordano – ex ispettore di Polizia;
Jole Garuti – direttrice del Centro studi Saveria Antiochia Osservatorio antimafia.

La potete firmare qui.

Il pentito che scotta: «Attilio Manca fu ucciso da un uomo dei servizi segreti»

C’è un verbale che potrebbe (finalmente) riaprire la vicenda sulla morte di Attilio Manca, l’urologo siciliano che avrebbe operato Bernardo Provenzano e per questo sarebbe stato ucciso. Il pentito D’Amico ha rilasciato dichiarazioni (verbalizzate) in cui dichiara che “u calabresi” (detto anche “u bruttu”) era un uomo dei servizi segreti specializzato nell’inscenare finti suicidi. Attilio Manca, dice il pentito, sarebbe stato ucciso perché avrebbe curato in gran segreto il boss Bernardo Provenzano grazie alla mediazione dell’avvocato barcellonese Saro Cattafi.

Arriverà la verità. Goccia dopo goccia. Ma arriverà.

La Diaz secondo Arnaldo, Attilio Manca e cosa ci abbiamo messo dentro LEFT questa settimana

È un numero che mi sta particolarmente a cuore quello di LEFT di questa settimana in edicola da oggi perché ci ho rimesso un pezzo di cuore dedicandomi alla Diaz (per opporsi a questo continuo tentativo di rimozione) e alla vicenda di Attilio Manca con una lunga (e spero bella) intervista ad Angela Manca, madre del giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto di cui sicuramente sappiamo solo che è morto. Per il resto c’è la presentazione della direttora Ilaria Bonaccorsi:

Ripartiamo dalle fondamenta. Dai ricchi e dai poveri. Questa settimana su Left Chiara Saraceno non solo scrive i numeri della povertà in Europa (solo i minori a rischio povertà sono 27 milioni, uno su quattro) e in Italia, ma spiega cosa sia “la povertà estrema”, quella che uccide persino la capacità, l’aspirazione di immaginare di poter cambiare la propria condizione.
Le disuguaglianze crescono e non perché siano accidenti, ma per scelte precise. Come quelle che portano a sistemi di tassazione iniqui che continuano a colpire i molti che hanno poco per favorire i pochi che hanno molto.
Vi abbiamo raccontato la storia del regista inglese Ken Loach che dei losers e della working class ha fatto la sua bandiera più bella. E abbiamo chiesto al regista italiano Mimmo Calopresti di spiegarci la sua vita tra gli operai, prima della Fiat e poi della Thyssen di Torino.
Ci siamo occupati di tortura e della nuova legge chiedendo a Luigi Manconi, autore del testo originario, di spiegarci come e quanto, prima di essere approvata alla Camera, sia stata modificata e in parte snaturata. Ci siamo occupati di libertà e resistenzaricordando, a modo nostro, il 25 aprile. Dello strano caso di Attilio Manca, urologo del boss Provenzano, e di una donna unica: il giovane avvocato Tawakkul Karman, premio Nobel per la pace nel 2011, volto gentile della Primavera yemenita.
E molto altro ancora: di Kurdistan, di Velazquez a Parigi, del ritorno dell’intellettuale organico e della magnifica storia del fisico Joseph Rotblat che si rifiutò di costruire la “bomba”. Buona lettura!
  

La parole (chiare) di Claudio Fava sul caso Manca

attilio-manca1Non usa mezzi termini Claudio Fava dopo la convocazione a Palazzo San Macuto dei magistrati di Viterbo titolari dell’inchiesta sulla morte dell’urologo Attilio Manca: il vicepresidente dell’Antimafia parla di “sciatterie giudiziarie”, di “superficialità”, e di “pregiudizi negativi” nei confronti della vittima, ma non vuole immaginare complotti, almeno ufficialmente, “per evitare di allontanarci dalla verità”. Stiamo ai fatti, dice Fava. “Ci sono due certezze: la prima è che questa inchiesta è stata fatta male, la seconda è che a Barcellona Pozzo di Gotto (città di origine di Attilio Manca, ndr.) qualcuno mente”.

Qual è l’impressione finale dopo aver ascoltato i magistrati?

“Non è una magnifica impressione. Questa inchiesta è stata gestita con eccessiva sufficienza. Non è un caso che buona parte delle attività istruttorie siano state ripetute, o siano state fatte per la prima volta soltanto su sollecitazione del Gip. Mi è sembrato (e questa la cosa più preoccupante) che ci fosse un pregiudizio negativo addirittura nei confronti della vittima, nel senso che non si riescono ad immaginare ipotesi diverse dalla morte accidentale per overdose. Di fronte ad ogni evidenza, l’atteggiamento di questi magistrati è stato quello di spazzare via il beneficio del dubbio con sufficienza, come per dire: era un tossicodipendente occasionale, ma no, forse era un consumatore frequente, il naso si è fracassato cadendo sul letto, probabilmente perché è stato in posizione supina per molte ore, insomma molte cose di fronte alle quali chiunque si sarebbe fermato un attimo a ragionare”.

Crede che dietro alla morte di Attilio Manca ci sia qualcosa di grosso?

“Attilio Manca non è morto per un’overdose accidentale. E’ un omicidio organizzato con pignola attenzione anche nei dettagli. Credo che Manca si sia trovato coinvolto, consapevolmente o inconsapevolmente, in una vicenda che ha riguardato l’operazione e le cure post operatorie prestate a Provenzano per il tumore alla prostata, e che per questa ragione sia stato ucciso”.

Non è eccessivo che i magistrati di Viterbo – durante l’audizione in Commissione antimafia – abbiano bollato Attilio Manca come un drogato, attribuendo questo termine alla madre che, cinque giorni dopo la morte del figlio, dichiarò a verbale che Attilio, negli anni del liceo, ‘’si era fatto qualche canna’’? La Polizia, invece di scrivere marijuana, scrisse “stupefacenti”, creando da quel momento l’equivoco che Attilio Manca fosse un tossico…

“In Commissione i magistrati hanno citato la deposizione della madre, che ovviamente si riferiva a un periodo studentesco in cui il ragazzo si sarà fatto qualche spinello. Però dicono pure di avere ascoltato alcuni amici d’infanzia di Barcellona, che Attilio Manca avrebbe continuato a frequentare. Secondo costoro, quando il medico scendeva in Sicilia, si ritrovava con loro anche per fare uso di eroina. Tutto questo, però, non ha avuto alcun riscontro. I colleghi laziali di Manca, sentiti sul punto, hanno smentito tutto. Peraltro è praticamente impossibile che un chirurgo possa fare uso di eroina e al tempo stesso entrare in sala operatoria con la stessa abilità di Manca”.

A proposito dei quattro ex “amici” barcellonesi che accusano Attilio Manca di essere un drogato: appartengono al contesto del circolo paramassonico “Corda fratres”, di cui fanno parte, fra gli altri, i boss Rosario Cattafi, uomo di Santapaola e dei servizi segreti deviati, e Giuseppe Gullotti, colui che recapitò a Giovanni Brusca il telecomando della strage di Capaci e che è stato ritenuto dalla Cassazione il mandante dell’assassinio del giornalista Beppe Alfano. Fra questi ex “amici” c’è anche il cugino dell’urologo, tale Ugo Manca (coinvolto in questa storia, la cui posizione è stata archiviata a Viterbo), che risulta vicino alla mafia di Barcellona e al tempo stesso intimo amico dei Colletti bianchi della città.

“In questa indagine non è stato approfondito neanche il contesto criminale di Barcellona. Che vede insieme, in un’unica filiera, Provenzano (che trascorre periodi della sua latitanza proprio in quella città) e Cattafi (che lo ospita), legato a sua volta a Ugo Manca. Non è stata considerata la possibilità di intervenire su quel tessuto di amicizie locali, pilotandole in certe direzioni”.

In che senso?

“La donna romana, considerata dai magistrati di Viterbo come la presunta fornitrice di eroina di Attilio Manca, conduce anche lei a Barcellona. C’è un rapporto dei Ros che mette insieme Provenzano, Barcellona e Cattafi, il quale, ripeto, frequentava Ugo Manca. La cosa sbalorditiva è che i magistrati di Viterbo dicono di non conoscere neanche questo rapporto. Stessa cosa della permanenza di Provenzano a Barcellona. L’unica cosa che dicono di sapere è che Provenzano non può essere stato operato da Manca perché l’intervento non sarebbe stato eseguito in laparoscopia, tecnica nella quale era specializzato Attilio. La cosa impressionante è che sono apparsi informatissimi su alcuni dettagli e particolarmente disinformati sulla dimensione criminale di Provenzano in relazione a Barcellona”.

La famiglia Manca, in tutti questi anni, neanche è stata ascoltata dai magistrati laziali.

“Trovo davvero singolare che la famiglia non sia stata ammessa neanche come parte civile al processo, così come trovo singolare che non siano stati sentiti il padre, la madre e il fratello di Attilio. Ci si è affidati a qualche interrogatorio a distanza, condotto al Commissariato di Barcellona. Penso che sia naturale, in casi del genere, per un pubblico ministero ascoltare un genitore. Non è stato fatto neanche questo”.

(fonte)

Perché Setola ha ritrattato sull’omicidio di Attilio Manca?

”Il pentito Giuseppe Setola ha ritrattato dopo che la moglie ha rifiutato di lasciare Casal di Principe per trasferirsi in una località protetta”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Napoli Giuseppe Borrelli, sentito ieri dalla Commissione Antimafia sui rapporti tra camorra, imprenditoria, politica e servizi segreti deviati. Borrelli è stato convocato a Palazzo San Macutoinsieme al capo della procura partenopea Giovanni Colangeli, e nel corso dell’audizione i due magistrati hanno fornito chiarimenti anche sul pentito che poco più di un mese fa aveva riaperto clamorosamente il caso Manca, dichiarando che la morte dell’urologo (archiviata come un’overdose) era legata all”intervento chirurgico di Bernardo Provenzano a Marsiglia. Setola, ex esponente del clan dei casalesi, però, ha recentemente ritrattato, con una tempistica che l’avvocato di parte civile Antonio Ingroia ha definito ”una singolare coincidenza”, rilevando che la ritrattazione del pentito è avvenuta subito dopo la diffusione delle sue rivelazioni su Manca.

Le dichiarazioni del pentito vengono ritenute dai magistrati della procura di Napoli “importantissime e di grande interesse”, sia per i 46 delitti di cui si è dichiarato responsabile, sia per altri omicidi di cui non sarebbe colpevole direttamente, ma dei quali dice di conoscere retroscena ed autori.

Nel corso dell’audizione svoltasi ieri a Palazzo San Macuto, i due magistrati hanno poi precisato che il pentito non ha reso dichiarazioni sulla morte di Attilio Manca alla Procura di Napoli, argomento che effettivamente l’ex boss dei clan casalesi ha affrontato, su sua richiesta, con i sostituti procuratori di Palermo che si occupano della Trattativa, Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, ai quali ha detto di avere appreso in carcere che l’urologo siciliano, contrariamente a quanto sostenuto dalla Procura di Viterbo, non si sarebbe suicidato, ma sarebbe stato assassinato per aver visitato, operato e curato il boss corleonese Bernardo Provenzano (allora latitante), riconoscendone la falsa identità.

Il procuratore di Napoli e il suo aggiunto hanno quindi osservato che le dichiarazioni del capomafia campano, pur ritenute “molto interessanti” sotto il profilo investigativo, “vanno poste a verifica attenta e rigorosa”, in quanto a rilasciarle sarebbe stato ”un soggetto psicologicamente inaffidabile e palesemente instabile”. Alla domanda specifica del deputato del Movimento 5 Stelle, Francesco D’Uva (“Quindi le dichiarazioni di Setola non sono attendibili?”), i procuratori campani però hanno risposto: “Non abbiamo detto questo. Il boss casalese inizialmente appariva attendibile, poi però ha ritrattato. È un personaggio molto labile e ondivago, sul quale il nostro approccio, fin dall’inizio, è stato estremamente prudente, tanto che è stata chiesta la revoca del regine di protezione”.

“Setola – ha poi aggiunto Borrelli – rappresenta il paradigma delle difficoltà nella gestione con i collaboratori di giustizia. Il boss ha praticamente imposto la necessità di essere interrogato perché, andato in aula, si è pubblicamente assunto la paternità di 46 omicidi, a fronte dei 23 che gli erano stati contestati, dunque era disponibile a rendere dichiarazioni su quelli che gli inquirenti non gli avevano attribuito. A quel punto la scelta di sentirlo si rendeva necessaria. Dopo due udienze il suo comportamento è cambiato completamente”. Perché? “La moglie ha deciso di non spostarsi da Casal di Principe, rifiutando di vivere nella località protetta in cui era stato deciso di mandarla. Di fronte a questo, Setola non ha più collaborato”.

Slitta intanto al 13 dicembre l’audizione – prevista per oggi – a Palazzo San Macuto del procuratore di Viterbo Alberto Pazienti e del Pubblico ministero Renzo Petroselli, che dovranno essere sentiti proprio sul caso di Attilio Manca. Una vicenda sulla quale la Commissione presieduta da Rosy Bindi ha posto la sua attenzione in seguito alla recente “due giorni” effettuata a Messina. Nel corso di quella visita, la stessa Bindi ha smentito la tesi della Procura di Viterbo: “La morte di Attilio Manca a tutto può essere attribuibile, tranne che a un suicidio di droga”, mentre il vice presidente dell’Antimafia ha aggiunto: “Non è da escludere che questo caso possa essere collegato con l’operazione di Bernardo Provenzano”.

(click)

Caso Manca: la Commissione antimafia convoca Pazienti e Petroselli

loraquotidiano.it_2014-12-01_18-33-38La Commissione nazionale antimafia ha convocato a Palazzo San Macuto il procuratore di Viterbo, Alberto Pazienti e il Pubblico ministero Renzo Petroselli, per un’audizione sull’indagine relativa alla morte di Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gozzo, trovato cadavere nel suo appartamento della cittadina laziale dove lavorava presso la clinica ”Belcolle”. L’indagine fu archiviata come l’overdose di un ”tossicodipendente’,’ e poi riaperta solo nei confronti di Monica Mileti rinviata a giudizio con l’accusa di aver ceduto lo stupefacente al giovane medico.  Ora l’Ufficio di presidenza della Commissione ha convocato i due magistrati che si sono detti disponibili ad essere ascoltati il 17 dicembre.

Secondo l’Antimafia di Palazzo San Macuto– recatasi il 27 e il 28 ottobre scorso a Messina per occuparsi delle commistioni fra Cosa nostra, politica, massoneria e servizi segreti deviati presenti soprattutto a Barcellona Pozzo di Gotto – l’audizione dei due magistrati si rende necessaria per chiarire i tanti perché di questa strana morte, avvenuta nelle ultime ore dell’11 febbraio 2004, e scoperta la mattina del 12 con il ritrovamento del cadavere. La stessa presidente dell’Antimafia, Rosi Bindi, ha dichiarato che “la morte di Attilio Manca a tutto è attribuibile tranne che a un suicidio da overdose”. Anche il vice presidente Claudio Fava ha manifestato tutti i suoi dubbi:“Non è da escludere che questo decesso sia un omicidio legato all’operazione del boss Bernardo Provenzano”.

La Commissione vuol sapere perché la Procura di Viterbo continua a parlare di “inoculazione volontaria” di eroina, se  i due buchi sono stati ritrovati sul braccio sinistro di Attilio Manca, che però era un mancino puro, perché sulle due siringhe trovate a pochi metri dal cadavere, la rilevazione delle impronte digitali è stata ordinata soltanto dopo otto anni (senza alcun risultato), e perché i magistrati continuano a parlare di decesso “volontario” se, dalle foto scattate dalla Polizia dopo il ritrovamento del corpo, si vede il volto di Attilio Manca pieno di sangue, il setto nasale deviato, le labbra tumefatte e i testicoli enormi, con una visibile ecchimosi sullo scroto. A questo va aggiunta la relazione del medico del 118, Giovanbattista Gliozzi, accorso dopo il ritrovamento, che ha messo in evidenza dei lividi ai polsi e alle caviglie.

Perché al cospetto di questi primi elementi, i magistrati hanno seguito una sola pista, senza porre le ipotesi alternative suggerite dalla famiglia, e cioè che Attilio Manca potrebbe essere stato immobilizzato con un colpo ai testicoli e in faccia (almeno uno), tenuto dai polsi e dalle caviglie, sedato con una dose di tranquillante (il primo buco?), e drogato con l’eroina (il secondo)? L’esame tossicologico ha infatti stabilito che nell’organismo del medico era presente una notevole quantità di eroina, mista a del tranquillante e dell’alcol, che, se somministrati contemporaneamente, secondo il parere dei docenti di Medicina legale, portano alla morte immediata. A parere deimagistrati di Viterbo (segnatamente la Procura e il Gip Salvatore Fanti), Attilio Manca, medico ed igienista di professione, dopo essersi bucato, avrebbe lavato il cucchiaio sciogli eroina, rimesso i tappi negli aghi delle siringhe, sarebbe sceso in strada, avrebbe buttato il laccio emostatico e l’involucro conserva-eroina, sarebbe risalito a casa, cenato e, prima di crollare rovinosamente sul letto, si sarebbe massacrato il volto e i testicoli, lasciando però a pochi metri gli oggetti più compromettenti: le siringhe. Una ricostruzione che dovrebbe essere chiarita dai magistrati, così come dovrebbe essere chiarito perché è stata sempre ignorata la pista dell’omicidio semplice o di mafia su cui i familiari e l’avvocato Fabio Repici (al quale da un anno si è aggiunto l’avvocato Antonio Ingroia), ha sempre chiesto di indagare.

I magistrati laziali dovrebbero spiegare perché di esame tricologico (l’analisi effettuata sul campione del capello della vittima, per accertare l’uso pregresso di stupefacenti) hanno parlato solo otto anni dopo, per giunta in conferenza stampa: né alla famiglia Manca, né al legale, era mai stato notificato un atto del genere. Altra spiegazione mai fornita è quella sul perché gli inquirenti colleghino la presunta “inoculazione volontaria” con l’altrettanto presunta positività dell’esame tricologico, quando il nesso fra questi due elementi non è affatto scontato, come la Procura di Viterbo vorrebbe invece fare intendere.

E poi c’è il capitolo legato al caso Provenzano, cioè all’operazione di cancro alla prostata alla quale il boss corleonese  fu sottoposto a Marsiglia nell’autunno del 2003, mentre era latitante col falso nome di Gaspare Troia. Diversi elementi portano in quella direzione, ma la Procura di Viterbo si è sempre ostinata ad insistere sulla morte per droga. L’antimafia vuole capire prchè questa pista noin è mai stata seriamente battuta dagli inquierenti. Una altro buco nero dell’indagine di Viterbo riguarda i tabulati telefonici dell’autunno del 2003 (chiesti più volte dall’avvocato Repici), mai acquisiti dalla procura laziale con un’incomprensibile omissione, dato che, secondo la famiglia, c’è una telefonata risalente all’ottobre di quell’anno in cui Attilio avrebbe detto ai genitori di trovarsi nelSud della Francia per “vedere un intervento chirurgico”. L’ennesimo interrogativo rimasto senza risposta riguarda il rapporto dell’ottobre del 2003, nel quale il capo della Squadra mobile di Viterbo Salvatore Gava scrive che nel periodo in cui Binnu Provenzano è ricoverato a Marsiglia, Attilio Manca non si è mosso dall’ospedale ”Belcolle” di Viterbo. Un anno fa, il programma televisivo “Chi l’ha visto”, mandò in onda un servizio che smentiva quel rapporto:  da un controllo dei registri delle presenze, infatti, risulta che Attilio Manca  proprio in quei giorni non era in ospedale.

Caso Manca: oltre al danno la calunnia

ingroia-manca-angela-conf-stampadi Lorenzo Baldo – 25 novembre 2014
La Procura di Viterbo iscrive nel registro degli indagati l’ex pm per alcune sue dichiarazioni rilasciate durante l’udienza preliminare al processo per la morte del giovane urologo di Barcellona P.G.
Palermo. “Una mostruosità giuridica”. Non usa mezzi termini all’apertura della conferenza stampa l’avvocato della famiglia Manca, Antonio Ingroia (che lavora in team insieme al collega Fabio Repici), riferendosi all’avviso di garanzia inviatogli dalla Procura viterbese. Nel documento il pm Renzo Petroselli lo accusa di aver incolpato ingiustamente il dirigente della Squadra Mobile di Viterbo, Salvatore Gava, di falso ideologico per la sua informativa sulle indagini relative alla morte di Attilio Manca, il giovane urologo barcellonese trovato cadavere nella sua casa di Viterbo nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004. Petroselli sottolinea che le accuse di “depistaggio” attraverso la costruzione di “prove false” sono state pronunciate durante l’udienza preliminare del 3 febbraio scorso relativa al procedimento penale per la morte del giovane medico che vede come unica imputata la romana Monica Mileti, accusata di aver ceduto la dose fatale di eroina che ha causato la morte del giovane urologo.

L’obbrobrio giuridico
Ingroia esordisce sottolineando l’evidente anomalia del suo avviso di garanzia: è la prima volta che un avvocato viene incriminato per calunnia per quello che ha dichiarato nel corso dell’udienza. L’ex pm ribadisce che bisogna essere “analfabeti del diritto” per non conoscere che l’art. 590 del codice penale prevede una specifica causa di non punibilità per le offese contenute negli scritti e nei discorsi che le parti, pm e difensori, rendono davanti all’Autorità giudiziaria. In questo caso è tutto molto più complesso e occorre mettere insieme tutti i pezzi.

Antefatto
Lo scorso 9 gennaio il giornalista di Chi l’ha visto, Paolo Fattori, confronta il verbale della squadra mobile di Viterbo, guidata all’epoca da Salvatore Gava, con i registri dell’ospedale “Belcolle”, dove Attilio Manca lavorava. Da quel confronto emerge una schiacciante verità: Attilio Manca non era in ospedale nei giorni del ricovero di Bernardo Provenzano a Marsiglia. Un fatto incontrovertibile che si scontrava – e si scontra – con la relazione firmata dallo stesso Gava nella quale veniva scritto invece che l’urologo siciliano era di turno all’ospedale nei giorni in cui il boss si trovava in Francia per sottoposti ad un’operazione alla prostata. I giorni in cui è segnata la mancata presenza del giovane urologo sono quelli tra il 20 e il 23 luglio 2003, poi dal 25 al 31 luglio 2003 e infine nei giorni del 25, 26 e 31 ottobre 2003 (il 30 se ne era andato via intorno alle 15:30, prima quindi che terminasse il suo turno). Il dott. Manca era quindi rientrato in servizio la mattina del 1° novembre. E proprio i giorni in cui il giovane urologo era assente dal lavoro coincidevano con il periodo nel quale Provenzano (tra esami preparatori, intervento alla prostata, e successivi esami di controllo) si trovava in Francia.

I protagonisti
Salvatore Gava è lo stesso pubblico ufficiale già condannato a 3 anni, in via definitiva, per un falso verbale all’epoca delle violenze alla scuola Diaz. La sua informativa sul caso Manca è stata quindi smentita dal confronto con i registri dell’ospedale dove lavorava Attilio Manca. Perché mai in quella relazione si leggeva che la presenza di Attilio Manca sul luogo di lavoro era stata appresa “in via informale” quando “formalmente” i fogli dell’ospedale dicevano tutto il contrario? Dove sono quindi i presupposti di calunnia da parte di Antonio Ingroia? Il pm Petroselli è lo stesso magistrato che, dopo svariate richieste di archiviazione sul caso specifico, ha chiesto e ottenuto l’esclusione della famiglia Manca, quale parte civile, dal processo che si sta celebrando a Viterbo nei confronti di Monica Mileti. Per motivare la sua decisione Petroselli ha affermato che i genitori e il fratello di Attilio non sono stati danneggiati dalla morte del loro familiare. Probabilmente basterebbero queste sue poche parole per qualificare la caratura morale del magistrato.

Strane manovre
Quello che vuole essere fatto passare come un suicidio per droga nasconde in realtà un bieco tentativo di  occultare qualcosa di molto più terribile. Resta da cristallizzare il ruolo di Cosa Nostra all’interno di quello che a tutti gli effetti appare come un omicidio. Così come il ruolo di determinati apparati investigativi. Durante la conferenza stampa lo stesso Ingroia annuncia di voler denunciare il pm Petroselli al Csm o anche per via penale. Per l’ex pm è del tutto evidente che non si voglia arrivare alla verità sul caso di Attilio Manca. E questo perché secondo la ricostruzione del legale della famiglia Manca quella strana morte è collegata alla trattativa Stato-mafia in quanto la copertura della latitanza di Provenzano – garante di quel patto –  rientrava in determinati accordi. Attilio Manca sarebbe stato coinvolto inconsapevolmente nella cura dell’anziano boss e poi, una volta resosi conto della sua reale identità, sarebbe stato eliminato attraverso la più classica delle manovre firmata dalla mafia in sinergia con apparati “deviati”. Ingroia traccia quindi un filo che unisce i misteri di questo omicidio con l’isolamento del pm Nino Di Matteo. “Non è un caso – ha ribadito l’ex pm – quello che si sta verificando per la nomina del nuovo procuratore di Palermo”. Per Ingroia il rischio dell’arrivo di un procuratore “normalizzatore” ostile al processo sulla trattativa che isoli ulteriormente Di Matteo è tutt’altro che peregrino. L’ex magistrato si appella quindi alla Presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, che poche settimane fa ha definito il caso Manca “un omicidio di mafia”, affinchè mantenga la promessa di istituire al più presto un’apposita commissione a tema. “Chiedo di essere sentito dal procuratore facente funzione Leonardo Agueci – conclude l’ex magistrato – in quanto ritengo che ci siano le condizioni per aprire un fascicolo a Palermo sulla morte di Attilio Manca in quanto questo fatto è collegato alla latitanza di Provenzano e alle indagini sulla trattativa”.

Il dolore di una madre
Non ha più lacrime, Angelina Manca, prende la parola dopo l’ex pm, mostra le foto del volto tumefatto del figlio e ripercorre i momenti salienti di questi 10 anni nei quali lei e la sua famiglia hanno gridato per avere verità e giustizia. Racconta dei tentativi di indurli al silenzio attraverso minacce sibilline o del tutto esplicite. In prima fila suo marito, Gino, la osserva rivivendo ogni istante. La sua richiesta di attenzione rivolta ai media è l’ultimo appello di chi continua a scontrarsi con una macchina della giustizia disposta a risolvere il giallo della morte del loro figlio incriminando unicamente un avvocato e che, senza alcun pudore, evita accuratamente di arrivare alla verità.

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La verità negata su Attilio Manca

MancaAttilio2aConsidero il caso di Attilio Manca uno scempio istituzionale nei confronti della sua famiglia, della verità e della giustizia. Per questo credo che debba impegnarmi anch’io al limite delle mie forze. Intanto vale la pena leggere le parole della madre, Angela:

“Credo che sull’omicidio di Attilio Manca non si voglia fare luce, anzi, stanno cercando di ostacolare ogni nostra iniziativa finalizzata all’ottenimento della verità, sia sulla morte di mio figlio, sia sulla latitanza ‘dorata’ di Bernardo Provenzano, coperta per oltre 40 anni da pezzi importanti dello Stato. Si sono verificati troppi episodi strani, anche recentemente, per poter pensare a delle semplici coincidenze: dalla strano ‘suicidio’ per ‘impiccagione’ in carcere di Francesco Pastoia, braccio destro di Provenzano, agli strani lividi con i quali lo stesso Provenzano è stato trovato in carcere”.

Angela Manca non ha peli sulla lingua. Pesa le parole, ma mette in fila i fatti che riguardano la morte del figlio Attilio Manca, brillantissimo urologo di 24 anni, originario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina),trovato cadavere la mattina del 12 febbraio 2004 nel suo appartamento di Viterbo, città dove era in servizio da un paio di anni, Per i magistrati laziali, il decesso del medico è da attribuire a un mix micidiale di eroina, alcol e tranquillanti trovati nell’organismo della vittima; per i familiari, invece, all’operazione di cancro alla prostata subita dal boss Bernardo Provenzano nel 2003 a Marsiglia, alla quale Attilio avrebbe preso parte. La Procura di Viterbo è certa dell’”inoculazione volontaria”, in virtù di due buchi trovati nel braccio sinistro dell’urologo (quello sbagliato: Attilio era mancino puro) e di due siringhe rinvenute a pochi metri dal cadavere. La famiglia accusa i magistrati laziali di aver costruito un castello di bugie, a cominciare dal mancato rilievo delle impronte digitali sulle siringhe, effettuato solo otto anni dopo, che tra l’altro non ha dato alcun esito, per passare alle foto del cadavere scattate pochi minuti dopo dalla Polizia, che non sarebbero state tenute in considerazione: dalle immagini si vede il volto di Attilio Manca sporco di sangue, il setto nasale deviato, le labbra gonfie, i testicoli enormi, con lo scroto striato da una evidente ecchimosi, segnali questi, più compatibili con una colluttazione che con una morte da overdose. Ma in verità è l’intera l’impalcatura investigativa a non convincere.

L’on. Sonia Alfano, ex presidente della Commissione antimafia europea, nel volume “Un ‘suicidio’ di mafia”, Castelvecchi editore, dice: “Quando andai a visitare Provenzano in carcere, lo trovai pieno di botte. Gli chiesi: ‘Signor Provenzano, si rende conto che stanno facendo pagare solo lei, mentre gli altri sono fuori dal carcere?’. E lui: ‘Non possiamo parlare fuori?’. Aveva paura. Aveva punti di sutura al sopracciglio, un livido alla guancia e un livido alla mandibola”.

Signora Manca, perché collega il “suicidio” di Pastoia con l’episodio denunciato dall’on. Alfano? Che c’entrano i due episodi con la morte di suo figlio?

“Saranno anche delle coincidenze, ma Pastoia (intercettato dalle ambientali), aveva parlato di un ‘dottore’ che, oltre ad essere presente in sala operatoria a Marsiglia durante l’intervento di cancro alla prostata alla quale si era sottoposto il boss nell’autunno del 2003, avrebbe curato Provenzano prima e dopo l’intervento. Pochi giorni dopo Pastoia morì e la sua tomba venne violentemente profanata nel cimitero di Belmonte Mezzagno. Vogliamo sapere chi è questo ‘dottore’. Perché una cosa è chiara: un urologo deve aver diagnosticato il tumore a Provenzano, e deve averlo curato dopo l’operazione”.

Andiamo ai lividi di Provenzano.

“Sono comparsi dopo che Sonia Alfano aveva chiesto testualmente: ‘Signor Provenzano, ricorda il giovane medico Attilio Manca?’. Il boss non disse di non conoscerlo. Rispose: ‘Amo a mettiri mmenzu autri cristiani?’, dobbiamo mettere in mezzo altre persone?, riferendosi probabilmente a quella rete di personaggi dello Stato che lo ha protetto per tanti decenni. Se è una coincidenza, anche questa è molto singolare”.

Come giudica la clamorosa ritrattazione del boss dei Casalesi, Giuseppe Setola, che recentemente si è pentito di essersi pentito proprio nel momento in cui ha svelato ai magistrati palermitani, Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia (che si occupano della Trattativa Stato-mafia) alcuni retroscena sulla morte di Attilio Manca?

“Un altro episodio singolare. Da maggio Setola aveva detto chiaramente quello che sosteniamo noi da dieci anni: ovvero che la morte di Attilio non è dovuta ad overdose di eroina, ma sia da collegare all’operazione di Provenzano. Attenzione: Setola non fa marcia indietro mentre sta raccontando questi retroscena. Decide di non parlare più quando le sue dichiarazioni segrete vengono rese pubbliche, Infatti non smentisce quello che ha detto, dice di temere per i suoi familiari. Evidentemente non si è sentito protetto dallo Stato”.

Eppure il capo della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Giuseppe Pignatone, dopo le sue dichiarazioni, ha aperto un fascicolo di indagine “modello 45” sulla morte di Attilio Manca.

“Non sono un’esperta di diritto, ma so che il “modello 45” è un procedimento blando, che temo non porterà a niente. Del resto, il sostituto procuratore Michele Prestipino, da sempre in sintonia con Pignatone, ha detto che la morte di Attilio non c’entra niente con l’operazione di Provenzano. Perché Prestipino è così sicuro se non ha mai indagato su Attilio? Prestipino ha sì svolto una inchiesta, scaturita successivamente in un processo, sulla presenza di Provenzano a Marsiglia, ma non sull’eventuale intervento di Attilio nel contesto dell’operazione del boss corleonese”.

Recentemente a Viterbo la famiglia Manca non è stata ammessa come parte civile al processo che si sta celebrando contro Monica Mileti, colei che, secondo i magistrati laziali, sarebbe stata la spacciatrice che avrebbe ceduto l’eroina “fatale” a suo figlio. Il giudice monocratico ha giustificato la decisione dicendo che “la famiglia Manca non avrebbe ricevuto alcun danno dalla morte del congiunto”.

“Beh, anche in questo caso tutto sembra fin troppo chiaro”.

Caso Manca: a Viterbo va di scena una farsa

2Fuori dal processo i familiari di Attilio Manca, giovane urologo trovato morto in circostanze misteriose a Viterbo il 12 febbraio 2004. Dietro richiesta del pm Renzo Petroselli, il giudice Terzo ha infatti escluso dalle parti civili la famiglia Manca, rappresentata dai due legali Antonio Ingroia e Fabio Repici. Di fatto i familiari avevano facoltà di essere ammessi come parte civile al dibattimento, secondo il giudice, esclusivamente per il reato di omicidio colposo. Reato che però è ormai caduto in prescrizione, mentre l’unico che verrà contestato in aula sarà quello di cessione della droga che ha ucciso Attilio.
“E’ una vergogna inaudita – ha protestato l’avvocato Fabio Repici – Il degrado della giustizia sta arrivando a livelli cosmici e irredimibili”. Il legale difensore ha dichiarato che “l’atteggiamento tenuto ancora oggi dal pm Petroselli è la conclusione coerente dell’operato con il quale, dal momento del rinvenimento del cadavere di Attilio Manca, il pm ha dedicato tutti gli sforzi a processare moralmente il defunto trascurando di fare quel che doverosamente avrebbe dovuto al fine di ricercare la verità”.

Sul caso Manca sono molti ancora i tasselli mancanti che le precedenti indagini non hanno messo davvero in luce. Come il fatto che Attilio, urologo di innegabile fama, si trovava a Marsiglia proprio nello stesso periodo in cui il boss Bernardo Provenzano, allora latitante, vi andò per un’operazione alla prostata. Ben più di una coincidenza, secondo i familiari, che avrebbe portato il giovane medico alla morte, inizialmente archiviata come suicidio per overdose. Ma tante cose ancora non quadrano: come il fatto che la droga è stata iniettata nel braccio sinistro, mentre Attilio è sempre stato mancino, o che la siringa non riportava alcuna impronta, né di Attilio, né di altri. Indizi e circostanze che potranno essere esaminati in dibattimento anche per eventualmente vagliare la pista mafiosa, mai abbandonata dai familiari. Al processo l’unica imputata è Monica Mileti, accusata di spaccio per aver ceduto la dose di eroina ad Attilio.
I familiari saranno ascoltati dalla Commissione nazionale antimafia il 28 ottobre a Barcellona Pozzo di Gotto, durante una visita di due giorni nel Messinese.

Durissima la reazione di Angelina Manca, madre di Attilio che negli ultimi dieci anni non ha mai smesso di chiedere verità a una procura, quella di Viterbo, “che oggi ha ucciso mio figlio”, e lo ha fatto perché, ha detto in conferenza stampa, “non ha mosso un dito”, riferendosi ai magistrati che si sono occupati delle indagini, il procuratore capo Alberto Pazienti e il sostituto Renzo Petroselli “che hanno prodotto documenti falsi e detto cose false” solo per “mettere il marchio di drogato a un professionista serio come mio figlio”. “Oggi hanno dimostrato che la giustizia in Italia non è uguale per tutti” ha poi concluso con voce tremante e piena d’amarezza. La stessa che è trasparita dall’intervento dell’altro figlio Gianluca, fratello di Attilio, che ha parlato di una vera e propria “estromissione” della famiglia dal processo che si è finalmente aperto. “Oggi il tribunale di Viterbo ha scritto la pagina più buia della giustizia italiana” ma, ha poi sottolineato appellandosi ai presenti “dovete essere voi cittadini di Viterbo, voi cittadini italiani a prendere in mano una situazione così grave, perché evidentemente qualcuno non vuole che la verità venga fuori, allora dovete essere voi a pretenderla”. Certo è che, ha però precisato, “possono togliere la verità giuridica, ma non la dignità, nè ad Attilio, nè alla famiglia Manca”.
“Incomprensibile” e “aberrante” è per l’avvocato Antonio Ingroia l’ordinanza emessa all’udienza di oggi. “Aberrante perché ci sono fiumi di sentenze che dicono che la cessione di sostanza stupefacente è un reato che danneggia la salute di chi la riceve” e nel caso in cui si arriva alla morte “subentra il diritto dei familiari” di prendere parte al dibattimento in quanto “danneggiati indiretti di colui che ha ricevuto la sostanza”. “Io non credo – ha poi precisato – che ci troviamo di fronte a giudici incompetenti” perché oggi nel corso del processo “il giudice ha dimostrato fin dall’inizio di non avere nessun interesse a che si accerti tutta la verità sulla vicenda Manca”. “Sono cose – ha concluso Ingroia – che in 25 anni di carriera da pubblico ministero non ho mai visto”.

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