Vai al contenuto

Bruno Caccia

A proposito di Bruno Caccia.

header_Caccia-300x225Non si può che essere felici per la (bella) svolta che hanno preso le indagini sull’omicidio di Bruno Caccia e anche se sono passati troppi anni (ma con una vittima di mafia sono troppi anche i primi cinque minuti, se ci pensate) credo che questo risultato sia una soddisfazione per la famiglia, per gli ex colleghi e per i tanti che ne ricordano quotidianamente il nome. E sono proprio tanti, a partire dai meravigliosi ragazzi che abitano tutti i giorni con l’impegno e il lavoro Cascina Caccia. Se passate dalle loro parti passateli a salutare e a vedere che bella forma ha preso quel cascinale che apparteneva all’immondo mandante di quell’omicidio. Bruno Caccia è stato tra i primi a vedere l’odiosa ‘ndrangheta (ne ho scritto per Fanpage qui) e che se ne parli può solo fare bene a questa nazione. Certo l’arresto di ieri è solo il primo passo, come raccontavo oggi agli amici di RadioPopolare (il podcast è qui).

E per questo il mio buongiorno stamattina per Left l’abbiamo voluto dedicare a lui e al suo sorriso, qui.

Chi ha ucciso Bruno Caccia

Uno straordinario lavoro di Marco Bertelli:
Il 26 giugno 1983 il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il suo cane nei pressi della propria abitazione. I processi celebrati sull’omicidio del magistrato hanno permesso di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfioreche è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a deliberare l’omicidio del dottor Caccia è stato individuato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla è emerso durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra.

Questo lavoro ha l’obiettivo di incrociare, con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, gli atti istruttori presenti nel fascicolo processuale con alcuni elementi emersi negli ultimi anni. Obiettivo di questa analisi è individuare spunti d’indagine che possano risultare utili per riaprire l’inchiesta sul delitto.

Il lavoro è articolato in sette sezioni:

1) L’omicidio del dottor Bruno Caccia

2) Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia a carico di Domenico Belfiore
3) La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
4) Nuovi elementi per riaprire le indagini
5) Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
6) Giovanni Selis: un magistrato dimenticato
7) Conclusioni

 L’omicidio del dottor Bruno Caccia

Domenica 26 giugno 1983, intorno alle ore 23.30, il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il cane in prossimità della sua abitazione. Almeno due killer lo affiancarono a bordo di una FIAT 128. Il conducente arrestò l’auto ed esplose alcuni colpi di arma da fuoco contro il magistrato colpendolo in varie parti del corpo mentre il passeggero scese dall’auto e, raggiunta la vittima, sparò altri colpi al capo della stessa. Il dottor Caccia, soccorso e trasportato all’ospedale in ambulanza, vi giunse privo di vita.
Mezz’ora dopo l’agguato, un uomo chiamò il centralino del quotidiano La Stampa: ‘Non capisco, stavo dormendo, è squillato il telefono. Un tale mi ha detto di avvertirvi subito e di dirvi che loro, le Brigate Rosse, hanno ucciso il dott. Bruno Caccia’.
Il mattino successivo, lunedì 27 giugno, due telefonate a quotidiani di Roma e alla RAI di Milano rivendicarono ancora alle BR l’attentato.
L’autenticità della rivendicazione a nome delle BR fu presa attentamente in considerazione in quanto il Procuratore Caccia aveva più volte sostenuto l’accusa in processi per reati di terrorismo.
Lo stesso lunedì 27 giugno, fu ritrovata dai Carabinieri del nucleo operativo di Torino l’auto presumibilmente utilizzata per l’azione. La macchina, parcheggiata in via Verrua, risultava rubata il 25 maggio 1983 a Cartillone Angelo, già pregiudicato per reati contro il patrimonio e coinvolto in passato nelle indagini inerenti ad un furto consumato nell’abitazione di campagna del dottor Caccia. Cartillone, convocato dalla Polizia Giudiziaria, riferì di esser stato vittima del furto dell’auto alcune settimane prima. Talune contraddizioni emerse durante l’interrogatorio indussero gli inquirenti ad arrestare Cartillone per reticenza ma, non emergendo successivamente elementi che potessero indicare un eventuale coinvolgimento di Cartillone nell’omicidio, l’Autorità Giudiziaria ne ordinò la scarcerazione.

L’11 luglio 1983, quindici giorni dopo l’omicidio, la BR negarono ufficialmente di essere gli autori del delitto: ‘Con la morte di Bruno Caccia noi non c’entriamo – dichiarò il brigatista Francesco Piccionileggendo un comunicato nell’aula del carcere ‘Le Vallette’ di Torino -. Questo è un omicidio a cui purtroppo siamo estranei’.

Un mese dopo il delitto Caccia, il 26 luglio 1983, gli atti dell’inchiesta sull’omicidio furono trasferiti per competenza da Torino a Milano dove il procuratore capo Mauro Gresti assegnò il fascicolo al P.M. (Pubblico Ministero) Francesco Di Maggio  (foto sulla destra). Gli inquirenti cercarono di indentificare gli autori dell’omicidio Caccia approfondendo diversi filoni investigativi ma la svolta nelle indagini arrivò solo un anno dopo il delitto. A partire dal mese di luglio 1984, infatti, alcuni membri della criminalità organizzata in stato di detenzione iniziarono a rilasciare all’Autorità Giudiziaria una serie di dichiarazioni che indicavano elementi della malavita organizzata di origine calabrese come responsabili della decisione di uccidere il giudice Caccia.

Le dichiarazioni dei collaboratori a carico di Domenico Belfiore

Nei primi anni ottanta la criminalità organizzata operante a Torino faceva principalmente riferimento a due gruppi, i ‘catanesi’ ed i ‘calabresi’, distinti tra loro sulla base della provenienza geografica.

‘Leader dei ‘catanesi’ e personaggio comunque di indiscusso prestigio eraFrancesco Miano (foto sulla sinistra, ndr), che si avvaleva – nella prevalente attività di commercio di sostanze stupefacenti – della collaborazione del fratello Roberto e di quella, in sottordine, di Carmelo ed Orazio Giuffrida, Antonio Saia, Franco Finocchiaro, Vincenzo Tornatore, Salvatore Parisi, Salvatore Costanza ed altri. Il gruppo dei ‘calabresi’ – dedito in particolare ai sequestri di persona a scopo di estorsione – aveva al suo vertice Domenico Belfiore (foto sulla destra, ndr), con il fratello Giuseppe Belfiore e soprattutto il cognato Placido Barresi, Mario Ursini e la ‘mente finanziaria’ del gruppoFranco Gonella’. 1

La distinzione tra i due gruppi criminali dei ‘catanesi’ e dei ‘calabresi’ è indispensabile per definire il quadro delle principali organizzazioni criminali operanti a Torino nei primi anni ottanta. Tuttavia, è necessario evidenziare già da ora che le attività dei due gruppi avevano numerosi punti di contatto. Le indagini condotte dall’Autorità Giudiziaria di Torino accertarono, ad esempio, il sostegno fornito dal gruppo dei ‘catanesi’ a quello dei ‘calabresi’ (e viceversa) per sfruttare ‘entrature’ nel mondo giudiziario e condizionare l’iter processuale di procedimenti penali riguardanti membri appartenenti ai due clan.

‘A partire dal luglio 1984 gli inquirenti vengono a conoscenza di notizie riguardanti l’omicidio del Procuratore (Bruno Caccia, ndr), ad opera di alcuni componenti della banda dei ‘catanesi’ che, a poco a poco e per vie differenti, cominciano a collaborare con la giustizia.
Dapprima Giuffrida Carmelo (interrogatorio del 10 luglio 1984) riferisce di aver saputo da Finocchiaro Francesco che Domenico Belfiore – maggiore esponente del gruppo dei ‘calabresi’ – lo aveva avvertito che avrebbero dovuto allontanarsi da Torino, perché stava per essere ucciso un magistrato ad opera dei ‘calabresi’. Negli interrogatori successivi, il Giuffrida riferisce, tra l’altro, che analoga frase era stata detta anche a lui sempre da Belfiore e addebita comunque il progetto omicidiario al gruppo degli Ursini, Belfiore, Barresi.
Il 23 ottobre 1984 Miano Francesco interrogato dal procuratore aggiunto di Torino, ammette di aver effettuato registrazioni di conversazioni con detenuti (tra gli altri Domenico Belfiore, Belfiore Giuseppe e Placido Barresi), nel periodo di permanenza presso il centro clinico della casa circondariale di Torino. Le 34 bobine vengono consegnate alla procura il 30 ottobre e dalle stesse emerge la rispondenza di quanto riferito dal Miano.
Successivamente, sentito dai giudici torinesi e milanesi, il Miano riferisce di essere stato contattato dal Dottor Ferretti dei servizi segreti quando ancora era in stato di libertà (tra il 21 gennaio ed il 22 febbraio 1983, ndr), con una richiesta di collaborazione nelle indagini sui contatti tra il terrorismo e la criminalità organizzata; che, nel luglio 1983, quando era scrivano presso il centro clinico, aveva nuovamente incontrato il Ferretti, il quale gli aveva chiesto se era disposto a scoprire gli assassini del dottor Caccia; che lui aveva dato risposta affermativa. In un momento successivo, essendosi reso conto che avrebbe potuto fornire notizie più dettagliate e dimostrare la verità qualora avesse potuto raccontare i fatti ‘dalla viva voce di quelli che li avevano commessi’ aveva richiesto al Ferretti, tramite il dottor Urani, medico del Centro clinico, un piccolo registratore, con il quale poi aveva registrato i colloqui con i detenuti che venivano al Centro clinico e tra questi, gli odierni imputati (Domenico Belfiore e Placido Barresi,ndr).
Miano Francesco, al vertice dell’organizzazione criminale c.d. ‘clan dei catanesi’ (che in più occasioni, aveva collaborato con il clan del Belfiore), aveva sfruttato la sua posizione di preminenza e di prestigio per ottenere confidenze che, altrimenti, mai gli sarebbero state fatte. Sulla scorta di tali confidenze, egli riferisce di essere sicuro del coinvolgimento di Belfiore e del suo gruppo nell’omicidio Caccia, pur non essendo mai riuscito a farsi dire da costui chi siano stati gli esecutori materiali e chi gli eventuali mandanti superiori.
Lo stesso Belfiore gli aveva detto di averne parlato prima della commissione con il Finocchiaro e gli aveva accennato ad una proposta di compiere l’omicidio congiuntamente da parte dei due gruppi. Tuttavia, non fidandosi più del Finocchiaro che gli era sembrato un confidente – in quanto dopo il colloquio con costui, Caccia aveva cominciato a servirsi della scorta – aveva deciso di escludere i catanesi dall’azione e di ‘provvedere in proprio’. Secondo Belfiore, sempre stando al racconto di Miano, l’omicidio del Procuratore si era reso necessario in quanto il magistrato, noto per la sua integrità ed intelligenza, impediva alla sua organizzazione di ‘lavorare’, sia interferendo nelle situazioni finanziarie gestite dai calabresi (Monte dei Pegni, Gioielleria Corsi, etc.) sia seguendo con rigore e severità le vicende penali, e, in particolare, quelle relative al Belfiore stesso e al di lui cognato Barresi.
Agli inizi del 1985, anche un altro affiliato al clan dei catanesi, Saia Antonino, riferisce del progetto omicidiario, comunicatogli dal Belfiore in più occasioni. In particolare, agli inizi del 1983 sarebbe avvenuto un incontro in un bar di Torino, sito nelle vicinanze di via Pisa, cui avrebbero preso parte, oltre a Roberto Miano, Francesco Finocchiaro e Orazio Giuffrida, esponenti del c.d. clan dei catanesi, anche il Belfiore, esponente di vertice del clan dei calabresi. Quest’ultimo – secondo il racconto di Saia – aveva informato gli interlocutori dell’intendimento di uccidere il dottor Caccia, responsabile, a suo dire, di una profonda pervicacia nel perseguire penalmente tutte le attività criminose poste in essere dal “clan” di cui faceva parte. Il Belfiore aveva informato di ciò i catanesi, in modo che potessero predisporre le opportune cautele per far fronte all’inevitabile azione che l’Autorità giudiziaria avrebbe sicuramente intrapreso dopo l’episodio per scoprirne i colpevoli. Sempre in occasione di tale incontro, il Finocchiaro si sarebbe reso disponibile a compiere materialmente l’azione omicidiaria, ma il Belfiore non aveva accettato sostenendo che si trattava di un fatto personale tra il clan dei calabresi ed il Procuratore della Repubblica. A tale primo incontro, secondo quanto dichiarato dal Saia, ne era seguito un altro presso il ristorante “Tre lampioni” di Orbassano, cui avevano preso parte Orazio Giuffrida, Franco Finocchiaro, Carlo Sanna ed Emanuele Marrari, nonché Belfiore Domenico. Si era parlato di affari comuni alle due associazioni e, ancora una volta, il Belfiore aveva accennato alla necessità di eliminare fisicamente il dottor Caccia, tanto che aveva dato disposizioni affinché un uomo di fiducia lo tenesse sotto stretta osservazione.
Il 28 dicembre 1984, anche Roberto Miano, fratello di Francesco, manifestava al P.M. di Torino la sua intenzione di collaborare con la giustizia. Con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, egli asseriva che era stato il Belfiore, unitamente a quelli della ‘sua batteria’ a parlargli del progetto delittuoso e a chiedergli se potesse procurare loro un fucile di precisione. Nella stessa occasione oggetto del discorso sarebbe stato anche l’omicidio del dottor Sorbello, che avrebbe dovuto essere compiuto dai catanesi. Successivamente interrogato dal P.M. milanese il 22 maggio 1986, Roberto Miano, ribadiva che sin dal 1982 il Belfiore gli aveva proposto l’esecuzione di un piano diretto all’eliminazione di due magistrati torinesi, ritenuti ‘scomodi’ per la loro azione giudiziaria. L’assassinio del dottor Caccia, particolarmente assiduo nella sua attività investigativa nei confronti del clan dei calabresi, avrebbe consentito la nomina al suo posto di un magistrato più ‘malleabile’ ed ‘avvicinabile’. Medesima fine avrebbe dovuto fare il G.I. (Giudice Istruttore, ndr) dottor Sorbello, già da tempo pedinato, tanto che si conoscevano particolari riservati in ordine alla sua attuale sistemazione in albergo, in attesa della fine dei lavori di ristrutturazione della sua abitazione.
Nel corso dell’incontro, Miano aveva proposto al Belfiore di organizzare il delitto Caccia in maniera eclatante, ma il Belfiore aveva escluso tale ipotesi, in quanto, a suo dire, si sarebbe corso il rischio di un coinvolgimento di estranei, in tal modo ingenerando un eccessivo scalpore nell’opinione pubblica ed una più dura reazione da parte delle forze dell’ordine. L’odierno imputato (Domenico Belfiore, ndr), nel ribadire i contenuti della collaborazione attuata dai due gruppi mafiosi in altre attività delittuose, aveva ritenuto opportuno suggerire una suddivisione di compiti, tale per cui dell’omicidio Caccia si sarebbero occupati i calabresi, mentre dell’omicidio Sorbello si sarebbero dovuti occupare i catanesi. Successivamente, al G.I. di Milano, Roberto Miano aveva riferito che, in occasione dell’incontro con Belfiore in cui ebbe a parlarsi dell’omicidio Caccia, erano presenti anche il Barresi, l’Ursini e il Pavia Vincenzo, cognato di Belfiore.
Le indagini istruttorie proseguivano dunque nella direzione “delineata dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra indicati, pur non mancandosi di raccogliere tutte le indicazioni – rivelatesi poi più o meno fondate – che via via altre persone ritenevano di dover riferire all’autorità procedente (…)
.Venivano inoltre acquisiti gli atti di altri procedimenti penali riguardanti delitti connessi con quello per cui oggi si procede, perché ideati ed eseguiti nell’ambito della stessa organizzazione criminosa’.2

‘Belfiore Domenico – dichiarò Miano Francesco il 22 maggio 1986 – si è dichiarato mandante dell’omicidio (Caccia, ndr) e, quanto alla causale, ha descritto la situazione venutasi a determinare presso la Procura della Repubblica di Torino dal momento in cui a capo della stessa era stato chiamato il dottor Caccia … In sostanza a Caccia veniva attribuita la responsabilità di ‘infilarsi in tutti i discorsi della Procura’ e di aver tenuto un atteggiamento di estremo rigore. Quanto alla causa scatenante, Belfiore mi ha parlato della vicenda del proprio cognato, Placido Barresi, il quale, benché assolto per la detenzione della pistola, era rimasto in carcere, siccome imputato di omicidio, in persona di Gattuso Paolo, delitto che si assumeva esser stato commesso con quell’arma … Io ho tentato più volte di indurre Belfiore a dirmi chi avesse materialmente consumato il delitto Caccia. Ho usato come argomento per vincere le naturali resistenze del mio interlocutore il seguente: siccome l’eliminazione di quel magistrato scomodo tornava vantaggiosa anche per la mia organizzazione e comunque per tutti i gruppi che operavano sulla piazza di Torino, sarebbe stato per me interessante sapere a chi avrei dovuto riconoscenza … ma Mimmo Belfiore mi ha sempre ripetuto che avrei dovuto riconoscere solo a lui …’ 3

‘Sulla scorta degli elementi sopra indicati, ed in particolare delle dichiarazioni rese da Miano Francesco, dagli altri collaboratori di giustizia nonché delle registrazioni effettuate in carcere, il26 febbraio 1987 la Procura della Repubblica di Milano emetteva un ordine di cattura nei confronti di Belfiore Domenico, Barresi Placido, Ursini Mario e Gonella Gianfranco ritenuti i componenti del vertice direttivo del gruppo criminale c.d. dei ‘calabresi’.
L’istruttoria proseguiva con il rito formale, come da richiesta del P.M. in data 11 aprile 1987.Venivano disposte dal G.I. perizie tecniche sul materiale magnetofonico in sequestro – del quale era stata disposta la integrale trascrizione (le registrazioni dei colloqui eseguite in carcere da Miano Francesco, ndr) – che confermavano la sostanziale ‘genuinità’ dei nastri, escludendo qualsiasi intervento sugli stessi di tipo aggiuntivo o sostitutivo di brani, bensì esclusivamente, in taluni punti, un intervento di tipo soppressivo, mediante la sovrapposizione di brani musicali o di rumori di fondo sull’originale registrazione.
Al termine dell’istruttoria formale, il G.I. di Milano competente ex art. 41 bis c.p.p., ordinava (il 25 luglio 1988, ndr) il rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido per rispondere dei reati di cui in epigrafe (concorso nell’omicidio aggravato dalla premeditazione, ndr). Dichiarava non doversi procedere nei confronti di Ursini Mario e di Gonella Gianfranco – entrambi facenti parte della organizzazione criminosa dei ‘calabresi’ rispettivamente per insufficienza di prove e per non aver commesso il fatto … Gli imputati si sono sempre protestati del tutto estranei all’omicidio del dottor Caccia. In particolare, Belfiore, interrogato dal Procuratore della Repubblica, ammise di essersi attivamente interessato della vicenda processuale del cognato Barresi e di aver avuto alcuni colloqui in carcere con Francesco Miano; ma escluse che argomento dei discorsi fosse mai stato l’omicidio Caccia. Le registrazioni, secondo Belfiore, sono il frutto di una sapiente e maliziosa manipolazione, per sostenere un complotto ai suoi danni’.4

La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
Le tappe della vicenda processuale inerente all’omicidio di Bruno Caccia furono le seguenti:

Sentenza in Corte d’assise (Milano, 16 giugno 1989)
L’8 maggio 1989 iniziò il processo presso la Prima Corte di Assise di Milano (Presidente Camillo Passerini). Belfiore Domenico (nato a Gioiosa Ionica il 4 agosto 1952) e Barresi Placido (nato a Messina il 2 dicembre 1952) furono imputati per il delitto previsto e punito dagli articoli 110, 112 n. 1 e 2, 575, 577 n. 3, 61 n. 10 codice penale, per aver ideato, organizzato e posto in esecuzione il delitto di Bruno Caccia.
Il 16 giugno 1989 la Corte dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo oltre al pagamento delle spese processuali, mentre Barresi Placido fu assolto dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove. Per Barresi la Corte dispose la scarcerazione.
‘Si è cercato di dimostrare, nella parte motiva di questa sentenza, quali e quanti fossero i motivi che hanno spinto il clan dei calabresi a decidere l’eliminazione del dottor Caccia. La vicenda processuale del Barresi ha avuto sicuramente un’importanza determinante nella determinazione ultima ad uccidere, ma è certo che il progetto omicida risaliva già ad un anno e mezzo prima e si inseriva in un piano di eliminazione di alcuni magistrati torinesi che non venivano a patti con la criminalità e la perseguivano invece con particolare severità. A riprova di ciò stanno le dichiarazioni di Francesco Miano e degli altri collaboratori di giustizia, che hanno messo in evidenza come il programma originario riguardasse sia l’eliminazione del dottor Caccia, che del dottor Sorbello, e successivamente del dottor Maddalena. Fortunatamente, nei confronti di tali due giudici la malavita non ha potuto attuare i suoi propositi, per merito soprattutto della collaborazione di Francesco Miano, le cui confidenze hanno consentito di sventare gli attentati. L’obiettivo dei calabresi era quello di eliminare i magistrati incorruttibili, perché venissero sostituiti con persone disponibili nei loro confronti. Ma in questo, i criminali hanno fallito il loro scopo, perché dopo l’assassinio del procuratore vi è stata una ‘gara’ di molti magistrati torinesi a lavorare di più e meglio’.5
La sentenza di primo grado fu appellatadall’avv. Alberto Mittone il 3 novembre 1989 e dall’avv.Fabio Dean il 6 novembre 1989 per conto dell’imputato Domenico Belfiore. Anche il Procuratore Generale della Repubblica di Milano appellò la sentenza.

Primo processo in Corte di assise di appello (25 maggio 1990)
Il 25 maggio 1990 la prima Corte di assise di appello di Milano (Presidente Renato Cavazzoni) dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo. La Corte assolse Barresi Placido dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove.

Primo giudizio in Corte di Cassazione (9 aprile 1991)
Il 9 aprile 1991 la Prima sezione penale della Corte di Cassazione di Roma (Presidente Stanislao Sibilia) annullò la sentenza di appello per la presenza di alcuni vizi logici nella motivazione e rinviò per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Milano.

Secondo giudizio in Corte di assise di appello (28 febbraio 1992)
Il 28 febbraio 1992 la seconda sezione della Corte di assise di appello di Milano (PresidenteGiacomo Martino) confermò la sentenza emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989 nei confronti di Belfiore Domenico condannandolo all’ergastolo quale mandante dell’omicidio di Bruno Caccia.
La Corte individuò i moventi del delitto ‘nella specifica attività di Caccia e dei suoi collaboratori; nel suo severo impegno contro la criminalità organizzata ed il gruppo dei calabresi in particolare, del quale Belfiore era leader; nella minaccia che il lavoro della procura portava al patrimonio del vertice dei calabresi; nel suo (di Caccia, ndr) essere alieno da superficiali indulgenze – ciò che indispettiva Belfiore, con carcerazioni che lo riguardavo dappresso -; nel suo essere antagonista diverso da quelli ‘ammorbiditi’ che Belfiore conosceva ed auspicava; nel suo rappresentare insomma ostacolo grave, concreto ed incombente all’attività delittuosa di Belfiore e dei suoi sodali’.6
La sentenza fu appellata dall’avv. Alberto Mittone, difensore di Domenico Belfiore.

Secondo giudizio in Corte di Cassazione (23 settembre 1992)
Il 23 settembre 1992 la Quinta sezione Penale della Cassazione confermò definitivamente la sentenza di appello emessa il 28 febbraio 1992.

Nuovi elementi per riaprire le indagini
La vicenda processuale sull’omicidio del Procuratore Bruno Caccia durò circa due anni e mezzo (dall’8 maggio 1989 al 23 settembre 1992) e permise di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfiore che fu condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a programmare l’omicidio del Procuratore Caccia fu identificato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla emerse durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra. All’interno delle sentenze inerenti all’omicidio Caccia, solo poche pagine sono dedicate ad un possibile movente del delitto distinto da quello indicato a carico di Domenico Belfiore:

1) Nella sentenza di corte di assise di Milano si legge:

‘Come spesso capita quando si verificano delitti che hanno ampia risonanza nell’opinione pubblica, numerose sono le persone che, per i motivi più diversi, fanno pervenire agli inquirenti notizie false e calunniatorie, atte a sviare le  indagini.
Basta qui ricordare semplicemente le dichiarazioni rese da Volpe Arnaldo, che assume di aver origliato alla porta della camera di tale Porro Dante, ospite dell’albergo Kent presso il quale egli lavora come portiere di notte, e di aver appreso che costui, assieme ad altri complici, stava tramando un attacco contro i giudici Vaudano e Cuva, titolari dell’inchiesta contro il petroliere Musselli, nonché contro il dottor Caccia.
L’indagine tendente ad individuare i mandanti dell’omicidio tra le persone inquisite per i reati attinenti al contabbando di olii minerali (e, in effetti, nel cassetto della scrivania del dottor Caccia erano stati rinvenuti appunti e copie di atti processuali relative ai procedimenti penali n. 9/80; 349/81; 499/72 R.G.G.I., istruiti dal Giudice Istruttore di Torino, e lo stesso dottor Caccia, il 23.6.1980, aveva inviato una richiesta di indagini al Nucleo di Polizia Tributaria in merito ad un rapporto del G.I. Vaudano, riguardante le frodi petrolifere della ISOMAR – cfr. Verbale di ispezione di luoghi in data 20.7.1983, in Cart. 2, fasc. 1, pag. 20) non approda ad alcun esito positivo e mette in luce, invece l’inaffidabilità del teste. Il 6.9.1983, il P.M. milanese, con un’ampia ed articolata requisitoria (cart. 5, fasc. 4, pag. 427) chiede al G.I. l’emissione di un decreto di archiviazione in ordine ai fatti oggetto della falsa incolpazione portata dal Volpe e l’invio degli atti all’autorità giudiziaria torinese, in ordine al delitto di calunnia compiuto da quest’ultimo nei confronti del Porro.
Spinti dalla volontà di non tralasciare alcuna indagine utile all’accertamento della verità, gli inquirenti si preoccupano di verificare se il movente del delitto possa trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione). Le perquisizioni effettuate nell’ottobre 1983 in detti luoghi, le intercettazioni telefoniche disposte e l’audizione di alcune persone appartenenti a tale ambiente (Mariani Franco – cart. 4, pagg. 450 ss. – Mezzani Enrico – cart. 4, pagg. 299 ss. – ed altri) non portano ad alcun apprezzabile risultato.
Nè migliori risultati si ottengono seguendo la pista della malavita occasionale. Il 6.12.1983 i Carabinieri di Torino inviano al P.M. un rapporto (cart. 2, fasc. 1, pag. 40), nel quale riferiscono che un loro confidente – successivamente individuato in Colosimo Pasquale(trascr. dib. pag. 388, M.llo De Battista), interrogato dal P.M. l’1.12.1984 (cart. 4, pag. 48) – avrebbe indicato quali autori materiali del delitto tali Puliga, Del Regno e Ruggiero, pregiudicati per reati contro il patrimonio. Lo stesso rapporto, tuttavia, mette in evidenza l’assoluta inverosimiglianza del racconto dei fatti fornito dal confidente e l’inattendibilità dello stesso, noto ‘come speculatore per ricavarne degli utili, anziché dare il proprio contributo alla giustizia’.’
7

2) La sentenza della corte di assise di appello in sede di rinvio evidenzia come l’intransigenza del giudice Caccia nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata dovesse esser considerata ‘relativa’ commisurandola alla ‘benevola disposizione che i calabresi riconoscevano – a torto o a ragione – in altri magistrati’. La Corte elenca una serie di episodi capaci di evidenziare come il clan dei calabresi avesse purtroppo ottenuto in quegli anni ‘la confidenza, la disponibilità o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati’.8  Tuttavia, al di là dei singoli casi di contiguità fra pezzi della magistratura e della criminalità che diedero luogo a separati procedimenti disciplinari e/o penali, le attività istruttorie condotte in merito all’omicidio Caccia non individuarono specifiche notizie di reato in grado di collegare tali contiguità ai moventi e agli autori dell’assassinio del Procuratore Capo di Torino.

Dopo il 23 settembre 1992 l’obiettivo di dare un volto ai killer di Bruno Caccia rimase una priorità per la moglie Carla, i figli (Paola, Cristina e Guido), alcuni colleghi ed amici, ma un’anomala coltre di silenzio scese sulla vicenda dell’omicidio del magistrato.
Nel giugno 1996, Vincenzo Pavia, cognato di Domenico Belfiore, raccontò ai magistrati di aver partecipato ai sopralluoghi per l’organizzazione dell’omicidio Caccia ed indicò i nomi di quattro presunti killer tra cui Renato Angeli.9 Si accertò, tuttavia, che Renato Angeli, il 26 giugno 1983, era in stato di detenzione. In seguito, Pavia ammise che nessuno gli aveva mai espressamente detto di aver partecipato all’omicido Caccia. A causa dell’incongruenza sul nome di Angeli, l’indagine fu archiviata.
Negli anni successivi le indagini sull’omicidio Caccia segnarono il passo senza sviluppi significativi.

Oltre che per l’impegno dei familiari, di alcuni colleghi ed amici, il ricordo di Bruno Caccia restò vivo grazie alle iniziative promosse da alcune associazioni tra cui spiccano il gruppo di Torino di LIBERA ed ACMOS. Il progetto più significativo per ricordare il dottor Caccia è stato senz’altro ‘la cascina Bruno e Carla Caccia’. Si tratta di un bene confiscato alle mafie a San Sebastiano da Po (TO). Il bene apparteneva alla famiglia ‘ndranghetista guidata da Domenico Belfiore. Dopo che quest’ultimo fu condannato come mandante dell’omicidio Caccia, le indagini patrimoniali portarono alla confisca dei beni di Belfiore. La misura di prevenzione patrimoniale che riguardò la Cascina fu emessa nel 1996 (la confisca definitiva avvenne nel 1999) ma solo nel 2007 la famiglia Belfiore lasciò la casa permettendone il riutilizzo sociale previsto dalla legge 109/96. In questo lasso di tempo la famiglia Belfiore si oppose alla confisca anche con una doppia campagna di raccolta firme nel paese. Solo la nomina di un Prefetto ad acta e l’azione dell’amministrazione Comunale di San Sebastiano da Po permisero l’assegnazione del bene all’associazione Gruppo Abele nel 2007, che poi affidò la gestione del progetto all’Associazione ACMOS nel 2008.
Per quanto riguarda l’attenzione dedicata dagli organi di informazione al delitto Caccia, è da segnalare la puntata della trasmissione ‘La Storia siamo noi’ del 25 giugno 2009 curata da Sergio Leszczynsky ed intitolata «Torino Criminale. Il caso Caccia» (RAI2).

Il silenzio sull’omicidio Caccia fu rotto diciannove anni dopo la sentenza del settembre 1992 quando, nel 2011, furono depositati a Reggio Calabria gli atti relativi ad un’inchiesta in cui un magistrato, il dottor Olindo Canali (foto sulla sinistra), al tempo in servizio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, era indagato dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per falsa testimonianza aggravata. Il pubblico ministero procedente chiese e ottenne l’intercettazione delle utenze telefoniche in uso al dottor Canali. Fu così che venne captata una conversazione intercorsa il 19 giugno 2009 fra lo stesso dottor Canali e lo scrittoreAlfio Caruso.Nel corso di quella conversazione, il dottor Canali aveva fatto riferimento a Rosario Pio Cattafi (foto sulla destra), pregiudicato orginario di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) e già noto alle cronache giudiziarie milanesi (Cattafi è attualmente detenuto nelle forme di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario (o.p.) ed è stato condannato il 16 dicembre 2013 dal GUP presso il Tribunale di Messina in qualità di capo della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, tra gli anni Settanta e il 24 luglio 2012).10 Queste le parole del dottor Canali: “Quel Saro Cattafi in cui trovammo in casa la rivendicazione dell’omicidio del giudice Caccia … fatta dalle BR, che in realtà poi sappiamo fu ucciso dai calabresi e dai catanesi”.
Il dottor Canali poteva esser venuto a conoscenza di dettagli di questo tipo in quanto, a metà degli anni Ottanta, fu uditore giudiziario del dottor Francesco Di Maggio, cioè del pubblico ministero titolare delle indagini sull’omicidio Caccia.

Il dottor Canali, attualmente giudice presso la IX sezione del Tribunale di Milano, ha deposto nel gennaio 2013 innanzi al Tribunale di Palermo ed ha reso dichiarazioni confermative del contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009. Infatti, l’8 gennaio 2013 il dottor Canali ha testimoniato davanti alla quarta sezione penale del Tribunale del capoluogo siciliano, nel procedimento n. 1760/08 registro generale (R.G.) a carico degli ufficiali dei Carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, imputati per aver favorito nel 1995 la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Nell’occasione il dottor Canali si è così espresso: ‘Sapevo che Cattafi era stato coinvolto nel sequestro… a vario titolo nel sequestro Agrati (Giuseppe, ndr), era stato coinvolto e sospettato, non so però se fu anche indagato e imputato per l’omicidio Ginocchi (Gianfranco, ndr), e fu anche arrestato per un traffico d’armi … ma non sono sicuro sul punto … da queste vicende uscì credo dopo un periodo di carcerazione preventiva per il traffico d’armi, credo, fu poi assolto, sicuramente per il sequestro Agrati ricordo che fu un collega uditore a scrivere la richiesta di archiviazione … E poi, chiedo scusa, Di Maggio mi raccontò che tangenzialmente fu coinvolto Rosario Cattafi nell’omicidio del giudice Caccia. Da Di Maggio venni a apprendere che un memoriale che rivendicava l’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, fu trovato in casa, in possesso, comunque nella disponibilità di Cattafi. Di questo però me ne parlò più volte perché Di Maggio in quel periodo faceva, insieme forse a Davigo, non mi ricordo, proprio seguiva l’omicidio… il processo per l’omicidio del giudice Caccia … Mi disse Di Maggio che Cattafi arrivò molto giovane a Milano e che, ma ripeto questo sono comunicazioni, notizie che il Di Maggio scambiava, e che Cattafi fu una sorta di emissario di Santapaola presso l’allora, come dire, rappresentante della criminalità organizzata, e che si chiamava Epaminonda, per quanto riguardava il controllo dei casinò. La pista che penso poi fosse quella definitiva che portò alla indagine, poi al processo agli uccisori del dottore Caccia partiva proprio dalle indagini che Caccia faceva sul controllo del casinò di San Vincent … Sì ma proprio partendo da questo… da due fatti partiva, sia da questo ritrovamento della falsa rivendicazione dell’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, ricordiamo che allora tempo ancora di terrorismo attivo, sia se non ricordo male per questo traffico d’armi tra la Svizzera e gli Emirati, comunque i paesi arabi. Di Maggio riteneva Cattafi persona piuttosto vicina ai servizi, non so dirle se deviati o ufficiali, però… anche per un suo trascorso politico piuttosto ambiguo di esponenti dell’estrema… della estrema destra’.

Il contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009 tra il dottor Olindo Canali ed Alfio Caruso è emerso, con riferimento alle informazioni sull’omicidio Caccia, grazie al lavoro dell’avv. Fabio Repici, legale dei familiari di alcune vittime di mafia, tra cui Graziella Campagna,diciassettenne uccisa a Messina il 12 dicembre 1985, e Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo Di Gotto l’8 gennaio 1993.

Paola, Cristina e Guido Caccia, figli di Bruno Caccia, hanno scritto il 22 gennaio 2013 una lettera aperta alla città di Torino in vista del trentennale dell’anniversario del delitto:
“A trent’anni dalla morte di nostro padre, siamo profondamente grati a tutti coloro che vorranno ricordarlo con eventi e iniziative che ne onorano la memoria e che ci fanno un grande piacere.
In tutti questi anni, nelle periodiche ricorrenze e non solo, abbiamo sentito sempre forte e presente il ricordo e l’affetto delle Istituzioni cittadine. Abbiamo apprezzato lo sforzo continuo dell’associazione Libera, che è riuscita a tener viva la scintilla dell’interesse e della partecipazione, anche e soprattutto tra i giovani.
Non possiamo però nell’occasione tacere ciò che purtroppo ancora ci cruccia.
A fronte degli esiti processuali che risalgono ormai a molti anni fa, sentiamo tuttora il disagio per qualcosa che non ci pare ancora del tutto chiarito. Le recenti cronache del processo Minotauro avallano in qualche modo i nostri dubbi, mettendo in luce un percorso della malavita organizzata che dai fatti di oggi si può far risalire fino ad allora.
Proprio in quest’ottica, la sentenza definitiva ci pare a tutti gli effetti una verità parziale.
Ci piacerebbe perciò che la ricorrenza di quest’anno diventasse occasione e stimolo per uno sforzo corale teso ad avvicinarsi maggiormente alla Verità, partendo dal presupposto che l’omicidio di nostro padre non fu certo un fatto isolato nella storia cittadina.
Questa memoria “fattiva” sarebbe secondo noi un degno coronamento delle commemorazione del suo sacrificio”.
Firmato:
Guido, Paola e Cristina Caccia
(Lettera letta il 22 gennaio 2013 presso la Commissione per la legalità del comune di Torino)

Dopo la diffusione della lettera scritta da Paola, Cristina e Guido Caccia, l’avv. Repici si mise in contatto con i familiari del dottor Caccia comunicandogli il contenuto delle dichiarazioni del dottor Canali relative alle prime indagini sull’omicidio del magistrato torinese.
In seguito a questo scambio di informazioni, l’avv. Repici è stato nominato legale di parte civile da parte dei tre fratelli Paola, Cristina e Guido Caccia ed ha iniziato uno scrupoloso ed attento esame delle carte processuali contenute nel fascicolo relativo all’omicidio Caccia. Dall’analisi della documentazione depositata presso gli archivi del tribunale di Milano sono emersi fatti estremamente interessanti che si incrociano con quanto affermato dal dottor Canali tra il 2009 ed il 2013.

Il primo dato emerso dalla lettura degli atti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia è che tra essi non vi é alcun verbale di perquisizione e sequestro che faccia riferimento al documento citato dal dottor Canali, cioè un ‘documento’ o ‘memoriale’ rinvenuto durante una perquisizione a casa di Rosario Pio Cattafi e contenente il testo della rivendicazione brigatista dell’omicidio Caccia.
Il domicilio milanese di Cattafi fu perquisito in occasione del suo arresto avvenuto nel maggio 1984 nell’ambito di un procedimento penale dell’A.G. (Autorità Giudiziaria) di Milano diverso da quello sull’omicidio Caccia. In effetti, Cattafi fu arrestato perché sospettato di aver preso parte al sequestro dell’industriale Giuseppe Agrati, verificatosi a Milano il 28 gennaio 1975 e risoltosi grazie al pagamento della somma di due miliardi e mezzo di lire. Cattafi fu successivamente prosciolto per il sequestro Agrati su richiesta del dottor Di Maggio del 30 aprile 1986, con sentenza istruttoria emessa il 31 luglio 1986 dal G.I. di Milano dottor Arbasino.

Procedendo all’acquisizione ed all’esame degli atti relativi al fascicolo sul sequestro Agrati, l’avv. Repici ha rintracciato il verbale di perquisizione e sequestro eseguito presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi in via Mascagni il 18 maggio 1984. Il contenuto del verbale di perquisizione e sequestro è molto significativo, poiché comprova come il 18 maggio 1984 nel domicilio di Cattafi furono sequestrati, tra gli altri documenti (album fotografici, agende, rubriche telefoniche, assegni ecc.), “otto foglietti con appunti manoscritti”, oltre a una pistola calibro 7,65, a una valigetta contenente una carabina e a ingente munizionamento. Era presumibile che all’interno del fascicolo processuale venissero ritrovati i documenti sequestrati a Cattafi. Quei documenti, invece, non risultano in atti. Non perché, però, non ci siano mai stati ma semplicemente perché quella documentazione fu restituita a Cattafi, senza che, in modo del tutto irrituale, ne venisse prima fatta una copia.

Le carte raccolte nel fascicolo relativo all’omicidio del dottor Caccia contengono molte altre informazioni estremamente significative.
Come ricordato nelle sezioni precedenti, per l’omicidio Caccia si è svolto un processo conclusosi con la condanna definitiva all’ergastolo del boss torinese di origine calabrese Domenico Belfiore. Quel procedimento, nato nell’immediatezza dell’omicidio, si sviluppò attraverso il mandato di cattura emesso dal dottor Di Maggio il 26 febbraio 1987, la requisitoria del dottor Di Maggio per il rinvio a giudizio del 4 luglio 1988, l’ordinanza con cui venne disposto il rinvio a giudizio dal G.I. dottor Cioppa il 25 luglio 1988, la sentenza di condanna in primo grado del solo Belfiore emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989, poi convalidata dalla Corte di Cassazione, dopo un primo rinvio, il 28 settembre 1992. Tutti i suddetti atti sono incentrati sulla posizione di Domenico Belfiore e dei suoi ritenuti complici, poi in realtà prosciolti, tutti esponenti del clan dei ‘calabresi’ operante a Torino in quegli anni.
Ma dagli atti istruttori, in realtà, emerge con estrema chiarezza che fin dai mesi successivi all’omicidio Caccia (e dunque ben prima che Francesco Miano iniziasse a collaborare con la giustizia) il P.M. procedente raccolse significativi elementi indizianti su soggetti diversi da quelli poi sottoposti a processo. Si tratta della pista investigativa volta a ‘verificare se il movente del delitto potesse trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione)’.11 La sentenza di corte di assise sull’omicidio Caccia constata che tale filone d’indagine ‘non portò gli inquirenti ad alcun apprezzabile risultato’.12 Tuttavia, analizzando con attenzione le carte, si possono ricavare da quella pista investigativa elementi particolarmente interessanti, soprattutto se messi in relazione con quanto dichiarato l’8 gennaio 2013 dal dottor Olindo Canali.

Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
Nei mesi immediatamente precedenti al delitto Caccia, la Procura di Torino stava conducendo una delicata indagine sul casinò di Saint-Vincent in Valle d’Aosta. Gli inquirenti torinesi avviarono le prime indagini nel marzo 1982 sospettando che all’interno della casa da gioco valdaostana fossero riciclati soldi provenienti dai sequestri di persona; le successive attività investigative fecero emergere la possibile sussistenza di un’associazione per delinquere finalizzata all’acquisizione delle più importanti case da gioco italiane. Poche settimane prima del 26 giugno 1983 si arrivò a un punto di svolta, con l’esecuzione il 17 maggio 1983 di una serie di perquisizioni negli uffici e nelle sale del casinò valdaostano. In seguito alle risultanze emerse dalle perquisizioni e dagli atti istruttori, la Procura di Torino emise, nella notte tra il 10 e l’11 novembre 1983, una serie di mandati di cattura ed ordinò un blitz presso la casa da gioco di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’).

Poche settimane prima del blitz presso il Casinò di Saint-Vincent, nel mese di ottobre 1983, il maggiore della Guardia di Finanza Antonio Mango, in servizio presso il Comando Nucleo Regionale di Torino, sollecitò il tenente colonnello della Guardia di Finanza Michele Bertella, in servizio presso il nucleo Polizia Tributaria di Alessandria, ad acquisire ogni elemento utile per sviluppare le indagini sul delitto Caccia. Il ten. col. Bertella, a tal fine, prese contatto con una fonte informativa, Enrico Mezzani, consulente finanziario e sedicente emissario del S.I.S.DE. (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica).
Mezzani, a partire almeno dalla primavera del 1983, aveva attivato attraverso un suo sodale,Giovanni De Giorgi, una rete di confidenti volta ad ottenere informazioni, in generale, sulla criminalità organizzata al nord Italia. Di questa rete informativa favevano parte Bruno Masi, fino al 23 giugno 1983 amministratore delegato della società SITAV (Società Incremento Turistico Alberghiero Val d’Aosta)che aveva in gestione la concessione del casinò di Saint-Vincent, l’industriale Franco Carlo Mariani (titolare della ‘CRM motori’, società produttrice di motori navali e fornitrice, fra gli altri, della Guardia di Finanza) e Rosario Pio Cattafi. 
L’attività informativa coordinata da Mezzani, volta a raccogliere spunti confidenziali sul delitto Caccia, si svolse dunque sotto il diretto controllo del ten. col. Bertella e fu riassunta in documenti a partire da un appunto informale consegnato il 3 novembre 1983 da Franco Mariani al ten. col. Bertella in un pubblico locale di Alessandria. All’incontro parteciparono il ten. col. Bertella, Franco Mariani, Enrico Mezzani e il cap. Sciarretta. Mariani, interrogato il 16 aprile 1984 dal P.M. Di Maggio, indicò in Rosario Pio Cattafi la fonte delle sue informazioni relative al delitto Caccia. Il punto più interessante di quell’appunto è quello contrassegnato dal n. 19. Lì, pur con linguaggio criptico (il dottor Caccia viene indicato come “Arch. Caccia Dominioni”) iniziò a essere illustrata un’articolata versione sull’omicidio Caccia:

Punto n. 19) dell’appunto redatto da Franco Mariani e consegnato in data 3.11.1983
al ten. col. Michele Bertella

Al riguardo dell’omicidio Caccia, l’appunto informale di Mariani indicò una specifica causale del delitto: le indagini che a quel tempo la Procura della Repubblica di Torino, con l’intervento personale del dottor Caccia, aveva avviato sull’ambiente del casinò di Saint Vincent. L’indagine toccava, sia per i nomi di alcuni indagati che per i contenuti degli atti istruttori, anche i casinò di Sanremo e Campione d’Italia.
Agli atti del fascicolo sull’omicidio Caccia c’è prova che questo appunto redatto da Mariani passò alle mani del ten. col. Bertella il quale, il 9 novembre 1983, lo lesse e lo commentò assieme al magg. Antonio Mango, al ten. col. Emanuele Patrone della Guardia di Finanza di Alessandria, aldottor Maddalena della Procura della Repubblica di Torino e al dottor Tamponi G.I. del Tribunale di Torino. Più o meno in pari data il ten col. Bertella informò del contenuto dell’appunto di Mariani anche i P.M. milanesi dottor Di Maggio e dottor Davigo (rif. relazione del 17 settembre 1984 indirizzata dal ten. col. Bertella al dr. Di Maggio).

A conferma del fatto che la pista del riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent fosse ritenuta molto interessante ai fini delle indagini sul delitto Caccia, a partire dai primi mesi del 1984 (quindi quando ancora Francesco Miano non aveva iniziato a collaborare con la giustizia) il P.M. Di Maggio iniziò a escutere personalmente tutti i soggetti coinvolti nella raccolta informativa prodotta da Mariani. Ne sono prova: i verbali di dichiarazioni di Franco Mariani (9 febbraio 1984, 16 e 17 aprile 1984, 9 giugno 1984 e 10 settembre 1984); i verbali di dichiarazioni di Bruno Masi (1 marzo 1984 e 9 giugno 1984); i verbali di dichiarazioni di Giovanni De Giorgi (16, 18, 19, 21 e 28 aprile 1984); i verbali di dichiarazioni di Enrico Mezzani (17, 18, 19, 20 aprile 1984); le dichiarazioni rese da Rosario Cattafi (20 settembre 1984); il confronto fra Mezzani e De Giorgi del 20 aprile 1984; il confronto fra Mariani e Cattafi del 20 settembre 1984. Durante questo confronto Mariani identificò nuovamente in Cattafi la fonte delle sue informazioni sull’omicidio Caccia; Cattafi, invece, affermò: ‘Mariani non vuol dire la verità. Le informazioni relative al delitto Caccia gli sono state riferite da Masi ed in tali termini ne ha parlato a me’.

Agli atti del fascicolo sull’omicido Caccia ci sono altre risultanze che legano presunti mandanti e moventi dell’omicidio Caccia agli affari che ruotavano attorno ai casinò. Fra queste vi è un verbale di dichiarazioni rese da un detenuto, Luigi Incarbone, già compagno di cella di Franco Chamonal, amministratore delegato della SITAV succeduto a Bruno Masi ed arrestato nel blitz sui Casinò dell’11 novembre 1983. Incarbone, interrogato il 6 dicembre 1985 dal G.I. di Torino dottor Tamponi, dichiarò: “Ho chiesto di conferire con l’ufficio in quanto sono stato in cella con Chamonal che è imputato davanti a lei. Lo Chamonal ancora oggi mi fa arrivare 500.000 lire al mese in portineria. Lo Chamonal mi ha detto di avere un casinò a Chamonix, di aver conosciuto una persona molto importante a Palermo e che per questa conoscenza era ora nei guai. Non fece il nome di questa persona (conosciuta al casinò) ma disse che proteggeva i Greco e tutta questa gente qui. Mi disse che Caccia è morto proprio per il fatto del casinò. E che questo palermitano era stato il mandante: disse che era questo palermitano che ha deciso l’omicidio del giudice Caccia. Mi disse che aveva i soldi a Ginevra e che aveva delle villette a Montecarlo sotto falso nome”.

Da tutte quelle assunzioni di informazioni il P.M. Di Maggio raccolse elementi rilevanti. In primo luogo perché indicavano una causale specifica credibile del delitto Caccia (effettivamente la Procura di Torino aveva avviato un’attività d’indagine sul casinò di Saint Vincent) e in secondo luogo perché quelle informazioni non confliggevano con la tesi della responsabilità di Domenico Belfiore. Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, ritennero che quelle assunzioni di informazioni non fossero sufficientemente consistenti e/o riscontrate per poter proseguire le indagini sul delitto Caccia lungo la pista investigativa che portava al riciclaggio di denaro sporco all’interno del Casinò di Saint-Vincent.

Il P.M. Di Maggio, mentre raccoglieva le dichiarazioni dei soggetti chiamati in causa da Mariani, raccolse a verbale all’interno del fascicolo Caccia anche le prime dichiarazioni di appartenenti al gruppo dei criminali ‘catanesi’, tra cui Giuffrica Carmelo (cfr. interrogatorio del 10 luglio 1984) e Francesco Miano (cfr. interrogatorio del 23 ottobre 1984), che indicavano Domenico Belfiore quale presunto mandante dell’omicidio Caccia. A partire dalle prime dichiarazioni rilasciate da Francesco Miano, gli inquirenti titolari delle indagini imboccarono definitivamente la pista che portò il 25 luglio 1988 al rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido in qualità di imputati per concorso nell’omicidio, aggravato dalla premeditazione, del dottor Caccia.

Ma l’A.G. milanese non fu la sola a compiere atti d’indagine volti ad individuare gli autori del delitto Caccia. Agli atti del procedimento per il sequestro Agrati c’è anche un’informativa del Reparto operativo Carabinieri di Messina del 20 maggio 1985, dalla quale si ricava come Rosario Cattafi, nel 1984, fosse “oggetto di indagini anche da parte dell’Arma di Torino, nel quadro di autonome indagini tese all’individuazione di cause e dei responsabili dell’omicidio in persona del S. Procuratore della Repubblica di Torino, Dr. Bruno Caccia. Nel contesto di tale lavoro, Cattafi fu pure pedinato a Catania e Messina, durante la sua breve permanenza in Sicilia in occasione delle festività pasquali 1984”.
Sia l’A.G. milanese che l’A.G. torinese svolsero, dunque, accertamenti su Rosario Cattafi nell’ambito delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia.

Si è già detto sopra come il vuoto probatorio più evidente del processo per l’omicidio del Procuratore Bruno Caccia riguardi l’identità dei due killer che il 26 giugno 1983 tolsero la vita al magistrato. Grazie ad alcune testimonianze raccolte sul luogo dell’agguato, gli inquirenti furono in grado di tracciare l’identikit di uno degli assassini, ma gli accertamenti svolti non permisero di dare un nome a quel volto. In sentenza fu scritto che Belfiore si trattenne dal fare qualunque confidenza al riguardo a Miano. Il P.M. Di Maggio, nell’ordine di cattura del 26 febbraio 1987, scrisse che probabilmente si era trattato di “sicari venuti da fuori”. Ma su chi fossero quei due killer ‘venuti da fuori’ le sentenze non diedero risposte.
Tuttavia, nell’appunto informale consegnato da Franco Mariani al ten. col. Bertella riguardante il mondo della scalata mafiosa ai casinò, compare il nome di un possibile killer: un calabrese denominato “Luciano”. Si tratta, come emerge univocamente da innumerevoli atti del fascicolo, del calabrese Demetrio Latella, detto ‘Luciano’. Tra questi atti, c’è una scheda nominativa predisposta dal Reparto Operativo dei Carabinieri di Torino in cui si legge che Demetrio Latella (nato a Ravagnese – RC – il giorno 11.7.1954) era soprannominato ‘Luciano Tanghiani’. Nella medesima scheda si legge che Latella sarebbe stato un killer dell’organizzazione di Angelo Epaminonda, sarebbe stato legato ai Miano di Milano ed associato al clan Miano di Torino e a quello dei calabresi capeggiato da Mario Ursini. Vi si legge, ancora, che Latella si appoggiava operativamente a Torino al Gullace G. e ai Miano e che la sua auto A112 fu adoperata a Torino per l’omicidio di Antonino Bulla.
Il nome di Latella è citato anche in altri documenti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia. Il collaboratore Giuseppe Muzio, ad esempio, il 28 settembre 1984 dichiarò al P.M. Di Maggio:‘Latella Luciano appartiene al clan dei catanesi di Miano, facente capo a Jimmy e Nuccio Miano e Santo Mazzeo. A Torino si incontrava con Finocchiaro Francesco e con Parisi Salvatore, con Orazio Giuffrida, Miano Roberto e Saia Antonino e comunque con tutta la banda. Si trattava di periodiche riunioni operative tra i gruppi’.
Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, non ritennero gli spunti indiziari forniti dal rapporto informativo del ten. col. Bertella e gli altri riferimenti negli atti d’indagine al nome di Demetrio ‘Luciano’ Latella sufficientemente consistenti e/o riscontrati per sviluppare ulteriori indagini volte ad approfondire la consistenza o meno di quella ipotesi investigativa sulla possibile identità dei killer del dottor Caccia.

E’ un dato accertato che Demetrio Latella abbia operato per conto dei mafiosi ‘calabresi’ e ‘catanesi’ a Torino e Milano. Latella fu condannato l’8 febbraio 1988 alla pena dell’ergastolo dalla corte di assise di Milano per il reato di omicidio. Si trattò del procedimento penale che fu istruito a Milano dal P.M. Francesco Di Maggio sulla base della dichiarazioni del collaboratore Angelo Epaminonda e che riguardò i reati commessi dal gruppo criminale facente capo ad Epaminonda. La sentenza a carico di Latella divenne definitiva l’11 marzo 1992.

Il nome di Demetrio Latella è tornato recentemente negli articoli di cronaca quando, ai primi di giugno del 2008, fu arrestato con l’accusa di aver preso parte al sequestro e all’omicidio della diciottenne Cristina Mazzotti, sequestrata il 26 giugno 1975 in provincia di Como ed il cui cadavere fu recuperato il 1 settembre 1975. Latella, in regime di liberazione condizionale dal 2007, fu individuato nel 2008 grazie al rinvenimento di una sua impronta digitale sull’auto utilizzata per il sequestro della ragazza poi uccisa. La posizione di Latella, così come dei correi Giuseppe Calabrò e Talia Antonio, fu archiviata il 19 dicembre 2011 dal GUP del Tribunale di Milano per intervenuta prescrizione, in ragione delle circostanze attenuanti generiche concesse agli indagati. Latella dichiarò di aver avuto un ruolo molto marginale per quel delitto, affermando di essersi prestato all’ultimo momento all’esecuzione di un piccolo segmento operativo del sequestro, in cambio di un compenso di circa 20 milioni di lire.

Giovanni Selis: un magistrato dimenticato

Il caso di Giovanni Selis, Pretore di Aosta nei primi anni ottanta, dimostra oltre ogni dubbio che mettere il naso negli affari illeciti dei casinò comportava rischi molto gravi per l’incolumità di un investigatore.
Il 13 dicembre 1982 il dottor Selis rimase vittima di un attentato che mai ci si sarebbe immaginati a quelle latitudini: un’autobomba. Alle ore 8.45 di mattina, non appena il magistrato si accomodò sulla sua auto FIAT 500 per recarsi al lavoro e tirò la levetta dell’accensione, una bomba esplose squarciando la vettura. Il cofano motore dell’utilitaria volò a 300 metri di distanza dal punto dell’esplosione: unica parte intatta rimase il sedile su cui si trovava il magistrato. Il dottor Selis si salvò per miracolo. ‘La bomba era stata piazzata da professionisti – dissero gli inquirenti -, doveva uccidere Selis, non ci sono dubbi. Non siamo di fronte ad un avvertimento’.

Chi voleva la morte del pretore di Aosta non si fermò e provò nuovamente ad uccidere il magistrato quattro giorni dopo, il 17 dicembre 1982: verso le ore 19.30 il dottor Selis sentì suonare il citofono della propria abitazione e si portò al citofono chiedendo ripetutamente ‘Chi è?’, senza ottenere risposta. Il magistrato si portò sul balcone di casa che sovrasta il portone di ingresso e sul momento non notò nulla di particolare. Tornò nuovamente alla porta di casa ed osservò attraverso lo spioncino la luce rossa della spia dell’ascensore accesa. Attese che qualcuno uscisse dall’ascensore ma nulla di tutto ciò accadde. Il dottor Selis chiamò allora il 113 ed in pochi istanti arrivarono due poliziotti in borghese che salirono le scale del palazzo armi in pugno: uno dei due poliziotti riferì al magistrato che al pianterreno dello stabile aveva trovato l’ascensore fermo con entrambe le semi-porte aperte. Si trattò chiaramente di un tentativo da parte dei killer di attirare il dottor Selis fuori dalla propria abitazione per colpirlo mentre si affacciava sulle scale del palazzo.

Il dottor Selis, dopo l’attentato subito, fu trasferito al D.A.P. (Dipartimeno dell’Amministrazione Penitenziaria) e ritornò ad Aosta nel 1987 da Pretore dirigente; pensava di aver recuperato il minimo di serenità sufficiente per tornare a operare in quella zona, ma il 9 maggio 1987 si tolse tragicamente la vita. La moglie del magistrato, Sara Selis, dichiarò che il marito, pochi giorni prima di commettere il suicidio, le disse: ‘E’ stato un grave errore ritornare qui’. Che cosa intedesse dire con precisione il marito, Sara Selis non seppe mai. ‘Forse aveva incontrato qualcuno – dichiarò la donna -, o forse il ritorno ad Aosta aveva soltanto reso più difficile dimenticare il trauma dell’attentato’.

Quando il dottor Selis fu ascoltato dai magistrati di Milano titolari delle indagini volte ad identificare i suoi attentatori, fu lo stesso Pretore di Aosta ad indicare, come uno dei possibili moventi dell’attentato, un’indagine che stava conducendo sul casinò di Saint Vincent. Il 15 gennaio 1983 il dottor Selis, assunto a sommarie informazioni dal P.M. milanese Corrado Carnevali,individuò tre possibili moventi che, in astratto, avrebbero potuto giustificare la sua eliminazione: il dott. Selis indicò al P.M. Carnevali come terzo possibile movente le indagini che stava personalmente conducendo presso la Casa da Gioco di Saint Vincent nell’ambiente dei prestasoldi e, in particolare, tra l’Ufficio Fidi della Casa e taluni prestasoldi. Il pretore Selis affermò di essersi interessato da tempo all’attività di taluni prestasoldi e di taluni personaggi ruotanti intorno all’attività stessa riferendosi, in particolare, a certo Avv. Valentini, di Milano, e a certo dr. Sacco. Il dottor Selis aggiunse inoltre a verbale che esisteva una specifica indagine demandata alla Guardia di Finanza avente ad oggetto l’individuazione della causale di un assegno emesso da certo Ing. Mariani in favore di Masi, Amministratore delegato della Sitav, società che aveva la gestione della Casa da gioco di Saint Vincent.
Il pretore Selis dichiarò inoltre di aver ricevuto, dopo l’attentato ai suoi danni, una telefonata dal collega Marcello Maddalena, sostituto procuratore a Torino, che gli chiedeva un colloquio riservato, in quanto aveva appreso dai giornali che, fra le varie indagini di cui il dottor Selis si occupava, ne esisteva una relativa a dei prestasoldi operanti presso il casinò di Saint Vincent. Il colloquio fra i due magistrati avvenne nell’uffico torinese del dottor Maddalena e si svolse, stando ai ricordi del dottor Selis, il 23 dicembre 1982. Il pretore di Aosta, vincolato dal segreto istruttorio, non rivelò al P.M. Carnevali i contenuti del colloquio avvenuto all’antivigilia di Natale del 1982, ma affermò che avrebbe potuto sussistere un collegamento fra le sue indagini e quelle del collega Maddalena, aventi ad oggetto riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona.

Il tema d’indagine illustrato dal dottor Selis si intrecciava in modo molto stretto a quella che da Franco Mariani ed Enrico Mezzani fu indicata al dottor Di Maggio come la causale dell’omicidio Caccia. D’altronde, nel 1983, anche sugli organi di stampa comparve la notizia di un possibile collegamento tra le causali del tentato omicidio Selis e dell’omicidio Caccia con riferimento alle infiltrazioni mafiose nei casinò. Purtroppo, il dott. Selis non fu mai escusso formalmente nell’ambito delle indagini relative all’omicidio del dott. Caccia per valutare l’eventuale esistenza di convergenze tra i possibili moventi del suo tentato omicidio e le possibili causali del delitto Caccia.
Certo è che la vicenda dimenticata dell’attentato ai danni del dottor Selis dimostra che le indagini sui casinò potevano essere estremamente pericolose per chi le conduceva. Tale circostanza non fa che corroborare la possibile causale dell’omicidio Caccia relativa alle indagini sul casinò di Saint-Vincent, tanto più se si considera che fra il tentato omicidio Selis e l’omicidio Caccia trascorsero soltanto sei mesi.

Conclusioni

Nell’anno 2013, in occasione del trentennale dell’omicidio di Bruno Caccia, è stato presentato un documentario che è probabilmente il più completo lavoro giornalistico che sia stato mai realizzato sulla figura del Procuratore Capo di Torino. Si tratta del documentario ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere‘ i cui autori sono Elena Ciccarello e Davide Pecorelli con montaggio a cura diChristian Nasi (produzione di Libera Piemonte e Acmos). Nel documentario è presentata un’attenta ricostruzione della vicenda processuale relativa all’omicidio Caccia e sono messe chiaramente in evidenza le domande rimaste aperte dopo il pronunciamento della sentenza di Cassazione del 1992. E’ presente anche un’intervista a Mario Vaudano (foto sulla destra), già Giudice Istruttore a Torino negli anni settanta, il quale afferma: ‘Secondo me non hanno ucciso Bruno Caccia per il passato, l’hanno ucciso per il futuro’. Il documentario è stato presentato a Torino il 26 giugno 2013 all’interno del programma organizzato per ricordare la vita ed il lavoro del Procuratore Caccia.
E’ in occasione del trentennale del delitto Caccia che gli organi stampa iniziano a parlare degli elementi raccolti ed approfonditi dall’avv. Fabio Repici.13,14

Un mese prima del programma, il 6 giugno 2013, i figli Cristina, Paola e Guido Caccia hanno indirizzato una seconda lettera aperta alla città di Torino in cui hanno espresso la speranza che la città potesse diventare, a distanza di trent’anni dal delitto, un ‘laboratorio di Verità’ in cui grado di generare ‘voglia di reagire e magari qualche resipicenza’ sui fatti accaduti:

Si sta avvicinando la ricorrenza del trentennale della morte di nostro padre Bruno Caccia, e in quell’occasione la commemorazione sarà tenuta per la prima volta in veste ufficiale a cura della Città di Torino nella Sala Rossa del Municipio, alla presenza di autorità civili, giudiziarie, militari, religiose.
Questa iniziativa della città onora la memoria di nostro padre e ci fa profondamente piacere.
A distanza di trent’anni, ci sembra che sia necessario che qualcuno si assuma il compito di fare una commemorazione di Bruno Caccia del tipo di quella che ha fatto Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo, per ricordare Giovanni Falcone il 23 maggio scorso: un’analisi storica, non solo un elogio della persona.
Gli elogi fanno piacere a chi ha avuto Bruno Caccia come familiare o amico; l’analisi storica è piuttosto un dovere: il dovere di far conoscere il suo operato inquadrato nel contesto di quegli anni, al fine di fornire la chiave di lettura necessaria a comprendere i veri motivi che hanno portato alla sua uccisione.

Perché ciò che durante questi 30 anni sta diventando sempre più chiaro è che l’assassinio di Bruno Caccia non è stato un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale  (unico condannato) e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso, un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio. I cittadini hanno diritto di conoscere la verità su ciò che è successo.
E’ giusto che Bruno Caccia venga ricordato non solo per le sue doti personali, ma per quello che ha fatto, per il percorso professionale che ha intrapreso usando non solo il proprio talento, la dirittura morale e la professionalità che gli erano propri; ma ad essi accompagnando e rinnovando giorno per giorno, la coerenza, la tenacia e il coraggio necessari per inseguire la verità, fino al sacrificio della propria vita.
Non saremo gli unici ad essere riconoscenti a chi saprà ricordare questo percorso, spiegando che cosa ha comportato la sua brutale interruzione e come è stata proseguita l’azione penale nelle varie indagini da lui avviate.
Una commemorazione “utile”, insomma, che non faccia leva solo sul sentimento, ma che stimoli la ragione e la riflessione; che generi piuttosto voglia di reagire e magari qualche resipiscenza.
Crediamo infatti che siano in molti a potere ancora dare un apporto utile alla conoscenza dei fatti, e ci auguriamo che qualcuno fra loro si farà avanti e racconterà ciò che sa: sarebbe un tributo anche alla memoria di nostra madre che, nei 25 anni che è sopravvissuta a suo marito, tanto si è tormentata per le questioni non risolte dalle sentenze dei processi di Milano, e per gli interrogativi che ne emergono.
Potrebbe essere un esempio di coraggio, un esempio capace di interrompere un ciclo della nostra storia italiana, martoriata da anni di menzogne, occultamenti e depistaggi che continuano a tradire la Verità e a inquinare le nostre istituzioni.
Da Torino, da questa città generosa, sono partite tante iniziative coraggiose, sono nati e sono stati esportati nel resto d’Italia tante idee e tanti fenomeni virtuosi; si è detto che Torino è la “città-laboratorio”: sarebbe bello che, ricordando il sacrificio di nostro padre, diventasse da quest’anno, seguendo la scia di altre realtà italiane, anche un laboratorio di Verità.

Guido, Paola e Cristina Caccia (Torino, 6 giugno 2013)

Il 10 luglio 2013 l’avv. Repici, quale difensore di Guido Caccia, Paola Caccia e Cristina Caccia, ha presentato una denuncia al Tribunale di Milano in cui ha chiesto la ripertura delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia sulla base delle dichiarazioni del dottor Canali e di tutta una serie di spunti individuati nel fascicolo sull’omicidio del magistrato torinese. L’avv. Repici ha messo in evidenza come la pista del riciclaggio dei soldi delle organizzazioni mafiose nei primi anni ottanta, presso il Casinò di Saint-Vincent, sia quella su cui è indispensabile sviluppare nuove indagini per identificare eventuali ulteriori mandanti (oltre a Domenico Belfiore) e gli autori del delitto Caccia rimasti ancora nell’ombra.
Iscritta la denuncia sull’omicidio Caccia come atto non costituente notizia di reato, il P.M. assegnatario del procedimento, dopo aver valutato i risultati di alcune deleghe di polizia giudiziaria che erano state espletate, ha emesso il 25 novembre 2013 un “provvedimento di archiviazione interna” ritenendo infondata la ricostruzione dei fatti e delle causali dell’omicidio Caccia così come prospettata dall’avv. Repici. Quest’ultimo ed i familiari del dottor Caccia hanno proceduto, nel frattempo, ad acquisire ed approfodire altri fascicoli processuali collegati a quello sull’omicidio del Procuratore di Torino, come il fascicolo del procedimento penale torinese sul casinò di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’) ed il fascicolo sul sequestro di Giuseppe Agrati (28 gennaio 1975). Dall’analisi comparata degli atti giudiziari sono emersi ulteriori elementi a sostegno della pista investigativa illustrata nella denuncia presentata nel luglio 2013. L’avv. Repici, il 23 luglio 2014, ha presentato al Tribunale di Milano una nuova denuncia con cui ha ribadito la richiesta di riaprire le indagini sull’omicidio Caccia ed ha sollecitato l’A.G. di Milano a svolgere tutta una serie di atti d’indagine ed accertamenti a carico di Rosario Pio Cattafi e di Demetrio Latella. In occasione della seconda denuncia, l’avv. Repici, concordando tale scelta con i figli del dottor Caccia, ha comunicato alla Procura della Repubblica di Milano la nomina del dottor Mario Vaudano in qualità di consulente tecnico.
Il 29 settembre 2014 alcuni organi di stampa hanno rilanciato la notizia della riapertura dell’inchiesta sul delitto Caccia, ma la notizia non ha trovato conferme ufficiali.15,16 ‘Che cosa ci aspettiamo? La verità. Dopo tanti anni è l’unica cosa che ci interessa’, ha detto Paola Caccia.

David Gentili, Presidente della Commissione Antimafia di Milano, ha organizzato il 3 ottobre 2014, presso la sala Alessi del Comune, l’incontro intitolato ‘Bruno Caccia, il diritto alla verità’. All’evento hanno partecipato Paola e Cristina Caccia, Fabio Repici, Fosca Nomis (Presidente della Commissione Antimafia a Torino) e Nando dalla Chiesa (Presidente onorario di Libera). L’incontro è stato l’occasione in cui i figli del giudice e l’avv. Repici hanno fatto il punto sugli elementi emersi dalle loro ricerche ed hanno chiesto con forza che le indagini sull’omicidio del dottor Caccia siano riaperte (per una completa rassegna stampa sull’incontro vedi rif. 17):

video-bruno-caccia-3-ottobre-2014

Il 17 giugno 2015 l’avv. Repici ha inoltrato una nuova memoria difensiva, nell’interesse dei figli del procuratore Caccia, al dottor Marcello Tantangelo, sostituto procuratore della Repubblica di Milano, e al Procuratore generale della Repubblica di Milano. Nella memoria si afferma che il dottor Caccia è stato vittima di un’unica “rete criminale che aveva pressoché fagocitato la gestione dei Casinò del nord Italia e della Costa Azzurra, sotto il controllo di esponenti delle mafie catanesi, palermitane, calabresi, corse e marsigliesi”.18 L’avv. Repici ha chiesto all’A.G. milanese di sentire nuovi testimoni sul delitto, a partire da Domenico Belfiore, cui è stata concessa nel mese di giugno 2015 la detenzione domiciliare in via provvisoria per gravissime condizioni di salute.19 Belfiore, oltre ad essere l’unico condannato per il delitto Caccia, è una delle persone che, qualora decidesse di riferire all’A.G. quanto a sua conoscenza, potrebbe consentire alla magistratura di fare un significativo passo in avanti nell’accertamento delle responsabilità di chi decise e realizzò l’omicidio dell’allora Procuratore capo di Torino.

Il 26 giugno 2015 la Commissione speciale Antimafia del comune di Torino, presieduta da Fosca Nomis, in seduta congiunta con i Capigruppo del Consiglio Comunale, ha audito la figlia del magistrato, Paola Caccia, e l’avvocato dei familiari Fabio Repici, che hanno chiesto di riaprire il caso. “Ancora oggi – ha dichiarato l’avvocato Fabio Repici – non conosciamo tutti gli esecutori materiali e gli altri mandanti, oltre a Domenico Belfiore, del delitto Caccia. Questo perché nessuno indagò sui casi ai quali stavo lavorando il procuratore: temi delicati, che riguardavano anche il Casinò di Saint Vincent e l’ipotesi di riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona compiuti dalla criminalità organizzata, sia siciliana che calabrese. Inoltre, ancora oggi il delitto Caccia non è mai stato collegato al tentato omicidio del procuratore di Aosta Giovanni Selis, ferito da un’autobomba il 13 dicembre 1982, sei mesi prima dell’assassinio di Caccia, mentre indagava proprio sul Casinò di Saint Vincent”. “Da anni la Commissione Antimafia della Città di Torino – ha dichiarato Fosca Nomis – segue il caso Caccia. Ora finalmente forse stiamo per arrivare alla piena verità. Per fare giustizia nei confronti dei familiari del procuratore e di una città che da sempre ha legalità e giustizia tra i propri valori fondanti. Nessuna città è immune dalla contaminazione delle mafie, ma il costante impegno di Istituzioni, associazioni e cittadini può servire a creare validi anticorpi. Lo dobbiamo anche a Bruno Caccia e ai tanti magistrati coraggiosi e integerrimi che, come lui, non sono mai scesi a compromessi, anche a costo della propria vita”.20

La richiesta dei figli di Bruno Caccia è che la Procura di Milano, ammesso che non abbia già proceduto in questa direzione, riapra le indagini sull’omicidio del padre. E’ fondamentale che i magistrati titolari del caso assumano a sommarie informazioni gli ufficiali di P.G. che effettuarono, il 18 maggio 1984, la perquisione presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi, al fine di verbalizzare quanto essi ricordano riguardo a quell’atto di indagine. Altrettanto inderogabile è l’assunzione a verbale delle dichiarazioni del dottor Olindo Canali in merito a quanto da lui conosciuto sulle indagini condotte dall’allora P.M. Francesco Di Maggio (deceduto nel 1996) per individuare gli autori dell’omicidio Caccia.
Numerosi sono inoltre gli spunti di indagine, portati alla luce dall’avv. Repici e dai familiari del giudice Caccia, che potrebbero condurre ad individuare significativi elementi di conoscenza su chi, oltre a Domenico Belfiore, decise la morte del Procuratore di Torino. La pista investigativa che individua la causale del delitto Caccia nelle indagini coordinate dal magistrato sul riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent non contraddice per nulla quanto già accertato dalla sentenza passato in giudicato a carico di Belfiore: ne completerebbe il quadro dando lo spunto per accertare eventuali eventuali responsabilità penali.

Tocca ora alla magistratura milanese il compito di dare una risposta alla domanda di verità dei figli di Bruno Caccia. Si tratta di svolgere accertamenti investigativi finalizzati a questo obiettivo: verificare se gli spunti indiziari forniti dalla pista già affiorata dalle prime indagini sull’omicidio e rinnovati all’attenzione degli inquirenti dai familiari del dottor Caccia possano svilupparsi in elementi di prova oppure no. I magistrati, gli investigatori ed i giornalisti che seguirono l’evolversi delle indagini sul delitto Caccia, le inchieste sui casinò del nord Italia e sui sequestri di persona negli anni settanta-ottanta, possono dare informazioni indispensabili per ricostruire i vuoti presenti nella verità giudiziaria accertata fino ad oggi: ciò non significa essere a conoscenza di chissà quali segreti, ma semplicemente essere portatori di un vissuto che può aiutare a definire il contesto in cui maturò l’omicidio del dottor Caccia. Questo è un appello rivolto a chiunque possa dare un contributo in questa direzione: chi ricorda elementi che possano utili per le indagini, li trasmetta ai familiari di Bruno Caccia e agli inquirenti.

‘Bruno Caccia è stato ucciso per il futuro’,
ha detto Mario Vaudano. Il debito nei confronti del giudice Bruno Caccia sarà chiuso solo quando ognuno di noi avrà fatto, nell’ambito del proprio ruolo, tutto quanto possibile per dare una risposta di verità ai familiari del Magistrato e alla collettività.

Marco Bertelli

Tratto da: 19luglio1992.com

NOTE

1), 3), 6), 8) Sentenza emessa dalla Seconda Corte di Assise d’Appello di Milano, Proc. Pen. n. 47/91 Registro Generale, Presidente dott. Giacomo Martino (28 febbraio 1992)
2), 4), 5), 7), 11), 12) Sentenza emessa dalla Prima Corte di Assise di Milano, Presidente Camillo Passerini, Proc. Pen. N. 48/88 Registro Generale (16 giugno 1989)
9) ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere’, documentario di Elena Ciccarello e Davide Pecorelli, con montaggio a cura di Christian Nasi (2013, produzione di Libera Piemonte e Acmos)
10) Approfondimento sulla biografia di Rosario Cattafi: ‘La peggio gioventù – vita nera di Rosario Pio Cattafi’, Fabio Repici, 12 novembre 2012, www.19luglio1992.com e Lumia: ‘Nessuno si faccia ingannare dal gioco che sta portando avanti Cattafi, Marco Bertelli, 16 febbraio 2013, www.19luglio1992.com
13) ‘ ‘Ndrangheta, trent’anni fa a Torino l’omicidio Caccia. Ora spuntano i servizi’, Elena Ciccarello (24 giugno 2013, Il Fatto Quotidiano)
14) ‘Delitto Caccia, spunta una telefonata La famiglia: “Riaprite il processo”’, Niccolò Zancan (20 giugno 2013, La Stampa)
15) ‘Omicidio Caccia: ora spuntano nuovi indizi, indagini riaperte’, Meo Ponte (28 settembre 2014, La Repubblica)
16) ‘La figlia di Caccia e l’inchiesta riaperta. ‘Dopo tanti anni aspettiamo solo la verità’ ‘, Meo Ponte (29 settembre 2014, La Repubblica)
17) ‘Bruno Caccia, la famiglia torna a chiedere la riapertura delle indagini’, AA.VV. (19luglio1992.com)
18) ‘Bruno Caccia, “rete criminale dei casinò dietro l’omicidio del procuratore”’, Elena Ciccarello (27 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
19) ‘Bruno Caccia: scarcerato mandante omicidio del giudice : ‘Motivi di salute’ ‘, Andrea Gianbartolomei (11 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
20) 26 giugno 2015 – Caccia, un anniversario alla ricerca di giustizia (Massimiliano Quirico, CittàAgorà, 26 giugno 2015)

LISTA ABBREVIAZIONI

P.M.: Pubblico Ministero
G.I.: Giudice Istruttore
R.G.G.I.: Registro Generale Giudice Istruttore
Trascr. dib.: trascrizione dibattimentale
c.p.p.: codice procedura penale

(da CAFFENEWS) “L’innocenza di Giulio”: con Cavalli va in scena lo spettacolo della verità

caffenews_header-e1324575753811E’ una storia di ombre calpestate, quella portata in scena da Giulio Cavalli al Teatro Civico di Caserta lo scorso lunedì 4 novembre. La storia fatta di verità soffocate, che i libri, ligi a una visione parziale e rassicurante, mettono educatamente a tacere. E’ la messa in scena “maleducata e rissosa” di un viaggio che percorre un ventesimo secolo tutto italiano, quella “favola strana” che narra un’eterna storia d’amore tra Stato e Mafia in una conseguente e paradossale inversione di ruoli, con “i cattivi che bussano al citofono di Andreotti e i buoni che muoiono ammazzati per terra”.

E il protagonista è proprio il Divo, Giulio Belzebù, il Papa Nero. Ma soprattutto Lo Zio, lo Zù Giulio del processo palermitano. Un “punciutu”, secondo il pentito Leonardo Messina, ossia un uomo d’onore sotto giuramento, un protetto, un “amico degli amici”.

Andreotti è stato indubbiamente una delle figure più influenti e, allo stesso tempo, più controverse dell’immaginario politico italiano degli ultimi sessant’anni. Sono innegabili i suoi rapporti “amichevoli” con elementi di spicco di Cosa Nostra, o con personaggi indirettamente legati all’ambiente, come nel caso dell’Onorevole Salvatore “Salvo” Lima o dei due imprenditori Ignazio e Antonino Salvo, opportunamente messi in condizione di non nuocere al momento giusto.

Cavalli analizza con cura meticolosa, quasi maniacale, la cronologia di delitti che la criminalità organizzata ha collezionato con il tacito consenso dello Stato, in un’ineluttabile relazione che affonda le sue radici in una realtà italiana ben precedente a quella che ha visto l’ascesa di Andreotti nel nostro panorama politico.

La prima vittima “eccellente” della mafia è il banchiere Emanuele Notabartolo, assassinato nel 1893 sul treno che percorre la tratta tra Termini Imerese e Trabia.

A lui seguiranno innumerevoli personaggi i cui omicidi hanno tinto di rosso le cronache dell’ultimo secolo. Il giornalista Mino Pecorelli, l’Onorevole Pio La Torre, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fino ai più tristemente famosi casi del Giudice Giovanni Falcone e del magistrato Paolo Borsellino.

Con rara sensibilità istrionica, Giulio Cavalli pone come intermezzo tra tratti prettamente cronachistici e video documentari accompagnati dalla piacevole musica di Stefano Bellotti, sentite e patetiche  interpretazioni di un Andreotti intento a proclamarsi innocente nonostante i fatti affermino nettamente il contrario, senza negare al pubblico quella malcelata e amara ironia che contraddistingue i suoi spettacoli. E ancora, in un impeccabile siciliano, si cala nei panni di un Tommaso Buscetta collaboratore di giustizia, intento a chiarire la natura dei rapporti tra il Divo e Salvo Lima, di Baldassare “Balduccio” di Maggio che descrive gli incontri avvenuti tra Andreotti e il Capo dei Capi Totò Riina.

La musica narra, descrive e accompagna lo spettatore, supportando la figura solitaria dell’attore sul palco. Il monologo incalzante, litigioso, caratterizzato da un tono che non ammette repliche, esprime la rabbia di chi è costretto a vivere sotto scorta per amore della verità, dinanzi a uno Stato che dovrebbe per definizione garantire protezione e sicurezza, in quanto sinonimo di collettività, e che invece “se ne lava le mani”.

Ed è proprio quando lo spettacolo si avvia alla chiusura, quando quella malinconia fatta di consapevolezza comincia a serpeggiare tra le file del pubblico, che Cavalli chiude, ancora una volta, con un testo di sua composizione, intitolato “Il sorriso di Bruno Caccia”. E’ un monologo che tiene vivo un esile filo di speranza. La memoria, il ricordo di chi è stato costretto a rinunciare alla propria vita, sopravvive, e senza censure.

Un ultimo saluto al pubblico, poi le luci si spengono, la sala si svuota, gli spettatori abbandonano i loro posti con la consapevolezza che l’innocenza senza sottintesi di chi ha combattuto per la verità non si cancella, ed è quella più autentica. Anche se, purtroppo, non è sempre quella che conta.

Da caffèNews

Bruno Caccia e un processo da riaprire

Sono passati trent’anni dall’uccisione di Bruno Caccia e ora spuntano nuove piste, nuovi documenti e uno scenario che potrebbe riscrivere quella storia. A casa di Rosario Cattafi (l’anello di congiunzione tra Cosa Nostra e strani servizi deviati) a Barcellona Pozzo di Gotto è stato ritrovato un documento che pone qualche legittimo dubbio.

 L’avvocato della famiglia Caccia, Fabio Repici, ritiene che esistano tutti gli elementi per una revisione del processo: “Sono documentate persino le riunioni tra emissari di Cattafi ed esponenti del Sisde che hanno come oggetto proprio le indagini sull’omicidio del Procuratore Caccia”.

Del resto la scalata mafiosa dei casinò del nord Italia, e in particolare quello di Saint Vincent, è una delle ultime inchieste di cui il procuratore Caccia si è occupato. Circostanza aggravata dall’inquietante parallelismo con l’attentato al pretore di Aosta Giovanni Selis, anche lui impegnato nelle indagini sul Casinò e vittima di un tentato omicidio dinamitardo, consumato pochi mesi prima del delitto Caccia e di cui non sono mai stati individuati i responsabili.

“Caccia era prossimo alla pensione. Bisogna capire quale era l’urgenza di ucciderlo in quel momento”, spiega l’avvocato Paola Bellone, che da più di un anno studia il caso. Ritiene che altre indicazioni potrebbero sorgere dalla collaborazione di nuovi pentiti calabresi e dalle inchieste di cui Caccia si stava occupando. Indagini da cui emergono i rapporti che la ‘ndrangheta coltivava, già allora, con la politica e le più alte cariche istituzionali.

Radio Mafiopoli 30 – Il sorriso di Bruno Caccia

Mafiopoli, provincia d’Italia, è il paese dove siamo maestri a cominciare le storie sempre dalla fine. Senza una fine certificata non siamo capaci di leggere una storia, senza il brivido finale. Ci siamo disabituati a raccontarle le storie, siamo diventati maestri del confezionamento, facciamo i pacchetti con nastri e ceralacca più belli del mondo, abbiamo professionisti sempre in tourné che ci raccontano i morticome fossero un arcobaleno perché il bianco e nero invece ci dicono che è vecchio, il bianco o nero è addirittura troppo radicale, e si sa che a Mafiopoli c’è da essere chic.

Questa storia è una storia che inizia con la fine il 26 giugno, di domenica a Torino. Se fosse in bianco e nero il 26 giugno 1983 sarebbe grigio come la menta che è appassita, una domenica che ti suda addosso come una doccia fatta troppo di fredda. È la passeggiata aggrappata al marciapiede di un uomo, un guinzaglio e il cane. E che interesse può accendere una camminata dopo cena in bianco e nero con un cane? Per questo siamo dovuti andare a riprenderla nel cestino del corridoio.

Lui cammina mentre slappa il sapore fresco del caffè tra il palato e la lingua, il cane annusa la sua passeggiata che gli insegna che è sera e forse questo asfalto che cerca di scollarsi ci dice che è fine giugno. Le passeggiate dopo cena sono sempre un fruscio degno, un vento tra le orecchie e il cuore anche se non c’è vento, una sigaretta per assaggiare il retrogusto di anche oggi cos’è stato, una pausa con la parrucca della sigla di coda. Se fosse in bianco e nero quella passeggiata sarebbe un battere di palpebre.

Chissà cosa pensava, Bruno Caccia, quella sera, sempre così sacerdote delle giornate bianco o nero, mentre si sedeva con gli occhi sull’altalena del guinzaglio e della coda; se pensava al gusto stringente di chi ha deciso che è domenica, e la domenica sera con il cane appoggiando per un secondo sul comodino la scorta dovrebbe essere un diritto anche delle solitudini più malinconiche, o se pensava a come fosse a dormire comodo questo nord di Mafiopoli che succhia l’osso dell’immunità narcotizzato dalla sua stessa presunzione. Come un coccodrillo sdentato che si prende il sole. Chissà se aveva ancora voglia di pensarci, a quell’ora che si mette sul cuscino perché è poco prima della notte, a quei vermi liquidi che zampettavano sulle gambe e sulla schiena del Piemonte addormentato, sdentato e fiero che tra il bianco e il nero aveva scelto la cuccia e la catena.

A Mafiopoli ci insegnano sempre che è di cattivo gusto fare i nomi. Caro Bruno, hanno cercato di consigliartela spesso la buona educazione di Mafiopoli. Non fare i nomi. E allora facciamo finta che non ci siano intorno a questa storia che è passata come un brodino con un dado artificiale, facciamo finta che non ci siano a sapere e ascoltare i mastri della ‘Ndrangheta che si attaccano seccati alla suola delle scarpe di una regione a forma di coccodrillo, facciamo finta che non siano né gli Agresta, né i Belcastro, o Bonavota, Bruzzaniti, D’Agostino, Ilacqua, Macrì, Mancuso, Megna, Morabito, Marando, Napoli, Palamara, Polifrone, Romanello, Trimboli, Ursino, Varacolli, Vrenna. In ordine alfabetico, messi in fila per matricola: come lo scarico dei capi al mercato dei suini secondo la marca pinzata all’orecchio. E lasciando fuori, per adesso, i Belfiore, che in questa storia di marciapiede, bianco o nero, sono il concime.

Chissà se ci pensava Bruno Caccia a quanto marciapiede avrebbe dovuto mangiare per svegliare il coccodrillo e urlargli dentro i buchi delle orecchie che era tempo di cominciare a grattarsi, a farle scivolare queste zecche marce che succhiano e si nascondono tra i peli. Chissà se ci pensava il magistrato Caccia, mentre sul marciapiede seguiva il passo soffice del cane e del suo collare, a com’è impudicamente nuda una città con un palazzo di giustizia che è un arcobaleno acido di caffè, mani strette e corna pericolose. Lì dove uno dei capi dei vermi, quel Domenico Belfiore che nella storia è un tumore che appassisce, chiacchericcia con il procuratore Luigi Moschella. Un bacio umido con la lingua al sugo tra ‘Ndrangheta e magistratura. Chissà se non gli si chiudeva lo stomaco a Bruno Caccia, sempre così fiero del bianco o del nero.

Siamo al primo lampione, cane e padrone, sotto quella luce di vetro che solo Torino sa riflettere così grigia.

Se ci fosse la colonna sonora da destra a sinistra sarebbe: il cuscinettìo delle zampe del cane, lo spelazzo della coda, il cotone della solitudine intesta alla sera di lui e più dietro, quasi fuori quinta, una 128 che cigola marinaia come tutte le fiat il 26 giugno del 1983.

Chissà che pensieri evaporavano dentro i sedili di plastica di quel marrone secco della 128. Chissà se erano fieri a sganciare la leva del cambio anoressica e zincata, per questa missione da bracconieri della dignità. Chissà come brillava la faccia a Domenico Belfiore mentre ordinava quella 128 e la polvere da sparo come si ordina una frittura per secondo, chissà come si erano sniffati la potenza di avere ammaestrato i catanesi alla ‘ndrina, di avere preso anche Cosa Nostra come cameriera, chissà come avevano riso pensando che proprio loro, con Gianfranco Gonnella, alzavano la saracinesca del caffè sotto il tribunale, in una colazione che serviva a mischiare rapporti per l’interesse di stare sempre nel grigio, vendendosi il crimine e la giustizia e mischiare tutto con il cucchiaino.

Mi dico che forse Bruno Caccia non riusciva a fumarseli nemmeno nella passeggiata di coscienza alla sera quei nomi che aveva deciso di tenersi bene a mente, come succede per un titolo che rimane anni incastrato nel portafoglio perché prima o poi ci può servire. Ecco, forse, mi viene da pensare, Bruno Caccia è un magistrato con la schiena dritta ma soprattutto un uomo di memoria, ma la memoria attiva quella vera che ormai qui a Mafiopoli è andata fuori produzione. Quella che serve per leggere le storie mentre succedono e se hai un po’ di fortuna immaginare di prevedere anche la mattina di domani. Mica quelle memorie in confezioni da 6 da accendere come le candeline in quelle storie che si cominciano a raccontare partendo dalla fine. Una memoria in camicia e con un cane sotto il secondo lampione.

Chissà se avranno pensato di spararci anche al cane, quei manovali disonorati nel costume mai credibile degli uomini d’onore mentre si avvicinavano a Bruno Caccia, il suo cane e per stasera niente scorta, chissà come schizzava olio quel soffritto nel cervello per sentirsi capaci di meritarsi anche stasera un pacca dal boss, quella 128 farcita di codardi che 25 anni dopo non sono ancora stati pescati. Chissà se pensano di essere impuniti dimenticando di avere prenotato in una sera il posto riservato nell’inferno dei picciotto e degli omuncoli.

14 colpi ad ascoltarli di seguito in una sera di 26 Giugno in via Sommacampagna a Torino sono una fanfara della codardia che tossisce. 14 volte di sforzi dallo stomaco di un rigurgito a pezzettoni. La risata di potenza di Mimmo Belfiore e suo cognato Palcido Barresi che apre lo sfintere. 14 spari in una serata d’estate suonano come una canzone d’amore suonata con le pietre. Chissà cosa avrà pensato il cane, nel vedere quegli uomini a forma di stracci mentre scendono per finire con tre colpi Bruno Caccia, il suo padrone, e ripartire veloci a prendersi gli applausi della grande famiglia di vomito e merda. Chissà a che punto era arrivato il magistrato a passeggio a pensare a tutti i fili dei nei di una regione che dormiva.

Tutto proprio sotto al secondo lampione. Dicono che Torino ogni tanto sia funebre: quella sera era a forma di cuore schiacciato da una ruota all’incrocio.

Mafiopoli, provincia d’Italia, è il paese dove siamo maestri a cominciare le storie sempre dalla fine. Senza una fine certificata non siamo capaci di leggere una storia, senza il brivido finale. Ci siamo disabituati a raccontarle le storie, siamo diventati maestri del confezionamento, facciamo i pacchetti con nastri e ceralacca più belli del mondo, abbiamo professionisti sempre in tourné che ci raccontano i morti come fossero un arcobaleno perché il bianco e nero invece ci dicono che è vecchio, il bianco o nero è addirittura troppo radicale, e si sa che a Mafiopoli c’è da essere chic.

Che il magistrato Bruno Caccia sia stato ucciso il 26 Giugno 1983 da ignobili ignoti è rportato in qualche foglio tarmato scritto probabilmente con una stampante ad aghi. Ma gli avvoltoi tra le macerie della memoria si sono subito messi in tasca i soprammobili di quella storia con questa fine così cinematografica da non farsi scappare. E ti hanno regalato la memoria, caro Bruno, quella memoria di polistirolo buona per le sfilate per appiccicarci un nome al cartello bianco con sfondo bianco di una via. In questa Mafiopoli dove tutto va al contrario e bisogna prendersi la responsabilità di sperare in una fine certificata perché almeno si mettano a cercare cosa era successo prima.

Mi chiedo Mimmo Belfiore, cosa starai pensando adesso. Se un po’ non ti disturba che quella memoria che pensavi di avere rapinato tutta oggi è diventata una preghiera laica e quotidiana ogni mattina. Proprio qui, proprio dentro casa tua, nella tua cascina senza porcilaie ma che è stata piena di porci. Mi chiedo se ti brucia, mentre in carcere recitavi la parte dell’invincibile avere detto a Miano che Caccia l’avevi fatto ammazzare tu. Chissà come ci sei rimasto male, tradito da un infame e da un infermiere che il coraggio lo praticano per amore e non per una puttana a forma di maestà. Chissà quando te lo raccontano che a casa tua piano piano i guardiani del faro stanno strofinando via l’odore della tua famiglia e della vergogna. Chissà che magari, come tutti i tuoi compari non preghi di essere messo nelle mani di Dio e lui non ti aspetti sotto un lampione su una 128. Chissà se un giorno a voi mafiosi per un allineamento degli astri non vi succeda che riusciate ad avere un sussulto per vedervi allo specchio così anoressici d’indignità. Chissà se ci hai creduto davvero che tuo fratello Sasà riuscisse a continuare impunito mentre faceva girare in 4 anni 11 quintali di cocaina. Dal Brasile poi in Spagna fino a Genova e Torino nell’ennesimo giro del mondo dei soldi in polvere. E chissà se non ti dispiace che tuo fratello Beppe invece non sia proprio all’altezza, lui che si è buttato sul gioco d’azzardo e alla fine si è azzardato troppo anche se aveva le spalle coperte dalla ‘ndrina Crea. Chissà come ti suona stonato sentire suonare una memoria libera proprio qui nel tuo cortile dove travestito da boss del presepe ti compravi la benevolenza con le ricotte. Chissà se un po’ non hai sorriso sapendo che alcuni tuoi compaesani di San Sebastiano Po temevano i disagiati per la “sicurezza pubblica”, impauriti dai disagiati del gruppo Abele dopo che ti avevano lasciato pascolare e sporcare per tutti questi anni. Vorrei chiederti, caro Mimmo, se non stai pensando che si avvicini la data di scadenza del tuo onore.

Bruno Caccia e il suo cane sono quei due sotto al secondo lampione.

A Mafiopoli le storie si cominciano a raccontare dalla fine. Bruno Caccia doveva finire il 26 giugno, che dico, per uno scherzo del destino il 26 giugno io ci sono pure nato. Oggi c’è un cortile, un cortile scippato ai Belfiore, un cortile che è stato rapinato al rapinatore, un cortile che vuole diventare da grande un giardino e una memoria che con le unghie sta rompendo il guscio. E il magistrato severo, sono sicuro, non riuscirebbe a trattenere un sorriso.

Il sorriso di Bruno Caccia

Testo scritto e recitato per l’iniziativa LIBERA QUANTO BASTA PER  a Cascina Caccia il 17/05/2009

Mafiopoli, provincia d’Italia, è il paese dove siamo maestri a cominciare le storie sempre dalla fine. Senza una fine certificata non siamo capaci di leggere una storia, senza il brivido finale. Ci siamo disabituati a raccontarle le storie, siamo diventati maestri del confezionamento, facciamo i pacchetti con nastri e ceralacca più belli del mondo, abbiamo professionisti sempre in tourné che ci raccontano i morti come fossero un arcobaleno perché il bianco e nero invece ci dicono che è vecchio, il bianco o nero è addirittura troppo radicale, e si sa che a Mafiopoli c’è da essere chic.
Questa storia è una storia che inizia con la fine il 26 giugno, di domenica a Torino. Se fosse in bianco e nero il 26 giugno 1983 sarebbe grigio come la menta che è appassita, una domenica che ti suda addosso come una doccia fatta troppo di fredda. È la passeggiata aggrappata al marciapiede di un uomo, un guinzaglio e il cane. E che interesse può accendere una camminata dopo cena in bianco e nero con un cane? Per questo siamo dovuti andare a riprenderla nel cestino del corridoio.
Lui cammina mentre slappa il sapore fresco del caffè tra il palato e la lingua, il cane annusa la sua passeggiata che gli insegna che è sera e forse questo asfalto che cerca di scollarsi ci dice che è fine giugno. Le passeggiate dopo cena sono sempre un fruscio degno, un vento tra le orecchie e il cuore anche se non c’è vento, una sigaretta per assaggiare il retrogusto di anche oggi cos’è stato, una pausa con la parrucca della sigla di coda. Se fosse in bianco e nero quella passeggiata sarebbe un battere di palpebre.
Chissà cosa pensava, Bruno Caccia, quella sera, sempre così sacerdote delle giornate bianco o nero, mentre si sedeva con gli occhi sull’altalena del guinzaglio e della coda; se pensava al gusto stringente di chi ha deciso che è domenica, e la domenica sera con il cane appoggiando per un secondo sul comodino la scorta dovrebbe essere un diritto anche delle solitudini più malinconiche, o se pensava a come fosse a dormire comodo questo nord di Mafiopoli che succhia l’osso dell’immunità narcotizzato dalla sua stessa presunzione. Come un coccodrillo sdentato che si prende il sole. Chissà se aveva ancora voglia di pensarci, a quell’ora che si mette sul cuscino perché è poco prima della notte, a quei vermi liquidi che zampettavano sulle gambe e sulla schiena del Piemonte addormentato, sdentato e fiero che tra il bianco e il nero aveva scelto la cuccia e la catena.
A Mafiopoli ci insegnano sempre che è di cattivo gusto fare i nomi. Caro Bruno, hanno cercato di consigliartela spesso la buona educazione di Mafiopoli. Non fare i nomi. E allora facciamo finta che non ci siano intorno a questa storia che è passata come un brodino con un dado artificiale, facciamo finta che non ci siano a sapere e ascoltare i mastri della ‘Ndrangheta che si attaccano seccati alla suola delle scarpe di una regione a forma di coccodrillo, facciamo finta che non siano né gli Agresta, né i Belcastro, o Bonavota, Bruzzaniti, D’Agostino, Ilacqua, Macrì, Mancuso, Megna, Morabito, Marando, Napoli, Palamara, Polifrone, Romanello, Trimboli, Ursino, Varacolli, Vrenna. In ordine alfabetico, messi in fila per matricola: come lo scarico dei capi al mercato dei suini secondo la marca pinzata all’orecchio. E lasciando fuori, per adesso, i Belfiore, che in questa storia di marciapiede, bianco o nero, sono il concime.
Chissà se ci pensava Bruno Caccia a quanto marciapiede avrebbe dovuto mangiare per svegliare il coccodrillo e urlargli dentro i buchi delle orecchie che era tempo di cominciare a grattarsi, a farle scivolare queste zecche marce che succhiano e si nascondono tra i peli. Chissà se ci pensava il magistrato Caccia, mentre sul marciapiede seguiva il passo soffice del cane e del suo collare, a com’è impudicamente nuda una città con un palazzo di giustizia che è un arcobaleno acido di caffè, mani strette e corna pericolose. Lì dove uno dei capi dei vermi, quel Domenico Belfiore che nella storia è un tumore che appassisce, chiacchericcia con il procuratore Luigi Moschella. Un bacio umido con la lingua al sugo tra ‘Ndrangheta e magistratura. Chissà se non gli si chiudeva lo stomaco a Bruno Caccia, sempre così fiero del bianco o del nero.
Siamo al primo lampione, cane e padrone, sotto quella luce di vetro che solo Torino sa riflettere così grigia.
Se ci fosse la colonna sonora da destra a sinistra sarebbe: il cuscinettìo delle zampe del cane, lo spelazzo della coda, il cotone della solitudine intesta alla sera di lui e più dietro, quasi fuori quinta, una 128 che cigola marinaia come tutte le fiat il 26 giugno del 1983.
Chissà che pensieri evaporavano dentro i sedili di plastica di quel marrone secco della 128. Chissà se erano fieri a sganciare la leva del cambio anoressica e zincata, per questa missione da bracconieri della dignità. Chissà come brillava la faccia a Domenico Belfiore mentre ordinava quella 128 e la polvere da sparo come si ordina una frittura per secondo, chissà come si erano sniffati la potenza di avere ammaestrato i catanesi alla ‘ndrina, di avere preso anche Cosa Nostra come cameriera, chissà come avevano riso pensando che proprio loro, con Gianfranco Gonnella, alzavano la saracinesca del caffè sotto il tribunale, in una colazione che serviva a mischiare rapporti per l’interesse di stare sempre nel grigio, vendendosi il crimine e la giustizia e mischiare tutto con il cucchiaino.
Mi dico che forse Bruno Caccia non riusciva a fumarseli nemmeno nella passeggiata di coscienza alla sera quei nomi che aveva deciso di tenersi bene a mente, come succede per un titolo che rimane anni incastrato nel portafoglio perché prima o poi ci può servire. Ecco, forse, mi viene da pensare, Bruno Caccia è un magistrato con la schiena dritta ma soprattutto un uomo di memoria, ma la memoria attiva quella vera che ormai qui a Mafiopoli è andata fuori produzione. Quella che serve per leggere le storie mentre succedono e se hai un po’ di fortuna immaginare di prevedere anche la mattina di domani. Mica quelle memorie in confezioni da 6 da accendere come le candeline in quelle storie che si cominciano a raccontare partendo dalla fine. Una memoria in camicia e con un cane sotto il secondo lampione.
Chissà se avranno pensato di spararci anche al cane, quei manovali disonorati nel costume mai credibile degli uomini d’onore mentre si avvicinavano a Bruno Caccia, il suo cane e per stasera niente scorta, chissà come schizzava olio quel soffritto nel cervello per sentirsi capaci di meritarsi anche stasera un pacca dal boss, quella 128 farcita di codardi che 25 anni dopo non sono ancora stati pescati. Chissà se pensano di essere impuniti dimenticando di avere prenotato in una sera il posto riservato nell’inferno dei picciotto e degli omuncoli.
14 colpi ad ascoltarli di seguito in una sera di 26 Giugno in via Sommacampagna a Torino sono una fanfara della codardia che tossisce. 14 volte di sforzi dallo stomaco di un rigurgito a pezzettoni. La risata di potenza di Mimmo Belfiore e suo cognato Palcido Barresi  che apre lo sfintere. 14 spari in una serata d’estate suonano come una canzone d’amore suonata con le pietre. Chissà cosa avrà pensato il cane, nel vedere quegli uomini a forma di stracci  mentre scendono per finire con tre colpi Bruno Caccia, il suo padrone, e ripartire veloci a prendersi gli applausi della grande famiglia di vomito e merda. Chissà a che punto era arrivato il magistrato a passeggio a pensare a tutti i fili dei nei di una regione che dormiva.
Tutto proprio sotto al secondo lampione. Dicono che Torino ogni tanto sia funebre: quella sera era a forma di cuore schiacciato da una ruota all’incrocio.
Mafiopoli, provincia d’Italia, è il paese dove siamo maestri a cominciare le storie sempre dalla fine. Senza una fine certificata non siamo capaci di leggere una storia, senza il brivido finale. Ci siamo disabituati a raccontarle le storie, siamo diventati maestri del confezionamento, facciamo i pacchetti con nastri e ceralacca più belli del mondo, abbiamo professionisti sempre in tourné che ci raccontano i morti come fossero un arcobaleno perché il bianco e nero invece ci dicono che è vecchio, il bianco o nero è addirittura troppo radicale, e si sa che a Mafiopoli c’è da essere chic.
Che il magistrato Bruno Caccia sia stato ucciso il 26 Giugno 1983 da ignobili ignoti è rportato in qualche foglio tarmato scritto probabilmente con una stampante ad aghi. Ma gli avvoltoi tra le macerie della memoria si sono subito messi in tasca i soprammobili di quella storia con questa fine così cinematografica da non farsi scappare. E ti hanno regalato la memoria, caro Bruno, quella memoria di polistirolo buona per le sfilate per appiccicarci un nome al cartello bianco con sfondo bianco di una via. In questa Mafiopoli dove tutto va al contrario e bisogna prendersi la responsabilità di sperare in una fine certificata perché almeno si mettano a cercare cosa era successo prima.
Mi chiedo Mimmo Belfiore, cosa starai pensando adesso. Se un po’ non ti disturba che quella memoria che pensavi di avere rapinato tutta oggi è diventata una preghiera laica e quotidiana ogni mattina. Proprio qui, proprio dentro casa tua, nella tua cascina senza porcilaie ma che è stata piena di porci. Mi chiedo se ti brucia, mentre in carcere recitavi la parte dell’invincibile avere detto a Miano che Caccia l’avevi fatto ammazzare tu. Chissà come ci sei rimasto male, tradito da un infame e da un infermiere che il coraggio lo praticano per amore e non per una puttana a forma di maestà. Chissà quando te lo raccontano che a casa tua piano piano i guardiani del faro stanno strofinando via l’odore della tua famiglia e della vergogna. Chissà che magari, come tutti i tuoi compari non preghi di essere messo nelle mani di Dio e lui non ti aspetti sotto un lampione su una 128. Chissà se un giorno a voi mafiosi per un allineamento degli astri non vi succeda che riusciate ad avere un sussulto per vedervi allo specchio così anoressici d’indignità. Chissà se ci hai creduto davvero che tuo fratello Sasà riuscisse a continuare impunito mentre faceva girare in 4 anni 11 quintali di cocaina.  Dal Brasile poi in Spagna fino a Genova e Torino nell’ennesimo giro del mondo dei soldi in polvere. E chissà se non ti dispiace che tuo fratello Beppe invece non sia proprio all’altezza, lui che si è buttato sul gioco d’azzardo e alla fine si è azzardato troppo anche se aveva le spalle coperte dalla ‘ndrina Crea. Chissà come ti suona stonato sentire suonare una memoria libera proprio qui nel tuo cortile dove travestito da boss del presepe ti compravi la benevolenza con le ricotte. Chissà se un po’ non hai sorriso sapendo che alcuni tuoi compaesani di San Sebastiano Po temevano i disagiati per la “sicurezza pubblica”, impauriti dai disagiati del gruppo Abele dopo che ti avevano lasciato pascolare e sporcare per tutti questi anni. Vorrei chiederti, caro Mimmo, se non stai pensando che si avvicini la data di scadenza del tuo onore.
Bruno Caccia e il suo cane sono quei due sotto al secondo lampione.
A Mafiopoli le storie si cominciano a raccontare dalla fine. Bruno Caccia doveva finire il 26 giugno, che dico, per uno scherzo del destino il 26 giugno io ci sono pure nato. Oggi c’è un cortile, un cortile scippato ai Belfiore, un cortile che è stato rapinato al rapinatore, un cortile che vuole diventare da grande un giardino e una memoria che con le unghie sta rompendo il guscio. E il magistrato severo, sono sicuro, non riuscirebbe a trattenere un sorris

Radio Mafiopoli 27 – Tanti auguri Matteo Messina Soldino

E’ una settimana strana giù a Mafiopoli. Solita settimana di corrispondenze di segnali, missive e tentati attentati come nella migliore tradizione della corrispondenza mafiopolitana: la lettera indirizzata a Vincenzo Conticello e “i suoi sbirri” come dicono loro, il tentato sventato attentato a Rosario Crocetta di cui parliamo nel blog (https://www.giuliocavalli.net/diario/2009/04/27/lo-schiaffio-a-cinque-mani-e-una-carezzasulla-guancia-di-rosario-crocetta/) e altri tagli e ritagli che rispettano la loro unta tradizione di comunicare per gesti come i loro avi mafiosi di Neanderthal.
Piera Aiello è stata tradita. Testimone di giustizia in località segreta e molto spesso segretata com’è uso giù a Mafiopoli per esprimere gratitudine ai testimoni giustiziati, è stata tradita probabilmente (dicono i bene informati che spesso si confondono con i mala informatori)  da qualcuno di quelli che dovrebbero occuparsi della sua sicurezza. Pas mal, dice il sindaco di Mafiopoli, “se hanno saputo dove si trova per una lingua troppo lunga è solo perché alle istituzioni interessa ogni tanto farla risentire a casa”. E giù una grossa risata, quella fragorosa e fangosa che serve per zittire le notizie.
Intanto il nord bella addormentata si risveglia con i soliti noti che continuano la colonizzazione, in attesa della grande eiaculazione targata expo’.  Caselli l’aveva detto: “La ‘ndrangheta che fa i soldi con i subappalti e il lavoro nero. Cosa Nostra che. E’ il primo impegno. In memoria di Bruno Caccia, il procuratore ucciso dai killer del clan Belfiore.” Subito i sindacati mafiopolitani l’hanno denunciato per pubblicità occulta e indebito uso del marchio. Perché Mafiopoli è il mondo della pubblicità, quella che descrive e esalta per vendere e minimizza e disconosce per vendere ancora meglio.
A Milano in viale Zara, in quel di Cernu¬sco sul Naviglio, e poi a Colo¬gno Monzese, Brescia, Cremo¬na, Padova, Lucca i Casalesi (si vede perché infondo in fondo si annoiavano visto com’è troppo facile e senza emozioni fare mafie giù al nord) avevano anche deciso di mettersi a giocare al Bingo. “L’unico gioco d’azzardo legale in Italia” diceva una volta una vecchia pubblicità; forse il vero azzardo era dire una cosa del genere. Ciro Girillo un anno fa si era presentato ai carabinieri di Fuorigrotta tutto mezzo sparato. Ora che per questa storia di giochi, carte e tombolate l’hanno arrestato si è capito tutto: lo volevano ammazzare Grasso e gli amici di Rififi al secolo Mario Iovine. Il movente? Una discussione sulla liceità della cinquina. Una delle società si chiama “Dea bendata” srl; sono in corso le pratiche per rinominarla “Ammazza la cinquina spa”.
Da Gela, La Rosa e Trubia, oltreché progettare di metterci una crocetta sopra al sindaco gelese Rosario Crocetta, imponevano il pizzo anche a Milano. Già pronta una modifica alla legge sul federalismo che regoli il racket.
A Bertonico, provincia della Popolare di Lodi, hanno arrestato tra gli altri nell’operazione “Ragazzi Cattivi” Daniele D’Apote. Nel salvadanaio a forma di Riina aveva 2 milioni di euro in monetine da cinquanta. “Avevo un conto corrente alla Popolare negli anni d’oro!” si è difeso il l’aspirante ‘ndranghetista.
Ad Agrigento tre collaboratori di giustizia in un solo giorno. Fra la mattina e il pomeriggio del 27 aprile depongono, in due distinti processi, i “pentiti” Maurizio Di Gati, Giuseppe Vaccaro e Giuseppe Sardino. Dal carcere Binnu Provenzano scarica la colpa sulla crisi e annuncia la “Social Card” per i mafiosi in difficoltà.
Ma il problema mafia al nord e a Milano è i mani sicure. Giovanni Terzi assessore al Comune di Milano infatti durante una lezione speciale tenuta allo Iulm con Klaus Davi a fargli da velina ha dichiarato: ”A Milano c’e’ la ‘ndrangheta? Se e’ così, li vorrei vedere tutti in galera. Limitandosi ad annunciarlo in tv non si fa solo strumentale allarmismo? Chiedo, quindi, che intervenga lo Stato e li metta in galera. Se davvero ci sono a Milano, sbattiamoli dentro!”. Dopo Alberoni nessuno degli studenti pensava di potere cadere più in basso.
Tanti auguri a Matteo Messina Denaro per gli amici Soldino. Per Matteo Messina Denaro la guerra di Cosa Nostra allo Stato è una guerra giusta. A 14 anni già sparava. A 18 uccideva. A 31 metteva le bombe al Nord, prima a Roma, contro Maurizio Costanzo e la Chiesa, poi a Firenze e Milano. Oggi è a capo di una holding imprenditoriale: donne, affari, appalti, e grandi imprese. Matteo Messina Denaro è un  mafioso di altra generazione, è soprattutto un gran viveur. Qualcuno lo ricorda mentre scorazzava in Porche verso Selinunte. Pantaloni Versace, Rolex Daytona, foulard. Quando Riina lo incaricò di pedinare Falcone, Martelli e Maurizio Costanzo a Roma, a fine ’91, lui -racconta uno dei boss ora pentito che lo accompagnava, il mazarese Vincenzo Sinacori – trovava sempre il tempo di fare una buona scorta di camicie nel negozio più esclusivo di via Condotti e andava a mangiare nei locali più «in». Confuso fra la bella gente, aiutato, ieri come oggi, dal fatto che come dice spesso “lui non ha la faccia da vecchio mafioso siciliano”. Ma il volto è quello della nuova mafia, fatta da professionisti e «colletti bianchi». Il nostro augurio è che qualcuno arrivi presto a tirarti le orecchie. Per un compleanno alla Catturandi.

Cascina Caccia: scippiamogli l’onore

cascinacacciaCiondolando in tourné ogni tanto si rimbalza non solo in qualche via del centro in contromano. Ciondolando in tourné si cade dentro un tombino che è una meraviglia. Sono passati due giorni dall’aria che sapeva di ferro di Torino e Chivasso ma ancora mi tengo forte la carezza al miele della “Cascina Carla e Bruno Caccia” intitolata alla memoria del lavoro di Bruno Caccia: magistrato a Torino ucciso sparato dalla ‘Ndrangheta. Uno di quei nei che il Nord riesce (bene) a dimenticare in fretta come per le antiestetiche macchie di caffè sulla camicetta. Alla ‘ndrina dei Belfiore (mandanti dell’omicidio) hanno strappato un casolare giallo che sorride di malinconia mentre sta arrampicata a San Sebastiano Po (TO). Scippare i luoghi e la memoria alle mafie dovrebbe essere un reato insegnato nelle scuole: è una resurrezione civile. Adesso Cascina Caccia sorride con la solita gialla malinconia ma in buona compagnia. Davide Pecorelli, Anastasia, Sara e Roberto la presidiano con la cura e la manìa dei guardiani del faro mentre strofinano per togliere l’odore della vergogna. “Sarà una nova Barbiana” si è augurato Don Ciotti durante l’inaugurazione del bene confiscato e riassegnato al Gruppo Abele. E’ un abbraccio forte da portarsi a casa mentre alla cascina Caccia evapora la malinconia.