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corruzione

Bobo Ramazza

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È un capolavoro politico quello di Maroni: è riuscito a scontentare CL, il Nuovo Centrodestra, i leghisti più salviniani (Salvini incluso) e i “formigonini sempre in piedi” senza riuscire a debellarli.

Poi oggi cade sul suo uomo di fiducia che sembra essere subito “entrato” nell’ottica storica della sanità lombarda: il ladrocinio.

Insomma arrestava i mafiosi (diceva lui) e non riesce nemmeno ad accorgersi dei mariuoli. Bravo Maroni: alla fine sei riuscito nel miracolo di riabilitare Umberto Bossi e passare Salvini come uno statista. Ora non ti resta che resistere e gridare al complotto: poi sei il Presidente di Lombardia perfetto.

Eh, sì, con Maroni è proprio cambiato tutto

maroni

Un nuovo scandalo sulla sanità si abbatte sulla Regione Lombardia, scatenando un vero e proprio terremoto. In manette finisce Fabio Rizzi, 49 anni, ex senatore, plenipotenziario di Maroni per la sanità e ‘padre’ della riforma della sanità lombarda, provvedimento di cui il governatore lombardo si è detto più volte fiero.

Perquisizioni in Regione. Era in corso la commemorazione delle vittime delle forze dell’ordine quando si sono presentati i carabinieri del Comando provinciale: si sono diretti nell’ufficio di Rizzi e hanno iniziato a perquisirlo. Erano gli investigatori dell’operazione ‘Smile’ che ha portato in carcere o ai domiciliari altre 19 persone oltre a Rizzi e alla sua compagna. Undici sono i funzionari pubblici raggiunti dai provvedimenti della procura di Monza. Avrebbero favorito alcuni gruppi imprenditoriali specializzati in servizi e forniture dentistiche che lavoravano in outsourcing all’interno di ospedali pubblici lombardi.

Maroni riunisce la maggioranza. Il governatore ha chiamato a raccolta tutta la maggioranza. Nel primo pomeriggio a Palazzo Lombardia, Maroni ha convocato tutti i capigruppo e i capi delle delegazioni in giunta. La seduta della commissione sanità prevista per domani potrebbe essere cancellata. La notizia dell’arresto è stata commentata così da Raffaele Cattaneo (Ncd), presidente del Consiglio regionale: “C’è sgomento e tristezza. Da un punto di vista istituzionale è un altro colpo alla credibilità del Consiglio che stiamo cercando di recuperare”. Il precedente scandalo in ambito sanitario è di pochi mesi fa: era ottobre, infatti, quando in carcere era finito Mario Mantovani, ex vicepresidente della Regione ed ex assessore alla Sanità. Gli investigatori lo accusavano di gare pilotate, anche sui dializzati.

Il Tweet del governatore. Ironia della sorte ha voluto che i primi tweet della giornata di Maroni fossero a commento della rassegna stampa del settore sanità. Commentando un paio di articoli, uno sul pronto soccorso pediatrico, l’altro sulle cure dei malati cronici, il governatore aveva coniato l’hashtag #sanità eccellente in Lombardia.

Un nuovo pronto soccorso a misura di bambino: #sanità eccellente in @LombardiaOnLine pic.twitter.com/kufDqe8zh2

— Roberto Maroni (@RobertoMaroni_) 16 Febbraio 2016

L’inchiesta. E’ condotta dal tribunale di Monza e si muove sull’ipotesi dell’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla turbativa d’asta e al riciclaggio. Al centro dell’operazione c’è un gruppo imprenditoriale accusato di aver turbato in proprio favore l’aggiudicazione di una serie di appalti pubblici banditi da varie aziende ospedaliere per la gestione, in outsourcing, di servizi odontoiatrici, corrompendo i funzionari preposti alla gestione delle gare. É stato il componente di un collegio sindacale di un’azienda ospedaliera a far partire le indagini. “Sono quattro gli imprenditori che si sono aggiudicati importanti gare d’appalto per la gestione dei servizi odontoiatrici nel territorio lombardo, su cui ha indagato il Nucleo Investigativo di Milano – ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri di Milano, colonnello Canio Giuseppe La Gala – le gare di appalto pubbliche venivano vinte illecitamente da questo gruppo con la complicità di undici funzionari pubblici. Gli arresti sono stati eseguiti prevalentemente nelle province di Milano, Monza, Como, Bergamo e Varese”.

Le persone coinvolte. In carcere è finito anche un imprenditore vicino a Rizzi, Mario Valentino Longo: i due erano anche soci in un’impresa comune. Come per Rizzi, anche la moglie di Longo è agli arresti domiciliari.

(fonte)

Quando ti senti un po’ “middleclass”

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Il mio buongiorno di oggi per Left:

Devo confessare che ormai leggere l’Unità, nella rassegna stampa quotidiana, ha assunto un non so che di quasi mistico per la spiazzante capacità di essere bollettino di governo come quei fogli ciclostilati di qualche anno fa che venivano stampate nei piccoli paesi del nord Italia per celebrare le gesta del sindaco. Kim Jong, il dittatore della Corea del nord, nelle sue follie autoritarie, in confronto sembrerebbe un dilettante della propaganda di Stato.

Così, questa mattina, in un profondissimo reportage sulla crisi (e ovviamente sulla ripresa) intitolato “Dov’è finita la Middle Class italiana?” i giornalisti del quotidiano pararenziano lanciano un’arguta analisi che dovrebbe spiegarci come in 13 anni le persone “che si autodefiniscono così” siano scese di 28 punti. Per l’appendice renziana a forma di quotidiano, in pratica, già nel 2002 in Italia esistevano dei piccoli borghesi (anglofoni) che vivevano con una naturale consapevolezza di essere “classe di mezzo” e che dopo più di un decennio passato a subire l’onta della crisi solo ora con Renzi stanno recuperando finalmente la fiducia.

Al di là della spassosa foga indagatrice di un reportage sulle persone che si “autodefiniscono” (una modalità che potrebbe eliminare quasi totalmente l’evasione fiscale o la corruzione alla prossima autointervista) l’articolo contiene alcune verità esplosive:

(continua qui)

Sommersi dalle tangenti si accapigliano per la capitale morale

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Ci si abitua a tutto e questo è il limite fisico di ogni democrazia. Ci si abitua ad un linguaggio greve mentre si disimparano le parole più confacenti, ci si abitua ad un leaderismo pop mentre si svuotano i processi della democrazia e evidentemente ci si abitua alle ruberie come se fossero un dovuto e naturale rumore di sottofondo. Milano e Roma duellano sulle parole del Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione rivendicando una superiorità morale calcolata sulle minor ruberie, mica sulle buone pratiche ma su chi ha rubato o corrotto o si è fatto corrompere di meno. Si esulta, anche: i più ottimisti ci dicono “avete visto quanta poca mafia e tangenti per Expo?”. E si applaudono da soli.

Il mio editoriale è qui.

Cavalli e la vicenda (dis)umana di Dell’Utri: un’intervista

(l’intervista è pubblicata sul sito QuartaParete qui)

Schermata 2015-10-16 alle 10.04.39Il racconto di Giulio Cavalli su Dell’Utri, accompagnato dalle musiche dal vivo di Cisco Bellotti, ha fatto tappa al Nuovo Teatro Sanità il 10 e 11 ottobre, aprendo di fatto la stagione di una tra le realtà più interessanti dell’ambiente teatrale napoletano. L’amico degli eroi. Parole, opere e omissioni di Marcello Dell’Utri ha raccolto un buon pubblico alla sua prima, nonostante il diluvio abbattutosi nella serata di sabato su tutta la Campania. Un buon inizio e un ottimo segnale per chi continua a svolgere orgogliosamente un ruolo di presidio culturale e artistico nel cuore della Sanità.
Quello di Cavalli è un ritorno: già due anni fa, infatti, fu ospite del ntS’ con L’innocenza di Giulio, inizialmente rinviato in seguito al rinvenimento di un’arma nei pressi del suo studio di Roma; sebbene dunque nel mirino della criminalità organizzata, Cavalli, anche scrittore  e giornalista, oltre che attore, non ha però perso il gusto di narrare di mafia e politica e di quel grigio che passa tra le due, dedicando, questa volta, le proprie attenzioni ad un personaggio molto chiacchierato: Marcello Dell’Utri, pienamente rappresentativo dell’ultimo ventennio berlusconiano; l’amico degli “eroi” (così come lui chiama Vittorio Mangano), mafioso che scelse di non riferire mai alla magistratura i propri rapporti con i vertici di Fininvest.
Ascoltando il monologo, in effetti, sembra di tornare a piè pari nei primi anni Duemila, a certe trasmissioni di Santoro (di cui non a caso sono proiettati frammenti del passato), ad un impegno antimafia che oggi appare sfumare nella retorica da Twitter che domina il dibattito politico sui media. La storia di Dell’Utri viene narrata quasi con un certo affetto nei confronti del protagonista; ne viene raccontata la vergogna per i genitori e, in generale, per i propri natali meridionali; l’amore per gli ambienti milanesi, tradizionalmente negati alla piccola e media borghesia palermitana di cui portava il marchio anche nell’amore per le cravatte (rigorosamente Regimental); unico elemento della scenografia, d’altronde, è proprio un’enorme cravatta, icona del tentativo mai riuscito di mimetizzarsi tra gli invidiati finanzieri della Milano da bere di trenta, quarant’anni fa.
Dell’Utri è il trait d’union tra Berlusconi e Mangano (gli altri due “protagonisti”), ma è anche profondamente diviso tra la volontà di essere come il primo e la vicinanza (per mentalità e provenienza) al secondo; in questa bivalenza si consuma la tragedia di Dell’Utri, che riuscirà a farsi accettare da quest’ambiente tanto ambito solo facendo da pontiere proprio con quella Sicilia da cui voleva allontanarsi. Cavalli tiene bene la scena e richiama l’attenzione del pubblico nei momenti in cui il susseguirsi di citazioni e sentenze rende la narrazione più ostica da seguire (“Cos’è questa, un’assemblea del Pd?” riprende la sonnacchiosa platea, scatenando immediata ilarità). Chiude con il richiamo all’articolo 4 della Costituzione (“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”), ideale contraltare all’Italietta provinciale e truffaldina rappresentata fino a quel momento.
Al termine dell’ora circa di spettacolo, l’attore lombardo si ferma qualche minuto con noi, approfittando della pioggia ancora battente che all’esterno inonda la Sanità. È abbastanza provato dall’interpretazione appena conclusasi, ma non per questo sembra meno lucido il racconto del suo personale rapporto con “l’amico degli eroi” del titolo.

Foto di Mario Gelardi

In questi giorni, Napoli ospita il tuo spettacolo e riapre alla città (anche se solo per un giorno) la biblioteca dei Girolamini in passato depredata da Dell’Utri; sembra quasi che un’intera città stia cercando di prendersi gioco dell’ex senatore siciliano. Viene spontanea allora la domanda: perché proprio Dell’Utri dopo aver parlato di Andreotti ne “L’innocenza di Giulio”?
Perché su Dell’Utri abbiamo molte più prove, paradossalmente, di quante non ce ne fossero per Andreotti; è tutto fotografato nelle sentenze. La storia di Dell’Utri è quella di un siciliano che sogna di essere milanese, quella di un milanese (Berlusconi) che disprezza intimamente ogni meridionale – ma meglio di chiunque altro ne riuscirà a sfruttare il senso di fedeltà – e quella di un mafioso da discount come Mangano. E’ una storia in cui gli opposti si attraggono, che ci racconta molto di un Paese in cui uno di questi protagonisti è ancora lì a riscrivere gli articoli della Costituzione.
Viviamo ancora nello stesso Paese della “trattativa Stato-mafia” che oggi emerge dai processi di Palermo?
Si cerca troppo spesso di raccontare il presente con le sentenze, ma le sentenze non sono che le macerie del passato; al di là di quella giudiziaria che poi verrà fuori, una verità “culturale” già la sappiamo ed è quella – e non le sentenze – che dovrebbe darci le chiavi di lettura del presente.
Cosa intendi?
Ad esempio, è già ora evidente che Mancino ha una paura enorme data dall’aver camminato troppo tempo nella penombra; così com’è evidente che Dell’Utri è stato condannato perché già sostituito con “qualcos’altro”. Non c’è bisogno di aspettare una sentenza per poterlo dire.
Perché Dell’Utri s’è lasciato sostituire, alla fine?
Da un lato, c’è quel meccanismo che porta ogni servo a vedere la propria salvezza nel padrone, anche quando è evidente che il padrone l’ha ormai abbandonato. Dall’altro, Dell’Utri ha monetizzato la propria dipartita sistemando le prossime quattro o cinque generazioni di Dell’Utri.
Cosa pensi del suo atteggiamento ironico e strafottente?
Sentendo le parole di chi lo ha conosciuto di persona, mi son fatto l’idea di uno che è intimamente convinto di essere superiore a Berlusconi; che pensa che in un mondo ideale sarebbe stato Berlusconi a fargli da vassallo e non il contrario. Da questa convinzione viene il suo atteggiamento sprezzante. Quando ha saputo di questo spettacolo, ha detto al suo avvocato: “Finalmente scrive di me qualcuno bravo e non i soliti giornalisti”.
Condividi l’immagine che di Dell’Utri ha dato la serie “1992”?
No, non l’ho vista, cerco di salvarmi da queste serie.
Cos’è cambiato in Lombardia negli ultimi due anni? (il 9 ottobre Mario Mantovani, vicepresidente della Regione, è stato arrestato per corruzione, ndr)
I centocinquanta arresti hanno inciso, indubbiamente. A scuola si parla di mafia e c’è una generazione che sta crescendo con una forte sensibilità antimafia; mentre quella precedente non ha gli strumenti, probabilmente, per sviluppare questa sensibilità. Ci siamo affezionati, nel frattempo, a dei simboli: io stesso, in quanto “attore con la scorta”, sono stato un simbolo; però poi ti accorgi che ogni folata di luce in più che ricevi avvicina la gente al tuo feticcio e l’allontana dal fulcro della questione.
Un corto-circuito, in pratica.
Un corto-circuito dal quale noi per primi dobbiamo allontanarci. Io ammetto che da questo punto di vista ho commesso degli errori, per questo cerco di non parlare della scorta.
Credi che una responsabilità l’abbiano anche i media e la rassegnazione del pubblico?
Il “savianismo”, che io definirei più che altro “mondadorismo”, ci ha raccontato che la lotta alla criminalità possono farla solo gli eroi; e così non abbiamo protetto abbastanza chi ha il diritto di avere paura di dover lottare in prima persona.

Foto di Mario Gelardi

Può essere il teatro una chiave per diffondere queste informazioni che oggi difficilmente “passano” sulla stampa (anche perché i giornalisti che se ne occupano, come Ester Castano a Sedriano, sono puntualmente boicottati)?
No, se devo essere sincero non credo che il teatro possa addossarsi questa responsabilità. Così come la letteratura e la magistratura, da sole, non possono nulla; e non credo nemmeno a questa puttanata che “la parola” possa sconfiggere le mafie. Il teatro deve fare la sua parte, per carità. In questo quartiere, la criminalità organizzata fa venire l’acquolina al gommista, per dire una categoria a caso, con il suo potere. Col teatro non posso liberare il “gommista” ma posso gettare dei semi che, se coltivati, possono arrivare a liberarlo; ma da solo il teatro non può risolvere granché.
Com’è cambiata la sensibilità degli artisti ed il gusto del pubblico negli ultimi venti anni di Berlusconi?
Il pubblico continua a chiedere “teatro di impegno civile”, perché vuole sentirsi raccontare il presente senza necessariamente ricorrere ad Aristofane o Platone. Questa fu l’intuizione di Marco Paolini con Vajont ed è ancora validissima.
Cosa manca allora al dibattito sulle criminalità organizzate?
Mancano gli intellettuali. Abbiamo lasciato la patente di intellettuali ai soli magistrati, i quali spesso sono, sì, ottimi professionisti ma si sono dimostrati anche pessimi intellettuali. Non possiamo lasciare che siano loro a tradurre nel sociale il significato delle sentenze; per questo lavoro ci vorrebbero delle figure che al momento mancano. E poi ovviamente c’è il problema che metà degli attori e giornalisti italiani è stato a lungo (e forse è tuttora) sul libro paga di una sola persona.
Ultime due domande per finire. Se questi venti anni fossero una pièce teatrale, in quale genere si inserirebbero?
(sorride) Non so, dovremmo chiedere a Dario (Fo). Sicuramente una farsa…
E questo momento storico attuale?
(prende un sospiro) Questa è la polluzione notturna degli ultimi vent’anni.

Antonio Indolfi

Librerie.it su ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(l’articolo originale è qui)

Schermata 2015-10-16 alle 09.57.58“Mio padre in una scatola di scarpe”: Giulio Cavalli racconta una storia vera di un uomo coraggioso e che non deve essere dimenticata

Il grande impegno dal punto di vista sociale e civile di Giulio Cavalli è tutto raccontato nelle opere teatrali e nelle sue pubblicazioni editoriali.

“Mio padre in una scatola di scarpe” vede al centro la storia di Michele Landa, metronotte di Mondragone ucciso nel 2006 nei pressi di Pescopagano e che non ha mai ricevuto giustizia.

Michele Landa

Chi è Michele? E’ semplicemente un uomo onesto, un uomo che vuole vivere in modo tranquillo. Lavora come metronotte, al suo fianco ha Rosalba – la donna con cui ha condiviso tutto la sua vita – e i suoi figli.

Michele, però, vive in un luogo del nostro Paese dove il senso stesso della vita sembra aver perduto valore, dove tutto è dominato solo dalla corruzione, dal degrado e, soprattutto, dove tutti abbassano la testa e restano in silenzio di fronte ai soprusi, perché in un luogo del genere è questo e non altro il modo di affrontare il quotidiano.

Una storia che non va dimenticata

Michele viene aggredito e ucciso in una notte del settembre 2006. I suoi aggressori, mai identificati, ne bruceranno il corpo e i suoi resti verranno consegnati alla famiglia dopo essere stati sistemati in una scatola di scarpe.

Giulio Cavalli ha preso la penna per far conoscere la storia di un uomo dignitoso, di un uomo onesto, di un uomo che per tutta la sua vita si è sacrificato lavorando per la famiglia e che avrebbe dovuto andare in pensione solo un mese dopo il suo omicidio.

Mio padre in una scatola di scarpe

Il titolo del romanzo fa riferimento ad una frase realmente pronunciata da uno dei figli di Michele e tutto quello che viene narrato, sia pure in modo romanzato, fa riferimento ad una realtà che deve essere conosciuta, portata alla luce, denunciata.

La storia di Michele deve essere ricordata, perché, al contrario si tende a dimenticarla. E perché è proprio l’omertà, la paura, la passività, che regnano sovrane in alcuni luoghi del nostro Paese, a generare e a dare forza a quella mostruosità che possiamo chiamare in tanti modi diversi, mafia, camorra, ma che deve essere combattuta con coraggio e con quella dignità che Landa ha pagato con la vita.

Etica pubblica e non persistenza della memoria

L’amico Giuseppe Mendicino mi scrive e limpido come sempre racconta di una burocrazia che si complica da sola. E ogni volta che sentite la retorica contro i funzionari pubblici (ormai da destra e sinistra, evidentemente) pensate che per fortuna in Italia abbiamo ancora teste così:

genealogia2Ormai è un problema cronico per i Comuni: ritrovarsi come interlocutori in gare pubbliche o in convenzioni urbanistiche, ex politici o ex funzionari pubblici condannati anni addietro per reati contro la Pubblica Amministrazione. Eclatanti i casi Greganti e Frigerio, riemersi nel caso tangenti Expo, ma la diffusione del fenomeno è davvero molto estesa. La stampa non può segnalare i casi all’opinione pubblica per via del cosiddetto diritto di oblio, che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell’onore di una persona, ad esempio i precedenti giudiziari di una persona. Sarebbe utile una sorta di Daspo che escludesse per sempre i soggetti condannati per gravi reati contro la PA, su tutti concussione e corruzione, dal partecipare a gare pubbliche (neppure dando furbescamente la titolarità formale dell’impresa a un familiare) e stipulare contratti e convenzioni con la Pubblica Amministrazione. Altro problema, per escludere una ditta da una gara, occorre oggi la definitività della condanna (sentenza Cassazione quindi o decorso termini per il ricorso alla medesima), così oggi risulta lindo il casellario giudiziale di soggetti condannati in primo e in secondo grado per gravi reati contro la PA. E le loro ditte non possono essere escluse dalle gare pubbliche. Così, può succedere che, chi dovrebbe garantire serietà e affidabilità sia in realtà e in modo acclarato da un giudice, un disonesto. Sarebbe equo e consono ai principi di etica pubblica, anticipare quantomeno al secondo grado di giudizio l’esclusione dalle gare pubbliche, anche perché il giudizio della Cassazione non riguarda il merito delle vicende ma solo la legittimità delle procedure seguite nel procedimento giudiziario.

Lucia Borsellino, una buona notizia

Partendo dal fatto che considero il falso scoop de L’Espresso (con tanto di sacerdote antimafia che invocava le dimissioni) uno dei momenti più bassi della politica, del giornalismo e tutto il resto e considerando che da queste parti non si lesinano le critiche, penso che la nomina di Lucia Borsellino all’agenzia per i servizi sanitari regionali per occuparsi di anticorruzione sia un’ottima notizia.

E non perché abbia un cognome importante o perché vada risarcita, no: perché ha dimostrato di avere la schiena diritta. E noi abbiamo tanto bisogno di persone con la schiena diritta in mezzo a quel magma che è la nostra classe dirigente.

Buon lavoro, Lucia.

Tre brevi racconti d’estate (di Yanis VAROUFAKIS)

Si vede che la fregola dei racconti, quando si tratta di piena estate, alla fine prende un po’ tutti. Più o meno è la stessa cosa che abbiamo pensato in redazione a LEFT quando abbiamo deciso di dedicare al racconto il nostro numero straordinariamente quindicinale (a proposito potete comprarlo in digitale qui oppure nella vostra edicola). E le storie dell’ex ministro greco (che sono piccole e che sono tre) raccontano anche un Paese. La traduzione è del blog EssereSinistra. Eccoli qui:

di Yanis VAROUFAKIS

Da bambino, ero affascinato dai racconti di mia madre, e di sua madre, del 1940, e in particolare dalle loro storie di vita sotto l’occupazione nazista. Forse non è un caso che i libri per bambini di una volta sono pieni di racconti macabri di omicidi, smembramenti e orrori assortiti.

La maggior parte di quei racconti erano disperati tentativi da parte delle donne della mia famiglia di trasmettere a un giovane, bambino viziato l’orrore  delle loro esperienze, il valore del pane, la memoria della solidarietà e della capacità di resistenza in un ambiente di schifo e paura opprimente.

L’inverno del 1941 era così impresso nella mia mente, quasi completamente con le immagini in bianco e nero, che il racconto di mia madre aveva prodotto, di carri trainati da cavalli che facevano il loro giro mattutino per le strade di Atene, raccogliendo i cadaveri di coloro che erano morti di fame la notte prima. Fuori da questo drappo di dolore, spuntava un racconto.

Ciò che rendeva questo particolare racconto un qualcosa che si conficcava nella mia mente non era un atto di eroismo poco appariscente o un tradimento indicibile (ce ne erano un sacco in quelli delle altre storie), né una tragedia che la mia mente giovane aveva trovato particolarmente atroce.

No, era un semplice racconto di una settimana passata su qualche spiaggia del Peloponneso, nell’estate del 1943. Mia madre era stata malata di tubercolosi e mia nonna pensava che sarebbe d’aiuto se avesse trascorso qualche tempo vicino l’acqua di mare, lontano dal pozzo nero di dolore e malattia che era Atene occupata. Le storie liriche di mia madre dei piccoli piaceri che hanno apprezzato su quella spiaggia soleggiata, nonostante le loro pance vuote e il buio che avvolgeva la nazione, ha assunto un significato immaginario della mia infanzia che è ancora con me.

Agosto 2013. Sto trascorrendo, mentre scrivo questo, gli ultimi giorni di estate, prima di tornare negli Stati Uniti, a Egina – la nostra isola santuario greco. Non è il 1941, non è il 1943. Il ronzio dei ristoranti è il consueto ronzio di mezza estate, il mare è blu come non mai, i traghetti trasportano i turisti fugaci. E tuttavia, la Grecia è nella morsa di una calamità che chi ha vissuto il 1940 pensava che non avrebbe mai dovuto vivere di nuovo. Ma devo desistere. Questo non è il posto per analisi e argomentazioni in relazione alla nostra catastrofe greca contemporanea. Questo è un pezzo di brevi racconti estivi. Quindi, mi permetto di raccontarvi tre storie del genere.

Confisca

Dimitri è un costruttore di imbarcazioni a Egina che fa un lavoro di manutenzione e cura di piccole imbarcazioni. E’ l’angelo custode del nostro zodiaco, di noi che che ormeggiamo al porto di Egina accanto al suo magnifico motoscafo; un super slick, nave di 8 metri super-veloce che i suoi magri guadagni non avrebbero mai potuto comprargli e che lui ha effettivamente costruito con le proprie mani. Ieri l’ho incontrato sulla banchina. Meno gioviale del solito, il suo volto mi ha invitato a chiedergli “che cosa c’è che non va”. “E’ la guardia costiera”, ha risposto. Due giorni prima hanno confiscato la sua barca temporaneamente. Perché? Perché proprio il motoscafo della Guardia costiera non partiva, in quanto non era stato curato per due anni a causa della mancanza di fondi. Così, hanno preso la barca di Dimitri per la sua velocità , l’hanno armata fino ai denti, in risposta a qualche rapporto di un atto di pirateria tra Egina e l’isola di Poros. Sono tornati due giorni dopo, a mani vuote e, per la disperazione di Dimitri, anche con il serbatoio vuoto. Cinquecento euro di benzina ad alto numero di ottani erano andati. “Non ti hanno rimborsato?», ho chiesto ingenuamente. “Non essere sciocco», è stata la sua risposta. “Come potevano rimborsarmi quando il bilancio del guardacoste di Egina non può nemmeno permettersi di acquistare una pompa ad aria per il loro gonfiabile?” Dimitri, è stato abbondantemente chiaro, e non portava alcun risentimento verso gli ufficiali della guardia costiera.

La sua tristezza era un semplice riflesso della tristezza media del Greco alla vista di uno stato fallito, che è costretto ad espropriare quel poco che viene lasciato ai suoi cittadini.

Poseidon

Parlando di combustibile, negli ultimi due mesi le stazioni di servizio di Egina sono regolarmente a corto di benzina. Per giorni e notti di fila, i turisti li avvicinano in previsione di riempire i serbatoi dei loro veicoli in affitto, in modo tale da essere sul loro luogo ameno di vacanza, solo per scoprire che le pompe non stanno pompando. Ancora peggio, gli yacht in affitto nel porto di Egina, che trasportano i turisti che hanno pagato migliaia di dollari al giorno per il privilegio di navigare nelle nostre acque blu, vanno poi a scoprire in banchina che la pompa diesel è asciutta. La prima volta che è successo a me ho immaginato che fosse responsabile qualche controversia di lavoro; dei dipendenti della pompa di benzina, dei gestori della cisterna di benzina, di qualche grana sindacale lungo la catena di distribuzione. Pochi giorni dopo qualcuno mi ha spiegato la vera ragione: “E’ la crisi, amico mio», ha detto, chiaramente godendo del fatto che stava per spiegare qualcosa sulla crisi a un esperto analista della crisi. Quello che è successo è che la più grande delle due compagnie di navigazione che condividono il franchising Egina-Pireo (Hellenic Seaways) ha ridotto il numero di navi che mantiene sulla rotta da otto a tre. Uno di questi, dal nome maestoso di ‘Poseidon’, è destinato a trasportare i camion cisterna di carburante a Egina una volta alla settimana, come parte di un accordo con lo Stato (le norme statali vietano all’azienda il trasporto di passeggeri quando si trasportano grandi quantità di combustibile). Fuori stagione questo accordo consente un bel po’ di lavoro per Hellenic Seaways e Poseidon mantiene Egina completamente alimentata. Ma, durante i due mesi estivi, quando il turismo cresce, l’azienda guadagna più soldi dai traghetti di turisti rumorosi che dallo sbarcare navi cisterna di carburante. Così, la corsa del carburante settimanale diventa un bi-settimanale, o anche un tri-settimanale, di rito; impoverendo l’isola, e i suoi turisti, di forniture energetiche essenziali. Quando ho chiesto a un funzionario della compagnia ragguagli sulla razionalità della questione, lu mi ha risposto: “Nessuno vi impedisce di utilizzare il Poseidon per portare l’automobile al Pireo, dove ci sono un sacco di stazioni di servizio per riempirla.” Tragicamente, invece di maledirlo, ho cominciato a scorgere un punto di vista interessante nel suo consiglio …

Hellenikon

I lettori di questo blog non hanno bisogno di ricordare l’emergenza umana nel sistema sanitario pubblico della Grecia, dopo il fallimento dell’apparato statale. E neppure sono inconsapevoli della corruzione che affligge il nostro servizio sanitario. Quello di cui non possono aver sentito parlare, tuttavia, è la storia ‘dall’altra parte’: quello eroica. (Sì, c’è sempre una!).

Hellenikon, che significa ‘greco’, è un sobborgo meridionale di Atene, il luogo del vecchio aeroporto di Atene. A Hellenikon si può incontrare il volto benevolo della crisi. Diversi medici del settore pubblico, infermieri e operatori hanno istituito un centro medico dove trascorrono il loro tempo libero, gratuitamente, per la fornitura di servizi medici gratuiti a tutti coloro che arrivano e ne hanno bisogno. Il centro sta guadagnando una reputazione eccellente per la velocità nelle cure mediche e per un vero spirito umanitario. Carovane di greci, di migranti, i locali e le persone di altre città vengono a Hellenikon per il trattamento, per farmaci che non possono permettersi altrimenti, e anche per conforto. Sorprendentemente, anche se il centro cerca il sostegno di chiunque abbia voglia di assistere, rifiuta a bruciapelo le donazioni in denaro.

Se volete aiutare, c’è che vi darà un elenco dei farmaci di cui hanno bisogno; che pubblicherà on line una richiesta di toner per le loro stampanti e fotocopiatrici; per chiedere alle persone di aiutare i pazienti nel trasporto in macchina o forse per dare loro un mini-bus. Ma non accetteranno contanti come un segnale al mondo che la loro è una forma di atto incontaminata di pura solidarietà. I medici e gli operatori responsabili di questo miracolo di umanità sono, comunque, profondamente premiati. Uno di loro mi ha detto, quasi in lacrime, di una telefonata ricevuta.

Veniva da una donna il cui marito era appena morto di cancro. La sua richiesta? Che qualcuno dal centro fosse andato a casa sua a prendere i suoi farmaci chemio. “Lui non avrebbe voluto che questi fossero buttati ai rifiuti, quando così tanti malati di cancro non possono permetterseli”, ha detto.

[traduzione dal suo blog di Three brief Greeck summer tales. Agosto 2013]

Il condannato Galan che si prende la pensione comunque

Ha patteggiato 2 anni e dieci mesi per corruzione, pena confermata dalla Cassazione, è ancora ai domiciliari ma riceverà comunque il vitalizio dopo la lunghissima esperienza da amministratore regionale. Il buen ritiro di Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto e attuale deputato di Forza Italia (con annesso stipendio), sarà lautamente finanziato dallo Stato nonostante la condanna definitiva rimediata dopo il coinvolgimento nell’inchiesta sulle tangenti per il Mose.

Poco importa, infatti, che in ben tre gradi di giudizio si sia provato come Galan debba restituire 2,6 milioni di euro alla collettività: quella pena infatti è troppo breve per trasformarsi in una mannaia sul vitalizio dell’ex governatore.

Merito, come racconta Repubblica, della legge regionale veneta 47 del 2012 che accoglie il decreto Monti, negando ogni emolumento per i condannati per reati contro la pubblica amministrazione, “ai sensi degli articoli 28 e 29 del codice penale”, cioè le stesse norme che prevedono come l’interdizione scatti dai tre anni di pena in su. Ecco quindi che gli servizio affari legislativi del consiglio regionale Veneto si è trovato costretto a scrivere, nel parere chiesto dal presidente Roberto Ciambetti, che “non potrà non verificarsi , da parte della struttura regionale incaricata della loro esecuzione il sussistere delle condizioni per la materiale corresponsione delle diverse componenti del trattamento indennitario differito”. Cioè la Regione deve pagare Galan, che in caso contrario gli può anche fare causa.

(fonte)