Vai al contenuto
Home » corruzione » Pagina 24

corruzione

Per la ‘ndrangheta destra e sinistra pari sono

Dopo l’arresto del sindaco di centrosinistra di Valmadrera Marco Rusconi ora davvero ci si aspetta la reazione del Partito Democratico. O no?

Terremoto a Lecco. Nelle prime ore di questa mattina gli uomini della Dda di Milano hanno arrestato dieci persone nel lecchese con l’accusa di associazione mafiosa, corruzione, estorsione e concussione. Tra i dieci in manette spicca il nome del sindaco di Valmadrera Marco Rusconi, 37 anni e il consigliere comunale a Lecco,Ernesto Palermo. In carcere è finito anche Mario Trovato, noto personaggio di spicco di un clan della zona e già più volte condannato, ma anche tre imprenditori della zona, un immobiliarista, un commerciante d’auto e un artigiano, tutti lecchesi. L’operazione è partita nel 2009 e dopo innumerevoli intercettazioni ambientali e telefoniche si è conclusa in giornata.

L’operazione ‘Metastasi ha dimostrato il ‘‘connubio tra ‘braccia armate’ della ‘ndrangheta, addette alle estorsioni e ad altri atti di violenza, con esponenti delle istituzioni”. Lo ha spiegato il procuratore aggiunto Ilda Boccassini che ha coordinato le indagini assieme ai pm Claudio Gittardi e Bruna Albertini. ”Quel ramo del lago di Como non e’ poi cosi’ tranquillo”, ha commentato il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati.

IL PROFESSORE – Intercettato al telefono, il consigliere comunale Ernesto Palermo, insegnante in un istituto professionale e iscritto nelle liste del Pd (oggi appartenente a un gruppo misto in Comune), è risultato identificarsi con il clan dei Trovato. Al suo interlocutore diceva: “Siamo il nuovo gruppo dei Trovato a Lecco“. Lo spiega il pubblico ministero Claudio Gittardi, titolare dell’inchiesta “Metastasi” con il pm Bruna Albertini, dicendo che Palermo “parla da uomo di ‘ndrangheta” e “si definiva eletto grazie ai voti del clan dei Trovato e dice che se al suo posto ci fosse stato il fratello Coco Franco Trovato (attualmente all’ergastolo, ndr) sarebbe diventato assessore”.

Mario Trovato infatti è fratello di Franco Coco Trovato in carcere con condanna all’ergastolo, ritenuto l’attuale reggente della locale di Lecco. Secondo Boccassini, la famiglia dei Trovato mantiene la sua influenza nel lecchese ancora a 20 anni di distanza dall’operazione Wall Street, famosa inchiesta degli anni Novanta sulla ‘ndrangheta in Lombardia.

Fra i vari episodi, Palermo avrebbe anche offerto ‘protezione’ a un imprenditore che stava aprendo un nuovo ristorante. Dopo che la sua proposta era stata rifiutata, spiega Gittardi, “sono stati sparati dei colpi di pistola nella notte contro il ristorante” e, in seguito all’attentato, Palermo ha provato a riproporre il suo ‘appoggio’ al titolare dell’esercizio. Il pubblico ministero ha sottolineato la pericolosita’ di soggetti come Palermo, “consigliere comunale e insegnante, perfettamento normo – inserito nella societa”.

Da consigliere comunale, Palermo si sarebbe occupato per conto del clan di acquisire “appalti e concessioni” e di intervenire per modificare il piano di governo del territorio per favorire gli interessi dell’ associazione mafiosa. Secondo l’accusa, inoltre, Palermo, che e’ anche accusato di estorsione, corruzione e turbativa d’asta, si sarebbe attivato per fare acquisire alla famiglia dei Trovato la concessione di un’area comunale sul Lido di Valmadrera, nel Lecchese. Secondo le indagini, per tale concessione, il sindaco di Valmadrera, Marco Rusconi, avrebbe intascato una tangente per circa 10 mila euro.

Nell’ambito dell’operazione sono stati sequestrati 17 immobili, tra abitazioni e box, 5 autoveicoli, quote di partecipazione in tre societa’, due bar e circa 700 mila euro distribuiti in otto depositi titoli.

(fonte)

Formigoni in discarica (a Cappella Cantone)

Una notizia battuta dall’Ansa. Eppure qualcuno lo diceva, eh:

MILANO – La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex Governatore lombardo e senatore del Ncd Roberto Formigoni, accusato di corruzione, e per altre 12 persone nell’ambito del procedimento con al centro la realizzazione di una discarica di amianto a Cappella Cantone (Cremona). Secondo l’accusa, oltre un milione di euro di presunte tangenti sarebbero arrivate alla Compagnia delle Opere di Bergamo su input di Formigoni.

Dopo l’avviso di chiusura delle indagini notificato lo scorso dicembre, il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo e i pm Paolo Filippini e Antonio D’Alessio hanno formulato la richiesta di processo a carico di 13 persone e 5 società per la vicenda che vede al centro una discarica di amianto che avrebbe dovuto sorgere a Cappella Cantone, nel Cremonese. Stando alle indagini, l’imprenditore bergamasco Pierluca Locatelli, interessato alla realizzazione della discarica, avrebbe versato 100mila euro all’allora vicepresidente del Consiglio Regionale, Franco Nicoli Cristiani, ”al fine – stando all’imputazione – di ottenere l’Autorizzazione integrata ambientale, necessaria”. Locatelli avrebbe pagato ”con il consenso e la consapevolezza di Rossano Breno e Brambilla Luigi”, gli ex vertici della Cdo di Bergamo, ”che agivano in nome e per conto dei pubblici ufficiali Raimondi Marcello”, ex assessore regionale all’Ambiente, e ”Formigoni”. Diecimila euro poi sarebbero andati all’ex funzionario dell’Arpa Lombardia, Giuseppe Rotondaro. In più, l’imprenditore avrebbe versato, tra ”denaro ed altre utilità”, oltre un milione di euro ”in favore della Compagnia delle Opere di Bergamo”: un modo per remunerare, secondo i pm, Formigoni e Raimondi. In cambio, sempre stando all’imputazione, Locatelli avrebbe ottenuto ”l’approvazione della delibera di Giunta Regionale del 20 aprile 2011 n.1594, su proposta del Presidente, che consentiva la disapplicazione delle prescrizioni contenute nel Piano Cave adottato dal Consiglio Regionale”.

Sempre con quelle mazzette l’imprenditore ”si garantiva l’opera di condizionamento, esercitata dai predetti Pubblici Ufficiali”, tra cui Formigoni, ”sulle determinazioni dei competenti Dirigenti amministrativi”. In particolare, Locatelli avrebbe fatto avere 200mila euro a Brambilla, all’epoca ‘numero due’ della Cdo bergamasca, e 25mila euro a Breno, che era presidente. Inoltre, Locatelli avrebbe effettuato ”al fine di ottenere i favori dei predetti pubblici ufficiali di area Comunione e Liberazione (…) plurime donazioni” per ristrutturare la ”scuola privata Imiberg di Bergamo” per un totale di circa 781mila euro. Nel procedimento, infine, c’è un altro ‘capitolo’ nato da dichiarazioni di Locatelli e che non coinvolge Formigoni, ma è relativo ad un appalto di ”rimozione delle interferenze” per l’Expo 2015: Dario Comini, incaricato alla Sicurezza ”dalla stazione appaltante pubblica Expo 2015”, è accusato di corruzione perché avrebbe ricevuto dal direttore tecnico del cantiere un’auto, una ”scheda carburante” e un ”Telepass”. Lo stesso ”pubblico ufficiale” poi è accusato anche di millantato credito sempre in relazione a quell’appalto, ‘tranche’ questa per cui e’ indagata anche Metropolitana milanese spa.

Ora è sentenza: chi incontrava Gasparri del clan Mancuso

Il Tribunale di Vibo Valentia ha depositato stamane le motivazioni della sentenza con la quale l’11 luglio scorso ha chiuso dopo 3 anni il processo nato dall’operazione antimafia “Minosse 2” che mira a far luce su collusioni, complicità e appoggi anche istituzionali di cui avrebbe goduto il clan Mancuso di Limbadi, a cavallo tra gli anni ’90 e 2000. Fra i condannati a 5 anni di reclusione per corruzione aggravata dall’aver agevolato i Mancuso ad eludere le investigazioni vi è infatti l’ex maresciallo Maurizio Giliotta di Catania, all’epoca dei fatti in servizio al comando provinciale dei carabinieri di Vibo.

Le motivazioni della sentenza, contenute in 150 pagine, spiegano il percorso logico-giuridico seguito dai giudici per ritenere provati gli episodi di favoreggiamento del carabiniere nei confronti di Diego e Domenico Mancuso. Pienamente provata, per la sentenza, anche la preparazione del boss Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”, difeso dagli avvocati Stilo e Marchese, di un incontro con Maurizio Gasparri, deputato alloggiato a Vibo in un hotel in occasione delle politiche del 2001. Nessun dubbio per i giudici neanche sul fatto che Pantaleone Mancuso ed il figlio Giuseppe abbiano estorto 400 milioni di lire all’anno ad un imprenditore di Capo Vaticano le cui dichiarazioni reticenti, e quelle di altri due imprenditori, sono state trasmesse dal Tribunale alla Dda di Catanzaro “per le determinazioni di competenza”.

L’organo collegiale al termine della camera di consiglio e di un dibattimento durato circa due anni, aveva condannato il boss Pantaleone Mancuso, 66 anni, di Limbadi, ed il figlio Giuseppe Mancuso, di 35 anni, alla pena di 7 anni e 4 mesi di reclusione e 1.200 euro di multa per estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Le altre condanne riguardano Gaetano Comito, 47 anni, di Vibo Valentia, a cui sono stati inflitti 6 anni ed mesi, più 900 euro di multa, e l’ex maresciallo Maurizio Giliotta, 53 anni, di Catania, all’epoca dei fatti in servizio al comando provinciale dei carabinieri di Vibo, condannato a 5 anni per corruzione aggravata dall’aver agevolato il clan Mancuso. In tutto 25 anni e 8 mesi. Assolti, invece, per non aver commesso il fatto Agostino Papaianni, 62 anni, di Joppolo, Giuseppe Corsaro, 35 anni, Michele Torre, 35 anni, entrambi di Limbadi, ed Agostino Papaianni, 62 anni, di Joppolo. Assoluzione “perchè il fatto non sussiste” per il boss Francesco Mancuso, 56 anni, detto “Tabacco”, di Limbadi, e per alcuni capi d’imputazione anche Gaetano Comito e Maurizio Giliotta.

(click)

Peggio di Tangentopoli

Parla il Procuratore della Corte dei Conti lombarda, Antonio Caruso. Siamo ai margini dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Secondo il procuratore la lotta alla corruzione “presuppone a monte una lotta alla mala-amministrazione”, anche perché  la “buona amministrazione” invece “è impermeabile e rende difficile l’infiltrazione della criminalita’”

Caruso ha sottolineato che la procura della Corte dei Conti “si sta impegnando molto nella lotta alla corruzione”, che viene considerata “il cuore” dell’attività” e “non perché è di moda”, ma perché ormai “ha raggiunto tutti i gangli della pubblica amministrazione”. Insomma “è odioso fare raffronti con 20 anni fa e Mani Pulite, ma oggi la corruzione è liquida, diffusa ovunque e difficile da recuperare”. Il procuratore ha poi fatto riferimento all’istruttoria aperta sul Comune di Sedriano, sciolto lo scorso ottobre per infiltrazioni mafiose, spiegando che si sta indagando su “una zona grigia di rapporti tra criminalita’ organizzata, politici e funzionari della pubblica amministrazione”.

La massoneria va al voto

Con l’ombra della ‘ndrangheta:

Massimo Bianchi è definito da qualcuno dentro le logge “candidato di disturbo”: ha fatto una campagna elettorale d’opposizione alla gestione Raffi, dopo essere stato però per 15 anni il suo numero due, come Gran Maestro Aggiunto. Gli oppositori della passata gestione faranno dunque confluire i voti sul notaio messinese Silverio Magno. C’è chi, dentro il Grande Oriente, mostra preoccupazioni per il pericolo di infiltrazioni mafiose. Tra questi, l’avvocato calabrese Amerigo Minnicelli, che già nel 2012 segnalava che molti tra gli indagati e gli arrestati in Calabria per mafia e corruzione erano appartenenti al Goi. Per tutta risposta, è stato accusato di fomentare una campagna denigratoria contro la massoneria ed è stato espulso dal Grande Oriente. Un anno dopo, lo stesso Raffi ha dovuto evidentemente prendere atto che il problema era reale, tanto che ha provveduto a sospendere la Loggia Verduci, nella Locride, proprio per infiltrazioni mafiose. Oggi Minnicelli solleva di nuovo il problema. Delle tre regioni ad alta presenza massonica – Piemonte, Toscana e Calabria – quest’ultima ha ben 2 mila iscritti, di cui circa 1.500 Maestri votanti. Minnicelli calcola che si può risultare eletti con 4-5 mila voti validi. I massoni calabresi sono dunque determinanti: lo furono alle ultime elezioni, quando Raffi vinse grazie ai mille voti ricevuti in Calabria, che gli permisero di superare per una manciata di voti (meno di 400) il suo sfidante Natale Di Luca. Ma per sapere quale sarà il futuro della massoneria italiana dovremo aspettare l’equinozio di primavera.

L’articolo di Gianni Barbacetto.

Un (brutto) colpo per l’antimafia. Ancora.

Francesco-MollaceCerto siamo ancora al momento delle indagini e la Calabria è terra di ritorsioni incrociate in cui la ‘ndrangheta è molto più “politica” e “giustizia” di quanto se ne possa pensare per i non addetti ai lavori ma la notizia che scrive oggi Guido Ruotolo per La Stampa è una notizia che rimetterebbe in fila (se confermata) una serie di strane “coincidenze” sugli atteggiamenti del pentito Lo Giudice e sui risultati di alcune indagini. Io credo che sarebbe bene, per l’antimafia tutta, avere un po’ meno “sicumera” e un po’ di più di “intelligenti dubbi”:

Un colpo di scena, un altro. Per Reggio Calabria e l’antimafia è una mazzata. E anche un nuovo capitolo dei veleni che hanno intossicato il Palazzo di Giustizia. È indagato dalla procura antimafia di Catanzaro Francesco Mollace, uno dei pilastri storici della procura antimafia, sostituto procuratore generale di Reggio Calabria da meno di due mesi è in servizio alla procura generale presso la Corte d’appello di Roma (e qualcuno ipotizza la precipitosa decisione di trasferirsi dettata per evitare il carcere). L’ipotesi di reato che viene ipotizzata nei confronti dell’alto magistrato è corruzione in atti giudiziari, con l’aggravante di aver favorito la ’ndrangheta.

L’inchiesta dei pm Giuseppe Borrelli, Gerardo Dominjanni e Domenico Guarascio è una costola di quella sugli autori della strategia stragista contro lo Stato del 2010, la cosca Lo Giudice, che fece esplodere ordigni sotto il portone della procura generale (3 gennaio) e nell’atrio del palazzo del procuratore generale Salvatore Di Landro (25 agosto). Infine, il 5 ottobre, fu ritrovato un bazooka sotto la procura di Giuseppe Pignatone.

Per questi attentati si sta celebrando il processo a Catanzaro, avendo individuati gli autori. Sono diverse le letture sul possibile movente. Quella più accreditata: il procuratore generale Di Landro si era da poco insediato, facendo saltare immediatamente quegli accordi non scritti tra avvocati e sostituti procuratori generali, che praticavano il patteggiamento occulto in Appello. E, dunque, le bombe come richiesta a Di Landro di ripristinare quegli accordi.

Francesco Mollace è stato lo storico titolare delle inchieste che hanno riguardato i fratelli Lo Giudice, e nessuna di queste indagini è mai arrivata a processo. Ma c’é, ci sarebbe anche dell’altro. Viene ipotizzato dagli inquirenti uno scambio corruttivo tra il magistrato e la cosca di Nino Lo Giudice.

Sì, il «nano», il mandante delle bombe del 2010. Il dottor Mollace – che non ha voluto commentare le indiscrezioni sulle indagini che lo riguardano – avrebbe tenuto la sua barca nel cantiere navale di Nino Spanò, il prestanome della cosca Lo Giudice. A processo Spanò ha dichiarato che la rata mensile per la barca del magistrato Mollace veniva pagata in contanti e che lui non la contabilizzava.

«Don Ciccio, cercate don Ciccio che mi deve difendere». Quello che è importante è ricordare che questa intercettazione è agli atti della inchiesta, genuina. Il boss comunica al suo avvocato di contattare Mollace, e sembra dire che è il suo garante.

Per l’accusa, questa intercettazione è una prova decisiva, che mette in secondo piano la interpretazione e l’attendibilità del pentito Nino Lo Giudice che prima chiama in causa il procuratore aggiunto nazionale antimafia, Alberto Cisterna, poi evade dal rifugio protetto lasciando un memoriale nel quale ritratta tutto (infine è stato catturato).

Piemonte e ‘ndrangheta: la sentenza Minotauro

Raccontata da Attilio Occhipinti per generazionezero.org:

Puntuale alle 17 arriva il momento del giudizio. Oltre alla Regione Piemonte, alla Provincia di Torino e alle altre amministrazioni comunali costituitesi parti civili vi è anche don Luigi Ciotti. Sono 36 gli imputati condannati, circa la metà di loro è stata assolta. Questo è, in estrema sintesi, il bilancio di un processo che ha smascherato udienza dopo udienza il gioco della ‘ndrangheta in Piemonte.
L’operazione nata nel 2006 ha portato, nell’estate del 2011, all’arresto di 146 persone. Le indagini hanno portato alla luce il regno della malavita di stampo calabrese nel territorio piemontese, che, attraverso il favore di una certa politica piegata alla causa criminale, ha potuto godere di diversi privilegi. Il sequestro di milioni di euro di beni tra terreni, appartamenti e altri immobili, il giro degli stupefacenti, quello delle estorsioni, senza tralasciare quello del gioco d’azzardo, la speculazione attorno all’edilizia, di cui, tra l’altro, il collaboratore di giustizia Rocco Varacalli aveva parlato nel programma Presa Diretta. Tutto questo è Minotauro.
Dopo il comune di Bardonecchia, sciolto per mafia nel 1995, i comuni di Leini e Rivarolo sono “saltati” nel 2012 durante il corso delle indagini. A questo proposito, tornando alla sentenza, da segnalare le condanne di 10 anni per Nevio Coral, ex sindaco di Leini, e di 2 anni (più 600 euro di multa) ad Antonino Battaglia, ex segretario del comune di Rivarolo. Invece, per l’eurodeputato Fabrizio Bertot (PdL), ex sindaco di Rivarolo, è stata disposta la trasmissione degli atti in procura, affinché si indaghi per voto di scambio. La condanna più lunga, 21 anni e 6 mesi (più 4mila euro di multa), è stata invece inflitta a Vincenzo Argirò, considerato uno dei capi del Crimine (per questo e altri termini si veda il glossario) del capoluogo piemontese, mentre Salvatore Demasi, secondo la Procura capo locale di Rivoli, è stato condannato a 14 anni (3 in libertà vigilata).

Naturalmente non possiamo citare tutti i condannati, ma abbiamo riportato gli attori più in vista di questo losco giro di affari, favori e corruzione che tiene banco nel nordovest d’Italia. Sono, infatti,  nove le locali ‘ndranghetiste che nel corso di tutti questi mesi sono venute fuori dalle indagini e chissà quante altre ancora ce ne saranno.
Le vicende piemontesi sembrano avvicinarsi più al mito del vaso di Pandora che a quello del Minotauro, ma, mitologia a parte, siamo oramai ben lungi dal credere che il potere mafioso in queste terre sia meno forte di quel che si possa credere. È facile pensare che siamo solo all’inizio.

Arrestato Antonino Lo Giudice: il “nano” pentito al cubo

1954-lo_giudice.jpg_415368877Oggi alla periferia di Reggio Calabria hanno arrestato Antonino Lo Giudice, il pentito di ‘ndrangheta che si era autoaccusato di avere messo nel 2010 le bombe davanti alla Procura Generale di Reggio Calabria e davanti all’abitazione del procuratore Di Landro. Una vicenda strana, quella di Lo Giudice soprannominato “il nano” per diversi aspetti: dopo il pentimento ha deciso di allontanarsi volontariamente dagli arresti domiciliari (era il 3 giugno scorso) non prima di avere ritrattato le proprie confessioni. Nella torbida vicenda dei “falsi” pentiti Lo Giudice spicca per le dichiarazioni su di lui rese da un altro pentito, Luigi Bonaventura (lo conosciamo bene, da queste parti) che aveva raccontato come il clan “pagasse” il finto pentimento di alcuni uomini che rimanevano comunque affiliati nonostante il programma di protezione. Tra le tante stranezze non si può dimenticare che dalle carte giudiziarie e soprattutto dalle numerose intercettazioni effettuate sembra che Lo Giudice fosse interessato a molti ma sicuramente non al procuratore Di Landro (che, anzi non menziona praticamente mai) e risulta difficile non pensare che quel suo pentimento fosse stato “pilotato” da qualcuno per coprire qualcun altro.

Dopo il suo allontanamento volontario Antonino Lo Giudice aveva fatto recapitare ad alcuni avvocati e agli ordini di stampa, tramite il figlio Giuseppe , un memoriale dove diceva di essersi autoaccusato ingiustamente e che lui con le bombe non aveva nulla a che fare. «Mi sono inventato tutto»– ha detto il “Nano”. Nel testo il pentito ha scritto di voler ritrattare tutte le sue dichiarazioni ed ha anche ammesso di essere stato costretto a raccontare vicende ed episodi di cui lui non era a conoscenza. E aveva indicato in Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo a Reggio Calabria, Michele Prestipino, aggiunto alla stessa procura, Beatrice Ronchi, sostituto procuratore alla dda reggina e Renato Cortese ex capo della Mobile di Reggio Calabria, oggi capo della Mobile di Roma, come le persone che lo avrebbero “minacciato” qualora non avesse detto quello che loro avrebbero voluto sapere.

ACCUSE – Le dichiarazioni di Lo Giudice hanno riguardato anche Alberto Cisterna, ex numero due della Procura nazionale antimafia e Francesco Mollace, sostituto procuratore generale, di recente trasferito a Roma, con lo stesso incarico. Sulla base delle accuse lanciate da Lo Giudice Cisterna è stato inquisito per corruzione, ma dopo due anni di indagini la sua posizione è stata archiviata dal gip di Reggio Calabria, su richiesta della stessa procura. Il testo inviato dal “Nano” era stato accompagnato da una pen drive con immagini dello stesso pentito. Che faceva sapere:”«Non mi cercate, tanto non mi troverete mai». Venerdì la sua cattura, a quattro passi dalla sua casa.

Chissà ora che verità deciderà di raccontare. Noi lo seguiamo, in tutti i sensi possibili.

Signore e signori: Zappalà!

Un provvedimento di confisca beni, e sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di residenza per 3 anni è stato sottoposto all’ex consigliere regionale della Calabria, e ex Sindaco di Bagnara Calabra, Santi Zappalà, di 53 anni, condannato in appello a due anni e otto mesi di carcere per il reato di corruzione elettorale nell’ambito dell’operazione “Reale”. Il valore dei beni confiscati ammonta a 14 milioni di euro circa. Zappalà, allora consigliere nelle fila del Pdl, era finito in manette dopo i suoi “incontri” col boss di San Luca, Giuseppe Pelle, grazie ai quali aveva ottenuto una grandiosa affermazione elettorale, arrivndo ad essere tra i primi quattro eletti della tornata elettorale.

Fondazione Maugeri: gli innocenti che patteggiano

Un milione di euro a titolo di sanzione pecuniaria e la confisca di immobili per un valore di 16 milioni di euro. È il patteggiamento della Fondazione Maugeri, ratificato oggi dal gip di Milano Andrea Ghinetti. La fondazione pavese era indagata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa nell’inchiesta milanese a carico, tra gli altri, dell’ex Governatore lombardo Roberto Formigoni, ora senatore del Pdl.

L’accordo di patteggiamento era stato raggiunto nei mesi scorsi tra i pm Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta e la difesa e stamattina è stato ratificato dal giudice al termine dell’udienza. I 16 milioni di euro sono parte del profitto del reato, in relazione all’associazione per delinquere e alla corruzione di cui rispondono gli ex vertici e i consulenti del polo di riabilitazione con sede a Pavia, tra i quali l’ex direttore amministrativo Costantino Passerino e l’ex presidente Umberto Maugeri. Anche loro, così come altri indagati (cinque in tutto), hanno concordato patteggiamenti che dovranno essere ratificati nelle prossime settimane.

La notizia la riposta La Stampa e mi riporta alla Commissione Sanità della scorsa legislatura, quando abbiamo dovuto sopportare i pidiellini (e i leghisti al seguito) che ci accusavano di essere dei giustizialisti e di volere mettere in discussione l’etica del patron della Fondazione. Ancora una volta la giustizia arriva mentre la politica è secondaria (nel senso che arriva seconda) mentre passano le legislature e gli anni.

Ma il meglio deve arrivare: tra poco tocca l’udienza preliminare per Roberto Formigoni, che qualcuno in questa legislatura è riuscito a far diventare Presidente di Commissione, tra l’altro.