Vai al contenuto

corruzione

Quanto è opportuno tollerare?

(editoriale scritto per I SICILIANI, il numero di marzo è  scaricabile qui)

Abbiamo perso l’esercizio del senso dell’opportunità. L’abbiamo lasciata in qualche vecchio cassetto o forse l’abbiamo sempre lì appoggiata sulla solita mensola ma ci siamo dimenticati come si usa, abbiamo perso le istruzioni. Gli ultimi arresti e le cicliche maxi operazioni hanno soffiato sull’indignazione e su  un molle senso di allarme generale sulle mafie ma in qualche caso sembrano avere dato inizio ad un’erezione passeggera.
In Lombardia c’è in agenda un’iniziativa antimafia al giorno: è una bella abitudine di questi tempi, roba da fregarsi le mani rispetto ai prefetti che ne negano l’esistenza o ai sindaci che balbettano imbarazzati parlando flebilmente di presunte, possibili, circostanziate possibilità di infiltrazioni future.
Eppure le mafie qui su sono una cosa a sé: un mostro un po’ peloso che ha bisogno di essere raccontato perché faccia meno paura. E mentre ci si convince di compierne l’analisi si finisce per sublimarlo, così la pulsione aggressiva sparisce e la criminalità organizzata diventa un buon tema per le disquisizioni padanamente saccenti davanti al thé.
Quando qualcuno alza la voce e tira fuori questa vecchia storia dell’opportunità invece viene zittito come si zittiscono i molestatori. L’opportunità – ci dicono – è sancita dalla magistratura, niente tribunali del popolo – inorridiscono, sono sensibili – e niente teoremi! E così il senso di opportunità e del limite del tollerabile diventa il chiodo fisso di pochi rimestatori torbidi e esce dal dibattito pubblico. Senza nemmeno essere arrivato al tavolino del thé.
Oggi la Lombardia è ferita dalla ‘ndrangheta, ossessionata dall’avere i boss sullo stesso pianerottolo ma analfabeta: analfabeta nei modi, nei tempi, nelle meccaniche delle collusioni e nel coraggio. Celebra l’avvocato Ambrosoli ammazzato dal sicario di Sindona ma non invita il figlio Ambrosoli alla commemorazione del padre: si è permesso di raccontare che l’opportunità di una Regione con più indagati che idee ed è stato inopportuno. Lui. Bisogna parlarne ma non superare il confine, contenersi in una buona educazione che si limiti per i più coraggiosi a riportare le notizie giudiziarie. Bisogna imparare in fretta il bon ton dell’antimafia lombarda come la vorrebbe la politica: tanti boss, qualche morto ammazzato per rendere truce la scenografia e al massimo qualche assessore di un paesino piccolo piccolo. Non un centimetro in più.
Diceva Paolo Borsellino che la mafia ha bisogno della politica e bisogna riconoscerne le zone d’ombra ma si è dimenticato di fare l’appello di chi si fosse reso disponibile a farlo. Poi non è importante che il riciclaggio giù al nord, la corruzione e la privatizzazione incessante delle regole siano il giaciglio perfetto per l’onnivora ‘ndrangheta che ridisegna le economie e i territori, sembra che non sia importante che le ultime indagini ci dicano che  la merda sotto terra per qualche centesimo al chilo sia sotto le autostrade che porteranno a Expo, non importa che Lea Garofalo sia stata uccisa in pieno giorno in centro a Milano o che brucino i beni confiscati: la mafia qui è un alieno atterrato tra i civili. Ma i civili sono innocenti. Altrimenti che civili padani sarebbero?

Cavalli e l’innocenza di Giulio. “La mafia? Senza politica non esisterebbe”

di Lorenzo Lamperti  (da Affari Italiani)

Giulio Cavalli, consigliere regionale Sel in Lombardia oltre che scrittore e autore teatrale, parla conAffaritaliani.it di mafia, politica e legalità: “Non si deve guardare solo alle colpe  penali, in Italia c’è bisogno di un ritorno a un codice morale. La vera legalità non è quella delle leggi che vengono spostate un po’ più in là ogni anno per salvare il politico di turno”.

Dice la sua su concorso esterno e concussione: “Altro che limitarli, io li rafforzerei. Penso, per esempio, al reato di favoreggiamento culturale”. La mafia che rapporto ha con la politica? “Non esisterebbe senza di lei. E oggi le mafie sono in ottima salute…” E presenta il suo nuovo libro “L’innocenza di Giulio”: “Dire che Andreotti è innocente, significa dire che è innocente tutta l’Italia degli ultimi cinquant’anni. Che cosa mi fa paura? Il pensiero di come sarà ricordato dai nostri figli. Senza le giuste chiavi di lettura non sapranno riconoscere gli Andreotti di oggi”.

L’INTERVISTA

Che cosa ha rappresentato e che cosa rappresenta Giulio Andreotti per il nostro Paese?

“Rappresenta un metodo sperimentato di fare politica. Un metodo che ha dimostrato di produrre grandi risultati, peraltro. Circoscrivere il fenomeno Andreotti a Giulio Andreotti significa un tentativo, in malafede, di personalizzare una storia che invece è tutta italiana”.

Il tuo libro contiene già dal titolo un riferimento al discostamento dalla realtà dei fatti per quanto riguarda Andreotti. Si parla di innocenza quando invece, come scrive anche il procuratore capo di Torino Caselli nella prefazione, i suoi reati sono stati prescritti. Credi che questo sia un elemento sconosciuto ai più?

“Ma sì, credo che se chiedi in giro nove persone su dieci non sanno come sono andate realmente le cose. Il processo parla di fatti storici, documentati. Questi fatti non devono per forza corrispondere a colpe giudiziarie ma sono parte della storia di questo Paese. Il problema però è che sono stati sempre trascurati, perché si è preferito fare la guerra tra schieramenti partitici diversi. Anche qui assolutamente in malafede. Il problema non è se Andreotti sia innocente o colpevole di fronte al codice penale e al codice di procedura penale. Il problema vero è un altro: l’Italia ha voglia di reimparare a esercitare il diritto e il dovere di valutare le opportunità? Cioé, ha voglia di diventare intollerante non solo con gli albanesi e i rom ma anche con i politici inopportuni? Questo libro cerca di risvegliare quel senso. Io non mi permetterei mai di giudicare gli elementi giudiziari, anche perché credo che gli atti parlino già da soli e non abbiano bisogno di commenti. Però dal punto di vista etico e penale secondo me c’è tanto da dire su una politica vissuta come sistema che mette in collegamento pezzi più o meno legali di questo Paese. Su questo la riflessione è dovuta”.

Nel tuo libro parli da una parte di una tendenza a minimizzare certi elementi, come le cattive frequentazioni dei politici e dall’altra invece di un’altra tendenza la quale porta a dire che Ambrosoli “se l’è cercata”. Credi che queste due tendenze siano prettamente italiane?

“Io credo che all’innocenza di Andreotti hanno aspirato in tanti, non solo lo stesso Andreotti. In fondo l’Italia voleva un grande condono. In fondo, se è innocente Andreotti fondamentalmente è innocente l’Italia di questi ultimi 50 anni. Dover riconoscere che il comportamento di Andreotti è risultato inopportuno significa riconoscere che noi cittadini italiani siamo stati un po’ troppo poco vivi, poco vigili”.

Oggi esistono nuovi Andreotti?

“Io ho scritto il libro perché spero che i miei figli conoscano non tanto Andreotti ma che invece sappiano riconoscere gli andreottismi. Non è un tiro al piccione contro Andreotti. E se per andreottismo si intende sedersi a tavola con gruppi più o meno apertamente criminali e considerarli buoni alleati per gestire il consenso sul territorio allora è meglio stare in guardia da questo pericoloso sistema”.

Secondo te come sarà ricordato Andreotti dalla gente comune?

“Ecco, questa è la cosa che mi fa paura. Noi siamo stati molto bravi nella commemorazione, colpevole da una parte e innocentista dall’altra, ma ci siamo dimenticati di esercitare la memoria. Io mi auguro che ai nostri figli rimangano le chiavi di lettura per porsi delle domande sugli Andreotti di ieri e sugli Andreotti di oggi”.

Quali sono i rapporti tra mafia e politica?

“La mafia senza politica non potrebbe esistere. E oggi le mafie sono in ottima salute. Quindi…”

Tu oltre che un attore e scrittore sei anche un consigliere Sel della regione Lombardia. Proprio in queste settimane abbiamo assistito a una serie impressionante di accuse nei confronti di politici del Pirellone. E d’altra parte la presenza mafiosa è sempre più diffusa. Nonostante questo i cittadini del Nord faticano a pensare alla mafia come a qualcosa di concreto. Come si fa a cambiare questo atteggiamento?

“E’ un compito che spetta a tutti. A noi narratori, ma anche a noi politici. Ecco io ho questo conflitto di interesse… ci si riuscirà a cambiare le cose quando l’argomento mafia non sarà un argomento solo per tecnici ma diventerà un argomento dei più, un qualcosa del quale parlano le sciure al bar mentre giocano a carte. La mafia deve essere un argomento che entra nell’ordinario e che tocchi tutti. Così dimostreremo che corruzione, riciclaggio e criminalità organizzata sono le diverse evidenze dello stesso minimo comune denominatore mafioso e assumono forme diverse, anche eleganti, a seconda della regione nelle quali operano”.

A proposito degli intrecci tra mafia e “colletti bianchi”, che cosa ne pensi di un argomento caldo come il reato di concorso esterno in associazione mafiosa?

“Non vado a giudicare le sentenze, però io non solo credo che il reato di concorso esterno debbe essere invece rinforzato, penso anche che bisognerebbe tornare a pensare al favoreggiamento culturale e imprenditoriale alla mafia. Io quindi estenderei la questione a tutti gli ambiti. E poi voglio sottolineare l’importanza del giudizio morale. L’opportunità non è un elemento che si lega al terzo grado di giudizio, ma ne prescinde. L’opportunità è un concetto sul quale in questo Paese è morta gente come Pio La Torre”.

Negli ultimi giorni si è parlato tanto del reato di concussione. Pensi che sarebbe giusto accorparlo a quello di corruzione, rischiando così di pregiudicare il processo Ruby?

“E’ sempre la stessa questione. Io timidamente vorrei parlare di legalità, una parola abusata. Se per legalità intendiamo il rispetto delle leggi anche di quelle non scritte dello stare democraticamente insieme allora mi va bene, ma se parliamo di legalità nel senso di rispetto solo delle leggi scritte in un Paese che le ha spostate ogni mese o ogni anno di un metro un po’ più in là per riuscire a sfamare il potentato di turno allora resto molto perplesso. Bisognerebbe cominciare a essere molto rigorosi: negli atteggiamenti e nelle interpretazioni legislative. Credo che a prescindere dai giudizi della magistratura noi dobbiamo comunque chiederci se in Italia la classe politica e dirigente ha uno spessore etico e morale oppure no”.

Su questi temi come sta operando la giunta Pisapia?

“Mi sembra che abbia alzato l’attenzione e che sia riuscita a trasformare una procedura amministrativa nel germe di una rivoluzione che vuole essere culturale e collettiva”.

Quanto fa paura l’arte alla mafia?

“Caponnetto diceva che il mafioso teme molto di più di essere raccontato piuttosto dell’ergastolo. Di fronte alla

Camorra, ti sparerà in faccia la memoria

scritto per IL FATTO QUOTIDIANO

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.

La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.

Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.

Don Peppe Diana 25 dicembre 1991

Che civiltà che sanguina dietro quattro colpi sparati dentro ad una chiesa. Esistono echi che non si riescono a scrivere nemmeno sbriciolando il dizionario delle parole peggiori. Quattro rintocchi di pistola alle 7.30 del 19 marzo 1994 sono un tamburo muto. Quattro buchi sparsi tra la faccia, la mano e la testa di un uomo che ha deciso fiero di non seguire ma attraversare la strada.

Ci sono paesi coltivati in giro per il mondo che rimangono appesi con la strada principale. Non importa che sia Emilia di nome o Domiziana, non importa nemmeno che sia a forma di strada o battuta con i sassi delle strade lisce come sassi. Ci sono paesi in giro per il mondo che rimangono ammuffiti per anni con una strada che vale per tutti, come se cominciasse ogni porta fuori dalla porta che è così per forza, così perché è sempre stato. Che è così e basta. Perché la strada non è solo una via buona per lo struscio, perché la strada è un modo, e il modo appena si abitua diventa stile, e appena lo stile marcisce diventa sistema. Il sistema. Ci sono paesi che la storia si dimentica nelle note a fondo pagina, condannati a non illudersi finché non succede che qualcuno per troppo amore quella strada non si mette ad attraversarla.

Raccontano gli angeli della memoria che Don Peppe Diana, quel giorno che si è messo in testa di raccontare a tutti come ci fosse un’altra via, dicono gli angeli che avesse la tranquillità e la luce degli esploratori. Mentre invitava con  un mezzo sorriso appoggiato sulla bocca che sarebbe bastato girare all’angolo della paura per la via della dignità.

Caro Don Peppe,
forse te l’eri anche immaginata questa sera tutta appiccicata del tuo ennesimo anniversario che profuma di vita. Perché io ti confesso che non ci avrei scommesso un soldo di provare e non riuscire nemmeno a raccontarti di sfioro qui a casa tua mentre mi si chiude la gola. Perché non riesco a spiegarmi questa agonia di giusti che possono essere raccontati solo dopo la pistola. Perché mi ci vorrebbe, questa sera, un cuore a forma di Don Peppino per non urlarmi che dovresti tanto esserci tu a slavare questa erba e mezzi muri dalla puzza e il disonore dei suoi padroni e della vergogna che l’ha concimata fino a ieri. Caro Don Peppe, chissà se non ti scapperebbe un brivido lungo e sottile ad annusare che profumo ha la tua Casale con il vestito della dignità.

Caro Don Peppe,
il re infame che ti ha fatto cercare nel corridoio di spari è inciampato in uno spigolo di gente che ha scelto di stare accampata sulla tua strada. Dovresti vederli, Don Peppe, che padroni in mutande sono i boss mentre cercano di tappare le bocche che ricominciano da dove ti avevano fermato.

Caro Don Peppe,
chissà se ci avevano mai pensato loro, i professionisti comici e molli della prepotenza e della paura, i pagliacci del ricatto, con i vestiti coordinati dai polsini eleganti, le scarpe lucide e le macchine potenti, mentre sfilano mimando male la potenza lasciando una scia di puzzo mischiato tra rifiuti, il sudore dei nascosti e l’odore della merda. Chissà se ci avranno mai pensato, Schiavone o Bidognetti, che sono passati anni e continuano a rimbalzare quei quattro spari. Quattro rintocchi che bisogna custodirli stretti perché a guardarli oggi un po’ più dall’alto hanno la forma di carezze che continuano a cantare. Chissà se non vi rimbalzano, a voi mandanti ed assassini, gli spari, l’eco e gli angoli di quella chiesa, se non vi rimbalzano in testa come una condanna a ritmo per il resto della vita. Quei quattro spari che vi sono tornati in faccia con la potenza della semplicità che Don Diana coltivava.

Caro Don Peppe,
io queste parole avrei voluto dirtele all’orecchio, in questo desiderio infantile e finalmente sano di chiederti di esserci comunque. Avrei voluto almeno vederti in faccia per come hai curvato gli occhi quando ti è arrivata la notizia fin lì che il tuo compleanno si festeggia nella casa restituita di Sandokan. Perché ci dovranno restituire tutto, Don Peppe, e noi senza mai farci passare questa fame.

Dovranno restituirci i muri, le terre, gli uomini e la dignità; finchè non gli verrà rificcata in gola la paura. Dovranno restituirci la bellezza che hanno scambiato per quattro monete al mercato  dell’intimidazione. Dovranno restituirci la libertà di alzare gli occhi, di sorridere, di credere e camminare. Dovranno restituirci questi anni in cattività che passiamo per proteggerci. Ci dovranno restituire il respiro incondizionato. Ci dovranno restituire i paesi quelli veri: con l’incrocio di strade da scegliere, costruire, osservare e attraversare.

Caro Don Peppe,
quei quattro spari, te lo giuro, sono diventati aghi: un inno a non avere paura e un mazzo di punte sulla schiena di chi c’era e chi è rimasto: Schiavone, Bidognetti, Iovine o Zagaria. Mi piacerebbe chiederlo a loro come pungono sull’unto della schiena, mi piacerebbe chiederlo a loro se lo sentono il rumore del loro onore che davanti a quattro spari anno dopo anno si sgretola.

Caro Don Peppe,
non ci avresti sperato che la tua morte potesse profumare di vita così tanto, così forte e così a lungo in un paese che finalmente sta imparando a ricordare.

Caro Don Peppe,
chissà come ti suonerà strano un accento così diverso per un ricordo che arriva come una lettera lunga mille chilometri. Di una vergogna lunga come una nazione che ci è venuta a prendere per zittirci e invece ha perso mentre ci ha portato ad abbracciare. Chissà se non trovi anche tu che in questo mare di mafie che si arrampica su una nazione alla fine ci ritroviamo come navi attraccati nei porti che non avremmo mai creduto di visitare.

Che civiltà che sanguina dietro quattro colpi sparati dentro ad una chiesa. Esistono echi che non si riescono a scrivere nemmeno sbriciolando il dizionario delle parole peggiori. Quattro rintocchi di pistola alle 7.30 del 19 marzo 1994 sono un tamburo muto. Quattro buchi sparsi tra la faccia, la mano e la testa di un uomo che ha deciso fiero di non seguire ma attraversare la strada. Un paese normale dovrebbe registrarli quei quattro spari per tenerseli in tasca a sanguinare. Una pistola per zittire è l’arma dei codardi, è un gioco da conigli, un trucco per maghi dilettanti.

Cara camorra,
ti sparerà la memoria. Ogni giorno, tutto il giorno. La memoria che si è accesa in quella sacrestia dove vi siete mangiati la carità.

Caro Don Peppe,
io per amore del mio popolo non tacerò. Continuerò a raccontare questa storia da raccontare. Continuerò a essere partigiano nella scelta della parte dove stare. Io non ci sto, anche con te ammazzato e con la scorta. Io mi vergogno di questa gente che non si vergogna, io mi vergogno di dovermi difendere per avere invocato un contrattacco con le armi bianche e la parola. Io mi vergogno di andare in tourné con un pubblico che mi spia. Io mi vergogno di doverti conoscere solo troppo tardi. Io mi vergogno delle orecchie e gli occhi che latitano, leggono e ascoltano di Michele Zagaria forse da Casapesenna. Io mi vergogno di questa paura incivile di fare i nomi.Noi sappiamo, abbiamo le prove, conosciamo i nomi. Questa sera avrei dovuto scrivere, parlare, raccontare. Su questa sedia seduta sotto la finestra della tua Casale, avrei voluto scrivere un abbraccio, trovare le parole. Ma questo nodo in gola non mi si riesce a musicare, questa aria gialla che mi prende in giro fino a venirmi ad annusare. Forse ci sono ricordi che non andrebbero nemmeno parlati, che sono pieni e leggeri come un velo sul cuore. Questa sera recito da muto da un giardino liberato dalla prostituzione. Vorrei un monologo stasera che non facesse nemmeno rumore. Vorrei dirtelo di persona, perché seduto, di fianco, sono sicuro che la vedi, questa sera, questa casa di letame e morte che, per un secondo, ti dedica un inchino.

(scritto per la chiusura del Festival dell’Impegno Civile a Casal di Principe, 2009 dal libro “Nomi cognomi e infami“)

Il banchiere indignato

“In passato, la cultura aziendale era basata su lavoro di squadra, integrità e umiltà, ovvero i valori che hanno portato Goldman Sachs al successo, ma adesso non c’è più traccia di questi principi e l’ambiente è tossico e distruttivo come non si era mai visto”. Lo scrive Greg Smith nel suo editoriale per il NYTimes dove descrive le motivazioni che l’hanno spinto a licenziarsi dalla banca Goldman Sachs.


“Negli ultimi anni la società è cambiata molto: oggi mette da parte costantemente gli interessi del cliente per fare soldi, che è diventata l’unica preoccupazione dei vertici”, ha spiegato Smith, “l’obiettivo non è più guadagnare insieme al cliente, ma arricchirsi a ogni costo, anche a spese del cliente stesso”. La “questione morale” non è un giardino per litiganti di partito; la questione etica è la chiave della finanza e del lavoro in questi nostri anni. Oltre alla legge anti corruzione forse sarebbe il caso di pensare al favoreggiamento culturale alla corruttibilità, che si instilla e si perdona in nome della crisi. “Quando i libri di storia scriveranno di Goldman Sachs, diranno che durante il mandato dell’attuale amministratore delegato, Lloyd C. Blankfein, e del presidente, Gary Cohn, la cultura aziendale è andata persa”, ha avvertito Smith, prevedendo che “il declino dell’etica dell’istituto ne minaccerà l’esistenza”. Sarebbe bello sapere cosa ne pensa Monti.

Formigoni e la delibera a sua insaputa

Fino a che punto stia diventando pericoloso il quadro di complicità e connivenze disegnato dalle tante indagini incrociate sulla corruzione lombarda, lo dimostra un documento scovato da “l’Espresso” che, per quanto se ne sa, è ancora sconosciuto ai magistrati. E’ una delibera della giunta regionale che sblocca l’apertura di una discarica di amianto nonostante l’opposizione della Provincia di Cremona, giustamente preoccupata dal rischio (documentato dai tecnici) di inquinamento delle falde acquifere. Il problema è che si tratta proprio della discarica per cui nel novembre scorso è finito in carcere l’ex assessore lombardo Franco Nicoli Cristiani, arrestato a Milano dove aveva appena incassato una tangente di 100 mila euro (e ne aspettava altrettanti). La delibera fatale con cui la giunta regionale ha dato via libera alla discarica delle mazzette è stata approvata il 20 aprile 2011, come si legge sul frontespizio, “su proposta del presidente Roberto Formigoni”. Insomma, si è mosso il governatore in persona. E a quel punto il suo alleato Nicoli Cristiani ha potuto festeggiare chiedendo i soldi, fino a prova contraria all’insaputa del distrattissimo governatore. Ma non basta: proprio quella contestata delibera, caso molto strano, non risulta pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione. E ora il tribunale del riesame, confermando l’arresto di Nicoli, mette in fila le intercettazione e scopre che Nicoli Cristiani ha cominciato a chiedere la tangente già nel marzo 2011. Cioè proprio mentre il governatore Formigoni si preparava a lasciare le sue impronte digitali sulla delibera per la discarica. E tutto questo per favorire la Cavenord di Pierluca Locatelli, un imprenditore che era appena stato condannato per traffico di rifiuti. E ora è accusato di avere avvvelenato il tracciato della Bre-be-mi, seppellendo tonnellate di scorie inquinanti sotto la nuova autostrada per risparmiare sui costi, con metodi analoghi ai clan di Gomorra.

Lo scrive L’Espresso e (ancora una volta) smentisce il giochetto formigoniano di comunicare responsabilità personali nei recenti arresti che non toccherebbero Regione Lombardia. In effetti non ci sono firme di funzionari o uffici: il Celeste ha firmato di suo pugno senza pubblicare (ma “rendere pubblico” per Formigoni è sempre stato un esercizio indigesto in tutti i sensi). E questo smentisce anche i tanti (troppi) moderati e garantisti che si augurano che la legislatura continui pur essendo all’opposizione. Più per il vitalizio che per garantismo, a dire la verità.

 

Boni, leghisti, Lombardia e timidezze

È un avviso di garanzia, è vero: non un avviso di colpevolezza. Ma la garanzia della credibilità di Regione Lombardia è andata a farsi fottere da un bel pezzo, e Davide Boni, presidente del Consiglio Regionale in quota Lega indagato per corruzione, è solo l’ultimo pezzo. Ieri è stato reso pubblico il carteggio tra Formigoni e Don Verzè sui salvataggi “spericolati” del San Raffele, quattro membri su cinque dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale sono stati toccati da arresti e indagini (una percentuale da Bronx), il candidato del centrosinistra Filippo Penati (che, da sconfitto, avrebbe dovuto essere la bandiera dell’opposizione) è isolato e intento a difendersi (avendo promesso di rinunciare alla prescrizione, vedremo) e il numero di persone coinvolte in procedimenti diversi è in continuo e costante aumento.
Il problema non è giudiziario, il problema è di opportunità generale nel tenere in piedi una Regione che rappresenta il concentrato dei vizi peggiori dei cittadini che invece dovrebbe riflettere nelle eccellenze.
Oggi mentre come opposizione ci siamo riuniti per decidere il da farsi ho ascoltato parole incredibili: chi chiedeva a Boni da dimettersi dall’Ufficio di Presidenza (e non da consigliere, sia mai che si debba dimettere anche Penati), chi diceva che la legislatura deve continuare perché ha da ripianare ancora i debiti della campagna elettorale, chi ammoniva che abbandonare l’aula potesse essere un segnale di disagio nostro (!) e chi da buon pompiere ci invitava a comunicare una posizione unica anche se discordi (come nelle migliori famiglie).
Ora l’Aula continua a discutere del famelico Piano Casa voluto da Formigoni (tutto condoni, deregulation e cemento come unico ingrediente dello sviluppo) come se niente fosse. Quando ho proposto (e non ero solo, ma comunque in pochi) di dare segnali più forti mi è stato detto che esagerare nelle reazioni o nelle richieste era un atteggiamento disfattista.
È che su Regione Lombardia io (e credo non solo io) sono sinceramente e serenamente disfattista: il disfacimento di questi eletti è l’unico impegno etico che mi sento di sostenere.
Perché a continuare a nuotarci, nel guano, finisci che magari prima o poi ti abitui.

Come Regione Lombardia si occupa dei vostri problemi

Nella prima regione europea per numero di imprese e prima in Italia per Prodotto Interno Lordo, si sta dibattendo di un tema fondamentale. Il PDL e la Lega in Lombardia non stanno discutendo, al momento, di credit crunch, di lavoro, di smog, di territorio, di corruzione, di criminalità organizzata. Nossignore. Al Pirellone si è scatenata una battaglia su come dovrà cambiare la bandiera della Regione, nella quale bisognerà affiancare la croce di San Giorgio alla Rosa Camuna. La colpa è di Roberto Alboni, ex aennino, che ha presentato un progetto per mettere un nastro tricolore all’innesto del puntale sull’asta “come è indicato dall’araldica nazionale”. “Il tricolore non c’entra nulla con la bandiera lombarda”, replicano dalla Lega, come riferisce il Corriere della Sera. Il tutto si incrocia con un’altra questione imprescindibile: la festa lombarda, per la quale la Lega ha depositato un progetto di legge. Se la legge passerà, si celebrerà il 29 maggio, come già annunciato l’anno scorso.  E d’improvviso la recessione è lontana, la disoccupazione un argomento secondario, l’aria è pulita, le mani anche e la ‘ndrangheta, come è noto, in Lombardia non esiste (oggi altri 23 arresti a Milano). (Grazie a Simone Spetia)

Quando la politica cede al potere

Il 17 febbraio sono stato a Borgarello per un incontro su mafie, politica e corruzione insieme al Circolo SEL Nord Pavia e al sindaco Nicola Lamberti. E’ stata una bella serata perché Borgarello è la dimostrazione di come i piccoli centri sono spesso esposti ai reati peggiori senza la copertura della stampa nazionale e dell’opinione pubblica. Ammetto che a Borgarello temevo di trovare il risultato dell’isolamento (geografico e politico) che mi è capitato di incrociare in giro per l’Italia. E mi sbagliavo. Perché la serata è stata il manifesto di un modo di intendere la cosa pubblica che ha il respiro lungo della svolta che si vuole imprimere. Gli amici del sito Vivi Borgarello (che sulle ultime vicende avvenute sta rischiando querele e minacce di chiusura, per questo vi invito a sfogliarlo per rendersi conto di cos’è successo lì in questi ultimi anni) hanno realizzato un mio sogno: una cronaca (con la perfezione della “sbobinatura”) della serata. Per questo li ringrazio e la incollo qui. Introduzione cromatica sulla giacca verde inclusa. 

di Alberta Samuele, 23 febbraio 2012
Aspetto in apparenza imberbe e fanciullesco, casacca verde-giullare che si intona eccentricamente col vermiglio dominante in sala, il tutto imperlato da ironia dissacrante ed eloquenza di rara elevazione, che rimandano alla professione di autore irriducibile e narratore di testi impegnati per teatro di inchiesta. Con grande naturalezza, nonostante la presenza guardinga della scorta d’ordinanza, si è presentato venerdì sera ad una platea calorosa e accogliente presso il C.T.E Auser di Borgarello il consigliere regionale Giulio Cavalli, dal 2010 sui banchi del Pirellone in rappresentanza del movimento di Sinistra Ecologia e Libertà (SEL), dopo una breve ma significativa esperienza di orientamento nelle file indipendenti dell’Italia dei Valori.

La mafia non è una “categoria dello spirito” o, come molti erroneamente reputano, un fenomeno astratto associato al folclore del meridione – introduce il coordinatore locale del movimento, Mauro Cavicchioli – ma una realtà di comportamenti subdoli e insidiosi, di connivenze che intaccano a vari livelli il tessuto politico ed economico della società civile, proliferando ad ogni latitudine con maggiore incidenza ove ci siano giri di affari vorticosi e cospicue risorse finanziarie. Il movimento SEL tenta fin dalla sua recente fondazione di informare ed educare le coscienze civili, in particolare delle nuove generazioni, promuovendo cicli di incontri e dibattiti presso enti pubblici, scuole, università che abbiano come filo conduttore la “battaglia sul territorio”, che al di là dei richiami epici insiti nell’espressione, deve intendersi come pratica quotidiana e incessante contro l’illegalità, che fiorisce e attecchisce dove l’esercizio della legalità è invece indebolito dall’indifferenza, dalla compiacenza, dall’ignoranza dei capisaldi costituzionali e dall’erronea interpretazione del concetto di libertà individuale.

Come tristemente rappresentato nello spettacolo teatrale A Cento Passi dal Duomo ideato e scritto dallo stesso Cavalli con il giornalista Gianni Barbacetto, direttore di O.m.i.c.r.o.n. (Osservatorio Milanese sulla Criminalità Organizzata al Nord), dichiarare da parte di chi ricopre incarichi politici o di sorveglianza istituzionale che in regioni come la Lombardia, da sempre ritenute immuni alle infiltrazioni mafiose, il fenomeno criminale sia oggi in improvvisa emersione e che nessun intervento è da proporsi se non l’attesa che le cause giudiziarie facciano il loro corso, è un atto di grave responsabilità morale, di indifferenza e di disonestà intellettuale che vanificano 50 anni di storia costituzionale: non rievocare la memoria storica del nostro Paese, gli attentati, i traffici, le inchieste ancora irrisolte per insabbiamenti ignominiosi infatti, è già di per sé segno di collusione, come pure non riconoscere che la mafia attecchisce da sempre come sotterranea metastasi sociale e morale ovunque ci siano disponibilità economiche, attrattive finanziarie, imprenditori, fornitori di servizi, clienti, funzionari di polizia, prefetti e tecnici comunali compiacenti, nel ricco Nord più che altrove; mostrarsi miopi o non avere il coraggio di denunciare anche nel piccolo della propria professione significa essere clienti poco vigili e indulgenti alla corruzione; vuol dire contribuire a drogare il sistema, favorendo quel federalismo culturale cui alcuni partiti politici particolarmente fiorenti nel facoltoso settentrione inneggiano, impedendo di guardare al di là dei propri confini territoriali e ravvisare per tempo i segnali purtroppo evidenti di infiltrazione. Il fenomeno criminale ha dunque radici sociali e politiche nella predisposizione alla reticenza e nell’omertà di ognuno di noi; la pars destruens della società non è controbilanciata da una sana e prevalente pars costruens.

La mafia tuttavia non ha mai avuto odore di polvere da sparo – i morti ammazzati sono sempre stati incidenti di percorso – e tantomeno si avvale di grandi capacità intellettuali; piuttosto assolda le classi dirigenti e la munifica imprenditoria cementizia, come si serve di predoni finanziari che comprano tutto pur non necessitando di clienti e che si arricchiscono sempre più sul commercio dei beni primari. La mafia non sa intervenire sulle ristrutturazioni, che richiedono particolare ingegno e capacità progettuali, ma sulle costruzioni di megastrutture, come ponti, strade, piste di aeroporti di pressoché scarsa utilità. La ‘Ndrangheta in Lombardia è purtroppo già proiettata verso il futuro: i traffici di droga o di armi, lo sfruttamento della prostituzione un tempo circuiti fiorenti e altamente remunerativi, non costituiscono più oggi canali appetiti dalle associazioni criminali, che invece preferiscono manovrare gli imponenti flussi finanziari e la cessione di appalti per le costruzioni di grandi infrastrutture, comprando la compiacenza di imprenditori e funzionari; esse hanno, infatti, compreso qual è il settore produttivo che esporta maggiori profitti e che consente di occultare in modo semplice e poco dispendioso somme smisurate di denaro illecito; con questa pratica riescono così a convertire moneta in mattone di qualsiasi forma. Basti pensare al pullulare di capannoni destinati ad essere in breve tempo dismessi, al susseguirsi di villette e residenze senza potenziali acquirenti, al fiorire di megacentri commerciali privi di futuri clienti. Speculazioni edilizie per materializzare contanti di provenienza illegale.

La grave responsabilità dei governatori regionali è la parimenti aberrante convinzione che le infrastrutture da incentivare come utili al progresso civile siano proprio quelle cementizie e non i servizi sociali; questa disattenzione, associata spesso all’accondiscendenza al dolo, è risultata terreno fertile per gli interessi criminali. La banalità del male o, meglio, dei mezzi di cui esso si avvale smaschera la scarsa consapevolezza del bene da parte di chi amministra, ma anche di noi cittadini miopi. “La lotta alle mafie è impegno ordinario di tutti, non impegno straordinario di pochi”, affermava Giovanni Falcone.

Il delitto contro l’ordine pubblico perpetrato da due o tre persone che accrescono il proprio privato ai danni della collettività, sancito dall’art. 416 del codice penale come “reato di mafia”, sembra una costruzione teatrale allestita da quegli stessi soggetti politici che non esitano ad affermare che l’apertura alla solidarietà in seno alle proposte di riforma sociale è un punto di disarmante debolezza; sono gli stessi che sostengono la necessità di promulgare una legge regionale che imponga il rispetto delle leggi; come nella grottesca visione circolare della società in cui lo stolto del villaggio staziona accanto al genio, si tratta degli stessi personaggi che sull’onda delle “liberalizzazioni”, attuano una politica di certo non premiante nei confronti di aziende oneste e cedono enti pubblici assegnandoli a privati con gare pilotate; sono gli stessi che non raccontano alle nuove generazioni il motivo per cui la mafia agisce ed è stata lasciata finora operare, che permettono che la proposta di legge contro il consumo del suolo venga affossata dalla solita logica di spartizione del potere e di appartenenza faziosa.

Quelle “vedette” politiche incaricate decenni or sono di vigilare sul tessuto sociale perché non diventasse vulnerabile alla mafia, ma che non si sono accorte, né sono riuscite a scalfire generazioni multiple di clan criminali, sono le stesse che oggi dichiarano con uscite sensazionalistiche che la mafia si è infiltrata in Lombardia.

La mafia in questa regione è prevalentemente attività di riciclaggio e, come tale, asservisce dirigenti ASL, questori, banchieri, prefetti, segretari e tecnici comunali, funzionari di polizia e di istituti di credito, non perché essi non siano potenzialmente in grado di compiere atti eroici, ma perché non hanno svolto il loro dovere. La politica locale oggi è meno funzionale agli uffici tecnici in quanto la struttura democratica in cui sono conformati gli enti amministrativi locali non sa più esercitare quel potere di controllo su questi operatori intermedi, fondamentale pontile di ormeggio per le organizzazioni criminali; la grande politica dal canto suo opera abilmente dall’alto accoppiando i vari sistemi criminali insorti localmente.

Le associazioni mafiose, anziché corrompere chi ha già una poltrona assegnata, hanno nel frattempo imparato a sfruttare con grande profitto l’esercizio delle preferenze elettorali e riescono a piazzare nelle posizioni politiche di prestigio, con uno strumento elettorale tanto semplice quanto banale, i loro uomini, pur non avendo in partenza i numeri vincenti in termini di impatto elettorale. Questi personaggi così sponsorizzati costituiscono la nuova classe dirigente totalmente al servizio. La mafia non stipula accordi con i perdenti, non compra il favore di chi non governa, ossia dell’opposizione.

Basterebbe, quindi, che i piccoli Comuni in occasione delle elezioni a livello locale applicassero un sistema altrettanto scrupoloso ed efficiente di convoglio delle preferenze su candidati seri e onesti per scardinare a monte i presupposti di questo meccanismo criminoso e degenere. Infatti non è affatto vero che tutti gli amministratori sono collusi: il monito autoironico “siamo tutti ladri” mutuato dal Mistero Buffo di Dario Fo, è, in realtà, pretesto per lavarsi la coscienza e uscirne tutti indistintamente ripuliti e indenni.

Nella difesa di alcuni principi fondamentali della convivenza civile, bisogna essere invece estremisti, distinguersi, eccome: la differenza di condotta sta proprio nella capacità di reazione, nel coraggio di alzare la voce, di osare e di non attendere che la giustizia faccia il suo corso, che il più delle volte richiede anni di dibattimenti e requisitorie inconcludenti, per poi esitare in assoluzione al terzo grado dell’attività giudiziaria.

La politica, come affermavano Pertini e Borsellino, deve essere condotta senza ombre, non può attendere i tempi della magistratura o temporeggiare e favorire attraverso “toni di grigio” le infrastrutture criminali; queste scelte di comodo rendono il welfare statale sempre più inefficiente e lasciano spazio ad una società parallela e aberrante, che garantisce invece tutela, stabilità economica e ricadute sociali a totale danno delle future generazioni.

Le autostrade oggi vengono spesso costruite, come già ribadito, per riciclare il denaro sporco delle mafie e, poiché in alcuni casi sono di totale inutilità, allora vengono corredate di faraonici centri commerciali, cattedrali nel deserto per giustificare la realizzazione delle prime.

Il vero luogo del potere in Lombardia al giorno d’oggi è il punto di incontro tra imprenditoria spregiudicata e amministratori compiacenti; ciò nonostante, questa regione è anche in grado di sviluppare e favorire una rete di associazioni potenzialmente sane di persone non corrotte e impegnate a combattere la criminalità organizzata, non con i mezzi della politica di pancia o addirittura con l’antipolitica, ma promuovendo da veri professionisti – nel senso etimologico di professione di un credo –  il valore essenziale del bene comune. Questo tipo di politica va attuata con i numeri e attraverso dibattito aperto in aula, disarticolando le azioni amministrative errate degli altri.

Battaglie perse, come di recente è accaduto con il referendum sull’acqua, sono da ricondursi ad una certa debolezza di intenti e scarsa perseveranza, alla tendenza cioè ad abbassare le difese, a non insistere con una pressione ideologica, sana e continuata, sul plusvalore del bene comune. Se un problema è in reale emergenza, bisogna essere “partigiani”, vale a dire decidere da che parte stare e fissare obiettivi comuni da perseguire. Non restare indifferenti, dunque, ma decidere di interessarsi; il cittadino disinteressato alla politica è inutile, affermava lo statista Pericle secoli fa, anticipando i contenuti dell’articolo 4 della nostra Costituzione per il quale il cittadino ha il dovere con la propria funzione e professione di concorrere alla crescita materiale e spirituale del proprio Paese. Maggiore è la distanza e l’entità del divario tra amministratori e cittadinanza, più la politica rischia di inquinarsi; il miglior controllo sulla funzione pubblica è proprio quello esercitato da ogni singolo cittadino con la sua partecipazione alla vita amministrativa, con l’impegno civile e l’offerta delle proprie competenze al servizio della collettività. Spesso, tuttavia, questa attenzione per la cosa pubblica si manifesta in modo temporaneo e utilitaristico per pura visibilità solo durante i periodi di campagna elettorale, per risolversi in una totale eclissi non appena il mandato è assegnato ad altri.

La lingua lunga della Marcegaglia

La Marcegaglia ha perso una buona occasione per non inasprire un dibattito sul lavoro che ha bisogno di contenuti (e posizioni chiare) piuttosto che frasi pop. Ecco, oggi Nichi ha usato le parole giuste per risponderle: “L’idea che i diritti sociali siano una macchia di fango, un luogo di protezione di atteggiamenti indecenti e malavitosi è un’idea caricaturale, drammaticamente caricaturale. Bisogna avere rispetto per il mondo del lavoro, rispetto per le organizzazioni sindacali e, forse, da parte della Confindustria qualche volta bisognerebbe avere anche qualche aspetto autocritico su cio’ che nel sistema di impresa non funziona, su cio’ che nel sistema d’impresa parla di penetrazione della malavita e corruzione”. Perché slegare il mondo dell’impresa in Italia dai dati su corruzione e riciclaggio è un trucco a cui veramente comincia a non credere più nessuno”.

La lezione inutile di tangentopoli

 A vent´anni di distanza dal loro inizio, Tangentopoli e la crisi della “prima Repubblica” evocano oggi l´inevitabile crollo di un edificio corroso e al tempo stesso una ricostruzione radicalmente mancata. Non suggeriscono celebrazioni ma riflessioni amare sulla difficoltà, se non l´incapacità, del Paese a cambiare rotta. Impongono con urgenza ancora maggiore quel profondo esame di coscienza che allora non facemmo, preferendo rimuovere le radici del disastro. Lasciammo così largamente inalterati, dietro una “rivoluzione” di superficie, i guasti che erano stati alla base di quel crollo e costruimmo inevitabilmente sulla sabbia, se non sulle sabbie mobili. Per questa via le macerie della “seconda Repubblica” si sono inevitabilmente aggiunte a quelle della “prima”: di entrambe dobbiamo oggi sgomberare il campo, e solo considerandole nel loro insieme possiamo individuare gli elementi necessari per una inversione di tendenza ancora possibile. Guido Crainz invita giustamente a non festeggiare inutilmente Mani Pulite. La questione sta nelle chiavi di lettura che sembra si siano subito perse. L’opinione di Piercamillo Davigo in questo senso è chiarissima: “Ora viviamo una fase di restaurazione. Il sistema politico si è rapidamente ricomposto in forme nuove pur continuando a calpestare sia la volontà dell’opinione pubblica (aggirando, ad esempio, l’esito del referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti), che le esigenze imposte da istanze istituzionali (come Onu, Consiglio d’Europa, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Ocse) di ridare legalità e trasparenza alle istituzioni e al mercato”