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Rimangono solo l’asinello e il bue

Sono andati a messa, i senatori assenti che hanno affossato lo Ius soli, si sono fatti accarezzare dal loro parroco e hanno pregato a mani giunte in bella mostra con tutta la giunzione che ci si aspetta da un Natale che precede di pochi mesi le prossime elezioni. Staranno inscenando tutta la bontà di cui sono capaci, protagonisti del pranzo in cui loro, da esimi senatori, danno lezioni di mondo come si addice a una classe dirigente sempre diligente alla proiezione che vogliono dare di se stessi.

Faranno foto tutto il giorno stando bene attenti a non inquadrare regali troppo costosi per non inimicarsi “la base”, con qualche spruzzata di qualche nonno ché la vecchiaia ha sempre il suo bell’effetto di tenerezza e, sicuro, inonderanno i propri social con mielose frasi di pace rubate da qualche sito di aforismi trovato grazie a google.

Poi, immancabile, ci sarà il presepe, che di questi tempi è l’olio di ricino a forma di statuette.

Fotograferanno, ignoranti, quell’immagine che rappresenta la nascita di un bambino palestinese rifugiato in Egitto, i tre Magi (un uzbeko, un somalo e un siriano), i pastori pieni di cenci e portatori di malattie, quella madre e quel padre che da irresponsabili hanno pensato bene di avere un figlio senza nemmeno avere una casa e nemmeno un lavoro e in più fotograferanno le pessime condizioni igieniche in cui sono abituati a vivere perché è “la loro cultura”.

Poi racconteranno ai figli e ai nipotini di Babbo Natale, di minoranza etnica lappone che vorrebbe fingersi finlandese.

E alla fine rimangono solo il bue e l’asinello. E l’ipocrisia, a fiumi, insieme al prosecco.

Buon Natale.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2017/12/25/rimangono-solo-lasinello-e-il-bue/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.

Le lacrime di Carl Gustav Jung

Perché, nella modesta casa canonica a Kleinhüningen, dove suo marito è pastore, Emilie Preiswerk, sposata Jung, volga improvvisamente lo sguardo altrove dai suoi ricami e scoppi a piangere a dirotto, in un qualsiasi martedì pomeriggio del 1880, non è chiaro; anzi, al suo bimbo di cinque anni, Carl Gustav – che è l’unico in tutto il cosmo ad accorgersi dello zampillo assurdo di quelle lacrime – si scatena un terrore dentro al cuore quando la vede. Il bambino guarda la madre intensamente, senza dire niente, indagando con i piccoli occhi chiari la stanza, per capire cosa sia successo, chi le abbia fatto così male. Ma non c’è nulla: nessuno. Non ha radice, quel dolore. C’è solo un vasto silenzio nell’aria, che detona in un’eco di ansie mute. Quando Emilie riconosce la paura negli occhi del figlio, si asciuga le lacrime con il grande fazzoletto rosa che tiene sempre in tasca e gli sorride, come a dirgli: “non è niente, mamma sta bene”. Anche Carl Gustav sorride, d’istinto, di rimando, ma il terrore provato gli resta dentro. Quel terrore che non capiva il soffrire della creatura che più amava. Torna ai suoi giochi solitari con un’angoscia nuova.

Anche se è un medico, un filosofo, impegnato a Burghozli in uno dei maggiori centri di cura psichiatrica svizzera, lo sguardo di Carl Gustav Jung, alla fine dell’estate del 1904, non è molto diverso quando una diciannovenne strillante, di nome Sabine Spielrein, varca le porte del sanatorio. Geme, ride, urla come se fosse penetrata da lame, si lamenta e dice cose apparentemente senza senso. Il dottor Jung la prende in cura.

Seduta nella stanza bianca, contorta da ondate di tic che le sfigurano il volto, il dottore la percepisce piena di un’energia che non comprende appieno. È come se le sue strilla provenissero da una camera di tortura chiusa dentro la sua mente, di cui si è perduta la chiave. Ora lui vuole ritrovare quella chiave.

Poche settimane prima, nel suo taccuino, Jung aveva scritto di un immaginario caso clinico denominato “Sabine S.”. Ed ora, eccola lì: Sabine Spielrein. Sembrerebbe una incredibile coincidenza. Ma il giovane dottore non crede nelle coincidenze. Crede che le cose accadano dispiegandosi dalla nostra anima, come segni di un libro che dobbiamo imparare a decifrare. Crede che tutto accada con significato. Se ora quella donna è lì, è perché il destino gli sta parlando: Carl Gustav Jung ne è certo. Lo dice anche a sua moglie Emma; e le confida che, stavolta, vuole abbandonare le cure inefficaci della psichiatria contemporanea, per sperimentare un nuovo metodo, creato da un suo collega viennese, un tipo che lui non ha mai visto, che alcuni considerano un genio, altri un ciarlatano. Un tipo di nome Sigmund Freud. Quello che Jung non racconta a sua moglie è il fremito alle gambe che sente quando Sabine lo guarda, nei suoi rari sprazzi di lucidità non assediata da incubi. La trova bellissima come una tempesta. In lei, intravede pianeti perduti della propria interiorità. Come se Sabine fosse venuta a lui, per indicargli chi potrebbe ancora essere. Come se lei, mentre lui la cura, lo stesse curando.

I risultati medici sono straordinari: nel 1911, Sabine Spielrein somiglia alla ginnasiale promettente che era stata. Sembra uscita dall’inferno in cui era piombata durante le sue crisi, sembra avere un’armatura nuova. Si laurea brillantemente in medicina, vuole diventare psicanalista. Jung l’ha curata. L’ha curata con il metodo di Freud.

(Un gran pezzo di Cesare Catà. Continua qui)

Ma i 180 milioni di euro che la Lega ha preso (e speso indebitamente) da Roma ladrona?

(Un pezzo di Francesco Giurato e Antonio Pitoni per Il Fatto Quotidiano)

Dalla Lega Lombarda alla Lega Nord, transitando dalla prima alla seconda repubblica a suon di miliardi (di lire) prima e milioni (di euro) poi generosamente elargiti dallo Stato. Dal 1988 al 2013sono finiti nelle casse del partito fondato da Umberto Bossi e oggi guidato da Matteo Salvini, dopo la parentesi di Roberto Maroni, 179 milioni 961 mila. L’equivalente di 348 miliardi 453 milioni 826 mila lire. Una cuccagna, sotto forma di finanziamento pubblico e rimborsi elettorali, durata oltre un quarto di secolo. Ma nonostante l’ingente flusso di denaro versato nei conti della Lega oggi il piatto piange. Ne sanno qualcosa i 71 dipendenti messi solo qualche mese fa gentilmente alla porta dal Carroccio. Sorte condivisa anche dai giornalisti de “La Padania”, storico organo ufficiale del partito, che ha chiuso i battenti a novembre dell’anno scorso non prima, però, di aver incassato oltre 60 milioni di euro in 17 anni. Insomma, almeno per ora, la crisi la pagano soprattutto i dipendenti. In attesa che la magistratura faccia piena luce anche su altre responsabilità. A cominciare da quelle relative allo scandalo della distrazione dei rimborsi elettorali, che l’ex amministratore della Lega Francesco Belsito avrebbe utilizzato in parte per acquistare diamanti, finanziare investimenti tra Cipro e la Tanzania  e per comprare, secondo l’accusa, perfino una laurea in Albania al figlio prediletto del Senatùr, Renzo Bossi, detto il Trota. Vicenda sulla quale pendono due procedimenti penali, uno a Milano e l’altro a Genova.

MANNA LOMBARDA Fondata nel 1982 da Umberto Bossi, è alle politiche del 1987 che la Lega Lombarda, precursore della Lega Nord, conquista i primi due seggi in Parlamento. E nel 1988, anno per altro di elezioni amministrative, inizia a beneficiare del finanziamento pubblico: 128 milioni di lire (66 mila euro). Un inizio soft prima del balzo oltre la soglia del miliardo già nel 1989, quando riesce a spedire anche due eurodeputati a Strasburgo: 1,03 miliardi del vecchio conio (536 mila euro) di cui 906 milioni proprio come rimborso per le spese elettorali sostenute per le elezioni europee. Somma che sale a 1,8 miliardi lire (962 mila euro) nel 1990, per poi scendere a 162 milioni (83 mila euro) nel 1991 alla vigilia di Mani Pulite. Nel 1992 la Lega Lombarda, diventata proprio in quell’anno Lega Nord, piazza in Parlamento una pattuglia di 55 deputati e 25 senatori. E il finanziamento pubblico lievita a 2,7 miliardi di lire (1,4 milioni di euro) prima di schizzare, l’anno successivo, a 7,1 miliardi (3,7 milioni di euro). Siamo nel 1993: sulla scia degli scandali di tangentopoli, con un referendum plebiscitario (il 90,3% dei consensi) gli italiani abrogano il finanziamento pubblico ai partiti. Che si adoperano immediatamente per aggirare il verdetto popolare, introducendo il nuovo meccanismo del fondo per le spese elettorale (1.600 lire per ogni cittadino italiano) da spartirsi in base ai voti ottenuti. Un sistema che resterà in vigore fino al 1997 e che consentirà alla Lega di incassare 11,8 miliardi di lire (6,1 milioni di euro) nel 1994, anno di elezioni politiche che fruttano al Carroccio, grazie all’alleanza con Forza Italia, una pattuglia parlamentare di 117 deputati e 60 senatori. Nel 1995 entrano in cassa 3,7 miliardi (1,9 milioni di euro) e altri 10 miliardi (5,2 milioni di euro) nel 1996.

RIMBORSI D’ORO L’anno successivo, nuovo maquillage per il sistema di calcolo dei finanziamenti elettorali. Arriva «la contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici», che lascia ai contribuenti la possibilità di destinare il 4 per mille dell’Irpef(Imposta sul reddito delle persone fisiche) al finanziamento di partiti e movimenti politici fino ad un massimo di 110 miliardi di lire (56,8 milioni di euro). Non solo, per il 1997, una norma transitoria ingrossa forfetariamente a 160 miliardi di lire (82,6 milioni di euro) la torta per l’anno in corso. E, proprio per il ’97, per la Lega arrivano 14,8 miliardi di lire (7,6 milioni di euro) che scendono però a 10,6 (5,5 milioni di euro) iscritti a bilancio nel 1998. Un campanello d’allarme che suggerisce ai partiti l’ennesimoblitz normativo che, puntualmente, arriva nel 1999: via il 4 per mille, arrivano i rimborsi elettorali (che entreranno in vigore dal 2001). In pratica, il totale ripristino del vecchio finanziamento pubblico abolito dal referendum del 1993 sotto mentite spoglie: contributo fisso di 4.000 lire per abitante e ben 5 diversi fondi (per le elezioni della Camera, del Senato, del Parlamento Europeo, dei Consigli regionali, e per i referendum) ai quali i partiti potranno attingere. Con un paletto: l’erogazione si interrompe in caso di fine anticipata della legislatura.

ELEZIONI, CHE CUCCAGNA Intanto, sempre nel 1999, per la Lega arriva un assegno da 7,6 miliardi di lire (3,9 milioni di euro), cui se ne aggiungono altri due da 8,7 miliardi (4,5 milioni di euro) nel 2000 e nel 2001. E’ l’ultimo anno della lira che, dal 2002, lascia il posto all’euro. E, come per effetto dell’inflazione, il contributo pubblico si adegua alla nuova valuta: da 4.000 lire a 5 euro, un euro per ogni voto ottenuto per ogni anno di legislatura, da corrispondere in 5 rate annuali. E per la Lega, tornata di nuovo al governo nel 2001, è un’escalation senza sosta: 3,6 milioni di euro nel 2002, 4,2 nel 2003, 6,5 nel 2004 e 8,9 nel 2005. Una corsa che non si arresta nemmeno nel 2006, quando il centrodestra viene battuto alle politiche per la seconda volta dal centrosinistra guidato da Romano Prodi: nonostante la sconfitta, il Carroccio incassa 9,5 milioni e altri 9,6 nel 2007. Niente a confronto della cuccagna che inizierà nel 2008, quando nelle casse delle camicie verdi finiscono la bellezza di 17,1 milioni di euro.

CARROCCIO AL VERDE E’ l’effetto moltiplicatore di un decreto voluto dal governo Berlusconi in base al quale l’erogazione dei rimborsi elettorali è dovuta per tutti i 5 anni di legislatura, anche in caso discioglimento anticipato delle Camere. Proprio a partire dal 2008, quindi, i partiti iniziano a percepire un doppio rimborso, incassando contemporaneamente i ratei annuali della XV e della XVI legislatura. Nel 2009 il partito di Bossi sale così a 18,4 milioni per toccare il record storico con i 22,5 milioni del 2010. Anno in cui, sempre il governo Berlusconi, abrogherà il precedente decreto ponendo fine allo scandalo del doppio rimborso. E anche i conti della Lega ne risentiranno: 17,6 milioni nel 2011. La cuccagna finisce nel 2012 quando il governo Monti taglia il fondo per i rimborsi elettorali del 50%. Poi la spallata finale inferta dall’esecutivo di Enrico Letta che fissa al 2017 l’ultimo anno di erogazione dei rimborsi elettorali prima della definitiva scomparsa. Per il Carroccio c’è ancora tempo per incassare 8,8 milioni nel 2012 e 6,5 nel 2013. Mentre “La Padania” chiude i battenti e i dipendenti finiscono in cassa integrazione.

FINANZIAMENTI E RIMBORSI ELETTORALI ALLA LEGA NORD

(1988-2013)

1988 € 66.249,25 (128.276.429 lire)
1989 € 536.646,25 (1.039.092.041 lire)
1990 € 962.919,55 (1.864.472.246 lire)
1991 € 83.903,87 (162.460.547 lire)
1992 € 1.416.991,83 (2.743.678.776 lire)
1993 € 3.707.939,87 (7.179.572.723 lire)
1994 € 6.125.180,49 (11.860.003.225 lire)
1995 € 1.915.697,39 (3.709.307.393 lire)
1996 € 5.207.659,00 (10.083.433.932 lire)
1997 € 7.648.834,36 (14.810.208.519 lire)
1998 € 5.518.448,11 (10.685.205.533 lire)
1999 € 3.947.619,62 (7.643.657.442 lire)
2000 € 4.539.118,41 (8.788.958.807 lire)
2001 € 4.511.422,19 (8.735.332.610)
2002 € 3.693.849,60
2003 € 4.284.061,62
2004 € 6.515.891,41
2005 € 8.918.628,37
2006 € 9.533.054,95
2007 € 9.605.470,43
2008 € 17.184.833,91
2009 € 18.498.092,86
2010 € 22.506.486.93
2011 € 17.613.520,09
2012 € 8.884.218,85
2013 € 6.534.643,57

TOTALE 179.961.382,78

Il gioco grande e osceno della mafia

DSCF2710di Roberto Scarpinato*
In quanto Procuratore Generale mi occupo delle misure di sicurezza nei confronti dei magistrati nelle tre province di Palermo, Trapani e Agrigento. Questa parte della mia attività è divenuta sempre più impegnativa perché in questi ultimi mesi si sta registrando una straordinaria escalation di minacce, di intimidazioni che credo non abbia precedenti e che riguarda un numero crescente di magistrati. Non si tratta solo dei magistrati di cui ha dato notizia la stampa nazionale – mi riferisco per esempio a Di Matteo, agli altri pm che si occupano del processo sulla cosiddetta trattativa, ai quali in questi giorni si è aggiunta Teresa Principato, che segue le indagini per la cattura di Matteo Messina Denaro – ma anche di altri pubblici ministeri e di magistrati della giudicante, soprattutto quelli che si occupano delle misure di prevenzione. La mia sensazione complessiva è che all’interno dell’universo mafioso stia accadendo qualcosa, che stia lievitando una insofferenza sempre maggiore di cui occorre decifrare le motivazioni complessive. L’idea che mi sono fatto è che occorre distinguere due tipi di pericoli. Un pericolo che viene dal presente, dall’attualità della mafia della Seconda Repubblica; e un pericolo di natura diversa che viene dal passato, cioè dalla mafia della prima Repubblica. L’interagire di questi due pericoli potrebbe creare una miscela esplosiva. I pericoli che vengono dal presente e hanno, a mio parere, una causale economica.

Anche la mafia soffre la crisi
La crisi economica che attanaglia tutto il paese ha messo in grave difficoltà anche la mafia siciliana in quanto ha ridotto drasticamente le entrate derivanti dalla predazione sistematica dei fondi pubblici realizzata in mille modi, grazie anche a ramificate relazioni collusive con il ceto politico-amministrativo (manipolazione di appalti e commesse pubbliche); e le entrate derivanti dalle estorsioni “a tappeto”. Nel 2007 gli investimenti pubblici avevano raggiunto 890 milioni di euro mentre nel 2012 si sono ridotti a 351 milioni e nei primi otto mesi del 2013 a 196 milioni. Quanto alle estorsioni si va riducendo sempre di più la platea numerica dei soggetti da estorcere. Sono migliaia le imprese che hanno chiuso i battenti e altre sopravvivono a stento tra mille difficoltà. La riduzione delle entrate ha un impatto notevole sulle spese correnti di ordinaria amministrazione dell’organizzazione. Mancano i soldi per mantenere le numerose famiglie dei carcerati, per pagare la mesata della manovalanza in libertà, per finanziare le spese legali. Cresce dunque giorno dopo giorno un’insofferenza che non si manifesta solo nei confronti della magistratura accusata, per esempio, di sequestrare e confiscare imprese e beni mettendo sul lastrico centinaia di famiglie; ma anche e soprattutto – e qui sta la novità – nei confronti della stessa classe dirigente di Cosa Nostra. Nei confronti di alcuni capi un tempo ritenuti carismatici, come Messina Denaro, monta la critica di pensare solo a se stessi e ai propri affari, disinteressandosi del popolo mafioso. Ad altri capi viene mossa la critica di esser troppo deboli, incapaci di “far abbassare le corna a una magistratura troppo ringalluzzita”.

Come nella società civile legale nei momenti di crisi economica e di scontento prende corpo la richiesta di uomini forti che assumano il comando e fermentano fenomeni di spontaneo ribellismo, così nel mondo mafioso cresce la richiesta di uomini forti che mettano da parte la strategia provenzaniana della sommersione che andava bene quanto gli affari giravano per tutti; uomini forti che sappiano battere i pugni sul tavolo. Contemporaneamente, vista la mancanza di una solida e autorevole leadership, si profila il pericolo di un “rompere le fila”, cioè che ognuno si senta legittimato ad autogestire a livello individuale e in ordine sparso minacce e intimidazioni ai magistrati. Cresce anche il rischio che qualche emergente si autoproponga come l’uomo forte della situazione compiendo gesti di rottura.

Per completare il quadro telegrafico sui pericoli che vengono dal presente, aggiungerei il soffiare sul fuoco di questo scontento popolare da parte di un mondo di colletti bianchi gravitanti nel mondo dell’imprenditoria collusa o contigua che, dietro le quinte, cavalca strumentalmente la crisi additando come corresponsabile una magistratura accusata di sequestrare e confiscare imprese un tempo floride che davano lavoro portandole al fallimento. Sono accuse infondate perché le imprese erano floride solo perché venivano gestire nell’illegalità evadendo il fisco, imponendosi sul mercato con metodi mafiosi, eppure fanno presa (…).

Il boss allude al ritorno alle maniere forti
Vengo ora a esaminare i pericoli che vengono dal passato, cioè dalle minacce e dai propositi di morte di Riina di cui la stampa nazionale ha dato ampie notizie. In sostanza Riina invoca un ritorno alle maniere forti, il compimento di gesti eclatanti di rottura per dare una lezione ad una magistratura che non intende fermarsi nelle indagini. Questo imput di Riina che viene dal vertice dell’organizzazione da parte di un capo che, seppure detenuto da 24 anni, secondo le regole di Cosa Nostra non è mai decaduto dalla carica, intercetta la voglia crescente del ritorno alle maniere forti che viene spontaneamente dal basso. Al di là degli scopi immediati e reconditi di Riina, le sue parole possono dunque essere interpretate all’interno dell’organizzazione come una investitura o un’ autorevole legittimazione all’azione di coloro che premono per un ritorno alle maniere forti, spostando così l’ago della bilancia a loro favore rispetto ai “moderati”. Riina ha continuato a manifestare quei propositi di morte anche dopo avere appreso dalla stampa che le sue parole erano state ascoltate. La situazione di instabilità politica è un ulteriore fattore di incremento del rischio. Veniamo ora all’analisi delle minacce di Riina, e qui sta la parte più difficile. In questi ultimi tempi mi veniva da pensare che in questo paese è come se fossimo prigionieri del nostro passato, un passato che pesa come un’enorme zavorra sul futuro. Siamo nell’Italia del 2014, la prima Repubblica è defunta da un quarto di secolo, la seconda è agli sgoccioli, il mondo è cambiato e noi siamo ancora qui a interrogarci, a misurarci con i pericoli di una possibile ripresa della strategia stragista. Costretti dunque a vivere con la testa rivolta all’indietro, perché se volti le spalle al passato, può colpirti a morte per ragioni che vengono da lontano e che restano indecifrabili a chi ignori la storia del nostro paese, la cruenta e segreta lotta per il potere che ha segnato la storia italiana. Quando abbiamo appreso dei propositi di morte di Riina ci siamo posti alcuni interrogativi che, a mio parere, non hanno trovato sinora risposte plausibili. Il primo nasce dal fatto che quelle minacce così reiterate non sembrano avere una causale apparente adeguata. Mi spiego: le stragi del 1992-‘93 erano una reazione alla conferma nel gennaio del 1992 della condanna del maxiprocesso da parte della Cassazione. Una vendetta nei confronti dei politici che non avevano mantenuto le promesse di impunità, di Falcone e Borsellino artefici di quel processo e – secondo una tesi accusatoria in corso di verifica e nel cui merito non entro – anche uno strumento per esercitare pressioni su alcuni vertici statali per indurli a concedere benefici processuali. Ma una strage che dovesse essere compiuta ora e che dovrebbe colpire Di Matteo o qualcuno degli altri magistrati che gestiscono il processo sulla “trattativa”, che scopo avrebbe?

Ove pure quel processo dovesse concludersi con sentenze di condanna, si tratterebbe di pene detentive di pochi anni, assolutamente irrilevanti per uno come Riina che ha collezionato una serie di ergastoli. Dunque perché fermare un processo che avrebbe conseguenze processuali pratiche insignificanti per Riina? Direi di più: un’eventuale strage avrebbe effetti assolutamente contro producenti perché cristallerebbe nell’immaginario collettivo di gran parte della pubblica opinione la certezza che la strage è stata compiuta per impedire l’accertamento della verità, radicando così la certezza che la tesi accusatoria era fondata. Un boomerang quindi. Non appare plausibile poi la spiegazione che Riina non tollererebbe di essere dipinto – secondo la tesi accusatoria – come uno che avrebbe avuto rapporti sottobanco con esponenti dello Stato per condurre una trattativa, perché avere avuto quei rapporti equivarrebbe, secondo la sua mentalità, ad un atto di “sbirritudine”. Stando alla tesi accusatoria, Riina nel processo giganteggia come il grande capo che avrebbe costretto alcuni esponenti dello Stato a trattare in un rapporto di potenza a potenza, e secondo il disegno di “fare la guerra per fare la pace”. Il processo quindi non gli crea affatto un danno di immagine ma, al contrario, esalta, seppure nel male, la sua immagine. Ragionando per esclusione, tutti gli interrogativi restano aperti e per questo motivo sono a mio parere ancora più inquietanti perché non si riesce a trovare una spiegazione adeguata alla rabbia di Riina. A meno di non concludere che ci troviamo dinanzi a un comportamento irrazionale, al delirio di onnipotenza di un uomo condannato all’impotenza, e tenuto conto che non si riesce a trovare una spiegazione plausibile all’interno dello scenario processuale esistente e visibile – quello ricostruito nel processo della “trattativa” – non resta che ipotizzare che ciò che preoccupa Riina stia nel fuori scena. Cioè in un retroscena delle stragi del 1992-‘93 che non è ancora divenuto processuale, ma che si teme potrebbe divenirlo perché le indagini non si sono mai fermate e prima o poi qualche bocca che sinora è rimasta prudentemente chiusa potrebbe cominciare a parlare, soprattutto se dovesse aprirsi una fase di instabilità politico-istituzionale. Cosa si potrebbe celare di tanto misterioso e terribile nel fuori scena rimasto finora segreto da turbare i sonni di Riina al punto di incitare ripetutamente a compiere gesti eclatanti per scongiurare l’ evento della sua possibile emersione? A questo punto il discorso si fa complicato, perché non può essere più portato avanti mettendo in campo solo personaggi come Riina, Provenzano, ma occorre chiamare in causa quello che Falcone definì il “gioco grande” di cui la mafia ha sempre fatto parte.

La lotta per il potere si combatte nell’ombra
Falcone coniò quell’espressione per definire il gioco grande del potere dopo il fallito attentato all’Addaura del 1989, quando si rese conto che accanto ai mafiosi dell’ala militare avevano agito per il suo omicidio menti raffinatissime esterne alla mafia, i cui interessi convergevano con quelli della mafia. Falcone sapeva benissimo, sin da quando indagando sul riciclaggio internazionale si era imbattuto nel caso Sindona, nella P2, nell’omicidio Ambrosoli, nell’omicidio Calvi, che la lotta per il potere in Italia non si è svolta solo alla luce del sole, ma anche e soprattutto nell’ombra, utilizzando in alcuni momenti cruciali l’omicidio politico e le stragi, avvalendosi talora della mafia come braccio armato e della causale mafiosa come copertura per celare sottostanti causali politiche che dovevano restare segrete. Non esiste un solo paese europeo la cui storia sia segnata come quella italiana da una catena così lunga di stragi, omicidi politici, progetti eversivi dall’inizio della Repubblica al 1993. In questo gioco grande e sanguinoso del potere, la mafia ha svolto spesso un ruolo di coprotagonista in sinergia con altri poteri: pezzi deviati dello Stato, massoneria segreta, destra eversiva. Non è un caso che il capo mafia Luigi Ilardo, assassinato pochi giorni prima che iniziasse a collaborare con la magistratura rivelando i retroscena delle stragi del 1992-‘93 avesse anticipato che quel che era avvenuto era un discorso che veniva da lontano, aggiungendo che molti attentati in passato attribuiti alla mafia avevano causali complesse al di là della mafia (…).

Lo stragismo non segna solo la fine convulsa della prima repubblica nel 1992-1993, ma anche il suo inizio. La Prima Repubblica viene tenuta a battesimo dalla strage politico-mafiosa di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947 che segna l’inizio della strategia della tensione e vede interagire gli stessi personaggi che saranno all’opera nei decenni successivi in altre stragi e progetti eversivi: mafiosi, mandanti politici, pezzi deviati dello Stato, massoni ed esponenti della destra eversiva. Da allora il gioco grande non ha mai subito interruzioni e ha visto spesso tra i suoi coprotagonisti la mafia. Nel 1970 la mafia viene coinvolta, come hanno raccontato Buscetta e Calderone, nel progetto del golpe Borghese che vide scendere in campo la stessa formazione del 1947. E ancora viene coinvolta nella strategia della tensione che insanguinerà il paese dal 1969 in poi. Alla fine del 1969 Cosa Nostra aveva programmato una serie di attentati che dovevano essere eseguiti con ordigni esplosivi da collocare in varie città italiane come Palermo, Catania ed Enna (…).

Potrei citare molti altri esempi, mi limito solo a ricordare che la strage del Rapido 904 consumata il 23 dicembre 1984 con 15 morti e 267 feriti, ebbe tra i suoi artefici Pippo Calò, i cui rapporti con la massoneria e con la destra eversiva sono stati processualmente provati. In tante, in troppe di queste stragi si sono verificati depistaggi e coperture degli esecutori materiali da parte di esponenti delle istituzioni certificate anche in sentenze definitive. È certo inquietante prendere atto che anche nelle indagini per le stragi del 1992-’93 si sono verificati depistaggi che ricordano quelli del passato: la sottrazione dell’agenda rossa di Borsellino, l’inquinamento con falsi collaboratori delle indagini sulla strage di via D’Amelio.

Perché ho voluto tracciare questo telegrafico excursus del gioco grande del potere e del protagonismo della mafia in questo gioco?

Perché vi sono molti elementi che inducono a ritenere che anche lo stragismo del 1992-‘93 sia stato un gioco grande nel quale si sono saldati convergendo – come in passato – interessi mafiosi e interessi di soggetti esterni che nel disegno stragista si sono inseriti orientandolo nei tempi, nei modi, negli obiettivi, in modo da conseguire obiettivi che inglobavano quelli mafiosi, ma avevano un respiro e un orizzonte più ampio.

Una “nuova strategia della tensione in Italia”
Mi limito a indicare alcuni elementi che peraltro sono noti agli specialisti della materia. Il 4 marzo 1992, otto giorni prima dell’omicidio di Salvo Lima, Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini per la strage di Bologna e detenuto in carcere, scrive una lettera al giudice istruttore Grassi il cui titolo è “Nuova strategia della tensione in Italia – Periodo marzo – luglio 1992”. Ciolini anticipa che nel periodo marzo-luglio sarebbero avvenuti fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come esplosioni dinamitarde, sequestro ed eventuale omicidio di esponente politico Dc ed eventuale omicidio del futuro presidente della Repubblica. Pochi giorni dopo l’omicidio Lima da lui preannunciato, il 18 marzo Ciolini rivela in un altro appunto che il piano era stato deciso da esponenti di massoneria, politica e mafia. (…)

Nella parte finale dell’appunto scrive: “Creare intimidazione nei confronti di quei soggetti e Istituzioni stato (forze di polizia ecc.) affinché non abbiano la volontà di farlo e distogliere l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia, con un pericolo diverso e maggiore di quello della mafia”.

Si tratta non solo di una straordinaria anticipazione della tempistica e degli obiettivi della fase stragista che si consuma nel 1992 in Sicilia, ma anche dell’ anticipazione del successivo trasferimento della strategia stragista fuori dalla Sicilia, nel Centro Nord e della spiegazione dei motivi.

I registi del piano avevano previsto che dopo la prima fase, si doveva distogliere l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia, creando un pericolo diverso e maggiore. A tale fine le stragi dovevano essere effettuate al Centro Nord, dovevano essere attribuite non più alla mafia ma a fantomatiche sigle eversive (e infatti vengono rivendicate con la sigla Falange armata) portando il terrore in tutto il paese con effetti destabilizzanti dell’intero sistema politico che si voleva portare al collasso. Come faceva Ciolini a sapere con così largo    anticipo tutto quanto sarebbe poi in effetti accaduto? Pochi giorni dopo l’omicidio Lima, il 19 marzo 1992 veniva pubblicato su una rivista vicina ai servizi segreti un articolo nel quale si rivelava che quell’omicidio era solo l’incipit di una strategia della tensione che aveva obiettivi e ispiratori politici. L’articolo descriveva un piano di destabilizzazione la cui esistenza e configurazione sarebbero state rivelate nei medesimi termini, solo alcuni mesi dopo, da alcuni collaboratori di giustizia. Costoro dichiaravano che verso la fine del 1991 si erano tenute delle riunioni tra i vertici regionali di Cosa Nostra nelle campagne di Enna in esito alle quali si era deciso di aderire a un progetto di destabilizzazione politica che aveva tra i suoi artefici esponenti della massoneria deviata, del mondo politico e della imprenditoria (…).

Chi e perché aveva deciso che Falcone, invece di essere facilmente ucciso a Roma con colpi di arma da fuoco, doveva essere assassinato a Palermo con un’enorme quantità di esplosivo in grado di uccidere insieme a lui anche un numero elevato di altre vittime? Nessun collaboratore è stato mai in grado di spiegare il motivo di quel cambio di strategia e chi la suggerì. Riina è tra i pochissimi a sapere la verità. Proseguendo nella indicazione degli elementi di emersione del gioco grande sotteso alla strategia stragista, possiamo ricordare che il 21 e 22 maggio 1992 l’agenzia di stampa vicina ai servizi sopra menzionata anticipò in due articoli che stava per verificarsi un bel botto esterno per influenzare l’elezione del presidente della Repubblica in corso di svolgimento.

Giovanni Brusca, uno degli esecutori materiali della strage di Capaci, ha dichiarato in dibattimento che la tempistica della strage aveva consentito di conseguire l’obiettivo di mettere fuori gioco Giulio Andreotti dalla corsa alla presidenza della Repubblica.

I quesiti senza risposta nel biennio delle bombe
Chi aveva suggerito a Riina oltre che le modalità esecutive anche la tempistica? Riina sa la verità. E ancora è interessante constatare come dopo che Claudio Martelli, Ministro della Giustizia, aveva varato il decreto Falcone che introduceva il 41 bis anche per i mafiosi, si siano mossi contro di lui contemporaneamente i mafiosi che progettarono un attentato, ed alcuni esponenti della P2 che iniziarono una campagna di stampa nei suoi confronti rivelando circostanze decisive circa il suo coinvolgimento nella vicenda del Conto Protezione che determinarono l’inizio di un procedimento penale e le sue conseguenti dimissioni. Si tratta di una singolare coincidenza di tempi o di una sinergia non casuale? Poco dopo le dimissioni giunse una telefonata della Falange Armata con la quale si comunicava che Martelli doveva essere grato che per lui era stato perseguita la via politica anziché quella militare. E ancora: chi era il soggetto esterno a Cosa Nostra che, come ha rivelato Gaspare Spatuzza, assistette al caricamento dell’esplosivo nell’autovettura utilizzata per la strage di via D’Amelio? Perché dopo il rapimento del figlio del collaboratore di Giustizia Santino Di Matteo, la moglie del Di Matteo in una conversazione intercettata del 14.12.1993 scongiurò il marito di non parlare degli “infiltrati” nella strage di via D’Amelio? Chi erano quegli infiltrati? E chi suggerì di scegliere per gli attentati consumati a Roma nella notte tra il 27 e il 28 luglio le Chiese di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro? È un caso che quelle chiese avessero il nome di battesimo di Giovanni Spadolini e di Giorgio Napoletano, rispettivamente presidenti del Senato e della Camera? È un caso che Spadolini nel 1992 avesse fatto riferimento in varie interviste a un resoconto dei servizi segreti su rapporti intessuti di recente tra la mafia siciliana e alcuni settori della vecchia e nuova P2 e svesse indicato i vertici P2 come un grave pericolo per la democrazia? Come si spiega che nella stessa notte si verificò un black out dei centralini di alcune sedi di governo? Perché l’allora premier Carlo Azeglio Ciampi maturò, come lui stesso ha dichiarato, la convinzione che fosse in atto un progetto di colpo di Stato, convocando in via straordinaria il Consiglio supremo di difesa? Cosa si cela dietro lo strano suicidio in carcere di Antonino Gioé, esecutore della strage di Capaci, depositario di scottanti segreti e in contatto con i servizi, il 29.7.1993 due giorni dopo le stragi di Milano e Roma? É vero che, come afferma il collaboratore Di Matteo, Gioè stava per iniziare a collaborare con la giustizia? Perché e chi dispose un’esercitazione militare tra il 9 e l’11 novembre 1993 per l’ipotesi di guerra civile? E cioè proprio nello stesso periodo in cui veniva progettata la strage allo stadio Olimpico? Potrei continuare con decine di quesiti inquietanti, ma mi fermo qui.

Credo che quanto ho sin qui frammentariamente ricordato dia il senso di un possibile fuori scena, di un “gioco grande” che da sempre aleggia intorno alle ricostruzioni processuali sin qui effettuate come una matrioska più grande che contiene matriosche più piccole.

Un gioco grande che qualcuno teme possa di-svelarsi e irrompere sulla scena processuale se dovesse cedere qualche punto del sistema che sino a oggi e riuscito a blindare nel segreto i retroscena della stagione 1992-‘93.

Spero fortemente che abbiano ragione coloro che ritengono che le minacce di Riina siano solo lo sfogo e il delirio di onnipotenza di un uomo ridotto all’impotenza. Perché se così invece non fosse, quelle minacce suonerebbero come una sorta di chiamata alle armi per tutti coloro che come Riina e più di Riina hanno interesse a che questa parte della storia resti per sempre segreta, e che sulla scena restino solo un’icona assoluta del male di mafia come Riina e solitari paladini del bene come Falcone e Borsellino, da celebrare nelle cerimonie ufficiali senza porsi troppe domande scomode alle quali non si può dare risposta. A quelle domande la magistratura palermitana continuerà a cercare di dare risposta, costi quel che costi.

*Intervento di Roberto Scarpinato al convegno “A che punto sono la mafia e l’antimafia? Noi stiamo con Nino Di Matteo” (Palermo 12 gennaio 2014)

Se ne usciremo migliori

Questo è il ‘noi siamo qui’, oggi: gente impoverita e disillusa, rabbiosa e confusa, incattivita e in guerra contro qualcosa di nebbioso a cui cerca disperatamente di dare un volto: la politica, le tasse, l’Europa, la finanza, la Merkel, le auto blu. E altro, a piacere: gli immigrati, gli zingari, perfino gli ebrei – come sempre, quando si tocca il punto più basso.

La vera grande domanda che dobbiamo iniziare a porci quindi è se da questa profonda crisi – “passaggio” e “scelta”, etimologicamente – usciremo peggiori o migliori: come esseri umani, cittadini, persone inserite in un contesto sociale. Anche elettori, certo, ma forse questo viene dopo.

È su questo che è indispensabile iniziare a lavorare, oggi, per fare politica. Su noi stessi, sui vicini di casa o di lavoro, sugli amici al bar o quelli di Facebook. Sulle platee che abbiamo davanti, se ci capita di parlare in pubblico, alla radio o alla tivù. Su chi ci legge, se abbiamo la fortuna di essere letti da qualcuno.

Uscire dalla crisi – e non sto parlando solo di quella economica – avendo imparato la contaminazione, l’onestà intellettuale, l’importanza delle pratiche, il principio che sono i mezzi a legittimare il fine e non è il fine a giustificare i mezzi. Ma soprattutto avendo imparato che la nostra felicità non solo dipende da quella degli altri ma consisterà sempre più nel contrario dell’estensione del nostro io, nel contrario della ricetta centripeta che ci hanno inculcato per decenni.

Rileggevo questa mattina le parole di Alessandro sul suo blog e mi domandavo se veramente ne usciremo migliori da questo tempo di valori incerti e di modi intolleranti; se davvero quando finiremo questo essere tutti lupi verso gli altri per paura ci sarà una socialità diversa e veramente coesa. Se ci sarà davvero la rivoluzione culturale, insomma.

Ma sul serio glielo lasciamo fare?

Vale la pena stamattina leggere il post di Leonardo che, con coraggio, parte dalla vecchia proposta di Asor Rosa di ripristinare con la forza la democrazia e rilancia:

Tutto quello che è successo, un istante dopo che è successo, ci è parso inevitabile; e adesso con chi dovremmo prendercela? Con Berlusconi? Ma Berlusconi non poteva che comportarsi così, è la sua natura: come lo scorpione che non può non pizzicare la rana, B. doveva prima o poi affossare questo governo. Potremmo prendercela con Enrico Letta. Ma anche la rana in fondo non poteva che comportarsi così: la sua unica chance era imbarcare lo scorpione e convincersi che sarebbe andato tutto bene. Era il suo ruolo e, per quanto ridicolo, lo ha portato avanti con un certo stile. Letta avrebbe potuto fare più o meno di quello che ha fatto, e tutto questo sarebbe successo ugualmente: lo sapevamo. Magari ignoravamo la goccia che avrebbe sbilanciato i piattini in equilibrio così precario (la sentenza della Cassazione) – ma in coscienza come potevamo sperare che il governo durasse molto di più?

È uno dei “l’avevamo detto” più dannoso della nostra democrazia.