Vai al contenuto
Home » egitto » Pagina 4

egitto

Giulio Regeni è la stella cadente

San Lorenzo. Notte di stelle cadenti da cogliere al volo per bisbigliare un desiderio. Stelle cadenti. Per tutto l’anno sono i miti abbattuti e solo per una notte all’anno diventano occasioni da pescare: basta poco per trasformare il declino in poesia. Basta crederci.

La stella cadente di quest’anno ha la faccia appuntita di Giulio Regeni, ha la forza misurata dei suoi genitori capaci di essere disperati con un equilibrio saggio, capaci di volere la verità senza cedere all’odio. Io no, io davvero devo ammettere che il silenzio su Regeni mi fa impazzire, strappare le unghie, mi fa venire voglia di morsicare i cervelli di quelli che dovrebbero muoversi, mi spreme il cuore in un dolore liquido e lento.

La mia stella cadente, il mio desiderio è che finisca la farsa intorno a Giulio. Che si rimettano almeno, per amore della verità (o per l’amor di dio per quelli per cui conta), in ordine i fatti, i pesi, le misure e i personaggi. Che si smetta di soffiare nell’iperbole di Regeni come spia pur di non sentirsi colpevoli, che si dica una volta per tutte che ci fa schifo l’Egitto se l’Egitto è quel Paese in cui si muore con una motivazione falsa, poi subito dopo con cento cause diverse e poi alla fine in nessun modo credibile.

Vorrei che i membri del governo tutti pancia a terra per la riforma della Costituzione avessero la stessa frenesia per vederci chiaro. Vorrei che i telegiornali considerassero la mancata verità ogni giorno una notizia degna d’esser data.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Il silenzio di Cambridge su Giulio Regeni

L’università di Cambridge che non risponde alle domande dei magistrati italiani sul loro “allievo” Giulio Regeni ci  racconta che l’etica non è evidentemente requisito da insegnare con il proprio comportamento. Magari ricordiamocene, quando parliamo di autorità e prestigio.

Ancora più luride sono le giustificazioni date: una scelta “fatta dai legali che tutelano gli interessi dell’Università” per metterla al riparo da “possibili richieste di risarcimento danni per eventuali responsabilità nella mancata tutela della sicurezza del ragazzo”. Non sono solo i dittatori evidentemente a temere la verità.

Me lo segno.

Intanto in Egitto si continua a sparire


Nel mese scorso sono sparite forzatamente 86 persone. Praticamente tre al giorno. Quelle uccise invece nelle prigioni e nei commissariati della polizia sono state nove. Otto per mancata fornitura dell’assistenza medica necessaria e uno per tortura. Almeno sei egiziani sono stati invece giustiziati sul posto. Tra questi c’è Mustapha Mohamed Mustapha, un venditore di tè che si era rifiutato di cedere gratis un bicchiere di bevanda e un pacchetto di sigarette a un agente di polizia. Ne è nata una discussione che ha portato il poliziotto a estrarre la sua pistola di ordinanza e uccidere sul posto il povero ambulante. Con lui sono stati feriti altri due. E’ successo al Cairo il 19 aprile scorso. Dieci giorni dopo è stato ferito gravemente, invece, un autista di taxi che non aveva rispettato la precedenza. Un militare gli ha sparato in testa. Mustapha Atiah, 38 anni, è stato giustiziato il 2 aprile scorso in casa sua. Le forze dell’ordine hanno fatto un blitz all’alba e lo hanno crivellato di colpi. Nella versione ufficiale degli Interni si è trattato di uno scontro a fuoco durato 35 minuti. Dinamica molto simile a quella dell’uccisione delle cinque persone accusate di essere la banda responsabile dell’omicidio di Regeni.
I casi di tortura sono stati 67 e quelli di mancata assistenza medica sono stati 53. Chi sta male in un commissariato di polizia o in una prigione ha molte probabilità di essere trasferito in ospedale solo dopo la morte. Chi prova a protestare o a ribellarsi subisce ancora di più. E’ accaduto ad esempio a inizio mese nella prigione sulla strada che collega il Cairo ad Alessandria. Alcuni detenuti hanno deciso di fare uno sciopero della fame per protestare contro i maltrattamenti. Le guardie hanno risposto liberando diversi cani all’interno del penitenziario.

(L’articolo di Brahim Maarad è qui.)

Regeni lo torturano anche da morto

Schermata 2016-04-20 alle 22.07.19

Caso Regeni, il verdiniano Barani: “Depistaggio. Al Sisi estraneo. Lo dimostra il ritrovamento del cadavere”

Intervista all’emittente Sada El-Balad del verdiniano Lucio Barani sul caso Regeni. Il parlamentare assolve l’Egitto di Al Sisi e accusa i non meglio precisati “servizi segreti deviati” al soldo “di qualche potenza straniera” di un fantomatico complotto. Il motivo della congiura? “Far naufragare i rapporti fra Italia ed Egitto” in modo di sostituire  Roma come partner economico privilegiato del Cairo. Barani dice di avere anche la prova del nove, quella che dimostra la completa estraneità del governo Al Sisi: “Il ritrovamento del cadavere del giovane ricercatore che è stato buttato in mezzo ai rapporti fra i due paesi”. A nome di chi parla il senatore che il giorno prima si è definito pretoriano di Renzi? “A nome di un importante gruppo parlamentare determinante per la maggioranza di governo”. E ora che si ritaglia pure il ruolo di pontiere nella crisi fra i due paesi si schiera con l’Egitto contraddicendo la linea del governo italiano. Arrivando fino a giustificare la reticenza di fornire materiale investigativo ai pm italiani

(fonte)

Perché Giulio Regeni era una minaccia per le forze di sicurezza egiziane

regeni

Un pezzo interessante di di Jean Lachapelle:

«Poche settimane fa, una persona che stava facendo ciò che faccio io — ricerca sul campo in Egitto — è stato assassinato. Giulio Regeni, cittadino italiano, era un ricercatore di filosofia presso la Cambridge University che studiava i movimenti dei lavoratori egiziani. È scomparso il 25 gennaio, il quinto anniversario delle rivolte del 2011, e i suoi resti ritrovati alcuni giorni dopo presentavano segni di bruciature, ossa rotte ed elettroshock. Queste lesioni sono state interpretate come segni di tortura, poiché somigliano alle stesse subite dai molti egiziani che si sono trovati a fare i conti con le forze di sicurezza del Paese in passato. Di fronte a quello che potrebbe essere il primo caso di uccisione da parte della polizia di uno studente straniero in Egitto, il MEA (associazione degli studi in medio oriente) ha di recente inviato un avviso di pericolo ai propri membri.

Cosa possiamo fare per questa tragedia? Perché è stato ucciso? E ancora, ci sono altri ricercatori a rischio?

La notizia della morte di Regeni è un profondo shock per tutti coloro che hanno condotto una ricerca in Egitto. Come lui, io ho intervistato attivisti dei sindacati commerciali indipendenti. E come molti altri cittadini di nazionalità non egiziana, ho potuto provare il largamente diffuso, ma raramente dichiarato assunto che il mio stato di cittadino straniero mi offrisse un po’ di protezione dai modi estremi della polizia, come l’abuso fisico. Questo terribile evento indica entrambi i limiti di quel senso di comfort e il sempre esplicitato spazio per i ricercatori, stranieri o egiziani che siano.

Non è immediatamente ovvio perché le autorità possano aver considerato Regeni una minaccia. Lui faceva ricerca sindacati indipendenti, un argomento apparentemente innocuo in un Paese dove la sinistra non solo è debole, ma anche ostile ai fratelli mussulmani, ovvero gli oppositori maggiori del regime. Inoltre, lo studente non era l’unico accademico sul campo che studiava problemi sensibili.

Altri ricercatori hanno intervistato gli attivisti dell’opposizione sotto il corrente regime militare, inclusi membri dei fratelli mussulmani, mentre studenti hanno pubblicato alcune criticità del regime. Ma è stato questo giovane ricercatore che ha incontrato un così brutale destino.

Perché?


Dal 2011, ho studiato come le forze di sicurezza egiziane percepiscono le minacce e selezionano i loro obiettivi. Ho catalogato atti di coercizione da parte della polizia, consultato documenti amministrativi e parlato con attivisti politici, inclusi i leader del lavoro e gli ex membri delle forze di sicurezza. La mia ricerca mi ha insegnato due cose. La prima è che le forze di sicurezza prestano più attenzione ai segnali di politicizzazione nei movimenti dei lavoratori. Sotto il regime di Mubarak, le forze di sicurezza stabilirono una sottile distinzione tra i disordini di tipo politico e quelli di tipo economico. Le proteste dei lavoratori venivano spesso tollerate o ignorate fintanto che i protestanti non facessero rivendicazioni politiche. In parallelo, agli attivisti politici erano comunque consentite le proteste e le critiche al regime, a patto che non tentassero di aizzare le masse a fini anti governativi.

Secondo, le forze di sicurezza hanno diverse idee sulle cause delle mobilitazioni popolari. Come i ricercatori sociali, le autorità egiziane hanno sviluppato teorie sull’esplosione delle rivolte popolari nel 2011. Mentre i primi hanno enfatizzato la spontaneità, il coraggio e le azioni dei cittadini ordinari durante i 18 giorni delle rivolte del 2011, le forze di sicurezza egiziane credono che la rivolta fu suscitata da ben organizzate forze politiche, capaci di manipolare la maggioranza dei cittadini per fini politici. Nell’estate 2011, quando chiesi ad un ex membro delle forze di sicurezza perché i protestanti anti-Mubarak avessero avuto successo, lui diede la colpa a cospirazioni dall’estero, in particolare dal gruppo palestinese Hamas. Accuse di pressioni dall’esterno che causano instabilità politica in Egitto sono comuni tra i media egiziani.

Negli USA, queste visioni sono spesso chiuse come classica propaganda autoritaria. Comunque sia, la mia ricerca suggerisce che queste ansie sono reali e spiegano il modo in cui il regime egiziano percepisce le minacce. In particolare, fanno in modo che le forze di sicurezza siano molto attente ai legami tra gli elementi stranieri e i settori “mobilizzabili” della società.»


È possibile che le attività di ricerca di Regeni siano state scambiate come tentativo di preparare una nuova rivolta. Lui ha costruito legami con gli attori locali, frequentato incontri con gli attivisti del lavoro e parlava un arabo eccellente — una abilità essenziale per un ricercatore, ma anche un elemento che sfortunatamente tende a creare sospetti. Sembra che avesse a cuore i problemi del lavoro e scrisse articoli critici sul regime guidato dal presidente Al-Sisi per un giornale italiano. Un articolo, pubblicato postumo, che offre una analisi accurata dello stato dei sindacati indipendenti in Egitto.

Contrariamente a ciò che è stato suggerito altrove, le sue visioni critiche erano probabilmente meno consequenziali rispetto alle sue connessioni, i suoi contatti e il suo attento lavoro di reporting sul campo.

Regeni è sparito durante un’azione di sicurezza atta a prevenire qualsiasi tipo di protesta il giorno del 25 gennaio. Nei giorni precedenti questo anniversario, le forze di sicurezza hanno perquisito 5000 appartamenti nel centro del Cairo, un’azione che, a quanto riferito, aveva seguito mesi di lavoro di intelligence per trovare “attivisti pro-democrazia dentro e fuori dal Paese, stranieri inclusi”.

Forse il rapimento di Regeni fu ordinato dopo una lunga osservazione. O forse è stato semplicemente preso dalla strada da qualche ufficiale nervosetto mentre era sulla via per incontrare un amico, per poi aumentare il sospetto durante la detenzione. Ad ogni modo, il fatto che sia stato “interrogato fino a 7 giorni” indica la probabilità che le forze di sicurezza lo vedessero come una minaccia.

(continua qui)

Eccolo l’onorevole sapientino che ci insegna che la verità costa

Senato, la conferenza stampa dei genitori di Giulio Regeni

Intanto, in un intervento su ‘Libero Quotidiano’, l’eurodeputato del PD Antonio Panzeri dopo un panegirico sull’Egitto e i suoi depistaggi scrive la teoria più realista del re:

«Una cosa però è bene considerarla: se come molti credono c’ è stata una responsabilità dei servizi segreti e se magari sussiste un conflitto interno fra diverse espressioni del regime, allora sarà molto difficile ottenere pieno accesso alle informazioni. Considerare questo elemento non significa abbandonare la ricerca della verità, che è doverosa. Ma capire che questa verità non sarà raggiunta facilmente e che conoscerla potrebbe avere un prezzo, ivi compreso mettere in sofferenza le relazioni diplomatiche per l’ Egitto e l’Italia.»

Ne ho scritto qui.

Non perdere mai la curiosità per le cose belle della vita.

“Non perdere mai la curiosità per le cose belle della vita. Continua a farti stupire dalle escursioni nei boschi, nei canyon, in montagna. Vai a pesca e vai a caccia. Esci dalla routine cittadina se puoi. Circondati di buoni amici che ti possano essere d’aiuto nei momenti di difficoltà. Innamorati. Riprenditi il tuo cuore infranto. E poi innamorati ancora. Respira ogni giorno la vita come se fosse la prima volta. Cerca qualcosa da amare e non smettere di farlo finché non trovi qualcos’altro per cui valga la pena vivere.
Non incolpare gli altri per i loro errori. Ti rende più debole. Sei un uomo forte. Non ti fermare ad ascoltare chi ti critica negativamente. Parla con convinzione e credi in te stesso perché il tuo modo di essere è più importante di come ti hanno educato. Avrei voluto congratularmi personalmente con te ma so che questo non avrebbe cambiato molto.
Cerca di non dimenticarmi. Se serve qualcosa basta un’email”.

Le parole sono di Andrew Pochter, 21 anni e un cuore grande da non riuscire a tenersi dentro tutta la voglia di vivere. 21 anni e un viaggio in medioriente che amava e accarezzava con la macchina fotografica al collo. Andrew le ha scritte ad un ragazzo dodicenne a cui aveva fatto da tutor in campo estivo. Amava la pace, Andrew, e la inseguiva con gioia spericolata.

E’ morto ad Alessandria d’Egitto. Probabilmente scambiato per un manifestante.