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L’equilibrista

Ci sono alcune novità dopo la conferenza stampa di ieri di Mario Draghi. Draghi, l’abbiamo capito bene, è uno con la stoffa democristiana, uno che le conferenze stampa le sa gestire provando ad accontentare tutti ma soprattutto stando attento a non scontentare nessuno, rimanendo sempre in bilico su quell’area di grigio che può essere scambiata per meritevole equilibrio oppure per inutile furbizia. Ognuno si costruirà la sua opinione, ognuno gli concederà la sua porzione di stima.

Draghi ha seppellito Salvini. E ha fatto bene, una volta per tutte: dire «ho voluto io Speranza nel governo e ne ho molta stima» significa togliere una volte per tutte dalle mani di Salvini e compagnia cantante la vecchia scusa di essere con Draghi ma contro Speranza, di fare opposizione a un pezzo del governo continuando a restare nel governo. Non sarà facile ora per il leader leghista raccontarlo ai suoi. Ci sarà da ridere e fa piacere che un presidente del Consiglio (ancora una volta) metta Salvini di fronte alla sua patetica doppia faccia.

Draghi durissimo su Erdogan: «Con questi dittatori, di cui però si ha bisogno per collaborare, bisogna essere franchi per affermare la propria posizione ma anche pronti a cooperare per gli interessi del proprio Paese, bisogna trovare l’equilibrio giusto». Chiamare un dittatore “dittatore” è sempre una bella notizia, cooperare con un dittatore rientra in quella realpolitik che può piacere o meno.

Ma se qualcuno è felice per la stoccata al sultano turco, allora dovrebbe ascoltare però le giustificazioni piuttosto flebili sulla Libia. Perché Draghi ha parlato di corridoi umanitari che non esistono, al di là di qualche sparuta persona e perché ha parlato di “superamento dei centri di detenzione libici” che sono proprio quel “salvataggio” per cui aveva ringraziato la Libia. No, proprio no. Non ci siamo.

Quindi un colpo di qua e un colpo di là. Non accontentare nessuno e non scontentare tutti. Come gli equilibristi, quelli che ti stupiscono per i primi metri sulla corda e poi annoiano tantissimo, e riescono a essere pericolosi per sé e per gli altri.

Buon venerdì.

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Non c’è un giudice a Strasburgo?

Tocca parlare ancora di Turchia, perché i diritti sono sempre quelli degli altri e perché la finta contrizione per la morte di Ebru Timtik sembra non avere insegnato nulla, niente.

L’avvocato Aytaç Ünsal, collega di Ebru Timtik e anche lui al suo 214° giorno di sciopero della fame, anche lui condannato per terrorismo e ovviamente sottoposto a un processo farsa, ha rischiato di fare la stessa fine della sua collega e di altri che in questi mesi stanno protestando contro il governo di Erdogan e che sono accusati in modo strumentale per essere messo fuori gioco.

Nelle scorse ore, fortunatamente, la Corte di Cassazione di Ankara ha deciso la sua immediata scarcerazione per motivi di salute. I giudici hanno stabilito che l’avvocato 32enne debba essere “immediatamente liberato” a causa del “pericolo che rappresenta per la sua vita la permanenza in prigione”. Nei giorni scorsi, i sanitari avevano lanciato l’allarme sul deterioramento delle sue condizioni di salute.

Ma solamente due giorni fa, il 2 settembre, la Corte europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) aveva bocciato il ricorso per la scarcerazione di Ünsal confermando la decisione della Corte costituzionale turca dello scorso 14 agosto. E già questo dovrebbe porre delle domande poiché giuristi di tutta Europa stavano sottolineando l’iniquità della giustizia turca nei confronti degli avvocati. Giusto per capire a che punto siamo arrivati basti pensare che il ministro dell’Interno, Süleyman Soylu, ha definito una «terrorista» l’avvocata morta, e ha denunciato l’ordine degli avvocati di Istanbul per averla commemorata. In Turchia sono vietate anche le lacrime.

Ma non è tutto, no: il presidente della Cedu, Robert Spano, è in questi giorni in Turchia per ricevere una Laurea Honoris Causa in Giurisprudenza a Istanbul e poi tenere, ad Ankara, una Lectio Magistralis presso l’Accademia di Giustizia turca. L’Università statale di Istanbul è stata al centro di una massiccia epurazione dopo il fallito “colpo di Stato” del 2016: furono licenziati 192 accademici. Quell’università è il simbolo dell’opera di pulizia da parte di Erdogan e che un giudice super partes decida di esserne ospite accende più di qualche dubbio.

Lo scrittore Mehmet Altan ha scritto a Spano: «Non so come si possa essere fieri di essere membri onorari di una università che condanna alla disoccupazione, alla povertà e al carcere centinaia di docenti solo per il loro pensiero e i loro scritti». Altan è un accademico di fama mondiale ed era stato espulso da quella università per le sue idee e fu tra i primi intellettuali arrestati nella repressione post-golpe. L’accusa, tanto per chiarire di cosa stiamo parlando, sarebbe quella di avere mandato “messaggi subliminali” durante un programma televisivo. Altan è stato poi prosciolto ma non è mai stato reintegrato all’università, marchiato come traditore.

In tutta la Turchia pendono qualcosa come 60mila richieste di reintegro da parte di lavoratori che hanno perso il proprio lavoro per le loro idee politiche. E sapete chi vaglierà quelle richieste? Robert Spano, quello che in questi giorni è in gita d’onore proprio in Turchia.

E questo per oggi è tutto.

Buon venerdì.

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Morti di fame

L’avvocata Ebru Timtik, prima di lei i musicisti del Grup Yorum. Morti per le conseguenze della loro protesta in difesa della giustizia. Accade nella Turchia di Erdogan, graziato dal silenzio dell’Europa

È una storia che gocciola sangue anche se non c’è sangue in giro perché qui i morti muoiono per consunzione. Giovedì sera a Istanbul è morta Ebru Timtik, avvocata che da 238 giorni era in sciopero della fame nelle prigioni turche per chiedere un processo equo per sé e per 17 colleghi che erano accusati di legami con il Fronte rivoluzionario della liberazione popolare (Dhkp/C), un gruppo di estrema sinistra considerato formazione terroristica dal governo.

Timtik aveva 42 anni e si occupava di diritti umani da sempre, era stata condannata nel 2019 a 13 anni e sei mesi di carcere, il suo accusatore è stato ritenuto non credibile, lei contestava l’iter giudiziario che l’aveva portata alla condanna. In Turchia Erdogan da anni, graziato dal silenzio dell’Europa, utilizza l’accusa di terrorismo per fare piazza puliti degli oppositori ritenuti scomodi al governo. Timtik faceva parte dell’associazione contemporanea degli avvocati, specializzata nella difesa di casi politicamente scomodi, “se l’era andata a cercare”, come commenterebbe qualche pavido nostrano che insegna e ci vorrebbe insegnare che per non avere problemi conviene sempre farsi “i fatti suoi”. Ebru Timtik aveva difeso anche la famiglia di Berkin Elvan, un adolescente vittima delle ferite riportate durante le proteste antigovernative a Gezi Park nel 2013.

Un mese fa il tribunale di Istanbul aveva negato la richiesta di scarcerazione di Ebru Timtik dichiarando che era “in salute” e perfino la Corte Costituzionale aveva negato, qualche settimana fa, la scarcerazione. Con Timtik in sciopero della fame c’era anche il suo collega Aytaç Ünsal, anche lui incarcerato, che con un filo di voce dal letto di ospedale ha detto di essere ancora più convinto di quello che sta facendo e della sua lotta, che vorrebbe che la battaglia di giustizia continui, anche lui è in pericolo di vita. Sono 18 gli avvocati condannati per un totale di 159 anni, un mese e 30 giorni di reclusione: tra le accuse nei loro confronti c’è anche quella di avere parlato con i loro clienti. Accusati di avere fatto il proprio lavoro. I testimoni del processo erano tutti anonimi e in carcere, evidentemente ricattabili. A maggio tre musicisti membri del gruppo Grup Yorum, anche loro accusati di terrorismo, si sono lasciati morire d’inedia per protestare contro Erdogan.

È una notizia enorme, enorme per l’altezza del pensiero di chi muore per degli ideali ancora nel 2020, qui vicino a noi, in un Paese con cui tutta Europa briga fingendo di non vedere, ed è enorme perché è una lezione di difesa della giustizia anche di fronte alla legge. Morti di fame per difendere i propri diritti, sembra una storia che arriva dal secolo scorso. Durante il funerale di Ebru Timtik sono stati sparati lacrimogeni contro i giovani che vi partecipavano.

Accade qui, vicino a noi. Lo sentite questo fragoroso silenzio?

Buon lunedì.

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Erdogan e il cinghiale surgelato

Due sardi, di Sorso, sono fermi in mezzo alla strada provinciale 90 che porta a Tempio, in mezzo alla careggiata. La loro utilitaria ha il muso danneggiato e riverso in mezzo alla strada c’è un cinghiale, morto. Un investimento come ne accadono molti da quelle parti (in Gallura ci sono almeno una sessantina di casi segnalati) e che solitamente si risolve con un risarcimento per sinistri provocati da selvaggina vagante.

I carabinieri della stazione di Luogosanto, lì vicino, intervengono sul posto ma hanno qualche sospetto sull’incompatibilità delle ferite sull’animale e i danni dell’auto. Decidono di approfondire e chiamano un veterinario per un consulto: il medico si accorge che le interiora del cinghiale sono ancora surgelate. In sostanza i due automobilisti hanno scongelato il cinghiale e piuttosto che una lauta cena hanno deciso di apparecchiare un finto incidente per accaparrarsi i soldi dell’assicurazione.

Sembrava qualcosa che non era, è bastato approfondire (andare a fondo in questo caso significa controllare gli organi interni) per accorgersi dell’errore di sensazione e di interpretazione.

Il cinghiale congelato di queste ore è Erdogan, sultano illiberale e antidemocratico di una Turchia che per anni ci hanno proposto come nazione degna di stare in Europa e di essere trattata come se fosse un Paese da prendere sul serio. Non contano le interiora che ci parlano di opposizioni interne silenziate con la violenza, di giornalisti censurati e di rifugiati che vengono trattati come bestiame. Da fuori il cinghiale Erdogan all’Europa è sembrato un ottimo modo per bloccare l’immigrazione in Europa ed è piaciuto così tanto che hanno deciso di pagarlo lautamente.

Ma nelle interiora della Turchia c’è una violenza che non è una novità e che non sta solo nella guerra di questi giorni contro il popolo curdo: la democrazia di Erdogan è surgelata da tempo, bastava avere voglia di guardare più in fondo.

Buon lunedì.

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Apriamo noi i nostri teatri agli artisti turchi

La bella idea del Teatro Piccolo di Milano raccontata da Anna Bandettini:

“Apriamo le porte agli attori e ai registi turchi”, dicono rivolti ai teatri europei, “ospitiamo tutti i loro spettacoli”. Inoltre chiedono al Parlamento europeo una pubblica dichiarazione in difesa della libertà della cultura, come unica radice e prospettiva per l’Europa. E proprio a questi valori il Piccolo Teatro dedicherà gli appuntamenti del settantesimo compleanno, il prossimo maggio. “Alla censura di Erdogan bisogna rispondere con gesti concreti”, dichiarano Sergio Escobar e Stefano Massini, rispettivamente direttore e responsabile artistico del primo teatro pubblico italiano da dove è già partita la lettera per i teatri tedeschi, inglesi, francesi, ungheresi… raccolti nell’Ute, Unione Teatri d’Europa, e la richiesta all’Unione Europea di una condanna chiara e netta contro la decisione del governo turco di mettere al bando autori e artisti occidentali, da Shakespeare a Brecht, da Goldoni a Dario Fo fino allo stesso Massini, perchè “rischiosi” e “contrari ai valori del sentire comune”.
Sono queste le inquietanti parole recapitate proprio allo scrittore e drammaturgo fiorentino. “Da mesi ero in contatto con un traduttore e agente per la messa in scena di mie opere in Turchia – racconta Massini- Erano stati individuati quattro miei testi e proposti al Teatro Nazionale turco e ad altri teatri pubblici, Lehman Trilogy sulla crisi economica del 2009, Credo in un sol odio che parla delle tensioni israelo-palestinesi , 7 minuti su questioni del lavoro e Donna non rieducabile sull’assassinio della Politovskaja. Pochi giorni fa invece ricevo una mail in inglese del mio agente, di cui preferisco non dire il nome per non metterlo nei guai, il quale mi scrive che alla luce di una nuova presa di posizione sugli autori stranieri, i teatri finanziati dallo Stato da ora in poi devono occuparsi solo ‘di autori e testi legati all’identità turca, alla lingua e ai valori locali, che preservino l’eredità e le tradizioni del popolo turco’. E, testuali parole, per questo si declina ogni interesse per le mie opere ritenute “pericolose per l’ordine pubblico’, e ‘contrarie ai valori del sentire comune’ ”. Non solo: nella mail l’agente fotografa una situazione drammatica: “potenzialmente i teatri privati potrebbero rappresentare autori occidentali, scrive, ma in realtà hanno anche loro le mani legate” .
“Parole che fanno venire la pelle d’oca, evocano i periodi più bui del secolo scorso”, dice Escobar. E Massini: “Sono stato rappresentato in Algeria , in Marocco, ma è la prima volta che mi succede una simile cosa. Da autore mi vien da dire che ci eravamo illusi di aver lasciato alle spalle un mondo di steccati, muri, cortine di ferro. Torniamo all’autarchia dei regimi totalitari”.

(l’articolo è qui)

Il patetico Erdogan

Non c’è nulla di più patetico del potere che ha bisogno di farsi prepotente per riuscire a governare perché non ci riesce semplicemente seguendo le regole. Recep Tayyip Erdogan è in questo momento il paradigma del potere in tutte le sue peggiori storture, fatto di bile e vendetta (grottescamente legittimate da un propizio fallito colpo di Stato) aggrappato a una proiezione di se stesso che rasenta l’iperbole. Il fatto è che qui non c’è niente da ridere: nonostante la posa da bullo Erdogan con la sua Turchia oggi tiene sotto scacco l’Europa grazie all’errore politico di chi ha deciso di usarlo come sacchetto dell’umido dell’immigrazione europea.

Erdogan intervistato da RaiNews 24 (a proposito: che bellezza vedere giornalisti non accomodanti sulle reti del nostro servizio pubblico) riesce in poche frasi a condensare l’impensabile tracotanza di chi crede di essere legge, sostituendosi alle leggi: “la vicenda dell’indagine su mio figlio a Bologna potrebbe mettere in difficoltà le nostre relazioni con l’Italia, che dovrebbe occuparsi piuttosto della mafia” ha dichiarato il leader turco, riferendosi anche ad una presunta timidezza da parte dell’Europa che non avrebbe sostenuto abbastanza il “ripristino della legalità” dopo il golpe fallito in Turchia.

Peccato che l’idea di ripristino di Erdogan passi attraverso la violenta censura degli organi di informazioni non allineati con una repressione che non ha nessuna parvenza di legalità né di democrazia. Il ripristino delle regole passa attraverso l’eliminazione degli avversari? Se Erdogan non è in grado di capire che la personalizzazione delle regole è incompatibile con l’idea di moderna gestione di un Paese non può essere considerato un interlocutore affidabile. La muscolarità è una deriva dei tronfi falliti.

(il mio editoriale per Fanpage continua qui)