Vai al contenuto

gentilezza

Un regalo: la comunanza

La comunanza è una chiave di lettura collettiva di persone che si riconoscono uguali in qualcosa. Sotto l’albero quest’anno vi auguro di trovarne un po’

La chiameremo comunanza anche se è una parola che si è impolverata parecchio in questi anni di verbi ipermuscolari, di termini affilati per tagliare i pochi caratteri dei social e di aggettivi sempre magniloquenti e turbo per dopare il dibattito. Comunanza invece è una parola mite come la presa di coscienza collettiva, che non è mica arrendevole anche se quest’anno ha avuto la tentazione di arrendersi spesso. La comunanza è una chiave di lettura collettiva di persone che si riconoscono uguali in qualcosa: pensiamo che sia il virus, no, non è così semplice, non è così immediato, non è così superficiale.

Sotto l’albero quest’anno vi auguro di trovare un po’ di comunanza, anche una fetta sottile, da dividere come si dividono il pane quelle comunità che vivono degne perché rifiutano e allontanano gli ingollatori, li giudicano indegnamente avari per potere essere membri della comunità.

Abbiamo la comunanza di paure. Ed è un collante straordinario la paura. Pensa se sotto l’albero trovassimo la forza e la lucidità di riconoscersi spaventati per elaborare, ognuno con l’esperienza del proprio spavento, una strategia comune per riconoscere le paure, riconoscerne la dignità e per prendersene cura. Pensa se sotto l’albero trovassimo un vocabolario contrario a quello di chi usa e ha usato le paure per esacerbare gli animi e invece trasformassimo le paure in un’occasione di nobiltà e di gentilezza. La comunanza di paure genera mostri oppure costruisce comunità.

Abbiamo la comunanza di affetti da manutenere difficoltosamente. E quest’anno potremmo avere in regalo l’occasione di capire che gli affetti per sbocciare dignitosamente e per essere innaffiati hanno bisogno di capacità di spostamenti, di avere gli strumenti per poter dire che “andrà tutto bene” perché la frase da sola è uno slogan che non salva nessuno. Gli affetti hanno bisogno di un futuro possibile. Ce ne siamo accorti: il diritto all’affetto non è il diritto all’abbraccio (rifiutarlo può essere una premura) ma è il diritto ad esercitarlo con dignità. Questo Natale non mancheranno i cenoni, mancherà per molti la possibilità di dirsi che sì, ce la faranno.

Abbiamo la comunanza di sperare nel lavoro. E nel lavoro non ci si dovrebbe sperare in un Paese normale. I diritti quando mancano mancano come manca l’aria e ora il reddito spaventa anche chi aveva il lusso di non interessarsene. È una comunanza dolorosa ma su cui si potrebbe costruire uno scenario diverso se non fossimo qui ad accapigliarci per i chilometri da percorrere.

Abbiamo la comunanza della dignità della malattia. Erano così meno i malati che i loro diritti sembravano una fissazione per pochi e invece ora sono diventati terribilmente popolari, tragicamente popolari. Pensa che regalo se ora diventassero un chiodo fisso per molti.

Ecco questo Natale vorrei che la comunanza trovata sotto l’albero non si disperdesse e diventasse lei, lei sì, virale davvero. Pensa come cambierebbe tutto.

Buon venerdì.

L’illustrazione in alto di Fabio Magnasciutti è una delle opere che compongono il calendario 2021 di Left. Lo trovate in edicola fino al 7 gennaio in allegato al numero 52 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Muri. Di gentilezza

No, niente primarie per oggi. Ne abbiamo di mesi davanti per parlare di quelli. Complimenti segretario. Ora, come nella celebre scena del film di Nanni Moretti, per favore dica una, almeno una, una soltanto, una cosa di sinistra.

Mi interessano di più quelli che chiamano i “walls of kindness”, ovvero “i muri della gentilezza” che secondo alcuni dati statistici si stanno moltiplicando a una velocità impressionante. Si tratta di muri qualsiasi, sui quali la gente lascia in dono i propri abiti che non usa più e altro materiale che può ritornare utili a chi ne ha bisogno. Una sorta di caffè sospeso che però tratta articoli diversi (cappotti, coperte, ombrelle, giubbotti.

Il primo muro della gentilezza non poteva che nascere in un Paese in cui vivere è un mestiere difficile:  in Iran nel 2015 nella città di Mashad alcuni ragazzi hanno pensato di lasciare i propri indumenti non utilizzati per i più poveri e cenciosi. Che meraviglia.

Ma l’iniziativa è arrivata anche in Italia, grazie ai ragazzi del liceo Marymount e degli scout all’interno della sede dell’AMA di Roma. Poi ce n’è uno in Svezia, dove addirittura il muro è stato costruito apposta a forma di cubo e la Caritas a Monza e a Cerreto Sannita (Benevento).

Voi appendete quello che non serve e uno sconosciuto gira più caldo per la città, grato a uno sconosciuto. Una sorta di vitalità della bontà, un virus che farà parecchio incazzare i cattivisti di questo tempo. Tanto che l’iniziativa si è divulgata perfino in Medio Oriente e addirittura nella lontana Nuova Zelanda.

Grumi di umanità che invertono gli usci dei muri che ne vorrebbero fare i sovranisti. Ed è questo che è bellissimo: le cosiddette razze umane hanno sentito, a migliaia di chilometri di distanza, il bisogno di riprendere l’iniziativa. Ora basta trovare il capo del filo rosso che fa tutto il giro del mondo e il gioco è fatto. No?

Buon lunedì.

L’articolo Muri. Di gentilezza proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/03/04/muri-di-gentilezza/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il fascino discreto della gentilezza

(Un interessante pezzo Marco Belpoliti su Repubblica)

Paterson abita a Paterson ed è un autista di autobus. Scrive poesie su di un taccuino. Il protagonista dell’omonimo film di Jim Jarmusch è cortese con tutti, anche se a tratti attonito e quasi assente. Lo è con Laura, la sua compagna, con il bulldog inglese che porta a passeggio, con gli avventori del bar dove beve la birra serale, con i passeggeri del bus, con una bambina incontrata per strada. Sembra possedere quella che una psicologa, studiosa della cortesia, Giovanna Axia, ha definito la «capacità di far star bene gli altri».

Non si arrabbia neppure quando il cane fa a pezzi il taccuino delle sue poesie sbriciolandolo letteralmente. S’intristisce soltanto e va a sedersi sulla sua panchina preferita, là dove ha scritto alcune delle poesie migliori (le poesie citate nel film in realtà sono di Ron Padgett, poeta laureato americano). Su quella panchina prende posto anche un giapponese, pure lui poeta. Con la sua gentilezza il nipponico lo indurrà a ricominciare a scrivere donandogli un quaderno.

Il successo di Paterson segna il ritorno della cortesia come qualità apprezzabile? Non c’è solo questo film, ma anche un piccolo libro apparso da poco: Cortesia. Pratiche di gentilezza quotidiana.

L’ha scritto Elio Meloni (Claudiana, pagg. 104, euro 8), insegnante, pedagogista, formatore. Meloni cerca di dare voce a una celebre frase di San Paolo, che ammoniva di far uscire dalla bocca parole buone piuttosto che cattive, «parole che possono giovare a quelli che ascoltano». Una definizione indiretta di cortesia, perfettamente in linea con la cultura cristiana fondata sulla caritas, che ha trionfato per secoli, guerre a parte.

Oggi sembra prevalere l’opposto: odio, risentimento, rancore. Queste emozioni sembrano dominanti nelle nostre società, e non solo in quelle occidentali. Lo psicoanalista inglese Adam Phillips ha sostenuto in un libro pubblicato qualche tempo fa insieme con la storica Barbara Taylor, Elogio della gentilezza (Ponte alle Grazie), che a partire dal secolo XVI il comandamento cristiano «ama il prossimo tuo come te stesso» ha subito un attacco mortale da parte dell’individualismo moderno.

A partire dal Leviatano di Hobbes la generosità cristiana è stata liquidata come un assurdo psicologico, un segno di debolezza, una virtù da perdenti. Dopo due secoli siamo diventati tutti seguaci del filosofo inglese?

Lacan con il suo solito sarcasmo ha suggerito che il dettato cristiano di amare il prossimo come se stessi doveva essere ironico, dal momento che le persone odiano se stesse. Meloni nel suo volume suggerisce di compiere una serie di esercizi, che contrastano “la guerra di tutti contro tutti”; sono piccole pratiche quotidiane, alcune delle quali nel solco della tradizione buddista, proposte dal monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh.

La cortesia non è solo una faccenda occidentale, per quanto la parola che la definisce provenga dal mondo feudale, prima, e rinascimentale, poi: l’amor cortese dei poeti provenzali e stilnovisti e Il Cortegiano di Baldassar Castiglione. Nella filosofia confuciana c’è infatti il “li”, termine che indica buone maniere, riti e cerimonie che hanno come scopo il comportamento rispettoso. Una delle ipotesi da cui parte Axia nel suo libro ( Elogio della cortesia, il Mulino) è che la cortesia sia sociale e non morale, poiché «offre rotte sicure di navigazione nei mari sociali, rotte interessanti, divertenti e a volte proficue».

La cortesia non sarebbe altro che il sorriso espresso con le parole. Chi è gentile e cortese sa mettere da parte i propri desideri e la propria posizione sociale a favore del benessere reciproco. Senza dubbio la cortesia fa piacere e genera socialità. Due secoli fa Goethe nelle Affinità elettive ha scritto: «Non c’è segno esteriore di cortesia che non abbia una profonda base morale (…) C’è una cortesia del cuore che è vicina all’amore. Da essa la più conveniente cortesia del comportamento esteriore deriva».

Origine sociale o morale? Alla cortesia si è educati, ma occorre anche un’inclinazione d’animo. Non è facile mettersi nella testa degli altri, capire cosa pensano, desiderano o vogliono. L’empatia è una dote, oppure un risultato raggiunto con l’esercizio? Paterson fa proprio questo, o almeno così ci fa credere Jarmusch: è empatico. Tuttavia a tratti nel film appare uno stordito, più assente che presente, più preso dai suoi pensieri — la poesia — che da quelli degli altri, compresa la donna che ama. Adam Phillips si è avventurato nelle cantine della gentilezza, e ha provato a far luce lì per capire su cosa si fondi davvero la cortesia. La sua tesi, derivata da Freud, è che sarebbe il nostro egoismo, la mancanza di affetto e di riguardo, a rendere possibile il desiderio, mentre la gentilezza appare la maniera per interrompere il desiderare.

La cortesia opposta al desiderio? Sembrerebbe di sì. Per gli psicoanalisti post-freudiani le cose riguardanti la cortesia e la gentilezza appaiono complicate. Donald Winnicott, ad esempio, ritiene che l’aggressività, opposta alla cortesia, possa essere in qualche modo una forma di amorevolezza, ovviamente quando non è cieco furore generato da un’umiliazione.

Non l’odio, ma piuttosto il sentimentalismo e la nostalgia, scrive Phillips, sono i veri nemici della generosità, da cui nascerebbero cortesia e gentilezza. Per quanto la pratica psicoanalitica istituita da Freud serva a mettere a nudo i nostri imbrogli e i nostri conflitti riguardanti la gentilezza d’animo, Phillips, curatore delle opere di Freud e autorevole autore di libri, sostiene che per la psicoanalisi la gentilezza e la cortesia restano un enigma all’interno dell’evoluzione umana. Di sicuro per lui appare opposta al desiderio.

Compreso quello sessuale? Jarmusch non ci fa vedere Paterson mentre fa sesso con la sua compagna. Ce li mostra a letto, visione dall’alto, al mattino, un giorno dopo l’altro. Una volta lei è persino nuda tra le lenzuola. Lui afferra l’orologio, guarda l’ora — le sei e un quarto —, la bacia teneramente e va a lavorare. Sta pensando alla poesia, come un poeta provenzale.

Scrive poesie, molte d’amore. Ma senza mai fare l’amore. Che abbia ragione Phillips con le sue teorie freudiane?

La gentilezza è rivoluzionaria

È successo una decina di giorni fa: a San Giorgio Liri, paese frusinate tra i monti Aurunci, stavamo tenendo la piazza per un incontro sul prossimo referendum costituzionale. Una della tante serate di politica che si ripetono in questi giorni negli spiazzi ancora temperati d’estate: un tavolo, microfoni, qualche bottiglietta d’acqua naturale, la bandiera di un partito o di un comitato intovagliata cadendo di fronte al pubblico e un angolo che diventa palco lì dove c’è più luce. Bene o male questo referendum ha moltiplicato le riunioni all’aperto che coltivano il fare comunità: bene o male questo referendum ha sbriciolato il rarefatto talk show nel più nobile “parlarne insieme”.

Una serata che si svolgeva come spesso succede tra lo snocciolare i nodi critici, i dubbi e le proposte. A vederla fino a qui sarebbe sembrato tutto normale. Fin qui.

Poi all’improvviso un anziano signore con passo lento benché sicuro si è avvicinato con una scatola in mano e il viso gentile. Portava caramelle all’anice e uno a uno ha preso a offrirle a tutti. Tutti: scivolando tra le file come il cestino delle offerte in chiesa ha guardato tutti diritti negli occhi. «Caramella?». Solo questo diceva. Si è avvicinato anche al tavolo dei relatori: cosa volete che gliene freghi dei palchi e dei confini immaginari a chi s’è preso la briga di scendere così tardi da casa per sapere se qualcuno volesse una caramella.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Elogio della gentilezza (Left: cosa ci abbiamo messo dentro questa settimana)

1Gli affezionati che seguono questo piccolo blog sanno come da qualche settimana io abbia in testa il tarlo del “quando abbiamo smesso di essere buoni”. Ne ho scritto qui e qui e anche in redazione abbiamo avuto modo di interrogarci.

Per questo penso che il numero di Left in edicola da oggi sorprenderà i miei lettori per il tema in copertina: “elogio della gentilezza”.

Ho avuto modo di parlarne per la storia di copertina con Cecilia Strada, presidente di Emergency, e mentre parlavamo di buoni e buonisti abbiamo finito anche per riflettere sulla sinistra. Nello stesso numero ho intervistato anche Fabio Rustico, ex giocatore dell’Atalanta, ex assessore al Comune di Bergamo e calciatore “atipico” per cultura, istruzione e prese di posizioni. Oggi è finito a gestire un’azienda agricola che si occupa di biodinamica a Pantelleria

Per il resto trovate tutto qui

(PS Siamo in dirittura d’arrivo del nostro crowdfunding per il mio prossimo spettacolo e libro. Se volete darci una mano potete farlo qui. E passatene parola. Se potete e se volete. Grazie.)

Che splendore il coraggio di essere buoni (e gentili)

10903292_582351018575768_1196153856_nQuando ne avevo scritto ieri (qui) era già qualche giorno che pensavo a com’è triste un Paese che trova fuori moda essere buoni e, giustamente mi hanno fatto notare, anche essere gentili. L’esplosione di risposte nei commenti e che mi sono arrivate via mail conferma comunque che ci vuole coraggio oggi ad essere buoni perché significa essere controcorrente. E questa corrente (quindi cattiva) noi l’abbiamo lasciata scavare per anni senza nemmeno accorgerci che si ingrossava ogni anno di più, ad ogni alzata di tono dei politici, ad ogni sparata di pseudointelletuali e dopo ogni risultato di pubblico per la rivisitazione (culturalmente pericolosissima) di eroi negativi, sì, ma meravigliosamente negativi. E come mi scriveva qualcuno di voi non stupisce vedere quanto alcuni temi (come l’immigrazione ma non solo) risultino comodi a chi piuttosto che preoccuparsi della propria inumanità si è impegnato a scovare una buona scusa che ovviamente gli è stata servita su un vassoio d’argento da politici avvoltoi.

Eppure la forza delle persone buone (che come giustamente mi hanno  segnalato vengono scambiate per “sprovvedute”) è la vera rivoluzione culturale e politica (nel senso più ampio) che potrebbe segnare un significativo cambio di passo per questo Paese.

Ma come hanno seminato il culto della cattiveria? Certamente lavorandoci ai fianchi per renderci il più possibile acritici e quindi malleabili (e la scuola, la scuola, la scuola ha un ruolo fondamentale in questo percorso); inoltre una qualità che sempre più spesso è valutata solo sui risultati (e quindi quantità e qualità diventano solo confuse sorelle omozigoti) ha trasformato la meritocrazia in “quanticrazia”, in produttività a tutti i costi: è stato quindi facile incensare gli eticamente “spericolati” e duri che spremono risultati migliori.

E hanno ragione quelli che mi scrivono che oggi alla fine buono è un sinonimo di buonista. Anzi: difficilmente si scrive dell’essere buono quanto piuttosto ci si accusa di “fare” i buoni. Essere buoni non è un opzione praticabile. E l’argomento secondo me è ricco, ricchissimo e per questo vi sto leggendo tutti e ad uno ad uno sto rispondendo alle vostre mail. Potete rispondere nei commenti o scrivendomi qui.

Chissà che non ne venga fuori qualcosa. Credo proprio di sì.

PS Siamo in dirittura d’arrivo del nostro crowdfunding per il mio prossimo spettacolo e libro. Se volete darci una mano potete farlo qui. E passatene parola. Se potete e se volete. Grazie.

Da quando essere buoni è passato di moda

gentilezza_bTra le trasformazioni spaventose di questi ultimi anni c’è questa devozione (nemmeno poi tanto più nascosta) per i cattivi. La cattiveria è diventata sinonimo di coraggio, ingrediente fondamentale del buon condottiero e nel mentre l’esser buoni è stato assorbito come cessione alla debolezza. In pochi ci hanno fatto caso, tra analisti ed editorialisti, che oggi in Italia essere buoni significa essere colpevoli, molli, disinteressati, apatici, non all’altezza e alla fine una virtù ormai è considerata (più o meno consapevolmente) un vizio. Sto preparando in questi giorni una raccolta di pensieri e scritti per analizzare esattamente quando e per cosa la bontà qui da noi abbia cominciato a degradarsi e anche la gentilezza sia diventata (per molti) una flemma dannosa. Se avete qualche idea in proposito potete scrivermela qui sotto o al mio indirizzo mail qui.

Intanto, da parte mia, continuo sempre di più ad innamorarmi dei buoni e dei secondi.