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l’aquila

Rimuovere De Berardinis, almeno quello

Faccio mie le parole del Comitato Possibile “Leone Ginzburg” L’Aquila:

«Sapere della inquietante presenza di Bernardo De Bernardinis nel Comitato nazionale operativo della Protezione civile è un’indecente vergogna che il governo deve cancellare immediatamente. Ex vice capo del Dipartimento e numero due di Guido Bertolaso, De Bernardinis è stato condannato a due anni per omicidio colposo e lesioni a causa del disastro de L’Aquila, condanna resa definitiva nello scorso novembre dalla Corte di Cassazione.

Lo stesso è, peraltro, tuttora presidente del consiglio di amministrazione di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. E anche in questo caso si dovrebbe seguire la medesima decisione immediata.

Si tratta di scelte da fare immediatamente per decenza e per rispetto ai tanti morti, ai feriti, e a tutta la popolazione colpita dal terremoto dello scorso 24 agosto e a quella colpita dal terremoto del 2009 a L’Aquila e relativo cratere sismico. Quella presenza in quel particolare organismo è l’ennesima ferita

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LEFT di questa settimana: cosa ci abbiamo messo dentro

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La direttora Ilaria Bonaccorsi presenta il numero in uscita domani in tutte le edicole:

Il 6 aprile di sei anni fa L’Aquila tremava. Sei anni dopo L’Aquila teme. Teme di non tornare più alla vita.

Siamo tornati nella città con la macchina fotografica di Stefano D’Amadio che per Leftha realizzato un reportage e con le parole di Angela Ciano che ci ha accompagnato tra i vicoli di un “non luogo” abitato da operai, tecnici, capocantieri. “I mangiapolvere”, come li chiama il professor Colapietra.

La ricostruzione delle facciate procede ma è una ricostruzione sbagliata. Perché ha allontanato invece di riavvicinare, di unire la cittadinanza dispersa nelle new town di berlusconiana fattura. «La ricostruzione ha un carattere antiquiario, non c’è recupero urbano e sociale. Non c’è più quotidianità a L’Aquila…» racconta il professore, memoria storica della città e testardo abitante del centro storico. «Non ho mai voluto abbandonare i miei libri e i miei gatti». Leggerete la sua storia e le parole di Fabrizio Barca intervistato da Raffaele Lupoli, unico ministro (della Coesione territoriale dal 2011 al 2013) ad aver lavorato ad una strategia per il recupero della città: da una ricostruzione “autoritaria” era necessario passare a un vero proprio piano di sviluppo “da dentro” che mettesse in connessione natura e centri di competenza. Ma Renzi latita, così come una nuova regia per la città.

E poi tanto altro, Milano e cosa resta degli arancioni dopo la rinuncia di Giuliano Pisapia; una lunga e ragionata intervista a Sergio Cofferati che non risparmia critiche all’attuale segretario Cgil e fa il suo in bocca al lupo alla Coalizione sociale di Maurizio Landini; il gioco dell’oca delle leggi sulle Unioni civili, tra rinvii e stop con ritorno al via e apparenti lieti fine.

Negli esteri Maziyar Ghiabi ci racconta le banlieu parigine dopo Charlie Ebdo, dove tra islamofobia e violenza nasce il Red star football club e poi Bosnia e Yemen, nuova polveriera del Medio Oriente. In cultura Piero della Francesca, scienziato-artista e la grande mostra a lui dedicata inaugurata a Reggio Emilia; le meravigliose immagini delle grotte di Latmos. L’intervista ad Edgar Reitz nella quale ci racconta la storia dell’Altra Heimat, quando nel XIX secolo i tedeschi erano costretti a migrare in cerca di fortuna e per chiudere la musica dei Negrita. Buona lettura!

L’Aquila abbandonata anche dalla mafia

Sulla mancata ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto in Abruzzo c’è un giudizio breve che vale più di mille parole del magistrato Olga Capasso nella relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia:

Come già evidenziato nella relazione dell’anno scorso, il problema delle infiltrazioni mafiose negli appalti per la ricostruzione in Abruzzo si è congelato. Le imprese colluse con la criminalità meridionale, ormai radicatasi anche in alcune regioni del nord, se ne sono andate dall’Abruzzo dopo aver imperversato per il primo anno dopo il terremoto del 2009 aggiudicandosi appalti vantaggiosi.

Infatti l’Aquila non è stata più ricostruita, i cantieri hanno chiuso senza che se ne aprissero altri, e ad eccezione della ristrutturazione dei condomini privati la città sembra dormire tra le sue macerie. Mancano i fondi e quindi l’affare non è più vantaggioso, e dove non c’è profitto la mafia lascia il campo libero.

L’amianto sulle macerie: L’Aquila muore ancora

[scritto per Il Fatto Quotidiano]

Oggi il mio spazio lo voglio lasciare a Samanta Di Persio. Samanta è scrittrice e curiosa come dovrebbero essere tutti gli scrittori e attenta da sempre a L’Aquila e la sua (presunta) ricostruzione. Oggi Samanta scrive di ricostruzione e di amianto:

Il terremoto, l’incuria dell’uomo a L’Aquila hanno provocato 309 vittime. Quella notte decine di palazzi si sono sbriciolati su loro stessi, tanti sono rimasti lesionati. La maggior parte dei quartieri periferici sono stati costruiti intorno agli anni ‘70/80 e in questo periodo venivano utilizzati manufatti in amianto. Il pericolo sorge quando c’è  aerodispersione perché può comportare un rischio cancerogeno e la dispersione di fibre in aria può verificarsi in caso di degrado e/o in caso di disturbo dei manufatti contenenti amianto. Con queste premesse in Italia, paese sismico, dovrebbe esserci una manutenzione, o meglio una bonifica, di tutti quei fabbricati pericolosi per la salute dell’uomo. Ma, qualora venga fatto, non è sufficiente mettere in sicurezza, confinare i materiali contenenti amianto o bonificare gli edifici rimuovendoli, occorre anche smaltire correttamente i rifiuti prodotti. A L’Aquila da mesi si demoliscono palazzi con evidenti parti in amianto: comignoli, tettoie, tubi ecc., e non viene effettuata nessuna bonifica, infatti dalle foto è possibile vedere come fra le macerie vi siano manufatti di amianto. Casale Monferrato ci insegna che l’amianto uccide dopo anni rispetto alla sua inalazione, che anche chi non aveva mai lavorato all’Eternit si è ammalato di mesotelioma pleurico perché un trenino, contenente amianto, dalla stazione raggiungeva lo stabilimento attraversando il centro di Casale. L’Aquila e tutti i paesi del cratere, dove si stanno facendo demolizioni o si dovranno fare, sono a rischio amianto. Ci potrebbe essere una soluzione? Esiste un documento elaborato nel 2011 da Laura Palmas e Sabrina Romano (dell’istituto ENEA), validato dalla Commissione Consultiva Permanente per la salute e sicurezza sul lavoro nella seduta del 30 maggio 2012, sul  tema della pianificazione della manutenzione dei manufatti contenenti amianto (MCA). In questo documento è prevista la figura del responsabile per il controllo e la manutenzione dei MCA che deve:

  • monitorare lo stato di conservazione dei MCA;
  • autorizzare espressamente eventuali interventi sui MCA onde evitare i rischi derivanti dal disturbo dei materiali suddetti: gli esiti delle indagini di monitoraggio devono essere trasmessi agli occupanti degli edifici interessati al problema, agli addetti alle manutenzioni, ad eventuali appaltatori esterni, e devono essere definiti specifici permessi di lavoro.
  • Nel caso che sia accertata la presenza di amianto, il proprietario dell’immobile e/o il responsabile dell’attività dovrà:
  • designare una figura responsabile con compiti di controllo e coordinamento di tutte le attività manutentive che possono interessare i MCA;
  • tenere unidonea documentazione da cui risulti l’ubicazione e lo stato di conservazione dei manufatti contenenti amianto;
  • porre idonei segnali di avvertenza sulle installazioni soggette a frequenti interventi manutentivi (caldaie, tubazioni, tramezzi) allo scopo di evitare che l’amianto venga inavvertitamente disturbato e quindi disperso in aria;
  • garantire il rispetto di efficaci misure di sicurezza durante le attività di pulizia, gli interventi manutentivi e in occasione di qualsiasi evento che possa causare un disturbo dei materiali di amianto;
  • predisporre una specifica procedura di autorizzazione per le attività di manutenzione: tutti gli interventi effettuati dovrà essere tenuta una documentazione verificabile;
  • fornire una corretta informazione agli occupanti dell’edificio sulla presenza di amianto nello stabile, sui rischi potenziali e sui comportamenti da adottare;
  • provvedere, nel caso siano in opera materiali friabili, a far ispezionare l’edificio almeno una volta all’anno (da personale esperto in grado di valutare le condizioni dei materiali), redigendo un dettagliato rapporto corredato di documentazione fotografica; copia del rapporto dovrà essere trasmessa alla ASL competente la quale può prescrivere di effettuare un monitoraggio ambientale periodico delle fibre aerodisperse all’interno dell’edificio.

Le regole esistono e sono molto ben definite, la domanda per il sindaco (pneumologo), per la Asl, per tutti gli organi preposti al monitoraggio dell’amianto, è: “Abbiamo perso una città e tanti concittadini, perché si continua a perseverare nell’errore di essere superficiali di fronte alla salute, la vita?”

L’Aquila: piangere pensando ai figli

Sulla sentenza per il terremoto de L’Aquila e per provare a tornare alle persone oltre alle cose vale la pena leggere il post del giornalista Giustino Parisse che in quel terremoto ha perso due figli:

Questo processo è stata una sconfitta per tutti. E’ lo Stato che ha condannato se stesso. Uno Stato che in quel 31 marzo 2009 aveva rinunciato al suo ruolo: quello di proteggere i cittadini per piegarsi alla volontà della politica che doveva mettere a tacere i disturbatori. E’ per questo che quello che si è svolto nel tribunale dell’Aquila non è stato un processo alla scienza. E’ stato piuttosto un processo a scienziati che di fronte al volere dei potenti dell’epoca hanno “staccato” il cervello e obbedito agli ordini. Oggi condannarli al rogo non serve. Io non lo faccio e spero che anche il loro tormento interiore _ che pure non ha nulla a che spartire con chi ha perso tutto _ venga compreso e rispettato. Le sentenze vanno sempre accettate e lo avrei fatto anche in caso di assoluzione. Per me dopo questa condanna che suona obiettivamente molto pesante, non cambia nulla. Ora assisterò a dibattiti senza fine sulla scienza condannata per non aver previsto il terremoto.

Io sono fra quelli che ha sollecitato l’avvio dell’indagine con un esposto. L’ho fatto perché volevo che quella vicenda (la riunione della Grandi Rischi) venisse scandagliata e approfondita in un’aula di tribunale: oggi, 2012, basta leggere i comunicati della Protezione civile per scorgere persino un eccesso di zelo come quando pochi giorni fa su Roma era stato previsto il diluvio universale. Ma è meglio così. Quando si tratta di fenomeni della natura soprattutto quelli che non sono prevedibili con certezza meglio allarmare che rassicurare. Se fosse accaduto anche all’Aquila che so, avrei passato qualche notte all’addiaccio ma la vita dei miei figli non si sarebbe fermata per sempre. Ho visto che nella sentenza si parla di risarcimenti. Sin dal primo momento ho detto che per la morte dei miei figli non voglio nemmeno un euro. Ci sarebbe un solo modo per essere risarcito per ciò che è accaduto: avere la possibilità di abbracciare di nuovo i miei ragazzi. E’ successo una settimana fa. Sognavo. Poi mi sono svegliato.

3.32 io non ridevo

L’Aquila è un cantiere infinito. Non finito nella crudeltà non espiata di un Paese che in alcuni pezzi della sua classe dirigente non è riuscito a scrollarsi di dosso la disumanità con cui ha affrontato quella notte. Gli sfollati sono 27mila, in attesa di tornare a casa. E 383 sono ancora ospiti degli alberghi. A tre anni dal sisma, a fronte dei tre miliardi investiti per l’emergenza, quasi il triplo, già stanziati, devono essere spesi per recuperare gli edifici danneggiati. Diecimila i cittadini che percepiscono l’assegno mensile di 300 euro. Poco più della metà degli abitanti sono tornati nelle loro case. Il Comune ha finalmente approvato il piano che dovrebbe portare al recupero degli edifici. Un documento che divide gli esperti: “Già subito dopo il sisma si poteva riparare le case che avevano subito piccoli danni”. Invece, si scelse la via delle ‘New town’ volute da Silvio Berlusconi. Oggi quartieri desolati, sganciati dal resto della città. I miliardi rimbalzano come palline in un box di plastica. E il tintinnio dovrebbe alleviare la tristezza di questo terzo anniversario del terremoto (6 aprile 2009: morirono 309 persone a L’Aquila e in una cinquantina di comuni abruzzesi). Dovrebbe, ma non è aria. Nella città di Collemaggio, delle Anime Sante, della Casa dello studente sbriciolata sui corpi di otto ragazzi, si fanno i conti. Sono 27 mila le persone, su 45 mila sfollati, che ancora non sono tornate nelle proprie case. Diecimila di queste vivono con un misero contributo mensile e si arrangiano da parenti e amici oppure pagano un affitto quasi da strozzo all’Aquila o altrove. Gran parte di quelle 27 mila persone abitavano nel centro storico, dove ha resistito il solo Raffaele Colapietra, lo storico ottantenne che non ha mai lasciato, con il suo piccolo esercito di gatti, la palazzina grigia sotto il Castello. “Adesso dovrò trasferirmi anch’io, qui cominciano dei lavori e vado in affitto”, dice il professore. E i gatti? “Verranno con me”. Un altro paio di famiglie, oltre ai gatti, fanno compagnia a Colapietra in tutto il centro storico. Per il resto c’era il deserto subito dopo il 6 aprile e tuttora c’è il deserto. C’erano le transenne e ci sono le transenne. C’era un silenzio cupo, rotto dallo scalpiccìo dei calcinacci sotto le scarpe. E c’è ancora. A metà marzo è stato presentato nei laboratori del Gran Sasso, uno studio realizzato dall’Ocse e dall’Università di Groningen, in Olanda. L’indagine, di cui ha scritto su Repubblica Riccardo Luna, sarà completata a dicembre (è stata finanziata dall’allora capo dipartimento dell’Economia, Fabrizio Barca, ora ministro, da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria). Compaiono indicazioni serissime sulla rinascita economica dell’Aquila e del cratere, sui settori che andranno sviluppati (la cultura, l’ambiente, le tecnologie). Ma ci sono alcuni passaggi che inquietano sia De Lucia che Iacovone: si auspica “un rinnovamento urbanistico” e la possibilità di modificare senza limiti l’interno degli edifici, salvaguardando, ma anche “migliorando”, solo le facciate storiche. E per questo si suggerisce un concorso internazionale di architettura. Incalza Iacovone, preoccupato che si perda altro tempo: “Che cosa fare nel centro storico lo sappiamo bene, sono competenze che noi italiani abbiamo reinventato e insegnato al resto del mondo fin dagli anni Sessanta.  Si devono fare progetti di restauro, di risanamento e di ripristino. Si può decidere che cosa salvare e che cosa no. Ma non si deve disegnare un tracciato urbano, quello c’è già da settecento anni. E poi questi palazzi settecenteschi sono costruiti intorno a dei vuoti, a dei pregiatissimi chiostri, non possiamo svuotarli ancora. E per farci che cosa? Dei falsi?”.
Repubblica pubblica un’inchiesta che è un brivido. Alle 3.32 noi non ridevamo. E oggi sembra che ci sia ancora poco per fare tornare un mezzo sorriso.