Vai al contenuto
Home » lombardia » Pagina 10

lombardia

Presepi e polemiche in Lombardia: non fatevi incastrare, il punto è come si spendono i nostri soldi


Presepi e polemiche in Lombardia. Se riusciamo a tirarci fuori dalla rissa innescata da questi sovranisti diventati ipercattolici negli ultimi mesi forse potremmo rimanere al merito delle cose: premiereste un amministratore di un’azienda con gravi crisi strutturali che investe 50mila euro per gli alberi di Natale nel vostro ufficio in cui manca la carta per fare le fotocopie? Sareste fieri italiani nell’avere un capoufficio che combatte contro l’ideologia del sushi mentre non avete carta igienica nel cesso aziendale? Affidereste un lavoro a un professionista che non ha tutti gli attrezzi ma indossa elegantissimi rosari?
Continua a leggere

Così la ‘ndrangheta voleva gambizzare un magistrato. A Biella.

La ‘ndrangheta voleva gambizzare il magistrato Ernesto Napolillo perché durante un interrogatorio aveva alzato la mano come se volesse percuotere un indagato. È la confessione fatta dal pentito Cosimo Di Mauro, condannato a 8 anni e otto mesi in primo grado nel processo Alto Piemonte. Dopo la pena inflitta dal tribunale di Torino, l’uomo, considerato una figura di spicco dei clan a Biella, nello scorso settembre ha detto ai pm della procura guidata da Armando Spataro che collaborerà “perché sono stufo e voglio cambiare vita”.

E il retroscena, contenuto nei verbali di interrogatorio depositati sabato al processo d’appello, è una delle prime ricostruzioni fornite da Di Mauro. Il pentito ha raccontato che gli venne chiesto di sparare contro il pubblico ministero e che lui rifiutò di gambizzare Napolillo, all’epoca sostituto procuratore a Biella, messo sotto scorta alla fine del 2014 e dal 2016 in servizio ad Ancona.

Di Mauro ha riferito agli inquirenti del capoluogo piemontese che a chiedergli il “favore” fu Giuseppe F., soprannominato Peppone, insieme a un suo amico. “Il pm Napolillo – è a verbale – lo aveva interrogato e gli aveva fatto il gesto di menarlo. Questa cosa Giuseppe non l’ha sopportata e mi ha chiesto se fossi stato disponibile a gambizzare il magistrato. In cambio mi avrebbe dato i proventi della vendita dell’unico bene che possedevano lui e l’altro, una villetta a Massazza, in provincia di Biella, salvo trattenersi 50mila euro per loro”.

Secondo la ricostruzione di Di Mauro, l’uomo avrebbe detto: “Ci fate il favore e gambizzate il pm e vi diamo questa villetta”. Ma lui rispose “che a me insegnano che giudici e carabinieri non si toccano”. Un quarto personaggio presente alla conversazione, però, secondo Di Mauro “si dichiarò disponibile”.

(fonte)

A proposito delle “eccellenze” di Trenord (e della narrazione leghista)

Un gran lavoro di Andrea Spaciari per Business Insider. Eccolo qui:

Da una parte perde 40.127.470 euro in 12 mesi a causa delle migliaia di treni soppressi; dall’altro elargisce centinaia bonus ad personam, ma solo ad alcuni dipendenti “indicati” dai vertici dell’azienda. È la surreale realtà di Trenord, la società ferroviaria posseduta al 50% da Regione Lombardia tramite la holding Ferrovie Nord Milano e Ferrovie dello Stato, alla quale il Pirellone il 10 gennaio 2015 ha prolungato senza gara – tramite una “scrittura privata” – il contratto di servizio fino al 31 dicembre 2020 per complessivi 2,55 miliardi di euro.

Un affidamento fortemente criticato dall’Anac di Cantone che nella delibera del 20 dicembre 2017 non ha ravvisato alcuna chiara motivazione di “economicità” a giustificazione della scelta di conferire quel ricco contratto senza gara.

Oggi i vertici della società sono indagati, insieme a quelli di Rete Ferroviaria Italiana, per il deragliamento del regionale 10452 a Pioltello del 25 gennaio scorso, costato la vita a tre passeggere e il ferimento di altre 46 persone.

Sulle cause dell’incidente – e sulle relative responsabilità – sta indagando la magistratura e non si può puntare il dito né su Trenord (proprietaria del treno e responsabile della sua manutenzione), né su Rfi (alla quale spetta l’onere della manutenzione dei binari).

Tuttavia, una cosa è certa: dopo l’incedente di Pioltello, l’attenzione mediatica ha reso evidente a tutti ciò che i pendolari urlano da anni: l’inefficienza del servizio offerto dall’azienda pubblica. La difesa d’ufficio sostenuta per anni dai politici regionali – i quali hanno sempre definito quello lombardo un sistema di trasporti d’eccellenza se paragonato quello offerto ai pendolari di Lazio o Campania – oggi non regge più. Dopo Pioltello, la tesi “comparativa” è miseramente crollata. È bastato sentire le storie di quanti percorrevano la tratta Cremona-Milano. L’ultimo lampante esempio di inaffidabilità, risale a mercoledì 8 febbraio 2018, quando il Milano-Bergamo delle 19:05 si è fermato per un guasto dopo cinque minuti dalla partenza da Centrale, e per tre ore ha tenuto “imprigionati” i passeggeri nelle carrozze senza elettricità né riscaldamento. Meno di un mese prima, invece, sempre alla stazione Centrale, un regionale diretto a Tirano fermo al binario 8 aveva preso fuoco per un cortocircuito al sistema di riscaldamento.

Ora però a corroborare il giudizio “empirico” dei pendolari, ci sono i numeri. Sono quelli contenuti in un documento interno dell’azienda che Business Insider Italia ha potuto visionare in esclusiva.

Un report segreto che elenca mese per mese il numero delle soppressioni di convogli; gli indici di puntualità dei treni; le condizioni di viaggio dei vagoni; le ricadute economiche sui conti di Trenord per i “posti non offerti” (calcolate dalla stessa azienda).

Dati e cifre che certificano performance inefficienti, lontane anni luce dagli standard previsti dal Contratto di servizio.

Ma vediamo cosa svela il documento: nel mese di gennaio 2018 (quello dell’incidente di Pioltello) su 1694 treni effettuati in media da Trenord ogni giorno, si sono verificate 59 soppressioni totali; 86 soppressioni parziali e 27 locomotori sono stati sostitutiti perché guasti.

E ancora: il 92,46% dei convogli è arrivato a destinazione con oltre sette minuti di ritardo, mentre quelli che hanno viaggiato con oltre 5 minuti di ritardo sono stati l’89,65%. Ben 29 treni hanno accumulato un ritardo maggiore ai 30 minuti, mentre 46 sono arrivati oltre i 15 minuti. Il tutto, calcola Trenord, ha causato la decurtazione di 5.731 posti ogni giorno (da qui i mancati guadagni). Tutto ciò è accaduto ogni singolo giorno di gennaio 2018.

Prendendo in esame l’intero mese, si scopre che sui 52.514 treni effettuati, ne sono stati soppressi totalmente 2.164, parzialmente 3.001, mentre i locomotori sostituiti sono stati 366, per una decurtazione totale di 177.655 posti, per un mancato guadagno – calcola l’azienda – di 2.086.947 euro. Tutti soldi (pubblici) andati in fumo per l’inefficienza del servizio.

Se guardiamo gli stessi dati riferiti a tutto il 2017, si scopre così che l’azienda pubblica non ha incassato la bellezza di 40.127.470 euro, a causa della soppressione di 2.539.713 posti a sedere. Solo a dicembre 2017, ha perso per strada 4,5 milioni; altri 4,5 li ha polverizzati a giugno, quando i treni (anche quelli nuovi) si fermavano a causa del caldo; ma l’amara ciliegina per i pendolari – e per tutti i contribuenti lombardi – è stato agosto 2017, quando l’azienda ha totalizzato “mancati guadagni” per ben 5.327.529 euro.

Il danno economico per le casse pubbliche è doppio, visto che a norma di Contratto di servizio, qualora su una determinata linea il 5% dei convogli non rispetti nell’arco di un mese l’indice di affidabilità previsto per ritardi e soppressioni, scatta il bonus per i pendolari, ai quali viene riconosciuto uno sconto sugli abbonamenti. Così Trenord, non solo non incassa non vendendo i biglietti dei treni soppressi, ma deve anche pagare le penali ai viaggiatori. Una continua emorragia di denaro pubblico.

Ma non è finita. Anche quei convogli che sono riusciti a partire e ad arrivare, non se la sono passata affatto bene (e di conseguenza anche i pendolari che trasportavano): su quei 52.514 treni di gennaio 2018, 18.476 hanno viaggiato con un guasto definito “medio” e ben 12.865 con un guasto “grave”.  Il 44% dei convogli ha effettuato servizio con una o più toilette guaste; 36 su 100 avevano una o più porte rotte; il 39% delle carrozze non è stata pulitaprima di entrare in servizio, mentre 31 treni su 100 hanno effettuato servizio con le “ruote sfaccettate”, cioè ovalizzate.

Quest’ultimo dato merita una parentesi anche in riferimento all’incidente di Pioltello: essendo Rfi controllata da Fs ed essendo Fs co-proprietaria di Trenord, è più che probabile che Rfi conosca i numeri del report che vi stiamo raccontando. Quindi parrebbe non essere una coincidenza che Ennio Amodio, il legale di Rfi nell’indagine sulla strage, abbia richiamato l’attenzione degli inquirenti proprio su una “possibile ovalizzazione delle ruote con la conseguente loro usura” tra le cause del deragliamento. Tradotto: Rfi sapendo che 31 treni su 100 di Trenord a gennaio hanno viaggiato con le ruote non in perfette condizioni, ha indirettamente invitato i magistrati a verificare se questa non possa essere una delle cause del disastro. Quando si dice l’amore tra partner industriali.

In generale, nel 2017 Trenord ha registrato 745.440 guasti, di questi 460.883 sono risultati “aggredibili” – e quindi risolti -, mentre gli altri 284.557 – tra guasti gravi e medi – sono risultati “non risolti”. Morale, i treni non hanno potuto circolare oppure hanno continuato a viaggiare in condizioni pessime.

Business Insider Italia ha chiesto a Trenord informazioni sui dati contenuti nel report. La risposta è stata che le cifre ufficiali dell’azienda sono quelle pubblicate sul sito di Regione Lombardia. Il problema è che i dati riportati dal Pirellone, sono quelli riferiti dalla stessa Trenord, visto che nel sistema dei controlli non è prevista un’entità terza che verifichi le performance del fornitore pubblico. Di fatto Trenord deve controllarsi da sola, comunicare poi a Regione Lombardia (sua proprietaria) se ha rispettato o meno gli obblighi previsti dal contratto di servizio, e infine il Pirellone, in base alle informazioni ricevute da Trenord, multa la società per eventuali inadempienze. Il tripudio del conflitto di interesse.

Dal report esce l’istantanea di una società inefficiente, con enormi problemi di gestione per i quali non riesce ad assicurare gli standard previsti di quel Contratto di servizio che aveva ottenuto senza gara. Una débacle frutto dell’insufficiente manutenzione su una flotta con età media assai alta, nonostante i 100 milioni di euro che ogni anno Trenord versa a Trenitalia e alla sua controllante Ferrovie Nord Milano per il noleggio di materiale rotabile. Una situazione che non migliorerà, nonostante la giunta di Roberto Maroni abbia proclamato che il Pirellone investirà 1,6 miliardi per acquistare 160 treni nei prossimi anni. La realtà è che a oggi Regione lombardia per l’acquisto di nuovi convogli ha messo a bilancio solo 26,5 milioni di euro per il triennio 2018-2020, gli altri soldi sono un annuncio.

Ci si aspetterebbe quindi che il management guidato dall’ad Cinzia Farisè sia quantomeno preoccupato della china della società e, soprattutto, che abbia in mente di tutto, tranne distribuire premi a destra e a manca. Invece non è così.

Cinzia Farisè amministratore delegato di Trenord. AGF

A dicembre 2017, un mese prima di Pioltello, «la società ha elargito tra i 100 e i 150 bonus “ad personam”, compresi tra gli 800 e i 2.500 euro, al di fuori di ogni accordo sindacale», denuncia Adriano Coscia, segretario regionale del sindacato Orsa. «E non è il primo anno che avviene questa elargizione ad esclusiva discrezionalità dell’azienda. Nello stesso ufficio c’è stato chi ha preso una cifra e chi un’altra, a parità di inquadramento e mansioni. Come sindacato non siamo mai stati coinvolti, tanto che ancora oggi ignoriamo quali siano stati i criteri di scelta dei beneficiari», conclude Coscia.

Non si tratta di una sorpresa, visto che già a inizio 2017 la consigliera regionale M5s Iolanda Nanni aveva sollevato la faccenda in Consiglio regionale con l’interrogazione 2870 del 2 gennaio 2017 dal titolo “Erogazione di premialità individuali effettuate da Trenord”. Anche allora si chiedeva conto dei soldi elargiti solo ad alcuni dei 4.100 dipendenti dell’azienda, secondo le libere volontà dei vertici di piazzale Cadorna, al di fuori di ogni accordo sindacale. Nanni aveva chiesto informazioni anche su 107 promozioni decise unilateralmente da Trenord. Nello stesso documento, la consigliera proponeva anche che i fondi utilizzati per i bonus andassero «non per la premialità ad personam o una tantum, ma per la manutenzione dei treni e per gli acquisti di materiali urgenti», e a titolo esemplificativo, ricordava come «i treni viaggiassero con i finestrini “pellicolati” poiché mancavano i vetri per riparali».

L’assessore regionale ai Trasporti, Alessandro Sorte, aveva risposto piccato qualche mese dopo: «L’attribuzione di assegni personali mensili ad personam è uno strumento, pur rientrante nel pieno del diritto dell’azienda, che mira a riconoscere e premiare prestazioni eccellenti e comportamenti virtuosi dei propri dipendenti». Aggiungeva inoltre che «le risorse economiche destinate a premi, promozioni e valorizzazione di dipendenti rientrano nel budget annuale destinato al costo del lavoro e che tali risorse non sono in alcun modo in contrasto con quelle destinate ad altri processi aziendali, quali ad esempio il processo manutentivo». Dodici mesi e un incidente ferroviario dopo, i bonus sono rimasti, così come i finestrini pellicolati.

Mica l’antagonista ma l’erede di Maroni

Se avete cinque minuti leggetevi Silvia Bianchi su Gli Stati Generali:

Ad ogni angolo della mia città, il volto di Giorgio Gori mi fissa da una miriade di manifesti che pubblicizzano la sua candidatura alla presidenza della Regione Lombardia con lo slogan “fare, meglio – libera la forza della Lombardia“.

A me, elettrice di sinistra che vorrebbe finalmente voltare pagina dopo decenni di governo della destra, cadono le braccia. Come è possibile che il “mio” candidato riproponga la retorica berlusconian-formigonianapiù stantìa, il solito elogio della proverbiale operosità lombarda e la consueta promessa di affrancarla dai “lacci e lacciuoli” che la ostacolano? E perché quel maglioncino blu, che evoca una deprimente sensazione di dejà vu?

La risposta è nella strategia politica che caratterizza il Partito Democratico dall’avvento dell’era renziana: il mimetismo, cioè il tentativo di vincere sottraendo consensi all’avversario che parte da una posizione di vantaggio. La sua realizzazione richiede un percorso piuttosto impegnativo e una buona dose di “pelo sullo stomaco”.

Il primo passo da compiere è conquistarsi la fiducia degli elettori dell’area politica del rivale, evitando di attaccarla e, anzi, riconoscendo in qualche misura i meriti dei suoi esponenti. Ecco come Gori racconta oggi la sua candidatura a sindaco di Bergamo, nel non lontano 2014: “era una città discretamente amministrata dal centrodestra, dove si viveva abbastanza bene. Ma era come seduta in quell’ “abbastanza” che a noi invece non basta“.  Ed ecco come si è recentemente espresso riguardo a Formigoni: “mi sento di riconoscere alla sua gestione una visione. Era portatore di un pensiero forte e di una visione chiara di marcia”; e ancora: “nei 18 anni in cui ha governato la Lombardia, Formigoni ha espresso un’idea forte della politica: lo Stato non deve soffocare la società ma deve favorire il suo fiorire”.

Lo step successivo è lasciar intendere che si condividono gli aspetti fondamentali del pensiero politico dell’avversario, ma sottolineare la sua incapacità di metterlo in pratica. Ad esempio, per Gori la riforma del sistema sanitario voluta da Maroni è apprezzabile nelle sue linee generali (del resto ha appena reclutatonella sua squadra quell’Angelo Capelli che a suo tempo ne fu relatore); è la realizzazione ad essere insufficiente e  l’impegno è di migliorarla: “manterremo noi le promesse di Maroni”, ha annunciato il candidato del Pd nel discorso di lancio della sua candidatura.

La tattica camaleontica si perfeziona poi accantonando con prudente disinvoltura le proprie posizioni politiche divergenti, per avvicinarsi a quelle del competitore. Per noi che apprezzavamo il Gori campione dell’accoglienza, che ben gestiva i richiedenti asilo in collaborazione con l’influente mondo cattolico della nostra città (e veniva per questo quotidianamente attaccato dalla Lega), è un’amara sorpresa vedergli liquidare il tema in un capitoletto del suo programma elettorale intitolato “Immigrazione, legalità, sicurezza” (una triade dall’inconfondibile sapore leghista) e sentirgli usare toni vagamente salviniani (“sperimentiamo percorsi di integrazione per chi rispetta le regole e ha voglia di lavorare, e per tutti gli altri esigiamo che si facciano i rimpatri assistiti“; “qualche cosa non funziona se importiamo braccia ed esportiamo cervelli“). I tempi della marcia “senza muri” di Milano sembrano ormai acqua passata.

Ma è quando l’avversario sta per segnare un punto importante a proprio favore che la “strategia mimetica” diventa sorprendente. Lo abbiamo visto quest’estate, quando Gori – già lanciato nella corsa alla Presidenza della Lombardia – ha annunciato il suo convinto sostegno al costosissimo referendum consultivo sull’autonomia voluto da Maroni: una mossa che ha contraddetto il suo precedente appoggio alla riforma costituzionale (di impianto decisamente centralista) e che ha stupito per la sua solerzia, ineguagliata persino dagli alleati del governatore leghista. Portare acqua al mulino della principale iniziativa politica del proprio rivale è una scelta inspiegabile se non, appunto, nella logica di provare ad appropriarsene.

E’ quindi chiaro che Giorgio Gori sta puntando a rappresentare sé stesso più come l’erede che come l’antagonista di Maroni. Agli elettori lombardi, che sembrano propensi a confermare l’amministrazione uscente, Gori promette di proseguirne l’opera con l’efficienza dell’imprenditore e il pragmatismo del sindaco: un pragmatismo che, purtroppo, noi bergamaschi conosciamo bene e che ci ha causato più di una delusione.

(continua qui)

Fuori dalle balle (della Lega)

Sono tanti i motivi per cui credo che votare al referendum leghista di Veneto e Lombardia sia un pessimo modo di legittimare una farsa. Tra gli altri, come scrive bene Stefano Catone qui, vale la pena smascherare qualche punto:

 

Se vince il Sì, «Regione Lombardia avvierà il percorso istituzionale per ottenere maggiore autonomia, vale a dire più competenze e più risorse, nell’ambito del cosiddetto RESIDUO FISCALE, ovvero la differenza tra le tasse pagate allo Stato e quanto lo Stato restituisce sul territorio».

Balle. La materia fiscale non è tra le competenze oggetto del referendum e non può neppure essere oggetto di referendum. Balle al quadrato.

Col voto elettronico si ha «la garanzia della segretezza e della sicurezza del voto».

Altra balla. Il voto elettronico offre scarse garanzie, che si riducono ai minimi termini se pensiamo che la società che gestirà le operazioni è la più screditata del mondo.

Siccome oltre venti materie non sono abbastanza e siccome – soprattutto – bisogna metterci un pizzico di immigrati, «La Lombardia intende altresì esercitare un’energica azione politica al fine di ottenere un’ancora più ampia competenza da declinare sul proprio territorio in materia di sicurezza, immigrazione ed ordine pubblico».

Falso. Sono competenze esclusive dello Stato. Da segnalare che Formigoni (ci tocca citare Formigoni, pensa te…), nel 2007, individuò dodici materie da portare al tavolo delle contrattazioni.

Dopo averci spiegato che cos’è il «RESIDUO FISCALE» (lo scrivono sempre in maiuscolo), dicono che «A seguito dell’esito positivo del referendum la Regione si propone di trattenere almeno la metà del RESIDUO FISCALE (vale a dire 27 miliardi) per finanziare le nuove competenze oggetto di trattativa con il Governo».

Il «RESIDUO FISCALE» non c’entra nulla, l’abbiamo già spiegato. Altra balla al quadrato.

Come si dice a queste latitudini «föra di ball», cara Regione Lombardia. Il referendum è uno strumento che deve stare saldamente nelle mani del popolo, perché questo possa rivendicare la propria sovranità, temporaneamente delegata. Se diventa uno strumento nelle mani del potere, allora il fine diventa plebiscitario, snaturando la natura stessa dell’istituto e svilendo l’importanza del voto.

Non partecipiamo alla farsa, lasciamoli alle loro balle.

 

(il post di Catone è tutto qui)

È sentenza: in Lombardia “c’è stato patto di scambio tra le cosche e la politica”. Così cadde Formigoni.

Parlano di “un patto di scambio” avvenuto “concretamente” tra l’ex assessore regionale Domenico Zambetti e Eugenio Costantino e Giuseppe D’Agostino come “referenti e portavoce di alcune importanti famiglie mafiose della ‘ndrangheta lombarda” le motivazioni della sentenza con cui il Tribunale lo scorso febbraio ha inflitto pene dai 16 anni e mezzo in giù (13,5 a Zambetti), nell’ambito del processo sulle presunte infiltrazioni delle cosche calabresi in Lombardia e sul voto di scambio. Nelle quasi 500 pagine il giudice Maria Luisa Balzarotti scrive che il “contraente” di Zambetti è una organizzazione criminale unitaria in cui sono federate le famiglie di ‘ndrangheta operanti in Lombardia”. Inoltre “tale compattezza e unitarietà che rende elevatissimo il potere criminale dell’associazione è nota a Zambetti, ed è ciò che gli garantisce di trarne dal negozio illecito l’utilità che si propone: quella cioè di ottenere un numero di voti, di tale entità da assicurare la sua elezione nella competizione per il rinnovo del consiglio regionale del 28-29 marzo 2010”.

Per il magistrato, che ha depositato le motivazioni sabato scorso, è “inequivocabile” che i due esponenti delle organizzazioni criminali, con “la collaborazione” di altre persone tra cui Ambrogio Crespi (fratello dell’ex sondaggista di Berlusconi e condannato a 12 anni, ndr), “hanno raccolto effettivamente i voti promessi a Zambetti(…) e di contro, l’assessore regionale, dopo una iniziale ritrosia, ha versato in contanti il corrispettivo precedentemente pattuito nelle loro mani”. Corrispettivo che, secondo l’accusa, sarebbe ammontato a 200 mila euro per circa quattromila voti.

Domenico Zambetti, l’ex assessore regionale tra le persone condannate lo scorso febbraio nell’ambito del processo sulle presunte infiltrazioni delle cosche calabresi in Lombardia e sul voto di scambio, “ha dato dimostrazione di essere pienamente consapevole delle capacità di intimidazione del gruppo criminale, al quale si è volontariamente e consapevolmente rivolto per reclutare i suffragi”. Lo scrive il giudice Maria Luisa Balzarotti nelle motivazioni della sentenza, sottolineando che “la particolare qualità del contraente di Zambetti- la federazione delle più importanti famiglie di ‘ndrangheta insediate nel territorio lombardo – sodalizio di cui è notorio il potere criminale e che ha esercitato in concreto (…) un condizionamento diffuso e fondato sulla prepotenza e sulla sopraffazione (…) rende evidente che l’accordo negoziale illecito non ha esaurito il proprio contenuto nello scambio di voti contro denaro, ma ha incluso l’impiego, presso gli elettori, del potere di condizionamento mafiosi”.

Per il giudice “Zambetti ha, consapevolmente, scelto quale contraente un tale terribile centro di potere perché puntava al bacino elettorale lombardo della ‘lobby calabrese’ e al consenso dell’intera consorteria. Un’indicazione di voto – si legge ancora – proveniente da tale sodalizio (…) che, in quanto tale, è sorretta dalla forza intimidatrice del vincolo associativo, al di là di atti di violenza o di minaccia, (…) avrebbe potuto consentirgli di conseguire nel bacino territoriale della Lombardia, in cui il sodalizio è ormai storicamente radicato, il quantitativo di voti propostogli”.

(fonte)

Il PD lombardo che vota con Maroni “per non lasciargli tutti gli onori”. E farà rivincere Maroni.

Non lo so. A me questa cosa davvero manda fuori di testa. Ne ha scritto Luigi Franco per Il Fatto Quotidiano:

Nemmeno il tempo di mettere alle spalle la batosta alle amministrative, che per il Pd in Lombardia se ne preparava già un altra. Quella al referendum per l’autonomia della Regione lanciato dal governatore Roberto Maroni e fissato per il 22 ottobre, in contemporanea con il Veneto. Batosta quasi certa, se si fosse puntato sul no o si fosse chiesto di non andare a votare per boicottare la consultazione. E allora ai sindaci di centrosinistra dei capoluoghi lombardi – tutti meno Pavia – non resta che schierarsi apertamente per il sì. Anzi, fondare addirittura un comitato per il sì. Una linea capeggiata dal primo cittadino di Bergamo Giorgio Gori e da quello di Milano Giuseppe Sala. Non che loro si siano contraddetti più di tanto, visto che in passato avevano fatto intendere che erano contrari al referendum (“uno spreco di soldi”), ma che se proprio si fosse dovuti andare a votare, avrebbero votato per avere più autonomia da Roma. Solo che ora la mossa dei sindaci non può che sconfessare quella che fino a ieri è stata la linea del Pd, sia in consiglio regionale che a livello nazionale. Con il segretario e consigliere lombardo Alessandro Alfieri e il ministro Maurizio Martina che hanno sempre sostenuto una cosa: fare il referendum significa buttare via milioni di euro, visto che gli stessi risultati si possono ottenere negoziando maggiori autonomie con il governo.

E invece ora il niet al referendum targato Lega è saltato. “L’autonomia e i beneficiper la crescita e il lavoro per tutti non possono essere strumentalizzati da una parte politica che ha isolato fino ad ora la Lombardia – hanno dichiarano in una nota congiunta i sindaci di Milano, Bergamo, Brescia, Varese, Lecco, Mantova, Cremona e Sondrio – Per questo diciamo un sì convinto e ci organizzeremo perché il referendum sia una vittoria di tutti i lombardi e non una bandierina di una parte”. E non è un caso che la nota sia arrivata dall’ufficio stampa di Gori. Perché il primo cittadino di Bergamo ha appena confermato la propria disponibilità a candidarsi per le prossime Regionali, in programma a primavera 2018 se non prima. E non ha proprio voglia di lasciare al possibile sfidante Maroni tutto il palcoscenico di una campagna referendaria, tanto più che la compagnia si avvia a probabile successo. E così, dopo i deludenti risultati dei ballottaggi, meglio lanciare subito agli elettori un messaggio chiaro sul referendum. Elettori, che tra l’altro, vanno informati bene, sostengono i sindaci di centrosinistra: “Sul tema del referendum – spiega Gori – i contenuti della propaganda leghista (volta a far credere che serva per trattenere qui decine di miliardi di euro) sono del tutto mistificatori e pertanto non condivisibili. Il Comitato per il sì, lanciato ieri dai sindaci lombardi, aperto alla partecipazione di tutti gli amministratori, è invece centrato sui ‘veri contenuti‘ del referendum (trasferimento di competenze dallo Stato alla Regione, per una maggiore autonomia della Lombardia)”.

Ed è proprio su questo aspetto che ha battuto il segretario regionale Alfieri, dopo che il comunicato stampa dei sindaci ha fatto in pochi istanti carta straccia di mesi di dichiarazioni impostate su un’altra posizione: “E’ un bene che i sindaci dei capoluoghi lombardi riportino il focus del referendum sulle competenze e sul regionalismo differenziato – dice Alfieri – I lombardi avranno a disposizione un’altra voce che non parlerà loro di fantomatici miliardi di euro ma di come rendere la Lombardia più forte e competitiva con maggiori poteri. Allo stesso tempo, rimaniamo convinti che sia un grave errore non aver trattato da subito con il governo e aver invece voluto indire un referendum che costerà ai cittadini lombardi 46 milioni di euro”. Pd regionale, dunque, che deve rifare la tara sul referendum. Così come, a sentire il sindaco di Milano Beppe Sala, deve ritararsi anche sulla presenza nei territori: “Non so quanto si sia dato il giusto peso alle amministrative, non so se i dirigenti del Pd siano andati in giro abbastanza a supportare i candidati – si è lamentato a ballottaggi da poco conclusi -. Salvini è stato più presente in campagna elettorale”.

Quanto al referendum, tra i sindaci dei capoluoghi lombardi del Pd, l’unico a distinguersi è quello di Pavia, Massimo Depaoli: “Ritengo che alcune materie non vadano trasferite alle regioni. Per esempio le diversificazioni regionali su ambiente e istruzione producono problemi”. Per il resto gli altri sindaci hanno portato il Pd ad allinearsi alle altre forze politiche: sì a maggiore autonomia. “Che confusione in casa dem”, è l’ironia di Maroni su Facebook. “Il Pd cambia rotta dopo la batosta elettorale – dice il capogruppo di Forza Italia al Pirellone Claudio Pedrazzini -. Hanno annusato l’odore della sconfitta e cercano di correre ai ripari”. Per chiudere con Andrea Fiasconaro del M5S: “In Regione non vogliono il referendum, ma i suoi sindaci voteranno sì. Il Pd regionale ha mentito spudoratamente sulle aperture del governo Renzi-Gentiloni per dare più autonomia e risorse alla Lombardia”.

Ma dove sono finiti tutti i difensori di Formigoni?

Se c’è un’immagine che può raccontare meglio di qualsiasi descrizione la corruzione di Roberto Formigoni basta cercare su Google l’immagine di una delle tante vacanze dell’allora presidente della Regione Lombardia. Il mare cristallino raggiunto con voli privati, le barche, gli occhiali da sole, il sorriso. Ma quelle vacanze, di cui il Celeste non mai stato in grado di presentare una sola ricevuta, venivano pagate con le mazzette, accumulate pazientemente dal faccendiere Pierangelo Daccò e l’ex assessore Antonio Simone.

Il governatore definito “spregiudicato” dai giudici, in cambio, garantiva alla Fondazione Maugeri e all’ospedale San Raffaele atti di Giunta che facevano ottenere alle due strutture rimborsi per prestazioni sanitarie che non avrebbero potuto ottenere altrimenti: circa 200 milioni per il solo istituto pavese. Ed era il governator ad avere “l’ultima parola” come ha testimoniato l’ex direttore generale della Sanità, Renato Botti: “Questo è noto a tutti. Formigoni ha fatto della sanità il suo cavallo di battaglia in quegli anni e indubbiamente la persona che alla fine aveva l’ultima parola era il presidente”.

La procura di Milano contestava all’attuale senatore di Ap di aver goduto di viaggi e vacanze, cene e un lusso sfrenato per 8 milioni di euro. I magistrati, che il 22 dicembre dell’anno scorso lo hanno condannato a sei anni, hanno invece stabilito che quelle che nel campo di imputazione si chiamano utilità per un valore di “almeno sei milioni di euro“.

Un assessore regionale condannato per avere comprato voti mafiosi? Eccolo, in Lombardia.

A proposito di reati gravi, di politici impuniti (e di Formigoni che comodamente continua a stare in Senato) e di una Lombardia che qualcuno continua a credere “guarita”: 

Il Tribunale di Milano ha condannato mercoledì l’ex assessore regionale lombardo Domenico Zambetti a 13 anni e mezzo con l’accusa di aver comprato quattromila voti alla `ndrangheta per le regionali del 2010. I giudici hanno inflitto pene fino a 16 anni e mezzo di carcere. Assolto Alfredo Celeste, ex sindaco di Sedriano, il primo Comune del milanese sciolto per mafia. Inflitti 12 anni ad Ambrogio Crespi, fratello di Luigi, l’ex sondaggista di Berlusconi, e 16 anni e mezzo a Eugenio Costantino, referente della cosca Di Grillo-Mancuso.