mafia capitale

Una riflessione (seria) su Mafia Capitale. Di Gian Carlo Caselli.

(una riflessione da leggere, di Gian Carlo Caselli)

Mafia Capitale dimezzata. Perché il tribunale di Roma ha inflitto a Carminati, Buzzi, e soci la metà delle pene chieste dall’accusa. E poi perché quelle due parole (che esprimevano l’essenza stessa del processo) dopo la decisione del Tribunale si sono ridotte ad una soltanto. “Capitale” rimane perché Roma è il teatro delle attività criminali contestate. Ma viene cancellata la parola “mafia”. Nel senso che il tribunale ha escluso l’associazione mafiosa e l’aggravante di mafia.

Ovviamente la sentenza va rispettata e la sua motivazione andrà letta con attenzione. Ci stanno peraltro alcune considerazioni di carattere generale che possono aiutare ad inquadrare il problema. Irrigidirsi negli schemi tradizionali può essere fuorviante. L’impegno continuo della magistratura e delle forze dell’ordine racconta quotidianamente nuovi intrecci e nuove vocazioni delle mafie, in particolare le loro capacità imprenditoriali e la lungimiranza nell’individuare nuovi campi di attività e nuovi affari cui dedicarsi.

Via via le mafie abbandonano l’ambito “militare” per vestire – come si usa dire – il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, allo scopo di cogliere e meglio gestire le opportunità e i vantaggi offerti dallo specifico ambiente in cui operano e per tessere in maniera più efficace e produttiva, dal punto di vista economico, la rete di interessi che è il loro obiettivo principale. Un contesto nel quale sono decisivi i rapporti con pezzi della politica, dell’amministrazione e dell’imprenditoria. La “zona grigia”. Senza di cui non di mafia si tratterà, ma di “semplice” gangsterismo, cioè criminalità di strada.

Viceversa, se queste relazioni esterne sono provate, l’associazione mafiosa diviene più facilmente configurabile. Ora, nello specifico caso di “Mafia (ex) Capitale”, il principale imputato Massimo Carminati, stando a una intercettazione, aveva descritto l’attività propria e dei suoi sodali parlando di un “mondo di mezzo”, dove si incontrano “quello di sopra” (personaggi eccellenti) e “quello di sotto” (criminali “comuni”). Parole che traducono in linguaggio corrente, a suo modo persino suggestivo, fior di studi e ricerche dei maggiori esperti di mafie: quelli che individuano appunto, nei rapporti torbidi con pezzi della legalità, il Dna delle mafie.

La filosofia di Carminati (sempre stando ad una intercettazione) era tenere pronti vari progetti da sottoporre a coloro – politici o amministratori – cui spettava decidere. Chiedendo “che te serve? come posso guadagnare?”; con l’avvertimento finale: “te lo faccio io” quel lavoro, ma “se poi vengo a sapere che te lo fa un altro, è ’na cosa sgradevole”. Una evocazione delle possibili conseguenze nel caso di una possibile mancata intesa.

Per situazioni del genere, una sentenza della Cassazione del 2015 ha stabilito questo principio: mafia è anche quel sodalizio criminale che adopera il metodo mafioso “in forma silente, senza ricorrere e forme eclatanti, avvalendosi di quella forma di intimidazione, per certi aspetti ancora più temibile, che deriva dal non detto, dall’accennato, dal sussurrato”. Se si aggiunge che nel processo contro Carminati & C. sono stati condannati a pene consistenti vari uomini di destra come di sinistra, sarà davvero interessante studiare la motivazione del tribunale di Roma.

Voglio infine precisare come occorra seguire i percorsi, le evoluzioni, i collegamenti, le modalità e le capacità di adattamento del sistema criminale nonché dei mondi ad esso volta a volta contigui ma funzionali. Come si deve prendere atto della progressiva trasformazione non solo del modus operandi, ma – per certi profili – della stessa identità delle organizzazioni mafiose.

Valutando conseguentemente l’opportunità di adeguare i nostri modelli di lettura dei fenomeni criminali, allo scopo di migliorare in chiave preventiva e repressiva il contrasto delle mafie in ogni loro articolazione. Senza che nel nostro subconscio si annidino stereotipi sbagliati. Tipo quello che per essere mafiosi bisogna essere del Sud.

(fonte)

Cosa mi piace del dibattito sulla sentenza di Mafia Capitale

Dunque è stata emessa la sentenza (di primo grado) per il processo Mafia Capitale. Che, anche se si chiama Mafia Capitale, ora questi esultano perchè sono solo criminali, corrotti e corruttori e non mafiosi. E così si è alzato tutto un ghirigori di esperti sulla sentenza che in sostanza urlano “avevo ragione!”, oppure “che schifo!”.

Si passa da chi ci vorrebbe convincere che Carminati e compagni abbiano fatto semplicemente una cazzata, come se avessero esagerato un po’ con il bere e dall’altra parte c’è chi dice che il Tribunale di Roma ha stabilito che non esiste la mafia a Roma, come se si trattasse di un giudizio universale, mica di un processo specifico.

Poi, immancabilmente, ci sono i professionisti della lotta alle fake news (le vedono ovunque) che in base all’appartenenza rovesciano il vero e il falso del fake nella news. Fantastico.

Chi ha scritto un pezzo molto sensato è Gilioli (ne ho scritto qui).

Ma l’aspetto più divertente è che tutti discutono una sentenza di cui mancano le motivazioni (ovviamente non sono state ancora depositate). In pratica tutti si azzuffano accusandosi di avere “inventato” notizie facendo leva su una sentenza che non abbiamo ancora letta per intero. Fantastico. Bravi. Avanti così.

«Iniziate a nominare gli avvocati merdosi a voi e la mafia»: così esulta il fratello di Carminati

L’ha segnalato Claudio Paudice per HP (qui):

Esulta, a modo suo, Sergio Carminati, fratello di Massimo, il principale imputato nell’inchiesta della Procura di Roma su Mafia Capitale. I giudici del Tribunale di Roma hanno emesso una raffica di condanne, la più alta per Massimo Carminati a 20 anni. Secondo i pm romani l’ex Nar era a capo dell’organizzazione di stampo mafioso al centro dell’inchiesta della procura di Giuseppe Pignatone. Secondo il Tribunale di Roma però non c’è associazione mafiosa per nessuno degli imputati nel maxi processo. I pm avevano chiesto per Carminati 28 anni.

Sergio, che da sempre difende il fratello attraverso i suoi canali social, ha accolto così la sentenza emessa dai giudici della X sezione penale: “Iniziate a nominare gli avvocati merdosi a voi e la mafia”, ha scritto su twitter riferendosi al fatto che è caduta l’accusa di associazione mafiosa, cardine dell’inchiesta di Mafia Capitale, e rivolgendosi presumibilmente ai giornalisti.

 

Mafia Capitale: dov’è il tesoro di Carminati

Un articolo da incorniciare de L’Espresso:

Al sicuro. Lontano da un processo che sta rivoltando le viscere di Roma, lontano dall’infedeltà dei luogotenenti e dalle inchieste dei magistrati.

È a Londra che si nasconde la cassaforte di Massimo Carminati, l’estremista di destra indicato come il capo di mafia Capitale, attualmente sotto processo con l’accusa di associazione mafiosa. Dietro l’angolo, sotto gli occhi di tutti fin dalle prime fasi delle indagini, il tesoro è protetto nella capitale finanziaria d’Europa da un complicato meccanismo di scatole societarie e dalla segretezza che tutela la finanza internazionale.

All’ombra dei grifoni della City, i soldi dell’organizzazione criminale si spostano tra paradisi fiscali e banche senza lasciare traccia, diventando di fatto ville, aziende immobiliari, ristoranti per un valore complessivo di milioni di sterline. Ma alcune “strisciate”, come le chiama Carminati nelle intercettazioni che lo hanno portato in carcere, restano. Muovere capitali in questo modo è un lavoro da professionisti, e per quanto cauto e furbo, “er cecato” non può certo farlo da solo. L’Espresso ha seguito da vicino alcune di queste piste, arrivando ai tesorieri più fidati che si trovano nella City.

L’ex estremista di destra per muoversi a Londra si appoggia a due vecchi amici e compagni di battaglie: Vittorio Spadavecchia e Stefano Tiraboschi. Entrambi già militanti in gruppi neofascisti attivi negli anni Settanta. I loro nomi ritornano nelle intercettazioni dell’inchiesta su mafia Capitale ogni volta che si parla del forziere inglese. Nei quasi quarant’anni che hanno passato nella capitale britannica, i due hanno dimostrato talento per gli affari e una coriacea resistenza alle rogatorie avviate dai magistrati della procura di Roma.

Spadavecchia sbarca a Londra nell’agosto del 1982. Non aveva idea, ha dichiarato, che la legge italiana lo ritenesse un fuggitivo. Eppure un sospetto avrebbe dovuto averlo, visto che neppure due mesi prima a Roma aveva assaltato, con un gruppo di camerati, la sede dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina di cui era presidente Arafat.

L’Espresso in edicola da domenica 23 aprile ricostruisce con un’inchiesta il giro del denaro dell’uomo accusato di essere il capo di Mafia Capitale e celato dietro scatole cinese e società offshore. Il cuore finanziario del suo impero? Londra

Durante la sparatoria, i nervi gli avevano ceduto, e mentre uno dei poliziotti di guardia cadeva sotto il piombo dei camerati, lui si era tolto i pantaloni per sembrare un passante impegnato a fare jogging.

Con la paura di quella notte ancora fresca, Spadavecchia lascia l’Italia per non farci più ritorno. C’è chi è pronto ad accoglierlo. Nei primi anni Ottanta la capitale inglese era il rifugio preferito dai camerati “in latitanza preventiva”. Erano i tempi delle indagini sul terrorismo nero e sulla strage di Bologna. Ma a Londra, lontano dal clamore, Roberto Fiore, fondatore di diversi movimenti neofascisti e del partito Forza Nuova, aveva stretto accordi con gruppi di estrema destra inglese come la League of St George, aiutando decine di estremisti neri italiani in fuga.

Fra i “neri in fuga” c’era già chi poi sarebbe diventato il più stretto socio in affari di Spadavecchia: Stefano Tiraboschi. Proveniente dal Fuan, l’organizzazione dei giovani universitari del Msi, aveva trovato nel gruppo londinese di Fiore un punto di riferimento ideologico e concreto per organizzare la sua vita a Londra. Arrestato nel 1981 da Scotland Yard, Tiraboschi doveva essere interrogato dalla polizia italiana per aver fatto parte del commando che il 15 marzo 1979 aveva svaligiato a Roma l’armeria Omnia Sport.

Arricchirsi in fretta
Nei primi anni Ottanta Spadavecchia e Tiraboschi a Londra sono ufficialmente studenti squattrinati, ma nel giro di poco tempo diventano ricchissimi, con proprietà di lusso e ristoranti per un valore complessivo di decine di milioni di sterline.

Per Spadavecchia, però, i problemi con la giustizia continuano. Almeno fino a giugno scorso, quando l’ultima decisione della corte di Westminster sembra assicurargli definitivamente sonni tranquilli sotto il cielo inglese.
I giudici infatti hanno avvalorato la tesi che Spadavecchia fosse all’oscuro di essere un ricercato e hanno ritenuto il processo in contumacia una violazione del suo diritto a un giusto processo. Eppure per la giustizia italiana, che l’ha condannato a 14 anni per crimini come terrorismo, rapina a mano armata e possesso illegale di armi da fuoco, è stata proprio la sua fuga a impedirgli di far valere le proprie ragioni di fronte a un tribunale. Del resto la sua condanna in primo grado risaliva già al 1986 e a quel verdetto il suo avvocato aveva fatto appello, dimostrando che almeno a partire da quell’anno Spadavecchia era ben cosciente delle accuse a suo carico.
Da allora l’Italia lo ha richiesto almeno sette volte, fra il 1991 e il 2016, ma Spadavecchia è rimasto a Londra libero di continuare a curare i suoi affari milionari e di brindare alla sua libertà con i ragazzi della squadra di rugby che gestisce l’Ealing Trailfinders Club, una società del West End londinese.

Non è chiaro come lui e il suo socio abbiano trovato il capitale iniziale per il loro business. Di certo Tiraboschi, senza lavoro e senza fissa dimora nei primi anni ’80, arriva ad avere nel 1995 la proprietà di un appartamento all’epoca valutato in 350mila sterline a Holland Road, nella prestigiosa area di Kensington, e di una villetta in stile vittoriano a due passi dal Tamigi.

Nel 1994 Spadavecchia e Tiraboschi aprono la loro prima azienda, la Action Accommodation. Il modello è quello della Easy London di Roberto Fiore che dagli anni Ottanta prometteva casa e lavoro a giovani italiani che volevano studiare inglese. Spadavecchia e Tiraboschi optano per offerte più di lusso, ma il concetto rimane lo stesso: fatturare affittando proprietà, costruendo un impero.

Verso la fine degli anni ’90, Action Accommodation viene sostituita da London Solutions, un nuovo brand che viene controllato prima da una società inglese e, successivamente, da un’italiana. Un periodo a cavallo del clamoroso furto a opera di Carminati nel caveau della banca che si trova nella città giudiziaria della Capitale. Quando il “Nero” riuscì a mettere le mani su parecchie delle cassette di sicurezza lì custodite.

Il quartier generale della società rimane a Londra. Il portfolio di immobili è molto ricco: almeno sedici proprietà con un valore di mercato che supera i dieci milioni di sterline.

La coppia è attiva anche nel settore della ristorazione. Tiraboschi gestisce almeno tre ristoranti, di cui due intestati al fratello. Tre trattorie italiane, tutte situate lungo Kensington Park Road, accanto al famoso mercatino di Portobello.

«I ristoranti che c’hanno st’amici miei, ce vanno tipo Madonna, la figlia del re, cioè… sta a Notting Hill» si vanta il “cecato” con un amico. «Guadagnano un sacco di soldi».

Per Carminati i camerati sono parte di una “famiglia”. «È normale che hai più feeling con un vecchio camerata, [..] sono tutta gente cresciuta in quell’ambiente e questi rapporti rimangono, e negli anni se devi chiede un favore, una cosa, è facile che hai rispondenze quando c’hai un appoggio di questo tipo», spiega il collaboratore Roberto Grilli al pm Giuseppe Cascini, uno dei titolari dell’indagine su mafia Capitale.

Spadavecchia e Tiraboschi non sono tra gli indagati dell’inchiesta “mondo di mezzo”, ma la loro importanza per gli affari di Carminati a Londra è un elemento che emerge con assoluta chiarezza nelle indagini antimafia. L’ex Nar va spesso nella capitale inglese e, secondo gli investigatori, è proprio negli incontri con i due camerati che pianifica i suoi investimenti. Vittorio Spadavecchia e Stefano Tiraboschi però, contattati da L’Espresso, preferiscono non commentare le vicende che li riguardano.

Nella City l’ex terrorista non è, come a Roma, un boss che tiene in scacco politici e imprenditori, ma un semplice investitore che può passare inosservato. «Là non ti guardano mai in faccia… là che cazzo ti frega… nessuno ti conosce», dice Carminati in una conversazione intercettata a maggio 2013. I carabinieri lo ascoltano anche quando illustra i vantaggi del nascondere soldi nelle isole del Commonwealth, come le Bahamas. Del fatto che l’arcipelago sia entrato nella “white list” dei paesi fiscalmente trasparenti, il boss può farsene beffe: «Ce sta il segreto bancario micidiale, perché gli inglesi so paraculi, davanti dicono una cosa, ma dietro…». Così gli affari possono prosperare.

Quando uno degli uomini a lui più vicini, Fabrizio Franco Testa, ex manager Enav e uomo chiave della galassia del “Nero”, dice di voler avviare due ristoranti a Kensington, Carminati lo porta a Londra a incontrare Spadavecchia e cerca anche di far entrare nell’affare suo figlio Andrea. Fabrizio Testa non è uno qualunque. I magistrati lo definiscono «testa di ponte dell’organizzazione nel settore politico e istituzionale».Tra lui e Spadavecchia (che lo ospiterà in casa propria) si creerà una connessione speciale. Per gli inquirenti è un’affinità di affari, ma Testa dichiara invece di essere stato ospitato solo per «questioni familiari».

(continua qui)

Parla il boss Abbatino: «Sono un morto che cammina. Carminati mi vuole morto»

(Un articolo di Emiliano Luzzi di qualche anno fa che vale la pena ripescare)

“Sono un morto che cammina”, dice da una località protetta che si guarda bene da rivelare. “Ho una taglia sulla testa, metto il piede a Roma e mi ammazzano”. Ai tempi, lo chiamavano Il Crispino, per via dei capelli riccioluti. Poi, per ragioni romanzesche, è diventato Il Freddo. Oggi, Maurizio Abbatino ha 61 anni. Per la prima volta da quando non è più in carcere accetta di parlare con un giornale. E’ un signore che, dopo una vita passata con generalità false o protette, ha ritrovato il suo vecchio nome, quello che fece di lui il re della peggiore malavita romana. La Banda della Magliana: che con Franco Giuseppucci, Il Negro (Il Libanese nella fiction), ha formato e guidato.

Da allora, però, Roma è cambiata: lei è davvero convinto che ci sia chi vuole morto un personaggio senza più potere?
Poi le racconterò quante volte, anche nel corso della mia seconda vita, ci hanno provato. Ma secondo lei Roma è proprio così cambiata? Qualche scemo mi ammazzerebbe solo per prestigio criminale.

Solo per il semplice fatto che lei era il boss della Banda della Magliana?
Non ero il boss.

Insomma, aveva molto potere sugli altri.
Non avevo nessuno sopra di me, ma non ero il capo. Eravamo in molti a decidere.

Quanta gente ha ammazzato?
Tanta. Troppa. Non voglio ricordare.

Chi l’ha ereditato il suo potere?
Un certo Massimo Carminati.

Lo conosce bene lei…
Sì, me lo sono portato dietro quando feci il primo attentato con i tubi innocenti. Un ragazzo serio.

È Carminati a volerla morto?
Anche, ma non solo lui. Nel corso del tempo ho ricevuto molti segnali. Carminati sicuramente è uno di quelli, poi ci sono gli apparati deviati. Quando, dopo la mia confessione, sono stato arrestato, mi hanno spedito a Spoleto, poi volevano mandarmi a Poggioreale. E lì era detenuto Carminati per il furto al caveau della Cassazione. Lo evitai per un soffio. Ma anche quando ero in Sudamerica, sempre in carcere e prima che collaborassi, mi misero in cella con un avvocato che aveva per sé, nella prigione, un appartamento. E sono certo che mi stavano per far fuori.

Lei fu arrestato dopo sei anni di latitanza per una telefonata a casa. La scoprirono così. La rifarebbe quella telefonata?
La feci. Non sono un fesso, sapevo che c’era la possibilità che venissi intercettato. Non avevo chiamato per cinque anni, ma era arrivato il momento. Non potevo vivere con quei pesi, con la droga e con l’alcol. Non mi consegnai, ma non feci nulla per sfuggire alla cattura. Sapevo del rischio, mettiamola così.

Perché decise di collaborare con la giustizia e fece arrestare i suoi ex compagni?
Non ero più protetto. E poi avevano ammazzato mio fratello, lo avrebbero fatto anche con me. Lo faranno, visto che lo Stato mi ha lasciato solo, senza più protezione. E le parla uno che ha un senso di rispetto per la giustizia. Ho collaborato proprio perché non avvenisse più niente di tutto quello che fu. Roma era il Far West.

Secondo lei esiste però una nuova Banda della Magliana?
Esiste Carminati. Che era freddo, lucido. Il più freddo e lucido di noi. E quello con più potere di attrazione. A ogni assoluzione il potere di Carminati è cresciuto. Ha avuto la fortuna di godere di protezioni dall’alto e di essere imputato nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli insieme a Giulio Andreotti.

Ma lei dalla sua nuova vita e col nome protetto sapeva di Carminati?
Tutti sapevano. Tutti. Non c’era più sangue come allora, come ai tempi in cui la Banda crebbe, ma un altro tipo di potere, e tutto nelle mani di Carminati e dei suoi.

Li hanno arrestati tutti però?
Sì, sono in galera, ma tra pochi anni saranno tutti fuori. E non sono certo che altri non siano liberi.

Secondo lei Carminati uccise Pecorelli?
Non ho le prove. Ho elementi che mi fanno presupporre che fu lui. Non è un mistero che quell’omicidio nacque nel nostro ambiente, nella banda della Magliana. Ordinato da altri, noi lo eseguimmo

Lei era legato a Carminati. Il Cecato o Il Nero, come lo vogliamo chiamare?
Avevo rispetto. Ho messo esplosivi con lui. Era dei nostri, nonostante fosse molto diverso da noi. Comunque sul primo attentato al quale accennavo prima, durante la mia deposizione il nome di Carminati lo lasciai fuori. Ci sono arrivati i magistrati e allora cambiai la mia versione. Ma l’ho anche coperto.

Ci sono persone alle quali il suo ricordo è rimasto legato?
Oltre a mio fratello?

Si, oltre a lui. Parlo dei suoi compagni di malavita.
Franco Giuseppucci.

E Renatino De Pedis?
Anche lui. Ma poi iniziò a fare riferimento alla mafia di Pippo Calò. Era diverso, a modo suo, da noi. De Pedis amava un’altra vita, la bella vita. Pensava ai soldi e li metteva da parte. Agiva con altro spirito, è sempre stato amante dei poteri e della vita da nigth.

Anche lei era pieno di quattrini.
Io avevo la malattia del gioco d’azzardo, li bruciavo, i quattrini. De Pedis no. Non era come me. Ma eravamo legati, certo. Amici.

E’ stato scritto tutto sulla Banda della Magliana?
Una parte di storia. Ma non tutta. Io potrei continuare a parlare, ma a un certo punto mi sono fermato fino al punto in cui avevo le prove. Oltre non sono andato. Non potevo. Ma la storia della banda della Magliana è molto più complessa. E c’entra molto di più con la P2 rispetto a quanto è emerso. Lei tenga conto che ogni tanto il generale Santovito, l’ex capo del Sismi, mi faceva arrivare i saluti. Io non l’avevo neanche mai conosciuto. A un certo punto, non so se per la nostra capacità di uccidere e il controllo del territorio, ma eravamo rispettati dai poteri deviati e da una certa politica, allora molto influente. E se Mafia Capitale, come è stata ribattezzata, è emersa quando ormai tutti sapevano e non potevano fare a meno che esplodesse lo scandalo, qualcuno li aveva coperti. Carminati sapeva benissimo che lo avrebbero arrestato.

Lei parla ancora come un boss.
Sono uno che ha sempre letto i giornali. Tutti sapevano. Tutti conoscono le coperture di Carminati.

Perché lei è così certo che la vogliano morto?
Io non so tutto, ma so molto. Anche di quello che non è emerso. E non credo che sia solo la malavita in giro a volermi far fuori, ma anche alcuni apparati, un tempo servizi segreti, oggi non so più come si chiamano. Nella mia vita blindata mi sono fidato della polizia, certo, ma molto più della squadra mobile che non della Digos.

Però è lei che ha chiesto di uscire dal programma di protezione.
Sì, ma cinque anni fa e comunque non è andata esattamente così. Oggi mi lasciano fuori senza un centesimo in tasca. Vogliono che torni in strada. L’ultima volta mi hanno chiesto l’Iban. L’Iban? Come se io potessi avere un conto corrente. E quelli che guidano il programma protezione lo sanno molto bene. Ma scoppia Mafia Capitale e mi mandano fuori. E’ stata una manovra, non so voluta da chi. Un segnale a coloro che volevano parlare: guardate che fate la fine di Abbatino se collaborate, questo hanno voluto dire.

In Romanzo Criminale lei era Il Freddo. Hanno sbagliato gli sceneggiatori?
Non molto. Io ero quella cosa lì. Forse meno romanzata. Ma quello ero. Poi tutto sommato non ne esco male.

E’ vero che si iniettò il virus dell’Hiv per farsi ricoverare?
Sì, è vero. Nonostante certe cliniche romane fossero praticamente a nostra disposizione, tutti entravamo e uscivamo tutte le volte che volevamo. E tutti sapevano. Io mi iniettai il virus dell’Aids e finsi di non muovere più le gambe ero a Villa Gina. Poi mi sentì come in trappola come se mi si strigesse un cappio al collo. Così decisi di fuggire. Il giorno vivevo su una sedia a rotelle, la notte invece facevo ginnastica in un bagno di un metro per uno, perché non si atrofizzassero i muscoli.

Un romanzo criminale, appunto.
Era Roma in quegli anni. L’Italia di quegli anni. La Magliana.

A Ostia la mafia s’è fatta Municipio

(L’articolo di Fulvio Fiano, per Corriere Roma)

L’ufficio tecnico del municipio di Ostia era il covo della illecita gestione degli appalti pubblici in un tutt’uno con la malavita organizzata. A poco più di due anni dagli arresti che hanno scoperchiato il verminaio arriva il «segnaposto»della sentenza di primo grado a localizzare le stanze di lungomare Toscanelli in una ipotetica mappa della criminalità sul litorale.

Il processo si è concluso con sette condanne e fornisce significativi argomenti al commissariamento del X municipio. Una necessità ribadita due giorni fa dal prefetto Domenico Vulpiani nella sua audizione in commissione antimafia: «Ci sono 200 ricorsi l’anno sugli atti del municipio. Dal 2007 risultano non pagati dai concessionari di beni publici circa 2,5 milioni di euro. Il commercio è calato perché è tornata la legalità». E sottolineata dalla presidente Rosy Bindi: «Mai commissariamento a Ostia è stato più utile e doveroso», anche in risposta alla manifestazione di pochi giorni fa che ha chiesto «il ritorno della politica».

La sentenza è importante perché per la prima volta a un funzionario pubblico dell’amministrazione locale, Aldo Papalini, viene riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso per reati commessi in prima persona. Da brand esclusivo dei clan, la mafiosità diventa così un fattore intrinseco alla pubblica amministrazione. E il risarcimento danni, da definire, disposto in favore di Comune, Regione ed associazioni antimafia, restituisce il senso dei danni fatti alla comunità nella quale l’organizzazione faceva da padrona.

E i giudici dell’ottava sezione penale, pur decidendo per pene inferiori alle richieste sostenute anche dall’altro pm della Dda, Ilaria Calò, hanno di fatto riconosciuto questa impostazione. Condannato a 5 anni e 8 mesi Armando Spada, esponente dell’omonimo clan alleato dei Fasciani, che per conto di Papalini «convinceva» gli imprenditori riluttanti a piegarsi. Condannato anche Cosimo Appeso (5,5 anni di reclusione), luogotenente della Marina Militare Italiana e presidente della Proloco Ostium 2020. E poi Ferdinando Colloca, fratello dell’ex consigliere municipale pdl, Salvatore, e a sua volta candidato con CasaPound, Damiano Facioni, amministratore della BluDream, e Matilde Magni, moglie di Appeso, tutti a tre anni e quattro mesi. Infine l’imprenditore Angelo Salzano (otto mesi con sospensione della pena), l’unico a non avere l’aggravante di mafia.

Le imputazioni, fotografate in due anni di indagini (2011-2013) dalla Mobile, i carabinieri di Ostia e Capitaneria di porto, vanno dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta, dal falso ideologico e concussione, alla corruzione.Ventisei in totale gli indagati ritenuti a vario titolo funzionali al sistema con cui Papalini smistava ad imprese amiche gli appalti del municipio. Dalla (fasulla) bonifica del canale dei Pescatori alle concessioni balneari, dalla manutenzione stradale alla recinzione della spiaggia di Castelporziano.

A proposito del Pd che non c’entra con Mafia Capitale: per portare in tribunale l’ex capogurppo servono i carabinieri

Doveva testimoniare al processo di Mafia Capitale, ma non si è presentato. Per due volte. La prima volta dicendo di avere disturbi gastroinestinali, la seconda senza giustificazione. Così i carabinieri sono andati a prelevarlo, come si dice in gergo, e lo hanno portato a piazzale Clodio. Chi? Uno sgherro di Massimo Carminati? Un funzionario di secondo piano di una delle coop che facevano capo a Salvatore Buzzi? No, Fabrizio Panecaldo, ex capogruppo del Pd all’assemblea capitolina, il consiglio comunale di Roma.

A disporre l’accompagnamento coattivo dell’ex eletto del Partito democratico erano stati i giudici della X sezione penale del tribunale di Roma, presieduta da Rosanna Ianniello, che aveva avuto già i suoi problemi con la testimonianza di un’altra esponente del Pd, la deputata Micaela Campana, che aveva messo insieme in una sola testimonianza 39 “non ricordo”. Una decisione presa il 25 ottobre quando Panecaldo era stato citato come testimone ma non era comparso nell’aula bunker di Rebibbia. All’udienza precedente Panecaldo aveva invece disertato adducendo con un certificato problemi di salute (“sindrome parainfluenzale con disturbi gastrointestinali”, ricorda Il Messaggero). Panecaldo si è scusato con il tribunale e con le parti per non essersi presentato nelle due udienze precedenti. A volere la testimonianza di Panecaldo sono stati Valentina Panvini e Pier Gerardo Santoro, legali di due imputati, Giordano Tredicine (ex consigliere comunale del Pdl) e Salvatore Buzzi, guida della Coop 29 giugno e ritenuto capo dell’associazione finita a processo.

Era stato proprio Buzzi in una telefonata con la compagna, Alessandra Garrone, aveva definito Panecaldo una “mucca da mungere“. “Panecaldo – si sente nell’intercettazione – me faceva: ‘Ah a me non me dà niente?’ Allora gl’ho detto… ‘Lo sai il proverbio ‘La mucca tu la devi mungere ma gli devi da’ da mangia’. Tu solo la mungi’. Allora mi fa: ‘Tra un mese e mezzo glie damo da magna’ e tra un mese e mezzo la mungeremo”. Da qui nasce una domanda del pm Luca Tescaroli, cioè se per caso Panecaldo ha mai sollecitato utilità a suo vantaggio. L’ex capogruppo ha risposto di non aver “mai chiesto nulla. Neanche un finanziamento. Eppure sono stato eletto cinque volte in consiglio comunale”.

E’ sempre Buzzi che in un interrogatorio in carcere aveva detto ai magistrati: “Il Pd non lo avevamo mai finanziato così, era famelico. Panecaldo era insistente, mi chiedeva assunzioni”. E, racconta il Messaggero, proprio il capitolo “segnalazioni” è diventato il perno della testimonianza. L’ex consigliere del Pd ne ammette una, “poi basta”. Ma Santoro, l’avvocato di Buzzi, tira fuori un “pacchetto” di messaggini con nomi, numeri di telefono, attitudini: “Patente C e BK”, per esempio. Panecaldo ha risposto così: “Rivendico le mie segnalazioni, non me ne vergogno, non ritengo che siano motivo di biasimo o di reato. Segnalo soprattutto gente che a 50 o più anni si ritrovava senza futuro. E non ho mai chiesto nulla in cambio”. Anche qui, come in altre udienze, è servita una “spinta” della presidente del tribunale, Ianniello: “Prima aveva detto un solo segnalato, ora siamo già a tre. Come mai?”. Risposta: “Sempre senza risultato”.

(fonte)

Una Campana smemorata e l’onorevole omertà di governo

Prendete un deputato. Mettetelo in Commissione Giustizia, il cuore pulsante di un Paese ferito dai crimini organizzato di mafiosi, massoni e speculatori di ogni sorta. Pensate alla responsabilità di quel deputato.

Prendete un partito che dimette il sindaco di Roma mentre la città affonda in un’indagine che svela una rete criminale che affonda le radici tra la violenza e la politica. E mentre quel sindaco diventa il capro espiatorio (ma non ci crede quasi nessuno) il presidente del partito Matteo Orfini si dichiara pronto a querelare chiunque avvicini il nome del suo partito (il PD) a Mafia Capitale. E sembra che ci creda davvero mentre sbraita. Così come sembra che ci creda davvero Matteo Renzi quando in televisione ci dice che Ignazio Marino “si è dimesso”.

Ora fate che inizi il processo di Mafia Capitale (anche se un pezzo d’informazione sembra essersi distratta)  e che venga citato come teste una deputata. Si chiama Micaela Campana ed è in Commissione Giustizia. Ed è del partito che non vuole essere accostato a Mafia Capitale. Ed è moglie di un ex assessore in Campidoglio coinvolto nello stesso procedimento. Sempre del PD.

Seguitemi: la Campana ha organizzato un incontro tra Salvatore Buzzi (che in questa storia è uno dei cattivi) con il vice ministro degli Interni Filippo Bubbico (che dovrebbe essere quello che protegge i buoni, pensate, che è quello che ieri ha tolto la scorta al testimone di giustizia Ignazio Cutrò). La deputata Campana (nonché membro della Commissione Giustizia) infila una serie di “non ricordo”, di risposte degne di un film comico sulla mafia siberiana. Quando parla invece incappa in dichiarazioni che contraddicono la realtà dei fatti. A un certo punto il giudice le dice: «Non dire la verità sotto giuramento è un reato.» A un deputato membro della Commissione Giustizia.

Ieri verso sera esce una nota dell’Ansa che dice la deputata Micaela Campana ha resto una testimonianza segnata “da una serie di bugie e reticenze smentite dal contenuto degli atti processuali.” Ha mentito. E verrà probabilmente indagata per falsa testimonianza. Una componente della Commissione Giustizia. Responsabile nazionale per il welfare nel Pd, il partito del Presidente del Consiglio.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Com’era quella cosa del PD che non c’entra con Mafia Capitale?

(Da Giornalettismo, qui)

È un’imbarazzante testimonianza quella resa al processo su Mafia Capitale da Micaela Campana, deputata Pd e componente della comissioni Giustizia, che si è seduta nell’aula bunker di Rebibbia come testimone per la difesa di Salvatore Buzzi. La parlamentare è stata più volte ripresa dalla giudice, infuriata per i numerosi «non ricordo». «Non dire la verità sotto giuramento è un reato», le ha ricordato la presidente della Corte Rossana Ianniello.

Essendo ex moglie dell’ex assessore in Campidoglio Daniele Ozzimo, imputato nello stesso procedimento, Campana avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma lei ha deciso comunque di rispondere alle domande (come a quella su un incontro organizzato per Buzzi con il viceministro agli Interni Filippo Bubbico), mostrandosi però poco credibile per i chiarimenti non forniti. La giudice Iannello le ha perfino chiesto a che titolo sia componente della commissione giustizia di Montecitorio se nemmeno riconosce le regole basilari del processo. Lo racconta oggi Federica Angeli su Repubblica:

Micaela Campana risponde sempre le stesse cose, anche a domande diverse. Ed è questo che agli occhi dell’aula, nel corso della 128esima udienza del maxi- processo Mafia capitale la rende poco credibile a fronte del mare di intercettazioni che, ora l’avvocato Santoro di Buzzi ora il pm Luca Tescaroli le leggono. «Per quale motivo fissò un incontro tra Bubbico e Buzzi?», «Fu lui a chiedermelo, ma non so di cosa dovessero parlare» replica la deputata.
«Mi faccia capire – chiede seccata la presidente – lei fissa un incontro col sottosegretario Bubbico a Buzzi solo perché lui glielo aveva chiesto, senza conoscere il motivo di tale richiesta?». «Non ricordo» dice l’esponente dem.

Campana non è stata convincente nemmeno quanto ha parlato dell’interrogazione parlamentare che Buzzi le chiese di presentare. La deputata ha dichiarato di non ricordare telefonate del ras delle cooperative per farle pressione. Continua Angeli su Repubblica:

Anche in questo caso però le sue parole sono smentite dalle intercettazioni: un suo collaboratore infatti spiegò a Buzzi che ancora una volta era stato Bubbico a dire di prendere tempo. «Quanto all’incontro organizzato al Viminale per far parlare Buzzi col prefetto Morcone?». «Andai anche io – risponde l’onorevole Campana – ma non ricordo di cosa, Buzzi parlò con il prefetto Manzzione (Morcone non si presentò, ndr). Di qualcosa sul centro di Castelnuovo di Porto, ma nello specifico non saprei».
La giudice Ianniello perde la pazienza: «Eppure lei è giovane: come mai questi continui vuoti di memoria? Lei assiste a un incontro, è presente in una stanza e non sa di cosa hanno parlato?».
Infine l’sms: «un bacio Grande Capo». «Come mai si rivolge così a Buzzi», chiede il pm Tescaroli? «Questione di rispetto nei confronti di una persona più grande di me».

Ma non è finita qua. Perché dal Messaggero emergono altri elementi, sempre più imbarazzante per l’esponente della segreteria del PD. Di cui a questo punto è lecito aspettarsi le dimissioni. La Campana ammette i finanziamenti “Chiesti e ricevuti” da Buzzi per la campagna elettorale “tutte legale” precisa. Scrive il Messaggero

Campana ha ammesso di aver chiesto e ricevuto dal ras delle coop diversi contributi elettorali. Soldi in favore dell’ex marito l’assessore Daniele Ozzimo, già indagato e condannato a due anni e due mesi per corruzione, e del partito nazionale. Contributi legittimi, ha spiegato. Per sé, quando si è candidata come consigliera municipale nel 2001(«di cui non ricordo se pervenuti perché la legge non prevedeva il rendiconto», ha specificato) e «ventimila» per la candidatura in Campidoglio dell’ex marito. Un finanziamento quest’ultimo, per sua stessa ammissione, arrivato a pochi mesi dalla separazione, tanto da suscitare la curiostà della presidente del collegio, Rosanna Ianniello: «Visto che all’epoca si era già lasciata con suo marito perché fu lei a fare da tramite?». «Perché lo ritenevo una persona valida per il Campidoglio», ha precisato la deputata.