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Riscossione civile

Ho il vizio di dire quello che penso: Antonio Ingroia è stato un ottimo magistrato che ha sprecato un’enorme intelligenza e consenso. Lo dico (si sa) con l’amicizia e la stima che mi ha portato in giro per l’Italia insieme a lui per le molte iniziative antimafia ma vederlo a capo della Società di Riscossione Sicilia spa mi sembra uno spreco di professionalità, storia e intelligenza anche se è solo servito per ottenere un nulla (A)osta per continuare il suo impegno politico.

Crocetta mette a segno un ottimo colpo, ovviamente. Perché il ruolo di Crocetta è quello di dare la migliore classe dirigente possibile alla propria regione e sembra riuscirci. Chi ha il ruolo di non buttare via la storia del pool di Palermo, invece, ci sta riuscendo molto meno.

Chi l’ha vista?

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Sono a Roma. Nel pieno della competizione elettorale per il prossimo sindaco. Ignazio Marino ha appena vinto le primarie del centrosinistra (ed è una bella notizia).

A Roma negli ultimi mesi si contano almeno una sessantina di omicidi in odore di mafia. Fosse Palermo l’avrebbero chiamata mattanza, fosse Milano l’avrebbero chiamato “il segnale della mafia al nord”. Qui, invece è criminalità. Per i più audaci: criminalità organizzata.

A cento passi dal Parlamento i bar confiscati ai casalesi si aprono alla mattina con la gente tutta intorno. Sarebbe meglio vederla, la mafia. Provare a chiamarla per nome nei comizi, negli articoli e tutto il resto anche qui a Roma. La questione è capitale. In tutti i sensi.

 

Trattativa Stato-Mafia, il vuoto stretto intorno a Di Matteo

Scritto per Il Fatto Quotidiano

VNzEloqKahUGJXm-556x313-noPadNino Di Matteo cammina per Palermo con la scorta rafforzata che sembra un film degli anni ’80. Siamo un Paese che ultimamente ha ingoiato scorte patetiche dei signorotti o dei lacchè del re, che ha fantasticato sulle scorte “poetiche” da farci un film con un pizzico di commozione e che ha subito le sirene per un comizio in piazza di qualche Ministro. Di Matteo no: Di Matteo ha intorno il rischio a forma di paura, quello che a Palermo non si annusava dagli anni bui di una mafia che si lasciava andare con facilità alla polvere da sparo.

Forse non è un caso che Nino Di Matteo sia anche il magistrato che si occupa del delicato processo sulla trattativa Stato-Mafia, che prima è esploso in faccia ai negazionisti furibondi da talk show e oggi si è risotterrato tra le “cose che riguardano il passato”. Un processo che nell’informazione sta diventando un argomento per collezionisti e non importa se alla sbarra ci siano (alla stessa sbarra) politici e boss mafiosi che insieme disegnerebbero una foto devastante per la credibilità della democrazia italiana degli ultimi vent’anni.

Quando Salvatore Borsellino parlava di trattativa nei suoi incontri pubblici (lui e pochi altri “forsennati”) era facile relegarlo tra gli “allarmisti professionisti”. L’allarmista ha sostituito negli ultimi tempi il “professionista dell’antimafia” nel computo degli insulti istituzionali volti a delegittimare le battaglie antimafia. Allarmisti, rimestatori nel torbido, esagitati e visionari: chiunque parlasse di trattativa veniva fatto salire in fretta e furia nella “nave dei folli”.

Ora che quella perversione è diventata un processo sarebbe da tenere tra le mani con la cura di un buon padre di famiglia, sarebbe da osservare con l’attenzione di uno Stato che vuole essere garante della consapevolezza collettiva ed è, soprattutto, da proteggere.

Per questo la paura intorno a Nino Di Matteo è soprattutto la paura che si vorrebbe iniettare negli ultimi decenni politici per smussare la curiosità che ci dobbiamo e il vuoto intorno a Di Matteo sarebbe la latitanza più grave.

Per questo forse sarebbe meglio evitare gli editoriali sui pisolini in Parlamento e dedicarsi a questo vuoto istituzionale che si finge stretto intorno a Di Matteo. C’è un’aria grigia giù a Palermo. E una politica che può smettere di essere uguale a sé stessa.

(Ps per i fans delle “larghe intese con il Pdl: un’alleanza oggi con un processo del genere in corso è “concorso politico esterno”. Per dire.)

Anticorpi contro la mafia al Nord (editoriale per I SICILIANI GIOVANI)

(Questo articolo è stato scritto per il numero di marzo/aprile de I Siciliani Giovani che potete scaricare qui o dal sito www.isiciliani.it)

Schermata 2013-04-04 alle 10.07.13C’è una frase di Pino Maniaci che mi colpisce profondamente. Pino è così: vola con leggerezza dai giudizi più sprezzanti fino alle considerazioni più intime che meritano di essere al più presto collettive. Diceva, durante un suo incontro con i ragazzi su Milano, “dovete stare attenti, perché in Sicilia abbiamo il virus ma anche gli anticorpi, qui il virus è arrivato, ma non avete ancora gli anticorpi”.

Gli anticorpi, appunto: ho passato serate a spaccarmici la testa, sugli anticorpi, su queste proteine umanoidi che dovrebbero neutralizzare i corpi estranei alla legge e alla Costituzione riconoscendone ogni determinante antigenico. E’ possibile? mi chiedevo. Come impiantarceli qui dove la malattia è in incubazione continua mentre la devastazione è in corso d’opera?

Forse (è una mia umile considerazione personale) facendo rete (sì, ce lo siamo detti mille volte e tutte le sante mille volte abbiamo applaudito) ma diversamente da come lo stiamo facendo. E’ un’autocritica certo (mica un rimestamento di macerie), ma è un fatto visibile e evidente che l’antimafia sociale, culturale e dell’associazionismo viaggi ad una velocità (colpevolmente) troppo diversa e troppo slegata da quello che accade là dentro dove i cambiamenti cambiano per davvero le cose: centinaia di insegnanti spendono energie e tempo per organizzare incontri di alfabetizzazione sulle mafie ma la scuola intanto resta inerte (quella dell’Aprea, della Gelmini, di Comunione e Liberazione e di Formigoni, per intendersi, quella terribile idea di scuola tutta minuscola come servizio obbligatorio per adempiere stancamente ai doveri della Costituzione), decine di amministratori si incontrano per scambiarsi esperienze e buone pratiche su riciclaggio e gioco d’azzardo ma la Regione (e il Parlamento) si ridestano al massimo un secondo solo per congratularsi in carta bollata, invitiamo testimoni di giustizia a raccontarsi mentre abbiamo un programma di protezione testimoni che viene smantellato quotidianamente, applaudiamo nelle serate gli uomini della Catturandi mentre ci raccontano l’ultimo arresto dell’ultimo latitante e intanto le forze dell’ordine scivolano nel volontariato per terminare le indagini. Queste e molte altre discrepanze (usiamo un eufemismo, va) testimoniano le maglie troppo larghe di una rete che non riesce a contenere.

Stringersi, forse. Servirebbe stringersi per rendere più palesi (e leganti) le responsabilità di tutti i nodi. Avere il coraggio, stretti, di indicare referenti certi con potere legislativo, testimoni attivi nella magistratura, interpreti responsabili nell’imprenditoria, in un’attività di “lobby” nell’accezione positiva: tre o più persone che si occupano dell’interesse pubblico danneggiando (anche, se serve) l’interesse privato. Una sorta di 416 quater che non sia un delitto ma un dovere di anticorpi.

Costa, lo so, non è facile: richiede un’esposizione a tutto campo che superi i confini della testimonianza. Eppure l‘antimafia non può restare sospesa, non è credibile nei mezzi toni di una scala con un estremo buio; richiede luce, vita, scelta e politica.

Da che parte stare: essere partigiani e non tollerare indifferenze.

Finalmente che se ne parli

E ne parlano su Calibro 075 i ragazzi del Laboratorio Musicale Fuoritempo:

Finalmente anche a Ponte Felcino, abbiamo visto e sentito parlare dei cittadini che hanno espresso una vera e propria preoccupazione e attenzione, riguardo la possibilità che anche a Ponte Felcino come a Perugia, esistano delle connivenze tra quella ristrettissima cerchia di soggetti che detengono gran parte della ricchezza economica della città e chi ha il compito di dover  fare informazione in modo giusto e trasparente, come la stampa e tutti gli organi di informazione che a Perugia non godono certo di una vera indipendenza.

Ci ha fatto molto piacere sentire come la cittadinanza NON abbia associato la presenza del crimine organizzato in Umbria solo in funzione dello spaccio delle sostanze stupefacenti, della prostituzione o delle rapine che da tempo occupano, con estrema facilità le pagine dei giornali di tutta Italia.

Mentre questi sono ambiti che, essendo già di per sé illegali, facilitano una prima e più immediata lettura di infiltrazione mafiosa nel territorio, la costruzione di una palazzina, un residence, un centro commerciale, un supermercato, azioni per loro natura legali e spesso ben accolte dai più, possono in realtà rappresentare materialmente l’anello finale di una catena non propriamente trasparente e legale.

Finalmente non sono le associazioni che da tempo si occupano di tali problematiche a denunciare lo stato attuale, ma è parte della cittadinanza e soprattutto una parte della buona politica locale ad esigere il diffondersi della cultura dell’antimafia vera e propria.

Per una volta non ci siamo sentiti i soli all’interno della cittadinanza ad aver percepito il problema di una possibile infiltrazione da parte della criminalità organizzata anche all’interno della “res publica”, oltre all’osservare come nel nostro territorio siano state fatte scelte politiche che hanno favorito il dilagare di pratiche d’illegalità, tra queste la cementificazione forsennata e priva di adeguate forme di controllo e per questo facile preda di speculatori e malavitosi che di certo non hanno a cuore il destino della città.

Quanto affrontato durante l’assemblea pubblica a Ponte Felcino, ci ha fatto capire quanto sia importante continuare a credere in un progetto che ha il dovere di far innalzare il livello di conoscenza delle dinamiche malavitose e allo stesso tempo intraprendere adeguate misure di prevenzione, incalzando le istituzioni affinché attuino dei provvedimenti e dei piani d’azione chiari e incisivi contro il diffondersi dell’illegalità, avendo anche il coraggio, quando necessario di fare “pulizia” al proprio interno.

(il resto qui)

Ogni volta che una comunità si scuote e prende coscienza un pezzo di mafie si sbriciola anche senza bisogno del sole.

Il figlio del vento nel portafoglio di Matteo Messina Denaro

Vi ricordate quando dicevamo che l’eolico è affare che porta dritto dritto a Cosa Nostra sotto gli occhiali attenti del vile Matteo Messina Denaro? E tutti dicevano che queste maldicenze da professionisti dell’antimafia erano solo roba buona per i convegni? Quando dicevano che prima di parlare devono esserci le prove e noi allegramente citavamo quel famoso pizzino ritrovato nel covo di Giardinello (Palermo) dove vennero arrestati dalla polizia Salvatore e Sandro Lo Piccolo, il 5 novembre 2007, che diceva

“Nicastro di Alcamo continuare con Scinardo. Escludere i fratelli Severino. Ok”

Bene: Vito Nicastro, l’imprenditore re degli impianti eolici da Roma in giù soprannominato dal Financial Times “signore del vento”, ha subito dalla DIA una confisca record di 1,3 miliardi di euro. Prestanome, dicono le indagini, di Matteo Messina Denaro.

Intanto cercano di uccidere Di Matteo

pm_nino_di_matteoNon so se qualcuno tra tutto questo parlare di scontrini alla buvette, accordi e accordicchi si è accorto che il pm Nino Di Matteo è sempre più accerchiato e isolato. Le ultime minacce di morte non sono simpatici avvertimenti buoni per qualche servizio strappalacrime sulla paura ma un progetto di attentato ritenuto “assai serio”.

Non so se qualcuno si ricorda che Nino Di Matteo è il pm del prossimo processo sulla trattativa Stato-Mafia che fino a qualche anno fa ci dicevano fosse un’invenzione malata di Salvatore Borsellino e oggi invece vede alla sbarra importanti uomini politici e boss storici di Cosa Nostra.

Non so se qualcuno trova questa sera un secondo per pensare a questa Palermo che scorta un suo magistrato come nei tempi più bui mentre si scrivono editoriali sui sonnellini in Parlamento.

Noi, nel nostro piccolo, ti siamo vicini, Nino.

Costruire case nella città delle case invendute

Succede dappertutto. In pochi chiedono e quasi nessuno ottiene risposte. A Lodi ci sono mille (1000, eh) immobili invenduti e partono in questi giorni i cantieri per quattrocento (400, eh) nuovi alloggi.

Scene da Duomo d’onore, così:

Adesso immagina di dimenticare le parole. Di non credere più a quello che hai saputo. Di camminare soffice sopra a un materasso a forma del tuo paese, della tua città, della tua regione. Un materasso a forma di Lombardia come una bistecca ripiena di piume.

Cosa vedi? – Chiede l’unto periferico – immagina di contare i soldi come non sei riuscito a contare i morti. Immagina i soldi non più a forma di soldi, che corrono per mettersi addosso di corsa una cosa qualsiasi, basta non avere più la faccia e l’odore dei soldi. Ed escono dal guardaroba vanitosi e irriconoscibili:

Case a forma di case che sono soldi a forma di case e rimangono invendute nel quartiere dove quasi più nessuno ha il credito e i soldi per comprare case;

Capannoni industriali nuovi, invenduti, come le auto sempre in box degli annunci di seconda mano che invecchiano invenduti di fianco agli scheletri delle industrie che se ne sono andate. Capannoni a forma di soldi che si sono vestiti da capannoni;

Bar in centro, al centro di tutti i bar del centro, che scivolavano da padre in figlio di quelle famiglie che salutano tutti nel quartiere e nel paese e che vengono comprati nel giro di una notte, trattative brevi come un brigantaggio e riammodernamenti e ristrutturazioni come un’arrampicata gramigna: bar che luccicano come bigiotteria e non hanno bisogno di clienti. Soldi a forma di una tazza con il manico dorato e il mignolo alzato: mafie a forma di bar. Mafie in centro con consumazione obbligatoria;

Panettieri e pasticcerie a forma di soldi. Con i travestimenti che si infilano nel pane. Panini mafia e mozzarella;

Strade, autostrade, tangenziali, autotangenziali, rotonde, curve, sopraelevate e incroci, sopra asfalto all’uncinetto di soldi che diventano strade in pezzi da cinquecento euro, e sotto merda per qualche centesimo al chilo;

Pensioni nei videopoker, compro oro pago in contanti, e ipermercati;

Immagina di dimenticare le parole e non credere più a quello che hai sempre saputo: quanta cicoria devi vendere per un supermercato ogni dieci chilometri, quanti carrelli ci stanno per ogni abitante in un quartiere dove i soldi non si fingono ipermercati?

 

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Radiomafiopoli: una chiamata alle armi

Quando abbiamo cominciato a fare Radiomafiopoli eravamo tutti siciliani dentro, in fondo. Anche se di siciliani veri di Sicilia ce n’erano pochi che si contavano sulle dita di una mano: c’era Carmelo che mi ha insegnato la visione disincantata e l’arguzia feroce che sta dentro i palermitani che decidono di prendersi tutto il vento in faccia, c’era Francesca con il piglio di chi ordinatamente colloca le cose e le persone e c’era Pino Maniaci che la satira con l’informazione la serve tutti i giorni come piatto quotidiano.

Poi c’eravamo noi, i non indigeni, che eravamo travolti da questa Sicilia che profumava di fresco profumo di libertà e con una voglia matta (matta, eh, sì) di affilare la parola, la risata, l’amicizia tutti insieme. In fondo l’appuntamento settimanale di Radiomafiopoli, quel mettersi davanti al microfono con la rassegna stampa della settimana e ridere fino alle lacrime durante il montaggio, era un confronto e un conforto con la nostra paura e con il nostro stare così lontani e comunque così insieme. Dentro le mail e le telefonate c’era un ponte. Un ponte.

Ora sono passati anni e alla fine di antimafia e di mafie dentro le carte e nelle parole è scandita la mia giornata. Ebbene sì: un professionista dell’antimafia. Ed è un piacere. Anche se poi alla fine per motivi diversi magari ti accorgi che in fondo il sorriso si è sbiadito, quell’energia così bambina è diventata desueta e malinconica come sono malinconici solo i ricordi e le fotografie di quelli che sorridono in foto ma non ti rispondono più al telefono.

Abbiamo deciso di mettere la nostra malinconia al passo dei tempi per scrollarcela di dosso e per non perdere il nostro scopo originario: non prendersi mai troppo sul serio. Sì, coltivarci il sorriso, il sorriso per serenità, per indignazione, di denuncia, per dovere di informazione e per diritto di non avere paura. Ma comunque il sorriso.

Partiamo. Radiomafiopoli si rimette i vestiti della domenica che aveva lasciato nei cassetti in fondo all’armadio e si esce in piazza. Ogni settimana (tra poco) per “disonorare gli uomini d’onore”. Chi vuole darci consigli, una mano, una notizia o una voce siamo qui. Ora.

Sono andato a riprendere il perché che ci eravamo dati anni fa. Funziona ancora:

«M’hanno chiesto – perché sfottere la mafia? Ho risposto – perché no? Siamo nell’epoca del culto per la credibilità e per l’onore, della comunicazione masticata e poi sputata, della dignità da discount; in tutto questo magma di garantismo avanzano nel borsellino, come la moneta, quelli che a ragion veduta dovrebbero essere il braccio armato della “cosa nostra di chi?” al soldo di qualche incravattato nelle stanze del potere. Perché sfottere la mafia? Perché siamo stanchi di questi falsi miti da fiction che qualcuno vuole convincerci possano tenere sotto scacco una nazione. Perché disonorare la mafia è una questione di onore. Perché è il nostro modo da giullari per urlare il nostro no. Perché fanno ridere mentre si mettono in posa per fare paura. Perché come diceva Peppino la mafia è una montagna di merda. Perché smontare la loro credibilità è il nostro modo per opporsi ad un racket culturale e in più ci divertiamo un mondo».

Antimafia di quartiere

CL176x300_9231Un progetto di Terre di Mezzo, agenzia Codici e il Consiglio di Zona 9 del Comune di Milano che prova “su strada” ad ascoltare e fare antimafia. Il federalismo dei curiosi “scassaminchia” in ogni quartiere è il federalismo che serve.

Un gruppo di giovani volontari scout, di Libera e del comitato di quartiere, sta battendo palmo a palmo le vie Farini, Thaon de Revel, Sassetti, De Castillia e Pepe per consegnare il questionario. Partner dell’iniziativa sono l’agenzia di ricerche sociali Codici, che ha curato la formazione dei volontari, e il Consiglio di zona 9, che ha dato un contributo di 2.500 euro. “Il nostro auspicio è di avere un quadro complessivo di quanto stia accadendo all’Isola e speriamo che questa fotografia non sia eccessivamente negativa. In ogni caso, siamo pronti ad affrontare qualunque risultato”, dichiara Beatrice Uguccioni, presidente del parlamentino di zona 9. In questi anni non sono mancate le segnalazioni al Consiglio di zona di episodi sospetti. “Confido che con l’iniziativa di Terre di mezzo, commercianti e cittadini si sentano affiancati. Bisogna tenere alta l’attenzione, promuovendo sempre più incontri e dibattiti sul tema mafia”, conclude Uguccioni.

“L’effetto positivo è che così si inizierà a parlare in quartiere della presenza e degli interessi mafiosi -aggiunge David Gentili, presidente della Commissione consigliare antimafia-. Mi aspetto inoltre che dai risultati del questionario si possa capire perché ci sono continui cambi di licenza e attentati incendiari”.

L’episodio più inquietante è avvenuto il 28 settembre 2011, quando è andato a fuoco lo Sugar Lounge di via Alserio 9, bar che compare nell’inchiesta Redux Caposaldo che sei mesi prima aveva portato in carcere Davide Flachi, figlio del boss della ‘ndrangheta Pepé Flachi. Nella stessa via, negli anni precedenti, avevano subito attentati incendiari anche una videoteca e un ristorante. “Ci sono persone che aprono nuovi locali e ti chiedi con quali soldi, data la crisi che c’è. So quanto serve per iniziare e non è poco”, ci ha detto un commerciante qualche settimana fa. Un altro dice di non aver mai sentito notizie di minacce, ma non si sbilancia. Si sa che tra i commercianti si tende a non toccare certi argomenti. Chissà se un questionario anonimo non faccia venir la voglia di parlare.

Per approfondire: un articolo pubblicato sul Corriere della sera (27 marzo 2013) racconta il progetto (leggi, qui).
Per dare il proprio contributo al progetto (segnalazioni, suggerimenti, contatti): redazione@terre.it 
Per seguire gli step: Twitter @terredimezzo #isolalamafia