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Operazione Stige: 169 arresti di ‘ndrangheta. I fatti e i nomi.

(da zoom24.it)

Infiltrata nel tessuto politico-sociale e in quello economico-produttivo, in Italia ma anche all’estero. Una vera e propria holding criminale quella che i carabinieri hanno smantellato all’alba di oggi tra la Calabria e la Germania. E’, in estrema sintesi, quanto viene fuori dall’operazione Stige condotta dagli 007 del Ros e dei militari del Comando provinciale dei carabinieri di Crotone sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che ha portato all’arresto di 169 persone (130 in carcere e 39 ai domiciliari) e al sequestro di oltre 50 milioni di euro.

Operazione Stige . Al centro delle indagini le attività criminali della cosca Farao-Marincola di Cirò, una delle più potenti in Calabria, attiva soprattutto nelle estorsioni e nel traffico di droga e che vanta ramificazioni anche in Emilia Romagna, Veneto, Lazio, Lombardia, e in Germania (in particolare – come accertato grazie alla collaborazione con la polizia tedesca – nei länder dell’Assia e del Baden-Württemberg). Gli interessi del clan andavano dal commercio di prodotti vinicoli e alimentari, alla raccolta dei rifiuti, ai servizi funebri, agli appalti pubblici oltre a poter contare su una fitta rete di connivenze da parte di pubblici amministratori.

Arresti “eccellenti”. Tra le persone coinvolte nell’inchiesta ci sono diversi sindaci e amministratori locali: il presidente della Provincia di Crotone e sindaco di Cirò Marina Nicodemo Parrillà, quello di Strongoli Michele Laurenzano. Tra gli altri figurano anche Giuseppe Berardi, vicesindaco di Cirò Marina, così come e l’ex primo cittadino Roberto Siciliani ed il fratello Nevio, ex assessore del Comune jonico. E poi: Giancarlo Fuscaldo, presidente del Consiglio comunale; Domenico Cerrelli, vicesindaco di Casabona; Angelo Donnici, primo cittadino di Mandatoriccio insieme al vice sindaco Filippo Mazza e infine, Giovambattista Benincasa, ex sindaco di San Giovanni in Fiore. Le accuse per tutti sono di concorso esterno in associazione mafiosa.

I reati contestati. L’inchiesta è stata coordinata dal Procuratore Nicola Gratteri, dall’aggiunto Vincenzo Luberto e dai sostituti Domenico Guarascio, Alessandro Prontera e Fabiana Rapino. Ai 169 indagati vengono contestati i reati di associazione di tipo mafioso, tentato omicidio, estorsione, autoriciclaggio, porto e detenzione illegale di armi e munizioni, intestazione fittizia di beni, procurata inosservanza di pena e illecita concorrenza con minaccia aggravata dal metodo mafioso.

Le infiltrazioni nel tessuto economico. I provvedimenti scaturiscono da un’articolata investigazione che avrebbe consentito di documentare, in particolare, l’operatività, gli assetti gerarchici interni e le attività criminose della locale di ‘ndrangheta dei Farao-Marincola, secondo gli inquirenti “in posizione di sovra-ordinazione” rispetto ad altre realtà criminali, “seppure territorialmente contigue o con esso interferenti”. La cosca, in pratica, avrebbe infiltrato il tessuto economico e sociale dell’area cirotana attraverso “un radicale controllo mafioso” degli apparati imprenditoriali della produzione e commercio di pane, della vendita del pescato, del vino e dei prodotti alimentari tipici, nonché nel settore della raccolta e riciclo sia di materie plastiche sia di Rsu. L’indagine avrebbe quindi delineato il quadro complessivo degli interessi illeciti gestiti dal clan in ambito nazionale e estero, verificando anche la disponibilità di ingenti risorse finanziarie che venivano reimpiegate in numerose iniziative imprenditoriali e commerciali nel Nord-Italia e in Germania.

La struttura, le ‘ndrine satelliti e il riciclaggio. Le attività, condotte dai carabinieri e coordinate dalla Dda, avrebbero poi accertato una strutturazione peculiare dell’organizzazione criminale che sarebbe stata diretta dal boss ergastolano Giuseppe Farao (cl. 47) e avrebbe avuto la sua base operativa nell’area di Cirò, Cirò Marina e nei comuni circostanti. In questi territori sarebbe stata inoltre verificata l’operatività di due ‘ndrine satelliti: quella di Casabona facente capo a Francesco Tallarico, e quella di Strongoli con a capo la famiglia “Giglio”. La locale di Cirò avrebbe potuto contare inoltre su proprie promanazioni nelle regioni del Nord Italia e della Germania, dove venivano gestite attività commerciali e imprenditoriali, ritenute però come il frutto di riciclaggio e reimpiego dei capitali accumulati illecitamente.
L’assetto del sodalizio sarebbe stato l’espressione delle direttive impartite da Giuseppe Farao sarebbe stato – sempre secondo gli inquirenti – “chiaramente orientato a privilegiare lo sviluppo imprenditoriale della cosca, affidato ai propri figli e nipoti e sviluppato attraverso il reperimento di nuovi e sempre più remunerativi canali di investimento economico, limitando al massimo il ricorso ad azioni violente ed evitando gli scontri interni ritenuti pregiudizievoli per la conduzione degli affari”. Il controllo mafioso del territorio sarebbe stato invece demandato ad una serie di “reggenti”, fedelissimi del capo cosca.

La rete degli imprenditori “collusi”. Le indagini avrebbero permesso di ricostruire la ramificata rete di imprenditori considerati compiacenti e collusi che, sulla base di un rapporto perfettamente “sinallagmatico”, ovvero di reciproci scambi, avrebbero ottenuto pagamenti rapidi dalle Pubbliche amministrazioni, recuperi crediti, lavori e commesse (pubbliche e private=, riconoscendo di contro al clan i più diversificati favori: dalle assunzioni, ai finanziamenti, all’elargizione di somme di denaro, “contribuendo efficacemente e consapevolmente – affermano gli investigatori – all’accrescimento del potere mafioso sul territorio”. Fondamentale nell’inchiesta è stata anche la collaborazione con le autorità tedesche (Ika e Bka) nel ricostruire gli affari illeciti gestiti dalla cosca in Germania. In questo quadro si sarebbe documentato il controllo da parte della cosca della produzione e distribuzione dei prodotti da forno (pane e affini), per cui i commercianti al dettaglio cirotani sarebbero stati costretti ad acquistare solo il pane prodotto dal forno di uno dei sodali e, nel contempo, gli altri concorrenti, con minacce, sarebbero stati allontanati dal territorio.

I NOMI DELLE PERSONE COINVOLTE NELL’INCHIESTA

IN CARCERE:
AIELLO Natale di Botricello
ALBANO Alessandro di Cirò Marina
ALESSIO Domenico detto “Frank” di Casabona
ALOE Francesco di Cirò Marina
ALOE Gaetano di Trissino (VI)
ANANIA Antonio di Cirò Marina
ANANIA Ercole di Cirò Marina
ANANIA Fabrizio di Cirò Marina
ANANIA Valentino di Cirò Marina
AULISI Martinonato di Bellizzi (Sa)
AULISI Sante di Bellizzi (Sa)
BARBIERI Vincenzo di Cirò Marina
BARTUCCA Antonio di Vigonza (Pd)
BASTA Francesco di Cirò (Kr)
BENINCASA Giovambattista di San Giovanni in Fiore (Cs)
BERARDI Giuseppe di Cirò Marina
BEVILACQUA Antonio Giorgio di Melissa (Kr)
BLAICH Moncef di Tarsia (Cs)
BOMBARDIERE Vittorio di Cirò (Kr)
BONESSE Francesco di Reggio Emilia
BRUNO Giuseppe di Cirò Marina
CANINO Agostino di Sellia Marina
CAPALBO Francesco di Strongoli (Kr)
CAPUTO Amodio di Crotone
CAPUTO Luiginato di Strongoli (Kr)
CARIATI Martino di Cirò Marina
CARUSO Giovanni di Mandatoriccio (Cs)
CASTELLANO Vito di Cirò Marina
CATERISANO Massimo Diego di Isola Capo Rizzuto (Kr)
CELANO Dino di Roma
CERMINARA Assunta di Cirò Marina
CERRELLI Domenico di Casabona (Kr)
CHIMENTI Aldo di Spezzano Albanese (Cs)
CHIRIACO Emanuele di Crotone
CLARA’ Giuseppe di Santa Severina (KR)
COFONE Angelo di Acri
COMBERIATI Luigino di Petilia Policastro
CORBO Robertonato di Sessa Aurunca (CE)
CRUGLIANO Gennaro di Cariati
CRUGLIANO Leonardo di Cirò
CRUGLIANO Mirco di Cirò
CUSATO Giuseppe di Crotone
D’AMBROSIO Adolfo di Rende
DE LUCA Antonio di Crotone
DONNICI Angelo di Mandatoriccio (Cs)
ESPOSITO Aniello di Teora
FARAO Francesco di Cirò Marina
FARAO Giuseppe di Silvio di Cirò Marina
FARAO Giuseppe di Cirò Marina
FARAO Silvio di Cirò Marina
FARAO Vincenzo di Cirò
FARAO Vittorio di Giuseppe di Cirò
FARAO Vittorio di Silvio di Cirò
FAZI Paolo di Pietra Marazzi (Al)
FIORITA Maria Costanza di Strongoli (Kr)
FUSCALDO Giancarlo di Cirò Marina;
GABIN Alessandro di a Marghera (VE)
GALLO Giuseppe di Aprigliano
GANGALE Donato di Umbriatico
GANGALE Vincenzo di Carfizi (Kr)
GIGLIO Giuseppe di Strongoli (Kr)
GIGLIO Salvatore di Strongoli (Kr)
GIGLIO Vincenzo di Strongoli (Kr);
GIGLIOTTI Franco di Parma
LAURENZANO Michelenato di Strongoli (Kr)
LAVORATO Mario di Mandatoriccio
LOMBARDO Maria Giulia di Cirò Marina (Kr)
LONGOBUCCO Fedele di Cariati (Cs);
MAIOLO Francesco di Isola Capo Rizzuto (Kr)
MALENA Cataldo di Strongoli (KR)
MALENA Pasquale di Cirò Marina
MALETTA Paolo di Colosimi (Cs)
MANICA Antonio di Prato
MARINCOLA Aldo nato a Kassel (Germania) di Parma
MARINCOLA Cataldo di Sulmona (AQ)
MAZZA Filippo di Mandatoriccio (Cs)
MAZZEA Francesco di Isola Capo Rizzuto (Kr)
MENOTTI Federico nato di Napoli
MIGLIO Enrico, di Strongoli
MORRONE Francesco di Cirò Marina (Kr)
MORRONE Salvatore di Cirò Marina (Kr
MUTO Carmine di Crotone
MUTO Luigi di Cutro
MUTO Santino di Cutro
NIGRO Salvatore di Cirò Marina
PALETTA Basilio di Cirò
PAPAIANNI Salvatore di Cirò
PARRILLA Nicodemo di Cirò Marina
PIZZIMENTI Giuseppe di Isola Capo Rizzuto (Kr)
POTENZA Fabio di Parma
PUTRINO Carmela Roberta di San Nicola Dell’Alto (Kr)
PUTRINO Massimo di San Nicola dell’Alto (Kr)
QUATTROMANI Eugenio di Cirò Marina (Kr)
RISPOLI Leonardo di Cariati (Cs)
RIZZO Angela di Savelli (Kr)
RIZZO Luigi di Umbriatico (Kr)
RIZZO Salvatore di Umbriatico (Kr)
ROCCA Domenico di San Mauro Marchesato (Kr)
RUSSO Francesco di Cirò Marina;
RUSSO Gaetano di Crotone
SALVATO Francesco di Crucoli (Kr)
ANTORO Vincenzo Mandatoriccio
SCULCO Michele, residente in Germania
SESTITO Giuseppe di Cirò Marina
SICILIANI Mario di Cirò Marina (Kr)
SICILIANI Nevio di Cariati (Cs)
SICILIANI Roberto di Cirò Marina (Kr)
SIENA Carmine di Cirò Marina (Kr)
SIENA Palmiro Salvatore di Cirò Marina
SPADAFORA Antonio di San Giovanni in Fiore
SPADAFORA Giovanni di Vigonza (Pd)
SPADAFORA Luigi di San Giovanni in Fiore (Cs)
SPADAFORA Pasquale di San Giovanni in Fiore (Cs)
SPADAFORA Rosario di San Giovanni in Fiore (Cs)
SPAGNOLO Giuseppe di Cirò Marina
SPROVIERI Giuseppe di Cirò Marina (Kr)
SQUILLACE Antonio di Cutro
TALLARICO Francesco di Crotone
TALLARICO Ludovico di Casabona (Kr)
TASSO Luigi di Campana
TRIDICO Giuseppe di Montalcino
TUCCI Bruno di Acri (Cs)
VASAMÌ Piero residente in Germania
ZAMPELLI Vincenzo di Rossano (Cs)
ZITO Francesco di Crucoli (Kr)
ZITO Valentino di Cirò Marina
FLOTTA Nicola di Mndatoriccio
PALMIERI Domenico, detto Tonino, residente in Germania
CAPRISTO Tommaso, residente in Germania
CAMPISO Mario, residente in Germania;
RUSSO Annibale, residente in Germania;

AI DOMICILIARI
AIELLO Maria di Corte de’ Frati (Cr)
ALOE Giuseppina di Cirò Marina
ALOE Lucia di Cirò Marina
ALOISIO Caterina di Cirò Marina
ALOISIO Laura di Cirò Marina
ARENA Tommaso di Crucoli (Kr)
BOMBARDIERI Carlo di Cirò Marina
BONIFAZIO Domenico di Cutro
BOTTI Roberto di Modena
CARDAMONE Gilda di Melissa (Kr)
CARLUCCIO Dino di Cirò Marina
CERCHIARA Gabriele di Crucoli (Kr)
CERRELLI Domenica di Casabona
CHIRIAC Alexandru di Cirò Marina (Kr)
COLA Morena di Roma
CONDORELLI Cristian di Roma
CRUGLIANO Francesco di Cirò Marina
ESPOSITO Antonio di Cirò Marina (Kr)
GAIBA Marco di Mogliano Veneto (Tv)
GIGLIOTTI Maria Francesca di Crucoli (Kr)
GRECO Nino di Cariati (Cs)
GRILLINI Andrea nato di Monterenzio (Bo)
GUARINO Domenico Nicola di Isola Capo Rizzuto (Kr)
GUARINO Giuseppe di Isola Capo Rizzuto
MALENA Elena di Cirò Marina
MASTROIANNI Maria di Casabona
NIGRO Alessandro di Cirò Marina
NIKOLLA Elton di Cirò Marina
PLACIDO Rosario di Malagnino (Cr)
POTESTIO Nicodemo di Cirò
ROCCA Antonellanata di San Mauro Marchesato (Kr)
ROCCA Francesco di San Mauro Marchesato (Kr)
SALVATOLuigi di Crucoli
SQUILLACIOTI Domenico di Isola Capo Rizzuto
VELTRI Annamaria di Isola Capo Rizzuto (KR)
VILLIRILLO Andrea di Crotone
VILLIRILLO Rocco di Crotone
CLARA’ Teresa di Crotone
SCARRIGLIA Massimo di Crotone

A Stoccarda pizza e vino (anche) della ‘ndrangheta

(da Il Sole 24 Ore)

Così come i tedeschi non vogliono credere, ancora oggi, che la mafia calabrese ha messo radici profondissime nella loro patria, allo stesso modo non sapevano di bere, in alcuni ristoranti, proprio il vino della ‘ndrangheta. O di mangiare pizza prodotta grazie ai semilavorati di imprese controllate dalle cosche. L’operazione Stige della Dda di Catanzaro, che ha condotto all’arresto di 169 soggetti accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, peculato, turbata libertà degli incanti, corruzione e danneggiamento, reati tutti aggravati dal metodo mafioso, rivela che la cosca crotonese Farao-Marincola può contare su diverse cellule operative in territorio tedesco.

In particolare, secondo investigatori e inquirenti, una cellula è attiva in Assia, capeggiata da un soggetto direttamente dipendente dagli esponenti di vertice della cosca, la cui principale finalità era quella di imporre in Germania, specie tra i ristoratori di origine italiana, prodotti vinicoli ed alimentari di imprese controllate dalla cosca stessa. Su tutti quelli di una cantina vinicola. Un’altra cellula è invece operativa nel Baden Wurttemberg, in particolare nella zona di Stoccarda, dove altri due soggetti promuovevano e monopolizzavano il mercato dei semilavorati per pizza, nonché dei prodotti vinicoli di un’altra società agricola, occultamente controllata dalla ‘ndrangheta di Cirò Marina.

Con tutta una serie di atti di concorrenza sleale, mediante minaccia di stampo mafioso, hanno sbaragliato la concorrenza. Non da oggi ma dalla metà degli anni Novanta.

Gli accertamenti della Polizia di Offenbach, coordinata da quella di Wiesbaden (Assia), ha anche accertato che un’associazione di Offenbach, dove era stata regolarmente registrata, era stata fondata allo scopo di sostenere e diffondere la cultura della cucina calabrese. A partire dal 16 settembre 2013, la Polizia di Offenbach, ha intercettato alcune utenze telefoniche. Il risultato è che proprio attraverso l’associazione era stata favorita la distribuzione e commercializzazione all’estero del prodotto vinicolo di una specifica cantina e altri prodotti riconducibili ad attività commerciali di soggetti affiliati alla ‘ndrangheta di Cirò. I canali distributivi dell’associazione sono stati impiegati dalla famiglia Farao come supporto per consentire alle stesse imprese ‘ndranghetiste non solo di esportare il loro prodotto da commercializzare in Germania ma anche di creare una struttura logistica composta da sede, attrezzature e veicoli, che consentivano, agli stessi affiliati, di insediarsi sul territorio tedesco.

Se è lo Stato a farsi confiscare un bene confiscato alla mafia

Riccardo Lo Verso racconta su Live Sicilia la storia dell’agrumeto che fu di Michele Greco, il “Papa” di Cosa Nostra, e di come sia stato “scippato” allo Stato:

«La prossima settimana presenterà una denuncia alla Procura della Repubblica. Romolo Resga non molla, ma neppure si illude. Sa bene che il suo progetto, bruscamente interrotto, rischia di naufragare.

Nell’immobile di Ciaculli ha investito soldi, tempo e passione. Solo che il 6 dicembre due famiglie di abusivi, probabilmente originarie del rione Brancaccio, hanno forzato l’ingresso e occupato la struttura di via Funnuta. Tra gli alberi di mandarini, il tardivo di Ciaculli, otto anni fa era nato il progetto Mandarinarte. Un bene confiscato ai mafiosi era diventato uno spazio di utilità sociale, dove si producevano marmellate, dolci e liquori, e si coltivava la memoria grazie anche a un finanziamento di 340 mila euro ricevuto dalla “Fondazione con il Sud”. Mandarinarte organizzava giornate di incontri per spiegare, soprattutto ai ragazzi delle scuole, che esiste una possibilità di riscatto in terra di mafia.

Resga, che è anche presidente dell’associazione Acunamatata, è originario di Pavia. A Palermo, però, dove ha trovato lavoro e famiglia, ha trascorso metà dei suoi 62 anni. Di Mandarinarte parla al passato. Ormai da un mese non c’è più traccia delle attività di un tempo: “È stata bruciata persino la cartellonistica e la segnaletica”. Gli abusivi hanno azzerato il progetto alla radice. Quel luogo adesso è casa loro: “Il 6 dicembre sono arrivate due famiglie. Una con tre bambini e l’altra con una donna incinta. Alle dieci di sera hanno sfondato le porte del piano superiore, dove facevamo attività con le scuole in collaborazione con l’associazione Solidaria e si sono autodenunciate”. Hanno composto il 112 per fare sapere ai carabinieri che da lì non se ne sarebbero andati. Poi, sono pure arrivate altre persone.

Resga ha scritto al Comune e alla Prefettura. Non ha ricevuto alcuna risposta: “Peccato perché si faceva antimafia vera, senza chiacchiere”. Non sembra il tipo che fa suonare inutili campanelli di allarme. Qualche domanda, però, se l’è posta. “Quello che è accaduto è strano, strano davvero”, dice Resga. Racconta del buon rapporto con la gente di Ciaculli. Mandarinarte accoglieva gli anziani, ospitava la celebrazione delle messe e, perché no, momenti si svago. Una grigliata può valere mille volte di più di noiosi discorsi. Mai ricevuto minacce o intimidazioni. L’unico episodio da segnalare è stato il furto dei cavi di rame. Che può accadere, anzi accade in mille altri posti della città.»

Continua qui.

 

Minniticrazia, dal “macello” della Diaz ai vertici dell’Antimafia

L’ultimo regalo è nascosto (male) tra il mazzo di nomine natalizie e richiama la scia di sangue rimasto sulle pareti della scuola Diaz nel luglio del 2001: Gilberto Caldarozzi è stato condannato per i fatti di Genova a tre anni e otto mesi per falso (in via definitiva), ritenuto responsabile della fabbricazione di prove false che sono servite per “coprire” la violenza della Polizia contro ragazzi inermi.

Una condanna odiosa, deprecabile e grave che avrebbe presumibilmente pesato sulla carriera di qualsiasi impiegato pubblico ma che evidentemente non ha frenato la carriera di Caldarozzi che nei cinque anni di interdizione si è occupato da consulente della sicurezza delle banche e poi è entrato nell’orbita di Finmeccanica (del suo ex capo De Gennaro) per diventare nei giorni scorsi il vice direttore tecnico operativo della Direzione Investigativa Antimafia, il numero 2 della DIA.

Gli strani percorsi della meritocrazia italiana, e peggio ancora della Minniticrazia, portano quindi in un ruolo di prestigio uno di quelli che, secondo la sentenza di Cassazione, “hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Così, in scioltezza.

E come nota il giornalista Marco Preve (che ha scovato questa storia) aspettiamo con ansia che si pronuncino le grandi firme del giornalismo italiano (che scrivono di antimafia e intelligence) su una nomina che, dice Preve, “espone tutto il mondo dell’antimafia a un pericolo enorme: quello della totale inattendibilità. Se uno dei più importanti funzionari della polizia italiana è stato condannato per il più infame dei reati dei servitori dello Stato, ovvero la falsa prova, la falsa accusa, che per di più serviva a coprire le imprese di una banda di torturatori, ebbene se un soggetto del genere dopo essere stato condannato in via definitiva a una pena pesantissima, può diventare il numero due dell’esercito dell’antimafia italiana chi potrà mai garantire sulla qualità della raccolta delle prove, sul rispetto dei diritti da parte dell’intelligence italiana nella lotta al crimine organizzato?”.

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2017/12/26/minniticrazia-dal-macello-della-diaz-ai-vertici-dellantimafia/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.

‘Ndrangheta, arrestato il latitante Antonio Strangio: era in Germania

Nonostante dovesse scontare “solo” 19 mesi di carcere e fosse sottoposto “solo” all’obbligo di dimora, dal 2012 si trovava in Germania per sfuggire alla condanna per intestazione fittizia di beni. Il latitante Antonio Strangio di San Luca, conosciuto con i soprannomi “TT” e “u Meccanicu”, è stato arrestato a Moers.

La cattura è avvenuta nei giorni scorsi da parte della polizia tedesca che, su indicazione dei carabinieri, ha scovato il ricercato sul quale da settembre pendeva una richiesta di mandato d’arresto europeo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Ritenuto contiguo alla cosca “Pelle-Vanchelli”, Antonio Strangio è stato scovato vicino a Duisburg, teatro della strage di Ferragosto, consumata nel 2007, da cui è scaturita l’indagine nella quale è stato coinvolto per intestazione fittizia.

I carabinieri sono risaliti a “TT” analizzando i contatti che lui ha avuto prima di darsi alla macchia. Gli investigatori, infatti, hanno verificato ogni utenza da lui contattata in passato e ogni domicilio o dimora in cui avesse trovato ospitalità in Italia e all’estero. Tutti gli elementi portavano alla cittadina tedesca di Moers dove, in passato, era stata riscontrata la presenza di numerosi affiliati alla stessa cosca.

Meritocrazia: il nuovo numero 2 dell’antimafia è un condannato per la “macelleria messicana” della scuola Diaz

(Marco Preve per Repubblica)

Più che la rabbia della vittima c’è il senso di sconfitta del cittadino di fronte al Potere, negli occhi di uno degli ex ragazzi che nel luglio del 2001 attraversarono le notti della macelleria messicana della Diaz e del carcere cileno di Bolzaneto.
Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per falso, ovvero per aver partecipato alla creazione di false prove finalizzate ad accusare ingiustamente chi venne pestato senza pietà da agenti rimasti impuniti, è oggi il numero 2 – Vice direttore tecnico operativo- della Direzione Investigativa Antimafia, ovvero il fiore all’occhiello delle forze investigative italiane, la struttura alla quale è affidata la lotta al cancro criminale.
La nomina, decisa dal ministro dell’Interno Marco Minniti, passata quasi in sordina ed ignorata dalla politica, risale a poche settimane fa.

Se ne sono accorti, quasi casualmente nei giorni scorsi i reduci del Comitato Verità e Giustizia per Genova, un gruppo formato da ex arrestati della Diaz e di Bolzaneto e dai loro famigliari.
“Molti dei ragazzi tedeschi, vittime della polizia nel luglio 2001 – racconta un membro del Comitato – spiegano di avere provato paura quando, ritornati in Italia per i processi o per le vacanze hanno incontrato agenti in divisa. Mi chiedo come si possa dire a queste persone che l’Italia è cambiata se uno dei massimi dirigenti del nostro apparato di sicurezza è oggi proprio colui che ieri fece di tutto per accusarli ingiustamente e coprì gli autori materiali dei pestaggi e delle torture”.

Caldarozzi, ex capo dello Sco, la Sezione criminalità organizzata, considerato un “cacciatore di mafiosi”, per la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo è invece uno dei responsabili dei comportamenti di quella notte del 2001 e dei successivi comportamenti degli apparati di Stato, che sono valsi al nostro paese due condanne per violazione alle norme sulla tortura. Scrissero i giudici della Cassazione per Caldarozzi e gli altri condannati: “hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Non esattamente una medaglia da inserire nel proprio curriculum.

D’altra parte, a luglio di quest’anno sono scaduti i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e i dirigenti condannati per la Diaz che non erano andati in pensione sono rientrati in polizia.
In un intervento sulle sentenze della Cedu, pubblicato sul sito Questione Giustizia di Magistratura Democratica, il pm del processo Diaz Enrico Zucca affronta il caso Caldarozzi: “L’ultimo dei rientri, che si fa fatica a conciliare con quanto espresso nei confronti del condannato in sede di giudizio di Cassazione, è quello che riguarda l’attuale vice-capo della Dia, che vanta così nel suo curriculum il “trascurabile” episodio della scuola Diaz”.

Il capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli, in un’intervista a Repubblica dell’estate ha voluto finalmente affrontare il tema G8 senza tabù, dichiarando che lui al posto di “Gianni De Gennaro (allora capo della polizia oggi presidente di Finmeccanica, ndr) si sarebbe dimesso”. A quanto si sa, i funzionari rientrati in polizia sarebbero stati destinati a ruoli non di primo piano. Ma Caldarozzi è sfuggito a questa logica. Essendo la Dia una struttura che dipende direttamente dal Ministero, per lui, che vanta con Minniti e con il gruppo De Gennaro un’antica amicizia, si sono spalancate le porte dei piani alti.
Il suo esilio, per altro non è stato quello di un appestato. Gli anni di interdizione li ha trascorsi lavorando come consulente della sicurezza per le banche e poi come consulente per la Finmeccanica dell’ex capo De Gennaro. Si parlò anche di “collaborazioni” con il Sisde, i servizi segreti, proprio come, sempre a stare alle voci, si racconta intrattenga oggi il anche pensionato Franco Gratteri, ex capo della Direzione centrale anticrimine, il più alto in grado fra i condannati della Diaz.

Nonostante l’Italia, tra molte contestazioni e distinguo, si sia dotata da qualche mese di una legge sulla tortura, sembra essere completamente inevaso uno degli aspetti più volte ricordati dai giudici europei. Quello che riguarda non gli autori materiali delle torture bensì tutta la scala gerarchica e i regolamenti interni che non provvedono a isolare i torturatori e chi li ha coperti nelle fase preliminare delle indagini, e che poi non provvede, se non a radiarli, perlomeno a bloccare le progressioni di carriera, o in estremo subordine ad assegnarli ad incarichi non operativi. Diciassette anni dopo aver disonorato – lo dicono, per sempre, i giudici della Cassazione, anche se molti poliziotti e altrettanti politici non hanno mai accettato questa sentenza – la polizia italiana, Gilberto Caldarozzi viene premiato con una delle poltrone più importanti della lotta al crimine. La “macelleria messicana” è stata archiviata dallo Stato.

Letizia in cima al mondo

Il New York Times ha da poco pubblicato una lista di 11 donne scelte tra quelle incontrate dai giornalisti nell’anno appena trascorso. La lista è in realtà una rassegna di pezzi su personalità varie sparse per il mondo, il genere di ritratti che dal 2002 vengono pubblicati nella rubrica “Saturday Profile”, con lo scopo di raccontare ai lettori del New York Times personalità interessanti e straordinarie ancora poco conosciute negli Stati Uniti. Secondo Kyle Crichton, l’autrice della rassegna, il profilo più interessante di quest’anno è stato il ritratto scritto da Kiki Zhao della poetessa Yu Xiuhua, una donna con paralisi cerebrale che ha vissuto la maggior parte dei suoi 41 anni in una fattoria, scrivendo a un tavolo basso. Non ha mai finito il liceo e dice di aver imparato a scrivere prima che a leggere. Ora, viene invitata in posti come la Stanford University e respinge i paragoni con Emily Dickinson.

Tra gli 11 pezzi elencati dal Nyt spicca il bellissimo ritratto, firmato Elisabetta Polovedo, della fotografia Letizia Battaglia (82 anni), accompagnato da una serie di foto scattate da Gianni Cipriano nel suo appartamento di Palermo. È proprio nella sua città natale, all’interno dei Cantieri culturali alla Zisa, che, dopo una lunga gestazione, a novembre la fotoreporter ha inaugurato il Centro Internazionale di Fotografia, di cui è direttrice. L’evento è arrivato alla fine di un anno di celebrazione, con la retrospettiva del Maxxi di Roma Letizia Battaglia. Per pura passione che ha chiuso ad aprile. Con le sue potentissime immagini in bianco e nero e i suoi reportage in prima linea sui luoghi (e i corpi insanguinati) della mafia, Letizia Battaglia ha scosso e continua a scuotere la storia della fotografia contemporanea.

(fonte)

Mafia a Brescello: dove gli studenti hanno fatto la rivoluzione

Ho avuto il privilegio di conoscere Elia, uno dei ragazzi di Cortocircuito, e partecipare a qualche evento con lui. E me lo ricordo bene il suo viso con il sorriso di chi sa di fare le cose giuste e si rende conto di poter essere portatore di cambiamento. Per questo vale la pena leggersi l’articolo di Claudio Del Frate per il Corriere della Sera. E farne un esempio. Eccolo qui:

 

Tutto cominciò con un gruppo di studenti liceali che giravano armati di videocamera ponendo domande tanto candide quanto impertinenti: «Scusi, lei lo sa che Tizio è ritenuto vicino a famiglie della ‘ndrangheta?». E’ andata a finire che pochi giorni fa una sentenza del Consiglio di Stato ha confermato lo scioglimento del Comune di Brescello, in provincia di Reggio Emilia, per infiltrazioni mafiose. E i giudici, nelle loro motivazioni, danno atto che a scoperchiare il pentolone del malaffare era stata anche la videoinchiesta confezionata da quegli studenti animati da passione civile e curiosità. Il loro lavoro è finito infatti prima agli atti della maxi inchiesta «Aemilia», sul business dei clan calabresi tra Reggio, Modena e Bologna e ora nel fascicolo che ha sciolto il comune di Brescello e tolto la fascia tricolore al sindaco Marcello Coffrini, del Pd.

 

Tutti i favori alle famiglie

 

Brescello, noto al mondo per essere il borgo dove Guareschi ambientò le vicende di Peppone e don Camillo, si sarebbe risparmiato il triste primato di essere il primo comune dell’Emilia a essere esautorato per via dei condizionamenti subiti dalla malavita organizzata. Le carte esaminate dal Consiglio di Stato fanno riferimento a una dozzina di elementi che hanno condotto alla sentenza: varianti al prg richieste da ditte a cui non era stata chiesta l’informativa antimafia, l’assunzione di personaggi «legati a vario titolo a esponenti» delle cosche, l’affidamento di appalti a ditte poi raggiunte da interdittive antimafia, minacce a politici locali, sussidi sociali concessi a «soggetti controindicati». Ma al primo posto (almeno in ordine cronologico) figurano «le dichiarazioni e il comportamento del sindaco in occasione di una intervista alla tv web». Quest’ultima altro non è che un lungo colloquio concesso ai giovani dell’associazione antimafia «Cortociruito» composta da liceali e universitari di Reggio Emilia.

 

Un’onda che arriva fino in Germania

 

Elia Minari, 22 anni, oggi studente di giurisprudenza a Bologna, è stato uno degli autori di quel documentario amatoriale e all’inizio pubblicato (era l’agosto del 2014) senza troppe pretese su Youtube. «All’inizio siamo stati bersaglio di insulti, denigrazione, persino di una manifestazione di piazza ma oggi le cose sono cambiate – commenta Elia facendo un bilancio della sua esperienza -. Allora c’era chi sottovalutava o negava la presenza della ‘ndrangheta nella zona di Reggio Emilia, oggi nessuno la può negare. Ci sono le sentenze che parlano». Elia ha appena pubblicato un libro («Guardare la mafia negli occhi», Rizzoli) viene invitato nei Comuni, nelle università, persino in Germania e in altri paesi esteri a raccontare la sua parabola e a spiegare come sia pericoloso rimuovere il problema, specie nei luoghi dove la presenza mafiosa appare sfumata.

 

«Mafia? Non rispondo»

 

Ma cosa aveva detto davanti alla videocamere il sindaco di Brescello tanto da suscitare un simile vespaio? Che secondo lui Franco Grande Aracri, personaggio al centro dell’inchiesta «Aemilia» era una persona educata e per bene, di basso profilo e che contaminazioni mafiose in quel territorio non erano percepibili. Le inchieste hanno poi raccontato tutta un’altra storia, il cui filo è ripreso ora dalla sentenza del Consiglio di Stato. Che valorizza il lavoro di Elia e di «Cortocircuito». «L’atteggiamento di chiusura e sospetto – scrivono i giudici – non viene affermato sic et simpliciter ma si richiama alla reazione avuta da alcuni cittadini intervistati nel corso del servizio giornalistico i quali – solo a sentire nominare la parola mafia o il nome del condannato per reati di mafia residente in paese, hanno dichiarato di non voler rispondere».

 

Il boss? «Molto composto ed educato»

 

Si entra poi nel vivo delle frasi rilasciate dal sindaco ai ragazzi.«Sul punto – ecco un altro passaggio del verdetto – non è in alcun modo credibile che il primo cittadino vissuto e cresciuto a Brescello non fosse informato sulle vicende giudiziarie di Grande Aracri trattandosi di persona più che nota nel contesto locale. Le dichiarazioni del sindaco e in particolare le definizioni della persona come soggetto “sempre molto composto, educato, sempre vissuto a basso livello” sono da considerarsi senz’altro gravi e dimostrano scarsa sensibilità riguardo alla presenza della criminalità organizzata sul territorio comunale». Ma in più egli «nega consapevolmente tale fenomeno come dimostrano le risposte da lui date alla domanda se la criminalità organizzata costituisse un problema reale nel comune di Brescello».

Il boss diventato allenatore di calcio: Natale Iannì, un mafioso sulla panchina di Eccellenza


Il nuovo tecnico della Reggiomediterranea (squadra calabrese che gioca in Eccellenza) è un condannato per mafia in primo e in secondo grado in attesa del giudizio della Cassazione. Secondo gli inquirenti sarebbe un elemento di spicco della cosca Caridi-Borghetto-Zindato. Ma qualcuno, evidentemente, crede che abbia qualcosa da insegnare ai giovani calciatori.
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“La violenza sulle donne è come la mafia”: parla la giudice Paola Di Nicola

Donne coraggiose di cui c’è terribilmente bisogno. Paola Di Nicola intervistata da AGI:

 

Roma – “Il femminicidio ha la stessa valenza culturale, sociale e criminale della mafia. Si deve pretendere dallo Stato lo sforzo dimostrato nel combattere il fenomeno mafioso perché il femminicidio, inteso in senso ampio, arriva ad ammazzare, nel disinteresse assoluto, più della mafia, uccide la vita e la dignità di intere generazioni, rendendole succubi e incapaci di reagire”. Paola Di Nicola, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, si dice convinta, conversando con l’Agi, delle forti analogie tra i due fenomeni, ma denuncia la mancanza di quel “salto di qualità” che deve compiere il Paese per debellare i reati di violenza contro le donne. “Se venisse ammazzato ogni giorno un testimone di giustizia, un pentito, lo Stato alzerebbe immediatamente la guardia, come è doveroso che sia, mentre un giorno sì e uno no viene uccisa una donna e il fenomeno appare normale, è accettato, metabolizzato, ci appartiene, è ineluttabile”, prosegue la gip impegnata da anni nel contrasto alla violenza di genere e autrice del libro “La Giudice – Una donna in magistratura“.

 

Contesto di omertà e rifiuto identico a quello mafioso

Riguardo al fenomeno, “non c’è ancora una coscienza culturale, sociale e politica. La donna vittima di violenze si trova in un contesto di omertà, rifiuto, negazione identico a quello di mafia, ma è sostanzialmente sola”. Per scoprire davvero gli autori dei femminicidi, ma anche di tutti i reati contro le donne, per Paola Di Nicola “si devono leggere gli episodi in un’ottica complessiva e con una visione di genere, altrimenti il fenomeno criminale resterà impunito e diventerà tanto diffuso quanto inattaccabile. Come per la mafia, esistono, infatti, i reati-spia, cioè quelli che costituiscono un univoco indicatore di una violenza più pericolosa e più insidiosa, di una quasi certa escalation. Sono le lesioni, i maltrattamenti nelle famiglie e nei contesti lavorativi, le molestie, l’omesso versamento dell’assegno di mantenimento come ricatto economico e come assenza di riconoscimento della figura genitoriale dell’altro, gli insulti sessisti.

Il 70% delle vittime aveva denunciato l’aggressore

Un dato significativo è che il 70% delle donne vittime dei femminicidi aveva già denunciato il proprio aggressore: questo perché troppe volte gli accadimenti vengono valutati in modo isolato, parcellizzato. Come le estorsioni in un contesto mafioso anche i maltrattamenti vanno letti in maniera non episodica e parziale“. Capacità culturale e “lenti di genere” – sostiene Paola Di Nicola – devono entrare nelle aule di giustizia perché persino lì “spesso si respira il pregiudizio di genere, che è radicato in tutti i protagonisti del processo, uomini e donne, e che si riproduce anche in alcune sentenze di assoluzione degli autori di lesioni, stalking, maltrattamenti”. Secondo i dati Istat, sono circa 3 milioni 466 mila le donne che hanno subito stalking nella loro vita.

 

“In alcune sentenze di assoluzione – spiega la gip del Tribunale di Roma – si ritiene che la donna abbia denunciato le violenze strumentalmente e, quindi, non sia credibile, salvo poi scoprire che nessuno ha offerto alcuna prova sulla strumentalità della denuncia. Nei procedimenti relativi ai reati di violenza contro le donne la valutazione di credibilità della vittima è molto spesso più ficcante, intrusiva, specifica, approfondita, accertamento che non si ritrova in nessun altro tipo di delitto. Perché c’è lo stereotipo che la donna mente, che utilizza il processo per propri fini.

 

Nelle sentenze motivazioni che non convincono

Una donna vittima di violenze viene di frequente sottoposta nel processo a domande di accusa e difesa estenuanti nelle quali le si chiede di sviscerare i particolari più intimi della propria vita e del proprio modo di essere, approccio impensabile nei confronti, per esempio, della vittima di una rapina”. Ma lo prevede la legge? “Assolutamente no – risponde la giudice – ci sono anche pronunce della Cassazione che reputano sufficiente la denuncia della vittima per condannare per lesioni, stalking, maltrattamenti.

 

E invece molte sentenze assolvono con motivazioni che non convincono: perché manca ad esempio la certificazione medica che dimostra le lesioni oppure perché mancano testimoni. Tutti passaggi sconfessati dal fatto che gran parte dei reati che si consumano in contesti familiari non hanno testimoni – avvengono in camera da letto, in casa quando non è presente altra gente – e che la quasi totalità delle donne vittime di violenza domestica non si fa refertare le lesioni subite per paura. Talvolta in qualche sentenza si arriva addirittura a definire i lividi delle vittime come atti di autolesionismo”.

 

Per Paola Di Nicola, “questo è dovuto al fatto che il pregiudizio di genere appartiene a chiunque e gli stessi magistrati non ne sono estranei perché la magistratura fa parte della realtà sociale e culturale di un Paese. Anche se – riconosce – si sta creando una cultura giudiziaria sempre più avveduta e impegnata a sradicare questo tipo di pregiudizio. In questi anni la magistratura ha fatto coraggiosi e innovativi passi in avanti in questo ambito, a partire dalle Procure, pur nella consapevolezza che dentro e fuori le aule di giustizia la strada sia ancora lunga”. Prima del momento conclusivo del processo c’è, infatti, tutta la fase in cui gli episodi di violenza sono in pieno svolgimento e viene richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, dalle quali ancora oggi, non di rado, c’è “una sottovalutazione delle situazioni: ci sono casi di maltrattamenti che vengono liquidati nei verbali come ‘lite coniugale’. Si trascurano poi elementi significativi come lo stato in cui era l’abitazione con piatti e bicchieri rotti per terra, mobili distrutti, coltelli lanciati o il perdurare dell’atteggiamento aggressivo dell’uomo anche alla presenza di polizia o carabinieri”.

 

Necessario liberarsi dai pregiudizi culturali 

Per la gip del Tribunale di Roma, questo è lo stesso pregiudizio culturale che porta i vicini di casa a non segnalare episodi di violenze con la giustificazione di non voler entrare nella privacy di altre famiglie. Quegli stessi vicini di casa che farebbero esattamente il contrario davanti a un furto o a una rapina.”Purtroppo prima vittima dello stesso pregiudizio, dello stesso stereotipo – continua la sua analisi – è anche la donna che subisce violenza e il suo comportamento gioca un ruolo decisivo: prima denuncia lesioni, stalking o danneggiamenti, ma poi ritira la querela – e qui gli inquirenti possono fare ben poco – per non essere accusata di aver distrutto la famiglia o nella speranza illusoria di poter recuperare un rapporto. E anche quando si giunge faticosamente al processo, è la stessa vittima che entra in un’aula di giustizia temendo, spesso a ragione, di non essere creduta, convinta di aver violato la ‘regola’ comune secondo la quale le donne devono tacere quello che subiscono, di essere andata contro e oltre il proprio ruolo e il proprio modello”. Su questi sentimenti della donna fa leva “con astuzia l’imputato, soprattutto quando ci sono figli.

 

Questo atteggiamento, assieme all’assenza della consapevolezza di commettere un reato, accomuna tutti gli autori delle violenze, di diverse classi sociali, strati professionali, contesti culturali, religiosi, da nord a sud. I carnefici, inoltre, colpiscono le donne, non solo perché a un certo punto si è alzato il livello dello scontro, ma proprio perché appartenenti al genere femminile di cui non tollerano autonomia e capacità”. Come si fa a uscire da questa infernale spirale? “Soltanto acquisendo la consapevolezza del pregiudizio – conclude Paola Di Nicola – è possibile liberarsene per costruire una nuova identità capace di scuotere l’immobilismo che ci rende tutti complici di una strage silenziosa ma quotidiana”.