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SondaLife recensisce lo spettacolo Mafie Maschere e Cornuti

(fonte)

 

(Visto il 28 novembre 2017 al Teatro della Cooperativa)

Di e con Giulio Cavalli

UNA RISATA CHE SBRICIOLA

 

Il Teatro Cooperativa prosegue, con la giullarata antimafiosa Mafie, maschere e cornuti di e con Giulio Cavalli, nel presentare pièces di solido teatro civile.

Giulio Cavalli, attore e autore teatrale da tempo minacciato, e quindi protetto dalle forze dell’ordine, per la sua attività antimafia, è giullare dell’oggi e senza l’ausilio di costumi e scenografie recupera proprio dalla tradizione giullaresca, rinverdita e rinvigorita negli ultimi decenni del XX secolo da Dario Fo, uno dei modi cardini del teatro popolare: porre alla berlina i potenti con lazzi e sberleffi per smitizzare tutto quello che ”ci fanno credere invincibile ed invece non lo è”. Lavorando soprattutto sulla parola Cavalli, che è fermamente convinto, a ragione, che la parola contro la mafia funziona, propone un teatro diretto che dà fastidio. Nomi, cognomi, fatti e fattacci, aneddoti snocciolati uno dietro l’altro proposti con irriverente ironia che fanno ridere ma inchiodano lo spettatore a riflettere.

Tutto lo spettacolo gira attorno a una potente considerazione di Mark Twain, citata da Cavalli durante lo spettacolo: “Non bisogna avere paura di ciò che non si conosce ma bisogna temere ciò che crediamo vero e invece non lo è”. Figure/figuri, da Riina a Provenzano, ai loro epigoni e uomini della politica e della finanza contigui alla mafia, sono sbriciolati attraverso il suscitare risate. Anche una risata fa male ai potenti o ritenuti tali.

Lo spettacolo si conclude con un finto e sollecitato bis dedicato alla figura poco nota ai più, scrivente compreso, dimenticata, e ancora da chiarire, di Bruno Caccia, magistrato ucciso a Torino nel 1983 nell’attimo di libertà, allontanata la scorta, in cui passeggiava col cane. A ragione Cavalli propone questo ricordo staccato dal resto del corpo della giullarata proponendo un momento intenso, quasi lirico, di teatro tout court.

Affianca Giulio Cavalli il bravo fisarmonicista Guido Baldoni in realtà sottoutilizzato in uno spettacolo, che forse ha bisogno di qualche limatura, ma che è da non perdere.

Mafie, maschere e cornuti rimarrà in scena al Teatro della Cooperativa fino al 6 dicembre.

 

(Adelio Rigamonti)

A proposito di Ostia e CasaPound

Valer la pena leggere l’articolo di Internazionale:

 

“Zecca de merda, frocio”, gli urlano quelli di CasaPound quando lo incontrano fuori da qualche locale o sull’autobus. Si muovono sempre in gruppo, sono ragazzi del quartiere militanti di estrema destra e prendono di mira quelli impegnati nei collettivi scolastici di sinistra o nelle associazioni, soprattutto i ragazzi che si occupano di senza fissa dimora o migranti.

Raffaele Biondo è alto e magro, capelli ricci, maglione a collo alto: ha 19 anni ed è stato per lungo tempo il rappresentante degli studenti del liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia. “C’era un periodo in cui ricevevo minacce quotidianamente per la mia attività politica a scuola”, racconta. Poi il 24 maggio 2016 ha subìto un’aggressione.

“Il coordinamento degli studenti del decimo municipio aveva organizzato una manifestazione contro la mafia e contro il fascismo, la giornata della cultura, a cui avevamo invitato tutte le scuole”, racconta Biondo. Durante l’evento il Blocco studentesco, la formazione giovanile del partito di estrema destra CasaPound, si è presentato e ha protestato perché non era stato invitato.

Una lunga lista
Il giorno successivo, Biondo è stato aggredito da un ragazzo di Blocco studentesco accompagnato da altri otto militanti all’uscita da un locale di Casal Palocco. “Sono uscito verso le otto dal bistrot Ciaocore dove stavo studiando con un mio amico”, racconta. “Nel parcheggio ho incontrato otto ragazzi di Blocco studentesco e abbiamo cominciato a discutere della giornata della cultura che si era svolta il giorno prima in piazza Anco Marzio in maniera abbastanza tranquilla”.

All’improvviso uno degli studenti di Blocco studentesco “ha chiesto se ero antifascista”. Quando Biondo ha detto di sì è arrivata la replica: “Allora sei un uomo di merda”, insieme a una testata sulla bocca. “Ho cominciato a vedere tanto sangue e piegato dal dolore non ho reagito”, racconta il ragazzo, mentre l’aggressore e gli altri sono scappati. Biondo è andato al pronto soccorso dove gli hanno dato sette giorni di prognosi. Se l’è cavata con un dente rotto che ha dovuto farsi ricostruire. Ha presentato un esposto alla polizia, ma continua a ricevere minacce e insulti.

 

(continua qui)

Le elezioni a Ostia le hanno già vinte gli Spada e i Fasciani

Come se non bastasse il fatto che per Roma giri una giornalista sotto scorta per le loro minacce (Federica Angeli, che scrive per Repubblica) ieri Roberto Spada è rimbalzato su tutti i telegiornali mentre in pieno giorno, sotto l’occhio di una telecamera, prende a testate un giornalista Rai come nemmeno nelle peggiori fiction di mafia. Così, apertamente e liberamente, mentre tutto intorno Ostia si prepara al ballottaggio di un voto erroneamente considerato locale ma che invece propone tutti i lineamenti di una mafia parafascista che su Roma ci riporta ai periodi bui della banda della Magliana e di altri terrificanti personaggi della storia capitolina.

Come se in fondo il processo di Mafia Capitale (e che tristezza leggere decine di editoriali tutti proni a sminuire un fenomeno che continua a sanguinare) fosse solo un incidente e non la spia di una criminalità che addirittura si esibisce pubblicamente nella minaccia come potrebbe accadere a Corleone o a Casal di Principe. Chiunque sappia qualcosa di fatti di mafia sa bene che quel naso spaccato (addirittura pubblicato sulla propria pagina Facebook) è una medaglia che accresce l’onore marcio di chi, proprio con la violenza, si è affrancato in un territorio omertoso e spaventato.

Ostia è la terra di mafia dei nuovi fascismi pericolosamente coalizzati con l’illegalità del territorio (oltre che intrinsecamente illegali, per Costituzione) che dietro al falso mito della “cura dei bisogni della città” trasforma mafiosi in potabili imprenditori, la violenza e le minacce in “perdita di pazienza” e l’estrema destra in legittime posizioni politiche.

Oltre alla solidarietà doverosa ai giornalisti di Nemo, malmenati nello stesso Paese che facilmente si offende quando crolla nella classifiche della libertà di informazione, forse sarebbe il caso di aprire anche alcune riflessioni: c’è la responsabilità di chi negli ultimi mesi (fior fiore di giornalisti) ha legittimato Casapound come se davvero fosse un partito politico e non solo un grumo di orribile passato e c’è anche l’inutile tiritera di chi punta il dito contro “il web” senza rendersi conto che internet (come la politica, l’imprenditoria e il giornalismo stesso come ha dimostrato la prima pagina di Libero di ieri) è solo la fotografia reale di un Paese che normalizza la ferocia e poi se ne lamenta.

Buon giovedì.

(continua su Left)

Agenti penitenziari a disposizione della ‘ndrangheta. A Bologna.

Storie dal nord che si occupa sempre troppo poco di mafia. (fonte)

 

Bologna, 10 novembre 2017 – Hanno rispettato le ‘regole’ impartite dai boss all’interno del carcere Dozza, picchiando selvaggiamente un altro detenuto che, invece, non ne voleva sapere di farsi sottomettere dai ‘padroni’ dell’ ‘ndrangheta. A loro, i militari del Ros, sono arrivati grazie ad un collaboratore di giustizia, scoprendo in questo modo l’esistenza di una gerarchia criminale all’interno del penitenziario. Sono stati arrestati all’alba di oggi due campani di 30 e 47 anni, residenti uno in città e l’altro a Bomporto coinvolti nella più vasta operazione condotta appunto dai militari del ROS e dai Comandi provinciali di Bologna, Modena e Reggio Emilia, che hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del tribunale di Bologna, su richiesta della procura distrettuale Antimafia, nei confronti di 8 indagati, tra cui i due ‘radicati’ nel nostro territorio.

Quattro di questi devono rispondere di violenza privata e lesioni aggravate dalle modalità mafiose e gli altri quattro, tra cui due agenti della penitenziaria e due magrebini, di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti tra le celle.

Le indagini, supportate da attività di intercettazione e da pedinamenti, sono state corroborate dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, il principale nell’ambito del processo Aemilia ed hanno consentito di acclarare l’esistenza di una vera e propria gerarchia criminale instauratasi tra i reclusi nella casa Circondariale ‘Dozza’ di Bologna, con al vertice elementi della articolazione di ‘ndrangheta avente epicentro nella provincia di Reggio.

Parliamo dei detenuti calabresi Gianluigi Sarcone (fratello di Nicolino, esponente apicale della cosca ‘ndranghetista operante in Emilia- Romagna, e oggetto del procedimento Aemilia) e Sergio Bolognino, entrambi finiti in carcere a gennaio 2015 nell’ambito dell’operazione antimafia che, avvalendosi della forza di intimidazione derivante dall’appartenenza alla ‘ndrangheta, avevano imposto la loro autorità agli altri detenuti, obbligandoli a sottostare, con minacce e violenze, alle loro regole di convivenza.

Da qui, a marzo, il violento pestaggio ai danni di uno dei reclusi nella sezione ‘Alta Sicurezza’, i cui mandanti sono appunto Sarcone e Bolognino mentre i ‘picchiatori’ i due campani oggi individuati e ammanettati in città.

La vittima era stata punita poiché irrispettosa e refrattaria alle disposizioni imposte, a dimostrazione della supremazia riconosciuta agli ‘ndranghetisti da parte dei detenuti contigui a clan di camorra. L’indagine ha permesso anche di accertare come due agenti della penitenziaria avessero allacciato una fitta rete di rapporti illeciti con i reclusi ai quali veniva, tra l’altro, consentito il consumo di droga. Gli agenti sono finiti ai domiciliari, così come uno dei marocchini arrestato insieme ad un connazionale proprio per la cessione di droga tra le celle.

 

TELEFONI IN CARCERE – “I telefoni in carcere li forniscono le guardie penitenziarie“. È una delle frasi messe a verbale da Giuseppe Giglio, arrestato nel 2015 nell’inchiesta di ‘Ndrangheta ‘Aemilia‘ e poi divenuto collaboratore di giustizia, citate nell’ordinanza con cui il Gip di Bologna Alberto Ziroldi ha disposto le otto misure cautelari.

In un colloquio con il Pm della Dda Beatrice Ronchi, Giglio il 28 giugno 2016 parlò dei rapporti tra poliziotti penitenziari e detenuti campani nel carcere bolognese. “Ma qualsiasi cosa avevamo necessità, un tablet, cioè qualsiasi cosa loro ci avrebbero… perché le guardie, tra l’altro, lì sono quasi tutte napoletane, attenzione! E questi qua erano di Napoli. Ah ma se lì avesse messo delle intercettazioni ne avrebbe sentito delle belle!”, disse il pentito.

E ancora, a rafforzare il concetto: “Sì, me lo disse lo stesso Sergio Bolognino (uno degli arrestati di oggi, ndr), disse in quanto diciamo le guardie sono paesani loro, cioè sono proprio dello stesso paese. Sa, ma qualsiasi cosa ci serviva, diciamo anche a… diritti penitenziari, magari ci serviva qualche cosa, tramite questi napoletani ci arriva subito”. 

Aemilia: chissà quando ci diranno qualcosa le banche, sui rapporti con la mafia

(Paolo Bonacini per Il Fatto Quotidiano)

 

Al processo Aemilia tiene banco Antonio Valerio, fresco collaboratore di giustizia che ha deciso di vuotare il sacco nel giugno scorso. E’ un personaggio unico nella ’ndrangheta 5.0, come chiama la cosca emiliana per spiegare la distanza dalla mafia vecchio stampo, tutta “bacinella, lupara e cuppulicchia”. Uno “’ndranghetista a statuto speciale”, si definisce, che può fare in sostanza (quasi) tutto ciò che vuole in virtù di uno storico legame con il boss Nicolino Grande Aracri.

Ex boxeur, parla di spalle in videoconferenza, mostrando solamente la nuca segnata dalla cicatrice che gli regalò il killer Paolo Belliniquando cercò di ucciderlo nel 1999. Valerio è un uomo erudito per i canoni della ‘ndrangheta, utilizza le “linee di fuga del Brunelleschi” per illustrare l’organigramma funzionale della Famiglia emiliana e fa riferimento al “bosone di Dio” quando parla di accuse sospese nel vuoto. E’ soprattutto la memoria vivente della vita, della morte e dei miracoli che hanno caratterizzato trent’anni di inarrestabile ascesa in Emilia Romagna dei mafiosi provenienti da Cutro, in provincia di Crotone.

Fatture false all’incasso. Uno dei miracoli è la moltiplicazione dei soldi frutto di “un vorticoso giro di false fatturazioni” dicono gli atti processuali, che consentono di “presentarsi all’incasso presso istituti di credito se non compiacenti, certo scarsamente solleciti a esercitare i poteri di segnalazione previsti dalla normativa antiriciclaggio”. Il giro d’affari documentato tra il 2011 e il 2012, relativo alle sole operazioni inesistenti di società che stampano fatture false per frodare il fisco, è di oltre 17 milioni di euro.

Antonio Valerio racconta ai pm e in aula, durante una delle ultime udienze, quello che secondo lui è un caso esemplare di “banca compiacente”. Uno stimato imprenditore del comprensorio ceramico e uno stimato agente immobiliare utilizzano aziende di comodo per emettere assegni fasulli, chiamati “formaggio avariato”, e si affidano a lui per portarli all’incasso. Valerio trova la persona giusta nel direttore della filiale di Banca Carifirenze a Novellara, comune della provincia reggiana.

Gli assegni “avariati” e il direttore sedotto. “Andiamo a pranzo con lui e un nostro amico porta un paio di ragazze carine e disponibili. E ‘ste ragazze, piedino sotto, piedino là, questo qua comincia a perdere il lume della ragione. Poi si ragiona di aprire un conto bancario a una società, portare eventualmente sconti fattura, con il 70% consegnato subito, e questo qua dice: va beh, qual è il problema? Porta la società, la visioniamo, la giriamo, facciamo e voltiamo.”

Il gioco è fatto e la macchina del “formaggio avariato” che diventa denaro contante comincia a girare. Tanto bene che Valerio dice ai suoi complici: “Ma scusa, se noi mettiamo un assegno da 100 e me ne danno 70 subito, allora metti 200 e ce ne danno 140! Il direttore fa finta di non vedere, il vicedirettore la stessa cosa, il cassiere si piglia pure il suo, voglio dire, ma che ti frega a te”. “Alla fine”, dice Valerio, “penso che come danno gli abbiamo fatto alla Carifirenze circa 2milioni e 800mila euro. Solo io ho preso 200mila euro”.

Con o senza ragazze “disponibili” le indagini di Aemilia hanno messo in luce un numero preoccupante di sportelli bancari che accolgono con l’inchino i cassieri della ‘ndrangheta. Operazioni sospette vengono segnalate in filiali della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, della Banca Popolare di Verona, della Veneto Banca, del Banco San Paolo di Brescia, della Cassa di Risparmio di Cesena, della Banca Interprovinciale di Modena, oltre che nell’universo a parte degli sportelli di Poste Italiane spa.

Il funzionario teme i controlli: “Non caricare troppo…”. Il primo febbraio 2012 presso la filiale modenese della Tercas, la Cassa di Risparmio di Teramo, Vincenzo Mancuso, uomo chiave della cosca secondo l’Antimafia nel riciclaggio del denaro sporco, monetizza alcune decine di migliaia di euro che entrano ed escono dal suo conto aziendale. Un funzionario della banca gli dice in confidenza: “Enzo, con la massima serietà, non caricare troppo il fucile però… che quando uno fa troppi movimenti, troppe circolari, è inevitabile che qualcuno alzi le antenne, eh!”. Di quella banca nel 2015 sono andati a processo per associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta e riciclaggio transnazionale l’ex direttore generale e l’ex presidente, assieme ad altre dodici persone.

Ma gli sportelli “amici” delle banche lavorano anche sull’usura. Racconta sempre Valerio che si utilizzavano due sistemi standard: il primo è un prestito che genera un interesse variabile dall’8 al 10% da pagare ogni dieci giorni. Quindi se ti presto 10mila euro, ogni 10 giorni tu mi paghi mille euro, ma il debito resta costante. Il secondo modo è sfruttare lo sconto fatture in banca: io ti presto sempre 10mila euro ma ti fatturo altrettanto e porto le fatture in banca dove mi vengono pagate salvo buon fine. Tu mi restituirai il prestito con un tasso del 20% entro i 60 o i 90 giorni di limite posto dalla banca per l’incasso.

Se la banca finananzia l’usura. In entrambi i casi è evidente che si può fare usura anche senza avere un euro in tasca, avendo una banca d’appoggio, come spiega bene Valerio al pm Mescolini: “Io pagavo alla banca l’8% annuale sui soldi che mi prestava e con quelli mi prendevo il 20% con l’usura ogni due o tre mesi, dottore. Faccia lei”.

L’altro collaboratore di giustizia del processo Aemilia, Giuseppe Giglio, il genio finanziario della cosca emiliana, l’ideatore delle complesse truffe carosello che sfruttavano le norme comunitarie europee sulle esenzioni da Iva, con le banche ci andava ancora più d’accordo dello stesso Valerio. Nel 2012 lui e la moglie Maria Curcio non hanno dichiarato redditi familiari: erano poveri senza lavoro. Ma la Direzione Antimafia di Bologna ha accertato che nello stesso anno Giglio era il reale proprietario di 245 proprietà immobiliari, 10 società, 39 polizze assicurative e infine 1008 rapporti bancari aperti in 51 diversi istituti di credito. Un bel record per un nullatenente.

Siamo sempre qui: Dell’Utri e Berlusconi indagati per le stragi del 1993

Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sono di nuovo indagati come possibili mandanti delle stragi di mafia del 1993. La Procura di Firenze ha chiesto e ottenuto dal giudice delle indagini preliminari la riapertura del fascicolo a loro carico dopo aver ricevuto da Palermo le intercettazioni del colloqui in carcere del boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano, effettuate nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Sono i colloqui in cui il capomafia di Brancaccio diceva al suo compagno di detenzione, nell’aprile 2016, spezzoni di frasi come queste: «Novantadue già voleva scendere… e voleva tutto»; e ancora: «Berlusca… mi ha chiesto questa cortesia… (…) Ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni … in Sicilia … In mezzo la strada era Berlusca… lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi… lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa…».

 

«Ti ho portato benessere»

 

Frammenti di conversazione, nei quali i riferimenti al fondatore di Forza Italia seppure in un contesto di non facile interpretazione, sono abbastanza chiari. «Nel ‘94 lui si è ubriacato perché lui dice ma io non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato… Pigliò le distanze e fatto il traditore», dice ancora il boss condannato all’ergastolo per le stragi del ‘92 e del ‘93, arrestato a Milano nel gennaio 1994 , che in un altro passaggio afferma: «Venticinque anni fa mi sono seduto con te…Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, tu cominci a pugnalarmi… Ma vagli a dire com’è che sei al governo, che hai fatto cose vergognose, ingiuste…».

 

Identità coperte

 

Su questi e altri brani di intercettazioni ricevute dai colleghi palermitani, il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo ha delegato alla polizia giudiziaria lo svolgimento di alcune verifiche, e per farlo ha dovuto chiedere al gip di riaprire il fascicolo su Berlusconi e le stragi nella città dove sono concentrate le indagini sulle bombe del 1993 scoppiate a Firenze, Roma e Milano. I nomi dell’ex premier e dell’ex senatore Marcello Dell’Utri (che pure compare nei colloqui intercettati di Graviano, ed è attualmente in carcere per scontare una condanna a sette anni per concorso esterna in associazione mafiosa) sono stati iscritti con intestazioni che dovrebbero coprirne l’identità, come nelle altre occasioni.

 

Le confidenze di Graviano

 

È la terza volta, infatti, che si apre questo filone di accertamenti. Nella prima occasione «autore 1» e «autore 2», gli alias dei due esponenti politici, furono inseriti dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti come Salvatore Cancemi e altri, che parlarono del loro coinvolgimento nella metà degli anni Novanta, ma tutto finì con un’archiviazione. La seconda fu nel 2008, dopo le confessioni del nuovo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, giudicato attendibile in molte corti d’assise e da ultimo dalla Corte di cassazione che ha confermato alcune ulteriori condanne per la strage di Capaci; Spatuzza raccontò le confidenze fattegli proprio da Giuseppe Graviano, il quale gli disse che grazie all’accordo con Berlusconi e Dell’Utri «ci siamo messi il Paese nelle mani». Anche questa seconda indagine è stata archiviata.

 

Facoltà di non rispondere

 

Ora non c’è un pentito che parla, ma sono state le parole dello stesso Graviano a far riaprire l’inchiesta, sebbene sia molto difficile che a distanza di tanto tempo possa portare a qualcosa di concreto. Al processo di Palermo, chiamato a spiegare le sue parole registrate in carcere, Graviano ha preferito tacere e s’è avvalso della facoltà di non rispondere. E ieri, a Reggio Calabria, è cominciato il processo a suo carico per l’uccisione di due carabinieri nel gennaio ’94: un altro pezzo della presunta trattativa che avrebbe coinvolto anche la ‘ndrangheta.

(fonte)

A proposito di onore di uomini di merda: il boss che ordina di uccidere la figlia

Ecco, tanto per ricordare cos’è la mafia:

 

La figlia del boss mafioso di Bagheria, Pino Scaduto, arrestato oggi in un’operazione antimafia, avrebbe avuto una relazione con un maresciallo dei carabinieri e per questo il mafioso avrebbe ordinato al figlio di ucciderla. “Tua sorella si è fatta sbirra”, diceva il boss al figlio. Ma il giovane, 30 anni, temeva di finire in carcere. “Io ho 30 anni e non mi consumo per lui”, diceva ad un amico intercettato dai carabinieri. Nell’ operazione ”Nuova alba”, che stamane ha portato all’arresto di 16 persone, sono state ricostruite anche diverse estorsioni ai danni di imprenditori edili tra Bagheria e Altavilla.

L’operazione antimafia in corso è rivolta contro presunti esponenti del mandamento mafioso di Bagheria. I carabinieri del Comando Provinciale di Palermo, con l’ausilio di unità cinofile e di un elicottero, stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 16 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Palermo, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Pino Scaduto era stato scarcerato lo scorso aprile dopo essere stato arrestato nell’operazione Perseo del 2008. Secondo gli inquirenti avrebbe cercato di riprendere il comando della cosca di Bagheria. Il boss è adesso di nuovo in cella, assieme ad altri quindici presunti affiliati.

 

(fonte)

Tra Bonifacio VIII e Totò Riina: Inchiostro recensisce lo spettacolo “Mafie maschere e cornuti”

 

Il giornale degli studenti di Pavia (che ringrazio) recensisce il mio spettacolo “Mafie maschere e cornuti“. Con un articolo che è uno spettacolo, appunto. Ecco qui (fonte):

 

Quando si parla di mafie, generalmente, gli atteggiamenti sono due.

Il primo cede alla commozione, memore delle vite spezzate dalla piovra del crimine organizzato, e si scaglia in rituali requisitorie contro l’ingiustizia con toni che, per quanto umanamente condivisibili e sacrosanti nella sostanza, rischiano di risultare melensi.

È, in parte, la via dello spettacolo Dieci storie proprio così, di cui già si era parlato ai tempi (http://inchiostro.unipv.it/2017/01/25/laltra-faccia-di-gomorra-dieci-storie-proprio-cosi/).

Il secondo, vantante uno spessore ben inferiore ma forse una maggiore immediatezza, si risolve in un caleidoscopio di espressioni casuali, orribilmente storpiate da palati non natii, che invogliano l’ascoltatore a «stare senza penzier» oppure a ordinare un numero pari di «frittur».

Esso, semplicemente, sospende il giudizio. Il male viene minimizzato e forse sfatato dall’influsso di un prodotto televisivo di tutto rispetto, ma l’impegno viene meno.

Mafie, Maschere e Cornuti, cosiddetta «Giullarata antimafiosa» di Giulio Cavalli (attore, giornalista, politico, fine conoscitore di pizzerie e un sacco di altre apposizioni – il tutto sotto protezione, alla Saviano), cerca una terza via.

La via del ridicolo, della smitizzazione. La via che, tramite l’irriverenza e la risata, conferisce dei volti alle eminenze grigie che si aggirano furtive dietro il velo della malavita: volti farseschi, patetici, risibili. Maschere cornute, calzanti ciabatte di plastica fuori misura con cui evitano a malapena lo sterco di capra che ricopre i loro pavimenti; esaltate al crimine organizzato da colonne sonore ispirate alle loro stesse malefatte.

È il territorio della presa in giro più feroce, rovesciamento carnevalesco di uno statusche il potente malvagio detiene nell’ombra, invisibile ma pesante come una coltre di ferro. Con un giullare Cavalli che, per quanto diverso dal modello affermato dall’imprescindibile tradizione di Dario Fo,[1] compie un lavoro egregio: mise casual, capello importante, voce secca risuonante nella nostra familiare Aula del ‘400,[2] voglia di giocare cogli spettatori e abolizione di qualunque barriera tra diegetico ed extra-diegetico, tra spettacolo effettivo e benigne frecciate al pubblico e all’organizzazione.

Un’esperienza che, come affermato dal suo stesso artefice, non è strettamente teatrale, e che dunque si mostra priva di tutti gli orpelli tradizionalmente associati al teatro. Niente scenografia, niente trovate sceniche, nessuna roboante introduzione alla Fo. Solo un giullare in borghese con il suo bagaglio di esperienze, la sua indignazione e tanta voglia di far ridere; accompagnato dalla fisarmonica espressiva del suo accompagnatore lungo varie scene ritraenti i grandi volti della mafia. Esasperati tutti, dal primo all’ultimo, nella loro ridicola umanità.

Con una nota di malinconia qua e là, impercettibile quanto poetica, per ricordarci di coloro che non hanno potuto fisicamente ridere con noi.

Speriamo vi siate comunque fatti una risata, guardandoci dall’alto.

…

Cazzo, sapevo che sarei andato a parare nella commozione.

Che volete farci.

Du frittur.

Ringraziamo l’UDU pavese per averci offerto questa bella occasione; oltretutto a costo zero. Siamo poi loro grati per aver fornito a Cavalli un leggio – per quanto debitamente nascosto sul palco – e persino dell’acqua a metà spettacolo (permettendo quindi la fluida continuazione dello stesso).

Insostituibili.

 

[1] Inutile e infruttuoso qualunque tentativo di trovare un aggettivo. Il più dignitoso “foiano”, nella mia ricerca priva di spunti, è infine andato degenerando in “foyer”.

[2] Per quanto, a mio parere, l’acustica non fosse delle migliori; aspetto che personalmente mi ha impedito di sentire alcune battute.

Non che sentendole avrei avuto la garanzia di capirle, ma vabbè.

Le bugie sul nuovo 41 bis (di Nando Dalla Chiesa)

(di Nando Dalla Chiesa, da il Fatto Quotidiano, 13 Ottobre 2017)

Ho stima e considerazione del ministro Orlando, con il quale ho anche collaborato sulle mafie al Nord. Ma la libertà di giudizio è irrinunciabile. Specie nei tornanti in cui il vento è a sfavore. La vicenda della “riforma” del 41-bis è una di queste. Alla mafia il carcere non è mai piaciuto, se non come residenza temporanea in cui accumulare potere e prestigio; luogo da cui dare ordini di morte, per brindare poi al loro successo. Figurarsi se poteva piacerle il carcere speciale.

E infatti per 25 anni non ha fatto altro che lavorare ai fianchi questa “eresia”. Basta ricordare le centinaia di 41-bis revocati dal ministro della Giustizia Giovanni Conso nel 1993. E poi l’ abolizione delle carceri speciali di Pianosa e dell’ Asinara con il governo dell’ Ulivo. Di cui i mafiosi detenuti in regime di isolamento furono informati prima ancora del parlamento. E poi le minacce ai parlamentari-avvocati inadempienti verso Cosa Nostra.

Finché nei primi anni duemila Ilda Boccassini notò che di fatto il 41-bis non esisteva più, tanto era stato annacquato. Sapemmo più di recente che nell’ ora d’ aria i capimafia al 41-bis riuscivano addirittura a tenere veri e propri summit: boss di camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra a consesso, a discutere di strategie di affari e di organizzazione.

Ricordo bene quando la Camera approvò la legge. Ricordo il ministro della Giustizia Claudio Martelli entrare in aula ancora terreo per le stragi delle settimane precedenti. E alcuni parlamentari spendere come certa l’ opposizione di Magistratura democratica. Vinse la rivolta morale di chi pensava che se qualcosa si doveva a Paolo Borsellino, il minimo era votare la legge che lui aveva voluto. Non per suo tic personale, ma perché, diversamente da tanti giuristi che ne discettano, lui conosceva bene la mafia, e il suo rapporto con il carcere.

I boss non dovevano più comandare, non dovevano più essere in condizione di comunicare con l’ esterno. Fu un trauma, che per altro produsse una eccezionale fioritura di collaboratori di giustizia. Uomini d’ onore ma non partigiani.

Ebbene, il destino sa apparecchiare i suoi scherzi. Così proprio nel venticinquesimo anniversario della morte di Falcone e Borsellino, quella legge viene irrisa, smontata. Senza particolari sensi di colpa. È la commemorazione senza memoria. Solo che gli eroi dell’ antimafia non sono morti per ricevere medaglie e commemorazioni; sono morti per cambiare questo Paese.

Che invece li commemora e poi torna indietro, come un pendolo implacabile. Obbedendo alle celebri convergenze di interessi, le stesse teorizzate nel maxi-processo istruito dai due giudici. Interessi nobili e ignobili, ignoranze e consapevolezze, suggeritori sopraffini e assassini impazienti; tutti all’opera mentre per mesi si giura che non si sta toccando niente. Ha ben ragione Luigi Manconi, che (illudendosi) rivendica a sé questo risultato, a ricordare che il 41-bis non prevede un di più di afflizione ma un di più (il massimo, vorrei dire) di sorveglianza.

Un carcere non duro, ma speciale. Non afflittivo gratuitamente, ma capace di evitare i collegamenti con l’ esterno. Sicché non ha senso limitare i giornali. Ma ha molto senso non concedere, come si era incredibilmente arrivati a ipotizzare, i collegamenti Skype. E avrebbe, ha molto senso, non concedere liberi contatti con folle di personaggi di nomina politica. O i contatti fisici tra i detenuti e i loro familiari. La proposta di abolire i vetri divisori, almeno con coniuge e figli, era già stata avanzata durante la legislatura 2001-2006. E mi aveva persuaso, per puro istinto umanitario. Giuseppe Ayala, che era con me in commissione Giustizia, ci mise un minuto a gelarmi. E i mafiosi che danno ordini di morte non solo alla moglie ma anche al figlio bambino, sussurrandogli in un orecchio il messaggio che lo zio decodificherà al volo? Ci pensi? Combattere la mafia senza conoscere la mafia, appunto.

Nella richiesta di custodia cautelare nei confronti di Giusy Vitale (era il 1998) la Procura di Palermo rimarcò come il fratello Vito Vitale, profittando della possibilità concessagli di abbracciare i figli minori in carcere, “non ha esitato a sfruttarla a fondo, passando, oralmente, al figlio poco più che decenne, messaggi di fondamentale importanza per l’ associazione mafiosa”. Strategie, estorsioni, soldi. Basta rileggersi quell’ atto per capire che Borsellino non aveva i tic. E che se non siamo un Paese di Pulcinella la circolare della “riforma” dovrebbe essere ritirata con pudore.

Chi può intervenire intervenga. E magari commissioni un bel monitoraggio sulle incredibili perizie mediche e psichiatriche che tengono lontano dal carcere decine di boss mafiosi. Un bel bagno di realtà, occorrerebbe. Tipo quello che è toccato fare alle vittime e a chi se le è piante. Mentre i boss brindavano in carcere a champagne.