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mafia

Dove sono questa settimana: dalle parti di Bergamo a presentare Santamamma e a leggere Sciascia. E lunedì in scena a Pavia.

Questo fine settimana, se vi va, mi tocca fare cose molto interessanti, se vi va di venire con me.

 

Sabato 14 ottobre per la decima edizione di “Presente Prossimo” presento il mio romanzo Santamamma alle 18 alla biblioteca di Albino (BG). L’evento è qui.

 

Domenica 15 ottobre per la bellissima rassegna “Fiato ai libri” leggo “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia a Montello (BG) presso l’auditorium comunale. Mi accompagna alla fisarmonica l’insostituibile Guido Baldoni. E c’è bisogno di Sciascia, di questi tempi. L’evento è qui.

 

Lunedì si torna in scena. Con “Mafie maschere e cornuti” sono a Pavia per la XIII edizione del ciclo di conferenze “Mafie, Legalità ed Istituzioni” 2017, dedicato alla memoria del Prof. Grevi e riguardante i temi della lotta alla MAFIA. Ci vediamo in Università, aula del ‘400. Ingresso gratuito.

 

Tutti i miei appuntamenti li trovate qui.

Claudio Domino e la persistente bugia della mafia che non tocca i bambini

(Silvia Buffa per Meridionews)

 

Aveva assistito per caso al confezionamento di alcune dosi di eroina in un magazzino della zona o, peggio, al sequestro di qualcuno che non avrebbe più fatto ritorno. Non lo sapremo mai. Ad oggi, resta ancora un mistero il motivo per cui Claudio Domino viene freddato con un colpo di pistola sulla fronte a soli undici anni, mentre gioca tra le vie della sua San Lorenzo, a pochi metri dalla cartolibreria della madre. È la sera del 7 ottobre 1986. Suo padre, impiegato alla Sip, è anche titolare di un’impresa di pulizia dell’aula bunker dell’Ucciardone, dove si sta celebrando da appena otto mesi il Maxiprocesso, un procedimento penale enorme che vede Cosa nostra per la prima volta alla sbarra. «Claudio! Claudio vieni qui». Sono passati 31 anni da quando un giovane col volto coperto accosta la sua moto e lo chiama per nome, per farlo avvicinare. Poi, quello sparo a bruciapelo.

Un omicidio inspiegabile che ha lasciato una traccia indelebile nella San Lorenzo di oggi e nei suoi abitanti. Lo sa bene anche Angelo Sicilia, l’inventore dei pupi antimafia, che con quel ragazzino ha passato pomeriggi interi a rincorrere un pallone: «È lui, quello che gli è successo, la sua morte assurda che mi hanno ispirato, che mi hanno spinto a fare quello che faccio, a raccontare Cosa nostra e le sue storie con le mie marionette», raccontava a MeridioNews quest’estate. «Lo hanno ucciso un pomeriggio del 7 ottobre dell’86, nessuno a San Lorenzo può dimenticare quel giorno. Quell’omicidio però paradossalmente è stato la mia salvezza, perché mi ha fatto capire cos’era la violenza mafiosa, è per questo che non mi sono mai perso». Per un bambino interrotto, ce n’è di contro un altro che apre gli occhi e che capisce subito che direzione dare alla propria vita. Ma Claudio Domino non è l’unico bambino privato di questa scelta.

Se ne contano oltre cento di nomi come il suo. Un numero che spazza definitivamente via il presunto riguardo mafioso per le giovani vite. Una menzogna. È una violenza trasversale, quella della mafia, che contrariamente a quanto raccontino padrini e boss, non risponde a nessun codice etico o morale, e che non guarda in faccia nessuno. Bambini compresi. Tra le undici vite falciate il primo maggio 1947, per esempio, in quella che doveva essere una giornata di festa ma che si è trasformata nella strage di Portella della Ginestra, a morire sotto i proiettili di Salvatore Giuliano e della sua banda sono anche Vincenza La Fata, che ha solo otto anni, Giovanni Grifò e Giuseppe Di Maggio, di dodici e tredici anni, e Serafino Lascari di quindici. Ma tra i giovanissimi ci sono anche i diciottenni Giovanni Megna e Castrense Intravaia, e Vito Allotta, che si spegne a 19 anni. È un massacro di giovani vite.

Solo un anno dopo ecco un altro nome, è quello di Giuseppe Letizia, un pastorello di Corleone ucciso a soli tredici anni. È l’11 marzo 1948. Quella notte, mentre accudisce il suo gregge, assiste all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, gettato da Luciano Liggio, luogotenente di Michele Navarra, capomafia di Corleone, nelle foibe di Rocca Busambra, dove i suoi resti verranno ritrovati solo 61 anni dopo. Il bambino, in preda ai deliri di una febbre altissima, viene portato dai genitori all’ospedale dei Bianchi, diretto dallo stesso Navarra. Racconta di un contadino assassinato nella notte e dopo poche ore muore in seguito a un’iniezione. La versione ufficiale parla di morte per tossicosi, ma si ritiene che il ragazzino possa essere stato avvelenato. La sua colpa? Essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. È lo stesso motivo che spegne per sempre la vita dei fratelli Pecoraro: Antonino, che ha nove anni e Vincenzo, che invece ne ha 19. Vittime innocenti della strage di Godrano del 26 ottobre 1959. A crivellarli di colpi sono i fratelli Maggio, travestiti da carabinieri e nascosti nella casa disabitata di un vicino. Antonino viene colpito al torace, ma non muore subito. La sua è un’agonia, se ne va solo dopo due giorni. Il fratello più grande, invece, muore sul colpo, dopo aver sentito gli spari ed essere accorso per aiutare la famiglia.

Il 26 luglio 1991, invece, in un’assolata Palermo, a morire è Andrea Savoca. Ha quattro anni ed è insieme al padre Giuseppe, uno degli uomini di fiducia di Totò Riina. Scarcerato due giorni prima, è pronto a portare finalmente al mare il figlio. In spiaggia, però, non ci arriveranno mai. Due killer col volto coperto a bordo di una grossa moto sparano all’impazzata dentro l’auto posteggiata sotto casa della nonna, a Brancaccio. Il padre muore sul colpo, il bambino invece qualche ora più tardi in ospedale. L’altro fratellino resta illeso a urlare disperato nel sedile della Passat ferma in doppia fila. La madre, invece, vede la scena affacciandosi dal balcone. Una vendetta di sangue per punire chi rubava senza il permesso di Cosa nostra. Trentadue anni prima, il 19 settembre 1959, a perdere la vita è Giuseppina di dodici anni, Savoca anche lei. Gioca sotto casa, in via Messina Marine, quando la raggiunge un proiettile vagante che la uccide sul colpo. A morire, però, doveva essere Filippo Drago, un pregiudicato che lì gestiva una profumeria.

E poi c’è lui, Giuseppe Di Matteo, sequestrato il 23 novembre 1993 a tredici anni da un maneggio di Altofonte. Muore, strangolato e disciolto nell’acido, poco prima di compierne quindici, l’11 gennaio 1996. I familiari, disperati, lo cercano in tutti gli ospedali, ma di lui non c’è traccia. Fino a quel «Tappaci la bocca» recapitato con un bigliettino. Una vendetta per convincere il padre Santino a non collaborare più con i magistrati e a ritrattare le sue dichiarazioni sulla strage di Capaci e sull’omicidio dell’esattore Ignazio Salvo. Santino Di Matteo però non si piega, continua la sua collaborazione con la giustizia. Dopo 779 giorni di prigionia, arriva anche la decisione di Giovanni Brusca: uccidere il bambino. Una scelta da vero uomo d’onore.

Mafia: blitz contro il clan Rinzivillo. 37 arresti. Anche due carabinieri.

Avrebbero passato notizie riservate ai membri del clan: per questo motivo due carabinieri sono stati arrestati insieme ad altre 35 persone nell’ambito di un’operazione contro il clan mafioso Rinzivillo di Gela, da sempre alleato dei Madonia e con i corleonesi. Sequestrati beni e società per oltre 11 milioni di euro. Il blitz di carabinieri, finanza e polizia (italiana e tedesca) è stato condotto in Italia (Sicilia, Piemonte, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna) e in Germania (italiana e tedesca). La maxi operazione è stata coordinata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo e disposta dalle Direzioni distrettuali antimafia di Roma e di Caltanissetta. Tra gli arrestati anche un avvocato di Roma, che sarebbe il trait d’union tra i mafiosi e i professionisti. Nei confronti dei due militari l’accusa è di accesso abusivo alle banche dati delle forze dell’ordine: in sostanza avrebbero passato notizie riservate ai membri del clan.

Il clan gelese dei Rinzivillo fu decimato nel 2006 con una operazione dei carabinieri, denominata “Tagli pregiati“, che portò in carcere 79 persone e il sequestro di beni per 20 milioni di euro, tra la Sicilia, il Lazio e la Lombardia. In manette finirono anche sei donne, accusate di avere garantito i collegamentitra i boss detenuti e i luogotenenti che operavano all’esterno. L’inchiesta antimafia scattò dalla denuncia di un commerciante che denunciò un caso di estorsione. Con le successive indagini i carabinieri riuscirono ad accertare l’esistenza di un racket delle carni controllato dai Rinzivillo che riciclavano, in aziende del settore alimentare e nell’edilizia, i proventi degli affari illeciti come estorsioni, traffico di droga, usura, caporalato, furti e rapine. La loro organizzazione aveva stretto alleanze con il clan Santapaola, a Catania, e con le famiglie della ‘ndrangheta calabrese in varie regioni d’Italia e perfino all’estero. Anche allora, tra gli indagati, fu fermato un maresciallo dei carabinieri, accusato di avere passato ai clan informazioni riservate.

(fonte)

Esultanze per un rinvio a giudizio “solo” per falso

Luigi Di Maio scrive: “La Procura ha chiesto di archiviare le accuse a Virginia Raggi per cui la stampa ci ha infangato per mesi”. Omette di dire che è staro richiesto il rinvio a giudizio per falso in atto pubblico.

Virginia Raggi scrive che “la Procura di Roma ha deciso di far cadere le accuse di abuso d’ufficio”. Dimentica di dire della richiesta di rinvio a a giudizio per falso. Anche lei. Tra l’altro la Procura ritiene quelle nomine illegittime pur non intravedendo dolo. L’errore sarebbe per “insipienza” che, evidentemente, è diventata una virtù.

Sotto al suo post i commenti. Alcuni:

“Se di tre reati ne rimane uno, è positivo. E’ innocente fino alla condanna in primo grado.”

“Io sono di Milano e il sindaco e nella merda per Expo eppure si sente solo di te !!!
Forza virgy 🎉“

“Ottimo, ora tenteranno di infagarti con un rinvio a giudizio preventivato dai magistrati di magistratura dem, andrà avanti per tutta la campagna elettorale comprese le politiche.
Faccia il suo corso la giustizia a senso unico, nn abbiamo da nascondere nulla, mentre invece sembra debbano nascondere molto il PD di Sala e le varie collusioni mafiose di quest’ultimo in tutto il Paese, in ultima la Sicilia con liste spudoratamente di condannati o figli di mafiosi o collusi con Cosa Nostra.”

“Con un irrisorio falso ideologico fa proprio una brutta figura con i suoi predecessori con le loro amministrazioni, arresti x mafia, corruzione…
Vai avanti Virginia, devono rosica’, ora più che mai”

“Comunque non aspettiamoci scuse, pentimenti, applausi, riverenze, congratulazioni…un servilismo mediatico tragicomico come il nostro, non prevede contrizione; è programmato per sputtanare il M5S sempre, comunque, ad oltranza, oltre lo sfinimento.”

“Non capisco perché tutti si meravigliano perché la sindaca di Roma è stata rinviata a giudizio tutti scandalizzati pronti a puntare il dito ma tutta questa gente fino ad oggi ma dove ha vissuto? Per la prima volta Roma chiude con un bilancio attivo di 64 milioni e la gente sta lì a puntare il dito poveri pidioti!!!!!”

“siamo in guerra contro il sistema corrotto e colluso fino al midollo, un sistema che vuole continuare a magnare, prova ne è le denucie dell’opposizione alla sindaca Raggi colpevole di rispettare le regole e la legalita’.”

“Alla faccia dei “professori” e di chi a Gufato contro… Chi ha affossato Atac e voleva privatizzarla
La faccia come il culo di certi personaggi è incredibile!!!”

“guarda caso però i giornali mettono in risalto prima il rinvio in giudizio per falso e in secondo piano leggendo tutto l’articolo si dà notizia dell’assoluzione per gli altri reati! Sempre così uno schifo!”

“Anche se fossi giudicata colpevole resterai sempre quella che ha fatto qualcosa in più di coloro che hanno rovinato Roma. Bella e brava continua così🌼“

” Cara Virginia, i falsi e corrotti sono sempre attivi. Oggi il tg Studio Aperto come prima notizia ha dichiarato che tu come sindaco di roma sei stata rinviata a giudizio per una accusa che non ho capito quale sia. Perché questo accanimento nonostante la magistratura ti abbia dato ragione?”

“Tutti sapevamo che le accuse era mirate ad infangare Virginia Raggi e il movimento. Avremo perso uno 0,… di fiducia? forse si. Avanti così, alla prossima falsa accusa ci sarà più gente consapevole che l’infame è sempre dietro l’angolo!”

“OGGI QUEST POST E’ PIU’ ADEGUATO CHE MAI…GRAZIE VIRGINIA DI CUORE.HAI SALVATO FAMIGLIE INTERE DI LAVORATORI…ZITTISSERO I PIDDINI..GLI PSEUDO INTELLETTUALI..FINO ALL’ULTIMO DEI TROLL…E ROSICASSERO ALL’INFINITO. W IL M5S W LA RAGGI”

“Io ti avrei creduta anche senza assoluzione. A pelle lo sento che sei una persona onesta. Chi ti butta fango addosso è perché tifa per qualche altro partito a prescindere.”

“Perdonatemi e spero che quello che hanno detto al tg5 sia una notizia fasulla….prprio oggi hanno dato la notizia che la Sindaca Virginia Raggi e indagata per falso dalla magistratura di roma ” e sapiamo benissimo chi sono i magistrati”

“Il problema è che sti infami di giornalisti…compreso quelli di Sky , …hanno dato la notizia come se l’avessero accusata nuovamente!!!!! Andate a rivedervi il TG di Sky….chi non si infornma…chi pende dalle labbra di questi infami “giornalisti”…ha creduto che fosse di nuovo un’accusa !!!! BASTA………..RDI !!!”

“Virginia scusami facci capire, quindi rimane l’unica accusa di falso in atto pubblico per aver dichiarato che avevi deciso da sola ogni dettaglio della nomina di Renato Marra? Cioè davvero i magistrati vogliono perseguirti per questo. È ridicolo, davvero basta un esposto dell’opposizione di questo tenore?”

“Io sono torinese e abbiamo un grave problema piazza san carlo.
Per me lei sig.Raggi è il futuro di roma, ma a qualcuno del potere non le va bene. Daie Forza Raggi.”

“basta fango . basta dare contro a un sindaco solo per ragioni politiche ! deve cadere anche l’accusa di falso . invito i magistrati a lasciar in pace la raggi . basta fango . basta politica mischiata alla magistratura ! lasciate lavorare in pace la sindaca ! non basta ancora ???”

Ed è un peccato.

Buon venerdì.

(PS: per quelli che commenteranno scrivendo “e allora Sala a Milano?” basta farsi un giro su Google. Abbiamo parlato lungamente anche di lui. E ne parleremo ancora.)

 

(continua su Left)

Fanno gli sceriffi e intanto sono gli zerbini della ‘ndrangheta

«Basta dare soldi a chi chiede l’elemosina». Era l’appello ai cittadini di Seregno che lanciava il sindaco di centrodestra Edoardo Mazza: «Non se ne può più, ogni giorno fuori dalle nostre chiese o dai nostri negozi, rom e zingari, con insistenza e talvolta utilizzando metodi che sfiorano l’intimidazione, chiedono soldi soprattutto agli anziani. È una situazione inaccettabile».

Era il 21 marzo scorso e Mazza si bullava di essere stato uno dei primi ad avere messo in pratica il “Daspo urbano”, un’altra genialata di quel gran ministro Minniti. Il prototipo del sindaco di centrodestra in Lombardia: forte con i deboli, sempre pronto a inventare allarmi sociali, sempre attento a mostrare il pugno di ferro con i disperati. E intanto era il barboncino della ‘ndrangheta, pronto a farsi inzerbinare dall’imprenditore filomafioso di turno.

Accade sempre così: i moralisti, quelli che sventolano su tutto ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, basta grattarli un po’ per trovarci in fondo la melma. Eppure basterebbe avere occhio: l’aspirante sindaco (eravamo ancora in campagna elettorale) che sorrideva beatamente con l’attuale vicepresidente di regione Lombardia Mario Mantovani (un altro che ha la sfortuna di essere spessissimo nel posto sbagliato con le persone sbagliate) al bar “Tripodi pane & caffè” di Seregno, di quello stesso Tripodi che da anni tutti sapevano essere componente di famiglia mafiosa (e infatti quel bar alla fine è stato chiuso, guarda un po’).

E Salvini, che sorrideva con lui in campagna elettorale, ieri si è dimenticato di twittare e Maroni, che da sempre ha l’aria di quello che la mafia la riconosce a un miglio, alla fine se l’è ritrovata in casa.

Avanti così.

Buon mercoledì.

 

(continua su Left)

Quelle ricercatrici costrette a baciare i piedi ai baroni

Dice bene Digo Cugia sul suo blog:

 

Leggo le umilianti intercettazioni telefoniche fra Susanna Cannizzaro, neo ricercatrice all’università di Macerata, e il professor Guglielmo Fransoni, oggi agli arresti domiciliari, uno dei baroni universitari accusati di corruzione per aver pilotato le abilitazioni dei docenti. E mi viene da imprecare al cielo dalla rabbia e dallo strazio per quest’Italia mafiosa ormai anche nel cuore della gente (vessati e vessatori) e in cui le giovani eccellenze del pensiero sono costrette a prostrarsi ai capi bastone, ma a quelli perbene, ai “corleonesi” che sul biglietto da visita, invece di Don, hanno scritto solo On., o Prof., o Cav.

Ve le trascrivo, così come le riporta “Il Fatto”, stamattina:

«Devo dirti una cosa», premette il professor Fransoni. «Da che mondo è mondo si chiama per ringraziare, perché tu hai superato l’esame grazie all’appoggio».

Susanna, la ricercatrice che lo ha chiamato per avvisarlo che l’università di Macerata le ha richiesto alcuni documenti, fa il suo primo baciamano (in 5 minuti e 35 secondi di telefonata si prostrerà chiedendo 13 volte scusa e implorando per 4 volte perdono). Persino chi sgarra nella mafia s’inginocchia al Padrino dicendo tre o quattro “Vossia scusasse” di meno.

«Scusami, scusami tanto!»

«Non hai chiam…non ho sentito la parola grazie e non ti scuso, invece!»

LEI Scusami, scusami!

LUI Si chiama per ringraziare.

LEI Scusami, scusami tanto!

LUI E non ti scuso! Si fa così.

LEI Perdonami, perdonami. Io ti…sono molto contenta e ti ringrazio.

LUI Eh vabbe’, ti rendi conto che è tardiva la cosa. Tu chiami perché hai bisogno di un ulteriore aiuto, è tardiva! Vuoi il supporto, tu hai bisogno del nostro supporto per tutto.

LEI Ma io ho sempre bisogno.

LUI E allora cerca di meritartelo per la miseria!

LEI Perdonami, scusami.

LUI Ok, ci siamo capiti. Adesso non voglio più spendere parole su questo.

LEI Perdonami, Guglielmo, io non…

LUI Sei grande, ma quanti anni hai, quindici?

LEI Scusami tanto era solo la…

LUI Non ci sono giustificazioni! Sono chiaro?

LEI Scusami tanto, scusami, non era mia intenzione…

LUI Non è tua intenzione, hai fatto! Che ragionamento è? Stai parlando a vanvera, Susanna!

LEI Ti posso solo chiedere scusa…ti posso solo chiedere scusa e ti posso dire che io sono estremamente grata a te e a tutti gli altri. Mi dispiace solo di non averlo comunicato subito prima…di dare qualunque altra informazione. Ti chiedo scusa.

Allora, sazio di tante suppliche, tronfio di se stesso, ebbro del proprio potere, il maschio Alfa della nostra mafia da tutti i giorni, concede: «Mandami questi documenti, li esaminerò con attenzione».

Lei china per la tredicesima volta il capo: «Va bene, grazie, e scusami ancora».

In Italia dobbiamo ricominciare da zero, dalla prima infanzia. Prima di fargli dire “Mamma” e “Papà”, ai nostri bambini dobbiamo insegnargli una parola sola: “dignità”. E a tutti i capi mafia che infestano la vita pubblica -bambini- non si fa il baciamano, ma il vuoto intorno.

 

(fonte)

Qualche puntuale precisazione su Scarantino e Di Matteo

Per fortuna c’è Roberto Galullo che prova a rimettere in ordine le cose:

 

Dell’audizione del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo il 13 settembre davanti alla Commissione bicamerale presieduta da Rosy Bindi, ho scritto un pezzo praticamente in diretta il giorno stesso sul sito del Sole-24 Ore(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-09-13/di-matteo-strage-via-d-amelio-mai-entrato-indagini-155547.shtml?uuid=AEJNKNSC&fromSearch).

In sintesi Di Matteo dice, con riferimento a quello che poi si rivelerà essere un falso pentito, vale a dire Vincenzo Scarantino, che «quelle indagini mossero da dichiarazioni e indagini precedenti e dunque si tratta di capire chi condusse quelle indagini e quali siano stati eventuali depistaggi volontari. Ed è qui che crolla l’assunto per cui a tutti i costi mi si vuole coinvolgere». Sottinteso: negli errori di valutazione di un soggetto che menerà la Giustizia a largo dalla verità, lui non poteva, non può e non potrà essere coinvolto.

Pur senza citarla, il riferimento era anche alle parole di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso il 19 luglio 1992 con la scorta a Palermo, che aveva parlato di indagini sulla strage condotte all’epoca da un pool di persone inesperte (tra le quali Di Matteo stesso) e di una procura all’epoca massonica.

Il riferimento, però, era anche e soprattutto a quella marea montante di (dis)informatori (nei media e nella politica) che con cagnesco accanimento ha bersagliato e continua a bersagliare proprio Di Matteo sul presunto suo coinvolgimento nell’abbaglio che portò, immediatamente dopo la strage, investigatori e inquirenti a seguire Scarantino.

Orbene – prima di arrivare ad una prima conclusione di ragionamento in questo primo servizio che dedicherò alla sua audizione del 13 settembre, ora che l’intera trascrizione è stata messa sul sito della Commissione bicamerale – è bene apprendere dallo stesso Di Matteo perché non poteva, non può e non potrà essere coinvolto in un quell’enorme guazzabuglio investigativo che seguì alla strage di Via d’Amelio.

Tra i processi per la strage Di Matteo ha infatti seguito un solo processo, dall’inizio delle indagini alla conclusione della sentenza di primo grado: il cosiddetto processo via D’Amelio-ter. «È stato l’unico che ho seguito dal momento in cui è stato iscritto il fascicolo nel registro delle notizie di reato nei confronti di alcuni soggetti al momento in cui, il 9 dicembre 1999 – ha spiegato scandendo bene le parole accanto a Bindi – è stata emessa la sentenza di primo grado. In quel processo sono state irrogate venti condanne per concorso in strage. Quel processo, l’unico che io ho seguito dall’inizio dell’indagine, prescinde completamente e assolutamente dalle dichiarazioni di Scarantino Vincenzo. In quel processo, Scarantino Vincenzo non è stato chiamato neppure a testimoniare. Nelle sentenze del processo, negli atti di quel processo, non c’è alcun riferimento, non troverete alcuna dichiarazione di un soggetto che noi non abbiamo chiamato neppure a testimoniare».

Ma Di Matteo andrà oltre.

Le trascrivo testualmente le sue dichiarazioni davanti ai membri della Commissione parlamentare antimafia perché sui media (carta stampata web, radio, tv) non ne troverete assolutamente traccia.

«Affermare che tre processi sono stati fondati sulle dichiarazioni di Scarantino è semplicemente un falso – dirà d’un fiato il sostituto procuratore nazionale antimafia – è assolutamente infondato. Vi ho già anticipato alcuni dati in questo senso. Vi ho ricordato il dato del via D’Amelio-ter, processo nel quale Scarantino non è stato nemmeno citato nella lista dei testimoni di accusa. Ma, andando a ritroso, affermare che anche il via D’Amelio-bis si sia fondato esclusivamente sulle dichiarazioni di Scarantino è un altro dato falso, tant’è vero che molte condanne inflitte da quella corte nel via D’Amelio-bis – Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Francesco Tagliavia, Giuseppe Graviano – sono state confermate e mai successivamente messe in discussione, nonostante le dichiarazioni di Spatuzza.
Ecco perché, anche per il via D’Amelio-bis, affermare che quel processo abbia dato credito incondizionato alle dichiarazioni di Scarantino è semplicemente falso. Significa non conoscere gli atti; significa adeguarsi a una prospettazione che, molto abilmente, qualcuno sta instillando anche nella mente di persone in buonafede; significa non avere letto la requisitoria. Fingere di non ricordare che lo stesso pubblico ministero, già nel via D’Amelio-bis, aveva sostenuto che le dichiarazioni di Scarantino erano state inquinate dopo i primi tre interrogatori e potevano essere utilizzate – così si esprime il pubblico ministero in quella requisitoria – solo se confortate in maniera particolarmente significativa da altri e forti elementi di prova, da altre dichiarazioni di altri pentiti, da altre testimonianze, da altre intercettazioni telefoniche… Per questo motivo lo stesso pubblico ministero, in assenza di significativi elementi di prova diversi dalle propalazioni di Scarantino, già nel via D’Amelio-bis chiese e ottenne l’assoluzione per il delitto di concorso in strage di Calascibetta Giuseppe, Murana Gaetano e Gambino Antonino, soggetti che poi vennero condannati perché altre fonti di prova vennero in appello – in processi che quindi non seguivo io, non seguiva la procura di Caltanissetta, ma casomai l’organo inquirente della procura generale di Caltanissetta – e le assoluzioni, anche queste sollecitate dal Pm, si trasformarono poi in condanne. Ecco il perché oggi della revisione
».

 

(l’articolo continua qui)

Il sindaco di Seregno, lo zerbino dei mafiosi: le carte dell’inchiesta

Dopo «7 anni» di indagini sulla ‘ndrangheta in Lombardia «posso dire che c’è un sistema» fatto di «omertà» e di «convenienza da parte di quelli che si rivolgono all’anti Stato per avere benefici». Così il procuratore aggiunto della Dda di Milano Ilda Boccassini ha commentato il maxi blitz avvenuto all’alba di martedì: 24 arresti – tra cui il sindaco di Seregno Edoardo Mazza e un dipendente della Procura di Monza, Giuseppe Carello – nelle province di Monza, Milano, Pavia, Como e Reggio Calabria, nell’ambito di un’inchiesta su infiltrazioni della ‘ndrangheta nel mondo dell’imprenditoria e della politica in Lombardia, inchiesta che vede tra gli indagati anche l’ex vicepresidente della Regione Mario Mantovani. Boccassini ha commentato che oggi, a 7 anni dell’operazione Infinito, «è facile» per le cosche «infiltrarsi nel tessuto istituzionale». L’inchiesta è coordinata dalla Procura di Monza e dalla Procura Distrettuale Antimafia di Milano. In tutto, 27 le misure cautelari: 21 in carcere, 3 ai domiciliari e 3 interdittive, firmate dai gip Pierangela Renda e Marco Del Vecchio. Le accuse: associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi, lesioni, danneggiamento (tutti aggravati dal metodo mafioso), associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, abuso d’ufficio, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale.

In particolare, un terremoto giudiziario scuote l’amministrazione di Seregno. Agli arresti domiciliari per corruzione è finito il sindaco in persona, il forzista Edoardo Mazza. Sotto accusa i suoi rapporti con il costruttore Antonino Lugarà (in carcere), considerato uomo vicino ad esponenti della ‘ndrangheta. L’imprenditore, come notato dagli inquirenti che hanno ascoltato le intercettazioni, trattava il sindaco come «uno zerbino». L’ipotesi sostenuta dai pm di Monza Giulia Rizzo e Salvatore Bellomo è che Lugarà abbia ottenuto la concessione di un’area del Comune brianzolo, la cosiddetta area «ex Dell’Orto», sulla quale realizzare la costruzione di un supermercato, come contropartita del sostegno e consenso elettorale procurato al sindaco di centrodestra durante la campagna elettorale del 2015. «Ogni promessa è debito», gli dice infatti il sindaco in un’intercettazione. Agli arresti domiciliari anche un consigliere comunale di Seregno, e inoltre sono state emesse tre misure interdittive all’esercizio di pubblici uffici, una delle quali riguarda l’assessore Gianfranco Ciafrone.

Avvocato civilista, 38 anni, Edoardo Mazza è stato eletto nel 2015 nelle fila di Forza Italia alla carica di sindaco di Seregno, paese di 45mila abitanti in provincia di Monza. Per la sua elezione Lega e Forza Italia si sono compattate per sostenerlo. Molto attento ai social network, Mazza ama comunicare servendosi di Facebook. In alcuni di questi interventi, si è distinto per aver preso in mano un paio di forbici quando parlava degli stupratori di Rimini, o per le sue campagne contro i mendicanti, invitando i suoi cittadini a non dare l’elemosina per scoraggiare il loro arrivo in città.

La solidità della coalizione di centrodestra ha mostrato i primi scricchiolii tra maggio e giugno di quest’anno, con le dimissioni del leghista Davide Vismara da segretario di sezione, alle quali sono seguite quelle della collega di partito Barbara Milani da assessore alla Pianificazione territoriale ed all’edilizia privata e poi quelle di due consiglieri comunali, anch’essi del Carroccio. Una «fuga» che alla luce dell’esecuzione della misura cautelare emessa nei confronti del primo cittadino dal tribunale di Monza per corruzione, suona oggi come una presa di distanza preventiva.

L’inchiesta dei carabinieri, partita nel 2015, e che porta la firma dei pm monzesi Salvatore Bellomo, Giulia Rizzo e del Procuratore della Repubblica di Monza Luisa Zanetti e dei pm della Dia Alessandra Dolci, Sara Ombra e Ilda Boccassini, rappresenta una costola dell’indagine «Infinito», che nel 2010, sempre coordinata dalle procure di Monza e Milano, aveva inferto un duro colpo alle «locali» ‘ndranghetiste in Lombardia.

Anche un dipendente dell’ufficio affari semplici della Procura di Monza, Giuseppe Carello, è stato arrestato in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari con l’accusa di rivelazione di segreti d’ufficio. Il procuratore della Repubblica di Monza Luisa Zanetti ha riferito: «Attraverso le sue credenziali accedeva alla nostra banca dati e rispondeva alle domande dell’ imprenditore di Seregno indagato. Viene ascoltato mentre elenca gli indagati davanti alla nostra schermata, poi abbiamo una fotografia che inquadra l’imprenditore con il nostro dipendente». Il procuratore poi ha aggiunto: «Giuseppe Carello, ai domiciliari, ha violato la fiducia del procuratore e del personale giudiziario ed amministrativo che sono totalmente estranei ai fatto. Ha violato il giuramento alle istituzioni».

Come riferito da Boccassini, «è stata individuata una delle persone che era rimasta fuori» dagli arresti dell’operazione Infinito del 2010, e che partecipò in quell’anno al noto summit in un centro intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino a Paderno Dugnano. Sono stati identificati i boss della locale di Limbiate, ed è stato sgominato un sodalizio dedito al traffico di ingenti quantitativi di cocaina, con base nel Comasco, composto prevalentemente da soggetti originari di San Luca (RC), legati a cosche di ‘ndrangheta di notevole spessore criminale. Nel corso dell’indagine sono stati ricostruiti, ha spiegato Boccassini, «episodi brutalmente e stupidamente violenti». Per esempio, un cittadino di Cantù che andava al lavoro alle 5 di mattina fu colpito con il calcio di una pistola ma non ebbe il coraggio di denunciare: «Non me lo chiedete perché ho paura e so che sono pericolosi», disse agli inquirenti.

«La ‘ndrangheta è l’associazione mafiosa più pericolosa perché si insinua nel tessuto economico e ha rapporti con le istituzioni. Bisogna scoprire questi legami e tagliarli di netto»: così il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, ex ministro dell’Interno ha commentato la maxioperazione in Lombardia. «Chi rappresenta il popolo nelle istituzioni – ha spiegato Maroni ai microfoni di Radio 24 – deve ovviamente stare lontano e rifiutare ogni rapporto con queste persone. Se poi qualcuno ci casca, è giusto che venga estromesso immediatamente dalla politica alle istituzioni».

Mario Mantovani, consigliere regionale lombardo di Forza Italia ed ex vicepresidente della Lombardia, già arrestato due anni fa in un’altra inchiesta, è indagato per corruzione (non gli vengono contestati reati di mafia) in un filone dell’indagine. Da quanto si è saputo, l’accusa riguarda i suoi rapporti con l’imprenditore Antonino Lugarà, lo stesso che ha intrattenuto rapporti con il sindaco di Seregno. Mantovani ha scritto su Facebook: «Avvenuta perquisizione questa mattina presso i miei uffici in relazione ai fatti (su cui indaga la procura di Monza) di cui nulla so, che apprendo dai media di stamane e che sono lontanissimi dal mio agire politico e personale. Nulla è emerso. Sempre a disposizione della trasparenza e della legalità». Secondo la ricostruzione delle indagini, Lugarà avrebbe dato «la disponibilità e l’impegno a procurare consenso elettorale e l’appoggio politico» durante la campagna elettorale del maggio e giugno 2015 a favore di Mazza «nonché assicurando l’appoggio di Mantovani». «Ciao Mario ti ringrazio molto per la vittoria di Seregno è anche merito tuo, quando puoi ti vorrei incontrare», scriveva Lugarà in un sms.

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Belle storie di resistenza quotidiana. Femminile e antimafiosa.

Una vita dedicata alla terra. La loro. E poi arriva qualcuno che vuole portarsela via, prima facendo una proposta ridicola (5mila euro per 90 ettari di terreno, comprensivi di attrezzature) poi, a proposta rifiutata, con minacce nemmeno troppo velate per prendersela, se non con le buone allora con le cattive. Irene, Anna e Ina Napoli sono le protagoniste di questa storia, ambientata a Mezzojuso, nel cuore della provincia di Palermo, e raccontata da Repubblica TV. Qui, nei campi che si estendono fino a Corelone, esiste una mafia antica che prova a impossessarsi delle terre coltivate a grano e fieno. Le tre sorelle, che gestiscono un’azienda agricola di 90 ettari, dopo l’offerta economica ricevuta nel 2006, ne hanno subite tante: all’inizio, per paura, hanno taciuto, continuando a ignorare le invasioni delle “vacche sacre” dei boss, spedite in missione per danneggiare i raccolti e spingerle così ad abbandonare la loro terra. Ma nel 2014, esauste, hanno preso il coraggio a sei mani e hanno sporto denuncia: ai carabinieri hanno raccontato delle decine di raid, documentate un un quaderno in cui appuntano tutto quello che accade e in cartelle sul pc in cui archiviano foto di situazioni che hanno subito.

“SE TUTTI CE NE ANDIAMO, LA SICILIA A CHI RESTA?”

 

La chiamano “mafia dei pascoli”. “A luglio – raccontano le sorelle con voce tremante e visibilmente esauste – hanno distrutto il raccolto, ma non ci fermeranno. Non avranno mai le nostre terre”. Le donne mostrano poi al giornalista il loro raccolto: 330 balle di fieno, che normalmente si raccolgono in un ettaro di terreno, sono state raccolte in 24 ettari, quello che è rimasto dopo l’invasione di vacche, cavalli e pecore. “Una sera, arrivo e vedo queste mucche e i cavalli che mi calpestavano il terreno. C’erano tutte le recinzioni tagliate, è stato terribile”. La battaglia delle tre donne non è facile. Raccontano di aver avuto paura e per questo erano restie a denunciare, ma quando la situazione è diventata insostenibile, si sono fatte forza. Hanno dovuto munirsi di telecamere, alcune puntate sull’abitazione, altre sui campi, con le qual possono monitorare la situazione e verificare se sta succedendo qualcosa o se manca qualche animale. “Certo che abbiamo pensato di andarcene – commenta una delle sorelle – ma se tutti facciamo così, questa Sicilia a chi resta?”

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