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I vicini insorgono: lo striscione antimafia “deturpa” il palazzo del boss

C’è un reato che non è reato. Si consuma sottovoce. E chi lo commette non se ne rende nemmeno conto: è il cretinissimo favoreggiamento sociale alla mafia. Un reato che difficilmente verrà mai scritto ma che, in un Paese normale, dovrebbe essere censurato dal senso di opportunità.

Siamo a Bitonto, non molto lontano da Bari. Qui la mafia si fa sentire e inevitabilmente alcuni dei suoi beni sono stati confiscati (evviva!) e riassegnati a uso sociale (evviva di nuovo): rea questo c’è un appartamento di un condominio in via Muciaccia, sarà la base di un progetto di vita autonoma per cinque ragazzi disabili. Cose belle, insomma.

I nuovi inquilini di Libera hanno pensato bene di appendere uno striscione. Una cosa semplice: “Ieri mafia, oggi Libera, domani liberi”.

Ma i vicini di casa, quelli dello stesso condominio, hanno pensato bene di lamentarsi. Alcuni sottovoce mentre altri sono andati direttamente in municipio per manifestare tutto il loro disappunto. Mica per la mafia, no: per lo striscione. “Danneggia l’immagine della palazzina”, hanno detto i focosi inquilini, preoccupati più di non infastidire i mafiosi che altro.

“Certamente i condòmini che si sono lamentati non appartengono a famiglie mafiose, ma evidentemente non hanno apprezzato tutta quella pubblicità involontaria. Che invece è stata utile – commenta il referente pugliese di Libera – in modo che il territorio sapesse che lì si stava facendo un campo di Libera e che quello è un bene confiscato. Abbiamo spiegato che non volevamo creare problemi, ma in fondo parliamo di un telo che è stato lì per due giorni, volevamo dare un segno al territorio. Purtroppo questa è la conferma che molti italiani provano fastidio ad avere fastidio”.

Ecco qui. Ecco tutto.

Buon lunedì.

(continua su Left)

Bivona, niente lavoro per Veronica Cutrò, la figlia dell’imprenditore che denunciò la mafia


Veronica è una venticinquenne figlia di un testimone di giustizia: suo padre, Ignazio Cutrò, ha denunciato la mafia ed è finito sotto programma di protezione insieme a tutta la sua famiglia. Eppure a Bivona il cognome Cutrò è un problema: quando Veronica ha chiesto di lavorare le è stato fatto capire che non era possibile per le denunce del padre. E che ciò di cui dovrebbe essere fiera in realtà è un ostacolo.
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Mafia del Gargano: l’appello della cognata dei due agricoltori uccisi durante i funerali: “La mafia è connivenza, è girare la testa dall’altra parte. Non abbassate lo sguardo”

La donna, insegnante di Lettere, ha lanciato un accorato appello rivolto soprattutto ai giovani, futuro del Paese. “Questa realtà ci appartiene: non abbassate lo sguardo. Luigi e Aurelio ne sono stati travolti e con loro tutti noi”

“La mafia è connivenza: è girare la testa dall’altra parte. Voi non abbassate lo sguardo”. Risuona forte l’appello nella chiesa Santissima Annunziata di San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, durante i funerali di Aurelio e Luigi Luciani, i due fratelli contadini uccisi probabilmente perché “colpevoli” di aver assistito all’agguato contro il presunto boss Mario Luciano Romito. A pronunciarlo è la cognata delle vittime che dall’altare ha lanciato un accorato appello rivolto soprattutto ai giovani, “sogno e speranza” del futuro. “Da insegnate ho sempre spiegato la mafia – le parole della donna, professoressa di lettere – Ho cercato di farvi capire ma abbiamo sempre studiato una realtà che sembrava non appartenerci. No ragazzi miei, questa realtà ci appartiene”.

“La mafia è qui, serpeggia nei nostri ambienti: cruda, cieca e silenziosa – continua l’insegnate – La mafia è connivenza. La mafia è girare la testa dall’altra parte. Voi non abbassate lo sguardo. La mafia è un atteggiamento subdolo. La mafia non ha la pietas degli antichi eroi che rendevano onore ai propri avversari. La mafia insegue. La mafia crivella di colpi. La mafia uccide chi aveva l’unica colpa di essere in quel momento al lavoro. E Luigi e Aurelio ne sono stati travolti e con loro tutti noi”. Le parole forti seguono l’appello del ministro Marco Minniti che ieri aveva chiesto una “rivolta morale” per sconfiggere la mafia foggiana.

Una situazione, quella sul Gargano, in cui non è semplice mettere ordine, dove le mafie sono rafforzate dall’omertà anche della popolazione, stigmatizzata in una recente relazione della Dia. Un connubio micidiale quello tra mafia e omertà che, come scrive la Direzione nazionale antimafia nell’ultima relazione, ha portato a un “capillare controllo del territorio” da parte di un’organizzazione criminale “moderna e flessibile”, proiettata verso il “modello di mafia degli affari”, ma che trae “la sua forza dalla capacità di coniugare la sua proiezione più avanzata con i tradizionali modelli culturali del territorio, primo tra tutti l’omertà”.

Ed è proprio contro “quel girare la testa dall’altra parte” che si è schierato ieri il ministro dell’interno al termine del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica a Foggia, invitando gli stessi cittadini alla rivolta morale. “La lotta contro le mafie è una grande battaglia di civiltà – ha spiegato Minniti – E naturalmente su questo fronte è molto importante coinvolgere l’opinione pubblica, avere cioè un partecipazione attiva della gente ed è per questo che io oggi ho voluto ascoltare i sindaci e i loro consigli. E a loro ho chiesto di essere parte attiva, perché serve una sorta di rivolta morale nelle popolazioni di questa Provincia”.

(fonte)

“Considerata troppo a lungo di Serie B”: Roberti sulla mafia foggiana

Il procuratore parla di “difficoltà ad investigare” e spiega come i traffici di droga con l’Albania siano il legame da spezzare per disturbare i clan. Il Comune di Foggia – spiega – non si è costituito parte civile in un importante processo che si è recentemente celebrato contro i clan: “Un segnale estremamente negativo che va stigmatizzato”

Il procuratore nazionale Antimafia lo dice senza giri di parole, il giorno dopo la strage di San Marco in Lamis: “La criminalità pugliese e in particolare questa efferatissima forma di criminalità foggiana, è stata considerata troppo a lungo una mafia di serie B“. Intervenendo nella trasmissione 6 su Radio 1, il magistrato ha spiegato che le faide tra clan nel Foggiano vanno avanti da 30 anni e “ci sono stati 300 omicidi, l’80% di questi è rimasto impunito”.

Solo da gennaio ad oggi sono stati 17, ai quali bisogna aggiungere almeno 2 casi di lupara bianca, l’ultimo risalente allo scorso maggio quando è scomparso nel nulla Pasquale Notarangelo, nipote del presunto boss Angelo ‘Cintaridd, ammazzato nel gennaio 2015, e figlio di Onofrio, tra i primi caduti del 2017 nella guerra di Vieste. Roberti, inascoltato, aveva ribadito un concetto simile già ad aprile definendo “quarta mafia” quella foggiana.

Il numero di omicidi irrisolti, spiega Roberti, “la dice lunga sulle difficoltà di investigare”. “Oggi lo scontro si è acceso attorno al traffico di stupefacenti, in particolare di droghe leggere dall’Albania. Un affare colossale che scatena gli appetiti dei clan e che investe, partendo dal foggiano, tutta la dorsale adriatica fino all’Europa. La mafia foggiana è una costola della camorra napoletana – ha spiegato il procuratore nazionale Antimafia – Negli ultimi tempi sono state rafforzate le strutture investigative sul territorio e credo che si procederà oltre. Ad aprile scorso è stata aperta una sezione del Ros a Foggia che mancava, la Procura distrettuale di Bari si prodiga moltissimo per coordinare le indagini”.

Nelle prossime ore, il ministro degli Interni Marco Minniti presiderà il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza in Prefettura a Foggia e poi incontrerà i sindaci dei Comuni coinvolti nelle faide che stanno insanguinando il territorio. La prima risposta – secondo quanto trapela – sarà proprio il raddoppio della struttura investigativa Anticrimine. Del resto, anche la presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, aveva spiegato come “nelle nostre missioni in varie zone d’Italia abbiamo registrato due criticità, una delle quali riguarda Foggia, dove ci è stato sottolineato il problema di immettere personale che abbia la capacità di leggere problematiche che prima non c’erano”. Investigatori ancora più numerosi – e specializzati – per contrastare l’escalation degli ultimi mesi.

“Servono più presidi di polizia, più professionalità nelle forze di polizia. Bisogna mandare in quel territorio il meglio delle professionalità investigative, lo ha detto recentemente la presidente della Commissione Antimafia – ha ricordato Roberti a Radio 1 – e io lo condivido perché se questa è una priorità, è non c’è dubbio che il contrasto alla criminalità foggiana sia una priorità assoluta, allora bisogna mettere in campo il meglio delle risorse”.

Allo stesso tempo, restano problemi strutturali. Come aveva spiegato ilfattoquotidiano.it a marzo, la Procura di Foggia, dove si fanno i salti mortali per star dietro ai delitti di mafia e a una microcriminalità diffusa, conta 18 sostituti procuratori e due aggiunti. Diciotto sostituti contro 28 clan criminali e circa 8-900 affiliati, secondo le stime del ministero dell’Interno risalenti alla primavera 2015. E invece dovrebbero essere in 22 a sorvegliare sulla Società foggiana e sulla mafia del Gargano. Quattro in meno, dunque, per controllare tutta la provincia più Margherita di Savoia, Trinitapoli e San Ferdinando di Puglia, comuni che appartengono alla provincia BAT ma ricadono sotto la giurisdizione della procura foggiana. A conti fatti vuol dire circa 700mila persone, oltre a circa 30mila irregolari. E la Direzione distrettuale Antimafia è a Bari, oltre cento chilometri di distanza.

“Naturalmente bisogna fare di più, anche sul piano della cooperazione internazionale per frenare i fiumi di droghe leggere che arrivano dall’Albania perché sono quelli che stanno scatenando la faida. Siamo andati in Albania nei mesi scorsi a chiedere cooperazione, abbiamo incontrato a Roma il Ministro degli Interni albanese che ha promesso maggiore collaborazione – ha aggiunto Roberti – Bisogna vincere l’omertà e per farlo bisogna creare una cultura della legalità che in quel territorio è ancora molto latente. Il Procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe, fa benissimo a invocare maggiore collaborazione da parte dei cittadini”.

Nelle scorse ore, Daniela Marcone, foggiana e vice-presidente nazionale di Libera, ha parlato a ilfattoquotidiano.it di “nuova resistenza” della società civile, necessaria per sconfiggere i clan. E anche secondo il procuratore nazionale Antimafia “con il massimo sforzo da parte dello Stato, io sono convinto che arriverà anche la collaborazione dei cittadini perché senza collaborazione dei cittadini purtroppo non si va molto lontano”, ha concluso. Non prima di aver ricordato come nell’ultimo processo “importantissimo che si è celebrato a Foggia, condotto dalla Procura Distrettuale di Bari per una catena enorme di estorsioni, purtroppo non si è registrata la partecipazione della società civile. Il Comune di Foggia non si è nemmeno costituito parte civile del processo e questo è un segnale estremamente negativo che va stigmatizzato”.

Puglia. La mafia dimenticata. (di Carlo Lucarelli)

Già è la parola ad essere fuorviante. Faida. Per carità, tecnicamente è giusta, anzi, è stata usata anche per le mattanze calabresi degli Anni 80 e 90, però anche allora dava un’impressione sbagliata.

 

Faida. Una serie di vendette familiari che si tramandano nel tempo e che riguardano una comunità ristretta, famiglie appunto, gruppi di amici, al massimo clan. Viene da pensare istintivamente ad un paio di cose, anzi, tre. Ad una causa scatenante, così persa nella profondità del tempo e magari futile come un furto di galline o l’occhiata sbagliata ad una ragazza, che nessuno se ne ricorda più. Viene da pensare ad una situazione degradata e lontana, da frontiera selvaggia, violenta e senza legge, dove ci si fa giustizia da soli con la pistola al cinturone. E viene da pensare che in fondo si ammazzano tra loro, per cui vabbè.

 

In provincia di Foggia, in questi giorni, per la cosiddetta «faida del Gargano» sono state ammazzate quattro persone. Sono le ultime di una lunga lista che solo dall’inizio dell’anno conta ben diciassette morti, più due scomparsi per quella che chiamiamo letterariamente lupara bianca e che di solito significa comunque essere ammazzato. In Puglia, in quella regione ricca, bella e organizzata, che con il Far West ha in comune soltanto l’essere chiamata «la California del Sud». E non si ammazzano neanche tra di loro e basta, dal momento che nell’ultima strage, oltre a due uomini ritenuti parte di un clan criminale ci sono due contadini che passavano semplicemente di là e hanno visto quello che non dovevano vedere, e che così si aggiungono ai più quaranta nomi di pugliesi letti ogni anno tra più di novecento nel Giorno della Memoria e del Ricordo delle vittime innocenti per mafia. Perché per quanto tecnicamente sia giustissimo chiamarle faide, di questo comunque si tratta.

Guerre di mafia. Eppure, non è che quello che sta accadendo in parte della Puglia, e mica solo dalla fine dell’anno, abbia suscitato tanto scalpore. O almeno, non abbastanza, perché chi le cose le vive direttamente se ne è accorto da un pezzo e di denunce e iniziative anche istituzionali ce ne sono state, ma a me sembra, appunto, non abbastanza. In una regione ricca e piena di interessi, quando la criminalità organizzata spara e ammazza dovremmo immediatamente pensare ad obbiettivi che fanno paura e invece pare che a livello nazionale, dall’opinione pubblica ma anche da parte delle istituzioni, la situazione venga percepita come la normale fisiologia di una mafia minore, già sconfitta a suo tempo.

Mafia minore. È così che è sempre stata considerata la mafia pugliese, la cosiddetta Sacra Corona Unita, nonostante le decine di morti ammazzati, le bombe, le stragi da film di gangster come quella del Circolo Bacardi di Foggia nell’86, la testa mozzata di Nicola Laviano fotografata e mostrata in giro, i miliardi – prima di lire e poi di euro – derivati dai traffici e dal controllo di attività illecite ma anche lecite, almeno apparentemente. Una mafia giovane, nata artificialmente in carcere e colonizzata dalle cosiddette mafie maggiori, Cosa Nostra, Camorra, ’Ndrangheta. Mafia minore, insomma. E forse sta anche qui la mancanza di attenzione attuale ad un fenomeno che avrebbe dovuto farci paura da un pezzo, ancora prima che arrivassero – solo tra gli ultimi – due fratelli che passavano di lì per caso con il loro furgoncino, e uno dei due, che corre disperato inseguito dai killer per i campi, come il giudice Rosario Livatino ad Agrigento. Perché alle mafie, dal punto di vista mediatico ma anche politico, succede quello che accade ai delitti di cronaca. Ce ne sono alcuni più «fortunati» – tra virgolette – che per il tipo di vittima o di assassino, per il luogo o il momento in cui sono avvenuti, colpiscono l’immaginazione, si guadagnano un nome – Cogne, via Poma, la strage di Erba – ed entrano a far parte di una narrazione mediatica che va oltre le inchieste e le motivazioni delle sentenze.

Cosa Nostra è un vero e proprio marchio internazionale e basta pronunciarlo per pensare ad una serie di cose che vanno dalla Trattiva alle stragi al sigaro cubano di Luciano Liggio e al Sacco di Palermo, passando per «Il Padrino», gli orrendi ristoranti spagnoli che utilizzavano il nome della Mafia e al piccolo Santino Di Matteo sciolto nell’acido. Un mondo, col quale abbiamo una familiarità che fa subito scattare un immaginario, con tutte le informazioni, le sensazioni e le emozioni che si porta dietro.

Prima di Gomorra e di Roberto Saviano, per esempio, c’era a Casal di Principe una mafia sconosciuta e totalmente oscurata da una star del crimine come Cutolo, che nessuno avrebbe potuto nominare neanche uno dei suoi boss. Oggi Sandokan Schiavone, per esempio, lo conosciamo tutti, e la pericolosità pervasiva e massiccia dei Casalesi, anche questo vero e proprio marchio di fabbrica, ci fa abbastanza paura.

Ora, non è che bastino gli scrittori a cambiare il mondo, la mafia pugliese è anche stata raccontata da film come «Galantuomini» di Edoardo Winspeare o da romanzi come il bellissimo «L’estate fredda» di Gianrico Carofiglio, solo per citarne alcuni, ci sono stati processi e inchieste – tra cui quelle dello stesso presidente della Regione, Michele Emiliano – che veramente l’hanno quasi sconfitta, ci sono stati articoli e saggi, eppure quello che sta accadendo adesso in Puglia a me sembra non abbia ancora la visibilità e la concreta inquietudine che merita. Sono io che mi sbaglio? Per mia personale e banale disinformazione, per esempio?

Insomma, cosa sta succedendo nella bella, ricca e organizzata Puglia – aggettivi che uso con affetto e convinzione- una fisiologica attività criminale? Morti che fanno male come tutti i morti ammazzati, ma che restano nell’ambito di una «faida»? O una inquietante, pericolosa e ancora non compresa guerra di mafia?

(fonte)

Gomorra ora sta a Foggia: un’esecuzione in piena regola per il boss Romito

Quattro o cinque persone sono entrate in azione sulla strada provinciale 272 tra Apricena e San Marco in Lamis, in provincia di Foggia. Si tratta dell’ennesimo omicidio dall’inizio del 2017: negli ultimi 8 mesi si contano 17 morti tra Capitanata e Gargano. Uccisi anche due contadini incensurati, la cui una colpa è stata assistere all’omicidio. Il sindaco: “Episodio orribile, intervenga il governo”

Un’esecuzione in pieno giorno, in strada, vicino alla stazione di San Marco in Lamis, nel Foggiano. Con due vittime innocenti, colpevoli solo di aver assistito all’omicidio di un presunto boss. L’ennesimo agguato nella guerra di mafia che si sta consumando tra la Capitanata e il Gargano dall’inizio dell’anno rompe gli schemi del passato, colpendo anche i testimoni delle faide, che hanno lasciato sull’asfalto 17 morti nel 2017. Otto da giugno ad oggi. Mercoledì mattina un commando ha ucciso le ultime quattro persone tra Apricena e San Marco in Lamis. Due le vittime designate: Mario Luciano Romito, figura di spicco dell’omonimo clan di Manfredonia e suo cognato. Mentre gli altri due assassinati sono dei contadini incensurati, i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, testimoni involontari dell’agguato.

I killer sono entrati in azione poco dopo le 10 sulla Strada provinciale 272 nei pressi della stazione ferroviaria. Romito viaggiava con il cognato su un Maggiolino quando è stato affiancato da una vettura con 4 o 5 persone a bordo che hanno aperto il fuoco con kalashnikov, fucili a canne mozze e pistole. Poi, a quanto pare, il commando ha fatto fuori i due contadini perché avevano assistito all’esecuzione: Luigi e Aurelio Luciani sono stati inseguiti nei campi e freddati senza pietà. Tre i morti sul colpo, mentre uno dei due agricoltori – rimasto in un primo momento gravemente ferito – è deceduto durante il trasporto verso l’ospedale di San Severo. Assieme a Mario Romito, presunto boss sfuggito nel 2009 e nel 2010 ad altri due agguati nei quali morirono suoi parenti, è stato freddato il cognato Matteo Di Palma. La famiglia della vittima (nella foto accanto, ndr) è in guerra da trent’anni con il clan dei Libergolis, recentemente decapitato da diverse inchieste della magistratura.

Chiara agli investigatori la matrice mafiosa dell’assalto che potrebbe essere l’ultimo capitolo di una scia di sangue che va avanti da maggio, quando due persone vennero ferite a colpi di kalashnikov tra le bancarelle del mercato di San Marco in Lamis. Un’azione seguita dal duplice omicidio di Antonio Petrella e suo nipote Nicola Ferrelli, ritenuto vicino al clan Di Summa. I due vennero ammazzati senza pietà il 20 giugno alla periferia di Apricena. Dopo averli affiancati in corsa, i killer crivellarono di colpi la loro auto con pistole, fucili e kalashnikov. Poi scesero e, secondo la ricostruzione degli investigatori, hanno finito i due con diversi colpi al volto, sfigurandoli. Una mattanza che, forse, è stata vendicata con l’agguato di oggi.

Lo scorso 27 luglio, invece, a Vieste, sempre nel Foggiano, un uomo legato alla mala garganica era stata assassinato all’ora di pranzo all’interno della propria attività commerciale davanti alla propria famiglia e ai turisti. Con l’agguato di oggi, sale a 17 il numero di vittime di omicidi legati alla guerra di mafia in atto tra la Capitanata e il Gargano da oltre un anno.

“E’ un episodio orribile, non conosciamo ancora i dettagli di quanto avvenuto ma negli ultimi mesi sono tanti gli episodi che hanno coinvolto la nostra provincia. Occorre al più presto un incontro tra tutti i rappresentanti del territorio con il ministro dell’Interno“, afferma il sindaco di San Marco in Lamis, Michele Merla. “Vogliamo essere ascoltati – ha aggiunto il sindaco – così non si può andare avanti. Serve un intervento del governo, le istituzioni nazionali devono intervenire per la nostra provincia, non possiamo più assistere a questa efferatezza”.

(fonte)

L’odore di ‘ndrangheta nelle cave trentine

Ferruccio Sansa per Il Fatto Quotidiano:

Il male invisibile ha colpito il Trentino. “È una ‘ndrangheta occulta“, per usare le parole dell’ex ‘ndranghetista Luigi Bonaventura. Guardi la cattedrale di San Vigilio, gli universitari che affollano la piazza, lo splendido Muse di Renzo Piano. Ecco Trento in cima a tutte le classifiche per la qualità della vitad’Italia. Nonostante questo, o forse proprio per questo, la ‘ndrangheta è arrivata fin qui. Ieri la Commissione parlamentare antimafia ha tenuto tre incontri in città. È il primo segno. Nel primo semestre dell’anno scorso sono state 870 le operazioni bancarie o finanziarie segnalate in Trentino perché potevano nascondere riciclaggio di denaro sporco. Mentre la Direzione Investigativa Antimafia parla di 903 segnalazioni in provincia che hanno dato luogo ad approfondimenti.

Ma questi sono numeri. Poi ci sono le persone. Le storie che non credevi proprio di trovare quassù. Come quella di Marco Galvagni, segretario comunale di LonaLases, Comune in mezzo alle valli che vive delle sue montagne. Del porfido. “E proprio alla pietra, alle cave, si è aggrappata la mafia calabrese“, racconta Galvagni. “E’ un gran rompiballe”, così i suoi detrattori cercano di liquidare le denunce che Marco ha inviato ai sindaci della zona. Ma le parole del segretario in Trentino non sembrano creare molte preoccupazioni. Finché pochi mesi fa arriva un’interrogazione parlamentare: “Gli elementi sopra esposti appaiono di per sé gravi e tali da ritenere necessaria anche una tutela del segretario denunciante dottor Marco Galvagni”. Già, un funzionario pubblico presenta una denuncia di venti pagine, precisa, circostanziata, e in Parlamento c’è chi chiede che sia protetto. Perché è in pericolo. Succede a Trento.

Il pentito Vito Mandrillo disegna la mappa della Sacra Corona Unita sullo Ionio

(Francesco Casula per Il Fatto)

Passeggiano come se nulla fosse nel cortile del carcere di Lecce con in mano la “santina”, recitano la “favella” e poi la formula del “giuramento” alla Sacra Corona Unita. Accanto a ogni iniziato ci sono almeno cinque persone: rendono valido il rito di affiliazione di un nuovo adepto oppure il “movimento”, il passaggio di grado di un membro dell’organizzazione. Riti, tradizioni mafiose e scalata alle gerarchie criminali che avvengono davanti a ignari agenti della penitenziaria.

Il pentito svela la geografia della Scu
“Era estate: giugno, luglio, prima che uscissi. Era l’R prima sezione, Sezione di isolamento, istituto penitenziario di Lecce. La sezione me la ricordo perché mi spostarono lì perché ebbi delle liti col certi tarantini ed il ‘movimento’ di quarta me l’avevano fatto nella Sezione R Prima, cella numero 11”. Nella calda aula del tribunale di Taranto le parole del collaboratore di giustizia Vito Mandrillo, tagliano il silenzio. Avvocati, giudici, imputati e familiari ascoltano ammutoliti le rivelazioni del 25enne che dopo l’arresto per omicidio ha deciso di collaborare con i pubblici ministeri Alessio Coccioli e Antonella De Luca, scoperchiando la pentola degli affari delle cosche del Tarantino. Perché il disastro ambientale e sanitario causato dalle emissioni dell’Ilva non è il solo problema di questa terra.

Antimafia: “E’ il nuovo Welfare”
Qui “la Sacra corona unita sta diventando un sistema alternativo allo Stato, il nuovo Welfare” ha detto la presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi. E del resto, non è la prima volta: alla fine degli anni ’80 la guerra di mafia tra il clan dei fratelli Modeo e quello delle famiglie D’Oronzo-De Vitisdiede vita a una vera mattanza: quasi duecento morti ammazzati in tre anni. Poi gli arresti, la nascita del pentitismo e i maxiprocessi come “Ellesponto” e “Penelope” inflissero secoli di carcere a capi e gregari. Ma distanza di 30 anni, in tanti hanno lasciato le celle e la maggior parte ha cercato di riprendere in mano le redini dei clan.

“Mafia tentacolare, bonifica difficile”
Negli ultimi tre anni la Direzione distrettuale antimafia di Lecce e la Procura ionica hanno messo a segno decine di operazioni, un lunghissimo elenco di titoli fantasiosi: Alias, Città nostra, Feudo, Pontefice, Undertaker, Sangue Blu, Game Over, Impresa, Fisheye, Duomo, Neve Tarantina, The old, Kinnamos, No one, Infame, Zar, Terra nostra, Mercatino. Eppure la malavita continua a sopravvivere: “Paradossalmente – ha spiegato la commissione parlamentare antimafia nell’ultima visita – la forza della Scu sta nella sua configurazione reticolare, senza vertice, con famiglie che si spartiscono pacificamente il Salento. E se questo rende possibili operazioni di smantellamento delle singole realtà, ciò però complica la completa bonifica del territorio”. Associazione mafiosa, traffico di droga, estorsioni, usura sono le accuse più frequenti. Gli omicidi sono fortunatamente rari ma, come la storia italiana insegna, quando la criminalità non spara vuol dire che gli affari vanno a gonfie vele. Taranto resta un territorio a sé rispetto al resto del Salento, ma come le cosche salentine ha stretto rapporti con le ‘ndrine calabresi o i gruppi campani: il core business è il traffico di stupefacenti, ma non solo.

Dia: “Accordi con calabresi per gli appalti”
Nella sua relazione semestrale, la Dia ricorda l’operazione Feudo delle Fiamme gialle “che aveva fatto luce sugli accordi stretti con le cosche calabresi per i traffici di sostanze stupefacenti e di tabacchi lavorati esteri, per l’usura e le estorsioni, nonché per acquisire, attraverso prestanome, il controllo di attività economiche e la gestione di appalti e servizi commerciali”. La Direzione investigativa antimafia ha ridisegnato la mappa del capoluogo individuando ben 13 famiglie: “Tali gruppi, ciascuno dominante in un’area circoscritta – in genere coincidente con un rione o un quartiere – in assenza di un capo e di regole comuni, tenderebbero ad accaparrarsi, anche con azioni di forza, il mercato dello spaccio di sostanze stupefacenti e quello estorsivo”.  Poche settimane fa la Corte di Cassazione ha confermato le condanne ai capi e agli affiliati del clan mafioso dei “Taurino” che ha la sua roccaforte nel centro storico, ma è il quartiere “Paolo VI” quello costruito insieme all’Ilva che sembra una polveriera con ben 5 gruppi malavitosi: le famiglie Modeo, Ciaccia, Cesario, Pascali Cicala. In provincia il discorso non cambia con 4 gruppi che si spartiscono il territorio: le famiglie Caporosso-Putignano, Stranieri, Cagnazzo e soprattutto Locorotondo, detto ‘Scarpalonga‘. L’uomo arrestato dai carabinieri nell’operazione ‘The old‘, per la Dia controlla i territori di Crispiano, Palagiano, Palagianello, Mottola, Massafra e Statte oltre a quelli di Pulsano(insieme al gruppo Agosta) e Lizzano (insieme ai fratelli Cataldo e Giuliano Cagnazzo).

Criminali spregiudicati e nuove leve agguerrite
“In provincia – si legge nella relazione – si registra una situazione conflittuale in cui sono maturati un omicidio ed un duplice tentato omicidio commessi a Pulsano, che dimostrano come la spregiudicatezza e la propensione a ricorrere in maniera disinvolta all’uso delle armi siano diventate modalità ordinarie per l’affermazione della leadership in seno ai singoli gruppi criminali o per il controllo del mercato degli stupefacenti. In questo contesto, i vecchi capi, pur mantenendo ruoli predominanti e di direzione strategica, si vedono costretti a relazionarsi con le agguerrite, nuove leve criminali”. Un quadro confermato anche dal collaboratore Mandrillo che ha indicato in ‘Scarpalonga’ uno dei massimi gradi della criminalità tarantina.

Il rito di affiliazione: “Presi la mia cavallina bianca…”
Ha fatto nomi, cognomi e soprannomi, recitato a memoria le formule del cerimoniale partendo dalla “favella”, la filastrocca che ogni aspirate sacrista impara a memoria e declama davanti al suo padrino: «Fu una bella mattina di sabato santo, quando allo spuntare del sole – scandisce Mandrillo in video conferenza da una località protetta – mi venne in mente di fare una bella cavalcata, andai nella mia scuderia bianca, presi la mia cavallina bianca con fronte stellate, briglie d’oro e staffe d’argento e cavalcai per manti e colline fino quando non arrivai su una distesa pianura dove c’erano due uomini che si tiravano di coltello, scesi dalla mia cavallina bianca con fronte stellate, briglie d’ oro e staffe d’argento e mi misi spalla e spalla con il mio avversario “Cosa ne avete fatto?”, “Ne ho fatto sangue”, “E dove l’avete colpito?”, “Sotto all’avambraccio destro”, “Allora siete un bevitore di sangue?”, “Alt, saggi compagni! Non sono un bevitore di sangue, ma come ben sapete non ho fatto altro che unire due anime in un solo corpo”».

Giuramento, gradi e gerarchie
E poi il giuramento e i gradi della gerarchia criminale della Sacra Corona Unita: la «Picciotteria» (che ormai non viene più usata), la «Camorra», lo «Sgarro», la «Santa», il «Vangelo», il «Trequartino», il «Crimine», il «Medaglione», il «Medaglione con Catena» e infine il «Bastone». Qualcosa è certamente cambiato dall’idea originale di Pino Rogoli, il mesagnese fondatore della quarta mafia che si oppose all’espansione in Puglia della camorra, in particolare quella cutoliana, ma che a Taranto ancora sopravvive. Silenziosa e invisibile, ma brutale. Proprio come i fumi e i veleni delle ciminiere di cui fino a qualche anno fa nessuno parlava.

Il Paese che è Stato

Non c’è nemmeno bisogno di scrivere commenti. Basta citare quello che c’è nell’inchiesta. Così, semplicemente. Si tratta dell’ordinanza che ieri ha portato all’arresto di Santo Filippone e Giuseppe Graviano in cui (per l’ennesima volta, anche se tutto fingono che sia una novità) emerge che le mafie si sono “federate” per mettere in crisi lo Stato.

Ecco qui:

“Che la ‘ndrangheta non sia coinvolta nelle logica delle stragi voluta da Toto Riina – ha detto Lombardo – è solo falsa politica. Numerose dichiarazioni che abbiamo riscontrato di collaboratori calabresi e siciliani, che erano disperse in decine di inchieste separate, ci hanno permesso di ricostruire un mosaico che dà dignità a questa inchiesta e spiega i motivi che hanno portato all’attacco all’Arma dei carabinieri e ad altri rappresentanti dello Stato”.

“Il disegno terroristico e mafioso servente rispetto ad una finalità più alta, che prevedeva la sostituzione di una vecchia classe politica con una nuova, diretta espressione degli interessi mafiosi”, ha detto il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. “Dopo il tramonto della Prima Repubblica e la lunga scia di sangue che ne ha segnato il trapasso – ha aggiunto il numero uno di via Giulia – ‘ndrangheta e Cosa nostra volevano mantenere il controllo assoluto sulla classe politica, proiettandosi su quella emergente nella nuova fase storica che si andava delineando. In questo quadro rientrava anche la decisione delle mafie di fare un attentato dinamitardo con un’autobomba nella terza decade del mese di gennaio del 1994 allo stadio Olimpico contro i carabinieri che avrebbe provocato, secondo chi lo aveva organizzato, almeno cento morti tra gli uomini dell’Arma, con effetti destabilizzanti per la democrazia”.

“In numerose azioni tra cui il duplice omicidio degli appuntati Fava e Garofalo e l’assassinio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, viene usata dagli assassini la rivendicazione Falange armata la stessa che viene usata anche per gli attentati a Roma ed a Firenze. Fu proprio Riina, come ci è stato riferito da Leonardo Messina e da altri importantissimi collaboratori, per il loro ruolo in Cosa nostra, collaboratori di giustizia siciliani, che nell’estate del 1991 ad Enna, dove aveva riunito i vertici di cosa nostra siciliana, spinse ulteriormente l’organizzazione criminale a ‘rompere le corna allo Stato’ utilizzando la sigla Falange armata”.

“È di questo periodo, anche se numerosi riscontri datano tempi precedenti che si infittiscono i rapporti ed aumentano le pressioni di cosa nostra stragista sui vertici delle cosche più rappresentative della ‘ndrangheta calabrese ai quali viene chiesto, in alcune riunione svoltesi a Nicotera (Vibo Valentia), Lamezia Terme e Milano, l’esplicita adesione al programma autonomista e stragista cui il capo corleonese voleva dare corso. A questa richiesta aderirono i De Stefano, i Libri, i Tegano di Reggio Calabria, i Coco Trovato e i Papalia di Platì creando un asse operativo con quello che appare sempre di più un grumo di interessi politici ed economici attorno a cui ruotano servizi segreti deviati, massoni vicini a Gelli e organizzazioni criminali”.

La strategia stragista “si arresta o si depotenzia non appena i corleonesi, la ‘ndrangheta ed altre organizzazioni criminali come la camorra e la Sacra Corona Unita trovano nel nuovo partito di Forza Italia la struttura più conveniente con cui relazionarsi”.

Ecco. Serve altro?

Buon venerdì.

(continua su Left)

‘Ndrangheta, la scalata dei rampolli (spennati) dei Tegano

(il solito bravissimo Lucio Musolino, qui)

A Reggio Calabria, ormai, li conoscono tutti come i “Teganini”. Sono le giovani leve del clan Tegano, ragazzi cresciuti con il mito dei genitori e degli zii, protagonisti della seconda guerra di mafia che, dal 1985 al 1991, ha lasciato a terra quasi mille morti ammazzati. Giovani rampolli, nati tra la prima e la seconda metà degli anni novanta, che quei padri possono vederli solamente in carcere, se non li hanno visti morire ammazzati nel periodo della mattanza.

Come Domenico Tegano, 25 anni ancora da compiere e un carisma “fuori dal comune che, nonostante la sua giovane età, – scrivono gli investigatori – gli garantisce il massimo rispetto sia da parte dei suoi fiancheggiatori, che dai soggetti estranei alla propria organizzazione”. Domenico, conosciuto con il diminutivo di “Mico”, è il primogenito di Pasquale Tegano. Quest’ultimo,  per gli inquirenti è un “elemento verticistico della cosca”: al momento è detenuto al 41 bis nel carcere “di Spoleto, a seguito della cattura avvenuta nel 2004 dopo anni di latitanza”.

LA RISSA DEI “TEGANINI” E IL PESTAGGIO DI DUE POLIZIOTTI

Scena della rissa

Assieme al cugino Giovanni (altro rampollo di 21 anni) e ad 11 coetanei, Mico Tegano ha ricevuto nei giorni scorsi un avviso diconclusione indagini per rissa e lesioniai danni di due poliziotti che, il 5 giugno 2016, sono stati pestati a sangue dal branco. Il tutto era avvenuto sotto le telecamere nel centro di Reggio dove i “teganini” non hanno esitato ad accerchiare i due poliziotti in borghese che avevano cercato di sedare la rissa scoppiata con un gruppo di coetanei di Rosarno, alcuni dei quali sospettati di essere vicini ai clan della Piana di Gioia Tauro. Il caos era scoppiato per un motivo banalissimo: un complimento che i rosarnesi avevano fatto ad una ragazza.

Durante l’aggressione è spuntato un coltello e, se non fossero intervenuti gli agenti, la rissa poteva avere un bilancio ben più grave. Risultato: entrambi i poliziotti hanno riportato un trauma cranico, fratture delle ossa nasali e trauma toracico. Un pestaggio del quale Mico Tegano si è vantato qualche giorno dopo con gli amici: “Quello biondo…sto cornuto… – sono le sue parole – è venuto a dirmi: sono della Polizia. Appena mi ha detto così: E a te chi cazzo… me ne fotto che sei della Questura. Ma vedi che gli ho tirato due calci in faccia fermo… ma sai come? fermo…a quello biondo… mancu li cani Signuri”.

La squadra Mobile aveva chiesto l’arresto ma il codice penale per questo tipo di reato non consente al sostituto procuratore Roberto Di Palma di procedere con la misura cautelare. Per la rissa saranno dunque processati a piede libero, ma nel fascicolo dell’indagine la squadra mobile, diretta da Francesco Rattà, è riuscita a ricostruire il gruppo di rampolli capeggiato da Mico e Giovanni Tegano. Sono loro che, almeno dal 2015, terrorizzano la movida reggina costringendo questore e comandante provinciale dei carabinieri a predisporre in estate controlli serrati nei locali vicini al lungomare.

IL TERRORE ABITA AD ARCHI

Una foto inserita nell’informativa
Gare tra baby mafiosi per chi prende la bottiglia di champagne più costosa ma anche selfie rigorosamente pubblicati su facebook (e poi finiti nelle carte degli inquirenti), risse, spaccio di cocaina e controllo quasi militare dei lidi. Intrecciando i verbali del pentito Mariolino Gennaro (che accusa Mico Tegano di aver piazzato una bomba in una delle sue sale giochi), le carte dell’inchiesta sulla rissa e quelle dell’operazione “Eracle” (che nei mesi scorsi ha portato all’arresto deibuttafuori della ‘ndrangheta) spunta anche una relazione di servizio della questura sulle “giovani leve dei Tegano” in cui si fa esplicito riferimento a “ungruppo malavitoso di 40 persone tutti facenti parte della zona di Archi i quali durante le serate organizzate del sabato sera entravano con violenza e forza aggredendo il personale ed in alcuni casi ferendolo gravemente, distruggendo quanto trovavano davanti ed asportando le casse coi relativi incassi”. La squadra mobile ha identificato tutti anche grazie alle fotografie che gli stessi indagati hanno postato su Facebook. E proprio nei giorni in cui la Procura ha notificato ai “teganini” l’avviso di conclusione indagini, ecco l’account di molti di loro è sparito dal social network: una curiosa coincidenza.

I BOSS AL 41 BIS: I GIOVANI SCALPITANO

Fin qui è quanto viene fuori dagli atti giudiziari. La realtà di quello che sta accadendo a Reggio Calabria, stando ad alcune indiscrezioni, è però ancora più complessa e per comprenderla occorre tenere sempre presente che nelle frizioni tra cosche di ‘ndrangheta i morti – quando ci sono – arrivano dopo. Intanto, le giovani leve delle cosche reggine si muovono apparentemente sul filo delle regole ma soprattutto all’interno di una struttura “fluida” ed “evanescente” che consente a rampolli dei clan il tentativo di ritagliarsi uno spazio per poter ridiscutere gli accordi sulle estorsioni e recuperare la fetta di torta che da tempo qualcuno considera troppo piccola. Malumori che affondano le radici alla fine degli anni novanta e che ora sono pronti a riesplodere: negli anni, infatti, le numerose inchieste della Dda sul gothadella ‘ndrangheta hanno fatto finire in carcere i boss più esperti, capaci di tenere a bada le teste calde. L’unico libero, da appena un mese e mezzo, è Carmine De Stefano, figlio del boss don Paolino (ucciso nella guerra di mafia) e fratello del mammasantissima Peppe De Stefano.

Mico Tegano

ESTORSIONI, DANNEGGIAMENTI E GESTI DIMOSTRATIVI
Solo negli ultimi mesi le forze dell’ordine hanno registrato strane richieste di estorsione a storici “protetti” di altri clan, ma anche colpi di pistola nelle auto degli “amici” di Mico Tegano e gesti dimostrativi come quello avvenuto poche settimane fa nella storica gelateria “Sottozero” dove un ragazzo, armato di fucile, è entrato solo per sparare alle bottiglie sul bancone. Per non parlare dei vari arsenali che polizia e carabinieri scovano sparsi per Reggio dove la ‘ndrangheta ha la disponibilità anche di armi da guerra come i kalashnikov.

Il rischio è che dai “messaggi” tra clan si passi a episodi più seri.  La sensazione, tanto in Procura quanto negli ambienti investigativi, è che a fronte di una solida tenuta delle alleanze – caratteristica che sempre risolto sul nascere ogni divergenza tra cosche (anche ricorrendo a omicidi eccellenti) – c’è chi può avere interesse a mischiare le carte, fare confusione e approfittare di assenze importanti. A quel punto lo scontro tra famiglie mafiose un tempo alleate diventerebbe un rischio più che concreto.

Le fratture ci sono sempre state. In casa Tegano la ferita più fresca è la scomparsa nel 2008 del reggente Paolo Schimizzi. Una lupara bianca in piena regola, un omicidio che, secondo pentiti e inquirenti, è maturato all’interno della stessa famiglia perché il nipote del boss Giovanni Tegano stava iniziando a “contare” troppo. C’è chi all’interno del clan non ha gradito e la frattura si percepisce anche da alcune frasi pronunciate dal giovane rampollo Mico Tegano in risposta a chi gli faceva notare che “sono cazzi della sua famiglia”: “Non mi interessa, non mi interessa più un cazzo. Sono cazzi suoi compare! Mio papà ha detto: io non c’entro niente’”.

D’altronde Mico Tegano,insieme ad altri ragazzi (anche loro figli della ‘ndrangheta reggina) si è ritagliato un spazio importante nel business del gioco d’azzardo. Un business che coinvolge anche altre cosche e che consente al figlio del boss Pasquale Tegano di viaggiare ogni tanto nell’Est Europa dove c’è chi cura gli interessi degli “arcoti”.

Per quanto riguarda i De Stefano, invece, nell’inchiesta “Meta” è emerso che il casato di Archi “si è sempre posto all’esterno come un cartello criminale solido e unitario, pur mantenendo al suo interno due ceppi facenti capo a De Stefano Orazio da un lato e De Stefano Giuseppe dall’altro”. Zio e nipote che adesso sono in carcere insieme ai vertici della famiglia, Paolo Rosario e Giovanni De Stefano, e a luogotenenti come Vincenzino Zappia. La loro assenza, così come quella dei boss Tegano, evidentemente ha aperto la strada a giovani rampolli (e non) delle due famiglie mafiose tra cui ci sarebbero delle frizioni che ancora devono essere risolte.