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Staccano la testa a Falcone perché il suo cuore funziona ancora

La statua di Giovanni Falcone che sta di fronte all’istituto comprensivo Giovanni Falcone a Palermo, nel quartiere dello Zen. Qualcuno ha pensato bene di staccargli la testa e usare un pezzo del busto per martellare una delle pareti della scuola. Cinque anni fa, quella stessa statua, era stata vittima di un altro atto vandalico che aveva colpito la memoria del giudice ucciso dalla mafia. Il fatto che tutto questo accada in uno dei quartieri più poveri (e mafiosi) della città di Palermo, aggiunge ovviamente un valore simbolico.

Sulla vigliaccheria di un gesto simile (e sulla preoccupazione per altri episodi simili che ieri sono stati raccontati) ieri hanno scritto tutte massime autorità dello Stato, oltre alle associazioni, i comitati e migliaia di cittadini.

Eppure sono convinto che Flacone ne avrebbe anche sorriso. Dopo la rabbia, la delusione, e tutto il resto. Avrebbe sorriso. In un Paese che lascia marcire le statue ingoiate dall’edera e che stampa targhette in bronzo per salvare i cognomi dall’oblio Giovanni Falcone, che sia di gesso, bronzo o di carta, incarna ancora quei valori che vengono visti che universalmente riconosciuti. E quindi ambiti anche per i vandali e per infami gesti dimostrativi.

Insomma Falcone è ancora Falcone. La sua storia nonostante tutto pulsa. Staccano la testa a Falcone perché il suo cuore funziona ancora. Questa è la buona notizia. Questa è l’eredità.

(continua su Left)

Ora il traffico dei rifiuti va da Sud a Nord: Piemonte e Lombardia.

Un flusso invertito, che dalla Campania e dal Lazio portava in Piemonte e Lombardia i rifiuti da tombare o bruciare illecitamente. Con procedure legali sulla carta, ma in realtà fuori da ogni regola, con il solo obiettivo di ridurre al minimo i costi e moltiplicarei guadagni per tutte le ditte che partecipavano al malaffare. A portare alla luce quella che appare una vera e propria filiera, consolidata da prassi che vanno avanti da tempo, è un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Brescia con i carabinieri del Noe di Milano, che ha portato due persone agli arresti domiciliari con l’accusa di traffico illecito di rifiuti e vede indagate a vario titolo 26 persone, anche per il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti. Nel registro degli indagati ci sono i nomi di dipendenti di colossi come Herambiente (gruppo Hera) e A2A Ambiente e della Aral, di proprietà dei Comuni della provincia di Alessandria. La custodia cautelare è scattata per l’imprenditore lombardo dei rifiuti Paolo Bonacina e per il responsabile tecnico di un impianto di Aral, Giuseppe Esposito. Tra gli indagati anche alcuni amministratori come il sindaco di Vobarno (Brescia), Giuseppe Lancini. Un incendio alla sua Trailer spa a Rezzato nel 2014 fece partire le indagini: dalle prime analisi emerse che in quello stabilimento erano state stoccate illecitamente mille tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti da impianti campani a dispetto delle autorizzazioni. Partendo da quelle fiamme, i carabinieri del Noe che continuano a indagare sui diversi incendi avvenuti di recente in tutto il Nord Italia, hanno scoperto una filiera sporca ma ben oliata, dimostrando per la prima volta con prove di indagine l’inversione di rotta dei rifiuti: da Sud verso Nord.

Trattamenti solo sulla carta e senza autorizzazioni
A muovere le fila dei diversi flussi da Campania e Lazio era proprio Bonacina. Era lui ad avere rapporti commerciali con Herambiente, A2a Ambiente e Linea Ambiente e con Aral. Attraverso Bps e Crystal Ambiente svolgeva il ruolo di intermediazione tra i diversi soggetti, mentre con B&b e New Energy Fva si occupava dei trattamenti dei rifiuti, secondo i pm in realtà solo dichiarati sulla carta ma mai avvenuti. Bonacina non aveva né autorizzazioni necessarie né i macchinari: in realtà si limitava al classico “giro bolla” cambiando solo l’etichetta dei rifiuti. Lo stesso trucco veniva usato, secondo gli inquirenti, nei casi di trattamenti nello stabilimento di proprietà di Aral.

La fase successiva era lo smaltimento: con la complicità anche ditre ditte di trasporto, la monnezza finiva agli inceneritori sparsi in Lombardia, tra cui quello di Brescia gestito da A2a o in discariche in Piemonte. Tra queste, anche un sito ormai esaurito a Castelceriolo (Alessandria) di proprietà di Aral, che non poteva più ricevere rifiuti.

La rete di relazioni
In questa architettura erano fondamentali i rapporti personali intrattenuti da Bonacina con il personale degli impianti. “Gli illeciti smaltimenti sono stati effettuati grazie a conoscenze dirette dei responsabili tecnici che assicuravano agli indagati il ricevimento di materiale non conforme e tuttavia non contestato”, scrive il gip del tribunale di Brescia Alessandra Sabatucci. E’ lo stesso Bonacina a riconoscerlo: “Il rapporto con Marco per me è un rapporto principale e prioritario eh!”, esclama l’imprenditore al telefono con un consulente ambientale, riferendosi al responsabile commerciale per i grandi impianti di A2a Ambiente, Marco Piglia. Da parte sua, A2A Ambiente si dice “certa di aver sempre agito nel rispetto di tutte le disposizioni di legge e prescrizioni autorizzative”. Rapporti costanti e di “stretta collaborazione” anche con il responsabile dell’impianto Aral di Castelceriolo Giuseppe Esposito, che il gip definisce la longa manus del primo. Così come con lui collaboravano “dando concreta attuazione al progetto delinquenziale” anche Claudio Galli e Claudio Amadori, ad e procuratore speciale di Herambiente.

Money, money, money: inquinamento ambientale ed economico
L’obiettivo era semplicemente fare soldi, soldi e ancora soldi. Secondo gli inquirenti, la filiera sporca dei rifiuti avrebbe fruttato agli indagati un profitto di 10 milioni di euro. Con il risultato che, come spiegano i Noe, all’inquinamento ambientale causato dallo smaltimento illecito di rifiuti si aggiunge quello “dei circuiti economici legali, visto che le economizzazioni derivanti dal mancato trattamento dei rifiuti hanno consentito, in sede di gara d’appalto, di avanzare offerte con ribassi d’asta difficilmente sostenibili per le aziende sane”, messe così fuori mercato. Ma i danni finanziari riguardano anche le casse pubbliche, perché secondo gli inquirenti nelle mani sbagliate è finita anche “parte dei milioni di euro messi a disposizione dalla pubblica amministrazione per far fronte alle storiche emergenze rifiuti nel sud Italia”. I carabinieri anche per questo hanno sequestrato il capitale sociale delle società B&b, Bps e Crystal ambiente e 80 automezzi utilizzati per il trasporto dei rifiuti, per un valore stimato che supera i 6 milioni di euro.

Il ruolo delle aziende
Nelle carte dell’indagine spuntano anche nomi noti come Colari, la società romana legata a Manlio Cerroni, che appaltava il trattamento e smaltimento dei rifiuti e non risulta indagata. La sua posizione, al momento, risulta piuttosto quella di parte lesa nella vicenda. Devono ancora essere vagliate le posizioni di Linea Ambiente, Herambiente e A2a Ambiente come persone giuridiche. C’è una responsabilità anche delle aziende, oltre che dei singoli dipendenti già iscritti nel registro degli indagati? Possibile che nessuno ai piani alti sapesse dei trattamenti illeciti effettuati da Bonacina?

(fonte)

Donato, il vigile che vide la mafia a Brescello prima di tutti. E ci ha rimesso il lavoro


Donato Ungaro è stato vigile per il comune di Brescello e collaboratore di alcune testate della zona: per primo ha scritto di mafia, attentati, minacce e collusioni. tieni anni prima che l’operazione Aemilia svelasse gli interessi della ‘Ndrangheta in quella zone e che proprio il comune di Brescello venisse sciolto per mafia. Lui ha perso il lavoro (e le collaborazioni giornalistiche) ma nessuno gli ha chiesto scusa. E, nonostante la Cassazione gli abbia dato ragione, si ritrova a guidare i bus di linea a Bologna.
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Mafia foggiana: durante il processo rivelata la località protetta del testimone. Povera Italia.

Una gaffe nel processo “Rodolfo”, quello a carico di alcuni esponenti della mafia foggiana. Come già riportato su questa testata, un ruolo di rilievo lo sta ricoprendo Sabrina Campaniello, ex moglie di Emiliano Francavilla, boss della batteria Sinesi-Francavilla. La donna, dal 2014, è testimone di giustiziae sta rilasciando dichiarazioni importanti in videoconferenza, da una località protetta. Nell’ultima udienza, però, durante il collegamento con la Campaniello, l’assistente che le sedeva accanto, deputato ad attestare le generalità della testimone, ha rivelato per errore la località. Collegamento subito interrotto dal giudice e interrogatorio rinviato al 13 settembre quando la donna risponderà alle domande della difesa.

Tutto slittato, insomma, per motivi di sicurezza. Alla clamorosa gaffe hanno assistito anche gli imputati presenti in aula e quelli in collegamento dal carcere. Ballano le posizioni di alcuni “pezzi da novanta” della Società Foggiana. Antonello Francavilla, detenuto ad Ascoli Piceno, la sorella Dina Francavilla, a piede libero per “Rodolfo” e ai domiciliari per la presunta estorsione a Proshop, il marito della donna, Mario Lanza, detenuto a Bari ma in quel momento presente in aula, Vito Bruno Lanza, tra i capi del clan Moretti-Pellegrino-Lanza, detenuto a Vibo Valentia e in collegamento video e il figlio di quest’ultimo,Leonardo Lanza, ai domiciliari. Su questi soggetti pesano le estorsioni a un imprenditore locale, Franco Curcelli, costretto per anni a pagare il pizzo a più di una batteria foggiana. Tra le accuse c’è anche quella dell’assunzione fittizia di Dina Francavilla, alle dipendenze di Curcelli solo sulla carta. La donna, in buona sostanza, incassava lo stipendio senza lavorare. Il processo sarebbe dovuto entrare nel vivo proprio dalle dichiarazioni della Campaniello, pronta a parlare di varie questioni tra le quali racket, usura ma anche omicidi.

Una gaffe ha costretto i giudici al rinvio. Ora la donna dovrebbe essere trasferita in altra località. Spetterà al Ministero stabilire tempi e luoghi.

(fonte)

Ecomafia in ottima salute, rapporto Legambiente: “26 mila reati ambientali nel 2016. In aumento illeciti su gestione rifiuti”

 

Secondo Legambiente funziona la legge sugli ecoreati, i cui primi effetti sono già avvertibili: a soli due anni dall’entrata in vigore delle norme crescono gli arresti del 20% (225), le denunce (28.818), i sequestri (7.277) e diminuiscono del 7% gli illeciti (passati da 27.745 del 2015 a 25.889 nel 2016). In tutta Italia “dilaga la corruzione, altra faccia delle ecomafie, con la Lombardia e il Lazio tra le regioni più colpite. Calano i reati contro gli animali. Aumentano quelli del ciclo illegale dei rifiuti e gli incendi che hanno mandato in fumo più di 27.000 ettari. Sul fronte abusivismo sono 17mila le nuove costruzioni fuorilegge”.

Secondo il rapporto di Legambiente, inoltre, diminuisce “in percentuale il peso delle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (dal 48% del 2015 al 44% del 2016) anche se si confermano ai primi posti nella classifica per numero di illeciti ambientali: in vetta la Campania (3.728 illeciti), poi Sicilia (3.084), Puglia (2.339) e Calabria (2.303). La Liguria resta la prima regione del Nord, il Lazio quella del Centro. Su scala provinciale, Napoli è in testa con 1.361 infrazioni, seguita da Salerno (963), Roma (820), Cosenza (816) e Palermo (811).

“Avvocati, ingegneri e dirigenti: ecco come sono cambiati i figli dei boss”: un’intervista a Gratteri

(fonte)

Procuratore Gratteri, qual è lo stato di salute della ’ndrangheta al Nord?  

«Buona direi. In Piemonte è abbastanza diffusa, anche per motivi storici. Mi riferisco agli Anni Settanta, con una preminenza nel 1975. Sono gli anni in cui le inchieste della procura di Torino assestarono un colpo mortale al clan dei catanesi, provocando un vuoto criminale sul territorio. Vuoto subito colmato dalla ’ndrangheta che ha potuto espandersi e costruire i suoi “locali”, cioè le strutture criminali di base. Questo trend si è mantenuto inalterato».

 

Una presenza sfuggente?  

«La ’ndrangheta si manifesta in modi diversi. Certo prima sparava di più».

 

È più imprenditoriale.  

«Oggi le famiglie si dedicano di più agli affari, fanno investimenti. Comprano e vendono alberghi, ristoranti, negozi. Si dedicano al riciclaggio dei profitti del narcotraffico».

 

La droga resta il core business.  

«Sono i detentori della vendita all’ingrosso. Il dettaglio lo lasciano ai nigeriani e ad altri. La ’ndrangheta ha quasi il monopolio. Da decenni vende cocaina a Cosa Nostra e alla Camorra. Da sempre i grandi importatori di cocaina sono gli ‘ndranghetisti della zona ionica e della fascia tirrenica».

 

Perché questa specializzazione?  

«In quelle zone la ’ndrangheta, a partire dagli Anni Settanta e Ottanta, si era specializzata nei sequestri di persona. Molti avvenuti in Piemonte e in Lombardia. Con i soldi dei riscatti costruivano case e compravano belle auto. Il resto è finito investito in cocaina».

 

E poi si è sviluppato il business del mattone, con il boom dell’edilizia. L’altra faccia dei clan?  

«Nel mondo dell’edilizia le ’ndrine sono sempre state molto presenti: offrendo manodopera a basso costo, garantendo lo smaltimento dei rifiuti, rifornendo cemento depotenziato. Gli imprenditori del Nord che si sono adeguati, oggi non possono dire di non sapere o di non aver capito. Spiego: se per anni i tuoi fornitori ti offrono un materiale a 100 e i nuovi arrivati te lo danno a 60, c’è qualcosa che non va. È evidente».

 

Alla fine il gioco si fa pericoloso.  

«I nuovi “partner” in genere entrano in società con quote di minoranza, poi finiscono per comandare, per prendere in mano l’azienda».

 

Molte inchieste hanno svelato l’esistenza di rituali di affiliazione più o meno stravaganti. Tutto ciò non è un po’ ridicolo?  

«Tutt’altro. I rituali sono fondamentali. Sarebbe sciocco ritenerli arcaici e superati. Il rito è l’ortodossia, un punto di forza. Le regole sono l’elemento cardine che affascina tutti i sodali. Un collante che permette a tutti di rimanere avviluppati all’organizzazione. È il suo perpetuarsi. Sono le regole a renderla più forte rispetto ad altre strutture criminali».

 

In che senso?  

«La Camorra è sempre più simile al gangsterismo: agisce senza controllo. Non ha disciplina. La Camorra è la prima mafia sorta in Italia ma sarà la prima a finire perché al suo interno non c’è più rigore. Nella ’ndrangheta no: qui le regole sono forma e sostanza. I rituali consentono di entrare a farne parte, di scalarne le gerarchie, ottenendo quelle che in gergo si chiamano “doti superiori”. L’inosservanza delle regole fa scattare le sanzioni».

 

Di che genere?  

«Sono varie. Non è detto che sia sempre la morte. Basta arrivare in ritardo ad un appuntamento perché sia comminata una sanzione, per mancanza di rispetto. Si può essere degradati, esclusi dalle riunioni che contano, sospesi».

 

Sembra una giustizia efficiente.  

«C’è un solo grado di giudizio e le sentenze sono immediatamente esecutive».

 

Come si inseriscono le faide?  

«Sono fasi autodistruttive tra blocchi di famiglie. Sono violazioni. Le faide sono momenti di instabilità. Ecco perché le famiglie cercano di superarle con i matrimoni. Nel matrimonio si suggella la pace con il sangue dei giovani rampolli».

 

Suona come una cosa medievale, in realtà la ’ndrangheta guarda al futuro.  

«È un’organizzazione vivace, capace di costanti mutamenti. Si muove con il mutare della società, cammina con noi, non è un’entità estranea. Si nutre di consensi e sfrutta le nostre relazioni per esistere».

 

Qual è l’identikit delle giovani leve?  

«I figli di ’ndrangheta sono colti, laureati, fanno gli avvocati, i medici, gli ingegneri. Sono nella pubblica amministrazione. Ma rispondono sempre alle stesse regole. A quel metodo mafioso che non possono rinnegare».

 

Malgrado questa espansione radicale, si può ancora scardinare?  

«Ci proviamo con tutte le forze».

Tra Facebook e lo champagne: ecco la seconda generazione dei mafiosi su al Nord

(Un bel pezzo di Giuseppe Legato per La Stampa)

«Ci sono i ragazzi fuori, ma non bisogna bruciarli. Sennò la musica è finita». Il superstite della vecchia batteria criminale è in un bar dell’hinterland di Torino. Spiega ai presenti quali sono i nuovi equilibri delle cosche nel Nord Ovest: i «vecchi» sono in galera, ma i figli no. Sono loro oggi a guidare. Ma bisogna tenere il profilo basso, per non rovinarli. È uno dei segreti del perenne rigenerarsi delle ’ndrine: il ricambio familiare.

Dopo 9 processi in Piemonte dal 2006 ad oggi e 1.090 anni di carcere inflitti a boss e picciotti, la ‘ndrangheta non muore grazie – anche – a una struttura familiare che perpetua gli interregni di casati storici. È la seconda generazione «che si è ben calata nella realtà del Nord perché qui è nata» racconta il magistrato della Dda Monica Abbatecola. «Ciò non vuol dire – precisa – che le colpe dei padri ricadano sui figli, ma si tratta comunque di un dato processuale ormai acquisito».

E il blitz dell’altroieri nel Torinese è l’ennesima conferma. Tra gli undici arresti ci sono le giovani leve di vecchie famiglie «azzoppate» da inchieste del passato. Che cercano di farsi largo «nel vuoto lasciato dalla maxi operazione Minotauro (150 arresti nel 2011) – sostiene il colonnello Emanuele De Santis, comandante dei carabinieri di Torino – coniugando le vecchie regole della ‘ndrangheta arcaica con l’approccio moderno più vicino al contesto del Nord. È una dinamica che seguiamo con attenzione» spiega.

Ritornano i cognomi di Gioffrè e Ilacqua, due «brand» che evocano una stagione di droga e sangue. Stavolta sono i figli e i nipoti. E questo è già successo in una delle famiglie più potenti del Nord Italia: gli Agresta di Volpiano. I grandi – Saverio e Antonio – si sono fatti il carcere. Sui giovani ci sono già processi – non definiti in giudicato – che li dipingono come presunti eredi. «Vengono scelti i figli – spiega Marco Martino, capo della squadra Mobile di Torino – perché per vincolo familiare sono soggetti di massima fiducia».

Facebook e discoteche

E sono anche prudenti. Rigano dritto le nuove leve dei «calabresi» al Nord. Pare che parlino pochissimo al telefono, si incontrino solo all’aperto e ogni tre mesi – ma questo vale in generale – bonifichino le auto a caccia di microspie ambientali. Whatsapp e Signal sono gli unici canali di comunicazione.

Anche per questo le indagini si sono fatte più complesse di qualche anno fa. Ma ci sono. E registrano una calma apparente che è propria di un processo di riorganizzazione in cui – anche i ragazzi – aspettano i nuovi ordini dalla Calabria. Dopo le maxi operazioni Crimine (Reggio Calabria), Infinito (Milano) e Minotauro (Torino), attendono istruzioni su come muoversi, svela un investigatore.

Nel frattempo vestono Moncler, gestiscono palestre, hanno profili Facebook in cui ricordano i padri in galera con post inequivocabili: «Onore ai carcerati, peste agli infami». Di notte, frequentano le discoteche e si confondono tra i ragazzi «normali».

Lo faceva anche Luigi Crea, un giovane di 22 anni, figlio del capo dei capi di Torino, Adolfo. Una nuova leva. Da quando il padre fu recluso in carcere nel 2011, aveva preso le redini della famiglia rispettando gli ordini del genitore. Una delle sue ultime foto postate lo ritrae in un club della Torino da bere. Ha due bottiglie in mano e sorride. Un anno fa è finito in manette per mafia ed estorsioni. Si è bruciato.

E per evitare che ciò accada ci sono anche i consigli paterni. Anno 2009, carcere di Rebibbia. Nella sala colloqui un boss del Piemonte redarguisce il nipote allora diciottenne, oggi sorvegliato speciale: «Hai comprato una macchina costosa. Non dovevi farlo. Sono stato giovane anche io, ti pare che non capisco? I carabinieri a quest’ora hanno già scritto. Quelli vedono tutto». Un manuale di sociologia mafiosa.

Il passaggio di eredità

Dai processi emergono giovani assi criminali legati soprattutto a Platì: Agresta, Marando, Barbaro a Torino. Che sono poi primi cugini delle famiglie di Milano stanziali a Buccinasco e Corsico: Sergi e Papalia in testa. «Comandano ancora loro» si dice nei corridoi delle caserme accreditando una tesi di continuità generazionale che è stata ripercorsa a grandi linee da un giovane pentito, Domenico Agresta, 29 anni: «Noi siamo una sola famiglia – ha detto in aula al processo Caccia a Milano – siamo sempre gli stessi: a Platì, a Milano e a Torino». Un cognome, un destino.

Conservare il capitale

Ma da solo questo non basta per spiegare la continua rigenerazione delle famiglie e delle strutture. «Al netto del vincolo familiare c’è un capitale sociale, politico ed economico che rende la ‘ndrangheta difficile da sconfiggere nonostante le grandi inchieste fin qui fatte. Se non si abbattono quei legami politici ed economici non sarà possibile sconfiggerla soprattutto al Nord» spiega Rocco Sciarrone, docente di sociologia dell’Università di Torino. Quale sarebbe poi questo capitale sociale che i giovani devono mantenere vivo in assenza dei padri è noto dagli atti recenti di inchieste: la ‘ndrangheta si è infiltrata – secondo un’indagine della Dia – nella costruzione delle opere Olimpiche di Torino 2006 (Villaggio ex Moi, Palavela, Media Village), e mirava ai lavori preliminari della Tav. Tutto per riciclare milioni di euro del narcotraffico, il vero business dell’associazione che importa tonnellate di cocaina. I principali broker che riforniscono le famiglie e le piazze di Milano e Torino si chiamano Nicola e Patrick Assisi, oggi latitanti inseguiti dalla polizia di mezza Europa. E guarda caso sono padre e figlio, anche loro.

Lamezia violenta: cibo gratis per i rampolli del clan e qualcuno che doveva essere arso vivo (scacco alla cosca Giampà)

Ne scrive Giuseppe Baglivo per Lacnews.24:

C’era chi doveva morire arso vivo e chi doveva consegnare carne e pesce ai rampolli dei clan a titolo estorsivo. Fra bombe ed intimidazioni di ogni genere, l’operazione“Filo rosso” della Dda di Catanzaro permette di assestare un nuovo colpo ai clan Giampà e Notarianni di Lamezia Terme, ricostruendo diversi episodi criminosi descritti in 33 capi di imputazione. Fatti delittuosi recentissimi che arrivano sino al 16 giugno scorso e svelano retroscena del tutto inediti

La minaccia a Vescio di arderlo vivo. E’ la notte del 27 maggio scorso quando una bomba piazzata dinanzi al cancello ed al citofono dell’abitazione di Saverio Giampà rende l’immobile in parte inservibile. L’ordigno esplosivo viene collocato male e causa danni anche all’auto di Michele Giampà. Per tale episodio sono accusati Gianluca Notarianni, 24 anni, Giuseppe Cappello, 33 anni, e Fabio Vescio, 20 anni. La bomba sarebbe stata collocata per risolvere conflittualità interne con Saverio Giampà, ma la risposta di quest’ultimo non si sarebbe fatta attendere. In concorso con Michael Mercuri, 28 anni, è accusato di aver provocato il 16 giugno scorso lesioni gravi a Fabio Vescio, tanto da provocargli l’insorgere di una malattia del corpo. Vescio sarebbe stato colpito ripetutamente con calci e pugni tanto da subire la tumefazione del volto curabile solo con il ricorso a farmaci specifici. Il pestaggio ha inoltre provocato a Vescio la rottura di un dente e difficoltà nella masticazione. Dulcis in fundo, Vescio sarebbe stato minacciato di finire bruciato vivo. Il tutto per soddisfare il desiderio di vendetta – in un’ottica tipicamente mafiosa – covato da Saverio Giampà per il danneggiamento alla propria abitazione.

I lavori al Palazzetto dello Sport e la tentata estorsione. Nel mirino dei clan, e nel caso specifico di Gianluca Notarianni, sarebbe finita anche la ditta Cofer srl, impegnata nella costruzione del nuovo Palazzetto dello Sport di Lamezia Terme in via del Progresso. Sul cantiere è stata prima fatta recapitare una bottiglia con benzina accompagnata da alcuni proiettili, poi è stata fatta espolodere una bomba. Nulla è però riuscito a piegare il titolare dell’impresa, Antonio Ferraro, il quale si è sempre rifiutato di pagare somme di denaro. Le contestazioni coprono in questo caso un arco temporale ricompreso fra il 12 novembre 2015 e il febbraio scorso.

Le estorsioni a pescheria e macelleria. Sarebbero stati Gianluca Notarianni e Giuseppe Cappello fra il novembre ed il dicembre 2016 a farsi consegnare un quantitativo imprecisato di pesce dall’attività commerciale “Pedro srl”. Minacce esplicite di atti ritorsivi contro la persona ed il patrimonio avrebbero consentito ai due lametini di prelevare la merce. Minaccia resa ancora più grave dall’appartenenza al clan Giampà.

Gianluca Notarianni, Michele Bentornato e Vescio Fabio si sarebbero invece fatti consegnare da un macellaio diversi quantitativi – non meglio specificati – di carne, mentre sempre a titolo estorsivo otto chili di carne sarebbero stati consegnati a Giuseppe Cappello.

Storie di ordinarie prepotenza criminale in una Lamezia Terme sempre più violenta ed assediata dai clan.


I dettagli dell’operazione:

Nelle prime ore della mattinata odierna personale della Polizia di Stato di Catanzaro e del Servizio Centrale Operativo di Roma, nell’ambito di una operazione denominata “Filo Rosso”, ha eseguito nove fermi di indiziato di delitto emessi dalla locale Procura della Repubblica a carico di: Gianluca Giovanni Notarianni, alias “Luca”, 24 anni, Saverio Giampà, 30 anni, Pasquale Notarianni, 31 anni, Luigi Leone, 33 anni, Giuseppe Cappello, alias “Cutulicchio”, 33 anni, Michele Bentornato, alias “U Grassu”, 32 anni, Fabio Vescio, 20 anni, Alessandra Folino,31 anni, Michael Mercuri, 28 anni.

 

I reati contestati. Gli indagati, tutti lametini, sono ritenuti colpevoli, a vario titolo, di associazione di stampo mafioso, di numerose estorsioni a carico di esercizi commerciali ed imprenditori operanti nella città di Lamezia Terme, di atti intimidatoriconsistiti nel posizionamento di bottiglie incendiarie nei pressi delle attività commerciali e danneggiamenti con l’utilizzo di ordigni esplosivi nonché di numerosi episodi di spaccio di sostanze stupefacenti di ogni genere.

 

Le attività investigative, condotte, con il concorso del Servizio Centrale Operativo, dalla Squadra Mobile di Catanzaro e dal Commissariato di Lamezia Terme, coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, nelle persone del Procuratore Aggiunto Giovanni Bombardieri e del pm Elio Romano, con la supervisione del Procuratore Capo Nicola Gratteri, hanno permesso di accertare che alcune persone, già colpiti da provvedimenti giudiziari che ne acclaravano la riferibilità alla cosca Giampà, tornati in libertà dopo l’espiazione delle condanne riportate a seguito delle operazioni di polizia “Medusa” e “Perseo” o all’atto dell’ammissione a misure cautelari alternative alla detenzione, si riattivavano con il fine di reimporre la loro influenza criminale nelle zone storicamente controllate dalla cosca di riferimento.

 

In particolare, Gianluca Giovanni Notarianni e Pasquale Notarianni (figli di Aldo Notarianni e Carmine Vincenzo Notarianni), coadiuvati da Saverio Giampà – uscito dal carcere per fine pena nell’ottobre 2016 – per quanto gli ultimi due fossero sottoposti rispettivamente agli arresti domiciliari e alla Sorveglianza Speciale con obbligo di firma e obbligo di soggiorno nel comune di residenza, non dimostravano alcuna remora nell’intraprendere nuovamente l’attività criminosa interrotta dalle menzionate operazioni di polizia.

Piccoli esercizi commerciali e grosse aziende (un macellaio, un bar, un ristorante, un supermercato), erano sottoposte ad ogni forma di vessazione estorsiva, dalle consegne forzose di merce di poco valore alla richiesta periodica di somme anche importanti in una logica di controllo serrato del territorio da parte del sodalizio.

L’intimidazione al nuovo palazzetto dello sport. E allo stesso modo si è accertata la responsabilità di alcuni degli odierni arrestati dapprima nella collocazione di una bottiglia incendiaria e poi nella collocazione ed esplosione di un ordigno artigianale, nei pressi del cancello d’ingresso del cantiere di costruzione del nuovo palazzetto dello sport di Via del Progresso, quartiere storicamente appannaggio della consorteria, con l’intento di costringere la ditta impegnata nei lavori a cedere alle richieste estorsive.

La rivalità con la cosca Torcasio. E’ poi emerso che l’attività delittuosa della cosca si svolgeva in sostanziale, anche se non aperta, contrapposizione a quella della cosca Torcasio, recentemente colpita da altro provvedimento della dda di Catanzaro e che, in occasione di un sequestro di armi a carico di esponenti di tale sodalizio, gli odierni arrestati entrarono in fibrillazione temendo che il fatto che i rivali ne avessero il possesso costituisse un pericolo, decidendo così di munirsene anch’essi.

I dissidi nel sodalizio. La comune avversione per i Torcasio non ha tuttavia evitato che all’interno del gruppo si manifestassero frizioni anche gravi. In particolare, solo pochi giorni fa, a distanza di venti giorni circa dall’esplosione di un ordigno che ha investito il cancello d’ingresso della abitazione di Saverio Giampà e parzialmente distrutto la sua autovettura, Fabio Vescio, personaggio legato a doppio filo ai Notarianni, è stato vittima di un feroce pestaggio ad opera dello stesso Giampà e di Michael Mercuri. Soccorso dai Notarianni, si è poi nascosto per non dar conto delle lesioni riportate. Da quella data si sono succedute, captate dai diversi servizi di intercettazione, tutta una serie di minacce gravissime nei confronti di Giampà e di Mercuri il quale ultimo, a sua volta, temendo di rimanere vittima di una imboscata, ha lasciato la città. Proprio il precipitare delle frizioni interne alla consorteria è alla base della adozione della misura del fermo.

Per l’avvocato di Carminati Mafia Capitale è “un processetto”

Sono due, al momento, le date della possibile sentenza del processo Mafia Capitale. La sentenza potrebbe infatti arrivare il prossimo 18 luglio o il 10 settembre. La riserva verrà sciolta nel corso dell’udienza del prossimo 13 luglio, dopo che saranno ascoltate le dichiarazioni spontanee di Salvatore Buzzi. Inoltre il rinvio è stato disposto per ragioni tecniche legate alle intercettazioni.
 
Il difensore del ‘cecato’: “Gli hanno sparato in faccia perché, da morto, doveva diventare l’autore della strage di Bologna”
 
Poi l’affondo della difesa di Carminati, con l’arringa del suo legale Giosuè Naso: “Sfido tutti e cinque i procuratori della repubblica che si sono applicati in questo procedimento a indicarmi qual è il processo nel quale Massimo Carminati viene definito il ‘pirata’ o il ‘cecato’”. “Questo -ha aggiunto il penalista- dimostra che i processi si fanno con quello che scrivono i giornalisti. E poi è un problema di dignità, non porta una benda per apparire affascinante, porta una benda perché gli hanno sparato in faccia a bruciapelo. Non è vero che gli si sparò in macchina, scese con le braccia alzate e gli si sparò in faccia”. Lo stesso avvocato Naso, riguardo al ferimento di Carminati ha poi detto: “Gli agenti della digos gli hanno sparato perché Carminati doveva diventare da morto l’autore della strage di Bologna. Questa è la verità. Se volete cercare rapporti equivoci con le istituzioni cercate in quella direzione. Dopo 240 udienze, questo resta un processetto”.
 
“Nel caveau di Piazzale Clodio cercavano gioielli”. Poi le divagazioni sul ruolo dei militari dei Carabinieri
 
Ed ancora sul celebre furto al caveau di Piazzale Clodio: “Quale lista? Nel caveau cercavano gioielli”. Il penalista ha poi aggiunto che “ammesso che i magistrati che avevano cassette lì ci tenessero dei documenti riservati”, data la caratura istituzionale non si sarebbe certo trattato di carte compromettenti. “Questa -ha aggiunto il difensore- è una ipotesi offensiva nei confronti di persone che stavano ricoprendo cariche istituzionali”. “Sapete perché si è fatto il furto al caveau di piazzale Clodio? – ha spiegato Naso – Perché i carabinieri del nucleo traduzioni avevano provato a fare il furto all’agenzia della Cassazione e siccome erano carabinieri non ci sono riusciti e quindi si sono rivolti a un cassettaro, che gli ha detto facciamola a una agenzia più grande, a Clodio. I carabinieri gli dissero che avevano due giorni di tempo, a partire da venerdì notte, perché il cambio della guardia si faceva il lunedì. Poi il capitano decide di cambiare turno, e il cambio si fece di domenica mattina. La fretta ha fatto si che non si aprissero le cassette che resistevano al primo impatto”.
 
“Dopo  aver messo insieme 10 milioni di carte e la trascrizione di 80mila intercettazioni, questo resta un processetto”
 
“Nei miei confronti vengono utilizzati spesso dei pregiudizi, perché mi sono fatto la fama di provocatore – ha detto ancora l’avvocato Naso – Nel corso della prima udienza mi permisi di qualificare questo processo come un processetto. Dopo 240 udienze, avendo messe insieme 10milioni di carte, censurato 4 milioni di pagine di brogliacci, avendo trascritto 80mila intercettazioni, non ho cambiato il mio giudizio. Questo è un processetto dal punto di vista tecnico-giuridico. Non c’è alcun aspetto che merita un motivo di studio da parte di nessuno di noi difensori. Non c’è un argomento che mi abbia costretto a fare una ricerca giurisprudenziale. Non c’è niente in questo processo”.
 
“Si tratta di un processo farsesco”: poi il confronto con quello Pecorelli: “Sia lì che qui non si è processato un fatto di reato ma si sono investigati degli imputati per quello che erano…”
 
Rivolgendosi al tribunale, lo stesso penalista ha poi aggiunto: “Resta un processetto che però può essere definito con una grande sentenza. Adesso sta a voi. Perché se all’esito di questo mastodontico processetto emetterete una grande sentenza, non solo ristabilirete la legalità ma compierete un’opera di ristabilimento di garanzia dei diritti individuali e della libertà che in questo processo sono stati lesi, financo il diritto di difesa”.  “Un processo farsesco”, ha detto ancora Giosuè Naso. Lo stesso penalista, proseguendo nel suo intervento ha poi fatto un confronto con il processo Pecorelli. “Sia lì che qui non si è processato un fatto di reato ma si sono investigati degli imputati per quello che erano o per quello che qualcuno credeva che fossero -ha spiegato Naso- Ma se quello è stato un processo drammatico, questo è un procedimento farsesco”.
 
“Dal Tribunale mi aspetto una sentenza politicamente scorretta che non tenga conto di niente che possa intaccare il vostro libero convincimento…”
 
Poi la speranza: “Io mi aspetto dal tribunale una sentenza politicamente scorretta che non tenga conto di niente che possa in qualche misura intaccare il vostro libero convincimento e che sia resa in ossequio esclusivamente alle emergenze del processo. Ho questa aspettativa, questa speranza, ma resto con i piedi per terra perché conosco le cose del mondo – aggiunge – Mi auguro che voi emettiate una sentenza che certifichi l’insussistenza di questa presunta associazione mafiosa, e che mandi assolti tutti gli imputati per inconsistenza del fatto”.

Roma, la movida e la mafia

Ventitré arresti e un sequestro di beni (46 tra bar, ristoranti, pizzerie e sale slot, 262 immobili, 222 rapporti finanziari/bancari, 32 auto e moto, 54 aziende e 24 quote societarie) per un valore di circa 280 milioni di euro, tra Roma, Milano, Salerno, Pescara, L’Aquila e Potenza. E’ l’esito di un’operazione congiunta di Carabinieri e Finanza, che hanno smantellato smantellato due organizzazioni mafiose che stavano consolidando un vero e proprio impero sul territorio della Capitale. Associazione per delinquere finalizzate all’estorsione, all’usura, al riciclaggio, all’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, oltre al fraudolento trasferimento di beni o valori, sono i reati ipotizzati a carico degli appartenenti ai due gruppi. Tra i beni sequestrati rientrano anche gli storici bar ‘Mizzica!’ di via di Catanzaro e di Piazza Acilia, acquisiti di recente dal gruppo riconducibile a Gaetano Vitagliano, il locale ‘Macao’ di via del Gazometro, frequentato dai vip della movida romana, e la nota catena di bar ‘Babylon Cafe‘, dalla quale l’indagine prende il nome.

Le mani degli ‘Scissionisti’ sulla Capitale

Vitagliano è considerato personaggio di spicco del narcotraffico internazionale, con ‘fatturati’ da capogiro, contiguo al clan camorrista degli Amato-Pagano, denominato degli “Scissionisti”, operante a Nord di Napoli. La sua figura “imprenditoriale” emerge a partire dal 2011, in concomitanza con la sua scarcerazione dalla prigione di Rebibbia, dove era detenuto per traffico internazionale di droga tra l’Olanda e l’Italia. Da quel momento, lui ha saputo costruire un impero creando attorno a sé un’articolata organizzazione criminale dedita al riciclaggio e al consequenziale reimpiego dei proventi illeciti. L’altra organizzazione criminale, capeggiata da Giuseppe Cellamare, è invece legata al gruppo Vitagliano attraverso l’imprenditore Andrea Scanzani, ed è risultata attiva nella commissione di gravi delitti contro il patrimonio, realizzati a Monterotondo, tra i quali estorsioni ed usure realizzate con il metodo mafioso, e nel successivo impiego dei proventi illeciti in bar e sale giochi, intestati a prestanome.

La nuova vita (criminosa) del pentito Cellamare

Cellamare, negli anni ’90 elemento di spicco della ‘Sacra Corona Unita’, divenuto collaboratore di giustizia, venne trasferito sotto protezione nel Comune di Monterotondo, dove negli ultimi anni ha ricostituito un sodalizio criminale, mutuando le modalità tipicamente mafiose utilizzate in Puglia ed adattandole al contesto territoriale dell’hinterland romano. L’organizzazione capeggiata da Callamare si è imposta nel comune di Monterotondo, avvalendosi della condizione di assoggettamento derivante dalla propria “fama criminale”, ripetutamente affermatasi con atti di violenza compiuti dai membri del sodalizio al fine di recuperare i crediti delle estorsioni e delle usure. Oltre ai destinatari della misura cautelare, risultano indagati a piede libero altri 26 soggetti, tra i quali un notaio, tre commercialisti e altri dipendenti infedeli di banca. “Il ruolo dei professionisti in queste associazioni per delinquere era importante e consisteva principalmente nella creazione di società finalizzate a schermare i proventi e i beni ricavati in modo illecito”, ha spiegato in conferenza stampa il procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino.

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