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Una riflessione (seria) su Mafia Capitale. Di Gian Carlo Caselli.

(una riflessione da leggere, di Gian Carlo Caselli)

Mafia Capitale dimezzata. Perché il tribunale di Roma ha inflitto a Carminati, Buzzi, e soci la metà delle pene chieste dall’accusa. E poi perché quelle due parole (che esprimevano l’essenza stessa del processo) dopo la decisione del Tribunale si sono ridotte ad una soltanto. “Capitale” rimane perché Roma è il teatro delle attività criminali contestate. Ma viene cancellata la parola “mafia”. Nel senso che il tribunale ha escluso l’associazione mafiosa e l’aggravante di mafia.

Ovviamente la sentenza va rispettata e la sua motivazione andrà letta con attenzione. Ci stanno peraltro alcune considerazioni di carattere generale che possono aiutare ad inquadrare il problema. Irrigidirsi negli schemi tradizionali può essere fuorviante. L’impegno continuo della magistratura e delle forze dell’ordine racconta quotidianamente nuovi intrecci e nuove vocazioni delle mafie, in particolare le loro capacità imprenditoriali e la lungimiranza nell’individuare nuovi campi di attività e nuovi affari cui dedicarsi.

Via via le mafie abbandonano l’ambito “militare” per vestire – come si usa dire – il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, allo scopo di cogliere e meglio gestire le opportunità e i vantaggi offerti dallo specifico ambiente in cui operano e per tessere in maniera più efficace e produttiva, dal punto di vista economico, la rete di interessi che è il loro obiettivo principale. Un contesto nel quale sono decisivi i rapporti con pezzi della politica, dell’amministrazione e dell’imprenditoria. La “zona grigia”. Senza di cui non di mafia si tratterà, ma di “semplice” gangsterismo, cioè criminalità di strada.

Viceversa, se queste relazioni esterne sono provate, l’associazione mafiosa diviene più facilmente configurabile. Ora, nello specifico caso di “Mafia (ex) Capitale”, il principale imputato Massimo Carminati, stando a una intercettazione, aveva descritto l’attività propria e dei suoi sodali parlando di un “mondo di mezzo”, dove si incontrano “quello di sopra” (personaggi eccellenti) e “quello di sotto” (criminali “comuni”). Parole che traducono in linguaggio corrente, a suo modo persino suggestivo, fior di studi e ricerche dei maggiori esperti di mafie: quelli che individuano appunto, nei rapporti torbidi con pezzi della legalità, il Dna delle mafie.

La filosofia di Carminati (sempre stando ad una intercettazione) era tenere pronti vari progetti da sottoporre a coloro – politici o amministratori – cui spettava decidere. Chiedendo “che te serve? come posso guadagnare?”; con l’avvertimento finale: “te lo faccio io” quel lavoro, ma “se poi vengo a sapere che te lo fa un altro, è ’na cosa sgradevole”. Una evocazione delle possibili conseguenze nel caso di una possibile mancata intesa.

Per situazioni del genere, una sentenza della Cassazione del 2015 ha stabilito questo principio: mafia è anche quel sodalizio criminale che adopera il metodo mafioso “in forma silente, senza ricorrere e forme eclatanti, avvalendosi di quella forma di intimidazione, per certi aspetti ancora più temibile, che deriva dal non detto, dall’accennato, dal sussurrato”. Se si aggiunge che nel processo contro Carminati & C. sono stati condannati a pene consistenti vari uomini di destra come di sinistra, sarà davvero interessante studiare la motivazione del tribunale di Roma.

Voglio infine precisare come occorra seguire i percorsi, le evoluzioni, i collegamenti, le modalità e le capacità di adattamento del sistema criminale nonché dei mondi ad esso volta a volta contigui ma funzionali. Come si deve prendere atto della progressiva trasformazione non solo del modus operandi, ma – per certi profili – della stessa identità delle organizzazioni mafiose.

Valutando conseguentemente l’opportunità di adeguare i nostri modelli di lettura dei fenomeni criminali, allo scopo di migliorare in chiave preventiva e repressiva il contrasto delle mafie in ogni loro articolazione. Senza che nel nostro subconscio si annidino stereotipi sbagliati. Tipo quello che per essere mafiosi bisogna essere del Sud.

(fonte)

Gli amici dell’abusivismo? I Comuni. Collusi.

“Inefficienza”. “Collusioni”. “Inadeguatezza”. Qual è il vero ruolo della politica nel proliferare degli abusi edilizi e nell’incredibile lentezza che contraddistingue le demolizioni? FQ_L’inchiesta in questa quarta e ultima puntata sul fenomeno dell’abusivismo prova a guardare il fenomeno dalla prospettiva della magistratura. Qualche esempio. Se in Calabria, negli ultimi 25-30 anni, l’abusivismo è cresciuto in maniera così esponenziale è colpa dei Comuni. Sindaci, assessori e dirigenti degli uffici: sono loro i primi nemici della lotta all’abusivismo. A spiegarlo è il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Paci. Che non ha dubbi: “Questo fenomeno, in realtà, è legato all’inefficienza, alla collusione e all’inadeguatezza degli uffici pubblici che nel corso degli anni non sono stati in grado di imporre il rispetto delle regole”. Insomma, tutto ruota attorno alla relazione tra abusivi e amministratori comunali, ed è proprio nelle pieghe di questo rapporto che si trovano le ragioni di un fenomeno dinanzi al quale, troppo spesso, piuttosto che pretendere il rispetto della legge, la politica e alcune istituzioni fanno spallucce. Non vedo, non sento, non demolisco. Reggio Calabria, dal 2014 scoperte 700 sentenze mai eseguite Paci cerca di spiegarlo in maniera semplice: “Diciamo che i Comuni raramente subiscono l’abusivismo edilizio. Il più delle volte semplicemente lo tollerano, non esercitando i controlli che dovrebbero esercitare”. Non si tratta di affermazioni di carattere generale. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria va nel dettaglio: “Abbiamo verificato – spiega Paci – che immobili abusivi costruiti per fini industriali, a Bagnara Calabra come a Reggio, posti in una posizione visibile a tutti, sono stati utilizzati per anni, senza che nessuno mai svolgesse alcun controllo”. Non stiamo parlando della casetta per l’estate, ma di capannoni industriali, venuti su e utilizzati senza alcuna difficoltà. “È chiaro – continua Paci – che c’è una compiacenza, quantomeno degli uffici tecnici comunali e della polizia municipale, che sul territorio deve fare controlli, verificare e denunziare le situazioni di abuso”. È da oltre un anno ormai che il procuratore Federico Cafiero De Raho ha affidato all’aggiunto Paci il compito di occuparsi dell’abusivismo in provincia di Reggio Calabria, dove le demolizioni sono praticamente nulle se si escludono, appunto, quelle disposte, negli ultimi mesi, dalla Procura in seguito alle sentenze definitive. Sulla sua scrivania c’è un report dettagliato sulle sentenze del Tribunale che ha disposto l’abbattimento di immobili abusivi: “Abbiamo verificato che, a partire dal settembre 2014, oltre 700 sentenze di demolizione passate in giudicato non erano mai state eseguite”. Mai eseguite. “Eppure, da un punto di vista generale – sottolinea Paci – i comuni non dovrebbero incontrare difficoltà. È vero che questa attività comporta delle spese, ma vengono sostenute da una legge dello Stato, che ha stanziato un fondo di 50 milioni di euro gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti. All’amministrazione comunale non rimane altro che accedere a questo fondo, rivalendosi poi sul proprietario abusivo”. Questo però non avviene. E il motivo è semplice. La lotta all’abusivismo è impopolare. E non porta voti. Anzi, rischia di farteli perdere.

Con gli abbattimenti si perdono voti e consenso. E le imprese convocate dalle procure si rifiutano di demolire “Demolire l’immobile di una persona che ha commesso un abuso edilizio – aggiunge il magistrato reggino – significa comunque inimicarsi per chi la dispone (soprattutto se è legato al territorio da un mandato di tipo politico-elettorale) quel tipo di elettore o addirittura quel tipo di elettorato”. Ecco perché, per la Procura, piuttosto che con i sindaci, è più facile lavorare con i commissari dei Comuni sciolti per mafia: “Loro non sono legati al territorio da un mandato di tipo politico-elettorale. Devono svolgere un’attività per il ripristino della legalità”.

Ma non si tratta dell’unica difficoltà. Paci descrive un vero e proprio percorso a ostacoli. Il motivo? Non è facile trovare la ditta che dovrà demolire. Non tutte le imprese che si iscrivono nella white-list delle prefetture, infatti, sono poi disposte ad effettuare le demolizioni: “Manifestano delle indisponibilità, talvolta allegando preventivi di spesa particolarmente onerosi. Altre volte ci sono dei rifiuti veri e propri, perché non vogliono impegnarsi nella demolizione di immobili costruiti abusivamente. Ecco – è lo sfogo del procuratore aggiunto – il nostro lavoro, almeno in questo settore, avviene in perfetta solitudine. Ed è osteggiato, neppure tanto velatamente, proprio da parte di chi dovrebbe sostenerlo”. E non esistono soltanto i furbetti convinti di farla franca. A volte c’è anche la criminalità organizzata: “Dentro questo fenomeno, chiaramente anche la ’ndrangheta ha avuto i suoi interessi e il suo tornaconto. Diverse famiglie mafiose, anche di un certo spessore, hanno operato con la compiacenza delle amministrazioni che dovevano controllarne e inibirne le manifestazioni criminali. Hanno realizzato immobili abusivi che poi, comunque, sono stati confiscati e diventati patrimonio dello Stato”. Dalla Calabria spostiamoci in Campania.

L’analisi del procuratore di Napoli. “In Campania amministrazioni compromesse con gli abusi” Nella provincia di Napoli, dal 1991 al 2016, l’83 per cento dei comuni commissariati lo è anche per il diffuso abuso e la corruzione dell’edilizia: il 77 per cento a Caserta e l’81 per cento in tutta la Campania. Sempre a Napoli, negli ultimi 11 anni, su 16.837 ordinanze di demolizione ne sono state emesse solo il 4 per cento. E non soltanto perché possono compromettere il loro bacino elettorale.

Per il procuratore generale del tribunale di Napoli, Nunzio Fragliasso, la motivazione è che “spesso le amministrazioni comunali sono compromesse con gli abusi e anche per questo le pratiche rimangono inevase”. Il problema, come abbiamo visto, è complesso e riguarda anche le procedure che coinvolgono comuni e procure. I primi sono gli unici interlocutori con la Cassa Depositi e Prestiti per accedere ai fondi necessari per le demolizioni delle strutture abusive, possibilità che non hanno le procure che, anzi, denunciano la mancata presentazione, da parte dei comuni, delle domande di accesso ai fondi. E se non bastasse, la classe politica al Governo, annunciando di volerci mettere una pezza, presenta un decreto legge – presentato dal senatore di Ala, Ciro Falanga – che secondo i Verdi e le associazioni ambientaliste rischia di trasformarsi in un codono permanente.

In attesa di approvazione definitiva alla Camera, la proposta di legge stabilisce per le procure dei criteri di priorità per la demolizione: in cima alla lista ci sono gli immobili costruiti in aree demaniali, o in zone soggette a vincolo ambientale, paesaggistico, idrologico, archeologico o storico artistico. Poi quelli che costituiscono un pericolo per l’incolumità. Infine quelli in uso ai mafiosi. Ma il nodo centrale della questione sono gli “abusi di necessità” e, in questo caso, la legge stabilisce che avranno la priorità gli immobili di titolari appartenenti a nuclei familiari che dispongono di altre abitazioni, escludendo quelli che ne hanno una. Se questo è l’apporto della politica, ecco cosa ne pensa la magistratura che, nel marzo 2016, viene chiamata dal Governo a dire la sua sulla legge.

Durante l’audizione in commissione Giustizia, il procuratore generale della corte di Appello di Napoli, Luigi Riello, spiega: “Passare per i comuni non è producente, perché sono loro i veri dominus e le demolizioni sono iniziate grazie all’autorità giudiziaria”. Per Riello, il ddl Falanga comporterebbe “la proliferazione degli incidenti di esecuzione, mentre un procedimento dovrebbe essere rapido”. E sulla rapidità, il nostro sistema non è di certo un modello, visto che, nella maggior parte dei casi per i reati di abusivismo, non si arriva nemmeno al primo grado di giudizio. Mentre l’abbattimento è previsto solo con la certezza della pena. Anche se si dovesse arrivare alla condanna, subentra il problema dei fondi necessari per la demolizione, quindi la palla ritorna ai comuni, che il ddl lascia come unici interlocutori con la Cassa Depositi e Prestiti. E i comuni, per usare le parole del procuratore Fragliasso, spesso “sono latitanti e di regola non eseguono le ordinanze di demolizione”.

Da Marsala a Terrasini. Quell’emendamento M5S che può invertire la rotta Leonardo Agate, scrivendo a red. inch. @ilfattoquotidiano.it, segnala il caso di Marsala: “Anche i sindaci siciliani avrebbero dovuto ingiungere la demolizione agli abusivi. A Marsala cominciarono nel 2012, e ne sono state abbattute, dagli stessi privati, o dal Comune per loro inerzia, poche decine su un totale di circa 400. Il ritmo delle demolizioni è di poche unità all’anno. La giustificazione accampata da sindaci e dirigenti comunali è che il bilancio non può sostenere la spesa delle demolizioni, che si aggira sui 10–20 mila euro per ciascuna, salvo abbattere il programma dei servizi essenziali. Giustificazione insostenibile: se il Comune demolisce, anticipa le spese della demolizione, che possono essere recuperate dall’abusivo con aggravio di spese, sanzioni e denuncia all’autorità penale. Se la procura della Repubblica iscrivesse i sindaci e i dirigenti comunali nel registro delle notizie di reato e proseguisse l’azione penale, si avvierebbero i processi nei riguardi degli inadempienti per le omissioni di atti di ufficio. Così si innesterebbe un processo virtuoso, perché gli abusivi demolirebbero dopo l’ingiunzione per non dovere pagare dopo un anno il doppio della spesa, e in ogni altro caso il Comune rientrerebbe in possesso delle spese fatte”. E in effetti, qualcosa si può fare, per obbligare i comuni ad eseguire le demolizioni. Per esempio, come accaduto a Terrasini, in provincia di Palermo, è possibile rimuovere i dirigenti che non adempiono ai loro doveri. E per farlo è sufficiente applicare una norma presentata dalla parlamentare del M5S Claudia Mannino.

Il punto di partenza è semplice: “I funzionari che non adempiono e rispettano i tempi previsti – spiega la deputata siciliana del M5S Claudia Mannino – sono suscettibili di causare un danno erariale”. Un anno dopo l’approvazione della sua norma Mannino è ritornata sul punto: “Ho presentato un esposto a tutte le procure siciliane, e a tutte le sedi regionali della Corte dei Conti, affinché si attivassero per far rispettare la norma e per evitare danni erariali agli enti locali”. E appena 5 giorni fa, nel comune di Terrasini, in provincia di Palermo, un dirigente comunale è stato temporaneamente rimosso dal suo incarico proprio perché – tra le altre contestazioni – ha tenuto “condotte omissive” che, oltre a determinare “un grave ritardo”, nei procedimenti che riguardano i “manufatti abusivi”, hanno provocato “un danno all’ente”. (da il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2017)

Borsellino, la commemorazione dovrebbe essere indomita, come Fiammetta


Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo, oggi ha incontrato la Commissione Antimafia esprimendo tutti i suoi dubbi per “25 anni di schifezze e menzogne”. “Questo abbiamo avuto: un balordo della Guadagna come pentito fasullo e una Procura massonica guidata all’epoca da Gianni Tinebra che è morto”, ha detto a Rosi Bindi. E ora si aspetta “che ognuno faccia la propria parte”
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Delrio: se questo è un ministro

Scritto volutamente minuscolo. Delrio ieri ha testimoniato nell’ambito del processo Aemilia per raccontare di quella sua visita all’allora prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro in cui prese le difese degli imprenditori cutresi, alcuni dei quali si rivelarono mafiosetti poco raccomandabili. Delrio si è difeso dicendo che «non era in discussione lo strumento delle interdittive», bensì «il fatto che nella comunità dei cutresi non ci fossero persone perbene». «A fronte di una crescita dell’opinione pubblica – ha detto Delrio – e di notizie allarmanti che emergevano sulla stampa, qualcuno si sentiva ingiustamente accomunato ai delinquenti e questo è un fenomeno da stigmatizzare perché i cittadini reggiani sono sia di origine cutrese che non. Quelli che fanno i delinquenti lo fanno e le persone perbene non devono dire da dove vengono per dimostrarlo». In pratica il ministro ci dice che da sindaco si è preoccupato più di difendere i cutresi dal rischio di ghettizzazione piuttosto che preoccuparsi dei segnali che la prefettura gli inviava in tema di criminalità organizzata.

Delrio ha anche minimizzato il suo viaggio a Cutro (mentre era sindaco di Reggio Emilia) dichiarando di avere ricevuto numerosi inviti. Non c’è che dire: dalle dichiarazioni emerge una consapevolezza quasi nulla sul pericolo mafioso. Beato lui. «Un sindaco non può rendersi conto delle infiltrazioni mafiose solo perché il prefetto adotta i provvedimenti o perché viene il dottor Gratteri a parlare del pericolo», aveva dichiarato nel 2012 il magistrato antimafia Roberto Pennisi.

E oggi quella frase sembra vera più che mai.

Solo che questo, alla fine, è diventato ministro. Per dire.

Buon mercoledì.

(continua su Left)

Cosa mi piace del dibattito sulla sentenza di Mafia Capitale

Dunque è stata emessa la sentenza (di primo grado) per il processo Mafia Capitale. Che, anche se si chiama Mafia Capitale, ora questi esultano perchè sono solo criminali, corrotti e corruttori e non mafiosi. E così si è alzato tutto un ghirigori di esperti sulla sentenza che in sostanza urlano “avevo ragione!”, oppure “che schifo!”.

Si passa da chi ci vorrebbe convincere che Carminati e compagni abbiano fatto semplicemente una cazzata, come se avessero esagerato un po’ con il bere e dall’altra parte c’è chi dice che il Tribunale di Roma ha stabilito che non esiste la mafia a Roma, come se si trattasse di un giudizio universale, mica di un processo specifico.

Poi, immancabilmente, ci sono i professionisti della lotta alle fake news (le vedono ovunque) che in base all’appartenenza rovesciano il vero e il falso del fake nella news. Fantastico.

Chi ha scritto un pezzo molto sensato è Gilioli (ne ho scritto qui).

Ma l’aspetto più divertente è che tutti discutono una sentenza di cui mancano le motivazioni (ovviamente non sono state ancora depositate). In pratica tutti si azzuffano accusandosi di avere “inventato” notizie facendo leva su una sentenza che non abbiamo ancora letta per intero. Fantastico. Bravi. Avanti così.

Il senatore Giarrusso e la solidarietà che si fa solo con i propri sodali

«Quel senatore è pericoloso». A parlare non è uno qualunque ma Giuseppe, uno dei fratelli Graviano, boss di Cosa Nostra in Sicilia, in carcere al 41bis. La notizia è stata data dal settimanale siciliano S e il senatore di cui parla Graviano è Mario Michele Giarrusso, senatore del Movimento 5 Stelle che da anni si occupa di criminalità organizzata e che in commissione giustizia ha dato battaglia (tra le altre cose) per l’inasprimento delle pene del 416bis, sulla scrittura dell’articolo 416ter (sul voto di scambio politico mafioso) e altro.

Un boss storico di Cosa Nostra, insomma, dimostra, mentre è intercettato nella sua cella, di conoscere bene i meccanismi parlamentari e individua con nome e cognome il presunto “responsabile”. Per Giarrusso questa è una medaglia da appuntarsi sul petto, senza dubbio: dispiacere ai mafiosi è sempre un bel merito, soprattutto in questo tempo di amici degli amici che si mimetizzano perfettamente.

Il buon senso quindi vorrebbe che oggi, le persone sinceramente democratiche e antimafiose, esprimessero la propria solidarietà a un uomo dello Stato (nonostante il disgustoso vizio di svilire il Parlamento per abitudine, piuttosto che alcuni suoi parlamentari) che si ritrovi in questa spiacevole situazione. E invece.

E invece continua a prendere piede quest’orribile abitudine di essere solidali solo con i propri sodali. Se la minaccia mafiosa arriva a qualche compagno di partito (o a qualcuno comunque vicino) si sventolano l’indignazione, la solidarietà e tutto il resto mentre se capita a qualcuno che non “amiamo” allora ci si impegna a sminuire o peggio ancora a non parlarne. E alla fine anche su Giarrusso i comunicati solidali arrivano da una parte sola.

Ed è un peccato. Davvero. Perché l’essere antimafiosi dovrebbe essere il prerequisito essenziale per essere candidabile, ancora prima di essere eletto e perché un uomo di mafia (che sia Graviano o altri) che esprime giudizi di questa risma contro un parlamentare sono sempre una cattiva notizia. E invece niente.

E lo dico, si badi bene, con tutta la distanza e lo sconcerto che mi separano da Grillo e da alcune posizioni politiche del Movimento 5 Stelle. E lo dico, si badi bene, con a memoria tutte le volte che con Giarrusso (e altri, mi viene in mente Giulia Sarti) mi sono confrontato con piacere sugli spinosi temi della criminalità organizzata nel nostro Paese.

Ma qui è tutto tifo. Anche la solidarietà.

Buon lunedì.

(continua su Left)

A proposito di Carminati e della sentenza

Ancora una volta sono d’accordo con Alessandro Gilioli:

1. Ha dell’incredibile, davvero incredibile, la torsione a cui in poche ore è stata sottoposta la sentenza di Roma. Ha dell’incredibile perché il fatto che la corte non abbia incluso nelle condanne l’aggravante mafiosa è stato subito trasformato nella pretesa che allora «era tutta una bufala, una fiction, una costruzione a scopi politici». Consiglierei a chi lo dice un po’ di calma e di accettazione dei dati di realtà contenuti nella stessa sentenza: «Il tribunale ha riconosciuto che nella vicenda ha operato sicuramente un’organizzazione criminale che si è attivata allo scopo di commettere una pluralità di delitti e li ha effettivamente commessi come dimostrano le contemporanee condanne per numerosi reati di scopo» (Carlo Federico Grosso, avvocato). Inoltre «la sentenza dimostra che Roma era in mano a due associazioni a delinquere che ne condizionavano la vita amministrativa» (Giovanni Fiandaca, giurista studioso di diritto penale e del fenomeno mafioso). Di questa organizzazione criminale che condizionava l’amministrazione della città facevano parte più di 40 persone tra cui manager, imprenditori, funzionari e importanti politici sia del centrodestra sia del centrosinistra romano.

2. Carminati non è un capo mafioso – lo dice la sentenza – ma adesso farlo passare da innocuo ladruncolo di polli vittima di una macchinazione (il Foglio di oggi) è agghiacciante. Stiamo parlando di un signore con le mani in tutte le vicende più oscure della Repubblica, dai depistaggi sulla strage di Bologna alla Banda della Magliana, dai servizi deviati al furto-ricatto di documenti nel caveau di Banca di Roma, rapinatore, trafficante d’armi, secondo un pentitodella Magliana esecutore materiale dell’omicidio Pecorelli, secondo altri duepentiti (dei Nar) coautore dell’omicidio di Fausto e Iaio. E molto altro.

3. La vulgata mainstream di oggi, su alcuni quotidiani, è che «senza l’aggravante mafiosa a Roma non avrebbe vinto la Raggi», insomma se si fosse saputo prima che non era “mafia” le cose nelle urne sarebbero andate diversamente. Beh, è una sciocchezza. Raggi ha vinto perché i romani avevano capito che in città sia il centrodestra sia il centrosinistra erano in buona parte complici con le associazioni a delinquere di cui sopra, cosa di cui la sentenza di ieri è solo una tra le molte conferme. Sicché per rabbia, disperazione o delusione – scegliete voi – due terzi degli elettori di questa città al secondo turno hanno votato chi complice non era, per il semplice fatto di essere politicamente nuovo e ignoto. Questo è quanto avvenuto poco più di un anno fa, se si hanno gli occhi per vedere, se si parla con le persone.

(continua qui)

«Iniziate a nominare gli avvocati merdosi a voi e la mafia»: così esulta il fratello di Carminati

L’ha segnalato Claudio Paudice per HP (qui):

Esulta, a modo suo, Sergio Carminati, fratello di Massimo, il principale imputato nell’inchiesta della Procura di Roma su Mafia Capitale. I giudici del Tribunale di Roma hanno emesso una raffica di condanne, la più alta per Massimo Carminati a 20 anni. Secondo i pm romani l’ex Nar era a capo dell’organizzazione di stampo mafioso al centro dell’inchiesta della procura di Giuseppe Pignatone. Secondo il Tribunale di Roma però non c’è associazione mafiosa per nessuno degli imputati nel maxi processo. I pm avevano chiesto per Carminati 28 anni.

Sergio, che da sempre difende il fratello attraverso i suoi canali social, ha accolto così la sentenza emessa dai giudici della X sezione penale: “Iniziate a nominare gli avvocati merdosi a voi e la mafia”, ha scritto su twitter riferendosi al fatto che è caduta l’accusa di associazione mafiosa, cardine dell’inchiesta di Mafia Capitale, e rivolgendosi presumibilmente ai giornalisti.

 

«Stanno smantellando il pool antimafia»: cosa disse Borsellino al CSM

“Ho senza esitazione parlato di segnali di smobilitazione del pool antimafia, nè temo mi si possa rispondere che il pool è stato anzi arricchito di nuovi elementi, poichè non si arricchisce certo un pool, se la sua essenza rettamente si intende, aumentando il numero dei suoi magistrati senza gli opportuni criteri di scelta e contemporaneamente disattendendo le ragioni stesse della creazione di tale organismo”. Sono le parole, nette e pesanti, che Paolo Borsellino, il 31 luglio del 1988 pronunciò davanti al Comitato antimafia del Csm per spiegare alcune sue dichiarazioni, rilasciate nei giorni precedenti, in un evento pubblico e con due interviste. Il pool antimafia di Palermo, di cui Borsellino aveva fatto parte prima di essere nominato procuratore capo a Marsala, “allo stato rappresenta l’unico organismo di indagine ancora efficace in materia di criminalità mafiosa, stante la carenza indubitabile delle forze di Polizia”, sottolineò il giudice, come emerge dall’audizione disponibile integralmente per la prima volta, dopo la desecretazione degli atti disposta da Palazzo dei Marescialli in occasione del 25esimo anniversario della strage di via D’Amelio, in cui Borsellino e la sua scorta vennero uccisi dalla mafia.

L’audizione venne svolta qualche mese dopo la nomina di Antonino Meli (preferito dal Csm a Falcone) come consigliere istruttore a Palermo, prendendo così il posto che era stato di Antonino Caponnetto. “Non ho riferito le confidenze dei colleghi – spiegò Borsellino in merito alle preoccupazioni che aveva espresso sullo ‘smantellamento’ del pool – ma mi sono formato una convinzione sulla base di colloqui con persone con cui ho lavorato a lungo, con le quali ho un’intesa perfetta, su quella che era la situazione”. E ancora: “ho quindi riferito questa situazione che mi sembra fosse importantissimo riferire”, affermò il giudice nella sua audizione, perchè “o parliamo per enigmi o per allusioni e diciamo che c’è una caduta di tensione o che manca la volontà politica e la gente non capisce bene che cosa significa, oppure se questi problemi li dobbiamo affrontare concretamente dobbiamo citare fatti e mettere il coltello nella piaga e dire: ‘c’è un organismo centrale nelle indagini antimafia che in questo momento non funziona piu””.

Borsellino si disse “sicuramente allarmato” perchè “quando contemporaneamente si verificano una stanchezza sia dell’opinione pubblica sia degli esponenti culturali su questo problema”, una “poca attenzione dello Stato nel suo momento amministrativo, perchè si continua a tenere la Sicilia, con riferimento agli organi di Polizia, in una situazione di assoluta marginalizzazione” e “quando insieme a ciò, il pool che è l’unico organo investigativo che, parliamoci chiaro, è quello che ha riaperto la questione, per iniziativa prima di Rocco Chinnici e poi di coloro che l’hanno seguito, quando tutto questo va male è certo che sono estremamente allarmato”.

In particolare, Borsellino mise in luce il fatto che “quando un pool sostanzialmente non è messo in condizione di rispondere alla sua attività, a quelle che sono le ragioni fondamentali della sua esistenza, difficili da cogliere se maturate in lunghi anni di funzionamento, e sostanzialmente è ridotto soltanto a un numero di tre, quattro, cinque magistrati che lavorano assieme, non è più un pool”. All’interno dell’Ufficio Istruzione, disse al termine dell’audizione durata 4 ore, “c’è una persona che di entusiasmo ne sa vendere a tutti e in tutti i modi e, pertanto, io sono rimasto sinceramente preoccupato nel momento in cui l’entusiasmo gliel’ho visto perdere. Mi riferisco a Giovanni Falcone”.

(fonte)

Nuove professioni (mafiose): il “facilitatore”

Si tratta di un soggetto intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici. Anche in questo caso sono venuti in rilievo professionisti qualificati che avevano un passato nel settore pubblico. In particolare, vengono in considerazione, spesso, ex politici o para-politici, ex funzionari pubblici, che, con la pregressa pratica, hanno imparato a conoscere la macchina degli apparati pubblici, i suoi tempi, i suoi meandri, i suoi passaggi. Ed hanno, quindi, amicizie nel descritto contesto, come nelle organizzazioni che a loro si rivolgono per ottenere le loro prestazioni».

Sono le parole, precise e taglienti, della Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e terrorismo (Dna), presentata il 12 aprile del 2017 e presentata alla stampa (con tanta retorica e sempre troppa poca analisi) qualche settimana fa a Roma. Un quadro impietoso sullo stato di salute delle organizzazioni criminali nel nostro Paese (Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita e le mafie straniere) sulle risultanze investigative nel periodo che va da luglio 2015 fino a giugno 2016. Una relazione che, in una democrazia matura, avrebbe acceso i riflettori sull’incapacità politica e sociale di contrastare un fenomeno criminale che sembra essere l’unico vero filo rosso che lega l’Italia da nord a sud: le mafie stanno benissimo, sono in ottima salute e continuano imperterrite a fare affari, a stringere relazioni, a prendersi cura dei propri affiliati e a garantirsi un roseo futuro.

Ma torniamo al «soggetto intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici» che, si badi bene, non è un mafioso tout court ma compare per la prima volta nelle parole del procuratore nazionale antimafia: il «facilitatore», com’è chiamato nelle 965 pagine del documento, è l’ultima evoluzione delle mafie che hanno compreso come le relazioni e la conoscenza delle leggi (e dei regolamenti) siano molto più fruttuose delle armi e delle minacce…..

(prosegue sul numero di Left in edicola, oppure lo potete comprare online qui)