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La ‘ndrangheta è “ovunque”: la DNA fotografa un Paese inghiottito dalle mafie


È stata presentata oggi la Relazione annuale 2016 della Direzione distrettuale Antimafia e Antiterrorismo che racconta di come la ‘Ndrangheta sia ormai presente su tutto il territorio nazionale (oltre che nel mondo). Ma anche Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita sono in ottima salute. I loro alleati? Pezzi di politica, professionisti e massoneria. Come sempre.
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L’audizione di Gratteri in commissione antimafia (da vedere)

Ieri la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, presso l’Aula del V piano di Palazzo San Macuto, ha svolto l’audizione del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, Nicola Gratteri.

E vale la pena ascoltarla (bene) perché dentro c’è anche un pezzo del programma antimafioso di cui questo Paese ha bisogno.

Mantova criminale: Antonio Muto dai sospetti di mafia all’arresto per falso

Antonio Muto, già imputato per concorso esterno mafioso oggi è stato arrestato per bancarotta e falso. Ne scrive la Gazzetta di Mantova (che non riesce però a ricordarsi del processo per mafia):

Nuovi guai con la giustizia per il costruttore Antonio Muto. Il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Mantova martedì 20 giugno ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere richiesta dal procuratore Manuela Fasolato e dal sostituto procuratore Giacomo Pestelli, ed emessa dal Gip Matteo Grimaldi, nei confronti dell’imprenditore edile. I reati contestati adAntonio Mutosono bancarotta fraudolenta patrimoniale aggravata ed operazioni dolose da falso in bilancio.

“L’attività di indagine, coordinata dalla Procura di Mantova – scrive la Guardia di Finanza in un comunicato -, ha avuto origine dal fallimento della società “Le Costruzioni s.r.l.”, dichiarato nel giugno 2016, della quale Muto era stato socio e amministratore unico, e ha visto impegnati i militari del Nucleo di Polizia Tributaria nell’esecuzione di approfonditi e capillari accertamenti che hanno permesso di ricostruire compiutamente le intricate vicende della società. L’esito degli accertamenti ha consentito in particolar modo di mettere in luce l’esistenza di una corposa operazione finanziaria: Muto ha sottratto alle casse delle Costruzioni, fallita, 3 milioni e 878mila 750 euro.Dalle indagini è emerso che il gruzzolo era stato versato in favore della società “Lagocastello Immobiliare srl”, l’altra società di cui Muto era socio e amministratore, per l’acquisto di alcune unità immobiliari ancora da costruire sullalottizzazione dell’area sulla sponda sinistra del Mincio davanti al Castello di San Giorgio. Per i soldi versati non esiste la stipula di alcun patto scritto e, soprattutto, l’operazione immobiliare, come noto, non è mai stata portata a termine, dopo che l’autorizzazione alla realizzazione delle opere di edificazione ed urbanizzazione era stata revocata dal Comune di Mantova già nel novembre 2005 e poi il Consiglio di Stato aveva sancito l’inedificabilità assoluta dell’intera area.

Muto aveva asservito totalmente le sorti della società “Le costruzioni s.r.l.” al soddisfacimento esclusivo degli interessi economici della Lagocastello che in questo modo, con  i soldi incassati, poteva rientrare dai debiti con le banche, evitando a Muto, socio unico, di scucirli di tasca propria.
Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Mantova hanno consentito anche di appurare come, nell’ambito della stessa società, il re del mattone avesse inoltre predisposto falsi bilanci societari occultando le rilevanti perdite in cui Le Costruzioni era incorsa nell’arco del tempo,peri mantenerla artificiosamente in vita. In particolare nei bilanci societari faceva figurare come voci attive crediti verso clienti ormai inesigibili da tempo, per l’ammontare complessivo di 821.222,19 euro. Tale condotta ha consentito in particolare all’imprenditore di impedire che emergessero subito le perdite registrate dalla società e di non rendere palese  la completa erosione del suo capitale sociale, eludendo così gli obblighi di ripianamento delle perdite e di ricostituzione del capitale sociale ed il conseguente dovere di scioglimento e messa in liquidazione della società. in questo modo ne ha aggravato il dissesto.

Gli accertamenti condotti dalle Fiamme Gialle hanno evidenziato come la società avesse conseguito imponenti perdite d’esercizio fin dall’anno 2012 (rispettivamente per € 236.526 nell’anno 2012, per € 51.443,00 nell’anno 2013, per € 3.522.643 nell’anno 2014 e per € 834.309 nell’anno 2015) ed avesse altresì accumulato una enorme esposizione debitoria oscillante tra € 19 milioni e € 21,5 milioni (principalmente nei confronti di banche, fornitori ed Erario) che avevano determinato un passivo di quasi € 22 milioni nel 2012, € 20 milioni nel 2013, € 17,5 milioni nel 2014 e nel 2015 ed € 13,7 milioni nel 2016.

A seguito delle capillari indagini delle Fiamme Gialle, la Procura della Repubblica ha richiesto ed ottenuto l’8 giugno scorso dal Tribunale di Mantova il fallimento di altra società immobiliare di cui Muto è socio ed amministratore unico – la “Immobiliare Edera srl.”. Per queste vicende il costruttore è stato accusato di averne aggravato il dissesto astenendosi dal richiederne il fallimento, nonostante anche tale società fosse stata costantemente in perdita fin dall’anno 2010, avendo conseguito imponenti perdite d’esercizio (rispettivamente per € 130.065 nell’anno 2010, per € 96.207 nell’anno 2011, per € 75.606 nell’anno 2012, per € 488.505 nell’anno 2013, per € 977.687 nell’anno 2014 e per € 684.983 nell’anno 2015), e che la medesima avesse accumulato una enorme esposizione debitoria, a cavallo tra il 2010 e il 2013, oscillante tra € 15,3 milioni e € 24,4 milioni (principalmente nei confronti di banche, fornitori ed erario)

La mamma di Cocò e i suoi incubi

Un articolo magistrale di Giovanni Pastore per la Gazzetta del Sud:

Cocò aveva due grandi occhioni neri e vispi. Una sera di pioggia di gennaio del 2014, quel cucciolo di uomo era in auto con suo nonno Peppe Iannicelli, sorvegliato speciale, e la bella amica marocchina di nonno Peppe, la “Zia Betty”. Quei tre, senza saperlo, quella sera andarono incontro alla morte, in contrada “Fiego”, un pezzo di campagna nella Sibaritide che non è solo cassanese e nemmeno castrovillarese. I killer avevano l’ordine di sbarazzarsi di Iannicelli ma fecero una strage.

Morì ammazzato Peppe e con lui morirono ammazzati anche Cocò e Betty. Uccisi a pistolettate e poi arsi nella loro auto. Sgarro o vendetta, il massacro ha piegato un intero casato. A distanza di tre anni, gli avanzi di quella famiglia numerosa, che vive prigioniera di un incubo, sono sparsi tra il carcere di Castrovillari e una casa religiosa in una località protetta. È una stirpe ferita, ridotta a impasto di lacrime e dolore. E di miseria. Lo hanno ripetuto ieri mattina, davanti ai giudici della Corte d’assise di Cosenza (presidente: Giovanni Garofalo; a latere: Francesca De Vuono), la mamma di Cocò, Antonia Maria Iannicelli, la nonna (nonchè vedova di Peppe, Maria Rosaria Lucera) e la zia del bimbo, Simona. Tutte e tre in carcere, per scontare una condanna definitiva per droga. Droga, tanta droga. Anche la storia della mattanza di contrada Fiego è fermentata in mezzo alla gestione dello spaccio. Anzi, secondo il pm della Dda Saverio Vertuccio, il controllo degli stupefacenti rappresenterebbe la miccia a combustione lenta della carneficina.

Il pianto di una mamma infelice, piegata dal dolore, continua a riversarsi sulla Piana cosentina, un pezzo di Calabria che ormai non fa più storia nemmeno in Calabria e che resta impregnato di mafia, nonostante la voglia di ribellarsi ai boss, di spezzare le catene della paura. Antonia Maria, incalzata dai patroni di parte civile, gli avvocati Angela e Liborio Bellusci, ha rivissuto le scansioni temporali di questi ultimi tre anni. «Anni d’inferno. La mia vita è distrutta, non parlo più con nessuno e non mi resta più niente. Dopo aver perso Cocò è come se fosse accaduta la stessa cosa con le altre mie figlie piccole. Non vedo entrambe da due anni, vivono in una struttura religiosa che si trova in una località protetta. Neanche mio marito sa dove siano. Dopo la sua scarcerazione lui è riuscito a incontrarle in un sito indicato dall’autorità giudiziaria. E per mantenermi, lavoro in carcere, insieme a mia madre e mia sorella. Purtroppo, non abbiamo altre possibilità». I legali hanno poi spostato l’attenzione sull’arma personale di Peppe. «Girava sempre armato, aveva una “Beretta” calibro 7,65 nascosta sotto il sedile della sua auto». La rivoltella, però, secondo gli avvocati dell’accusa privata non sarebbe stata rinvenuta. Altro aspetto affiorato dall’esame delle testimoni è quello legato alla rottura del fidanzamento tra uno Iannicelli e una figlia Donato (Parente di Cosimo, uno dei due imputati) che si sarebbe verificato, per volontà della giovane donna subito dopo la strage di contrada “Fiego” e ciò, secondo la tesi dei familiari, perchè i Donato avrebbero temuto ritorsioni. Ma, in questo caso, naturalmente, si tratta solo di ipotesi.

A giudizio, davanti alla Corte d’Assise di Cosenza ci sono due imputati. Si tratta di Cosimo Donato, detto “Topo”, e di Faustino Campilongo inteso come “Panzetta”. I due, difesi dagli avvocati Vittorio Franco, Ettore Zagarese e Mauro Cordasco, si sono sempre protestati innocenti. Sono stati incastrati dall’inchiesta del procuratore aggiunto della Dda, Vincenzo Luberto, che ha coordinato le investigazioni dell’Arma.

Bene gli appelli, ma la sinistra si costruisce sulle istanze

Sono le “real issues” di Corbyn ma in italiano li chiameremmo bisogni. I bisogni di un Paese che, nonostante l’indicibile sforzo della corazzata filogovernativa per ostentare un’Italia ridens, sta sempre peggio, è sempre più diseguale, continua a perdere occupazione, si sfilaccia nel welfare, si atrofizza nelle cure mancate, incespica ogni volta che deve organizzare un sistematico trasporto pubblico, non riesce a governare la finanza piuttosto che esserne governato, non è capace di recuperare chi è scivolato nell’indigenza, subisce la ferocia di chi non vede rispettati i suoi diritti, non può aspirare nel mondo ad altri ruoli che non siano da cameriere, instilla battaglie tra poveri per non disturbare i potenti, continua a chiedere “di chi sei” o “chi ti manda” piuttosto di “cosa sai fare”, insiste nel temere i diritti degli altri piuttosto che incaponirsi per il rispetto dei propri, ha trovato nell’indignazione una pericolosa pratica consolatoria, ha creato un conflitto tra genitorialità e lavoro come se non fosse affar suo, sta con i banchieri e non con i risparmiatori, preferisce i trivellatori ai custodi di un luogo, mercifica bellezza ma non educa alla bellezza, commemora i morti di mafia ma non studia le mafie, tratta con i grandi evasori ed è inflessibile con i piccoli, scrive dappertutto di energie rinnovabili ma non ha mai l’energia per rinnovarsi, perpetua una classe dirigente che non paga mai i suoi fallimenti, non riesce a pensare a un modello che non sia turbocapitalismo e sta con gli oppressori piuttosto che con gli oppressi.

La base per costruire invidiabili altezze (e voti) è fuori, per il Paese, ad arrancare pendolare tutte le mattine. La base sono quelli che al Brancaccio ieri ci sono andati per ascoltare e possibilmente essere capaci di sentire. La base sono quelli che non hanno mai incrociato un programma che gli assomigliasse, che abbia la forma di qualcosa che riesca a invertire la rotta dei processi della propria quotidianità.

Questo è il tema. Questi sono i temi.

Buon lunedì.

(continua su Left)

Lucia Riina dice di essere povera, indigente. E chiede il bonus bebé.

Tra gli italiani poveri in corsa per il bonus bebé c’era anche Lucia Riina, la figlia del boss Salvatore in carcere dal 1993 per il quale la Cassazione ha recentemente stabilito il “diritto alla morte dignitosa”, scatenando un fiume di polemiche. Il beneficio alla figlia, mille euro al mese, è stato però negato per tre volte. Ufficialmente per motivi formali dovuti al ritardo e all’incompletezza della domanda, sostanzialmente perché nessuno crede davvero all’indigenza della figlia del capo di Cosa Nostra, che in una conversazione intercettata nel carcere di Parma aveva anche detto “Se recupero un terzo di quello che ho, sono sempre ricco“.

Lo racconta Repubblica Napoli con tutti i particolari. Lucia Riina è la più piccola di quattro fratelli e aveva avanzato istanza al Comune (sciolto qualche mese fa per infiltrazioni mafiose e attualmente retto da tre commissari) per ottenere l’assegno una tantum di mille euro dato dalla Regione siciliana, attraverso le amministrazioni locali, a chi nell’Isola mette al mondo un figlio e ha un reddito al limite dell’indigenza. Lo fa non una ma tre volte. Rigettata la richiesta, per un vizio formale, l’ha reiterata il marito di Lucia, Vincenzo Bellomo; ma anche lui ha ricevuto un no, dovuto al ritardo con cui era stata presentata l’istanza. Infine, il terzo tentativo (fallito) con l’Inps, che eroga un assegno mensile per i primi tre anni di vita del bambino (per un importo che va da 80 a 160 euro), a quelle famiglie che non superano 25 mila euro del parametro Isee.

L’articolo dà conto del fatto che la figlia 37enne di Riina, che dipinge e vende i suoi quadri su Internet, vive a Corleone dal ’93, dove è tornata con la madre Ninetta Bagarella e i fratelli, all’indomani dell’arresto del padre, avvenuto il 15 gennaio di quell’anno. A Corleone si è sposata nel 2008, accompagnata all’altare dal fratello Giuseppe Salvatore che era appena uscito dal carcere. L’altro fratello, Giovanni Francesco, è in galera e sconta l’ergastolo per alcuni omicidi; Maria Concetta, la più grande, vive in Puglia con il marito.

Quattro anni fa, in pieno agosto, un’intervista di Lucia Riina alla televisione della Svizzera francese Rts fece divampare le polemiche. L’ultimogenita del boss, che scelse Ginevra come meta del suo primo viaggio all’estero, si disse “dispiaciuta” per le vittime, ma “onorata e felice” di portare il cognome di suo padre: “immagino che qualsiasi figlio che ama i genitori non cambia il cognome. Corrisponde alla mia identità, siamo tutti figli di qualcuno e non bisogna restare nel passato ma andare avanti”. Le famiglie delle vittime di mafia insorsero e da quel momento Lucia tornò nell’ombra, prima di questa bizzarra richiesta, quasi un’ostentazione di normalità che mal si concilia con quanto sosteneva il padre in  carcere.

(fonte)

‘Ndrangheta: “compare Mico” Domenico Agresta accusa anche il padre

Domenico Agresta, comunemente chiamato “Micu Mcdonald”

“Compare Mico”. A 28 anni e con una condanna per omicidio ben impressa sul groppone, Domenico Agresta sembrava avviato ad una sicura “carriera” da “santista” di ’ndrangheta. La sua famiglia vantava solide tradizioni di omertà e “rispetto” mostrate prima a Platì e poi in Piemonte e Lombardia. I legami di sangue e di amicizia con gruppi familiari come quello dei Marando offrivano forza e garanzie. E, invece, il “rampollo” degli Agresta nell’autunno dello scorso anno ha deciso di collaborare con la giustizia, lasciando di sasso amici e congiunti. È diventato teste d’accusa nel processo istruito a Milano contro il presunto esecutore dell’assassinio del procuratore di Torino, Bruno Caccia, avvenuto nel capoluogo sabaudo nel giugno del 1983 e s’appresta ad essere l’ariete utilizzato dalle Dda di mezza Italia contro la mafia calabrese. “Compare Mico”, infatti, conosce i segreti rapporti intessuti tra i vari clan operanti nella Penisola e gli affari che hanno sviluppato in giro per il mondo. Ma la cosa che fa più impressione nelle prime pubbliche deposizioni fatte dal pentito è che accusa il padre, gli zii e il sistema pseudo-valoriale nel quale è cresciuto. «Per loro la ’ndrangheta è vita» dice in aula «sono loro che mi hanno educato a quel tipo di mentalità inculcandomi i loro voleri. Voleri ripeto non valori». Agresta interpreta il ruolo del contestatore di condotte e costumi. «Ho la sfortuna di non aver scelto il mio destino. Sono nato in una famiglia in cui non c’è una persona – ma dico non una di numero – che da bambino avrebbe potuto portarmi via da quell’ambiente». E spiega: «Mio bisnonno ha fondato insieme ad altri il locale di Platì. Mio nonno invece è stato responsabile del Piemonte e ha preso il posto di Domenico Belfiore (condannato come mandante del delitto Caccia n.d.r.)». “Compare Mico” accusa poi il padre, Saverio, di gravissimi delitti. «Non posso fare nomi perché ci sono indagini a Torino ma ho già riferito che mio padre ha commesso due omicidi».

È la prima volta che un giovane e importante esponente della mafia calabrese rende dichiarazioni contro suoi stretti congiunti. Agresta non è uno qualsiasi: la sua famiglia è imparentata con i Sergi di Milano e con i Marando. La mamma è Anna Marando, sorella di uno dei più grandi broker calabresi della droga: Pasqualino Marando, scomparso nel 2002 per lupara bianca. Con il suo pentimento è come se nella ’ndrangheta fosse scoppiata con decenni di ritardo la contestazione giovanile…

Il personaggio

Domenico Agresta, comunemente chiamato “Micu Mcdonald”, ha pure accusato lo zio materno di due delitti avvenuti alla fine degli anni ‘90. In particolare riferisce delòl’uccisione di un uomo avvenuta a Platì con la vittima sotterrata insieme alla sua auto. «Hanno usato un escavatore per fare il buco. Non mi è stato detto dove sia stato seppellito. Questa circostanza del seppellimento del morto con la macchina mi è stata riferita quando ero detenuto».

Riguardo all’altro delitto addebitato allo zio racconta che alla vittima venne lasciato «il fucile in bocca come segno di sfregio, a significare che non avrebbe dovuto parlare. L’omicidio è avvenuto nella zona di Locri».

(fonte)

“Profugo? Una randellata nel muso”: la legge secondo i carabinieri di Aulla

Ecco qua:

«I negri sono degli idioti, sono delle scimmie». «Profugo? Io ti do una randellata nel muso se non stai zitto». «Minchia, le botte che hanno preso quei due neri». «Lo abbiamo preso, lo saccagnavamo di botte perché non voleva entrare in macchina… quante gliene abbiamo date». «Come siamo caduti in basso! Questa (parlano di Alessandra Mussolini – ndr) dice: “Tagliate i capelli al negro clandestino”. Il nonno tutte saponette ha fatto. Cioè, vuoi mettere la differenza proprio di utilità di sta gente? Ha capito tutto tuo nonno, te non capisci un c…». Conversazioni a ruota libera fra i carabinieri in servizio in Lunigiana. Intercettate dalle microspie piazzate nelle auto di servizio nel corso dell’inchiesta della procura di Massa costata l’arresto a quattro di loro e l’allontanamento dalla provincia di altri quattro, mentre ulteriori 18 militari e 4 civili sono indagati. L’inchiesta documenta decine e decine di reati, fra cui almeno cinque brutali pestaggi subìti nell’ultimo anno da un clochard polacco e da immigrati nordafricani, uno dei quali sbattuto a terra, la faccia schiacciata con una scarpa contro l’asfalto, la canna della pistola in bocca, pugni e calci in tutto il corpo. Emergono anche condotte non così violente ma spregevoli, come fare pipì sui materassi sui quali dormivano degli extracomunitari.

«Se i nostri vertici volessero veramente che smettono con i furti… ci danno carta bianca. Per un mese… tu nel giro di un mese debelli il 90% dei delinquenti. Carta bianca però ci vuole, eh! Guarda anche senza uccidere… Tutti i marocchini che ci stanno qua, che spacciano, che cosano… li prendi una volta al giorno, li carichi in macchina… tutti i giorni e li gonfi di botte. Gli devasti la casa, gli devasti tutto quello che c’ha. Un po’ di sana violenza, vedi che nel giro di un mese già le cose son cambiate da così a così».

E come fare a impedire alla gente di andare a comprare droga? Una scarica di multe per violazioni del codice della strada, inventando eccessi di velocità o il mancato uso delle cinture di sicurezza. «Bisogna cominciare a seminare il terrore tra quelli che comprano (droga – ndr)! Via soldi, punti, patenti, via!».

Poi se qualche auto aveva il contrassegno dell’assicurazione scaduto, bastava bucare le gomme. Punizione toccata anche a una sarta colpevole di fare prezzi troppo alti.

È come se Aulla e l’intera Lunigiana fossero una sorta di Far West, con tanto di sceriffi giustizieri armati fino ai denti. Agli indagati sono stati sequestrati alcuni taser, storditori elettrici con cui – diceva uno di loro – «ogni tanto damo una scaricatella a qualcuno». E poi manganelli, pugnali, coltelli a serramanico, un’ascia, che gli indagati tenevano in casa, in auto e anche in caserma. Alcuni erano arrivati a immaginare di uccidere in caserma un marocchino per far finire nei guai un maresciallo colpevole di aver avviato un procedimento disciplinare contro uno di loro. Secondo loro, nell’Arma tutti si dovevano sostenere. «La regola madre per fare il carabiniere è che quello che succede qua non se deve venì a scoprì. È cosa nostra. Proprio come la mafia». E la pm che ha “osato” indagare su di loro «deve morire, e male anche».

Il gip Ermanno De Mattia sottolinea la propensione alla violenza e l’intenso odio razziale che anima molti degli indagati. A proposito del brigadiere Alessandro Fiorentino, da mercoledì in carcere, scrive: «L’imponente mole di elementi indiziari ne dimostra un impressionante abituale ricorso alla violenza». E aggiunge: «Non è in grado di svolgere la sua attività di Carabiniere senza commettere numerosi e frequenti delitti… E, soprattutto quando si trova a interagire con extracomunitari o con persone socialmente emarginate, è privo di qualsiasi capacità di autocontrollo».

Mangialibri recensisce ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

Non è facile vivere in un paese come Mondragone senza “sporcarsi” la coscienza e diventare omertosi. Il silenzio e la cecità sono due condizioni indispensabili per vivere con tranquillità. Ma per Michele, orfano di genitori e che vive con il nonno, non è così normale. Per lui vivere in paese senza per forza asservirsi o entrare nelle grazie della famiglia Torre, che tutto comanda e dirige, è un obbiettivo. Finita la scuola, ha trovato lavoro presso una vineria e lì, onestamente, si guadagna da vivere tenendosi lontano dai giri sbagliati, con la sola compagnia del goffo Massimiliano, del nonno e della bella Rosalba detta “la silenziosa”. Gli anni trascorrono in fretta, il nonno, che ha sempre cercato di insegnargli la prudenza e il basso profilo, muore lasciandolo solo, mentre a Mondragone si continua a cadere sparati con la famiglia Torre che comanda e detta la propria legge su un paese sopra il quale regna il silenzio. Sono passati quarant’anni e Michele è diventato un uomo anziano, prossimo alla pensione. Ora lavora in un’agenzia di vigilanza: da quando la vineria è stata acquistata dai Torre lui è stato uno dei primi ad andarsene. Ha quattro figli, una nipotina che adora e Rosalba è sempre al suo fianco. Orgoglioso per non essersi mai sporcato le mani, attende l’ultimo giorno di lavoro per godersi la nipotina. Il suo sogno di vivere felice, in una casa con un bel giardino e in compagnia della sua famiglia è quasi raggiunto, ma a tormentalo ci sono i ricordi di Massimiliano, morto ammazzato per aver parlato apertamente, e del nonno, “certificato di quella terra: così ammaestrata e schiava, sempre omertosa e, in più, fiera di aver imparato così bene a essere omertosa e schiava”…

“Bisogna essere responsabili verso le persone che si amano” diceva il vecchio prima di morire. Dopo una vita spesa ad evitare di sporcarsi le mani, Michele si rende conto di essere diventato come suo nonno, ora che anche lui ha una nipotina da far crescere. A volte ci vuole una vita intera per capire certe cose, ma l’importante è arrivare a comprenderle. Allora il tempo speso per la comprensione si rivela utile, non importa la quantità. Non sempre basta essere integerrimi ed evitare i pericoli per essere giusti. Ciò che si chiede è la partecipazione e la chiara dichiarazione del proprio essere contro. Contro la mafia, contro gli abusi, contro chi usa la violenza per dettare la legge. Michele, saldo nei suoi principi, decide di resistere e non abbandonare un paese il cui destino appare segnato. La sola residenza a Mondragone basta a contagiare i suoi abitanti, che diventano ciechi e sordi, pur di non interferire con la famiglia Torre. Giulio Cavalli, con un racconto che vale come una piccola epopea famigliare e che dal 2007 vive sotto scorta a causa del suo impegno contro le mafie, ci racconta una storia che è anche una piccola battaglia personale, di civiltà ed eroismo. Non è eclatante, non è un gesto su larga scala e che avrà risonanza, ma la vita di Michele, nei suoi ultimi anni, alla fine diventa una testimonianza di coraggio. L’uomo che vede, che ragiona con la propria testa e che prende una decisione. Persino il dolore trova posto in una famiglia che si ritrova a tavola in un’ultima struggente immagine e che resta unita: una piccola comunità salda nei suoi sani principi che figli e nipoti porteranno avanti.

(fonte)

Huffington Post recensisce “Mafie maschere e cornuti”

(di Milene Mucci, fonte, la scheda dello spettacolo è qui)

Il teatro di Giulio Cavalli, un’amara risata sulla Mafia per una matura riflessione

A pochi metri dal palco, seduti in platea le “parole” ti piovono addosso. Dirette, come missili, come schegge di verità che, altrove, devi intravedere e faticosamente cercare. Ecco, questo realizzi immediatamente mentre ascolti Giulio Cavalli dire sul palcoscenico che “la parola contro le mafie funziona”. Questo realizzi quando ascolti che il teatro fa paura, il teatro dà fastidio.

Il suo teatro, dà fastidio. Perché il teatro, quello fatto cosi, è diretto, senza mediazione, senza nessun possibile, conciliatorio, tramite. Noi in platea e lui sul palco, che racconta. Non “solo” nomi e cognomi, verissime storie. Racconta di parole che ci hanno “portato via”, snaturandole, come “onore”per esempio.

Racconta di parole come armi, “antimafia culturale” per smontare e deridere quello che ci fanno credere invincibile ed invece non lo è.

“Non bisogna avere paura di ciò che non si conosce ma bisogna temere ciò che crediamo vero e invece non lo e'” ci dice, citando Mark Twain, inoltrandosi come un giullare del ‘500 contro il potere, nello smontare icone mafiose, da Riina a Provenzano. Facendoci capire così, fra un sorriso ed una battuta, che quello che appare non è che dietro, neanche molto distante, niente è a caso e il quadro è molto, molto più grande.

Ci fa capire che “commemorare” è praticare memoria ed è praticare memoria ciò che dà fastidio, così come dà fastidio riderne di mafia e di boss perché “la risata sbriciola ciò che ci hanno fatto sempre credere vero”, compresi certi miti.

Così scopriamo che Provenzano quando viene arrestato viveva in mezzo a cacche di capre, pentolini incrostati, collezioni di santini, pasta senza glutine e non nel bunker di Guerre Stellari che l’immaginario ci farebbe credere.

O che è inutile parlare di minacce ricevute perché fa, invece, bene sorridere, demolendola, sulla bara inviata in teatro e rivenduta perché lui, Giulio il destinatario, non sapeva dove sistemare.

Insomma, durante questa “giullarata” di “Mafie, maschere e cornuti” che sta andando in scena con ascolti storie che sono cresciute da sole, nonostante il silenzio complice e ignavo di Stato, silenzio che tutti tranquillizza e rassicura.

Storie come il funerale “oscenamente privato” di Ambrosoli a Milano, sepolto in fretta d’estate solo con la moglie, i figli e l’amico maresciallo della Guardia di Finanza, o quella dei nomi che non si possono fare nelle storie dei mercati ortofrutticoli o quella dimenticata, e ancora da chiarire, di Bruno Caccia, magistrato ucciso a Torino nel 1983 nell’attimo di libertà in cui passeggiava col cane.

Storie come quella di Denise, figlia di Lea Garofalo o di altri testimoni di giustizia, gente che in Italia troppo spesso deve sparire, mimetizzarsi, dimenticare la propria vita invece di poterla riprendere orgogliosamente in mano, come sarebbe naturale dopo tanto coraggio.

Perché “siamo un paese che si innamora delle fragilità sbagliate”, che non sa proteggere chi merita,un paese che ci fa intendere le intercettazioni come pratica brutale contro la privacy dei potenti “, un paese dove “se hai uno spettacolo antimafia non esci neanche sul gazzettino della parrocchia, mentre se sei al 41 bis ti ascoltano”.

Insomma, il tempo passa veloce mentre Giulio e Francesco Spina, il suo musicista, sono sul palco.

Passa veloce mentre ti scorrono nella mente le immagini della tua città, delle tante città in Italia dove vedi materiaizzati quei soldi di cui sta raccontando, quei “soldi che non devono avere più la forma di soldi”, che diventano ristoranti inspiegabilmente sempre vuoti, centri commerciali stranamente uno accanto all’altro, bar, casermoni di appartamenti deserti o file di capannoni fantasma in aeree industriali di città impoverite.

Ritornano a bomba queste parole nella nostra mente e ci toccano proprio per la semplicità estrema, la forza con cui sono dette. La stessa con cui dobbiamo trattenerle. Perché è un dovere farlo, un dovere portarsele a casa.

Un dovere ricordare quella seconda parte, dimenticata e così poco in luce, dell’art. 4 della nostra Costituzione che ci viene ricordata.

Quella sommersa dalla prima, così fondamentale sul valore del lavoro ma in cui si recita straordinariamente che come cittadini abbiamo il dovere di svolgere secondo le nostre possibilità “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”!

Il dovere. Insomma, dove ci viene detto chiaramente che “l’indifferenza è incostituzionale” e che è un dovere, quindi ,essere di parte, scegliere da che parte stare. Essere “partigiani”, sempre ,ancora, nel senso autentico della parola.

Essere partigiani chiedendosi cosa abbiamo fatto e cosa facciamo, alla fine, per Denise, per Lea e per tutte queste altre storie che commemoriamo e che ci sono state raccontate.

Si ritorna a questo teatro, che poi teatro alla fine poi non è, perché vivo vero, irridente e demolitore. A questo teatro che ” funziona solo se ce ce lo portiamo a casa”.

Le luci si spengono, la platea si svuota, la convinzione che Giulio ce l’abbia fatta anche stasera a lasciare ancora qualcosa. La capacità di deridere quello che ci fanno vedere e di cercare, invece, seriamente ed ogni giorno quello che ci nascondono.

Insieme all’immagine evocata che, prima o poi, dal fondo della platea si alzi Denise, la figlia di Lea, che salutandoci serena possa dire: “Io sono qui. E sono IO”.

Semplicemente.