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‘Ndrangheta: preso il vigliacchetto latitante Rocco Barbaro

(ne scrive Lucio Musolino per Il Fatto Quotidiano)

Per la latitanza aveva scelto la Calabria e, in particolare, la sua Platì considerata “culla” della ndrangheta. È stato arrestato intono alle 13 il boss Rocco Barbaro, 52 anni (nella foto), ricercato dal 2015 e che a breve sarebbe stato inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia. Secondo la Procura di Milano, Rocco Barbaro è l’attuale referente Lombardo delle cosche calabresi.

I carabinieri del gruppo Locri lo hanno scovato all’interno dell’abitazione di una delle figlie. Conosciuto con i soprannomi di “u Sparitu” e “u Castanu“, Rocco Barbaro era ricercato perché destinatario di un’ordinanza di arresto per associazione mafiosa emessa dal gip di Milano su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

I fatti contestati si sarebbero consumati tra il maggio 2013 e il gennaio 2014, quando il boss, secondo l’accusa, è stato intermediario della cessione della proprietà di un bar nel capoluogo lombardo. L’accusa per “U Sparitu” è intestazione fittizia a una terza persona, in quanto la precedente gestione del bar aveva contratto numerosi debiti, in particolare con i Monopoli di Stato.

Oltre alla compravendita dell’esercizio commerciale, Rocco Barbaro avrebbe gestito in modo occulto il bar controllando in tutto e per tutto l’operato del nuovo titolare, anch’egli originario di Platì.

Già due volte latitante (nel 2003 è stato arrestato sempre a Platì), Rocco Barbaro è figlio del patriarca Francesco e fratello di Giuseppe considerato il “re” dei rapimenti. Da anni si era trasferito in Lombardia, a Buccinasco, alle porte di Milano, dove il clan Barbaro ha numerosi interessi soprattutto nel traffico di droga.

Champagne e pasticcini per il ritorno del boss: Papalia arriva a Buccinasco

Ne scrive Cesare Giuzzi per il Corriere:

Via Nearco è un budello a senso unico. È una strada quasi insignificante, specie con questa pioggia fastidiosa. E non c’è neppure parcheggio anche se è sabato pomeriggio, ma sembra l’ora di punta, di un giorno di punta.

Eppure è qui, in un seminterrato al civico 6 con la porta blindata dalla quale escono voci di grandi e bambini, segnali di giochi e di festeggiamenti, che passano oggi i più delicati equilibri criminali del Nord Italia. E forse dell’Italia intera. Perché Nginu Rocco, Rocco Papalia, 66 anni, è tornato a casa. Dopo cinque lustri di carcere, dopo aver retto insieme ai fratelli Domenico e Antonio, il governo della ‘ndrangheta in Lombardia negli anni Novanta.

E non importa se quella casa Nginu neppure l’aveva mai vista, figuriamoci abitata. La sua, quella di via Papa Giovanni XXIII ad Assago dove viveva prima di essere arrestato nel ‘91, oggi è confiscata e affidata alla Caritas. E sul muretto esterno ha un graffito con il sorriso eterno di don Pino Puglisi, il prete di Brancaccio ucciso da Cosa Nostra.

Ma Rocco è tornato, nella sua Buccinasco. E nel battito d’ali che è bastato a far scattare la serratura della sua cella, il ritorno del boss ha spazzato via anni di lotta e cultura antimafia in una cittadina che ha cercato senza riuscirci di togliersi l’etichetta di Platì del Nord. Erano i tempi dei sequestri, dei cento omicidi all’anno tra Milano e provincia, del rapimento di Cesare Casella. Erano anni sanguinari, gli anni dei Sergi, dei fratelli Papalia, dei Barbaro, dei Trimboli, dei Molluso. E di fatto, dopo il blitz Nord-Sud del 1993, qualcosa era anche cambiato a Buccinasco, a Corsico, a Cesano Boscone. Ma mai del tutto.

Era cambiata certamente una cultura della legalità che qui organizza festival, incontri, dibattiti. Che ha portato alla confisca di una parte di quella villetta di via Nearco dove oggi si festeggia il ritorno del boss scarcerato venerdì sera da Secondigliano (Napoli). Nell’ala sequestrata c’è un appartamento gestito da un’associazione che dal 2015 ospita profughi e richiedenti asilo. Era stato confiscato a Serafina Papalia, 37 anni, figlia di Rocco, e al marito Salvatore Barbaro, del ramo dei pillari, coinvolto nelle operazioni Cerberus (2008) e Parco Sud (2009). Ora i migranti si troveranno a condividere il cortile proprio con il boss Papalia. Sul cancello c’è un cartello posto dal Comune di Buccinasco con tutti i nomi delle vittime di mafia. Poco più in là sull’ingresso pedonale c’è invece la targhetta d’ottone con il nome di «Papalia Rocco» e della moglie «Feletti Adriana». È lei adesso a portare i soldi a casa: con la figlia Serafina gestisce il bar Pancaffé di via Ludovico il Moro, 159. Ieri chiuso.

Intorno alle 17.20, all’ingresso di casa Papalia citofona un ragazzo sui 30 anni arrivato a piedi dopo aver parcheggiato una Smart bianca. Sotto braccio ha una confezione gialla con una bottiglia di champagne Veuve Clicquot. Suona, entra, scende i pochi gradini e sparisce. Alle 17.05 la scena si ripete. Stavolta il ragazzo è più giovane, indossa una tuta rossa, e ha capelli rasati sui lati. Stringe tra le braccia un’altra confezione di champagne. E poi bambini e genitori, nonni con confezioni di pasticcini.

Parenti e nipotini che Rocco Papalia, tra le carceri di Badu ‘e Carros e Secondigliano, in questi 26 anni neppure ha mai visto. Sono tutti parenti i Papalia, i Sergi, i Barbaro, i Trimboli, i Perre. E quindi conta poco il fatto che il neo uomo libero Rocco Papalia non possa frequentare pregiudicati come dispone la sorveglianza speciale che durerà tre anni e che gli impedirà di lasciare Buccinasco e lo obbligherà a stare in casa di notte. Ieri il sindaco Giambattista Maiorano ha protestato, per quanto si possa protestare per un provvedimento di scarcerazione che rispetta tutti i crismi della legge, che in uno Stato democratico è un diritto. Ma di certo il ritorno di Papalia agita (e non poco) i sonni dell’Antimafia milanese. Specie se si pensa che tra un mese ci sono le elezioni comunali.

Rocco era il solo dei tre fratelli a poter sperare un giorno di uscire dal carcere. Domenico e Antonio hanno condanne all’ergastolo (ostativo). E Nginu c’era andato vicino già tre anni fa, quando avrebbe dovuto usufruire dei primi permessi. Poi era arrivata una nuova misura cautelare per l’omicidio del nomade Giuseppe De Rosa, ucciso nel ‘76 fuori dalla discoteca Skylab. Ad incastrarlo una intercettazione di due affiliati che raccontarono a oltre trent’anni di distanza di come fu proprio Papalia a sparare. Quello, secondo i giudici, fu l’omicidio che segnò l’ascesa degli uomini di Platì (Reggio Calabria) a Milano. Per tenerlo in cella era necessario arrivare a una condanna all’ergastolo. Rocco Papalia,nel complesso gioco di aggravanti e attenuanti, venne condannato a trent’anni. Troppo poco. Così, una volta alla conta dei «cumuli» di pena, Papalia è stato scarcerato. «Un provvedimento di legge, non c’è da stupirsi di nulla», commenta ora l’avvocato Ambra Giovene. I parenti lo aspettavano a casa per giugno, la notizia ha sorpreso in parte anche loro.

E adesso preoccupa gli investigatori. Perché dopo gli arresti degli anni Novanta e gli ultimi colpi tra il 2010 e il 2014, il clan più potente del Nord Italia (il fratello Antonio era «capo della Lombardia») s’era ritrovato con un vuoto di potere. Una «vacanza» colmata solo in parte dagli eredi di famiglia. Personaggi come Domenico Trimboli, alias Micu Murruni, o come Antonio Musitano, alias Toto Brustia, seppure di buon pedigree mafioso, mai avrebbero potuto portare (e sopportare) un cappello tanto grande. Lo aveva fatto Rocco Barbaro, ‘u Sparitu, che dopo la scarcerazione aveva lavorato a Buccinasco come gommista. Ma pochi mesi dopo è tornato in Calabria per poi darsi latitante, inseguito da un ordine di cattura per mafia. Ora c’è Nginu. E con Rocco Papalia libero cambia tutto.

 

«Santamamma, un libro che doveva essere scritto»: la recensione di Lara Cardella

(Lara Cardella, scrittrice, scrive di Santamamma nel suo blog, qui)

Ci sono libri che vanno al di là delle categorie del “bello” e del “brutto”, io li definisco i “libri che devono essere scritti” e, perciò, letti. “Santamamma” è uno di questi libri. L’autore, Giulio Cavalli, è noto per la sua lotta contro la mafia e, in questa veste, l’ho conosciuto. In questi abiti l’ho intervistato, anni fa, l’ho ammirato e seguito nelle sue instancabili denunce contro ogni malaffare. In questi panni, l’ho ritrovato in tutti i libri che ha scritto e che ho letto, inserendolo nel mio personale album degli “eroi”, gente profondamente onesta e coraggiosa che, in ogni loro lotta, non esitano a metterci faccia, mani, vita tutta. Ma quei vestiti sono subito risultati strettissimi quando mi sono ritrovata a leggere   “Santamamma”: lo stile è certamente il suo, inconfondibile, ma non si trattava di un saggio, era la storia di più vite. La sua, certamente. Abilmente travestita (al punto da chiederti dove arrivi la finzione letteraria), si spalanca attraverso quel dolore, quella domanda che aleggia per tutto il romanzo e che mai viene espressa:”Perché mamma non mi ha voluto? Perché mi ha abbandonato?”.

Una domanda che non appartiene soltanto a chi è stato rifiutato e costretto a crescere in un istituto, ma che può cogliere ognuno di noi in qualsiasi momento della nostra vita: di fronte a un’incomprensione, un diniego, una separazione. Il “buco” di cui Carlo, l’alter ego di Giulio, parla lo accompagna sempre, anche se viene adottato da una famiglia che lo ama, che si prende cura di lui; rimane la ferita dei “non amati”, diventa ricerca di verità, ma anche scontrosità, incapacità ad aprirsi e regalarsi le gioie semplici di una frase gentile, come se temesse di lasciare scoperta una parte di pelle dalla corazza che s’illude lo possa proteggere da nuovi abbandoni. Carlo attraversa la sua vita quasi con incoscienza, lasciando che le cose gli accadano, scegliendo solo per rifiutare: accadrà così che si troverà eroe per caso, simbolo della lotta contro la mafia, in mano ad agenti speculatori. E s’intravede tutta la stanchezza di Giulio, costretto da anni a vivere sotto scorta come Carlo; e finalmente si comprende il suo rifiuto per la retorica dell’eroe, la pesantezza di essere costretto in quei panni di cui parlavo prima: è un attacco, durissimo, alla società, a noi, a chi lo vuole identico a sé stesso e immutabile.

E’ la rivendicazione di un uomo che chiede di essere come vuole, di non assecondare nessuno, libero. E per riprendersi questo suo diritto abbandona lo show osceno di chi gioca con la sua volontà di poter essere sé stesso. Cerca le sue radici, fa i conti con quell’ombra, la mamma che tutto divora, decide di sapere. Un atto di coraggio, in ogni caso. Spogliarsi della sua veste di eroe per tornare ad essere  solo Giulio,per trovarsi e presentarsi al lettore con le proprie debolezze,fragilità, forze insospettate, scavi interiori crudeli innanzitutto verso sé stesso ché Giulio nulla si perdona. Con uno stile spezzato, frammentato, amore per la parola mai banale, Giulio Cavalli offre al pubblico un racconto in cui ogni personaggio è animato da pulsioni vere, chiede di essere letto con attenzione, perché il suo non è un libro che si fa dimenticare.

Ti accosti, allora, con pudore a questa storia, vergognandoti di quelle domande che, inevitabilmente ti si presentano (ma gli è successo davvero?), le cacci perché sai che ha già dato tutto in quel romanzo, che gli deve essere costato più di quanto si possa chiedere a qualunque autore (a cominciare dalla dedica). Ci sono libri che devono essere scritti. E, perciò, devono essere letti. Anche con dolore, ma devono essere letti.

La bella idea di confiscare i beni anche ai corrotti

Tra le buone leggi che ci teniamo a mente e di cui possiamo andare fieri in giro per il mondo la legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni ai mafiosi forse è una delle più splendenti per la sua funzione di manifesto senza mediazioni del contrasto alla criminalità organizzata.

Pare, da queste parti, che compito il compito di certa politica sia quello di imbellettarsi in occasione della commemorazione di La Torre e di sfoderare una certa retorica per magnificare il passato.  Nel 1982, quando la politica decise che le ricchezze guadagnate con il sangue fossero illegali e quindi da ritornare allo Stato, la svolta legislativa fu anche l’inevitabile inizio di un sferzata culturale e morale sul tema delle mafie. Uno di quei dibattiti che, nel bene o nel male, impedisce ai protagonisti di chiamarsene fuori.

Tra le impolverate carte del Parlamento giace da tempo una proposta di legge che chiede di estendere la normativa antimafia di sequestro dei beni anche ai casi di corruzione.

(continua su Left)

Le false percezioni dei fenomeni sociali (e le pericolose conseguenze)

(di Fabrizio Tonello, Docente di Scienza politica presso l’università di Padova, dove insegna, tra l’altro, un corso sulla politica estera americana dalle origini ad oggi)

Quest’anno ho due insegnamenti a Comunicazione, uno nel corso di laurea triennale e l’altro nel corso magistrale: in totale circa 120 studenti. Come sempre, il primo giorno ho fatto un test (anonimo e privo di valutazione) per avere un’idea del livello medio dei frequentanti; quest’anno, però, ho aggiunto alle domande sulle materie di studio una piccola ricerca sulla “dieta informativa” dei ragazzi, per capire se usano la televisione o Facebook, il quotidiano locale o Twitter. E, soprattutto, per capire cosa ricordano di ciò che vedono o leggono.

I risultati sono questi: il 90% ha una pagina Facebook ma la usa principalmente per i contatti con gli amici. Il 25% ha guardato un telegiornale la sera precedente. Il 10% ascolta la radio (ma solo per la musica). Lo 0% ha comprato un quotidiano. Non è un refuso: dalle risposte risulta che su 120 iscritti a un corso di Comunicazione (e quindi presumibilmente interessati a una carriera nel settore) nessuno acquista un quotidiano.

Poi, scavando più a fondo, si scopre che qualcuno ha risposto di non aver comprato il giornale ma lo legge al bar, o a casa se lo comprano i genitori. Qualcun altro legge le versioni on line di Repubblica piuttosto che del Fatto quotidiano ma la sostanza non cambia: per la generazione dei ventenni italiani dell’anno 2017 la stampa tradizionale è come se non esistesse.

Questo non è di buon augurio per le imprese editoriali ma ce ne occuperemo un’altra volta: penso sia più urgente riflettere su come può funzionare una democrazia se la maggioranza dei cittadini è indifferente alle notizie che incidono sulla qualità della loro vita.

Per esempio, la criminalità. Basta guardare un telegiornale o aprire un quotidiano locale per trovare titoli sul “degrado”, il “Far West urbano”, le “violenze del branco”, quando non veri e propri “massacri”. Un crescendo di allarmi che dietro hanno quasi sempre fatti di modesta entità, o comunque inevitabili in una società industrializzata: per esempio, quel modello di serietà e precisione che è il Sole-24 ore titolava qualche mese fa: “Italia, più di 7500 reati al giorno. Scopri le province criminali” (16 ottobre 2016). Era solo leggendo con attenzione il testo dell’articolo, basato sui dati diffusi dal ministero dell’Interno, che si scopriva che“nel complesso la situazione appare migliorata”, visto che “il totale dei delitti denunciati all’autorità giudiziaria è diminuito del 4,5%” e che “l’arretramento delle denunce interessa quasi tutte le tipologie di reati”.

I titoli, le locandine, le fugaci immagini del telegiornale non sono innocenti: creano impressioni durevoli, sensazioni amplificate dai casi clamorosi che periodicamente vengono proposti alla nostra attenzione. Nel gergo degli studiosi di comunicazioni di massa, i media creano la “salienza” di avvenimenti o temi che, in sé, non sono né più né meno importanti di altri fenomeni. Il terrorismo è stato imposto da Donald Trump al- l’attenzione degli americani benché il numero di vittime di attentati sia insignificante rispetto al numero di vittime di omicidi di altro tipo, o di incidenti stradali, o di incidenti sul lavoro.

I miei studenti non sono del tutto disinformati: evidentemente l’attenzione ossessiva che dedicano ai loro smart phone dà qualche risultato: per esempio la grande maggioranza di loro concorda sul fatto che gli omicidi in Italia non sono aumentati negli ultimi anni. Però, chiedendo loro quante sono le vittime di uccisioni si incontrano solo sguardi vuoti. Insistendo, e proponendo delle cifre, si ottengono risposte vaghe, fino a che uno di loro (tra i migliori del gruppo) azzarda: “Cinque o seimila?”.

Gli omicidi nel 2015 sono stati 469, quindi la percezione che molti ragazzi hanno del fenomeno è che le sue dimensioni siano oltre dieci volte quelle reali. Per dare un minimo di contesto: l’Italia non ha mai avuto più di 2.000 omicidi, neppure negli anni peggiori delle stragi di mafia e di camorra, il picco fu raggiunto nel 1992 e da 25 anni il trend è regolarmente in discesa.

Un’altra scoperta interessante del test è che ne ho discusso i risultati l’8 marzo, mentre fuori dalle finestre dell’aula risuonavano le musiche e gli slogan dei cortei. Oltre a chiedere il numero complessivo di omicidi, ho chiesto qual era, secondo gli studenti presenti, la ripartizione per genere delle vittime: metà e metà? Due terzi-un terzo? La maggioranza dei fatti di sangue riguardava gli uomini o le donne?
Risposta praticamente unanime: la maggior parte delle vittime sono donne.

Cosa ci dicono i dati del ministero dell’Interno? Che nel 2016 le donne uccise sono state 107, in diminuzione del 3% rispetto all’anno precedente. Quindi, le vittime di sesso femminile sono circa il 23% del totale, meno di una su quattro. La campagna di sensibilizzazione “Non una di meno” è meritoria, e dal punto di vista comunicativo è stata certamente efficace: gli studenti ne hanno tratto l’impressione che la violenza contro le donne sia un’epidemia dilagante. La realtà è che sono diminuite le lesioni (-11%), le percosse (- 19%), le minacce (-16%), le violenze sessuali (-13%), i maltrattamenti in famiglia (-6%) e lo stalking – atti persecutori (-11%).

Le percezioni distorte di fenomeni sociali rilevanti, come la criminalità, l’immigrazione, la disoccupazione, sono un problema perché inducono i cittadini ad appoggiare, o a non ostacolare, politiche che vanno contro i loro interessi. Per esempio, l’Italia ha un numero abnorme di addetti alle sicurezza. Abbiamo quattro corpi distinti: la polizia di stato, i carabinieri, la guardia di finanza, la polizia penitenziaria, a cui vanno aggiunti la guardia costiera, i corpi forestali, le polizie provinciali e quelle locali. Senza contare i reparti dell’esercito impegnati nell’operazione “strade sicure”.

Questa militarizzazione del territorio non è obiettivamente giustificata né dalle minacce terroristiche, né dalle dimensioni della criminalità organizzata: è un retaggio della lotta alla mafia e al terrorismo che nessun governo ha il coraggio di rimettere in discussione. Il costo di questo apparato imponente potrebbe essere ridimensionato e i risparmi potrebbero essere impiegati diversamente, per esempio per il diritto allo studio, l’edilizia scolastica, il miglioramento degli stipendi degli insegnanti o l’integrazione dei rifugiati. Queste politiche vengono invece sacrificate a “superiori” ragioni di bilancio che dipendono da percezioni infondate.

Naturalmente il problema di impressioni superficiali ed errate riguarda la cittadinanza nel suo complesso ma è particolarmente grave che un gruppo più scolarizzato e, teoricamente, più informato degli altri (in fondo l’università è una condizione privilegiata rispetto a quella della casalinga di Voghera) sia così distante dalla realtà e quindi incapace di scelte razionali in politica.

‘Ndrangheta: intanto hanno arrestato Francesco Condello, figlio del boss Pasquale

(Ne scrive Lucio Musolino per Il Fatto Quotidiano)

L’uomo è accusato di associazione a delinquere finalizzata all’organizzazione di corse clandestine di cavalli e di un giro di scommesse. Ma anche di maltrattamenti dei cavalli e di esercizio abusivo della professione medica in quanto agli animali venivano somministrati farmaci per potenziare il rendimento

È finito in carcere anche Domenico Francesco Condello, detto “Franceschino”  al quale domenica 30 aprile all’alba i carabinieri hanno notificato l’ordinanza dicustodia cautelare emessa su richiesta della Direzione distrettuale antimafiadi Reggio Calabria. È il figlio del boss Pasquale Condello, alias il “Supremo”,  il più grande ex latitante calabrese catturato dai Ros nel 2008 dopo oltre 20 anni alla macchia.

Con lui e con altri tre arrestati, i giudici per le indagini preliminari Domenico Santoro, Karin Catalano e  Massimo Minniti hanno chiuso il cerchio dell’inchiesta Eracle convalidando anche i 15 fermi eseguiti nei giorni scorsi da carabinieri e polizia che hanno fatto luce su come la ‘ndrangheta gestisce un vastotraffico di sostanze stupefacenti nella città di Reggio Calabria, il servizio di buttafuori nei lidi sul lungomare e ha affidato il controllo del quartiere di Arghillà alla comunità rom.

Francesco Condello è accusato di associazione a delinquere finalizzata all’organizzazione di corse clandestine di cavalli e di un giro di scommesse. Ma anche di maltrattamenti dei cavalli e di esercizio abusivo della professione medica in quanto agli animali venivano somministrati farmaci per potenziare il rendimento.

Secondo il gip Santoro, le condotte di Franceschino Condello “sono espressione di una particolare pervicacia, connotate da modalità di consumazione che rivelano quale unico interesse quello economico, in totale spregio per la salute degli animali”. In un’occasione, il figlio del boss ha scoperto e distrutto una telecamera nascosta dai carabinieri nei pressi del luogo dove venivano fatti correre i cavalli. “Finanche l’eliminazione di mezzi investigativi, come la telecamera da lui fatta eliminare, – scrive sempre il gip – denota, peraltro, la negativa personalità dell’indagato e la sua contiguità a contesti di criminalità organizzata”.

Oltre a Condello e agli altri indagati già in carcere, sono stati arrestati Domenico Stillittano (che dal carcere impartiva disposizioni agli uomini del suo clan), Fortunato Caracciolo (uno dei soggetti che si occupava assieme a Domenico Nucera del servizio di security nei locali della movida reggina). Entrambi sono accusati di associazione mafiosa. Giovanni Magazzù, infine, è finito in carcere pertraffico di droga in quanto, secondo i pm della Dda, ha avuto un ruolo di primo piano nell’attività di spaccio della cocaina.

Ma l’indignazione (giusta) per le donne dell’est dov’è finita con Dell’Utri in prima serata?

Ma tutte le voci contro Paola Perego (e i suoi autori) per quell’abominevole slide di luoghi comuni sulle donne dell’Est dove sono finite oggi dopo una delirante intervista che Sky Tg24 ha concesso a Marcello Dell’Utri (amico di mafiosi per conto terzi) permettendogli di infilare una serie di castronerie già smentite da un regolare processo e dalla Storia?

Abbiamo sopportato il figlio di Riina che ha incensato cotanto padre da un imbarazzante Bruno Vespa che si fingeva imbarazzato, un capo di governo che per anni ha attaccato i magistrati a reti unificate, un ministro che ci consigliava di “convivere” con la mafia, sindaci che ne negavano l’esistenza e tutta una serie di inesattezze, superficialità e false litanie.

Ora, di nuovo, torna Dell’Utri che dichiara impunemente: “Che io sia qui per un fatto politico mi pare che sia nelle cose. Non ho niente da spiegare, ho già detto tutto in lunghissimi interrogatori ai giudici, spiegato quale era il mio contatto con la mafia. Aver conosciuto Vittorio Mangano che poi fu fattore ad Arcore è stata la base dell’accusa per cui mi hanno ristretto qui, ma non ho niente da spiegare. È una guerra politica, non mi sento neanche un capro espiatorio. L’unico rammarico è che il processo è durato tanto, per cui sono qui in tarda età. Se fossi stato qui in età minore avrei superato meglio la detenzione”.

Ma niente sdegno stavolta. L’antimafia non è pop. I mafiosi, invece, terribilmente sì.

(per chi volesse farsi un’idea sulle mistificazioni di Marcello Dell’Utri abbiamo un libricino scritto apposta, lo trovate qui)

Buccinasco: arrestato il genero (latitante) di Papalia

Ne scrive Cesare Giuzzi per il Corriere della Sera:

Nella mafia si dice che non ci sia rifugio più sicuro che casa propria. E in effetti anche Giuseppe Grillo non era andato molto lontano. E non solo perché dalla sua casa di via Cadorna a Buccinasco al covo di via Mascagni 7, c’è poco più di un chilometro in linea d’aria. Ma perché quell’appartamento al quarto piano era stato, qualche anno prima, l’indirizzo di residenza di suo cognato, Domenico Papalia. La casa era vuota in attesa di essere venduta all’asta. Dentro solo pochi mobili: tavolo, sedie, un letto e un comodino. Sopra la copia del libro «L’invisibile» di Giacomo Di Girolamo sulla vita di Matteo Messina Denaro, l’uomo più ricercato d’Italia.

Giuseppe Grillo non è un mafioso. È nato a Locri, in provincia di Reggio Calabria, ma la sua famiglia è originaria di Platì, feudo delle cosche d’Aspromonte, regno dei Barbaro, dei Perre, dei Trimboli, degli Agresta, dei Musitano. Nel pedigree criminale di Grillo ci sono molte note e tutte di poco conto se si esclude la condanna, appunto, a 7 anni e 4 mesi rimediata in un’inchiesta antidroga dei carabinieri di Corsico che risale a dieci anni fa. La condanna è diventata definitiva a febbraio, con il rigetto da parte della Cassazione del suo ricorso, e di quello di altri trafficanti. Era da questa condanna che scappava da quasi tre mesi.

Ma la sua non è la storia di un semplice spacciatore di cocaina. Più dei precedenti (anche un’accusa di tentato furto) — secondo la polizia — conta il suo stato di famiglia. Perché dopo essersi trasferito a Buccinasco Giuseppe Grillo ha sposato Serafina Papalia, la figlia di Antonio, il boss dei sequestri degli anni Novanta. E Antonio, 63 anni, oggi all’ergastolo nel carcere di Padova dove scrive libri e viene premiato per le sue raccolte di poesie, insieme ai fratelli Domenico e Rocco è considerato uno dei padrini più importanti arrivati negli anni Settanta in Lombardia. E la famiglia Papalia è legata in modo indissolubile a tutti i rami della cosca dei Barbaro di Platì, dai nigri, ai rosi, ai potentissimi castani. E oggi condiziona anche i nuovi assetti delle cosche calabresi visto che il maggiore dei figli di Antonio, il 38enne Pasquale, ha sposato Giuseppina Pelle, la figlia di Peppe Pelle, a sua volta discendente del boss Toni Gambazza di San Luca. Il gotha della ‘ndrangheta della droga e dei sequestri riunito in una sola famiglia.

Che i matrimoni nella ‘ndrangheta siano strumento per alleanze criminali più che il coronamento di storie d’amore, lo sostengono molti investigatori e studiosi. Su tutti il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Che lo stesso valga nelle aule giudiziarie, invece, è ancora tutto da stabilire visto che proprio il processo Cerberus che vede alla sbarra i nuovi assetti dei Barbaro-Papalia è appena ricominciato (per la terza volta) in giudizio d’appello dopo il doppio rinvio della Cassazione. Perché per i giudici non basta un certificato di matrimonio a stabilire un patto tra clan o la presunta appartenenza alla ‘ndrangheta.

Per questo è impossibile sostenere che anche quello di Serafina Papalia e Giuseppe Grillo sia stato un matrimonio d’interesse. Ma sposare la figlia di un boss ergastolano come ’Ntoni Carciutu, il soprannome di Papalia, garantisce nell’ambiente criminale una sorta di aura di onnipotenza. E allora oggi a leggere i verbali dell’arresto di Grillo qualcuno potrebbe sorridere immaginando la scena di una latitanza quasi improvvisata, con la moglie pedinata mentre porta panni e spesa al marito chiuso in casa e i poliziotti della squadra Mobile nel parco che passeggiano con il cane fingendosi vicini di casa. Perché è stato davvero così, seguendo i movimenti di Serafina Papalia, che gli investigatori guidati da Lorenzo Bucossi sono arrivati a scoprire il covo del latitante e — mercoledì sera — a mettergli le manette. Lui ha detto che si sarebbe consegnato, che attendeva solo la prima comunione della figlia da qui a pochi giorni per presentarsi ai carabinieri. Tanto che ha mostrato la valigia già pronta accanto al letto. Ma le cose non sono andate proprio in maniera così artigianale. Anzi. E per gli agenti Giuseppe Grillo era pronto invece a fuggire. A cambiare covo o forse a cercare riparo nella sulle montagne di Platì, in attesa di tempi migliori. La sola certezza è che Grillo non s’è mai mosso da Buccinasco in questi tre mesi e che si sentiva sufficientemente sicuro. Almeno fino a mercoledì quando a Grillo sarebbe arrivata la soffiata che gli annunciava che sarebbero arrivate le guardie.

I poliziotti hanno seguito la moglie lungo la passeggiata Rossini, un percorso pedonale attraverso il verde che porta al complesso di via Mascagni. Poi sono riusciti a entrare nel palazzo attraverso i box e infine si sono appostati alla porta. Grillo ha cercato di rubare preziosi secondi prima di aprire la porta blindata che gli sono serviti per lanciare dal quarto piano il telefonino (un Nokia di vecchio tipo) con il quale effettuava chiamate brevissime e che accendeva solo pochi minuti al giorno. Il telefono però — a conferma della proverbiale fama dei vecchi cellulari — è rimasto intatto. E ora potrebbe svelare molti segreti sulla rete che lo ha protetto.

A Serafina Papalia gli investigatori erano arrivati durante un’indagine dell’Antirapine, il suo cellulare era in contatto con alcuni personaggi e intercettandolo i poliziotti hanno capito che era lei a fare da «vivandiera» al marito. E lo faceva stando attenda a parcheggiare lontano da via Mascagni e a raggiungere il covo solo a piedi. Lei e il marito fino allo scorso ottobre avevano gestito il bar Ritual di piazzetta San Biagio a Buccinasco. Contro l’apertura del locale si era subito schierato il Comune, poi i carabinieri della stazione di Buccinasco, guidati dal maresciallo Vincenzo Vullo, ne avevano ottenuto la chiusura dalla Prefettura. Il motivo? Ovviamente i legami con il clan di famiglia. Ora il locale, dopo una lunga chiusura, ha cambiato gestione.

Chi ha ucciso #MafiaMaps

Pierpaolo Farina si occupa di mafia da quando lo conosco. Se ne occupa nel modo più incontestabile possibile: la studia. La studia e ne parla. E sulla mafia ha lanciato (tra gli altri) in questi anni due progetti che ci sono preziosi: una libera enciclopedia sulle mafie (WikiMafia) e un’app che permette di “mappare” le famiglie e le attività mafiose (MafiaMaps).

Pierpaolo Farina, insomma, è uno scassaminchia, uno di quelli che non si accontenta di stare in disparte. Proprio per MafiaMaps nei mesi scorsi una fresca ondata di consenso popolare ha permesso di dare forza a un crowdfunding che avrebbe dovuto finanziare una prima parte di progetto. Non so voi, ma a me una mobilitazione antimafiosa mi mette sempre terribilmente di buonumore.

Ora MafiaMaps è ferma. Bloccata. Il perché ce lo spiega proprio Pierpaolo:

Un anno fa ti presentavamo al mondo, anche se quella roba lì non era minimamente quello che in realtà dovevi essere: funzionavi talmente male che ti abbiamo dovuto spacciare per beta, piena di bug e addirittura problemi al login. La colpa non era mica nostra: io ti ho pensata, ti ho immaginata, ma il tuo codice doveva scriverlo per forza un informatico.

I soldi del crowdfunding, di quella meravigliosa campagna che è stata #mappiamolitutti tra il 21 marzo al 23 maggio di due anni fa, non sono evidentemente bastati alla Moko Srl di Simone Barbieri per reputarti meritevole di un buon lavoro. Tant’è che non l’hanno finito, ma i soldi se li sono tenuti.

C’è una causa in corso, perché c’è un contratto firmato che non è stato rispettato e dei danni materiali e di immagine evidenti. In un paese normale avrei già avuto tutti i soldi per restituirti la vita che meritavi, in Italia stiamo ancora aspettando la prima udienza. Ma lo sai che non mi sono dato per vinto, non potevo: per fedeltà alla Causa e per rispetto verso chi ci ha dato fiducia.

Ho fatto il giro quindi di prestigiose sedi di fondazioni, banche, imprese, alcune delle quali anche multinazionali, di quel tipo che solitamente finanziano la qualunque a piene mani: “complimenti, meno male che ci sono giovani come voi“, “andate avanti“, “continuate così“, ma soldi per te non ce n’erano. Solo belle parole. Poi, qualcuno, ce lo ha detto: non chiedeteci di finanziare cose contro la mafia (e lì capivi che danneggiavi qualche affare), altri addirittura ti volevano finanziare in nero (!!!). Morale: nessuno di quelli che potevano si è assunto la responsabilità di rifinanziare il tuo sviluppo.

Soldi non ne abbiamo e io stesso ho già perso 20mila euro: altri per te, purtroppo, non ne ho. Giusto perché c’è anche qualcuno che è andato in giro sostenendo che eri nata perché penserei solo ai soldi. C’è anche chi ha brindato quando sei entrata in “coma”: il brutto è che si trattava di “antimafiosi”. Gli stessi che commemorano Pippo Fava e poi si sono comportati come chi lo ha ammazzato appena giunta la “lieta” novella al quartier generale.

Corrado Alvaro una volta scrisse che “la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile“.

Io non so se uscirai dal coma, perché in questo momento sei tecnicamente morta. So solo che il tuo spirito resiste in tutti quei ragazzi e quelle ragazze che ancora oggi dedicano il loro tempo alla Causa, continua a vivere nella loro insaziabile fame di conoscenza e, soprattutto, di libertà. In tutti quelli mai sfiorati dal dubbio che “vivere onestamente sia inutile”.

 

Io non so se ci siano imprenditori e enti abbastanza illuminati per prendersi a cuore un’iniziativa così meritevole ma se ci fossero, e se battessero un colpo, sarebbe una bella notizia. Per tutti.

‘Ndrangheta, si pente Nicola Femia, il boss delle slot in Emilia

Ne scrive Andreina Baccaro per il Corriere:

Il boss Nicola Femia ha affidato ai magistrati dell’Antimafia di Bologna le sue confessioni sugli affari della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna e non solo. Il padrino del processo Black Monkey, che ha sgominato un enorme giro di slot machine truccate tra Bologna e la Romagna, ha intrapreso la strada della collaborazione con la giustizia e lo ha fatto consegnando al pm della Dda bolognese Francesco Caleca quello che sa sui traffici illeciti della ‘ndrangheta, di cui lui è stato personaggio di spicco, con affari dal traffico di droga al gioco d’azzardo.

Per questo le sue rivelazioni, iniziate qualche mese fa, potrebbero far tremare i polsi a imprenditori e politici dall’Emilia- Romagna alla Calabria: Femia sa e conosce molto bene come girano i soldi in molte realtà. Sia per lui che per i suoi familiari sono già scattate le misure di protezione per i collaboratori di giustizia. È iniziato tutto poco prima della sentenza di condanna a 26 anni di reclusione nel processo Black Monkey, pronunciata a febbraio dal Tribunale di Bologna.

In quei giorni, Femia ha maturato la scelta di pentirsi e ha chiesto di poter parlare in carcere con il pm Caleca, che in quel processo ha sostenuto l’accusa, dopo un’indagine complessa che ha incontrato anche ostacoli sul suo cammino, a partire dal reato di associazione mafiosa in un primo momento escluso dal Riesame, ma poi riconosciuto dai giudici di primo grado. A quel primo traguardo per la Dda di Bologna, si aggiungono ora le rivelazioni del boss, che potrebbero aprire altri filoni d’indagine. «Femia ha fatto indicazioni utili — spiega il procuratore Giuseppe Amato — sia a noi che ad altre Procure. Abbiamo inviato a Catanzaro e alla Direzione nazionale Antimafia a Roma i verbali che possono aiutare a far luce su vicende di competenza di quegli uffici».

Contemporaneamente la Dda bolognese sta passando al setaccio le rivelazioni che riguardano l’Emilia-Romagna: dopo le inchieste Black Monkey ed Aemilia, che hanno squarciato il velo su una realtà politicoeconomica che si era sempre considerata immune alle infiltrazioni, presto la Dda potrebbe svelare nuovi affari milionari della mafia in regione. Femia, che a 56 anni ha sul groppone oltre alla condanna per Black Monkey un’altra per traffico di droga a 23 anni e altri processi in Calabria, sa che è destinato a trascorrere il resto della sua vita in prigione.

Il blitz del Gico della Guardia di Finanza di Bologna scattò nel 2013 per lui e altre 29 persone, tra cui i figli e il genero: furono sequestrate 1.500 slot machine truccate che avevano permesso all’associazione di macinare profitti milionari. Nelle carte di quell’inchiesta ci sono le intercettazioni delle telefonate in cui il boss minacciava il giornalista Giovanni Tizian, che per primo parlò degli affari del boss. Adesso è lui stesso a parlare dei suoi affari con i magistrati, ma prima di guadagnarsi la fiducia dei giudici dovrà fornire indicazioni utili e circostanziate.