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I detenuti confiscati alle mafie

Ieri nel carcere di massima sicurezza di Opera i detenuti hanno letto i nomi delle vittime innocenti di mafia. Ne scrive Manuela D’Alessandro nel sito giustiziami:

«Il pubblico è diviso a metà: sulla sinistra i condannati in regime di massima sicurezza, a destra quelli che devono scontare pene per reati meno gravi. In tutto sono più di un centinaio. Tra loro i familiari delle vittime e chi li accompagna ogni giorno nelle strade della prigionia.   Arrotolano il foglio, tornano in platea e danno le mani a chi li aspetta, anche agli agenti delle polizia penitenziaria. “Sono stato combattuto fino all’ultimo perché non me sa sentivo di sporcare quei nomi con la mia voce.  Mi sono detto ‘mi alzo o non mi alzo’, poi alla fine la mia coscienza mi ha suggerito ‘alzati, devi fare qualcosa’”. A Opera va in scena quella che il direttore Giacinto Siciliano, padre dell’iniziativa a cui ha aderito anche ‘Libera’, definisce “una prima assoluta in un carcere italiano”. Alcuni detenuti per reati di sangue salgono sul palco dell’auditorium per ricordare i 940 nomi delle vittime della mafia e, al termine della lettura, incontrano una decina di familiari caduti per mano della criminalità organizzata, dando vita una discussione carica di emozioni e contenuti.»

È una storia che non può andare di moda di questi tempi di vendetta e bava quella che racconta di detenuti che testimoniano oltre al ricordo anche una conversione eppure quello che è successo nel carcere di Opera (dove i detenuti hanno partecipato alla lettura delle vittime innocenti di mafia) è uno squarcio di un mondo possibile dove la detenzione non è il sacchetto dell’umido ma un percorso capace di portare nei posti più insperati.

Sono detenuti confiscati alle mafie, al pari di un’azienda o un’auto di grossa cilindrata, che vengono restituiti a se stessi.

 

(continua su Left)

‘Ndrangheta a Montreal: ritrovato il corpo di Nicola Di Marco

E sono cinque. Cinque come gli omicidi di mafia a Montreal nel corso di quest’anno, prolungamento della guerra che oppone da decenni i clan italiani. Il 18 marzo è stato rinvenuto il cadavere di Nicola Di Marco, 44 anni, noto anche come Big Nick. Lo hanno assassinato a colpi di pistola, poi sono fuggiti. Una fine attesa, visto che l’uomo era da tempo nel mirino. La stessa polizia canadese, già un anno fa, aveva espresso timori per la sua sicurezza.

Di Marco, fisico possente e grandi ambizioni, si era fatto un nome nell’ambiente. A metà degli anni 2000, dopo la prima condanna a 18 mesi, veniva considerato un personaggio in ascesa. Dopo aver gestito una casa per il gioco d’azzardo, era stato coinvolto in numerose indagini che lo avevano portato in prigione. Per gli investigatori era vicino a Giuseppe De Vito, altra figura della criminalità italo-canadese. Avversario dei Rizzuto – famiglia che ha dominato a lungo la scena -, è stato eliminato con il cianuro nel 2013 nonostante fosse all’epoca detenuto. Big Nick era stato rimesso in libertà provvisoria nel 2014, per poi finire di nuovo in manette perché aveva violato le condizioni fissate dal giudice. Si era fatto beccare insieme a Nino De Bartolomeis, alias Nino Brown. Proprio quest’ultimo, alla fine del marzo 2016, aveva subito gravi ferite in seguito ad un agguato, probabilmente legato a vecchi conti da regolare. Nulla di inusuale sulla scena noir di Montreal, segnata da una serie di delitti provocati dalla battaglie tra i grandi gruppi mafiosi. Conflitto che ha decimato i Rizzato, ma anche fatto vittime tra i loro nemici. E secondo gli esperti è possibile che sia in corso una nuova violenta epurazione. Prima dell’eliminazione Di Marco, hanno provato ad uccidere, il 22 febbraio, Salvatore Scoppa. Un sicario – descritto come un uomo di colore – gli ha sparato ferendolo gravemente.

(Fonte)

Vicini a Don Ciotti in questo splendido 21 marzo

Non si può non osservare con il cuore gonfio le immagini che ci arrivano in queste ore da tutte le città d’Italia per la giornata in ricordo delle vittime (innocenti, anche se nella legge la parola “innocenti” hanno voluto dimenticarsela) di mafia. Solo a Locri sono in 25mila a manifestare per le vie della città in nome di una cultura della legalità che, come dice Don Ciotti, ” non è solo rispetto delle leggi ma la possibilità di andare avanti con principi di solidarietà, e per dare un futuro migliore sopratutto ai nostri giovani”.

Le manifestazioni di oggi non sono solo un grido contro le mafie ma sono soprattutto portatrici di un’idea di futuro che renda conveniente il rispetto delle regole, che renda insopportabili i trucchi del malaffare (e la corruzione e le droghe sono centrali, che si voglia riconoscere o no) e che trovi corrispondenza nelle scelte politiche di governo. È piuttosto alienante leggere oggi il profluvio di retorica intorno a quel Gratteri che venne “bocciato” come ministro e poi come “consulente”; è difficilmente comprensibile che mentre il fondatore di Libera don Ciotti sul palco di Locri parli dei rapporti tra mafia e massoneria il governo appaia piuttosto titubante nell’ottenere gli elenchi dalle logge massoniche; fa sorridere amaro vedere i famigliari delle vittime di mafia coccolati da uno Stato cerimoniere che promette di “non lasciarli soli” mentre la condizione dei testimoni di giustizia continua a languire.

Intanto registriamo che la sottocultura paramafiosa che ha scritto sui muri che Don Ciotti è “uno sbirro” e che la mafia dà lavoro ha ottenuto esattamente l’effetto opposto: l’ondata di indignazione e solidarietà oggi ha travolto anche loro. E noi, oggi, siamo vicini a Luigi Ciotti ancora di più.

(dai Quaderni di Possibile)

«Loro sono morti perché noi non siamo stati abbastanza vivi»

Eccoci al 21 marzo. Ancora. A leggere i 950 nomi delle vittime innocenti di mafia per una giornata che è diventata legge e che tutti gli anni prova a mettere a fuoco i numeri spaventosi di una guerra che sembra non dare mai segni di cedimento. E anche quest’anno la giornata si apre con le ingiurie (questa volta scritte sui muri). Questa volta contro Don Ciotti: “Più lavoro meno sbirri” ricorda quella vecchia frase “Andreotti dava lavoro, Caselli no!” scritta sull’autostrada Palermo-Catania nel 1995.

Nel profluvio di parole di oggi, per una mia deviazione verso il recupero di ciò che è già stato detto, c’è un discorso intenso che vale la pena rileggere, è di Gian Carlo Caselli e parte proprio dal senso del recitare il “rosario” dei morti:

Buon martedì.

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“Trattativa? Ma quale Trattativa? Io ho visto solo la convivenza tra politica, Stato e mafia”: parla il pentito Francesco Onorato.

(ne scrive Giuseppe Pipitone per Il Fatto Quotidiano)

L’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa? “Lo hanno fatto i signori Craxi e Andreotti, che si sentivano il fiato addosso”. Claudio Martelli? “Cosa Nostra lo finanziò con 200 milioni per farlo diventare Guardasigilli”. Salvo Lima? “Il primo nome nella lista dei politici da eliminare, insieme a Giulio Andreotti, Calogero Mannino e Carlo Vizzini”. Il gruppo di fuoco della commissione di Cosa Nostra? “Farne parte era come giocare nella Nazionale di calcio”.

È un fiume in piena Francesco Onorato, collaboratore di giustizia e oggi testimone del processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, in corso a Palermo all’aula bunker del carcere Ucciardone. Il boss aveva cercato di rinviare la sua testimonianza “perché – ha spiegato – non mi sento pronto moralmente e psicologicamente. A causa di un infortunio a mia moglie”. Pochi attimi dopo, però, ci ha ripensato aprendo a giudici e avvocati il libro dei ricordi tra morti ammazzati e rapporti a cavallo tra mafia e istituzioni. Una trentina di omicidi sul groppone, un passato da killer micidiale agli ordini di Saro Riccobono prima, e di Totò Riina poi, Onorato ha spiegato che “fare parte del gruppo di fuoco della Commissione di Cosa nostra era come fare parte della Nazionale di calcio: ci entravano persone con capacità particolari”.

Il 12 marzo del 1992 è suo l’indice che a Mondello preme il grilletto in via Danae: nel mirino c’è la chioma bianca dell’europarlamentare democristiano Salvo Lima, primo politico da eliminare dopo le promesse fatte a Cosa Nostra, e poi non mantenute, sull’annullamento delle sentenze del Maxi processo, divenuto definitivo poche settimane prima. “Non ho fatto l’omicidio Lima perché era nel mio territorio – ha raccontato il pentito collegato in videoconferenza – ma era fuori dal mio territorio, dovevo partecipare anche all’attentato poi fallito del commissario di Polizia Rino Germanà, ma poi ci andò Leoluca Bagarella”.

L’omicidio di Salvo Lima è il primo atto di guerra che Riina rivolge allo Stato, primo pezzo della lunga catena che poi porterà le istituzioni a trattare con la piovra. “I primi politici da eliminare – ha raccontato Onorato – erano Salvo Lima e Giulio Andreotti. Ma c’erano anche Calogero Mannino, Vizzini, i cugini Salvo, Claudio Martelli, Ferruzzi e Gardini”. Secondo il collaboratore di giustizia lo stesso Martelli in passato avrebbe avuto contatti con le cosche. “Io da reggente della famiglia di Partanna Mondello, tra il 1987 e il 1988 presi 200 milioni per finanziare Claudio Martelli perché si diceva che faceva uscire i mafiosi dal carcere: l’abbiamo fatto diventare ministro della Giustizia”. Ed è proprio sui rapporti tra Cosa Nostra e lo Stato in tempi di stragi che Onorato ha concentrato la sua testimonianza. “Perché Riina accusa sempre lo Stato? – ha spiegato il collaboratore – Perché è l’unico che sta pagando il conto, mentre lo Stato non sta pagando niente, per questo motivo Riina tira in ballo sempre lo Stato. Ha ragione ad accusare lo Stato, da Violante ad altri. È lo Stato che manovra, prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Perché Dalla Chiesa non dava fastidio a Cosa Nostra Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere. Per questo Riina ha ragione ad accusare lo Stato”. Paradigmatica anche la considerazione che l’ex killer dei corleonesi ha fatto sull’oggetto principale del processo. “Trattativa? Ma quale Trattativa? Io ho visto solo la convivenza tra politica, Stato e mafia”.

Camorra e appalti: 69 arresti. I casalesi anche sui beni culturali. I fatti e i nomi.

Le mani della camorra sugli appalti pubblici in Campania grazie alla complicità di un gruppo di colletti bianchi in grado di truccare le gare. Sono almeno 18 i bandi modificati dal 2013 al 2015, per un valore complessivo di 20 milioni di euro, alcuni dei quali per favorire imprenditori ritenuti vicini ai Casalesi, nella fattispecie il clan Zagaria. Tra questi quello per i lavori alla Mostra d’Oltremare di Napoli, per una scuola in provincia di Caserta, per l’Azienda regionale diritto allo studio (Adisu), per la seconda università di Napoli, per un impianto di cremazione al cimitero di Pompei e – sono la stragrande maggioranza – per mostre, musei, castelli e monumenti in tutta la regione. Insomma: la camorra ha messo le mani anche sulla cultura e sui relativi, ricchi finanziamenti. Per questo motivo il Nucleo Tributario della Guardia di Finanza di Napoli agli ordini del colonnello Giovanni Salerno ha eseguito 69 ordinanze cautelari, nell’ambito di un’inchiesta condotta da un pool di cinque pm della Dda (Catello Maresca, Maurizio Giordano, Luigi Landolfi, Gloria Sanseverino, Sandro D’Alessio, a cui va aggiunta la pm Ida Frongillo, specializzata in reati di pubblica amministrazione) e coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Tra i destinatari dei provvedimenti anche imprenditori e molti politici.

IL RUOLO DEL CONSIGLIERE REGIONALE PASQUALE SOMMESE
Tra questi il nome più noto è quello del consigliere regionale del Nuovo centrodestra Pasquale Sommese, ex assessore alle Risorse umane, al Turismo e ai Beni Culturali durante la Giunta Caldoro. Il suo nome era stato iscritto nel registro degli indagati nel luglio del 2015 insieme ad altre 17 persone, tra cui alcuni sindaci del casertano. L’inchiesta è la stessa che oggi ha portato all’arresto di Sommese, accusato per cinque episodi di corruzione, tra cui l’appalto per il restauro della torre civica mediavale del comune di Cerreto Sannita. Per gli inquirenti, l’ex assessore è colui che garantiva l’erogazione dei fondi regionali: nella fattispecie, si è impegnato a garantire il finanziamento di alcuni lavori in cambio di somme di denaro o sostegno elettorale. In alcune circostanze, inoltre, Sommese ha indicato espressamente il nome dell’imprenditore che doveva eseguire i lavori, attivandosi poi per l’erogazione dei finanziamenti. Secondo l’accusa, poi, nelle commissioni di gara sono state inserite persone vicine all’ingegnere Guglielmo La Regina (indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e considerato personaggio centrale nell’inchiesta), che poi veicolavano gli appalti alle ditte segnalate in cambio di promesse di denaro da corrispondere a sindaci e funzionari degli enti appaltanti.

video di Fabio Capasso

GLI ALTRI POLITICI COINVOLTI
Sommese, come detto, non è l’unico politico coinvolto: in carcere anche l’ex consigliere regionale Udc Angelo Giancarmine Consoli (attuale coordinatore del partito di Casini a Caserta) e vari amministratori. Tra questi il sindaco di Aversa (Caserta) Enrico De Cristofaro (ex presidente dell’ordine degli architetti di Caserta) e Nicola D’Ovidio, sindaco di Riardo; ai domiciliari sono finiti l’ex sindaco di Pompei Claudio D’Alessio (Pd), l’ex primo cittadino di San Giorgio a Cremano Domenico Giorgiano, Raffaele De Rosa (Pd), fratello del sindaco di Casapesenna (che a novembre scorso attaccò Il Fatto Quotidiano per le inchieste sui parenti dei casalesi), l’ex primo cittadino di Casapulla (Caserta) Ferdinando Bosco, l’ex sindaco di Alife Giuseppe Avecone. Le 69 persone destinatarie di misure cautelari dovranno rispondere – a vario titolo – di accuse gravissime: si va dalla corruzione alla turbativa d’asta, fino al concorso esterno in associazione mafiosa. Nell’operazione del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Napoli, con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, sono coinvolti non solo politici locali, ma anche funzionari pubblici, imprenditori, professori universitari, commercialisti, ingegneri e “faccendieri”, coinvolti con vari ruoli e responsabilità nelle gare di appalto pubblico realizzate in varie province campane, talvolta anche al fine di agevolare organizzazioni criminali di tipo camorristico.

AI DOMICILIARI IL SOVRINTENDENTE DEI BENI CULTURALI DI NAPOLI
La portata dell’operazione non è testimoniata solo dai numeri e dai nomi degli amministratori locali coinvolti, ma anche e sopratutto dall’arresto di altre figure di peso nonché di personalità stimate a Napoli e provincia. Tra queste c’è sicuramente Adele Campanelli, direttrice della sovrintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Napoli. Altri esempi: Salvatore Visone(ex presidente dell’Ordine degli architetti di Napoli e provincia), Claudio Borrelli(direttore amministrativo dell’azienda per il Diritto allo studio all’università di Caserta), Andrea Rea e Paolo Stabile (rispettivamente ex presidente ed ex dg della Mostra d’Oltremare di Napoli). L’operazione ‘Queen’ della Guardia di Finanza, inoltre, ha portato all’arresto anche di numerosi docenti universitari: 5 dell’università Federico II di Napoli, uno del Suor Orsola Benincasa (sempre a Napoli) e due della Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli – Seconda Università di Napoli (uno, come detto, è il presidente dell’Adisu, Claudio Borrelli). Ai domiciliari anche il presidente della Fondazione Banco di Napoli, il professor Daniele Marrama, 43 anni. Il suo coinvolgimento è legato alla sua attività professionale – è docente di diritto amministrativo – e non avrebbe alcun legame con la presidenza della Fondazione.

LA FIGURA DI GUGLIELMO LA REGINA E IL SISTEMA CHE PORTA IL SUO NOME
L’ordinanza del Gip Federica Colucci lo definisce ‘il sistema La Regina’, dal nome di Guglielmo La Regina, deus ex machina del versante tecnico progettuale della colossale macchina corruttiva messa in piedi per spartirsi gli appalti pubblici in Campania. Il ‘sistema La Regina’ è lo studio tecnico Archicons “che si fa Comune, che diventa Comune”, ovvero che rimpiazza in tutto e per tutto i passaggi che competerebbero alla pubblica amministrazione obbligata ai doveri dell’imparzialità e correttezza. La testimonianza plastica di quanto sostengono gli inquirenti in una intercettazione del 27 luglio 2014. La Regina è al telefono con un altro indagato, Alessandro Albano.

Albano: “Però … per l’accelerazione di spesa loro avrebbero bisogno di una grande mano … di una buona struttura di supporto al RUP (Responsabile Unico del Progetto, ndr)….”

NDG. (Guglielmo commenta che tali cose derivano dal dissesto dei comuni che non hanno in sede la competenza e le capacità per fare le cose e pertanto si arriva al paradosso che si perdono i finanziamenti perché non vengono presentati i progetti mentre sarebbe più corretto fare una legge che permettesse di chiedere a terzi se fossero interessati a fare un progetto gratis e seguirsi tutta la procedura politica fino al finanziamento e poi dopo gli verrebbe dato l’incarico).

La Regina: “No, tu fai questo, li aiuti, gli fai di tutto, vai tu e scrivi le determine, gli scrivi le delibere, fai tutto il lavoro dei Comuni, e cioè diventi Comune, dopodiché, dopo che hai fatto questo, hai fatto il passaggio politico che devi fare, gli fai cioè hanno avuto il finanziamento, dopodiché ae eh ae mò dobbiamo fare la gara, cioè ti stressi talmente tanto che dici, ma tutto sto lavoro, dici sì ho avuto l’incarico. Ma, se se non vengo arrestato, aspetta, se non vengo arrestato e magari non haifatto ancora niente, se praticamente, anziglj hai fatto pure avere i soldi a questa gente.

Albano: “E’ un paese incartato … ma incartato seriamente…”

Non ci sono solo intercettazioni telefoniche. Un trojan inoculato nel cellularedell’architetto La Regina registra h24 le conversazioni che si svolgono nello studio (è lo stesso virus utilizzato dai pm Woodcock e Carrano nell’inchiesta su Consip e Alfredo Romeo, che colpì il suo cellulare e quello di Italo Bocchino). Si scopre così un sistema illecito che vede La Regina in diretto contatto con sindaci del Casertano e del Napoletano che gli vengono presentati da vari imprenditori. E’ un meccanismo che si autoalimenta, e che finisce per coinvolgere professionisti di grido. E’ all’Archicons che si stipulano i patti e si concludono gli affari. Nei loro computer gli investigatori della Finanza ritroveranno le bozze degli appalti e dei progetti che dovevano essere ancora messi a gara. Scrive il Gip: “In molti degli appalti esaminati il confronto tra le date degli atti formalmente adottati dalle stazioni appaltanti (presentazione del progetto di massima per l’ammissione ai finanziamenti ed adozione del bando di gara per l’affidamento della progettazione definitiva e/o esecutiva e dei lavori) ed i files rinvenuti nel computer dello studio La Regina comprova, in maniera documentale e dunque incontrovertibile, che tali documenti sono stati preventivamente formati nello studio La Regina e trasmessi alla stazione appaltante che li ha presentati come propri”. E non c’era incarico formale che giustificasse questo: “Delle due l’una; o il La Regina è un benefattore che lavora gratis per gli enti pubblici (e le intercettazioni in atti escludono tale interpretazione della vicenda) o ha redatto tali progetti per consentire agli enti di accedere ai finanziamenti, bandire le gare, ottenere l’aggiudicazione dell’appalto in capo a ditte compiacenti e ricavarne un’utilità personale”. E dopo le regionali del 2015 La Regina e il suo team, tramontata la stella del loro politico di riferimento Pasquale Sommese, passato all’opposizione e costretto ad abbandonare l’assessorato, era pronto a riciclarsi con De Luca. Lo testimonia un’intercettazione del 4 giugno 2015, 4 giorni dopo la vittoria di De Luca: La Regina e un imprenditore indagato, Martinelli, discutono di come organizzare una festa per un tale ‘Francesco’, eletto in consiglio, già assessore provinciale all’Ambiente, che potrebbe forse diventare assessore. Per averne, prima o poi, qualche ritorno.

di Fabio Capasso

I 18 APPALTI NEL MIRINO DELLA DDA: 11 RIGUARDANO LUOGHI ED INIZIATIVE CULTURALI
Nelle carte dell’inchiesta, come detto, sono 18 gli appalti citati: di questi ben 11 fanno riferimento a musei, parchi, monumenti e luoghi di cultura. Alcune gare venivano pilotate per favorire imprenditori considerati vicini al clan dei Casalesi. I magistrati hanno individuato 13 reati di corruzione e di 15 reati di turbativa d’asta. Questo l’elenco completo degli appalti contestati: completamento, manutenzione straordinaria e adeguamento della Casa dello studente di Aversa(Caserta); rete idrica a Casapulla (Caserta); sviluppo e potenziamento dell’area Pip di Casapulla (Ce); realizzazione dell’impianto di cremazione adiacente al cimitero di Pompei (Napoli); ristrutturazione della scuola ‘Medi’ di Cicciano(Napoli); completamento, ristrutturazione e adeguamento dell’impianto polisportivo polivalente da Riardo (Caserta);  ristrutturazione, telecontrollo e automazione degli impianti irrigui del comprensorio della Vale Telesina per il Consorzio di Bonifica del Sannio Alifano (Ce); progetto e realizzazione di lavori al Parco delle Arti di Casoria (Napoli); progettazione ed esecuzione della valorizzazione dell’Area dellaGaiola e della Villa di Pollione Posillipo e realizzazione del nuovo museo archeologico dell’area flegrea napoletana presso i padiglioni 7 e 8 della Mostre d’Oltremare di Napoli; progettazione, direzione lavori e coordinamento per la costruzione del nuovo museo archeologico di Alife (Caserta); realizzazione del nuovo museo archeologico di Alife; direzione misurazione e contabilità, assistenza al collaudo e coordinamento sicurezza durante i lavori e per l’affidamento dei lavori a Le Porte dei Parchi per i comuni di Francolise (Ce), Alife (Ce) Alife (Ce), Rocca d’Evandro e Calvi Risorta (Ce); lavori vari a Le Porte dei parchi; nomina di due figure di supporto al Rup per Le Porte dei Parchi; consolidamento e messa in sicurezza della facciata Nord Ovest e dei locali interni del castello medievale di Riardo (Ce); progetto la “terra delle acque”, rete di itinerari tra storia e natura, mostra evento del Comune di Riardo (Ce); progettazione ed esecuzione dei lavori di completamento del restauro di Villa Bruno, recupero funzionale parco e area ex fonderia a San Giorgio a Cremano (Na); restauro della torre civica medievale di Cerreto Sannita (benevento) con riqualificazione dell’area circostante da adibire a parco archeologico all’aperto.

(fonte)

Chi va in carcere? Piccoli spacciatori sì, colletti bianchi no.

(un interessante Antonio Stella per il Corriere della Sera)

Un popolo di santi, poeti e spacciatori. Ecco l’immagine che esce dall’ultimo dossier sulla popolazione carceraria europea pubblicato ieri. Dove forse è in dubbio l’amata sopravvivenza storica dei santi e dei poeti ma sui pusher non c’è partita: nessuno ne ha tanti in galera quanti noi. Sono il 31% dei detenuti. Peccato che tanta (giusta) severità non venga applicata nei confronti di altre categorie.

A partire dai «colletti bianchi» che violano le regole della buona economia. Ne abbiamo in galera un quinto rispetto all’ Europa, un ventesimo rispetto alla Germania. Una sproporzione che la dice lunga sulle priorità della nostra giustizia. Capiamoci: se ‘ndrangheta, mafia e camorra dominano larga parte del business continentale (nel solo porto di Gioia Tauro, scrive linkiesta.it, sono stati sequestrati nel 2016 ben 1700 chili di coca: e gli inquirenti pensano si tratti di un decimo di quanto passa) è ovvio che la lotta al narcotraffico deve essere una priorità assoluta.

Ovvio. I numeri di «Space I – Prison Populations», il rapporto annuale del Consiglio europeo sulle statistiche giudiziarie, curato da Marcelo F. Aebi, Mélanie M.Tiago e Christine Burkhardt dell’ Università di Losanna, mostrano però che su alcuni temi la nostra giustizia, per usare un eufemismo, è distratta.

 

Prima, qualche curiosità. Per cominciare, nel 2015 l’ Europa allargata (compresi l’Armenia, l’Azerbaijan, la Russia, la Turchia, la Macedonia e altri ancora) aveva 1.404.398 detenuti. Cioè circa 800 mila in meno dei soli Stati Uniti, dove vive meno di un ventesimo della popolazione mondiale ma un quarto dei carcerati del pianeta. E dove, come ricordava tempo fa il sito web poliziapenitenziaria.it, sono in galera un bianco su 214, un ispanico su 88, un nero su 35. Al punto che, stando a Barack Obama, un bambino nero su nove ha il padre in prigione. Cifre che danno da pensare sull’ uso dei due pesi e delle due misure.

In Europa sono in carcere 115,7 cittadini su 100.000 abitanti, per il 94,8 % maschi, ospitati in penitenziari per un terzo (33%) sovraffollati. Trattamenti diversissimi, e non solo per il costo del lavoro degli agenti di custodia (in media uno ogni tre carcerati ) e del personale. Basti dire che per la sorveglianza, il vitto, l’ alloggio, le spese varie eccetera eccetera il peso di un detenuto sul bilancio è in media di 52 euro e 36 centesimi al giorno.

Ma c’ è chi spende moltissimo pagando 354 euro come in Svezia o addirittura quasi 481 come a San Marino (quanto un hotel sei stelle deluxe con trattamento principesco), chi molto (129 euro in Germania, 141 in Italia, 273 in Olanda…) chi poco o pochissimo: 22 euro in Turchia, quasi 20 in Romania, 19 euro in Serbia, poco meno di 10 in Macedonia… Fino al record in Georgia: cinque euro e 66 centesimi.

Segno che i custodi non devono essere pagati benissimo ma soprattutto che i pasti ai detenuti non vengono serviti da master chef. La (scarsa) relazione tra la spesa e il tasso di suicidi Eppure, a guardar dentro a questi dati, c’ è qualcosa che colpisce ancora di più: la scarsa relazione tra la spesa giornaliera per ogni carcerato e il tasso di suicidi. Che ad esempio resta relativamente basso (4,7 ogni 10.000 detenuti) in Spagna dove la «retta» onnicomprensiva costa allo Stato meno di 60 euro e s’ impenna a 11,9 in Svezia dove la «retta» costa sei volte di più: 354. Sia come sia, il tasso di suicidi si conferma spaventoso: uno ogni quattro morti per cause naturali. E una volta su quattro chi si uccide è in attesa di giudizio.

Quanto ai reati, i numeri sono abissalmente differenti da Paese a Paese. I condannati per omicidio o tentato omicidio, ad esempio, sono il 9,2% in Portogallo, il 12,1% in Svizzera, il 13,6% in Irlanda, il 19% in Italia, il 24,2% in Finlandia, il 26,4% in Lituania e addirittura il 39,4% in Albania. Stereotipi più o meno confermati. Ma smentiti su altri fronti. Come quello dei ladri. I Paesi che ne hanno di più in carcere sono nell’ ordine la Bulgaria (44,4% della popolazione in cella), l’ Austria (31%), la Georgia (29%) e giù giù la Turchia, l’ Ungheria, il Liechtenstein… E l’ Italia? Nei primi venti non c’ è. Perché i nostri vengono presi di rado o perché ce ne sono meno di quanti siano percepiti? Boh…

La percezione sulla presenza di stranieri nei penitenziari Certo la percezione è sbagliata sul fronte degli stranieri. Dicono i sondaggi Ipsos di Nando Pagnoncelli che gli italiani pensano che gli immigrati in Italia siano il 30% (nella realtà tra il 7 e l’ 8%) e gli islamici il 20%, quando non arrivano al 4%. Lo stesso vale per le carceri. Dove gli immigrati non sono la maggioranza come molti pensano ma il 33%. Percentuale altissima, sia chiaro, rispetto alla quota di popolazione.

Ma dovuta anche all’ impossibilità per chi non ha una casa di godere di pene alternative e comunque inferiore a quella registrata in altri Paesi: 38% dei detenuti a Cipro, 40% in Belgio, 44% in Catalogna, 53% in Austria, 54% in Grecia, 71% in Svizzera e su su fino alle stratosferiche (e un po’ irreali) percentuali dei Paesi piccolissimi sui quali svetta San Marino: 100% dei reclusi stranieri. Non un sanmarinese. Manco per sbaglio.

Da notare la Germania di Angela Merkel: è il Paese che ha assorbito più immigrati di tutti (il doppio dell’ Italia) ma nelle carceri è messo meglio di noi. Prova provata che dipende da «come» il problema è gestito. Ancor più umiliante però, lo dicevamo, è lo spread con la Germania sul versante della guerra a chi infrange le norme che regolano l’ economia. Per ogni spacciatore in carcere (6820), a Berlino e dintorni, c’ è quasi un «colletto bianco» (5973, cioè l’ 11,7% del totale) condannato con sentenza definitiva per reati economici, finanziari, truffe fiscali…

Da noi no: nonostante i disastri causati dalla pirateria economica, finanziaria, fiscale, i delinquenti di quel tipo finiscono assai di rado in galera: ne abbiamo 312, pari allo 0,9% dei nostri «ingabbiati». Il 5,2% rispetto alla Germania. Neppure il 3% rispetto agli spacciatori che teniamo in cella. I cattivi maestri che per anni hanno teorizzato che una certa dose di illegalità fa bene all’ economia hanno lasciato rovine. Non solo morali.

“Il sindaco del MoVimento 5 Stelle è inavvicinabile”: così la mafia rinuncia agli appalti

Secondo quanto detto da un pentito le famiglie mafiose di Bagheria avrebbero ritenuto inavvicinabile il sindaco Patrizio Cinque (M5S): «Con l’arrivo di Patrizio Cinque la situazione era cambiata, perché era davvero inavvicinabile. Io avevo da riscuotere un credito lecito nei confronti del Comune, neanche quello fu possibile recuperare».
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Torre annunziata: i carabinieri al servizio del boss

(un gran pezzo di Rosaria Federico per Cronache della Campania)

Torre Annunziata. Mazzette dai gestori della piazza di spaccio, orologi, penne: sul libro paga del boss, Franco Casillo, c’erano 11 carabinieri. Dieci rischiano l’arresto o la sospensione dal servizio. Uno è finito già ai domiciliari. Una storia, quella che si è consumata nella compagnia carabinieri di Torre Annunziata, durata almeno fino al 2010 e che ora rischia minare il lavoro di anni di investigazioni nella città del boss Valentino Gionta e nei paesi limitrofi. La richiesta di arresto dell’antimafia napoletana nei confronti di 10 carabinieri, un avvocato e tre camorristi è in calendario la prossima settimana dinanzi ai giudici del Tribunale del Riesame.

I fatti. ‘Ha ditt ‘a zia, tutto a posto’ è il messaggio quello dello chaffeur di donna Gemma Donnarumma, moglie dell’irriducibile boss Valentino Gionta, per consentire la cattura di Carmine Maresca, figlio di Luigi ‘o trippone, assassino del Tenente Marco Pittoni. Il tenente è stato ucciso a Pagani nel corso di una rapina il 6 giugno del 2008. Una cattura, quella di Maresca jr avvenuta con l’intermediazione di Francesco Casillo, énfant prodige della criminalità vesuviana, che era riuscito a instaurare rapporti di corruttela con esponenti delle forze dell’ordine e in particolare con i carabinieri. In quella occasione condusse la trattativa tra la camorra assassina e lo Stato.

Una storia, quella della cattura di Carmine Maresca, all’epoca minorenne, che si interseca con un’altra storia quella raccontata da Francesco Casillo ‘a vurzella, ‘finto collaboratore di giustizia’ di Boscoreale, inserito nel clan Aquino-Annunziata e con forti legami con il clan Gionta di Torre Annunziata.

Una storia che parla di carabinieri ‘infedeli’, di inquinamento delle prove, di regali (orologi marca Buti del valore di 5mila euro, penne Mont Blanc) e mazzette per coprire un traffico di stupefacenti e lo spaccio nella Scampia boschese del Piano Napoli di Via Passanti Scafati, ma anche armi e soffiate per evitare guai giudiziari, o verbali fasulli e finti controlli. Oppure, le soffiate ai carabinieri per far arrestare – con prove false – gli esponenti dei clan avversari.

Un quinquiennio, o forse più, di vita da ‘caserma’ border line – quella della Compagnia di Torre Annunziata, poi divenuta Gruppo – raccontata dai magistrati della Dda di Napoli nella richiesta di arresto riformulata al Riesame nei confronti di dieci carabinieri e quattro tra avvocati e pregiudicati.

Una storia che approderà davanti ai giudici del Riesame di Napoli la prossima settimana con l’Appello del sostituto procuratore Raffaele Falcone e del procuratore aggiunto Filippo Beatrice della Dda di Napoli, contro il mancato arresto in carcere e ai domiciliari o la sospensione dal servizio, di 14 persone: carabinieri, un avvocato e pregiudicati dell’area vesuviana, accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, traffico di stupefacenti e corruzione, aggravati dal fatto di aver agevolato la camorra.

La ricostruzione. Nel 2015 i magistrati antimafia di Napoli chiedono misure restrittive nei confronti di sedici persone, tre vengono arrestate: sono il pluripregiudicato Vincenzo Casillo, a vurzella, 44 anni di Boscoreale e il suo complice Orazio Bafumi, 42 anni originario di Catania, entrambi già detenuti, che ricevono un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sandro Acunzo, 46 anni, originario di Trecase, maresciallo dei carabinieri in congedo, all’epoca in servizio alla Compagnia di Torre Annunziata va ai domiciliari, mentre al suo collega Gaetano Desiderio, 46 anni di Salerno, maresciallo in servizio attualmente al Comando provinciale di Salerno, viene applicato l’obbligo di residenza.

Ma la richiesta del pm Raffaele Falcone riguarda anche altre persone, per la maggior parte carabinieri come l’ex comandante della Compagnia di Torre Annunziata, il maggiore Pasquale Sario per il quale il giudice per le indagini preliminari nega l’arresto. Decisione che non è stata, però, Appellata dalla Dda di Napoli. Arresto mancato e rinnovata richiesta di arresti ai domiciliari o sopensione dall’esercizio della professione di avvocato per Giovanni De Caprio, difensore di Francesco Casillo che avrebbe avuto il ruolo di riciclare parte dei proventi delle attività e avrebbe fatto da trait d’union tra i militari infedeli e il suo assistito.

Nell’articolato ricorso, presentato il 1 dicembre del 2016, contro l’ordinanza del Gip Anna Laura Alfano del Tribunale di Napoli, emessa a novembre scorso, i pm Falcone e Beatrice chiedono l’arresto in carcere per Sandro Acunzo (già finito ai domiciliari): gli arresti domiciliari o la sospensione dal servizio per Gaetano Desiderio; per Francesco Vecchio (già luogotenente del Nucleo radiomobile di Torre Annunziata oggi in congedo); Franco De Lisio (appuntato in servizio all’aliquota radiomobile di Torre Annunziata); Antonio Formicola (appuntato attualmente in servizio a Castellammare di Stabia); Catello Di Maio (maresciallo oggi in congedo); Antonio Paragallo (in servizio all’epoca dei fatti a Torre Annunziata); Santo Scudieri (appuntato in servizio a Torre Annunziata); Antonio Santaniello, originario di Sarno (brigadiere in servizio alla Compagnia di Nola). Richiesta di arresto in carcere invece per il pregiudicato di Boscoreale Luigi Izzo, alias ufariello, complice di Francesco Casillo.

I magistrati napoletani nel loro Appello ripercorrono parte di un procedimento aperto nel 2010 sulle cointeressenze a partire dagli anni precedenti tra i militari in servizio a Torre Annunziata e noti esponenti della criminalità dei paesi vesuviani. Sotto accusa un sistema di corruttela che vedeva Acunzo tra i principali protagonisti che – mentre era in servizio presso la Compagnia di Torre Annunziata – spartiva con Francesco Casillo e addirittura lo coadiuvava nel traffico di stupefacenti. Un patto di corruttela che Casillo, gestore della piazza di spaccio del Piano Napoli, aveva instaurato con alcuni esponenti dell’Arma dei carabinieri per garantirsi l’impunità.

Nell’emettere l’ordinanza di custodia cautelare il Gip di Napoli muta l’originaria accusa per alcuni dei militari coinvolti di concorso esterno nell’associazione criminale. L’indagine si è arricchita delle dichiarazioni, seppure reticenti, di Francesco Casillo, aspirante collaboratore di giustizia che con la complicità del suo avvocato, Giovanni De Caprio, avrebbe architettato il falso pentimento per poi fuggire all’estero alla prima occasione. Sul libro paga di Casillo numerosi carabinieri che lo avrebbero aiutato, in più occasioni nel suo disegno criminale. In primis Acunzo che avrebbe venduto a Casillo droga per un milione di euro. Droga frutto di parziali sequestri come quelli avvenuti nel Porto di Napoli, il 19 gennaio del 2009, di 257 chili di cocaina. Quel sequestro -secondo i magistrati – doveva essere parzialmente eseguito. Sessantasei chili furono fatti sparire con la complicità di Acunzo per essere restituiti a Casillo. Il patto era questo. I sequestri parziali di grossi quantitativi di droga servivano a Casillo a truffare i narcos che avrebbero pensato di aver perso il carico e contemporaneamente a immettere sul mercato lo stupefacente che avrebbe fruttato milioni di euro. Quel sequestro nel Porto di Napoli del 2009, secondo l’antimafia, che ha arricchito gli elementi in suo possesso con le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia ma anche di testimoni e esponenti dell’arma dei carabinieri integerrimi, fu effettuato dall’allora Maggiore Sario – oggi tenente colonnello – con i suoi uomini del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata tra i quali anche gli infedeli. Serviva a far bella figura visto che in quei giorni vi sarebbe stata la visita in caserma di un alto esponente dell’Arma dei carabinieri. Ma mentre, Sario – sostengono i magistrati – voleva accrescere il suo prestigio, c’era chi invece accresceva solo i suoi guadagni.

La conoscenza tra Sario e Casillo – è il pregiudicato a raccontarlo – avviene in occasione dell’uccisione del tenente Marco Pittoni. Quando Casillo chiede all’allora maresciallo dei carabinieri di Boscoreale, Varriale, di parlare con il suo superiore per concordare quella trattativa tra camorra e Stato per la cattura del killer dei Gionta. Storie nella storia che si intrecciano.

Parabita: il Comune finanzia la mafia con i voucher

(Piccole storie ignobili. Ne parla Il Fatto)

Lo strumento con cui il governo Renzi avrebbe dovuto combattere il lavoro nero, nel Salento, è finito nelle tasche delle cosche di mafia. A Parabita (Lecce) il clan Giannelli, sodalizio storico della Sacra Corona Unita, ha sostenuto nel 2015 l’ultima campagna elettorale di alcuni esponenti politici locali, ricevendo in cambio una serie di favori. Ma risalgono a prima ancora gli scambi tra l’amministrazione e il clan che in città tutto poteva: dall’assunzione di sodali nella ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti all’occupazione abusiva di case popolari, dalla gestione di negozi per investire il denaro sporco fino, appunto, all’assegnazione (viziata) di voucher per prestazioni lavorative occasionali. È tutto documentato nella relazione che il prefetto di Lecce Claudio Palomba ha inviato a novembre 2016 al ministero dell’Interno e che ha costituito parte integrante della proposta di scioglimento del consiglio comunale di Parabita, consegnata il 15 febbraio scorso dal ministro Marco Minniti al presidente della Repubblica. Il consiglio dei ministri ha poi deliberato lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata dell’assise cittadina il 17 febbraio e Sergio Mattarella ha firmato il decreto il 4 marzo.

“Ex vicesindaco può favorire ancora il clan”. Il sindaco fa ricorso
La commissione straordinaria (composta dai viceprefetti Andrea Cantadori, Gerardo Quaranta e al dirigente Sebastiano Giangrande) per i 18 mesi di incarico, fino alle prossime elezioni, avrà il compito di “rimuovere gli effetti pregiudizievoli per l’interesse pubblico”, ma dalla relazione del prefetto e dalla proposta del ministro emergono nuovi dettagli. Non si parla solo dell’ex vicesindaco di Parabita ed ex assessore ai Servizi sociali Giuseppe Provenzano, lista civica Uniti per Parabita (centrodestra), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e già arrestato a dicembre 2015 nell’ambito della maxi-operazione “Coltura”, insieme ad altre 21 persone. Se lo stesso Provenzano, infatti, come documentato dalle intercettazioni, si autodefiniva il “santo in Paradiso” del clan, è anche vero che Minniti ha ricordato come sia stata la stessa Corte di Cassazione, in una sentenza dell’aprile 2016 (quindi successiva al blitz), a sottolineare il rischio che l’ex vicesindaco “potesse continuare a favorireesponenti del sodalizio criminale, anche grazie ai contatti con amministratori ancora in carica e indicati come vicini all’associazione mafiosa”. Eppure il primo cittadino Alfredo Cacciapaglia non ci sta e, ritenendo di aver agito sempre all’insegna della legalità, già nei giorni scorsi ha annunciato ricorso contro il decreto di scioglimento.

L’indagine e i rapporti con il clan Giannelli
La maxioperazione fu l’epilogo di un’indagine condotta dai carabinieri del Ros, che fecero luce sui rapporti tra l’amministrazione e il clan Giannelli, sodalizio legato al boss storico Luigi Giannelli (condannato all’ergastolo). A gestire gli affari di famiglia era Marco Antonio Giannelli (tra gli arrestati), al secolo “il Direttore“, figlio del boss. L’inchiesta è alla base anche della relazione della commissione d’inchiesta che ha indagato proprio sul rapporto tra il clan e l’amministrazione comunale di Parabita. Nel frattempo, il 12 ottobre scorso, nel giudizio abbreviato il gup Michele Toriello ha inflitto 18 condanne (20 anni a Marco Giannelli). Provenzano ha scelto il rito ordinario. Nella proposta del ministro Minniti “si dà atto della sussistenza di concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti e indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme di un loro condizionamento” e della capacità del sodalizio “di inquinare l’amministrazione comunale di Parabita”.

“Il patto col gruppo mafioso per la campagna elettorale”
Nella relazione del ministro si sottolinea il ruolo dell’ex vicesindaco Provenzano, come “veicolo consapevole per favorire gli interessi criminali, sulla base di un vero e proprio patto di scambio politico-mafioso”. Secondo questa tesi, “pur non essendo inserito organicamente nel sodalizio”, l’amministratore “si è dimostrato a completa disposizione del clan”. Si parte dal voto di scambio: il gruppo mafioso, infatti, “ha pubblicamente e palesemente sostenuto la campagna elettorale di alcuni esponenti politici locali”. Una vicinanza evidente anche dalle esternazioni che i vertici del sodalizio hanno pubblicato in rete sulla vittoria elettorale incassata a maggio 2015.

Voucher, rifiuti, alloggi popolari: i presunti favori
Nella proposta di scioglimento si fa poi riferimento all’assegnazione di contributi economici e voucher per prestazioni lavorative occasionali avvenuta con “procedura viziata”, ossia dopo un sorteggio pubblico che si svolgeva alla presenza di dipendenti del Comune o di soggetti non identificati. Tra i beneficiari, i soliti esponenti della criminalità organizzata, loro familiari o persone frequentate abitualmente dai sodali. Il prefetto Palomba ha descritto l’impegno dell’amministrazione ad assumere appartenenti al clan presso la ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti solidi urbani del Comune.

Anche la commissione d’indagine ha messo in luce “le discutibili modalità di affidamento del servizio di igiene urbana” a una ditta che si è aggiudicata l’appalto alla fine di un procedimento che si era concluso a favore di un’altra impresa, la cui offerta è stata poi ritenuta anomala dalla commissione di gara. E, sempre, in tema, c’è la questione delle assunzioni del capoclan e di due sodali all’interno della stessa ditta, dal gennaio 2010 (poco prima dell’insediamento del sindaco, all’epoca al suo primo mandato). I tre sono stati poi stabilizzati il 3 aprile 2013, cosa che ha comportato “un aumento del costo annuale del servizio”. Si è passati dai 945mila euro del 2012 (con 27 dipendenti a tempo indeterminato) a un milione e 45mila euro del 2013 (con 33 dipendenti), per un costo di 100mila euro per l’ente. Tuttora l’impresa in questione svolge la propria attività grazie a diverse proroghe, disposte dal Comune con ordinanze sindacali e delibere di giunta in attesa delle procedure di gara dell’ambito.

Ma il Comune non avrebbe fatto nulla nemmeno per contrastare l’occupazione abusiva degli edifici pubblici, permettendo anzi che esponenti del clan utilizzassero senza alcun diritto gli alloggi popolari. Il sindaco avrebbe, invece, “requisito con propria ordinanza alcuni beni, destinandoli a soggetti che non rientravano nella graduatoria ufficiale degli aventi diritto”. Tra queste persone, anche un pregiudicato che era solito frequentare il clan. Ci sarebbero, poi, stati dei contatti tra l’amministrazione e il sodalizio affinché Marco Antonio Giannelli potesse riciclare il denaro sporco in attività commerciali, attraverso un prestanome.

E mentre il 10 gennaio 2016, in occasione di un incontro di calcio al campo sportivo comunale, un gruppo di tifosi ha inneggiato slogan in favore del vicesindaco che era stato arrestato poche settimane prima, il sindaco e alcuni assessori si sono guardati bene dal partecipare alla marcia per la legalità, organizzata a Parabita in concomitanza con l’incontro di calcio ed alla quale erano invece presenti i consiglieri di minoranza e tre di maggioranza.

(fonte)