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Mafia nella Fiera di Milano: arrivano le prime condanne

(lo spiega bene Luca Fazzo)

Non è una bella giornata per l’immagine di Milano. Cosa c’è di più milanese della Fiera? Ebbene, ieri mattina un giudice certifica con sentenza che l’onda lunga della mafia era arrivata fino a ridosso dell’ente-simbolo della città, quello della vecchia Campionaria. Un imprenditore siciliano viene condannato per associazione a delinquere finalizzata all’autoriciclaggio e all’appropriazione indebita: l’aspetto avvilente è che tutti gli affari di questo signore ruotavano intorno ai padiglioni della Fiera, dove rastrellava appalti e si muoveva con fare da padrone; e la sentenza dice che i suoi reati erano aggravati dalla «finalità mafiosa»: non agiva solo per arricchire se stesso, ma per finanziare i clan criminali siciliani, arrivando – passaggio dopo passaggio, tra le «famiglie» di Pietraperzia e gli Accardo di Partanna – fino all’entourage del latitante numero uno di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro.

L’imprenditore siciliano si chiama Giuseppe Nastasi e ieri si vede infliggere dal giudice Alessandra Del Corvo otto anni e dieci mesi di carcere. Il suo braccio operativo era la Dominus, un consorzio di cooperative dietro le quali – schermati da una pletora di prestanome – c’erano sempre lui, Nastasi, e suo padre Calogero (che ieri viene condannato a tre anni e otto mesi). Le indagini del Gico, i super-investigatori della Guardia di finanza, hanno accertato come appalti per diciotto milioni – compresi alcuni lavori sul sito di Expo 2015 – fossero stati assegnati alla galassia dei Nastasi da Nolostand, la società controllata dalla Fiera che per questo è stata commissariata dal tribunale. Lui, Nastasi, arrestato a luglio dello scorso anno, ha negato tutto, e anzi si è tolto la soddisfazione di rivelare un giro di mazzette all’interno di Fiera Milano su cui ora la Procura ha aperto un nuovo fascicolo. Questo però non gli ha risparmiato la pesante condanna di ieri. Insieme a lui e al padre, il giudice ha condannato a pene minori altre sette imputati.

È l’inchiesta che ha travolto l’attuale board della Fiera, spingendo l’intero consiglio di amministrazione a dimettersi. Non ci sono (per quanto se ne sa) personaggi di vertice dell’ente sotto inchiesta, ma le carte del Gico raccontano della disarmante facilità con cui Nastasi (indagato oggi anche per associazione mafiosa in un filone trasmesso a Caltanissetta) poteva interloquire con i massimi esponenti di Fiera, incontrando insieme al suo socio Liborio Pace persino l’allora amministratore delegato E. P. Gli incontri allarmarono il capo della security, Domenico Pomi, ex ufficiale dell’Arma, che denunciò come «in quella sede venissero imposti dai due ai vertici aziendali la natura dei servizi e dei prodotti offerti». Insomma, gli anticorpi contro la penetrazione criminale in Fiera fallirono clamorosamente.

Di fronte a una simile prova di vulnerabilità, la Procura della Repubblica aveva chiesto che l’intera Fiera venisse commissariata: sarebbe stata una prospettiva umiliante, persino la prima edizione milanese del Salone del Libro si sarebbe svolta il prossimo aprile in un ente guidato da un amministratore nominato dal Tribunale. Almeno questa onta verrà risparmiata alla Fiera, perché la richiesta della Procura è stata respinta. Ma la sentenza di ieri, che ritiene provata la «mafiosità» delle infiltrazioni negli appalti dell’ente, è destinata comunque a pesare.

Il consiglio dimissionario resterà in carica fino all’approvazione del bilancio, poi si dovrà andare al rinnovo. Ma oltre agli uomini il pool antimafia della Procura si aspetta che siano cambiate le procedure, togliendo peso a quella lottizzazione politica che nei documenti dei pm Paolo Storari e Sara Ombra viene indicata come la causa principale della facilità con cui gli appetiti dei clan hanno potuto saziarsi a spese della Fiera.

A Ostia la mafia s’è fatta Municipio

(L’articolo di Fulvio Fiano, per Corriere Roma)

L’ufficio tecnico del municipio di Ostia era il covo della illecita gestione degli appalti pubblici in un tutt’uno con la malavita organizzata. A poco più di due anni dagli arresti che hanno scoperchiato il verminaio arriva il «segnaposto»della sentenza di primo grado a localizzare le stanze di lungomare Toscanelli in una ipotetica mappa della criminalità sul litorale.

Il processo si è concluso con sette condanne e fornisce significativi argomenti al commissariamento del X municipio. Una necessità ribadita due giorni fa dal prefetto Domenico Vulpiani nella sua audizione in commissione antimafia: «Ci sono 200 ricorsi l’anno sugli atti del municipio. Dal 2007 risultano non pagati dai concessionari di beni publici circa 2,5 milioni di euro. Il commercio è calato perché è tornata la legalità». E sottolineata dalla presidente Rosy Bindi: «Mai commissariamento a Ostia è stato più utile e doveroso», anche in risposta alla manifestazione di pochi giorni fa che ha chiesto «il ritorno della politica».

La sentenza è importante perché per la prima volta a un funzionario pubblico dell’amministrazione locale, Aldo Papalini, viene riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso per reati commessi in prima persona. Da brand esclusivo dei clan, la mafiosità diventa così un fattore intrinseco alla pubblica amministrazione. E il risarcimento danni, da definire, disposto in favore di Comune, Regione ed associazioni antimafia, restituisce il senso dei danni fatti alla comunità nella quale l’organizzazione faceva da padrona.

E i giudici dell’ottava sezione penale, pur decidendo per pene inferiori alle richieste sostenute anche dall’altro pm della Dda, Ilaria Calò, hanno di fatto riconosciuto questa impostazione. Condannato a 5 anni e 8 mesi Armando Spada, esponente dell’omonimo clan alleato dei Fasciani, che per conto di Papalini «convinceva» gli imprenditori riluttanti a piegarsi. Condannato anche Cosimo Appeso (5,5 anni di reclusione), luogotenente della Marina Militare Italiana e presidente della Proloco Ostium 2020. E poi Ferdinando Colloca, fratello dell’ex consigliere municipale pdl, Salvatore, e a sua volta candidato con CasaPound, Damiano Facioni, amministratore della BluDream, e Matilde Magni, moglie di Appeso, tutti a tre anni e quattro mesi. Infine l’imprenditore Angelo Salzano (otto mesi con sospensione della pena), l’unico a non avere l’aggravante di mafia.

Le imputazioni, fotografate in due anni di indagini (2011-2013) dalla Mobile, i carabinieri di Ostia e Capitaneria di porto, vanno dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta, dal falso ideologico e concussione, alla corruzione.Ventisei in totale gli indagati ritenuti a vario titolo funzionali al sistema con cui Papalini smistava ad imprese amiche gli appalti del municipio. Dalla (fasulla) bonifica del canale dei Pescatori alle concessioni balneari, dalla manutenzione stradale alla recinzione della spiaggia di Castelporziano.

‘Ndrangheta in Val d’Aosta: occhi puntati sui Nirta

La Direzione distrettuale antimafia di Torino sta indagando su infiltrazioni della ’ndrangheta in Valle d’Aosta. Indagini che sono concentrate sulla famiglia Nirta, già in passato oggetto di provvedimenti giudiziari. La notizia – citata nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del pm Pasquale Longarini e del commerciante Gerardo Cuomo – è stata confermata da fonti investigative ed è coperta dal più stretto riserbo.

Tra i personaggi controllati dalla Dda c’era lo stesso Cuomo, titolare del Caseificio valdostano e definito «soggetto di interesse investigativo»nell’ordinanza, il quale «in occasione di plurimi servizi di osservazione era stato visto incontrare presso la sua azienda Giuseppe Nirta, pluripregiudicato, tra l’altro per reati in materia di stupefacenti, “dominus” effettivo della ditta spagnola Flos Florum sl, con la quale il caseificio valdostano aveva intrapreso rapporti commerciali».

(fonte)

I divorziati non possono essere padrini in un battesimo. I mafiosi (il figlio di Riina) sì.

Le vacanze di Natale di Giuseppe Salvatore Riina detto Salvo non sono passate inosservate. Il figlio del capo di Cosa nostra, condannato anche lui per associazione mafiosa, è tornato in Sicilia con un permesso del tribunale e con un “certificato di idoneità” firmato da un parroco di Padova. Idoneità a fare il padrino di battesimo di una nipotina. Evidentemente, il giovane Riina avrà dato prova di essere un buon cattolico praticante, tanto da far dimenticare i suoi trascorsi di mafia. Fra il 2000 e il 2002 tentava di riorganizzare una cosca: “Io vengo dalla scuola di Corleone” diceva mentre tentava di gestire alcuni appalti, e ai suoi fedelissimi raccontava la stagione delle stragi Falcone e Borsellino decisa dal padre: “Totuccio si fumò a tutti, li scannò”. Salvo Riina è stato scarcerato nel 2011, e da allora ha il divieto di tornare a Corleone, per la procura distrettuale antimafia di Palermo non ha mai interrotto i suoi rapporti con il clan.

Ma, d’incanto, un parroco di Padova gli ha rilasciato un lasciapassare per l’altare e un altro sacerdote di Corleone, don Vincenzo Pizzitola, ha spalancato le porte della Chiesa madre al novello padrino (di battesimo). Così, il pomeriggio del 29 dicembre, la famiglia Riina ha indossato il vestito della festa per la cerimonia. Una messa come tante, ma a Corleone non è passata inosservata. E il tam tam è arrivato fino al vescovo di Monreale, monsignor Michele Pennisi, che sui temi della mafia è una delle voci più autorevoli di tutta la Chiesa siciliana. La notizia non gli è davvero piaciuta. Oggi, dice: “Né io, né gli uffici della Curia eravamo informati. Consentire al figlio di Riina di fare il padrino di battesimo è stata una scelta censurabile e quanto meno inopportuna, che io non approvo”.

In questi giorni il vescovo è in Tanzania, per inaugurare una scuola realizzata con il contributo della diocesi di Monreale. È amareggiato per i fatti di Corleone. “Il parroco si è giustificato dicendo che il figlio di Riina aveva presentato un certificato di idoneità firmato da un parroco della diocesi di Padova, e che aveva il permesso del giudice per venire in Sicilia. Ma io non cambio idea su quanto accaduto”. Il vescovo ricorda che il padrino “deve essere il garante della fede, deve dare testimonianza con le sue azioni. E non mi risulta che il giovane abbia mai espresso parole di ravvedimento per la sua condotta”.

In questi mesi, il rampollo di casa di Riina (il fratello Giovanni sconta l’ergastolo) è impegnato nella promozione del suo libro: è stato anche a “Porta a Porta” per presentare “Riina familiy life”, naturalmente neanche una parola sul trascorso da boss e sulla stagione del terrore e delle complicità del padre rinchiuso al 41 bis. Ora, su Facebook, Salvo Riina lancia anche una campagna per le vittime del terremoto: “A grande richiesta – scrive – l’asta di una copia del mio libro, dedicata e autografata”. Il vescovo Pennisi annuncia una visita pastorale a Corleone: “C’è bisogno di parole chiare sulla mafia, certi episodi non sono più tollerabili”.

La diocesi di Padova precisa che il figlio di Riina “ha ricevuto la cresima lo scorso dicembre dopo un lungo percorso di preparazione condotto in riservatezza. Al termine di questo ho ricevuto un certificato di cresima come da prassi. Su quanto è successo poi nella diocesi di Monreale – dice una nota della Curia – stiamo verificando e daremo comunicazione a tempo debito”. Ma il caso ha sollevato polemiche. La sorella di Giovanni Falcone, Maria, non usa mezzi termini: “A prescindere che si chiami o meno Riina, il padrino di battesimo secondo la Chiesa viene scelto perchè dà una sorta di indirizzo morale al figlioccio. Non credo che un condannato per mafia, anche se è uscito dal carcere, possa avere quei principi morali che consentano di dare a un ragazzo il giusto indirizzo per fare delle scelte edificanti nella propria vita”.

(fonte)

Intanto le mafie si prendono il Friuli

In Friuli Venezia Giulia, lavorano e danno da lavorare da decenni, facendo affari nei settori dell’industria, del commercio e della ristoriazione, conquistando nicchie di mercato e contribuendo a fare girare l’economia generale.

Peccato che i soldi immessi attraverso le loro attività e quelli guadagnati con quegli stessi investimenti arrivino da e tornino in ambienti malavitosi: quelli della criminalità organizzata da cui provengono e che fa capo a Cosa nostra, ’ndrangheta e Camorra. Mafiosi che nell’estremo Nord-Est d’Italia hanno trovato un’ottima occasione di riciclaggio.

L’ultima realazione del ministero dell’Interno sull’attività svolta dalla Direzione investigativa antimafia nel primo semestre 2016 rappresenta una fotografia eloquente degli appetiti che la nostra regione continua a stimolare. Proprio come rilevato l’altro giorno, a Trieste, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, e come documentato dalle cronache giornalistiche in occasione di ogni operazione investigativa.

Confische nel Pordenonese

«L’ingerenza di Cosa nostra nelle attività produttive del Nord-Est ha trovato un’importante evidenza anche in Friuli Venezia Giulia», si legge nella relazione. E la prima metà dell’anno scorso offre almeno quattro conferme di rilievo. Il 3 febbraio, a Pordenone e Aviano vengono confiscati beni riconducibili all’imprenditore edile palermitano Francesco Pecora, deceduto nel 2011, a 72 anni, e ai suoi eredi, per quasi due milioni di euro.

In cima all’elenco, l’Edilizia Friulana Nord srl. La misura è disposta dal tribunale di Palermo, nell’ambito di un’inchiesta che ha ne chiarito la contiguità con personaggi di spicco, tra cui Antonino Rotolo, e che lo ha indicato come l’interfaccia tra la mafia e l’imprenditoria legale: l’uomo, insomma, incaricato di gestirne i capitali illeciti anche fuori dalla Sicilia.

I Graziano a Udine

Il 19 maggio i riflettori si spostano su Udine. Per il capoluogo friulano è l’ennesimo campanello d’allarme rispetto alla presenza, radicata da anni, della famiglia Graziano.

Questa volta, nel mirino degli investigatori ci sono Domenico, pure deceduto nel 2013, a 76 anni, e suo figlio Camillo, 48 anni, entrambi con casa a Tavagnacco e «imprenditori edili mafiosi»: la Guardia di finanza sequestra beni per un valore complessivo di circa 7 milioni di euro, tra Palermo e l’hinterland udinese, dove gestiscono tra l’altro la Nord Costruzioni srl.

Nel 2010, analogo provvedimento aveva travolto il boss Vincenzo – fratello minore di Domenico -, vicino ai Madonia e ai Galatolo, condannato già due volte per associazione a delinquere di stampo mafioso e tutt’ora in carcere con l’ulteriore accusa di avere fatto parte del commando che avrebbe dovuto eliminare il pm Nino Di Matteo.

Il boss dei Brancaccio

Ed è sempre a Udine che si era trasferito Giovanni Arduino, 54 anni, palermitano organico alla famiglia Brancaccio. Il 9 maggio, colpito da ordine di carcerazione emesso dalla Corte d’appello del capoluogo siciliano tre giorni prima, decide di costituirsi ai carabinieri: dovrà scontare tre anni di reclusione per trasferimento fraudolento di valori, aggravato dal metodo mafioso.

«Sebbene non immediatamente riconducibile a un contesto di tipo mafioso – osserva la relazione –, si registra un certo attivismo di criminali di origine siciliana, inseriti in associazioni per delinquere autoctone dedite ai reati di tipo predatorio o inerenti agli stupefacenti».

L’alleanza con i Casamonica

Non meno affollato il versante calabrese. La mappatura tracciata e costantemente monitorata dal personale della Dia di Trieste segnala «la presenza di elementi organici alla ’ndrangheta innanzitutto con riferimento a ditte operanti nel settore edile, estrattivo, del trasporto conto terzi e dell’industria meccanica».

È in quest’ottica di «silente contaminazione del sistema produttivo regionale» che va letta l’operazione della Polizia che, l’11 maggio, era culminata nel sequestro della Serrmac Sas di Budoia. L’impresa, già sottoposta a procedura fallimentare, risulta di proprietà di un gruppo criminale comprendente esponenti della camorra, della ’ndrangheta e dei Casamonica.

La ’ndrina e le pizzerie

Per non dire di tutto quello che precede e che è seguito al primo semestre 2016. Merito soprattutto del nuovo impulso impresso all’attività investigativa dal procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia di Trieste, Carlo Mastelloni, dal suo insediamento, nel 2014.

Basti pensare all’iscrizione sul registro degli indagati, per associazione a delinquere di stampo mafioso, di Giuseppe Iona, 51 anni, originario di Belvedere di Spinello e residente a Monfalcone, ritenuto capo di una ’ndrina che, dal 2007, avrebbe controllato un traffico di droga e armi.

E alla non meno complessa inchiesta per presunto riciclaggio che ha investito la catena delle pizzerie Peperino e che la collegherebbe alla Camorra. Dell’altro giorno, infine, il blitz del Ros nei negozi Celio e Jenniyfer del centro commerciale Bennet di Pradamano, di proprietà di una società riconducibile ai Piromalli di Gioia Tauro.

(fonte: Il Messaggero Veneto)

‘Ndrangheta: così hanno preso Antonino Pesce

Nelle prime ore di oggi 29 gennaio 2017, in Gioia Tauro (RC), i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria unitamente a quelli della locale Compagnia Carabinieri, collaborati da militari dello Squadrone Cacciatori Calabria, hanno tratto in arresto, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria su conforme richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, Pesce Antonino, 34 anni, per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Prevenuto, latitante dal luglio 2016 quando si era sottratto ad un provvedimento di fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione convenzionalmente denominata “Vulcano”, condotta dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza reggina, veniva individuato all’interno di un’abitazione sita nella zona marina del comune della piana, al termine di minuziosa attività d’indagine condotta dalla Stazione Carabinieri di Gioia Tauro, supportata dalla Compagnia, unitamente al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia.

In particolare attraverso attività tecnica e l’imprescindibile patrimonio informativo della Stazione Carabinieri, si è riuscito ad individuare la presenza del latitante nell’abitazione ove si era recato verosimilmente per incontrare la compagna ed i figli. Il prevenuto, all’atto dell’irruzione dei militari, ha tentato di disfarsi, lanciandola dalla finestra dell’abitazione, di una pistola, poi prontamente recuperata dagli operanti. L’arma è risultata essere una pistola semiautomatica in ottimo stato e perfettamente efficiente, completa di caricatore e relativo munizionamento, provento di furto perpetrato in Civitanova Marche (MC) nel 2015. Successivamente non ha opposto ulteriore resistenza. Il Pesce è ritenuto, anche a seguito dello stato di detenzione di altri familiari, il reggente dell’omonima cosca, nonché colui che si occupava dell’approvvigionamento delle risorse finanziarie, principalmente gestendo l’attività di importazione di cocaina dal Sudamerica e curando l’esfiltrazione della stessa laddove importata da altri e stoccata in container sbarcati al porto di Gioia Tauro, amministrando tali risorse finanziarie e distribuendole ai vertici della cosca detenuti ed ai loro familiari. Inoltre lo stesso curava i rapporti con le altre cosche in particolare quella dei Bellocco e dei Molè, più in generale svolgendo le funzioni di organizzatore e promotore della cosca. Medesimo contesto veniva tratto in arresto per il reato di favoreggiamento personale Belcastro Tonino, di anni 53, nullafacente, già noto FF.OO., proprietario dell’abitazione ed ivi presente all’atto dell’irruzione dei Carabinieri. Gli arrestati, al termine delle formalità di rito, sono stati associati presso la casa circondariale di Palmi.

(fonte)

«La mafia è dappertutto». Falso!

Francesco Viganò sul libro di Costantino Visconti (che trovate qui)

1. Un libricino prezioso, questo di Costantino Visconti, inserito in una bella collana di Laterza dedicata agli idòla baconiani. Ai luoghi comuni e agli slogan di cui si nutre la comunicazione politica, ai messaggi che ‘bucano’ in televisione; e alla loro discussione e confutazione con le armi della ragione.

Qui il luogo comune è la pretesa onnipotenza – pervasiva e tentacolare – della mafia nel nostro paese. Un luogo comune alimentato da una certa cultura (e una certa politica) dell’antimafia, funzionale in definitiva a legittimare sempre nuovi strappi alle regole e ai principi dello stato di diritto, in nome di una lotta senza quartiere contro avversari percepiti più come nemici dell’intero ordinamento, che non come criminali. Pericolosi quanto si vuole: ma nemmeno così straordinariamente astuti e intelligenti, come la letteratura e il cinema amano presentarceli.

 

2. L’autore ha le carte in regola per parlare non solo di mafia, ma anche di contrasto alla mafia, avendo dedicato buona parte della sua produzione scientifica a queste tematiche, da vent’anni a questa parte; e avendo, soprattutto, affrontato questi temi non già con lo sguardo asettico dello studioso puro di diritto che si limita a confrontarsi con i principi e i dati normativi, quanto piuttosto con l’avida curiosità di chi – dall’angolo visuale privilegiato di un professore non coinvolto in prima linea nella difesa di alcun imputato – vuole anzitutto comprendere la realtà: fatta di fascicoli processuali, di strategie giudiziarie (delle procure e della stessa magistratura giudicante), ma anche di vicende personali di iimputati eccellenti e di perfetti sconosciuti, di imprese colpite da interdittive antimafia o sottoposte ad amministrazioni giudiziarie, di montagne di beni confiscati e sequestrati non sempre gestiti con la doverosa dose di imparzialità da parte di chi ne aveva la responsabilità. Il tutto muovendo da un passato personale – dichiarato sin da subito al lettore – di esponente dell’antimafia civile palermitana, sin dai tempi dell’università: quando a Palermo si moriva davvero, di mafia.

 

3. Il frutto – necessariamente provvisorio – di questi anni di impegno e di studio è una riflessione disincantata, eppure ancora appassionata, sul senso della battaglia contro la mafia oggi.

Una riflessione che muove – paradossalmente, ma non troppo – dall’affermazione che l’antimafia si è fatta potere, e che come tutti i poteri anch’essa ha bisogno di controllo, e di “controcanto critico”.

Il riferimento polemico non è soltanto agli illeciti asseritamente commessi da taluno in nome dell’antimafia, illeciti contro i quali per fortuna la stessa magistratura ha mostrato di possedere tutti gli anticorpi necessari per reagire; ma è anche alla tentazione di invocare e praticare un uso sempre più massiccio dell’arsenale penalistico, o di strumenti paralleli non meno temibili – dalle misure di prevenzione alle misure amministrative antimafia, in grado di decretare la morte civile di imprese o l’azzeramento di interi corpi politici democraticamente eletti –, al di fuori di una logica di stretta necessità e proporzione rispetto alle pur sacrosante finalità perseguite.

 

4. Sul fronte propriamente penalistico, Visconti dedica speciale attenzione a questioni ben note agli studiosi e ai pratici, a cominciare dalla problematica qualificazione quali “mafiose” di associazioni criminali operanti al di fuori dei contesti territoriali tradizionali, in particolare al nord e, ora, nella stessa capitale, divenuta palcoscenico dal grande processo di “Roma capitale”; e si scaglia – non risparmiando nomi e cognomi – contro chi invoca una generalizzata e acritica applicazione in questi contesti dell’art. 416 bis c.p., e di tutto ciò che la qualificazione come “mafiosa” di questa criminalità si tira dietro, quasi che dietro le prudenze di una parte della magistratura vi fosse una sistematica e colposa sottovalutazione della criminalità mafiosa al nord e al centro della penisola.

Altre perspicue analisi sono dedicate alle strategie di contrasto contro le infiltrazioni delle mafie nelle imprese, e in generale nell’economia legale; e poi al tema spinoso degli intrecci tra mafia e politica – spesso oggetto di indagini e processi conclusisi nel nulla dopo anni di gogne mediatiche –, così come a quello della contiguità alla mafia da parte della “borghesia” rispettabile: fatta di medici, di avvocati, di consulenti commerciali, e persino di sacerdoti accusati di aver celebrato messe per i capimafia latitanti. Una contiguità che evoca naturalmente il tema del concorso esterno, cui lo stesso Visconti ha dedicato in passato una fondamentale monografia, oggi tornato sul banco degli imputati in seguito a una nota sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

 

5. Filo rosso che unisce tutte queste analisi – condotte con il linguaggio atecnico di chi vuol far cogliere la sostanza dei problemi a chi, non essendo giurista, abbia tuttavia il desiderio e la giusta pretesa di comprenderequestioni al centro del dibattito pubblico contemporaneo – è la constatazione dell’ineliminabile complessità dei problemi in discussione. 

Una complessità – ci suggerisce Visconti – che non dipende, o non dipende soltanto, dall’oscurità delle norme da applicare, né dalla loro sovrabbondanza o dal loro scarso coordinamento, come istintivamente è portato a pensare il profano, inconsciamente influenzato dall’episodio dell’Azzeccagarbugli manzoniano; ma che dipende, soprattutto, dalle ambiguità e dai chiaroscuri della realtà che quelle norme vanno a regolare.

Proprio queste ambiguità e chiaroscuri, insiste l’autore, rendono arduo il compito del diritto penale: strumento “legnoso” e “anelastico”, che non si accontenta di ombre caravaggesche, ma esige prove solari, luminose, della commissione da parte del cittadino di un “fatto riconducibile a un tipo espressamente e compiutamente descritto dalla legge”.

Quasi banale il rammentarlo: assai meno il farne tesoro nella quotidiana pratica applicativa, specie quando si vuole insistentemente concepire il diritto penale – e in generale l’assieme degli strumenti deputati al contrasto della criminalità mafiosa – come un arsenale bellico contro un nemico giurato dell’intero ordinamento.

 

6. Ma il libro di Visconti non è soltanto, e non è tanto, un libro “contro” – contro la retorica dell’antimafia, o controgli eccessi repressivi compiuti in suo nome. Il suo è anzitutto un libro che guarda agli ultimi decenni della storia italiana – dall’inizio degli anni ottanta, e poi con sempre maggiore nettezza dall’epoca delle stragi di Capaci e di via D’Amelio in poi – come a un complessivo successo.

Il potere della mafia è stato sfidato seriamente attraverso uno sforzo congiunto dello Stato e della società civile in tutti questi anni, e ne è uscito fortemente indebolito. E ciò non certo per merito di magistrati pronti a sbarazzarsi della toga per improvvisarsi un futuro politico, né di “toghe telegeniche” o semplicemente chiacchierone, che scrivono libri con i materiali delle loro inchieste mentre queste sono ancora sub iudice. Il merito è stato piuttosto, osserva Visconti, di “migliaia di investigatori e agenti delle forze dell’ordine che lavorano in silenzio e colgono piccoli e grandi risultati sul campo […], scovando centinaia di latitanti e rischiando la vita”, così come di “decine e decine di pubblici ministeri che, al riparo dai riflettori, ragionano, si pongono costantemente interrogativi, studiano e al contempo guidano la polizia giudiziaria nelle indagini per poi celebrare i processi, senza parlarne prima sui giornali”; e assieme di “altrettanti giudici che in piena solitudine decidono di infliggere secoli di carcere ai mafiosi oppure di assolvere, magari con il dubbio di restituire la libertà a chi forse non lo meriterebbe ma sapendo che il diritto è e deve rimanere la loro bussola”.

 

7. Il merito forse maggiore è, però, della “marea di gente che dei mafiosi, mafiosetti e dei loro complici non ne può più”: una “minoranza vociante” trent’anni fa, divenuta oggi una “maggioranza silenziosa”.

Splendido il post-scriptum che chiude il volumetto: un piccolo spaccato di intimità domestica, con un paio di dialoghi tra l’autore e i propri figli, che considerano la mafia come qualcosa che appartiene ormai alla storia della loro città, e accusano il padre di essere ancora un “portatore sano” di quella che per loro non è che una malattia, come tutte le altre. Una malattia da conoscere e da combattere, certo; ma che le giovani generazioni sembrano concepire (finalmente!) come altro da sé, come qualcosa di estraneo alla identità palermitana, e – forse – italiana in genere.

Valuterà da sé il lettore se questa diagnosi rifletta soltanto l’inesperienza giovanile, e pecchi così di eccessivo ottimismo. Ma, se non altro, è confortante sentirci dire da un osservatore esperto come Visconti che tanti sforzi e tanto sangue non sono stati profusi e versati invano. Che ne è valsa la pena, insomma; e che ancora varrà la pena di lavorare, al riparo da impropri clamori mediatici ed eccessi repressivi, per contrastare – con le armi della civiltà e del buon senso prima ancora che dei codici – criminali pericolosi e spietati, ma per fortuna non onnipotenti né invincibili.

La revoca della revoca della scorta di Ignazio Cutrò

“Sono veramente felice oggi per la mia famiglia perché nel pomeriggio alla caserma di Bivona mi notificano il rientro nel programma di protezione”. Ignazio Cutrò da oggi tornerà ad essere a tutti gli effetti un testimone di giustizia. Il Tar del Lazio ha accolto il suo ricorso per l’annullamento della delibera adottata ad ottobre dalla Commissione Centrale. Fino a ieri, da poco più di tre mesi infatti, Ignazio Cutrò non era più formalmente un testimone di giustizia perché non erano state prorogate le speciali misure di protezione nei suoi confronti e del suo nucleo familiare. Un fatto che aveva scosso a tal punto Cutrò che era stato colto da un malore appena venuto a conoscenza della decisione della Commissione del Ministero dell’Interno . Oggi può finalmente tirare un sospiro di sollievo, dopo mesi insonni di ansie e timori per l’incolumità dei famigliari. “Ho creduto e continuo a credere nella giustizia e oggi abbiamo avuto prova che si può fare – ha detto l’ex imprenditore di Bivona contento – non ho rancori verso nessuno ma rimarco che la lotta alla mafia è una lotta di tutti e la dobbiamo fare assieme!”.

 
Nelle motivazioni del Ministero dell’Interno per la mancata proroga delle misure speciali di protezione, ci sarebbe stato anche un riferimento alle manifestazioni e proteste di Cutrò contro il malfunzionamento del sistema di protezione e quindi il Ministero. “Se io mi sono scatenato o lamentato in tutti questi anni che il nostro sistema non è mai stato applicato in toto, per questioni logistiche o altro, l’ho fatto solo al fin di bene – ha spiegato oggi Cutrò – l’ho fatto anche per chi non poteva parlare perché in località segreta”.
E’ l’Ignazio Cutrò di sempre a parlare oggi, il presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia deciso e pronto ad impegnarsi assieme agli altri testimoni di giustizia per far vale i diritti di tutti e continuare la lotta quotidiana alla mafia.
“Con l’associazione siamo riusciti a portare a termine due importanti leggi ed ora molti testimoni sono stati impiegati in un lavoro pubblico e cominciano ad avere una vita normale, noi chiediamo solo questo”. E ancora “Anche se dai vertici ci hanno detto che diamo fastidio noi continueremo sulla nostra linea perché lo Stato siamo noi cittadini e chiedo al Ministero di poter collaborare spalla spalla perché io non sento che lo Stato è mio nemico ma io non devo essere un nemico per lo Stato”.
Da circa un anno Cutrò lavora come impiegato pubblico a Bivona ma è stato costretto a veder fallire la sua azienda edile. Per molti anni Cutrò è riuscito a resistere al fallimento ed ai danni provocati dalla sua scelta e forse ce l’avrebbe fatta se fossero state applicate delle perizie redatte ancora nel 2012 dal Viminale stesso.

 
Ed è la voce di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo e fondatore del movimento Agende rosse, a ricordare l’importanza di sostenere i testimoni di giustizia nella propria terra: “Non posso che essere felice di questa notizia ma non basta – ha scritto Salvatore Borsellino sul suo profilo Facebook – bisognerebbe che ad Ignazio, così come a tanti altri, fosse permesso di fare l’imprenditore nella sua terra, così come avveniva prima della sua coraggiosa scelta di denunciare e fare processare i suoi estorsori”.

(fonte: Antimafiaduemila)

Antonio, l’erede dei Piromalli: il ritratto del boss (di Cesare Giuzzi)

Giornalisti con la schiena (e la penna) dritta: Cesare Giuzzi per il Corriere della Sera:

La testa calva di Antonio Piromalli si piega una sola volta e lo fa controvoglia mentre i carabinieri del Ros lo scortano sulla macchina che dovrà portarlo in carcere. Lui si guarda intorno, punta gli occhi sul portone di legno del suo palazzo, al civico 33 di viale Brianza, e sul viso per un attimo gli torna il ghigno di chi ha passato una vita a sputare su quelle divise. Sono le 5 del mattino, il traffico intorno alla Centrale inizia lentamente ad animarsi ma nessuno sa che su quell’auto c’è uno dei principi della ’ndrangheta, l’erede della dinastia criminale dei Piromalli di Gioia Tauro (Rc). La famiglia che con don Mommo , Girolamo Piromalli, zio di Antonio e fratello del padre Giuseppe, detto Facciazza , ha trasformato la ’ndrangheta da mafia di pecorai e contadini nell’organizzazione criminale più potente al mondo.

L’erede di Facciazza

Antonio Piromalli, 44 anni, è il braccio imprenditoriale della cosca, ma è anche il capo designato del clan dopo l’arresto di Facciazza . E, scrivono i magistrati reggini Gaetano Paci e Federico Cafiero de Raho, è colui che controlla il mercato ortofrutticolo di Milano. Quell’Ortomercato già finito al centro dell’inchiesta sul clan Morabito nel 2007, e da allora protagonista di una letteratura di propaganda che lo descrive ripulito dal malaffare e bonificato dalle infiltrazioni mafiose. Allora viene da chiedersi come abbia fatto, nell’ottobre 2015, Piromalli a farsi una «passeggiata» tra i padiglioni per «celebrare» il suo ritorno all’Ortomercato dopo l’arresto nel 2008 per l’operazione antimafia «Cent’anni di storia». Una «sfilata» che l’imprenditore Alessandro Pronestì racconta alla moglie, quasi ridendo di un operatore del mercato che durante quella camminata riconosce Piromalli e rimane «impietrito». Perché tutti all’Ortomercato conoscono la fama e la ferocia del boss. Perché, come racconta ai pm il pentito Antonio Russo, «Antonio va subito al sodo, non discute. Mentre vi sedete vi ammazza. Punto. Vi ammazza col sorriso, vi fa capire che vi ha perdonato, e magari vi ha già ucciso. Questo è Antonio». E un altro pentito, Arcangelo Furfaro, spiega che è da una vita che i Piromalli gestiscono il mercato ortofrutticolo di Milano, che «la loro tendenza è rendersi più invisibili possibile e lo fanno in modo eccellente». Ed è illuminante il racconto che Furfaro farà agli inquirenti calabresi: «In Lombardia funziona come in Calabria. Il sistema è sempre quello. Ormai le fette di cocomero negli occhi non ce le ha più nessuno». Nelle 2.185 pagine del decreto di fermo i pm Paci e Cafiero de Raho non usano mezze parole: «Antonio Piromalli assumeva il controllo dell’Ortomercato di Milano attraverso la creazione di una complessa rete di imprese e l’ausilio di una serie di affiliati (tra tutti spiccava Alessandro Pronestì) e fiancheggiatori, coordinati con la finalità di dominare il mercato ortofrutticolo di Milano, facendo leva sul metus mafioso esercitato dalla sua persona».

Le società occulte

Piromalli era socio occulto di diverse società (Ortopiazzolla, Polignanese, Original trade e Artemide) e riforniva (attraverso il consorzio Copam) anche la rete della grande distribuzione dei marchi Ali e Bennet , oltre a vendere i prodotti in Romania, Danimarca e Stati Uniti. Con lui è stata fermata anche la moglie Loredana Sciacca, 44 anni, insegnante all’Istituto comprensivo Quintino di Vona – Tito Speri di via Sacchini. Piromalli (arrestato ieri per associazione mafiosa) era stato scarcerato da Tolmezzo il 21 dicembre 2014 e subito sottoposto alla sorveglianza speciale. Anziché tornare in Calabria decide di fermarsi a Milano, nella casa-fortezza di viale Brianza, perquisita ieri dai carabinieri del Ros di Milano guidati dal tenente colonnello Paolo Storoni. Una decisione strategica, come scrivono i magistrati calabresi: «Non soltanto in considerazione dei trascorsi imprenditoriali e del pregresso circuito relazionale, ma anche e soprattutto per mantenere un basso profilo, sfruttando una minor visibilità per arginare intromissioni da parte delle forze di polizia e gestire con maggiore serenità il clan». E dove se non a Milano? Per farlo utilizzerà una rete di cerchi concentrici. Prima i familiari, poi Pronestì e i due consigliori Giovanni Scibilia (operaio che si occupa della manutenzione di alcune palestre di via Cenisio, viale Stelvio e via Piranesi) e Rocco Saccà, ufficialmente muratore ma autista e braccio destro del boss. È grazie a Scibilia che tenterà l’acquisto di una palestra a Milano «che fattura un milione e mezzo di euro all’anno».

I «buchi» nella sicurezza

Ma come è stato possibile che un padrino della ’ndrangheta come Antonio Piromalli abbia potuto passeggiare liberamente tra i banchi dell’Ortomercato mentre era sottoposto alla sorveglianza speciale? Nessuno lo sa. Anche perché l’accesso ai mercati generali gestiti da Sogemi dovrebbe essergli interdetto, visto che ufficialmente non figura tra i soci delle aziende ortofrutticole. Scrivono ancora i pm reggini: «Si vedrà come il reinserimento in quel mercato costituirà per Piromalli una modalità di ribadire il proprio potere mafioso ed imprenditoriale; un modo per manifestare a tutti gli operatori la propria forza criminale, non inficiata da sette anni di detenzione».

‘Ndrangheta, operazione Provvidenza contro i Piromalli: i fatti, le facce, i nomi

I particolari dell’operazione Provvidenza coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. Colpita una delle cosche calabresi più potenti con ramificazioni a Milano e negli Usa

Associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, intestazione fittizia di beni, autoriciclaggio ed altri reati aggravati dalle finalità mafiose. Sono le accuse di cui devono rispondere, a vario titolo, le trentatrè persone fermate nell’ambito del blitz messo a segno all’alba di oggi dai carabinieri del Ros. Nell’ambito dell’operazione, condotta in tre regioni (oltre la Calabria anche la Basilicata e la Lombardia) sono stati sequestrati beni per un valore di circa 40 milioni di euro.

L’egemonia dei Piromalli. Al centro delle indagini, coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria, c’è il potente clan dei Piromalli di Gioia Tauro. Gli investigatori del Ros ritengono di aver documentato le dinamiche associative e gli assetti mafiosi della cosca, accertandone l’ormai definitivo e incontrastato dominio sul locale di Gioia Tauro e l’egemonia sull’intero mandamento tirrenico, assicurata anche dai rapporti di interazione con le più qualificate articolazioni ndranghetiste della piana di Gioia Tauro. Sul fronte economico, è stata evidenziata la penetrazione della cosca nel tessuto economico e sociale dell’area gioiese e la sua capacità di esercitare un radicale controllo degli apparati imprenditoriali, con specifico riferimento al settore agro-alimentare. L’attività è riuscita inoltre a delineare il quadro degli interessi illeciti gestiti in ambito nazionale e transnazionale dal sodalizio indagato, verificando la disponibilità di ingenti risorse finanziarie reimpiegate in numerose iniziative imprenditoriali e commerciali nel nord-italia e negli Stati Uniti.

Il fronte calabrese. L’indagine, che ha preso le mosse dagli esiti delle operazioni “Cent’anni di storia”, “Maestro”, “Mediterraneo” e “Mammasantissima”, ha accertato la peculiare strutturazione dell’organizzazione, imperniata su una base operativa nella piana di Gioia tauro e su un’emanazione economico-imprenditoriale attiva a Milano, controllate dal principale esponente della cosca, Antonio Piromalli classe ‘72 (figlio di uno degli esponenti storici, Giuseppe Piromalli, classe ’45), da molti anni residente nel capoluogo lombardo. Sul fronte calabrese, le basi operative dell’organizzazione sono state individuate a Gioia Tauro negli uffici della società edile di Pasquale Guerrisi, uomo di fiducia di Antonio Piromalli, e nel casolare di campagna Girolamo e Teodoro Mazzaferro, cugini di Giuseppe Piromalli cl’45, ove veniva documentata la costante presenza di esponenti apicali della ‘ndrangheta reggina. In particolare, Girolamo Mazzaferro e Pasquale Guerrisi costituivano l’interfaccia calabrese di Antonio Piromalli, per conto del quale, in aderenza alle direttive che provenivano dal capoluogo lombardo, curavano il complesso degli affari illeciti della cosca, garantendone la leadership sull’intero mandamento tirrenico.

Le ramificazioni. I collegamenti con la propaggine milanese erano infatti assicurati da Francesco Cordì e Francesco Sciacca, cognati del Piromalli, anche attraverso un sistema di comunicazioni basato sui cosiddetti pizzini, che il Guerrisi aveva il compito di ricevere e instradare ai destinatari finali.
Girolamo Mazzaferro, esponente storico della cosca, era stato affidato il compito di: dirimere i contrasti sorti tra gli affiliati alla cosca e costituire altresì un punto di riferimento per risolvere controversie o problematiche anche in ambito non prettamente criminale; gestire, unitamente al fratello mazzaferro teodoro, le operazioni immobiliari e di compravendita di terreni, in molti casi estorti con il ricorso all’intimidazione mafiosa o come contropartita per i prestiti erogati a tasso usurario; prendere decisioni per la conduzione delle attività illecite della cosca, con particolare riferimento al traffico di stupefacenti, pianificando altresì agguati o azioni intimidatorie nei confronti delle compagini criminali che andavano ad interferire sul controllo delle banchine e dei piazzali dello scalo portuale.

 

I contrasti con i Molè. In relazione a tale ultimo aspetto, le indagini hanno dato conto dei rapporti contrastati tra i Piromalli e Domenico Stanganelli, già organico alla cosca Molè, per il controllo di alcuni gruppi specializzati nella gestione e fuoriuscita delle partite di cocaina dal porto di Gioia Tauro. Il dissidio aveva fatto registrare due attentati a colpi di arma da fuoco all’indirizzo di Gaetano Tomaselli e Giuseppe Antonio Trimboli, entrambi contigui alla cosca Piromalli e dipendenti della società Mct di Gioia Tauro, attiva nelle operazioni di transhipment all’interno dello scalo portuale. In tale contesto, si accertava come i vertici dell’organizzazione, tra cui Girolamo Mazzaferro e Francesco Cordi’, avessero costituito un gruppo di fuoco, pianificando l’omicidio di Michele Zito, braccio destro di Stanganelli, individuato quale esecutore materiale dell’azione intimidatoria. l’evento, ad ogni modo, veniva scongiurato grazie ad una serie di servizi predisposti sul territorio dalle forze di polizia e per l’intervenuta carcerazione dello stesso Zito.

I nomi. Queste le persone coinvolte nell’inchiesta: Francesco Sciacca, 49 anni di Gioia Tauro; Alessandro Pronesti, 39 anni di Gioia Tauro;  Antonio Piromalli, 45 anni di Milano; Loredana Sciacca,45 anni di Milano; Giovanni Scibilia, 46 anni di Cusano Milanino; Carmela Sciacca, di 48 anni di Cusano Milanino; Rocco Saccà, 63 anni di Milano; Nicola Rucireta, 45 anni di Pisticci (Mt);  Paolo Vincenzo D’Elia, 88 anni di Palmi (residente a Filogaso); Michele D’Agostino, 43 anni di Rizziconi; Francesco Trunfio, 36 anni di Gioia Tauro; Giuseppe Barbaro, 35 anni di Gioia Tauro; Domenico Barbaro di 37 anni di Gioia Tauro; Grazia Piromalli di 38 anni di Gioia Tauro; Francesco Cordì, 40 anni di Gioia Tauro; Domenico Stanganelli, 40 anni di Gioia Tauro;  Rocco Dato, 41 anni di Gioia Tauro; Teodoro Mazzaferro, 42 anni di Gioia Tauro; Amedeo Fumo, 43 anni di Gioia Tauro; Pasquale Guerrisi, 44 anni di Gioia Tauro; Pietro Gallo, detto “Pierone”, 49 anni di Gioia Tauro; Annunziata Sciacca, 49 anni  di Gioia Tauro; Carmelo Bagalà, 25 anni di Gioia Tauro; Vincenzo Bagalà, 53 anni di Gioia Tauro;  Maria Martino, 63 anni di Villa San Giovanni; Teodoro Mazzaferro, detto “Teo”, 42 anni di Gioia Tauro; Girolamo Mazzaferro, 82 anni di Gioia Tauro; Giuseppe Gangemi, 66 anni di Gioia Tauro;  Giovanni Sergio, 30 anni di Sinopoli; Carmine Alvaro, 49 anni di Sinopoli; Francesco Arcuri 48 anni di Rizziconi.

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