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«De Luca parla come un camorrista»

“De Luca parla come un camorrista: credo che il suo partito si sarebbe dovuto interrogare tempo fa sulle discutibili qualità umane e gli eccessi verbali di questo personaggio”: lo dice in un’intervista pubblicata su Il Dubbio Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia e attento osservatore dei linguaggi e dei modi mafiosi. E aggiunge: «sarebbe pericoloso derubricare il tutto come semplice ironia».

E nelle osservazioni di Fava ci sta tutta l’indignazione che manca e che oggi risulta sempre più fuorviata: ci si inalbera per un tweet di un anonimo commentatore (la vicenda di Beatrice Di Maio che doveva essere Spectre e invece è la moglie di Brunetta la dice lunga) e si lascia passare il comportamento lessicalmente paramafioso di un presidente di regione. Anzi, peggio, lo si premia poco dopo con una furbata (ne ho scritto qui) che lo rimette in sella per il controllo della sanità nella sua regione.

De Luca è quello che intercettato disse “a quello gli scipperei la testa”, è quello che elogia le clientele, lo stesso che disse della Bindi “infame” e “da uccidere”. Chi difende De Luca (o ne sminuisce le colpe culturali) è in concorso esterno al favoreggiamento culturale alla mafia. Piaccia o non piaccia. E va detto, va scritto, dappertutto.

Sempre Corsico: dopo l’inciampo della sagra dello stocco ora nega una via a Lea Garofalo

Saranno segnali, casualità o leggerezze ma intanto i messaggi che continua a mandare il comune di Corsico di sicuro sono preoccupanti. Ne scrive Il Giorno:

«Corsico, 24 novembre 2016 – Il paradosso che si consuma a Corsico, stretto hinterland milanese, parla di una commissione antimafia, istituita all’interno del consiglio comunale, e, allo stesso tempo, di un secco no quando un consigliere della minoranza si alza in piedi per proporre l’intitolazione di una piazza alla testimone di giustizia Lea Garofalo uccisa dalla ’ndrangheta. Un passo indietro: siamo nella stessa città dove, ormai un mese fa, è stato annullato in tutta fretta il festival dello stocco di mammola, tradizionale sagra calabrese con referente Vincenzo Musitano, imparentato con boss della ’ndrangheta. Bufera alimentata dal clima intimidatorio che hanno dovuto subire consiglieri e cittadini: fischi, minacce e insulti dal pubblico, appena si è nominata la parola ’ndrangheta. Si era dovuta muovere anche la commissione regionale antimafia per incoraggiare provvedimenti e indagini. Fino a martedì sera. Consiglio comunale, tutti d’accordo: la commissione interna per mettere luce sulla faccenda si fa. Poi, si discute di intitolare una piazza a Lea Garofalo. Lo propone il neo consigliere dei 5 Stelle Stefano Iregna. Niente da fare. La piazza non si fa. «Sono contrario, se si dovrà intitolare una piazza sarà a eroi antimafia: la scorta di Falcone», risponde il sindaco che aggiunge – dopo – «senza nulla togliere alla donna». Allora, propone la minoranza, si dedichi a entrambe le vittime.

No del sindaco e di tutta la maggioranza. «Contaminare le due situazioni lo trovo svilente per entrambi i personaggi», ha aggiunto l’assessore Cristina Villani. Indignati i consiglieri di opposizione che riportano alla memoria quel consiglio comunale di 3 anni fa, dove l’allora consigliere, oggi assessore, Giacomo Di Capua (Lega, lo stesso che è comparso sul manifesto del Festival dello stocco) aveva posizionato proprio accanto alla bandiera di Lea Garofalo quella di un sindacato, sostenendo che se c’era quella della testimone di giustizia poteva esserci anche la sua.»

‘Ndrangheta: parla la pentita Loredana Patania, tremano in molti

(L’articolo di Giuseppe Baglivo, qui)

Quasi cinque ore di deposizione oggi per la collaboratrice di giustizia Loredana Patania, chiamata a deporre da un sito riservato nel processo nato dall’operazione antimafia denominata “Romanzo criminale” in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Una Loredana Patania che per buona parte della deposizione, per come sottolineato in aula anche dalla presidente del Collegio Lucia Monaco, è andata “a ruota libera”, complici i problemi di collegamento che hanno impedito un perfetto ritorno dell’audio, ma anche da un atteggiamento della stessa collaboratrice di giustizia volto a non far terminare le domande alle parti (prima al pm della Dda di Catanzaro, Andrea Mancuso, quindi agli avvocati degli imputati ed infine alla stessa presidente del Tribunale) e che ha reso più complicato del previsto l’intero esame e perte del contro-esame. Tante le cose riferite da Loredana Patania, alcune frutto di supposizioni personali per come ammesso dalla stessa nel corso del contro-esame, altre per averle vissute, a suo dire, in prima persona.

I retroscena dei fatti di sangue e gli schieramenti mafiosi in “campo”. Loredana Patania ha indicato in Cosimo Caglioti di Sant’Angelo di Gerocarne l’esecutore materiale dell’omicidio di Michele Mario Fiorillo di Piscopio avvenuto nel settembre del 2011 nella Valle del Mesima. Sui terreni di quest’ultimo, Fortunato Patania – indicato dalla collaboratrice di giustizia come persona molto “rispettata e ben voluta a Stefanaconi poichè legato al capobastone dell’epoca ovvero a Nicola Bartolotta, detto “U Pirolu” – avrebbe ripetutamente fatto pascolare le proprie pecore ed a nulla sarebbero servite le denunce. “Il mandante di tale fatto di sangue – ha dichiarato la Patania – era Salvatore Patania con l’ausilio della madre Giuseppina Iacopetta”. E’ l’inizio della faida con il clan dei Piscopisani, con Loredana Patania che ha delineato gli “schieramenti” contrapposti. Da un lato i Patania contro i Piscopisani a loro volta alleati su Vibo Valentia con Andrea Mantella e Francesco Scrugli, dall’altro lato gli stessi Patania schierati contro il clan di Stefanaconi di Emilio Bartolotta e Franco Calafati a sua volta alleato con i Bonavota di Sant’Onofrio.

I Patania avrebbero invece goduto dell’appoggio del boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, il quale avrebbe voluto eliminare Scrugli e Mantella per riprendere il controllo sulle estorsioni nella città di Vibo Valentia ed allo stesso tempo, a detta della collaboratrice di giustizia, uccidere Domenico Cugliari, detto “Mico i Mela”, di Sant’Onofrio, zio “dei fratelli Pasquale, Domenico, Nicola e Salvatore Bonavota”. A tale ultimo agguato si sarebbe però opposto Salvatore Patania, intenzionato a vendicare prima la morte del padre Fortunato Patania (ucciso nel settembre del 2011 dai Piscopisani per vendicare l’omicidio avvenuto due giorni prima ai danni di Michele Mario Fiorillo, zio di Rosario Fiorillo, detto “Pulcino”, ritenuto elemento di spicco del clan dei Piscopisani). Secondo Loredana Patania ci sarebbe stato anche un incontro fra Giuseppe Patania e “U Tartaru” di Piscopio, ovvero Nazzareno Fiorillo, in cui il primo avrebbe detto al secondo che i Patania non si sarebbero fermati con gli omicidi sin quando non gli avrebbero consegnato la “testa” dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio di Fortunato Patania.

Quindi il racconto del tentato omicidio nel febbraio del 2012 ai danni di Francesco Scrugli a Vibo Valentia, sparato da un killer macedone (Vasvi Beluli) assoldato dai Patania ed appostato con una carabina di precisione in una casa popolare del quartiere S. Aloe a pochi metri dalla Questura ed anche l’intenzione da parte degli stessi Patania di attentare alla vita di Scugli in ospedale a Vibo dove era stato ricoverato una volta ferito. Francesco Scrugli è stato poi ucciso nel marzo del 2012 a Vibo Marina in un agguato in cui sono rimasti feriti pure Rosario Battaglia di Piscopio e Raffaele Moscato (oggi collaboratore di giustizia). Per tale fatto di sangue, Loredana Patania è stata condannata a 6 anni di reclusione per aver ceduto a Giuseppe Patania una delle pistole usate per l’agguato.

Giuseppina Iacopetta (madre dei fratelli Patania e moglie dell’assassinato Fortunato Patania, in foto a sinistra) appresa la notizia dell’uccisione di Scrugli, a detta di Loredana Patania, si sarebbe invece inginocchiata a terra dicendo: “Nato mio, giustizia è fatta”. Sarebbe stata proprio Giuseppina Iacopetta, secondo Loredana Patania, a volere “la guerra” con gli altri clan, tanto da “invitarmi – ha ricordato la collaboratrice di giustizia – a bussare a casa di Franco Calafati per fargli aprire la porta. Nell’abitazione sarebbero dovuti poi entrare dei sicari per ucciderlo, ma io mi sono rifiutata”.

Il ruolo di Matina, la sparizione di Penna ed i contrasti sulle estorsioni. Giuseppe Matina, alias “Gringia” (soprannome che, a detta di Loredana Patania, sarebbe stato dato al marito dall’allora maresciallo della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro) sarebbe stato invece un componente del clan capeggiato da Emilio Bartolotta e da Franco Calafati ed avrebbe partecipato alla sparizione per lupara bianca dell’assicuratore, nonchè all’epoca segretario cittadino dell’Udc, Michele Penna, quest’ultimo intenzionato a formare un autonomo clan. O almeno così credevano i Patania che anche per questo decretarono la morte (eseguita dal kilelr Arben Ibrahimi su mandato dei Patania) di Giuseppe Matina, con Loredana Patania che dopo l’omicidio del marito si sarebbe trasferita con i bambini prima a casa di suo cugino Giuseppe Patania e poi a casa della zia Giuseppina Icopetta.

Inganni, tradimenti e voltafaccia sarebbero stati all’ordine del giorno, con i Patania che sarebbero stati intenzionati a trovare ad ogni costo il corpo di Michele Penna (in foto a sinistra) perchè, secondo Loredana Patania, “in cambio i miei cugini ritenevano di poter ricevere favori sul piano giudiziario dal maresciallo Cannizzaro che era impegnato pure lui a ritrovare il corpo di Michele Penna per consegnarlo ai genitori e dar loro la possibilità di una degna sepoltura”. Tre gli episodi delittuosi narrati invece dalla collaboratrice di giustizia per contrasti sorti – a suo dire – sulla spartizione dei lavori di metanizzazione a Stefanaconi: l’esplosione di una bomba al fioraio Lopreiato, la bomba messa al distributore di carburanti dei Patania nella Valle del Mesima e la bomba al negozio di generi alimentari “Franzè” a Stefanaconi. Secondo Loredana Patania a non mettersi d’accordo per la spartizione dei lavori di metanizzazione sarebbero stati “i Patania, Domenico Franzè, della “Società minore”, (“alleato – secondo la Patania – a Nicola Bartolotta, alias U Pirolu”), Giovanni Franzè e i Bartolotta a loro volta alleati ai Bonavota che sarebbero rimasti senza la loro parte di tangente”.

Per la bomba alla “Valle dei Sapori”, Giuseppe Matina (marito di Loredana Patania) sarebbe stato invece pesantemente minacciato di morte da Salvatore Patania, mentre Fortunato Patania avrebbe partecipato a Sant’Onofrio ad una riunione con i Bonavota “alzando la voce per sapere da Franco Calafati chi si era permesso di danneggiargli la stazione di carburanti poichè aveva intenzione di ucciderlo in piazza davanti a tutti”.

La bomba alla “Valle dei sapori”, le estorsioni sull’A3 e l’omicidio di Nino Lopreiato. Secondo Loredana Patania a mettere la bomba alla “Valle dei Sapori” (stazione di carburanti con annesso bar, albergo e ristorante) dei Patania sarebbero stati “Nazzareno e Vittorio Loschiavo su mandato dei Bonavota”. I sospetti dei Patania sarebbero però caduti su Giuseppe Matina, marito di Loredana Patania, che sarebbe stato indicato come l’autore dell’attentato – a dire della pentita – dal “maresciallo Sebastiano Cannizzaro”. Mancati accordi fra i Patania ed i Bonavota sulle estorsioni da praticare sul tratto dell’A3 -ricompreso fra gli svincoli di Sant’Onofrio e delle Serre – avrebbero ulteriormente alimentato lo scontro. In tale contesto ed alla sparizione di Michele Penna sarebbe legato per Loredana Patania pure l’omicidio di Antonino Lopreiato, ucciso a Stefanaconi nel 2008 ed i cui mandanti sono stati indicati dalla collaboratrice di giustizia in “Domenico Cugliari, detto Mico i Mela”, Franco Calafati ed Emilio Bartolotta”. Quindi i riferimenti a: “Riccardo Cellura che da Carugo, in provincia di Como, procurò falsi distintivi delle forze dell’ordine usati anche in occasione del tentato omicidio a Piscopio da parte dei Patania-Caglioti ai danni di Rosario Fiorillo detto “Pulcino”; ad “Antonio Mazzeo residente a Carugo, che dal Nord mandava a Stefanaconi le armi ai cugini Patania”; ed a Nazzareno Fortuna, detto “Cacazza“, di Stefanaconi, “che era il prestanome dei Patania ed il vero traditore della famiglia, ovvero colui che – ha spiegato Loredana Patania – passava poi di nascosto tutte le informazioni ai Piscopisani”.

Infine i riferimenti all’allora comandante della Stazione dei carabinieri di Sant’Onofrio Sebastiano Cannizzaro e all’allora parroco di Stefanaconi Salvatore Santaguida. Secondo Loredana Patania, la zia Giuseppina Iacopetta si sarebbe recata diverse volte in Chiesa con la scusa di confessarsi con don Santaguida ma in “realtà per passare informazioni che il sacerdote trasferiva poi al maresciallo Cannizzaro. Sono stata perseguitata dal maresciallo – ha dichiarato la Patania – con il sequestro della casa, il ritiro della patente e continue microspie. Una microspia venne messa anche nell’auto di Giuseppe Patania, ma i Patania sapevano della presenza della cimice”. Accuse che la difesa di Sebastiano Cannizzaro (avvocati Aldo Ferraro e Pasqualino Patanè) e Salvatore Santaguida (avvocato Enzo Galeota) proveranno a smontare nella prossima udienza fissata per il 30 novembre. Nel corso dell’esame, in ogni caso, Loredana Patania ha ammesso di aver fatto uso di sostanze stupefacenti. “Ho fumato cocaina – ha dichiarato – mentre il mio attuale compagno Daniele Bono, pure lui inserito nel clan Patania, all’epoca faceva uso di cocaina. Ora viviamo insieme in una località protetta – ha concluso la Patania – e pure lui ha deciso di collaborare con la giustizia. Non parliamo mai però dei processi e delle dichiarazioni che dobbiamo rendere o abbiamo reso”. Parola di collaboratrice di giustizia. Se crederla o meno spetterà al Tribunale, oggi più volte costretto invano a cercare di fermarla nelle sue dichiarazioni “a ruota libera”. Il contro-esame fissato per la prossima udienza si preannuncia a dir poco interessante.

Gli imputati. Ad essere accusati del reato di associazione mafiosa sono: Giuseppina Iacopetta, ritenuta al vertice della cosca dopo l’uccisione del marito, Fortunato Patania, freddato nel settembre 2011 durante la faida con i Piscopisani; i figli Salvatore, Saverio, Giuseppe, Nazzareno e Bruno Patania; Andrea Patania; Cosimo e Caterina Caglioti; Nicola Figliuzzi; Cristian Loielo; Alessandro Bartalotta; Francesco Lo Preiato; Ilya Krastev. L’ex maresciallo dei carabinieri, già alla guida della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro, è invece accusato di falso e concorso esterno in associazione mafiosa. Tale ultimo reato viene contestato anche a don Salvatore Santaguida, parroco di Stefanaconi.

Intanto l’ex assessore di Scopelliti si prende 9 anni per mafia

(Lucio Musolino per Il Fatto Quotidiano)

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Nove anni di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso e 2.100 euro di multa. L’ex consigliere e assessore comunale all’Ambiente Pino Plutino è stato condannato anche dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria al termine del processo “Alta tensione 2“. Adesso manca solo il sigillo della Cassazione per confermare quanto sostiene la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e cioè che l’uomo di fiducia dell’ex sindaco e governatore Giuseppe Scopelliti è un componente della famiglia mafiosa Caridi federata con la potente cosca Libri.

La sentenza è arrivata intorno alle 19 dopo una lunga camera di consiglio. In sostanza, i giudici della Corte d’Appello hanno confermato l’impianto accusatorio del pm Stefano Musolino che, in primo grado, aveva ottenuto la condanna di Plutino a 12 anni di carcere.

Arrestato nel 2012, l’ex assessore comunale sarebbe stato il referente politico dei Caridi al Comune di Reggio. Su di lui, il clan avrebbe fatto confluire i voti non solo degli affiliati, alterando la libera competizione elettorale per le comunali del 2011. Plutino, infatti, è il cugino di Domenico Condemi, considerato il boss del quartiere San Giorgio Extra e condannato a 20 anni di carcere.

Secondo gli inquirenti, l’ex assessore condannato era “il referente della cosca Caridi-Borghetto-Zindato e cresciuto politicamente attraverso queste dinamiche”. Secondo la Procura, da questa inchiesta, è venuta fuori quella che definiscono la ‘ndrangheta “fluida” capace di infiltrarsi nelle istituzioni e che chiede di essere riconosciuta come “sistema di potere“.

La Corte d’Appello ha assolto il fratello del boss, Filippo Condemi, “per non aver commesso il fatto”. Cadono le accuse anche per il poliziotto Bruno Doldo processato per rivelazione del segreto d’ufficio. Al termine del processo, così come era avvenuto in primo grado, i giudici hanno ritenuto che Doldo (all’epoca anche arrestato) fosse innocente e, soprattutto, non fosse quell’”agente della Digos” di cui si parla nelle intercettazioni effettuate durante le indagini.

Una vergogna a forma di Signor Procuratore Generale: Franco Antonio Cassata

(La storia di Adolfo Parmaliana, di quel verminaio Intorno al Procuratore Generale, magistralmente raccontata da Gian Antonio Stella per il Corriere)

Era proprio lui, il corvo: l’allora procuratore generale messinese. Lo dice la sentenza della Cassazione che, depositata nei giorni scorsi, inchioda Franco Antonio Cassata, a lungo il più influente magistrato della città sullo Stretto, per una colpa infamante. La diffamazione pluriaggravata, con un dossier anonimo, di un morto: Adolfo Parmaliana, il docente suicida perché stremato dalla fatica di battersi contro il malaffare e una certa poltiglia giudiziaria.

Una condanna piccola piccola: 800 euro. E spropositatamente bassa, per fare un esempio, rispetto ai nove mesi di carcere inflitti nel 2013 a un immigrato senegalese, mai arrestato prima, che dopo aver perso il lavoro aveva tentato di rubare in un supermarket un paio di confezioni di latte in polvere: di qua un dossier anonimo gonfio di veleni, di là il tentato furto di latte in polvere. Ma una condanna fondamentale per una città dove quel giudice era potentissimo. E che consente ora alla vedova del morto, Cettina, di chiedere un risarcimento in sede civile scartando ogni ipotesi di accordo bonario: «La cosa che più mi fa male è vedere come, nonostante le condanne in primo, secondo e terzo grado, lui si muova per Barcellona Pozzo di Gotto, la sua città, come fosse sempre Sua Eccellenza il Signor Procuratore Generale. Come se nessuno sapesse nulla. E gli fanno pure l’inchino. Un signorotto feudale».

Ricordate? Al centro di tutto c’è la storia di Adolfo Parmaliana, un professore universitario di chimica industriale descritto come «amante dei libri, dei vestiti eleganti, della Juve e idolatrato dai suoi allievi» che il 2 ottobre 2008, dopo anni di battaglie contro le piaghe della cattiva politica siciliana (perfino dentro la sinistra in cui si riconosceva) si uccise buttandosi da un viadotto autostradale. Combattivo segretario diessino di Terme Vigliatore, un paese a due passi da Barcellona, a sud di Milazzo, era stato appena messo sotto inchiesta per diffamazione (lui!) e l’aveva presa malissimo. La sua colpa, diceva, era aver fatto manifesti che ringraziavano Carlo Azeglio Ciampi per aver sciolto il consiglio comunale per le ingerenze della criminalità: «Giustizia è stata fatta. La legalità ha vinto. Tanti dovrebbero scappare… Se avessero dignità!». Aveva chiesto di essere interrogato dal magistrato. Richiesta lasciata cadere…

Sulla scrivania, quel giorno che si era messo al volante per raggiungere il viadotto, aveva lasciato l’orologio, il portafogli e una lettera: «La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, umiliarmi, delegittimarmi; mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario». Chiudeva accusando «una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente». Ultime parole: «Questo sistema l’ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni. Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita».

Colpito da quella morte, dove si impastavano mala-politica e mala-università, mala-amministrazione e mala-giustizia, il giornalista e scrittore Alfio Caruso, da sempre attento a questi temi (sono suoi «Da cosa nasce cosa» e l’ustionante «Perché non possiamo non dirci mafiosi») decise di farci un libro: «Io che da morto vi parlo». E stava quasi per finirlo dopo aver ricostruito una serie di vicende inquietanti quando ricevette un plico. Lo stesso spedito in contemporanea a Giuseppe Lumia, già Presidente dell’Antimafia. Conteneva un dossier anonimo pieno di fango. La faccenda sfociò in un’inchiesta. Sul margine di uno dei fogli del dossier anonimo (il diavolo fa la pentola ma non il coperchio…) era rimasto il timbro del telefono della cartoleria da dove era stato spedito. E dalla cartoleria fu possibile risalire al destinatario di uno dei fax del dossier: il numero 090-770424 era intestato alla Procura generale di Messina. Era solo la prima delle sorprese.

Convinto di essere intoccabile, il giudice Cassata accolse cerimoniosamente gli inquirenti reggini giunti a Messina per indagare su quel fax senza prendere la precauzione di svuotare l’ufficio da quanto c’era di compromettente. E cosa notò casualmente il capitano del Ros Leandro Piccoli in una vetrinetta? Un fascicolo con scritto «copie esposto Parmaliana da spedire». Istantanea telefonata al procuratore Giuseppe Pignatone che conduceva le indagini: «Che facciamo?» «Sequestrate». La carpetta, ricostruisce l’avvocato Fabio Repici che con la collega Mariella Cicero ha difeso il professore suicida, «conteneva quattro copie del dossier anonimo — senza il timbro dell’ufficio con il numero di protocollo — e su due di queste erano attaccati due post-it con su scritto “Procura ME” e “Procura Reggio C.”». Possibile che un procuratore generale si fosse abbassato a quel livello? Le prove erano schiaccianti. Da lì il rinvio a giudizio per «diffamazione pluriaggravata in concorso con l’aggravante di aver addebitato alla presunta vittima fatti determinati e di aver agito per motivi abietti di vendetta». E dopo la condanna in primo grado, fu implacabile la sentenza d’appello confermata poi in Cassazione: «…tale ritrovamento è evidente spia di un lavoro di dossieraggio che vedeva l’imputato raccogliere carte per usarle contro la memoria del professore…». La memoria d’un morto. Suicida per difendere il proprio onore di uomo perbene. La parola adesso spetta ai giudici civili che dovranno stabilire quale sia il risarcimento dovuto alla famiglia. Ma esiste al mondo una cifra che possa minimamente risarcire una cosa così?

‘Ndrangheta in salsa brianzola: arrestato “l’invisibile” Paolo De Luca

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Alla fine è diventato visibile: i carabinieri di Monza hanno arrestato Paolo De Luca, 46 anni, detto ‘il boss invisibile’, uomo della ‘ndrangheta in Brianza legato alla cosca degli Stagno. De Luca, residente a Seregno, è stato arrestato con le accuse di associazione mafiosa, detenzione di armi, detenzione di stupefacenti e calunnia aggravata, insieme a Alessandro Colacitti, un pregiudicato di 34 anni, e alla madre di quest’ultimo, una settantenne originaria di Catanzaro, entrambi residenti a Seregno.

I carabinieri hanno agito in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal tribunale di Milano, su richiesta del pm della Dda Paolo Storari. De Luca amava definirsi ‘il boss invisibile’ perché, sebbene sfiorato da almeno tre indagini per mafia, era riuscito a uscirne sempre pulito. La prima volta era stato durante le indagini di ‘Infinito’, quando alcuni collaboratori di giustizia avevano fatto il suo nome agli inquirenti. Inoltre, aveva precedenti per detenzione di stupefacenti: l’anno scorso nel suo furgone sono stati ritrovati 15 chili di marijuana.

Le indagini dei carabinieri erano partite nel marzo scorso, a seguito di un sequestro di armi effettuato a casa della donna. In quell’occasione, erano stati sequestrati tre fucili da guerra, una mitraglietta dotata di silenziatore e due pistole automatiche, di cui una Beretta con matricola abrasa. In un primo momento madre e figlio si erano intestati la paternità delle armi, poi hanno ritrattato, accusando una persona del posto estranea ai fatti. I due erano stati denunciati per calunnia, con l’aggravante di aver mentito per difendere De Luca.

Gli inquirenti hanno accertato i suoi legami con il clan Stagno di Monza, cui si era affiliato nel 2005 facendo da padrino a Nazzareno, figlio di Antonio Stagno. Inoltre aveva contatti con la potente famiglia Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), e con i Gallace di Guardavalle (Catanzaro). De Luca era diventato l’uomo di fiducia dei vibonesi, cui aveva riferito di violazioni del codice mafioso da parte del clan Cristello, rivale agli Stagno. Da quel momento aveva smesso di lavorare, e dal 2008 il suo compito era di curare la security di alcuni locali notturni della zona, controllando i traffici di droga nella zona e garantendo ai mafiosi il controllo del territorio. Secondo gli investigatori, De Luca si preoccupava anche di far arrivare in Calabria le “ambasciate” quando qualcuna delle famiglie rivali tentava di prendere il sopravvento.

(fonte)

‘Ndrangheta, clan Condello Imerti, operazione “Sansone 2”: fatti e nomi

arrestati-operazione-sansone-2Alle prime luci dell’alba di sabato 19 novembre, nella Provincia di Reggio Calabria, il personale del ROS e del locale Comando Provinciale Carabinieri con l’ausilio del personale dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria” e dell’8° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Vibo Valentia ha dato esecuzione ad una Ordinanza di custodia cautelare emessa, su richiesta di questa Procura Distrettuale Antimafia, dal Tribunale di Reggio Calabria, a carico di 16 soggetti indagati, a vario titolo, dei delitti di partecipazione all’associazione mafiosa unitaria denominata ‘ndrangheta, estorsione, detenzione illegale di munizioni ed armi comuni da sparo e da guerra rese clandestine, procurata inosservanza di pena e favoreggiamento personale,minaccia e danneggiamento seguito da incendio e concorso esterno, tutti aggravati dalla finalità di agevolare l’attività della predetta associazione mafiosa. Contestualmente è stata sottoposta a sequestro la clinica Nova Salus di Villa S. Giovanni di cui si sono accertate le ingerenze delle cosche di ‘Ndrangheta nella gestione e conduzione.

I SOGGETTI COINVOLTI

1 FORTUGNO Sebastiano, nato a Reggio Calabria (RC) il 16/10/1963 (custodia cautelare in carcere)
2 LAGANA’ Fortunato, nato a Campo Calabro (RC) l’ 11/03/1958 (custodia cautelare in carcere)
3 RINITI Antonino, nato a Fiumara (RC) il 30/06/1962 (custodia cautelare in carcere)
4 ARANITI Carmelo, nato aReggio Calabria (RC) l’ 01/05/1957 (custodia cautelare in carcere)
5 BUDA Santo, nato a Villa S. Giovanni (RC) il 02/09/1944 (arresti domiciliari)
6 SCOPELLITI Francesco, nato a Reggio Calabria (RC) l’ 08/07/1988 (arresti domiciliari)
7 M. S. nato a Reggio Calabria (RC) il 06/10/1980 (obbligo di dimora)
8 B. M. nato a Reggio Calabria (RC) il 17/02/1982 (obbligo di dimora)
9 G. F. nato a Reggio Calabria (RC) il 12/08/1978 (obbligo di dimora)
10 P. A. nato a Reggio Calabria (RC) il 15/11/1991 (obbligo di dimora)

Sottoposta a “sequestro”  la Clinica NOVA SALUS, situata in Cannitello di Villa San Giovanni (RC) alla via Fontana Vecchia civ. 14. Con delibera n.797 del 04.12.2009, la Regione Calabria la accreditava in via definitiva per n. 50 (cinquanta) posti letto a ciclo continuativo e per n. 36 prestazioni in regime ambulatoriale pro die. Dall’anno 2001, è gestita dalla cooperativa sociale “ANPHORA”, con sede legale in Reggio Calabria alla via Nazionale Pentimele civ. 157.

L’INDAGINE SANSONE 2 – L’odierno provvedimento cautelare – che costituisce la seconda fase dell’operazione Sansone avviata il 15 Novembre scorso con l’esecuzione di 26 fermi di indiziato di delitto – scaturisce da specifica istanza dell’Ufficio di Procura che, nel richiedere la convalida del citato provvedimento precautelare, sollecitava l’applicazione di misure restrittive a carico di ulteriori soggetti, tutti ritenuti appartenenti/contigui alle cosche CONDELLO, ZITO/BERTUCA ed IMERTI/BUDA, operanti in Reggio Calabria, zone limitrofe ed altre parti del territorio nazionale. Il Tribunale di Reggio Calabria – Sezione GIP quindi, nel convalidare i provvedimenti di urgenza adottati da questo Ufficio e confermando la permanenza in carcere della gran parte dei soggetti arrestati, adottava ulteriore e contestuale provvedimento restrittivo che andava a colpire quegli indagati per i quali non ricorrevano i requisiti per l’adozione di un provvedimento di fermo.

La misura cautelare, così come il Provvedimento di fermo del 15.11 u.s., costituisceesito di un articolatoimpegno investigativo coordinato da questa Procura e condotto,in contemporanea:

  • dal ROS incaricato sia delle ricerche di CONDELLO Domenico ’56 detto U Pacciu,inserito nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità facenti parte del Programma Speciale di ricerca del Ministero dell’Interno, che delle attività di contrasto all’assetto associativo della coscaCONDELLO;
  • dal Comando Provinciale Carabinieri Reggio Calabria interessato alle dinamiche criminali dellecoscheZITO – BERTUCAeBUDA – IMERTI, operanti nell’area di Villa San Giovanni (RC), Fiumara (RC) e dintorni, nonché dei GARONFALO operativi in Campo Calabro (RC).

Le predette investigazioni sono state condotte su contesti investigativi differenti ma complementari ed, attesi gli evidenti profili di interconnessione, in sinergia dai due Reparti dell’Arma dei Carabinieri. Punto di contatto delle due indagini è costituito dalla influenza della cosca CONDELLO nell’area di Villa S.Giovanni (RC) edai legami di questa con la consorteria degli IMERTI/BUDA,legami sorti anche in conseguenza del matrimonio, celebrato nel 1983, tra IMERTI Antonino detto Nano feroce, esponente apicale della omonima cosca e CONDELLO Giuseppina, sorella di Domenico cl. ‘53 “U Pacciu” e cugina di Pasquale cl. ‘50 il Supremo, matrimonio questo che determinò la cementificazione dei rapporti tra i CONDELLO e gli IMERTI/BUDA ed il rafforzamento della loro presenza nell’area di Villa S. Giovanni (RC)

L’esecuzione dell’ordinanza cautelare,nel completare la parte operativa dell’operazione Sansone,ha permesso di colpire tutti gli indagati coinvolti nelle vicende ricostruite dalle indagini svolte dai Carabinierisulle quali va detto che hanno portato il 10 ottobre 2012 al rintraccio del latitante CONDELLO Domenico cl. ’56 ed alla individuazione della rete di supporto logistico e dei più stretti collaboratori che oggi sono destinatari del provvedimento restrittivo. In tale contesto si deve dire che le investigazioni hanno messo in rilievo come CONDELLO Domenico aveva formato una struttura associativa cuscinetto, deputata unicamente al sostegno alla sua latitanza, ponendovi al vertice un soggetto cerniera incaricato di coordinarla e di veicolare le sue direttive struttura mafiosa: tale assetto rispondeva all’esigenza di ridurre al minimo i rischi per sé e soprattutto per l’associazione mafiosa derivanti dalla incessante attività di ricerca.

Se da un lato la rete associativa e dei favoreggiatori è stata indebolita attraverso una serie di interventi (vari sequestri preventive ed operazioni Reggio Nord e Lancio) le investigazioni hanno raggiunto il punto di svolta quando è stato individuato, nella persona di VAZZANA Andrea Carmelo subentrato a TEGANO Bruno Antonino nel frattempo arrestato, il soggetto cerniera che aveva contatti sia col latitante che con gli elementi dell’associazione. Il monitoraggio di VAZZANA – oltre a consentire l’individuazione di un altro soggetto di interesse, MEGALE Roberto, che in più circostanze aveva effettuato degli spostamenti dal carattere evidentemente clandestino – aveva permesso di spostare l’attenzione sull’abitato di Salice di Rosalì (RC). L’intensificazione dei servizi a carico dei soggetti e dell’area indicati consentiva di monitorare completamente l’ulteriore movimento clandestino del VAZZANA e del MEGALE che, la sera del 10.10.2012, aveva prelevato il latitante dal covo in Salice di Rosalì. Avuta contezza di ciò, alle ore 22.00 circa dello stesso giorno, veniva prontamente bloccata la vettura con a bordo il latitante che veniva tratto in arresto unitamente all’autista MEGALE Roberto.

Sotto il profilo associativo le indagini condotte dal ROS sul conto dello schieramento CONDELLO– che, come indicato, ha influenza anche nella zona di Villa San Giovanni (RC) per via dei collegamenti con i BUDA/IMERTI – si sono intersecate con quelle svolte dal Comando Provinciale Carabinieri di Reggio Calabria, in corso in periodo coevo, ma a carico dello schieramento ZITO – BERTUCA, pure operante in Villa S. Giovanni (RC) e Fiumara (RC). Ciò in ragione della accertata interazione tra i due schieramenti a causa delle criticità insorte, in ordine alla suddivisione delle attività estorsive.Le indagini hanno così messo in luce la presenza, nell’area villese, di una forte pressione estorsiva e di un controllo criminale esercitato congiuntamente, da più cosche, in modo capillare. Situazione questa che può essere efficacemente riassunta nelle parole di BERTUCA Pasquale che – nel corso di un colloquio in carcere intrattenuto con la sorella BERTUCA Felicia e con il nipote SOTTILARO Vincenzo il 23.08.2010 – invitava i familiari a riferire a LIOTTA Alfio, soggetto incaricato della riscossione dei proventi estorsivi, di «non lasciare scampo a nessuno» con la precisazione di un imprenditore cui doveva rivolgersi che doveva «… essere il primo che glieli deve portare!». Il controllo esercitato sul territorio era così ampio e penetrante che gli esponenti delle consorterie mafiose – oltre a condizionare la vita economica del territorio villese posto che l’avvio di iniziative economico/imprenditoriali doveva ricevere il placet degli esponenti delle varie cosche – erano in grado di risalire agli autori dei furti in abitazione e di veicoli, dei danneggiamenti, e di attivarsi per la restituzione dei beni ai legittimi proprietari, anche dietro il pagamento di una somma di denaro.

Entrando più nel dettaglio si deve dire che, nel settore delle estorsioni, i rapporti tra le cosche ZITO – BERTUCA e quelle CONDELLO – BUDA – IMERTI sono caratterizzati da logiche spartitorie dei proventi estorsivi che si sono dipanate non senza momenti di criticità derivanti dalla duplicazione delle richieste estorsive tali da determinare, in alcuni casi, incontri diretti tra i referenti dei due schieramenti. Particolarmente eloquenti sono ancora le parole di BERTUCA Pasquale che, lamentandosi col fratello Vincenzo dell’eccessivo attivismo estorsivo del condelliano VAZZANA Andrea Carmelo nell’area di Villa S.Giovanni, specificava che LIOTTA Alfio gli avrebbe dovuto riferire «… che le indagini sopra di noi non le può fare nessuno! Altrimenti glielo mando a dire con Mico! Perché… tutte le volte che hanno portato… una brioche se la sono mangiata pure loro!» specificando che, quando entravano nell’area di loro pertinenza, «gli devi dire che prima di andare a Cannitello devono “bussare” però!».

Nel complesso le attività di indagine hanno permesso di documentare ben 20 episodi estorsivi – consistiti nella pretesa di ingenti somme di denaro – in danno di numerose imprese operanti nei settori della raccolta dei rifiuti solidi urbani e delle costruzioni in generale/movimento terra, impegnate nello svolgimento di servizi ed opere sia private che di interesse pubblico, i cui proventi, sono stati suddivisi tra le predette cosche.

Le relazioni tra le suddette cosche nel campo estorsivo hanno conseguentemente consentito di delineare gli assetti associativi non solo delle cosche CONDELLO – BUDA – IMERTI e ZITO – BERTUCA ma anche della cosca GARONFALO, operante nel limitrofo comune di Campo Calabro (RC).

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Mafia, operazione “Reset 2”: chiesti 150 anni di condanne per i gestori del pizzo a Bagheria

Quasi un secolo e mezzo di carcere è stato chiesto per 17 imputati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsioni, favoreggiamento. Si tratta degli arrestati nel corso dell’operazione “Reset 2”, condotta dai carabinieri a Bagheria nel 2015.

Le pene più pesanti sono state chieste per Pietro Liga e Giacinto Di Salvo per cui il pm Francesca Mazzocco ha chiesto venti anni. Chiesti anche 6 anni per Andrea Fortunato Carbone e Francesco Centineo, 7 per Nicolò Eucaliptus, 6 per Silvestre Girgenti e Umberto Gagliardo, 4 per Salvatore Lauricella, 12 per Francesco Lombardo, 6 per Francesco Mineo, 8 per Gioacchino Mineo, 6 per Onofrio Morreale, 12 per Giuseppe Scaduto, 6 per Giovanni Trapani, Gioacchino Tutino, Paolo Liga e Giovanni Mezzatesta. Nel processo si sono costituiti parte civile i Comuni di Bagheria, Altavilla Milicia, Ficarazzi, Santa Flavia, il centro studi Pio La Torre, Confindustria di Palermo, Addiopizzo, Confcommercio e Confesercenti, assistiti – tra gli altri – da Francesco Cutraro e Ettore Barcellona.

Mafia, gestivano il pizzo a Bagheria: chieste condanne per 17 boss e gregari
„Con l’operazione “Reset 2” gli inquirenti avevano evidenziato la “soffocante pressione estorsiva esercitata dai boss che, dal 2003 al 2013, si sono succeduti ai vertici del clan”. Una cinquantina le estorsioni documentate grazie alla dettagliata ricostruzione fornita da 36 imprenditori locali che hanno trovato il coraggio, dopo decenni di silenzio, di ribellarsi al giogo del “pizzo”.

(LE INTERCETTAZIONI: VIDEO).

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Mafia, operazione Monte Reale: i fatti e i nomi

(gran pezzo di Monrealepress, dedicato a chi all’informazione locale con la schiena dritta)

Durante la notte i Carabinieri del Gruppo di Monreale hanno dato esecuzione ad una ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Palermo Guglielmo Ferdinando Nicastro, su richiesta della Procura distrettuale diretta da Francesco Lo Voi, nell’ambito di un’indagine coordinata dal Procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Francesco Del Bene, Amelia Luise e Siro Deflammineis, che ha riguardato 16 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, lesioni gravi, estorsione, illecita detenzione di armi, detenzione di sostanze stupefacenti, tutti delitti aggravati per essere stati commessi al fine di agevolare l’attività di Cosa Nostra.

L’operazione costituisce il compendio delle indagini condotte dal Nucleo Investigativo di Monreale relative al mandamento mafioso di San Giuseppe Jato all’esito delle quali, già lo scorso 16 marzo 2016 a conclusione dell’operazione denominata “QUATTRO.ZERO” – erano stati tratti in arresto numerosi esponenti apicali del sodalizio.

Nell’ambito di tale contesto di indagine, sviluppatosi sino alla fine del 2014, era emerso che nella zona di San Giuseppe Jato la fazione di Gregorio Agrigento, coadiuvato nella gestione del sodalizio mafioso, tra gli altri, da Ignazio Bruno e Antonino Alamia, si era imposta, anche con il ricorso alla forza, dopo un preoccupante periodo di fibrillazione e contrapposizione, sul gruppo costituito da Giovanni Do Lorenzo ed altri affiliati, anch’essi tratti in arresto con il medesimo provvedimento restrittivo. E’ stata anche documentata la riorganizzazione della famiglia mafiosa di Monreale, al cui vertice era stato designato Giovan Battista Ciulla, attivamente coadiuvato da Onofrio Buzzetta, Nicola Rinicello e Giuseppe Giorlando.

Le indagini svolte, a partire dalla fine del 2014 e nei primi mesi del 2015, hanno registrato in presa diretta l’evoluzione delle dinamiche interne dell’organizzazione mafiosa di San Giuseppe Jato e della famiglia di Monreale, con particolare riferimento alle successioni al vertice del mandamento e della dipendente articolazione mafiosa. E’ emerso, infatti, che, in considerazione dell’aggravarsi delle condizioni di salute dell’anziano boss Gregorio Agrigento, più volte ricoverato nei mesi di ottobre e novembre 2014, Ignazio Bruno ha ricoperto la reggenza del mandamento di San Giuseppe Jato, assumendo decisioni importanti sia nella ridefinizione dell’organigramma interno delle varie famiglie mafiose che lo compongono, in particolare quella di Monreale – che continuava a vivere un periodo di fibrillazione interna – sia accreditandosi e partecipando ad incontri e riunioni con esponenti apicali di altre articolazioni territoriali di cosa nostra, segnatamente del mandamento mafioso di Corleone.

Il mutamento di leadership della famiglia di San Giuseppe Jato da Agrigento a Bruno si è reso necessario per garantire la continuità nella gestione del mandamento, che risulta avere grande importanza strategica, in quanto di fatto controlla il cuore di un’importante zona economica della Sicilia occidentale.

LA FAMIGLIA MAFIOSA DI MONREALE
A seguito dell’operazione “NUOVO MANDAMENTO” conclusa nell’aprile 2013, si era venuto a determinare un vuoto nel panorama mafioso monrealese a causa dell’arresto del capo famiglia Vincenzo Madonia e di numerosi altri associati. Tale spazio di manovra veniva colmato con la decisione del nuovo vertice del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, nel frattempo ricostituitosi, di individuare il reggente della famiglia di Monreale in Giovan Battista Ciulla (poi arrestato il 16 marzo con l’operazione “QUATTRO.ZERO”).

Nel periodo compreso tra gli ultimi mesi del 2014 ed gli inizi del 2015 in seno alla famiglia mafiosa di Monreale venivano registrate fibrillazioni a causa dell’intenzione di Giovan Battista Ciulla e Onofrio Buzzetta di tessere nuove alleanze e di modificare in parte anche le strategie operative della locale famiglia mafiosa. Questa fibrillazione veniva ulteriormente amplificata dalla scarcerazione di Benedetto Isidoro Buongusto, avvenuta il 5 novembre 2014, dopo aver espiato la condanna ad 8 anni di reclusione per associazione di tipo mafioso.

Le indagini permettevano di disvelare le nuove strategie operative perseguite da Giovan Battista Ciulla e Onofrio Buzzetta, prevalentemente finalizzate a ricercare l’appoggio di Benedetto Buongusto e di altri due soggetti a lui vicini. La nascita di questa nuova alleanza, ha aggravato i risentimenti già nutriti dai vertici del mandamento di San Giuseppe Jato nei confronti del Ciulla, sempre più inviso per la cattiva gestione degli affari della famiglia di Monreale, nonché per aver sottratto parte dei ricavi derivanti dalla gestione degli stessi.

In particolare, le indagini hanno permesso di scoprire con precisione i reali motivi delle perduranti tensioni nella: gestione dei proventi di attività illecite perpetrate nel territorio di competenza, per i quali si imputava a Ciulla di avere trattenuto delle somme che sarebbero dovute confluire nella cassa del mandamento, detenuta da Antonino Alamia; mancata presentazione ad appuntamenti fissati per discutere della sua gestione della famiglia mafiosa; relazione extraconiugale con la moglie di un soggetto, all’epoca dei fatti detenuto, in violazione del codice d’onore che disciplina in maniera ferrea la vita di Cosa nostra.

Proprio sulla scorta di tali accuse si delineavano i contorni di un progetto omicidiario, avallato dai vertici del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, in danno di Giovan Battista Ciulla, Onofrio Buzzetta e Antonino Serio. “I propositi criminali – spiegano dal Comando – non avevano concreta attuazione solo perché il capo famiglia di Monreale, Giovan Battista Ciulla, si allontanò dalla Sicilia l’8 febbraio 2015 e trovando rifugio in un lontano comune della provincia di Udine”.

Con la fuga di Giovan Battista Ciulla nasceva, in capo ai vertici del mandamento jatino, l’esigenza di individuare un nuovo responsabile che si occupasse della gestione della famiglia mafiosa di Monreale. Su segnalazione dei componenti della famiglia Lupo, Domenico (imprenditore edile) ed il figlio Salvatore, veniva individuato Francesco Balsano, nipote del già capo famiglia Giuseppe Balsano, catturato latitante nel 2002 e morto suicida in carcere.

L’investitura di Balsano nasceva dall’esigenza di evitare la diretta esposizione degli appartenenti alla famiglia Lupo e, in particolare, di Salvatore Lupo, per il quale nel recente passato era già stato documentato il legame alla famiglia di Monreale, insieme a Giovan Battista Ciulla e a Onofrio Buzzetta. La formale attribuzione del mandato a Francesco Balsano avveniva nell’ambito di una riunione di mafia, tenutasi nel pomeriggio del 25 febbraio 2015, presso un capannone in agro di Monreale, di proprietà di Domenico Lupo, alla quale partecipavano, quali esponenti del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, Girolamo Spina (nipote ed autista di Gregorio Agrigento), Vincenzo Simonetti e Ignazio Bruno, mentre per la famiglia mafiosa di Monreale, Salvatore Lupo e Francesco Balsano.

Nel corso dell’incontro, oltre alla citata nomina, si stabiliva che il principale interlocutore di Balsano in seno al mandamento avrebbe dovuto essere Antonino Alamia e, soprattutto, veniva sancito di esautorare e punire i componenti del gruppo legato a Giovan Battista Ciulla. Da qui scaturirono una serie di episodi di intimidazione, aggressioni e minacce, il più eclatante dei quali risultava essere sicuramente, il 28 febbraio 2015, il grave atto intimidatorio ai danni di Buongusto, il quale denunciava di aver rinvenuto, davanti la porta della propria abitazione, una testa di capretto su cui era stata conficcata una pallottola da caccia, con annesso un biglietto recante testualmente la scritta: “Da questo momento non uscire più di dentro perchè non sei autorizzato a niente”.

A tale messaggio dal chiaro contenuto mafioso, Salvatore Lupo e Francesco Balsano, con l’aiuto di Sergio Denaro Di Liberto (il picchiatore “prestato” dai vertici di San Giuseppe Jato) facevano seguire, la sera del 3 marzo 2015, una missione punitiva ai danni di Benedetto Isidoro Buongusto, il quale veniva rintracciato per le vie di Monreale e pestato violentemente con tubi in ferro, riportando diversi traumi e la frattura di una costola e venendo sottoposto d’urgenza ad intervento chirurgico per toracotomia. Ancora, il 6 marzo 2015 Onofrio Buzzetta, braccio destro di Ciulla, venne minacciato nella propria autovettura da Francesco Balsano, il quale gli puntò una pistola in bocca, pronunciando le seguenti parole “Sono autorizzato ad ammazzarti pure ora”.

Onofrio Buzzetta, temendo per la propria vita in relazione al progetto omicidiario di cui si è detto, chiedeva, per il tramite di un amico, un incontro con Rosario Lo Bue, capo mandamento di Corleone, unica persona in grado di intervenire in maniera determinante nei confronti dei vertici del mandamento di San Giuseppe Jato. Per questo motivo il 7 marzo 2015 si recava a Corleone, riuscendo ad ottenere la protezione.

Minacce erano state indirizzate anche a Nicola Rinicella da Balsano, il quale in un duro confronto precisava all’interlocutore “Ti è finita bene perchè dall’altra parte mi avevano detto di spaccarti le gambe”. Nel frattempo, l’intervento dei Carabinieri di Monreale faceva venir meno la reggenza della famiglia mafiosa di Monreale da parte di Francesco Balsano – incarico di fatto ricoperto per 10 giorni, dal 25 febbraio 2015 al 6 marzo 2015 – procedendo al suo arresto per detenzione illegale di una pistola automatica cal. 7,65 e relativo munizionamento, rinvenuta nel corso della perquisizione presso la sua abitazione.

Nel periodo successivo alle richiamate minacce ed azioni violente, fu registrata un’apparente posizione defilata del gruppo legato a Ciulla, a vantaggio della fazione emergente, che aveva ormai assunto il controllo della famiglia mafiosa, sotto la reggenza di Salvatore Lupo, appoggiato dai vertici del mandamento di San Giuseppe Jato. All’inizio del 2016, però, venivano intercettate alcune conversazioni nel corso delle quali Salvatore Lupo ed il capo decina Giovanni Pupella (incaricato della gestione dello spaccio nella piazza di Monreale) facevano riferimento ad una riorganizzazione del gruppo mafioso capeggiato da Benedetto Isidoro Buongusto, che aveva l’obiettivo finale di spodestare a qualsiasi costo i Lupo e di riprendere il controllo della famiglia.

Pupella, preoccupato da tale eventualità, consiglò a Salvatore Lupo di agire per tempo e soprattutto di intervenire mettendo in atto, all’occorrenza, anche atti violenti “TOTO’ LORO DEVONO BUSCARLE, TOTÒ, E BASTA, TOTÒ, A LORO NON DOBBIAMO… NON DOBBIAMO FARE CAPIRE NULLA, O FRATE, NOIALTRI… LORO DEVONO BUSCARLE… LORO DEVONO RIMANERE A PIEDI…”. In quella circostanza, Salvatore Lupo ribatteva che avrebbe immediatamente richiesto al vertice del mandamento di San Giuseppe Jato l’autorizzazione ad agire contro i rappresentanti del gruppo capeggiato da Benedetto Isidoro Buongusto, nel rispetto delle ferree regole gerarchiche di Cosa nostra.

Le parole di Salvatore Lupo non lasciavano dubbi sul fatto che un’eventuale azione da parte del gruppo retto da Benedetto Isidoro Buongusto, peraltro in cerca di vendetta per il violento pestaggio subito, potesse scatenare una vera e propria violenta faida tra le due fazioni antagoniste, tenuto conto della disponibilità del gruppo retto da Lupo di armi da fuoco, come accertato nel corso dell’indagine. Proprio con riferimento alla disponibilità di armi da fuoco da parte della famiglia mafiosa di Monreale, è importante sottolineare quanto già delineato in precedenza sulle acquisizioni investigative che hanno portato all’arresto di Francesco Balsano, avvenuto il 6 marzo 2015 per detenzione abusiva di una pistola clandestina del relativo munizionamento.

“In merito ai canali di approvvigionamento di armi – aggiungono dal Comando – è utile richiamare anche l’arresto di Umberto La Barbera, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, al quale, il 28 dicembre 2015, nel corso di una perquisizione domiciliare, veniva rinvenuta sostanza stupefacente e 47 cartucce cal. 22 corto”. Lo stesso, poco meno di un mese dopo l’arresto, esattamente il 26 gennaio 2016, veniva denunciato in stato di libertà dal Comando Stazione Carabinieri di San Giuseppe Jato, a seguito del rinvenimento in un appartamento nella sua disponibilità, di un fucile cal. 12 con matricola alterata e diverse munizioni del medesimo calibro.

La disponibilità da parte del sodalizio mafioso di armi da fuoco ha ricevuto ulteriore conferma il 21 marzo 2016, quando in sede di perquisizione vennero rinvenute e sottoposte a sequestro una pistola cal. 9 con matricola abrasa e canna modificata e 122 cartucce di vario calibro, riconducibili a Domenico Lo Biondo, tratto in arresto nell’ambito dell’operazione del 16 marzo scorso “QUATTRO.ZERO”.

Infine, non di minor rilievo è l’arresto in flagranza di reato eseguito dai Carabinieri di Monreale il 29 marzo 2016 a carico di Pietro Lo Presti, appartenente alla famiglia mafiosa di Monreale, dopo il ritrovamento di una pistola marca “Valtro”, con matricola abrasa, modificata per permettere l’utilizzo di munizioni calibro 7,65 browning, nonché di 53 cartucce del medesimo tipo.

Gli approfondimenti investigativi condotti hanno anche consentito di evidenziare una serie di reati fine del programma criminoso della compagine mafiosa, tra cui particolare importanza rivestono certamente le quattro vicende estorsive ai danni di imprenditori del settore edile e di commercianti, ricostruite in modo compiuto nel corso dell’indagine.

Altrettanto rilevanti sono le attività investigative che hanno consentito di comprovare il reimpiego di parte dei proventi delle attività illecite nello spaccio di sostanze stupefacenti e nella realizzazione di una vasta piantagione di marijuana nelle campagne di Piana degli Albanesi. In tale quadro si innesta l’arresto di Michele Mondino e Gaetano Di Gregorio, eseguito dai Carabinieri di Monreale il 3 agosto 2015, con il recupero di 900 piante di cannabis sativa. Le successive analisi hanno evidenziato che dalle piante sequestrate sarebbe stato possibile ottenere circa 150 chuli netti di sostanza, per un totale di oltre 55 mila dosi singole, che – immesse nel mercato – avrebbero potuto garantire un guadagno di quasi un milione di euro.

GUARDA IL VIDEO DELLE INTERCETTAZIONI

I NOMI DEGLI ARRESTATI
Antonino Alamia, 52 anni nato a San Giuseppe Jato, attualmente detenuto;
Sergio Denaro Di Liberto, 42 anni nato a San Giuseppe Jato, già detenuto;
Ignazio Bruno, 43 anni di San Giuseppe Jato, detenuto;
Giovan Battista Ciulla, 35 anni, di Monreale, nato a Palermo e attualmente detenuto;
Onofrio Buzzetta, 42 anni di Palermo, già in carcere;
Vincenzo Simonetti, 56 anni, nato a Palermo;
Domenico Lupo, 57 anni, di Monreale;
Salvatore Lupo, 28 anni, di Monreale;
Giovanni Pupella, 26 anni, di Monreale;
Benedetto Isidoro Buongusto, 66 anni di Monreale;
Antonino Serio, 62 anni, di Palermo;
Pietro Lo Presti, di Monreale di 32 anni;
Alberto Bruscia, 38 anni, nato ad Aqui Terme, residente a Monreale;
Francesco Balsano, 40 anni di Monreale;
Salvatore Billetta, 47 anni, di Monreale;
Giovanni Matranga, 54 anni di Piana degli Albanesi.

La Milano che lavora: un imputato per mafia su quattro (98 negliultimi 15 anni) è un imprenditore

Nei processi per mafia a Milano un imputato su quattro è un imprenditore. Nella metà dei casi, opera nell’edilizia, seguita da ristorazione e gestione di locali notturni. E fra le organizzazioni criminali, a farla da padrone – dato tutt’altro che sorprendente – è la ‘ndrangheta. E’ il risultato di uno studio realizzato all’Università Bocconi da un gruppo di ricercatori guidato dal professor Alberto Alessandri, docente di diritto penale dell’ateneo milanese. Il gruppo ha preso in esame tutti i 105 fascicoli avviati tra il gennaio 2000 e il dicembre 2015 dalla Procura della Repubblica di Milano per il reato di associazione di tipo mafioso (416 bis), con attenzione ai casi in cui è stata contestata questo tipo di aggravante.

Negli ultimi sedici anni – spiega la ricerca  sostenuta dalla Camera di commercio di Milano, da Assimpredil Ance, dal Banco Popolare e con la collaborazione del Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale sono stati 1.251 i soggetti indagati nell’ambito dei 105 procedimenti considerati. Dei 384 rinviati a giudizio, 98 sono appunto imprenditori, segno di una crescente presenza mafiosa nell’economia lecita. “Oggi non può più parlarsi di un fenomeno di infiltrazione della criminalità organizzata al Nord, quanto piuttosto di un radicamento nell’economia lecita, e più in particolare milanese”, è il commento ai dati del professor Alessandri. E che il radicamento abbia soppiantato la più labile infiltrazione è un dato acquisito da anni anche in sede giudiziaria, comprese le analisi della Direzione nazionale antimafia.

L’edilizia si conferma il settore più colpito – ci lavora il 25,52% degli imprenditori finiti sul banco degli imputati in processi per mafia – mentre il 15,2% opera nella ristorazione e nella gestione di bar o locali notturni. Dei 384 rinviati a giudizio, 330 sono stati condannati con una sentenza di primo grado. Nel 24,2% dei casi il ruolo nell’organizzazione criminale dell’imprenditore indagato per l’articolo 416 bis è quello di organizzatore e/o promotore dell’attività criminosa. Riguardo al tipo di reato commesso dagli indagati nel periodo considerato dalla ricerca, si evidenzia come le attività criminali più tipiche prevalgano di poco sui reati di tipo economico (53,7% rispetto al 46 ,3%).

I dati mostrano una crescita del peso della criminalità nel tessuto economico milanese, almeno per i casi individuati dagli investigatori. In 15 anni, peraltro, il numero di procedimenti aperti per mafia non è stato costante: due i picchi, nel 2006 e tra il 2010 e il 2014: se nel 2000 i fascicoli aperti dalla Procura sono stati 5 e nel 2001 solo 2, tra il 2010 – anno fra l’altro della grande operazione Crimine-Infinito, con 160 arresti nella sola Lombardia – e il 2014 il numero è di 43 procedimenti (16 dei quali solo nel 2014).

L’associazione di tipo mafioso più coinvolta nei procedimenti avviati a Milano è la ‘ndrangheta: è presente in ben il 78% dei procedimenti, mentre Cosa nostra e Sacra corona unita si ritrovano rispettivamente nel 10% e nel 3% dei fascicoli. Vi è tuttavia da registrare un 7% di casi in cui compare una convergenza di interessi criminali tra più realtà associative di tipo mafioso (‘ndrangheta, camorra, Cosa nostra).

La ricerca della Bocconi ha preso in esame anche l’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali antimafia, attraverso la consultazione dei fascicoli relativi ai 67 provvedimenti di confisca definitivi emessi nei sedici anni presi in esame: 80 sono i soggetti proposti per le misure di prevenzione, per il 63% originari della Calabria e per il 13% originari della Lombardia. Di questi proposti, 34 sono stati indagati o imputati per reati in materia di sostanze stupefacenti, mentre 22 per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Anche in questo ambito appare prevalente la presenza della ‘ndrangheta, associazione collegata in almeno 48 casi esaminati. I beni immobili confiscati sono stati 249 (il 47% del totale); 119 i conti correnti (23%); 57 i beni mobili registrati (11%) e 52 le azioni o le quote societarie (10%). In 6 decreti (tra il 2009 e il 2012) le imprese sono state destinatarie della misura.

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