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«Diciamola tutta, questi presunti “amici di Falcone” dove cavolo erano allora? Ma chi li conosce? Io so chi erano i suoi amici»: parla l’autista di Falcone

giuseppe-costanzaUn’intervista da leggere di Alessandro Milan:

C’è un uomo che più di altri avrebbe titolo a dire qualcosa sull’ apparizione di Riina junior in Rai e sulla lotta alla mafia in generale. È Giuseppe Costanza, l’autista di Giovanni Falcone negli ultimi otto anni di vita del magistrato, dal 1984 fino al 23 maggio 1992. Costanza era a Capaci.

Di più, Costanza era a bordo della macchina guidata da Falcone e saltata in aria sul tritolo azionato da Giovanni Brusca. Eppure in pochi lo sanno. Perché per quei paradossi tutti italiani, e siciliani in particolare, da quel giorno Costanza è stato emarginato. Non è invitato alle commemorazioni, pochi lo ricordano tra le vittime.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di essere suo ospite a cena in Sicilia e ho ricavato la sensazione di trovarmi di fronte a qualcuno che è stato più del semplice autista di Giovanni Falcone: forse un confidente, un custode di ricordi e, chissà, uno scrigno di segreti. Che però Costanza dispensa col contagocce: «Perché un conto è ciò che penso, un altro è ciò che posso provare». Un particolare mi colpisce del suo rapporto con Falcone: «Il dottore – Costanza lo chiama così – aveva diritto a essere accompagnato in macchina, oltre che da me, dal capo scorta. Ma pretendeva che ci fossi solo io».

Perché non si fidava di nessun altro?

«Quale altro motivo ci sarebbe?».

Costanza ha deciso di parlare perché a suo parere troppi lo fanno a sproposito.

Cominciamo da Riina a “Porta a Porta”?

«Mi sono rifiutato di vederlo. Solo a sapere che questo soggetto era stato invitato da Bruno Vespa mi ha dato il voltastomaco. Vespa qualche anno fa ha invitato pure me, mi ha messo nel pubblico e non mi ha rivolto una sola domanda. Ora parla con il figlio di colui che ha cercato di uccidermi. I vertici della Rai dormono?».

Cosa proponi?

«Lo Stato dovrebbe requisire i beni che provengono dalla vendita del libro di Riina. Questo si arricchisce sulla mia pelle».

Lo ha proposto la presidente Rai Monica Maggioni.

«Meno male. Ma tanto non succederà nulla. D’altronde sono passati 24 anni da Capaci senza passi avanti».

Su che fronte?

«Hanno arrestato la manovalanza di quella strage. Ma i mandanti? Io un’ idea ce l’ho».

Avanti.

«Presumo che l’attentato sia dovuto al nuovo incarico che Falcone stava per ottenere, quello di Procuratore nazionale antimafia».

Ne sei convinto?

«Una settimana prima di Capaci il dottore mi disse: “È fatta. Sarò il procuratore nazionale antimafia”».

Questa è una notizia.

«Ma non se ne parla».

Vai avanti.

«Se lui avesse avuto quell’incarico ci sarebbe stata una rivoluzione. Sempre Falcone mi disse che all’ Antimafia avrebbe avuto il potere, in caso di conflitti tra Procure, di avocare a sé i fascicoli. Chiediti quali poteri ha avuto il Procuratore antimafia in questi anni. E pensa quali sarebbero stati se invece fosse stato Falcone».

Chi non lo voleva all’Antimafia?

«Forse politici o faccendieri. Gente collusa. Ma queste piste non le sento nominare».

Torniamo ai mandanti.

«L’attentato a Palermo è un depistaggio, per dire che è stata la mafia palermitana. Sì, la manovalanza è quella. Ma gli ordini da dove venivano? Ti racconto un altro particolare.

Io personalmente, su richiesta di Falcone, gli avevo preparato una Fiat Uno da portare a Roma. E lui nella capitale si muoveva liberamente, senza scorta. Se volevano colpirlo potevano farlo lì, senza tutta la sceneggiata di Capaci. Ricorda l’Addaura».

21 giugno 1989, il fallito attentato all’ Addaura. Viene trovato dell’ esplosivo vicino alla villa affittata da Falcone.

«Io c’ero».

All’Addaura?

«Sì, ero lì quando è intervenuto l’artificiere, un carabiniere. Eravamo io e lui. Lui ha fatto brillare il lucchetto della cassetta contenente l’esplosivo con una destrezza eccezionale. Poi ha dichiarato in tribunale che il timer è andato distrutto. Ha mentito. Io ho testimoniato la verità a Caltanissetta e lui è stato condannato».

Invece come è andata?

«L’esplosivo era intatto. Lo avrà consegnato a qualcuno, non chiedermi a chi. Evidentemente lo ha fatto dietro chissà quali pressioni».

Falcone aveva sospetti dopo l’Addaura?

«Parlò di menti raffinatissime. Io posso avere idee, ma non mi va di fare nomi senza prove. Attenzione, io non generalizzo quando parlo dello Stato. Ma ci sono uomini che si annidano nello Stato e fanno i mafiosi, quelli bisogna individuarli».

23 maggio 1992: eri a Capaci.

«Ma questo agli italiani, incredibilmente, non viene detto. Quella mattina Falcone mi chiamò a casa, alle 7, comunicandomi l’orario di arrivo. Io allertai la scorta. Solo io e la scorta in teoria sapevamo del suo arrivo».

Cosa ricordi?

«Falcone, sceso dall’aereo, mi chiese di guidare, era davanti con la moglie mentre io ero dietro. All’altezza di Capaci gli dissi che una volta arrivati mi doveva lasciare le chiavi della macchina. Lui istintivamente le sfilò dal cruscotto, facendoci rallentare. Lo richiamai: “Dottore, che fa, così ci andiamo ad ammazzare”. Lui rispose: “Scusi, scusi” e reinserì le chiavi. In quel momento, l’esplosione. Non ricordo altro».

Perché la gente non sa che eri su quella macchina?

«Mi hanno emarginato».

Chi?

«Le istituzioni. Ti sembra giusto che la Fondazione Falcone non mi abbia considerato per tanti anni?».

La Fondazione Falcone significa Maria Falcone, la sorella di Giovanni.

«Io non la conoscevo».

In che senso?

«Negli ultimi otto anni di vita di Giovanni Falcone sono stato la sua ombra. Ebbene, non ho mai accompagnato il dottore una sola volta a casa della sorella. Andavamo spesso a casa della moglie, a trovare il fratello di Francesca, Alfredo. Ma mai dalla sorella».

Poi?

«Lei è spuntata dopo Capaci. Ha creato la Fondazione Falcone e fin dal primo anno, alle commemorazioni, non mi ha invitato».

Ma come, tu che eri l’unico sopravvissuto, non eri alle celebrazioni del 23 maggio 1993?

«Non avevo l’invito, mi sono presentato lo stesso. Mi hanno allontanato».

È incredibile.

«Per anni non hanno nemmeno fatto il mio nome. Poi due anni fa ricevo una telefonata. “Buongiorno, sono Maria Falcone”. Mi ha chiesto di incontrarla e mi ha detto: “Io pensavo che ognuno di noi avesse preso la propria strada”. Ma vedi un po’ che razza di risposta».

E le hai chiesto perché non eri mai stato invitato prima?

«Come no. E lei: “Era un periodo un po’ così. È il passato”. Ventitre anni e non mi ha mai cercato. Poi quando ho iniziato a denunciare il tutto pubblicamente mi invita, guarda caso. Comunque, due anni fa vado alle celebrazioni, arrivo nell’ aula bunker e scopro che manca solo la sedia con il mio nome. Mi rimediano una seggiola posticcia. Mi aspettavo che Maria Falcone dicesse anche solo: “È presente con noi Giuseppe Costanza”. Niente, ancora una volta: come se non esistessi».

L’emarginazione c’è sempre stata?

«Un anno dopo la strage di Capaci sono rientrato in servizio alla Procura di Palermo ma non sapevano che cavolo farsene di un sopravvissuto. Così mi hanno retrocesso a commesso, poi dopo le mie proteste mi hanno ridato il quarto livello, ma ero nullafacente».

Per l’ennesima volta: perché?

«Ho avuto la sfortuna di sopravvivere».

Come sfortuna?

«Credimi, era meglio morire. Avrei fatto parte delle vittime che vengono giustamente ricordate ma che purtroppo non possono parlare. Io invece posso farlo e sono scomodo. Diciamola tutta, questi presunti “amici di Falcone” dove cavolo erano allora? Ma chi li conosce? Io so chi erano i suoi amici».

Chi erano?

«Lo staff del pool antimafia. Per il resto attorno a lui c’era una marea di colleghi invidiosi. Attorno a lui era tutto un sibilìo».

Tu vai nelle scuole e parli ai ragazzi: cosa racconti di Falcone?

«Che era un motore trainante. Ti racconto un episodio: lui viveva in ufficio, più che altro, e quando il personale aveva finito il turno girava con il carrellino per prelevare i fascicoli e studiarli. Questo era Falcone».

È vero che amava scherzare?

«A volte raccontava barzellette, scendeva al nostro livello, come dico io. Però sapeva anche mantenere le distanze».

Tu hai servito lo Stato o Giovanni Falcone?

«Bella domanda. Io mi sentivo di servire lo Stato, che però si è dimenticato di me. E allora io mi dimentico dello Stato. L’ho fatto per quell’ uomo, dico oggi. Perché lo meritava. È una persona alla quale è stato giusto dare tutto, perché lui ha dato tutto. Non a me, alla collettività».

Il presidente Mattarella non ti dà speranza?

«Io spero che il presidente della Repubblica mi conceda di incontrarlo. Quando i miei nipoti mi dicono: “Nonno, stanno parlando della strage di Capaci, ma perché non ti nominano?”, per me è una mortificazione. Io chiederei al presidente della Repubblica: “Cosa devo rispondere ai miei nipoti?”».

Questo silenzio attorno a te è un atteggiamento molto siciliano?

«Ritengo di sì. Fuori dalla Sicilia la mentalità è diversa. Devo dire anche una cosa sul presidente del Senato, Piero Grasso».

Prego.

«Di recente, a Ballarò, presentando un magistrato, un certo Sabella, come colui che ha emanato il mandato di cattura per Totò Riina, mi indicava come “l’autista di Falcone”.

Ma come si permette questo tizio? Io sono Giuseppe Costanza, medaglia d’ oro al valor civile con un contributo di sangue versato per lo Stato e questo mi emargina così? “L’autista” mi ha chiamato. Cosa gli costava nominarmi?».

Costanza, credi nell’ Antimafia?

«Non più. Inizialmente dopo le stragi c’è stata una reazione popolare sincera, vera. Poi sono subentrati troppi interessi economici, è tutto un parlare e basta. Noi sopravvissuti siamo pochi: penso a me, a Giovanni Paparcuri, autista scampato all’ attentato a Rocco Chinnici, penso ad Antonino Vullo, unico superstite della scorta di Paolo Borsellino. Nessuno parla di noi».

Il 23 maggio che fai?

«Mi chiudo in casa e non voglio saperne niente. Vedo personaggi che non c’entrano nulla e parlano, mentre io che ero a Capaci non vengo nemmeno considerato. Questa è la vergogna dell’ Italia».

Il testimone si inventa un lutto per non testimoniare: la paura, a Roma.

carminati

È una storia che lascia spazio a molte riflessioni quella di Filippo Maria Macchi, l’imprenditore romano che nel 2014 era ricorso a Massimo Carminati per farsi prestare trentamila euro. Aveva tra le mani un affare di oro in arrivo dall’Africa (che poi sfumò) e pensò che un prestito “facile” dalla criminalità potesse essere la strada più semplice. Ma non fu così. E oggi Macchi, chiamato a testimoniare, si dimostra impaurito come ci si aspetterebbe in una storia di mafia del profondo sud di qualche decennio fa; e invece accade a Roma, nella capitale in cui il processo Mafia Capitale viene usato per scagliarsi addosso a qualche candidato sindaco ma in realtà scompare dalla cronaca. Così Macchi prima si inventa un lutto (mai esistito) e poi portato a forza davanti al magistrato nega di avere mai ricevuto le minacce. E attenzione: se non si riesce a dimostrare minacce e intimidazioni cade l’accusa di mafia, che è proprio l’obiettivo degli avvocati di Carminati e compagnia. Quando il pm ha fatto ascoltare in aula le parole che Macchi aveva pronunciato al maresciallo dei Ros che l’aveva contattato per testimoniare («Marescià, sappiamo che queste sono persone che si sò rivalse e che si rivalgono contro chi gli si rivolge contro…») l’imprenditore ha provato a balbettare una scusa, una mezza frase. E invece è la mafia con tutti i suoi effetti. A Roma.

«Non si uccidono perché ci sono abbastanza soldi»

“A Roma non ci sono i morti ammazzati perché qui ci sono soldi per tutti e non c’è bisogno di uccidersi”. Così il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, nel corso della presentazione del quarto rapporto dell’osservatorio Luiss sulla legalità dell’economia. Parlando della situazione nella capitale, Pignatone ha sottolineato che “il rapporto è un’ulteriore dimostrazione che la mafia a Roma c’è, ma ha caratteristiche particolari e diverse dalle altre”. “Più che di mafia a Roma si deve parlare di mafie – ha aggiunto il procuratore – la capitale ha un’estensione territoriale troppo grande per essere controllata da un solo clan, e i soldi che girano sono molti, abbastanza per tutti e abbastanza per evitare le stragi che invece hanno caratterizzato le mafie del sud”.

Le parole di Pignatone però non valgono solo per Roma. O no?

Di cosa avere paura. Questo è il punto.

paura

Ogni tanto mi accorgo di essermi abituato alla paura. Non è un’abitudine figlia di eroismo, tutt’altro: qualcosa che assomiglia a un’impermeabilizzazione, il chiudere tutti i pori perché non ci entri polvere malata. Una cosa così. È che poi, a vivere con i pori stretti, ti accorgi di avere anestetizzato un po’ tutti i sensi; e succede a tutti nella vita di provare a liofilizzare la testa e il cuore per legittima (ma eccessiva) difesa.

Dopo un trauma, che sia delusione o paura, si finisce per soffiarsi intorno, farsi bolla, e alla fine ti dimentichi davvero di cosa avevi paura, cosa ti aveva fatto male. Ecco, stasera, a provare a cercarmi la paura tra i capelli, prenderla per una zampa e guardarla dopo così tanti anni mi accorgo che non ha più quasi niente della paura di dieci anni fa. Non sembra nemmeno parente. Non le somiglia nemmeno. Perché lì dove prima spaventava il criminale oggi ho più un senso di nausea (spaventata) per il corrotto, piuttosto del corruttore. Perché per comodità e omologazione questa divisione di buoni nettamente buoni e cattivi naturalmente cattivi continuiamo a piantumare la steppa grigia dove crescono i pericolosi per davvero: gli esecutori di una mafia che è banalizzazione dell’etica, asciugamento della linfa sociale, professionisti del cedere alla posizione dominante.

Riconoscere la paura quindi senza confonderla con i suoi sfaccettati effetti: la disperazione, il pessimismo, l’esaurirsi, il piegarsi su se stessi, l’aspettare solo come tempo e senza più speranza, il progettare a brevissimo raggio. Tutti effetti. Perché la radice di tutto, quella, invece, non riusciamo nemmeno più a vederla. Ecco: ho paura di abituarmi alla paura come se fosse un undicesimo dito, uno stato naturale. Quello no. Abituarsi alla paura no. Davvero. No. La paura della paura, potendo, non concediamola a nessuno.

Ci si vede martedì 5 aprile a Bollate #miopadreinunascatoladascarpe

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Martedì torno giù al nord, a Bollate, per presentare il mio ‘Mio padre in una scatola da scarpe‘ e per discutere insieme a voi del valore della verità. Bollate non è scelto per caso: a Bollate si è consumata un paradigmatica commistione tra mafia, imprenditoria e cittadinanza che per lavoro (e per legittima difesa) ho seguito per anni. E la presentazione sarà a Cassina Nuova, la località che è stata il feudo di Vincenzo Mandalari, uomo di ‘ndrangheta e di affari.

Insomma, se siete da quelle parti vale la pena esserci. Ecco. Info sull’evento qui.

Ops, hanno trovato un De Chirico

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Da leggere il pezzo di Salvo Palazzolo:

Per la procura di Palermo è uno dei gioielli dell’impero Rappa sfuggito al sequestro del marzo 2014. Un prezioso De Chirico, “Il Trovatore”, olio su tela dimensioni 90 centimetri per 60, valore di mercato 500 mila euro. Venerdì mattina, gli investigatori della Direzione investigativa antimafia l’avevano cercato in un’abitazione di Vincenzo Corrado Rappa. Ma la perquisizione era andata a vuoto. Ieri è stato l’imprenditore a consegnare il quadro nella sede della Dia, Villa Ahrens. “Non c’è alcun mistero, nessuna irregolarità – dice l’avvocato Giovanni Di Benedetto – quel De Chirico non appartiene alla società, ma è un bene personale di Vincenzo Corrado Rappa”.

C’è un’inchiesta della procura sulla proprietà del quadro dipinto dal grande Giorgio De Chirico, un quadro che illustra l’uomo in un’insolita veste, quella di robot-manichino che si muove in un universo meccanico. E, intanto, è entrato in un momento cruciale il processo alle Misure di prevenzione sul patrimonio dei Rappa. Su istanza della difesa, la Cassazione ha dichiarato illegittimo una parte del sequestro da 800 milioni di euro, che comprende immobili, aziende, imprese radiotelevisive e concessionarie di automobili (leggi l’elenco dei beni). Per i giudici della Suprema Corte, i Rappa non sono tecnicamente eredi del nonno condannato per mafia con sentenza definitiva. La Cassazione ha bocciato la nozione utilizzata dai giudici di Palermo, “eredi di fatto”. Nella motivazione del provvedimento viene spiegato: “Deve escludersi qualsiasi interpretazione di tipo analogico, quale quella proposta dal tribunale”. Il riferimento è alla sezione presieduta da Silvana Saguto. Adesso, il nuovo collegio, presidente Giacomo Montalbano, è chiamato a prendere una decisione. Il 7 aprile, saranno in aula i periti nominati dal tribunale: hanno esaminato il patrimonio dei Rappa, soprattutto l’origine delle loro ricchezze. Un altro punto decisivo di questo caso, anche perché sul tesoro degli imprenditori palermitani c’è anche un secondo catenaccio messo dalla procura. Una misura di prevenzione è scattata direttamente per Filippo Rappa e per i figli Vincenzo Corrado e Gabriele, ritenuti dall’accusa “socialmente pericolosi”.

Ma, adesso, le attenzioni sono tutte sul De Chirico. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Dino Petralia, è nata qualche mese fa. Dopo una ricognizione sul patrimonio fatta dal nuovo amministratore sono saltate fuori alcune tracce del quadro, attraverso la fattura di un gallerista. Vincenzo Rappa sostiene che di quel quadro aveva già parlato con il vecchio amministratore nominato dal tribunale, l’avvocato Walter Virga (pure lui coinvolto nello scandalo Saguto), e che nulla era stato mai eccepito. “È un bene che non ha nulla a che fare con il patrimonio societario”, ribadisce la difesa. Ma la procura insiste. La perquisizione scattata giovedì era arrivata dopo diversi accertamenti svolti dalla Dia. Gli investigatori ritengono di aver ricostruito i passaggi che avrebbero portato i Rappa a “spogliare” il patrimonio del De Chirico. Anche su questo si preannuncia battaglia fra accusa e difesa.

I pessimi giudici amici della mafia

corruzione

Ne ha per tutti, il pentito Carmelo D’Amico, che nell’aula della Corte d’Assise, dove si celebra un processo per un omicidio di mafia, ha detto, ancora una volta, le ‘sue’ verità. Verità che adesso sono al vaglio degli inquirenti, e non quelli del tribunale di messina, ma quelli del tribunale di Reggio calabria, perchè D’Amico, stavolta, ha tirato in ballo giudici messinesi, e competenza territoriale vuole che a indagare non sia il distretto coinvolto dalle dichiarazioni.

Ha parlato con disinvoltura di fatti che, se davvero fossero accertati, sarebbero di una gravità assoluta.
“Abbiamo corrotto qualche pubblico ministero, qualche procuratore generale, e abbiamo aggiustato qualche processo molto importante”. Così, come parlasse di quisquilie, Carmelo D’Amico, ex boss, oggi pentito, di Cosa Nostra barcellonese, ha parlato al processo che vede imputato Enrico Fumia per l’omicidio di Antonino “Ninì” Rottino, avvenuto nell’agosto 2006. Un delitto che per gli inquirenti ha segnato l’ascesa al potere del gruppo mafioso dei Mazzarroti capeggiato da Tindaro Calabrese.

Delle dichiarazioni di D’amico ne parla Nuccio Anselmo su Gazzetta del Sud.
Il pentito risponde alle domande del Pm Massara:

“Guardi – ha detto l’ex boss – io ho deciso di collaborare con la giustizia, perché sono stato sempre chiuso al 41 bis, da quando mi hanno arrestato dal 2009. Il 41 bis mi ha fatto riflettere tantissimo stando da solo, anche perché il 41 bis è un carcere duro, e niente ho deciso di cambiare vita, anche se avevo la possibilità può darsi, di uscire dal carcere, perché io ho esperienza nei processi perché abbiamo aggiustato, la nostra organizzazione ha aggiustato diversi processi, abbiamo corrotto qualche giudizio di cui ne ho parlato, abbiamo corrotto qualche pubblico ministero, qualche procuratore generale e abbiamo aggiustato qualche processo molto importante e quindi c’era possibilità che io potessi uscire dal carcere”.

Il processo ‘molto importante’, a detta del pentito, sarebbe stato quello scaturito dal triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino, avvenuto la notte del 4 settembre 1993 alla stazione di Barcellona: le vittime, tre ragazzi di Milazzo, furono giustiziate perchè superavano i confini territoriali del loro comune nel commettere reati, spingendosi sino a Barcellona.

D’Amico ha toccato anche l’Arma dei carabinieri con le sue ‘rivelazioni’:

“ Ho avvisato pure Carmelo Bisognano dell’operazione Icaro, l’ho avvisato io che c’era l’operazione in corso, perché avevamo saputo praticamente, tramite carabinieri corrotti che noi avevamo, che pagavamo sul libro paga dal ’90, carabinieri corrotti che era uno.. uno apparteneva alla.. alla squadra catturando latitanti, un altro era nella Dda… nella Dda che faceva la scorta.. e tanti altri carabinieri e poliziotti che sono sui libri paga, che ne ho parlato purtroppo”.

Infine, il passaggio alla Cassazione: “La nostra associazione – ha detto D’Amico – era molto ramificata a livello politico, a livello istituzionale, era una delle più potenti che c’era in Sicilia, diciamo la cosca barcellonese e anche molto sanguinaria. Noi siamo arrivati anche sino alla Cassazione a sistemare un processo molto noto. Abbiamo corrotto un giudice di Cassazione, che sono andato personalmente io insieme a Pietro Mazzagatti Nicola, e abbiamo corrotto questo giudice nativo di Santa Lucia del Mela e che risiede a Roma, abbiamo comunque per questo le dico che io ero sicuro di uscire, perché sapevo che avevamo anche l’appoggio in Cassazione di questo giudice corrotto che era in Cassazione”.

(fonte)

Una ciclofficina a casa del boss

Perché è importante ricordarsi che mentre intorno molto marcisce ci sono piccoli artigiani della legalità che senza troppi strepiti compie piccoli capolavori. L’ultima è un’officina per biciclette lì dove prima c’era la mafia.

nuova_ciclofficina_paisiello_630«Nello stabile confiscato alla mafia di via Paisiello 5 nasce la “Ciclofficina Zona Loreto”: qui, grazie alla presenza costante di un Maestro biciclettaio, l’Associazione Gruppo volontari A.G.V.Onlus insegnerà a ragazzi provenienti dall’area del disagio, in special modo dal carcere del Beccaria, l’arte della riparazione delle biciclette. I ragazzi saranno monitorati da operatori del Comune durante tutto il loro percorso di reinserimento nella società.

“È molto positivo che un bene tolto alla mafia diventi uno strumento per sostenere percorsi di legalità e progetti utili per il futuro dei giovani milanesi – dichiarano gli assessori Marco Granelli(Sicurezza e Coesione sociale) e Pierfrancesco Maran (Mobilità) e Pierfrancesco Majorino (Politiche sociali) -. È importante che all’interno di questi locali sia sorta una ciclofficina, un servizio che promuove l’uso delle due ruote e della mobilità sostenibile in una città dove i ciclisti sono sempre più numerosi”.

A Milano i beni confiscati e poi riassegnati sono complessivamente 161: sono stati destinati ad associazioni del Terzo Settore e del Volontariato e utilizzati per numerose e diverse attività di sostegno alla persona e promozione della socialità: assistenza agli anziani e alle persone con disabilità, laboratori di quartiere per giovani, abitazioni per famiglie in difficoltà, negozi solidali, spazi per iniziative culturali. Nel mese di aprile si svolgerà l’edizione 2016 del Forum delle Politiche Sociali: durante questa edizione del Festival il Comune consegnerà le chiavi di tre beni, due al Centro Ambrosiano di Solidarietà (Ce A. S.) e uno alla Fondazione Padri Somaschi Onlus, che saranno destinati all’accoglienza di donne maltrattate e vittime di violenza.

Secondo l’ultimo dato pubblicato dall’Agenzia nazionale (ANBSC – 30 settembre 2015) sono 17.577 gli immobili sequestrati e 3.187 le aziende confiscate in Italia: la Lombardia è quinta con 1.266 immobili dopo Sicilia (6.916), Campania (2.582), Calabria (2.449) e Puglia (1.665); è quarta invece nella classifica delle aziende con 286 attività sequestrate e confiscate, dopo le 1.148 della Sicilia, le 529 della Campania e le 315 della Calabria.»