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Letteratitudine recensisce ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(La recensione sul romanzo ‘Mio padre in una scatola da scarpe‘. Il libro lo potete acquistare qui. L’articolo originale è qui.)

di Eliana Camaioni

539526612È una storia di famiglie, “Mio padre in una scatola da scarpe” (Giulio Cavalli, Rizzoli ed.): quella di Michele e del Nonno, composta da ‘brave persone, che lavorano e tacciono’, e quella dei Torre, simile ad ‘una marchiatura a fuoco sull’orecchio o una targhetta pinzata in mezzo alle palle come un toro’, capace di ‘allargare le regole finché non ti entrano perfettamente’. Sono le regole non scritte del paesino di Mondragone, dell’entroterra napoletano: appartenenze suggellate da battesimi di sangue e persiane chiuse, omertose e vigliacche; baci in piazza che timbrano come bestiame, e gonne da processione paesana –gonne debutto, per donne da marito, e gonne gabella, assenzi taciti di sottomissione ai boss.
‘Non guardare e non sentire è il modo più maturo e responsabile per difendere la tua famiglia e i figli che vorrai’, questa la ricetta per sopravvivere a Mondragone, paese di poche anime e tanti segreti, dal lessico silenzioso dell’abito buono esibito alla messa domenicale, di una scollatura che ti rende donna e di morti sparati, ‘morti interrotti’, guardie e ladri, corriere e corrieri.
Un affresco collettivo, nitido e tridimensionale per l’uso intenso che Giulio Cavalli fa di similitudini e metafore; ci sono caffè all’alba e turni di notte, cervelli che schizzano e mogli che aspettano, odore di salsa ed esalazioni di vino, amici che muoiono e carabinieri che archiviano.
E poi ci sono gli occhi, di chi tutto guarda e nulla vede, occhi che piangono e occhi che seccano, occhi che urlano parole non pronunciate, e picchiano più delle bastonate; occhi di bue da regista, che Giulio Cavalli stringe su ciascun capitolo, con una focalizzazione disincarnata e variabile, raccontando quarant’anni e quattro generazioni di una terra ‘così omertosa e schiava’ di cui il Nonno, agli occhi del nipote Michele, sembra essere il ‘certificato’. Michele e la famiglia coraggiosa che farà con Rosalba, secondo i dettami delle ‘brave persone’: perché ‘c’è tanta bellezza e tanto coraggio a crescere una famiglia con dignità’, lo stesso coraggio necessario ‘a rinunciare, anche ai principi se serve’. Un mos maiorum che si tramanda di Nonno in nipote, una rabbia sorda impossibile da accettare per Michele se non quando sarà nonno a sua volta, perché a Mondragone ‘la vita è molto più semplice di come la pensi: basta non fare la rivoluzione tutte le mattine’, basta sposare una donna onesta ed accontentarsi di un onesto lavoro, dribblando le ingiustizie, stando fuori dagli affari dei potenti.
Il tempo della storia vola via veloce, fra chi da Mondragone parte e chi a Mondragone resta, fra chi espatria per cercare salvezza e chi partendo fa la fortuna di chi comanda, come una sberla per chi al paese lavora e tace, ‘facendo quello che è possibile fare’; cene fra amici segnano il passo, e come un impietoso consuntivo di fine anno tirano la riga sotto le vite dei protagonisti, mentre queste si intrecciano, si intersecano, divergono, si interrompono.
Di tutti i luoghi, la spiaggia e la piazza sono elette a testimoni silenziose: di amori onesti e amori rubati, del punto di equilibrio in cui risiede la felicità perfetta, di macabri ritrovamenti, di quella desertitudine – meraviglioso neologismo – che a Mondragone ‘prende il posto dei sorrisi’.
Il termine mafia è un gas mortale che ammorba l’intera narrazione, ma compare solo a metà del romanzo, nell’epoca in cui di mafia finalmente si osa parlare: e sarà un boato, l’esplosione di quel gas, per bocca di un figlio che si rivolge al padre: ‘Quelli che fanno finta di niente con il tuo amico morto ammazzato sono mafiosi!’ perché è mafioso ‘anche chi non ammazza, spende soldi guadagnati ammazzando la gente’.
Uno scatolo da scarpe, una morte tanto ingiusta quanto ingiustificata, indica la fine di una storia iniziata con una fine che era un inizio: perché ‘per uno cauto di natura la fine è un punto di domanda’ si legge nell’incipit, ‘per uno più arrogante è un vinto lasciato per terra’.

Quella brutta storia del ristorante della mafia a Rescaldina

L’articolo di Luigi Crespi. Per vostra informazione, sarò proprio al Ristorante La Tela sabato 19 marzo.

GN4_DAT_8144518«Te lo ricordi questo? Era il ristorante che c’hanno levato. Adesso ce l’abbiamo qua, eccolo! Era uscito sul giornale, l’hanno fatto qualche metro più in là, hai capito?».

Il messaggio è più che chiaro, e conferma quello che in paese tanti sospettavano da tempo. Cinque anni per togliere un locale alla ‘ndrangheta, altri quattro per assegnarlo alle associazioni che lo stanno facendo rivivere grazie a un coraggioso progetto; ma intanto la mafia se la ride, perché il locale chiuso è già stato riaperto un po’ più in là. Altro nome, altra società. Almeno formalmente anche un altro proprietario, che ora però risulta indagato per intestazione fittizia. Di fatto, a Rescaldina è cambiato poco.

Questo almeno è quello che racconta l’ordinanza di custodia cautelare eseguita a conclusione dell’inchiesta con cui la Direzione distrettuale antimafia di Milano ha smantellato la locale di Mariano Comense arrestando un totale di 26 persone. Tra gli arrestati anche Francesco Salvatore Medici, residente a Rescaldina e fratello di quel Giuseppe Antonio Medici che faceva il cuoco al ristorante Re Nove sulla Saronnese. Giuseppe era stato arrestato nel 2010 nell’ambito dell’inchiesta Infinito, ma già quattro anni prima la Dda aveva chiesto e ottenuto il sequestro del locale, poi confiscato nel 2011. Locale simbolo, il Re Nove. Nel dicembre 2011, inaugurando la sede milanese dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, l’allora ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri ne aveva idealmente consegnato le chiavi al sindaco  Paolo Magistrali.

La villa a tre piani tolta alla mafia era stata ufficialmente restituita agli italiani, ma perché le promesse fossero mantenute ci sono voluti altri quattro anni. Terminati i restauri, finanziati con 175mila euro da Regione Lombardia, la nuova giunta di Michele Cattaneo aveva organizzato un bando di gara per affidarne la gestione. Aveva vinto una cordata di associazioni guidata da Giovanni Arzuffi della Cooperativa Arcadia, il 5 dicembre scorso grande festa per l’inaugurazione dell’Osteria sociale La Tela. Finalmente sulla Saronnese si volta pagina.

Peccato che nel frattempo i Medici si fossero già riorganizzati riaprendo un’altra attività poco lontano. In paese la cosa non era passata inosservata, anche perché la situazione era stata pubblicamente denunciata già nel 2012 dal consigliere regionale Giulio Cavalli. Da allora il nuovo locale ha cambiato nome, e almeno sulla carta anche proprietari. Adesso però a confermare sia la continuità della gestione che la fondatezza dei sospetti ci sono le intercettazioni che il Gip Andrea Ghinetti ha riassunto nell’ordinanza eseguita la scorsa settimana. Nel giugno 2014 Medici parla con un parente mentre sta guidando la sua auto sulla Saronnese: i carabinieri avevano piazzato una cimice sulla macchina, e l’intera conversazione è agli atti. Passando davanti al Re Nove, che all’epoca era chiuso, il boss di Rescaldina si sfoga: «Te lo ricordi questo…».

Ma poi una frazione dopo si prende la rivincita: «Adesso ce l’abbiamo qua, eccolo!». Per capire il “qua” i carabinieri hanno rilevato la posizione dell’auto in quel momento, poi hanno fatto le loro verifiche su una serie di locali, arrivando a identificare e denunciare il presunto prestanome. La battaglia continua.

Sempre lui: Pietrogino Pezzano

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(Ci conosciamo bene io e Pietrogino, sempre in odor di mafia. Per farvi un’idea vi basta leggere qui. L’ho combattuto fino alle sue dimissioni e di mezzo è saltato anche un Prefetto. Ora torna alla ribalta):

Da una parte il Dobermann, dall’altra Mandrake, in mezzo il ricco business dell’odontoiatria pubblica in Regione Lombardia, tra appalti pilotati, tangenti e un servizio pubblico scadente, a detta degli stessi indagati nelle intercettazioni.
Sembra un fumetto della Marvel, è in realtà l’inchiesta Smile della procura di Monza che ha portato in carcere oltre al padre della riforma sanitaria lombarda Fabio Rizzi, uomo di fiducia del governatore Roberto Maroni, anche Maria Paola Canegrati detta Paoletta, titolare di una miriade di aziende con appalti negli ospedali da Milano a Brescia fino a Desio e Bergamo.
DOBERMANN E MANDRAKE. Il dottor Dobermann è Pietro Gino Pezzano da Palizzi.
Paoletta è invece Mandrake, come si definisce in un’intercettazione contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare.
I due, a quanto pare, facevano coppia anche in privato.
Lui non è indagato, ma compare spesso nelle carte degli investigatori.
Lei invece è in carcere con l’accusa di associazione a delinquere, turbativa d’asta e riciclaggio.

(continua qui)

«Io mi sento ‘nnocente e affavvore dellallegalità»

Guardatevi questo video:

Lui è Giambalvo, appena tornato ad essere consigliere comunale a Castelvetrano. Sua vicenda si è mosso anche Claudio Fava (la notizia è qui). Per capire chi è il personaggio in questione basta riprendersi questo bell’articolo di Tp24:

L’ultima “apparizione” politica è stata pochi giorni prima delle elezioni amministrative a Campobello di Mazara. Da quelle parti, oltre che nella sua vicina Castelvetrano, Calogero Giambalvo è molto conosciuto. “Lillo”, così lo chiamano tutti, è tra i sedici arrestati nell’operazione Eden 2 che ha fatto ancora una volta terra bruciata attorno al super latitante Matteo Messina Denaro. Giambalvo è consigliere comunale a Castelvetrano da qualche mese. E’ entrato in consiglio dopo due elezioni andate a vuoto. Nel 2007 si candida nella lista dell’attuale deputato regionale Giovanni Lo Sciuto, e per pochi voti non diventa consigliere. La storia si ripete nel 2012, quando con l’ex Fli tenta ancora la corsa al consiglio comunale. Niente, termina la corsa risultando il primo dei non eletti. Ma un rimpasto di giunta e la nomina ad assessore del consigliere Giuseppe Rizzo lascia a Giambalvo la possibilità di entrare in consiglio comunale. Aderisce subito ad Articolo 4 di Paolo Ruggirello. E proprio con il deputato regionale all’Ars sarebbe stato intercettato nei giorni precedenti le elezioni di Campobello. Le microspie dei Ros avrebbero reistrato una conversazione tra i due. Con il consigliere comunale che gli avrebbe chiesto di seguirlo in auto per parlare con una persona. Ruggirello, guardingo, chiede chi fosse. E Giambalvo avrebbe risposto: “E’ uno condannato a vent’anni, cchiù mafiusu i mia”. Potrebbe essere una battuta, ma arriva proprio pochi giorni prima del blitz dei Ros. Con Giambalvo che finisce in carcere proprio con l’accusa di essere organico all’associazione. Chissà cosa pensava a fine ottobre quando a Castelvetrano si teneva un consiglio comunale aperto contro la mafia, dove il presidente della Regione Rosario Crocetta diceva, provocando non pochi mugugni, che in Sicilia non c’è consiglio comunale che non abbia al suo interno esponenti della mafia. Pensava, magari, che non parlava di lui. Tra estorsioni, raid punitivi, e confidenze fatte ad altri politici, Giambalvo , però, viene intercettato diverse volte nel corso dell’ultimo anno. Viene accusato di estorsione e di aver imposto ad operatori commerciali della zona l’acquisto di bibite presso la propria azienda. Si sarebbe adoperato per sistemare gli appalti per il nuovo centro commerciale “A29”, a cui dovevano partecipare aziende vicine a Girolamo Bellomo, ambasciatore di Messina Denaro a Palermo. Ma non solo. I suoi colloqui, svelano tante altre cose.

1416855018-0-nell-eden-di-messina-denaro-lillo-giambalvo-il-consigliere-comunale-che-incontro-il-bossQuegli incontri emozionanti con Matteo e “don Ciccio” Messina Denaro.
“Abbracci e pianti”. Una scena che Raffaella Carrà non avrebbe saputo confezionare. Siamo tra il 2009 e il 2010, e nelle campagna di Castelvetrano, dalle parti di contrada Zangara, Lillo Giambalvo si sarebbe incontrato proprio con il super latitante Matteo Messina Denaro, il capo di Cosa nostra. La circostanza la racconta lo stesso Giambalvo a Francesco Martino, un altro politico. Martino è infatti consigliere comunale dell’Udc e ascolta con partecipazione i racconti del collega. Assieme rievocano i bei tempi che furono. I rapporti con i Messina Denaro, da quello che emerge dall’inchiesta, erano solidi da tempo. Da quando era in vita il vecchio don Ciccio Messina Denaro, padre di Matteo, morto nel 1998. In una conversazione intercettata dalle cimici dei Ros Giambalvo racconta dell’ultima volta che ha incontrato don Ciccio Messina Denaro: “portava il fazzoletto attaccato, gli faceva due scocche, sempre il fazzoletto portava lo zu Ciccio. Cappello, coppola e fazzoleto al collo. Io l’ho visto prima di morire. Ti pare dove era all’Africa? Qua dentro il paese era! Restando tra di noi, io lo vedevo tutte le settimane”. E racconta di un fatto accaduto pochi mesi prima che il vecchio boss di Castelvetrano morisse ancora latitante: “Un tre mesi prima di morire, io ci sono andato alla casa per scaricare tronconi.Mentre scaricavo tronconi, minchia c’era un profumo di caffè. Entra, ‘Lillo prentiti il caffè’, oh zu Cicciu assabenerica, minchia ci siamo abbracciati e baciati, io ogni volta che lo vedevo mi mettevo a piangere perchè… mi smuvia..” Poi aggiunge il consigliere comunale che in quell’occasione è dovuto scappare: “Lilluzzo ma tu sei cresciuto, tutta posto, mi faceva quattro domande, mi diceva quattro minchiate per dire ci prendiamo il caffè, allora tutto assieme mi sento dire così, senti qua, viene una delle sue figlia e mi dice: Lillo vattene escitene con questo trattore da qua dentro, stanno venendo a fare perquisizione, corri, scappa, vattene Lillo, vattene di corsa, minchia salgo sopra il trattore, esco con il trattore e con il rimorchio, loro di colpo chiudono il portone, minchia sono arrivati 1000 sbirri Ciccio… non l’hanno trovato! Ti giuro, che non devo vedere i miei figli, io ho fatto tutta la via, da Castelvetrano a Zangara a piangere mi sono detto lo hanno arrestato…”. Invece Ciccio Messina Denaro non è stato mai preso vivo, i suoi familiari lo hanno fatto trovare già pronto e vestito per il suo funerale dopo il decesso da latitante. Martino, che ha seguito il racconto quasi in silenzio, è rimasto rincuorato. I “mille sbirri” non hanno trovato il vecchio boss, e lui: “meno male!”. 
Giambalvo a Martino confida di aver incontrato tra il 2009 e il 2010 anche Matteo Messina Denaro. “Ero a Zangara a caccia, loro raccoglievano olive, ho preso una lepre che era quattro chili e sei, e l’avevo nel tascapane nella giacca che mi usciva metà di qua e metà di qua, prendi, mentre camminavo, lui (Matteo Messina Denaro, ndr) andava da mio zio Enzo. Mio zio gli ha detto, se vuoi andare a sparare vai a sparare, mio nipote sopra l’ho sentito sparare può darsi che qualche coniglio lo ha preso dice, acchianaci, minchia lui sale a piede da solo come un folle, io non lo avevo riconosciuto a primo acchitto, era invecchiato, mi sono detto, ma questo perchè minchia mi cappina appresso, poi ho fatto che mi sono nascosto nella spalliera nelle filara e mi sono buttato sotto le zucche, minchia lui salendo a me andava cercando, lui perchè non mi ha visto più poi ma quando è arrivato mi ci sono alzato, abbiamo fatto mezz’ora di pianto tutti e due. Lillo come sei cresciuto? Lillo, e io mezz’ora di pianto, e mi voleva fottere la lepre con questa piangiuta, ma io gli ho detto ‘stiamo facendo mezz’ora di pianto e ti stai fottendo la lepre gli ho detto…”. Quello che Giambalvo ha raccontato all’amico è tutto da verificare, se effettivamene il consigliere comunale si è incontrato col boss. E anche se, come confida a Martino, ci ha pensato direttamente “diabolik” a dirimere una questione tra Giambalvo e un altro soggetto: “Ci fu un periodo che lui (Matteo Messinda Denaro, ndr) qua tutte le settimane lo vedevo pure, quando fu dell’ingrosso qua da me, non me l’ha sbrigata lui la matassa? Lui me l’ha sbrigata. Quando fu del mio ingrosso, loro sono andati a cercare “cristiani” io non sono andato a cercare nessuno solo a uno io sono andato a cercare. Sono andato alla “testa dell’acqua”…”. Giambalvo per Matteo farebbe di tutto: “Se io dovessi rischiare 30 anni di galera per nasconderlo rischierei! La verità ti dico! Ci fossero gli sbirri qua? E dovessi rischiare a mettermelo in macchina e fallo scappare io rischierei. Perche io ci tengo a queste cose”


“E’ finita la festa”

Eden 2 è il seguito dell’operazione scattata a Castelvetrano nel dicembre 2013, e che porto in carcere 30 persone fedelissime a Messina Denaro. Tra queste anche diversi parenti, tra cui la sorella del boss, Patrizia. L’indomani del blitz Giambalvo è molto dispiaciuto, entra in panico al solo pensiero che potessero arrestare Girolamo Bellomo, indicato, nell’operazione della scorsa settimana, al vertice del gruppo di fiancheggiatori della primula rossa e suo ambasciatore per le cose palermitane. Giambalvo, si sfoga con suo cognato, Daniele Notarnicola: “Minchia a Patrizia si sono portati? Minchia che cose tinte. Ma come si fa? Ma non se ne può più vero picciotti. Minchia non se ne può vero picciotti miei. Ti faccio vedere che hanno arrestato a Nino Amaro, il fratello di Aurelio. No Alfredo, Nino! Bada tutto a lui lì. Ti faccio vedere che si sono portati a Nino. Ti faccio vedere che si sono portati ad Aurelio, non ci credi tu? Minchia “nzama Dio” mi dispiace troppo assai. Già sto male per patrizi. Minchi ma come si fa, ma come si fa ma come dobbiamo fare? E’ finita la festa. Ma se buttana dell’inferno si fa veramente cose…speriamo u signuruzzu che non ci nuocciono…ma cme si fa, ma come si fa picciotti mei, minchia non si coglionia più picciotti non c’è niente da fare. Minchia ti faccio vedere che si sono portati a Santo Clemente a Luca (Bellomo, ndr) minchia… se si sono portati a Luca tutti consumati siamo, tutti consumati, la terza guerra mondiale succede. Se si sono portati a Luca”. Giambalvo con il suo interlocutore fa i nomi di alcune persone che saranno poi arrestate nel corso di Eden 2. Come i Cacioppo: “ci dovrebbero essere drocu in mezzo. Tu pensi che non li prendono in considerazione? Ma secondo quello che gli hanno fatto fare…”. A Giambalvo la notizia del blitz ha scioccato: “magari a me mi si è svuotato lo stomaco”. E ripete, sempre, “ma come dobbiamo fare?”.

Quell’infame di Cimarosa
E come dobbiamo fare con quel Lorenzo Cimarosa, membro della famiglia Messina Denro, che ha deciso di spifferare tutti i segreti della cosca di Castelvetrano? Non si dà pace Lillo Giambalvo a colloquio con il cognato: “Minchia se ti racconto l’ultima. Cimarosa collaboratore di giustizia! Lorenzo Cimarosa! Minchia!! E’ su internet cose tinti picciotti miei. Tu te lo immagini? Troppo tinta la parte è! Io non capisco più niente…boh…ha detto che in due mesi gli ha dato 60 mila euro a Patrizia per portarli a suo fratello…a tutti consuma chissu… la prima volt se l’è fatta bello sereno la galera e ora si scantà”. Giambalvo però l’avrebbe la soluzione: “si fussi iè Matteo appena iddu….accussì latitante iè ci ammazzassi un figghiu…e vediamo se continua a parlare…perchè come si fa? Minchia chiuddu di dintra! Ehh iddu docu…tutti possono parlare tranne lui!!” E Giambalvo sembra auspicare un intervento di cosa nostra: “se lo devono bloccare s’hanna smuovere”. Non sa di essere intercettato. E non sa che l’operazione Eden scatta anche con le confidenze fatte da Cimarosa.

La spedizione punitiva.
Lillo Giambalvo è uomo di sentimenti. Si mette a piangere con i Messina Denaro, gli si smuove lo stomaco venendo a conoscenza dell’ennesimo blitz antimafia nella sua città. Ma è anche persona di sostanza, di maniere forti. Perchè, quando c’è da recuperare l’oro rubato della madre di Matteo Messina Denaro a casa di Beppe Fontana, lui si mette subito a disposizione per la spedizione punitiva nei confronti del ladro. Alla spedizione punitiva chiesta da Fontana, come emerge dalle intercettazioni disposte dalla Dda, ha partecipato anche il consigliere comunale Giambalvo, che ai suoi amici spiegava un po’ i fatti: “ma io non ci credevo che campava picciotti, io che campava non ci credevo…e tannu ho buttato il maglione nuovo… e l’hanno lasciato morto al kartodromo, poi l’hanno salvato, ma gli ha fotttuto 60 mila euro d’oro, alla madre di Matteo… 60 mila euro d’oro, tutto, proprio da lei, l’oro pure della signora Lucia avevano preso”. Stavano parlando della madre del latitante e di Lucia Panicola, suocera di Patrizia Messina Denaro. E sulle condizioni di Massimo Angileri, il pregiudicato che aveva osato rubare l’oro della famiglia: “ancora in prognosi riservaga, l’hanno lasciato morto, una costola sana non gli è rimasta, le gambe rotte in tre parti e non sappiamo se rimane sulla sedia a rotelle, le praccia rotte, spalle cadute, testa spaccata…”.

Desio, Forza Italia e la mafia

Un gran lavoro di Mario Portanova:

Nuova-Forza-Italia-2Non è stato necessario neppure un articolo, è bastata la domanda di un giornale locale. E il vicecoordinatore di Forza Italia a Desio, alle porte della Brianza, ha scelto di dimettersi. Il motivo? Christian Marrone appartiene a una famiglia che vede diversi componenti pesantemente coinvolti nelle inchieste su ‘ndrangheta e politica nella cittadina in provincia di Monza. E se vale sempre il principio che le colpe dei padri non ricadono sui figli, la sua presenza ai vertici del partito berlusconiano ha suscitato più di una perplessità, dato che nel 2010 la storica giunta Lega-Pdlcadde sull’onda dell’inchiesta Inifinito sulla ‘ndrangheta in Lombardia, e il cognome dei Marrone ricorreva in quelle carte. Le stesse in cui si leggeva che  a Desio la ‘ndrangheta era arrivata a “permeare i gangli della vita politica comunale” e i boss locali “possono contare su esponenti di rilievo della vita pubblica per risolvere problemi e ottenere vantaggi all’interno della pubblica amministrazione”.

Christian Marrone, mai sfiorato dalle inchieste, è stato eletto vicecoordinatore cittadino di Forza Italia nel luglio 2015, quando erano già note da tempo le vicende che coinvolgevano i suoi familiari. Ignazio, cugino del padre di Christian, nel processo Infinito è stato condannato in via definitiva per detenzione di armi, ricettazione e danneggiamento aggravato. Nell’ordine di custodia della storica inchiesta firmata da Ilda Boccassini e dal pm monzese Salvatore Bellomo compariva anche un altro cugino, Natale Marrone, consigliere comunale Pdl. Natale aveva pensato bene di contattare un noto boss locale, Candeloro Pio (poi condannato definitivamente per associazione mafiosa) per chiedergli di “esperire un’azione violenta”, scrivono i pm di Infinito, nei confronti di Rosario Perri (big locale di Forza Italia, assessore provinciale prima di incappare anche lui in guai giudiziari). Ma si era sentito rispondere che Perri non poteva essere toccato in quanto “appoggiato da persone di rispetto”. Natale Marrone si dimise dal consiglio scusandosi per il “momento di rabbia”.

Queste vicende non hanno impedito l’ascesa di Christian, anche se proprio sui rapporti fra mafia e politica il partito berlusconiano ha perso la guida di Desio, dove dal 2011 regna una giunta di centrosinistra che ha fatto della rottura con gli intrecci politico-affaristico-mafiosi del passato una bandiera. Il 26 gennaio, però, Ignazio Marrone è incappato in un nuovo ordine di custodia cautelare della procura di Milano, questa volta per associazione mafiosa. La Direzione distrettuale antimafia considera lo zio del politico – originario di Canicattì (Agrigento) –  “pienamente inserito nella cosca Iamonte di Desio“, con un ruolo di cerniera fra gruppi criminali calabresi e siciliani trapiantati in Brianza. Non solo. In queste nuove carte è citato (non indagato) anche il padre di Christian, Gioacchino Marrone, già arrestato per droga nel 2009. Con Ignazio – di professione sfasciacarrozze – discute fra l’altro di armi e di un acquisto di “candelotti di dinamite” al prezzo di 300 euro l’uno.

Così ilfattoquotidiano.it e Il Cittadino di Monza e Brianza (che sabato 13 febbraio esce con un articolo in merito) hanno iniziato a ricostruire queste vicende per chiederne conto ai vertici di Forza Italia a Desio. In riposta è arrivata la comunicazione delle dimissioni di Christian Marrone, accompagnata però da una sorta di diffida ai cronisti. Il vicecoordinatore si è fatto da parte “per tutelare il nome del partito e dei suoi membri”, scrive in una email la portavoce del partito Cinzia Bertazzo. Che avverte: “Qualora si verificasse nuovamente da parte vostra l’associazione delle  figure di Forza Italia al passato ed alle persone allora coinvolte ci vedremo costretti ad adire le competenti sedi” e “senza ulteriore avviso”. In primavera Desio torna al voto e i cronisti che vogliano raccontare le relazioni pericolose dei nomi in lista sono avvisati.

“Apprendo con soddisfazione delle dimissioni”, afferma in un nota Lucrezia Ricchiuti, senatrice Pd che dal consiglio comunale di Desio denunciava gli intrecci tra mafia, politiica e affari anni prima dell’inchiesta Infinito. “Certo sulla persona non ci sono addebiti e credo che la decisione sia stata dettata da una riflessione sull’opportunità politica di rivestire quel ruolo”. Quanto alla reazione di Forza Italia, “se un partito vuole presentarsi come ‘il nuovo’ non può non fare i conti con il passato”. E la stampa “non deve essere considerata un fastidio né tantomeno intimidita con più o meno velate querele”.

(fonte)

30 anni di maxiprocesso

maxiprocesso

«Questo è un processo come tutti gli altri, per quanto smisurato. Ciò che vi chiedo non è la condanna della mafia, già scritta nella storia e nella coscienza dei cittadini, ma la condanna dei mafiosi che sono raggiunti da certi elementi di responsabilità.»

(Dalla requisitoria del pubblico ministero Domenico Signorino, 30 marzo 1987)

Elementi certi. Ecco, al posto dei fiori, il modo migliore per festeggiare il prossimo anniversario.

«Ci sono libri che, una volta terminati, si lasciano dietro un po’ di malinconia e tante domande»: Uno Scaffale di libri su ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

Schermata 2016-02-03 alle 12.25.07Buongiorno, amanti della lettura.
Oggi parliamo di un libro importante, di un tema importante, di una storia vera.
Ringrazio Barbara Reverberi e Moira Perrusso, de MoBa comunicazione, per avermi proposto questa lettura per cui ci vuole una pioggia di due anni per lavarla via dai miei pensieri.
Trama:
Michele Landa non è un eroe, e neppure un criminale. Tutto ciò che desidera è coltivare il suo orto e godersi la famiglia; vuole guardarsi allo specchio e vederci dentro una persona pulita. Ma a Mondragone serve coraggio anche per vivere tranquilli: chi non cerca guai è costretto a confrontarsi ogni giorno con gli spari e le minacce dei Torre e con l’omertà dei compaesani. Michele conosce la posta in gioco, ha perso il lavoro e molti amici, ma è convinto, nonostante tutto, che in quel deserto si possa costruire qualcosa di bello e provare a essere felici. Al suo fianco c’è Rosalba, “la silenziosa”: dopo quarant’anni si amano come il primo giorno, sono diventati genitori e nonni, sognano una casa grande e un albero di mele. Ma si può immaginare una vita diversa, in una terra paralizzata dalla paura? Con una scrittura avvolgente e il piglio di un autentico cantastorie, Giulio Cavalli racconta un’Italia dimenticata e indifesa, ricordandoci che non serve fare rumore per diventare eroi delle piccole cose.
Recensione:
Ci sono libri che, una volta terminati, si lasciano dietro un po’ di malinconia e tante domande. Sono quelli dove non accettiamo come sono andate le cose, come si sono risolte, come non si sono risolte e, alla fine, semplicemente ci arrendiamo di fronte a una realtà che soffoca ogni tentativo di ribellione. Quei libri, come quello di Cavalli, per cui si desidera un finale diverso degno delle persone che lo hanno accompagnato, ma che senza quel finale in sé non sarebbero mai stati quei libri.
Questo paese funziona come una ferrovia: se esci dai binari rischi di fare il botto. E allora tutti in fila indiana: un paese con il coraggio di una gita delle scuole elementari.
Cavalli è uno scrittore coraggioso, come lo erano tutti una volta, e ci parla di mafia. Ma per essere coraggiosi bisogna esserlo per intero, non a metà, e così ci racconta una storia vera. Quella di Michele Landa, la sua famiglia, e la malavita. Malavita perché rende la cosa più genuina e legittima, la vita, in qualcosa che di genuino non ha nulla, il male.
 
Siamo nati male, Michele, siamo nati qua che alla fine nemmeno i sogni sanno correre, sudati come siamo.
Vivere è semplice, dicono alcuni, e il come è una scelta. Una scelta che si basa sul dove si vive, forse. Lo sa bene Michele che, sin da quando è diventato orfano, vive con il nonno a Mondragone che gli ha insegnato la cautela. La cautela è lavorare tutto il giorno, sgobbare, come si dice, tornare a casa con le mani in tasca, la testa chinata, la paura di essere felici, la paura di sognare. Glielo dice Rosalba, la silenziosa, quel giorno al lago: non aver paura di essere felice, lasciati andare. Ma ci vuole cautela anche per quello, rimanere sul chi va là, prevenire un dolore di una perdita se non la si conosce quella felicità.
Michele, tu sei un ragazzo intelligente e bravo, e ci hai preso tutto il cuore si tua madre e la scorza di tua nonna, ma questa nostra terra non è un allevamento di animi nobili o di cavalieri. Questa è la terra dei ladri che non vedi mai rubare, degli assassini che ci mangi allo stesso tavolo in osteria e dei diavoli che ognuno ha in corpo. E qui, da noi, qui il tavolo si sente più libero di passeggiare. Questa è una terra che va abitata in punta di piedi, Michele, va abitata in silenzio, qui le brave persone per difendersi diventano invisibili, Michele, in-vi-si-bi-li.
Una cautela che chi non abita lì può prendere come codardia, e chi abita lì e si rifiuta può andare via, scappare. Ma per quelli come Michele il massimo del coraggio è rimanere lì, non diventare orfano anche del paese natale. Lui ma anche quel ragazzone ripetente del suo amico Massimiliano, il fratello mai avuto, e la “silenziosa”. Rosalba gli ruba il cuore in tutto quel marcio – ha ragione Massimiliano, ci vuole una pioggia di due anni per lavar via tutto per bene, lì a Mondragone -, e lui la sposa, quel giorno al lago si promettono di farsi stare bene per il resto della vita. Lei di poche parole ma saggia e amorevole, anche con i loro quattro figli. Lui con la sua prudenza che in mezzo a tutto quella illegalità insegna ad Angela, Antonio, Andrea e Giovanni, l’onestà, una vita da eroi senza mantello, eroi di vita.
Il loro amore è un amore antico, se lo ripetono tutti i giorni, perché è tra persone che sono cresciute imparando ad aggiustare le cose senza buttarle.
 
Perché Cavalli ci racconta anche questo: la crescita. Quando tutto cambia senza cambiare mai. Quando il tempo passa ma la cautela è ancora la miglior cosa. Quando si ha lavorato un’intera vita e non si desidera altro che la pensione.
Il nostro riposo è la pensione. Il nostro porto è la pensione.
E infatti quello era l’ultimo giorno di lavoro per Michele, la guardia giurata, mancavano poche ore e finalmente avrebbe passato il resto della vita a coltivare i campi con la nipote, Michelina, a bere il caffè al mattino con Rosalba, la “silenziosa”. La stessa che quell’ultimo giorno squarcia il mattino urlando il suo dolore, la sua mancanza, per poi tornare di nuovo silenziosa.
L’attesa la invecchia, il tempo si trascina pesantemente, Michele non tornerà  più. Michele è stato ucciso e il suo corpo è stato bruciato.
C’è un momento nella vita di ognuno, uomo o donna, in cui si perde l’innocenza. E’ questione di un attimo, e magari non lo prendi nemmeno sul serio: capisci il tariffario dei valori e quanto sia normale toglierli dal cassetto in cui li tenevi chiusi a chiave. Capita a tutti. Capisci che costano, i valori: anche tenerseli costa. Qui in paese in questi anni è costato a tutti.
Ma perché?, mi sono chiesta io. Cos’ha visto, che ha detto, mi chiedevo subito dopo. Sono domande legittime che chiunque avesse letto il libro di Cavalli si sarebbe fatto. Cavalli che ci racconta una storia vera, anche se romanzata, a tratti poetica, e tra le righe ci fa leggere la crudeltà della mafia. Sempre tra le righe si legge la paura di ogni uomo o donna che sono costretti alla cautela nella vita, ma tra una fessura e l’altra, tra una lettera e l’altra, si legge anche di speranza. La speranza di una vita migliore, la felicità nel proprio piccolo, quella senza timore.
Giulio Cavalli ha scritto un libro importante, uno di quelli che gli adulti devono leggere per poter spiegare ai figli le cose, in attesa che loro vogliano farlo da sé.
– Sì papà, il discorso mio era un altro: vedi che alla fine i buoni perdono e i furbi vincono? –
– Non è detto. Bisogna tirare le somme alla fine… –
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‘Ndrangheta: Ferraro e Crea, presi.

114759202-f21ed38d-97f7-40f8-87a9-19abd8a4f42aSi nascondevano nel cuore di una delle colline che dalla Piana di Gioia Tauro si arrampicano verso l’Aspromonte, i due superlatitanti della ‘ndrangheta Giuseppe Ferraro e Giuseppe Crea, catturati questa mattina all’alba dagli uomini della Squadra Mobile di Reggio Calabria, agli ordini di Francesco Rattà, con il supporto  della prima sezione dello Sco, guidata da Andrea Grassi. Crea, reggente dell’omonimo clan, inseguito da quattro diversi mandati d’arresto per mafia e altri reati, era ricercato da oltre dieci anni. Ferraro, condannato definitivamente all’ergastolo per un duplice omicidio, ma sospettato anche di averne commissionati altri sei, sfuggiva agli investigatori da diciotto. Due personaggi pericolosi, che durante la latitanza non hanno esitato a commettere altri crimini, che hanno sempre dimostrato di avere familiarità con le armi e non hanno mai esitato ad usarle. Per questo, l’operazione predisposta oggi per catturarli, dopo oltre un anno di indagine – basata solo intercettazioni e pedinamenti –   è stata pianificata con la massima attenzione.

114759193-78018b33-d882-46f0-988f-7db16f3e23feUn manipolo di cinquanta uomini, ancor prima che l’alba spuntasse ha iniziato ad accerchiare la zona in cui i due sono stati individuati.  Progressivamente, in silenzio,  hanno iniziato a risalire il pendio, ma solo in dieci sono arrivati alle porte del bunker. Gli altri, rimasti indietro, si preparavano a coprire l’eventuale fuga del latitante. L’ufficiale medico, era con loro, pronto ad intervenire in caso di ferite da conflitto a fuoco. Poco prima dell’alba, è scattato il silenzio radio. Pochi minuti sembrati eterni a chi nelle retrovie temeva per i compagni incaricati dell’incursione. Rumori di una porta che viene sfondata, mobili rovesciati, urla. “Ce li abbiamo”, gridano dall’alto del pendio.  Crea e Ferraro sono stati sorpresi ancora nel sonno, senza dare loro il tempo di reagire e mettere mano ai due fucili a pompa con il colpo in canna, appesi accanto al letto a castello in cui dormivano.  Quando hanno aperto gli occhi, gli uomini della Mobile li avevano già accerchiati e immobilizzati. In silenzio, si sono fatti trascinare fuori e condurre alle auto, mentre nei 25 metri quadri in cui hanno trascorso la latitanza iniziava la perquisizione.

All’interno del bunker – piccolo, ma dotato anche di energia elettrica e tv – i due latitanti avevano tutto. Una cucina attrezzata, un frigorifero, una doccia con tanto di acqua calda, provviste fresche, ma anche un vero e proprio arsenale di armi lunghe e corte, fra cui un Ak-47,  pronte ad essere utilizzate. Fucili e pistole non nuovi che adesso si spera possano parlare. Gli uomini della Scientifica sono già al lavoro per cercare di comprendere se quelle armi abbiano sparato e contro chi. Ad attendere le storie che quelle armi possono raccontare è la famigli di Pasquale Inzitari, ex consigliere provinciale condannato per concorso esterno perché considerato uomo a disposizione del clan Mammoliti – Rugolo. Francesco, il figlio appena diciottenne  è stato  trucidato nel dicembre del 2009 con dieci colpi di pistola. Per gli inquirenti, forti anche delle dichiarazioni del pentito Bruzzese, Giuseppe Crea ha le mani sporche di quell’omicidio, ma le armi ritrovate nel bunker potrebbero aiutare a fare luce anche sui tanti delitti senza colpevoli che la storica faida fra i Ferraro Raccosta e i Mazzagatti-Bonarrigo ha fatto registrare.

“Oggi possiamo dire che  nel territorio in cui i due latitanti sono stati catturati sono state ripristinate le condizioni minime della democrazia, suturando la ferita che l’azione dei Crea aveva provocato non solo alla Calabria, ma a tutta la Repubblica”, ha detto soddisfatto il procuratore aggiunto Gaetano Paci, coordinatore delle indagini della procura antimafia nel tirrenico reggino. “Speriamo che questa nuova operazione, con cui abbiamo liberato il territorio da due pericolosissimi latitanti, sia un messaggio per i cittadini. Se qualcuno iniziasse a fornirci informazioni ed elementi le cose potrebbero davvero cambiare in questo territorio, ma i primi segnali li stiamo già registrando”.

(fonte)

Milano: la ‘ndrangheta travestita da carrozziere e dottore.

124147836-26b66a40-b8c2-4c84-866f-de2a4a8d317dUn chirurgo plastico di 42 anni e un carrozziere quarantenne di Desio: secondo l’ultima indagine dell’antimafia milanese i due, arrestati all’alba dalla polizia, sarebbero ai vertici della ‘ndrangheta lombarda, capace di infiltrarsi negli istituti ospedalieri del capoluogo e di interloquire con Cosa Nostra. Il tutto in costante rapporto con la casa madre in Calabria. Si tratta del chirurgo plastico Arturo Sgrò, incensurato ma con parenti condannati per associazione mafiosa, e Ignazio Marrone, con precedenti per armi e ricettazioni: entrambi sono accusati di 416-bis. Secondo le accuse, sarebbero affiliati al clan Iamonte Moscato della locale di Desio.

Agivano in simbiosi. Le manette sono scattate questa mattina all’alba, e i fatti contestati risalgono al 2013 e 2014. Il chirurgo Sgrò e il carrozziere Marrone hanno attività lavorative diverse e provengono da estrazioni sociali opposte: nonostante ciò, secondo il procuratore aggiunto Ilda Boccassini e il dirigente della squadra mobile Alessandro Giuliano, agivano in perfetta simbiosi, occupando entrambi un ruolo apicale nella ‘ndrangheta calabrese trapiantata al nord.

Il chirurgo. Sgrò, originario di Melito Di Porto Salvo, professionista qualificato, con esperienze lavorative anche all’estero, era alle dipendenze dell’ospedale Niguarda, ma l’istituto ospedaliero è risultato estraneo ai fatti. Gli affiliati, parenti, sodali e detenuti, non solo della locale di Desio, secondo le ricostruzioni della squadra mobile si recavano al Niguarda per visite o operazioni senza prendere alcun appuntamento, secondo una logica di mutuo soccorso prevista dal sodalizio mafioso. Sgrò avrebbe anche svolto attività di recupero crediti per conto di due suoi cugini detenuti in carcere.

Il carrozziere. Marrone era già stato coinvolto nell’inchiesta ‘Infinito’ che nel luglio 2010 portò in carcere 300 affiliati tra Lombardia e Calabria, tra cui il temuto e rispettato Pio Candeloro. Dalle intercettazione telefoniche è emersa la sua disponibilità di armi, alcune delle quasi sequestrati in due sopralluoghi della polizia: una Mauser, arma da guerra, e una Beretta clandestina, quest’ultima custodita da un dipendente della ditta di autorimessa di Marrone, assieme a un disturbatore di frequenze. A Desio l’impresa del carrozziere era un vero e proprio fortino, sorvegliato da telecamere. Qui, dicono gli investigatori, avvenivano gli incontri tra affiliati, punto fisico di riferimento sia per Sarò che per Marrone.

I rapporti con Cosa Nostra. Quest’ultimo – nato in Sicilia – era autorizzato dal clan a risolvere i contrasti tra gli affiliati di ‘ndrangheta calabrese e Cosa Nostra. Era in contatto con un membro della famiglia Molluso che ha parenti imputati per mafia a Corsico, con i Mancuso, i Limbadi e il clan siciliano Rinzivillo di Gela. Era inoltre in rapporti strettissimi con Giuseppe Pensabene, capo della locale di Desio, attualmente detenuto.

(fonte)