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Mafia e giornalismo, mica solo minacce

giornalisti-e-mafia-300x199Giuseppe Pipitone scrive un articolo molto interessante che finalmente “rimette a posto” il mito del giornalista minacciato. E tutto questo non per non prestare la giusta attenzione ai tanti che si ritrovano al fronte con la schiena diritta e le spalle troppo poco coperte (il bravissimo Nello Trocchia, ad esempio, a cui mando un abbraccio pieno di stima) ma perché la servitù giornalistica è stata ed è un’ottima compagnia per il potere, criminale e non.

E allora teniamocelo tra i preferiti questo pezzo di Pipitone perché verrà il giorno che finalmente il favoreggiamento culturale alla mafia sarà riconosciuto e riconoscibile.

Milano e quelle brutte scritte: la memoria di via Palestro sia ancora più forte

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Chissà se l’esercito milanese di detersivo e spugnette è pronto per scendere in piazza contro un’offesa ben più grave alla città e alle sue memorie più drammatiche. Intanto vale la pena leggere l’articolo di Aaron Pettinari:

“No 41 bis”, “41 bis= Tortura”. Eccole, alla vigilia delle commemorazioni per la strage di via Palestro, apparire sui muri delle vie di Milano (piazza Leonardo Da Vinci, piazzale Maciachini, uno dei viadotti in zona Mac Mahon, viale Monza all’altezza di Precotto, Villa San Giovanni, viale Monteceneri, alcuni dei luoghi dove sono state rinvenute, ndr) le scritte contro il regime del carcere duro che viene applicato ai condannati soprattutto per mafia e terrorismo ma anche a sequestro di persona e sfruttamento della prostituzione minorile.
Chi ha scritto quel terribile messaggio alla vigilia di una delle stragi del 1993? Certo è che appare impossibile pensare ad una coincidenza se si considera che proprio gli attentati di quell’anno a Firenze (provocando l’uccisione di 5 persone), in via dei Georgofili nella notte fra il 26 e il 27 maggio, Milano (in via Palestro causando altre 5 morti) e Roma, con danneggiamenti alle chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano, erano ritenute un chiaro messaggio di Cosa nostra proprio contro il regime del 41 bis introdotto dalla Legge Gozzini nel 1992.

Lo scriveva chiaramente la Dia, in una nota firmata da Gianni De Gennaro inviata al Ministro dell’Interno Mancino il 10 agosto 1993, analizzando l’excursus di stragi avvenute prima in Sicilia (Capaci e via d’Amelio) e poi in continente.
“La strage di Capaci e l’omicidio di Salvo Lima sono da interpretare come due momenti significativi di una strategia a difesa di Cosa Nostra – si legge nella relazione – dopo la strage di via d’Amelio, Cosa Nostra è divenuta compartecipe di un progetto designato e gestito insieme ad un potere criminale diverso e più articolato”. Quindi viene fatto un chiaro riferimento alle bombe piazzate a Roma, Firenze e Milano. “La scelta dei tempi di esecuzione (delle stragi di Roma, Firenze e Milano) appare legata ad una concreta possibilità per i mass media, e in particola per le reti televisive, di intervenire con assoluta tempestività amplificando e drammatizzando gli effetti delle esplosioni con le riprese in diretta”. Una strategia per “insinuare nell’opinione pubblica il convincimento che in fondo potrebbe essere più conveniente una linea eccessivamente dura per cercare soluzioni che conducano ugualmente alla resa di Cosa Nostra a condizioni in qualche moto più accettabili per Cosa Nostra. La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”.
E’ in questo documento che il termine trattativa compare per la prima volta. Che il 41 bis fosse al centro del dibattito lo ha persino dichiarato nella sua deposizione al processo trattativa Stato-mafia l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Le stragi mafiose del ’93 si susseguirono secondo una logica unica e incalzante per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut aut, perché potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure di custodia in carcere dei mafiosi”), segno che in ambito istituzionale si aveva questa percezione. Un dato poi confermato proprio dalle note della Dia e dello Sco a firma di Manganelli. “Verosimilmente – continua la nota di De Gennaro – la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo. È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”.
Un consiglio, quest’ultimo, che evidentemente non venne considerato dal Ministro della Giustizia Giovanni Conso che nel novembre dello stesso anno lascerà scadere il regime di 41 bis per 373 detenuti mafiosi dando luogo proprio a quel primo segnale di cedimento.

Striscione contro il 41 bis
Quella contro il 41 bis è una battaglia storica dei parenti dei detenuti che vi sono sottoposti. E’ uno dei punti del famigerato papello di Riina (il documento con le richieste di Cosa nostra, tra cui anche la “dissociazione” consegnato lnel 2009 da Massimo Ciancimino ai pm di Palermo) di cui parlò il pentito Giovanni Brusca e secondo l’accusa dei pm del processo trattativa è stato uno dei cardini di quel dialogo tra Stato e mafia che veniva condotto a colpi di bombe. Non solo. Fece scalpore nel 2002 la comparsa allo stadio di Palermo di uno striscione contro il 41 bis durante la partita Palermo-Ascoli del 22 dicembre. Ed è chiaro che oggi, con questi nuovi murales che hanno invaso la città di Milano, si vive una sorta di flash back. “Stanno comparendo diverse scritte in tutta Milano contro il 41 bis”, ha lanciato l’allarme nei giorni scorsi David Gentili, presidente della commissione antimafia del comune di Milano. “Scritte particolari – ha spiegato – bianche, a caratteri grandi, grafia incerta, ma ben studiate. L’assessore Rozza ha già dato indicazione per cancellarne tre. Segnalazioni sono giunte per Piazza Sire Raul, Piazza Maciachini e una, non specificata in zona San Siro”. Poi, l’invito ai cittadini a non far finta di non vedere. “Se ne individuate qualcuna – ha scritto Gentili – inviate a me o al Presidente di Zona, oppure all’assessore le indicazioni. Le faremo cancellare immediatamente. Per la commemorazione della Strage di Palestro, ci piacerebbe coinvolgere i cittadini stessi nel censurare con nettezza una campagna aggressiva, anonima, di sostegno ai mafiosi, che ci preoccupa. Vi prego di condividere il messaggio”.
Per la strage che causò la morte dei Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l’Agente di Polizia Municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina vennero condannati Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali.
Nel 2002, in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carra e Scarano, la Procura di Firenze dispose l’arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso (“uomini d’onore” di Misilmeri), identificati dalle indagini come coloro che aiutarono Lo Nigro nello scarico dell’esplosivo ad Arluno e che compirono materialmente la strage. Nel 2003 la Corte d’Assise di Milano condannò i fratelli Formoso all’ergastolo e tale condanna venne confermata nei due successivi gradi di giudizio.
A riaprire lo scenario della strage è stato poi il pentimento dell’ex boss di Brancaccio Gaspare Spatuzza. In particolare, Spatuzza riferì che lui, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Vittorio e Marcello Tutino (mafiosi di Brancaccio) parteciparono ad una riunione in cui vennero decisi i gruppi che dovevano operare su Roma o Milano per compiere gli attentati. Secondo Spatuzza, Formoso e i fratelli Tutino operarono su Milano e in un primo momento lui, Lo Nigro e Giuliano li raggiunsero per aiutarli nello scarico dell’esplosivo e nel furto della Fiat Uno utilizzata nell’attentato, per poi tornare a Roma al fine di compiere gli attentati alle chiese. Spatuzza scagionò Tommaso Formoso, dichiarando che all’attentato partecipò soltanto il fratello Giovanni, che da Tommaso si era fatto prestare con una scusa la villetta di Arluno dove venne scaricato l’esplosivo ma questo non fu sufficiente per la Corte d’Assise di Brescia che rigettò la richiesta di revisione del processo allo stesso Formoso.
Lo scorso 27 giugno si è poi concluso il processo nei confronti di Marcello Tutino, che era stato accusato di essere il “basista” della strage. La Corte d’Assise ha decretato l’assoluzione “per non aver commesso il fatto” ai sensi del secondo comma dell’art.530 del codice di procedura penale (ovvero la vecchia insufficienza di prove, pre riforma).

#LEFT di questa settimana: cosa ci abbiamo messo dentro

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La presentazione della collega Donatella Coccoli:

Tempo di vacanze, sì, ma anche di mare giusto, questo il titolo della copertina di Left in uscita il 25 luglio. Un viaggio tra le mille spiagge della penisola, dal Friuli alla sperduta isola di Linosa, per cercare relax e natura incontaminata. Una guida che comprende spiagge riservate agli animali, riserve naturali, luoghi dove praticare sport e mare davvero sicuro. Perché uno dei problemi dell’Italia, così ricca di coste – ottomila chilometri – e anche di opportunità per lo sviluppo turistico, è la balneabilità a rischio. Impianti di depurazione e opere fognarie scarse: ecco l’amara verità di un Paese che tra il 2007 e il 2013 aveva a disposizione 4,3 miliardi e ne ha spesi invece solo 47 milioni. E per la terza volta viene condannata e multata dalla Ue proprio per le carenze del nostro sistema di depurazione. E per i lettori in cerca di “buone” vacanze Left consiglia app e travel blogger per consigli preziosi e il nostro viaggio del cuore. In Grecia, ovviamente! Nell’estate in cui un intero popolo lotta per far valere la propria dignità, ecco la nostra guida alle isole greche più belle e appartate.

Uno dei temi più “caldi” del momento, il futuro della Sicilia, è il tema di due interviste a grandi personaggi della società civile dell’isola: il magistrato Nino Di Matteo che torna sulla Trattativa e sull’isolamento a cui è stato condannato, e Rita Borsellino. La sorella del giudice assassinato dalla mafia 23 anni fa, parla delle dimissioni della nipote Lucia e dell’atmosfera carica di tensione che si respira nella politica siciliana. «Guardo ai più giovani e mi chiedo quali punti di riferimento abbiano», dice Rita Borsellino a Left.

Sempre Sud, stavolta all’insegna di un’utopia che potrebbe diventare realtà: la Città dello Stretto, ovvero un’idea di comunità metropolitana innovativa che unisca Messina e Reggio Calabria. Ne parlano i due sindaci: Renato Accorinti e Giuseppe Falcomatà, protagonisti tra l’altro dell’incontro di Leftintour del 24 luglio.

Non poteva mancare l’economista Ernesto Longobardi che fa le pulci all’idea lanciata da Matteo Renzi di tagliare la tassa sulla prima casa.

Mentre negli Esteri i retroscena dello storico accordo sul nucleare e il racconto di quanto sta accadendo in Grecia: la delicata partita di Tsipras e lo scontro con i dissidenti di Syriza.

In Cultura l’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, lancia l’allarme sui tesori della Mesopotamia minacciati dall’Isis: «Aiutiamo gli archeologici siriani e iracheni che rischiano la vita per difendere il loro patrimonio culturale». Pietro Greco racconta poi la storia dello scienziato “truffatore” che ha falsificato i dati su un vaccino anti Hiv e che è stato condannato a cinque anni di carcere. Infine il cibo, ma su binari diversi: il boom di una dieta a base di insetti e lo show di Donpasta, tra cucina popolare e musica.

Intervista a Giulio Cavalli: “Con L’amico degli eroi racconto un’umanità di cui Dell’Utri è paradigma”

(L’intervista è uscita qui per Lostivalepensante.it)

20150507_Amico_Degli_EroiSi prepara a tornare in scena Giulio Cavalli, dopo una pausa artistica dovuta anche alla parentesi politica in Regione Lombardia. Lo fa con uno spettacolo liberamente ispirato alla vita di Marcello Dell’Utri, accompagnato dalle musiche di Cisco Bellotti, eseguite dal vivo. Lo spettacolo, insieme ad un romanzo, è una produzione sociale attivata su produzionidalbasso.com e conclusasi con successo. Il ritorno “molto teatrale” dell’attore, drammaturgo e scrittore di Lodi, partirà presto dal Nuovo Teatro Sanità di Napoli.

Marcello è un giovane e intraprendente siciliano, nato da una famiglia borghese, ma decadente, del centro di Palermo. Marcello e il fratello Alberto vivono in simbiosi una giovinezza di lusso apparente, mentre subiscono le difficoltà economiche di un padre che si ritrova fuori gioco negli ambienti che contano, per l’arresto di alcuni elementi a cui faceva riferimento. Per questo Marcello cresce con un insito odio nei confronti della magistratura, vista come la causa della decadenza famigliare. Silvio è uno studente prepotente, egocentrico e scaltro che è stato educato dal padre ad una continua ossessiva ricerca delle scorciatoie ad ogni costo. Vive in un paese della provincia milanese, ma lo stesso giorno che ha l’occasione di accompagnare il padre nella banca in cui lavora, nel cuore della Milano bene, si innamora di questa città di eleganza, soldi e affari e decide di diventare, da adulto, un uomo a cui tutti sognano di stringere la mano. Vittorio è mafioso, figlio di mafiosi. Senza giri di parole e senza nascondenti anzi: con una venerazione assoluta per i codici medievali che gestiscono i meccanismi sociali e imprenditoriali di Cosa Nostra in Sicilia. E’ conosciuto tra gli amici per la sua abilità nell’esercizio della prepotenza che sia vocale, manesca o armata. Si diletta in missioni di prepotenza che lo rendono temuto e affascinante per molti e sviluppa un astio per la borghesia siciliana a cui aspira. Come la volpe con l’uva. Tutti e tre amano il calcio.

Perché hai scelto di attivare una produzione sociale per “L’amico degli eroi”?

Guarda, perché la produzione di uno spettacolo in un paese così complesso per le produzioni teatrali come l’Italia, complesso nel senso peggiore del termine, cioè ricco di condizionamenti politici, non è una cosa facile. Questi ultimi, bene o male, poi ne dettano la linea. “L’innocenza di Giulio”, spettacolo a cui io sono molto legato, ci ha raccontato perfettamente come essere ospiti di un teatro “stabile” nel circuito teatrale convenzionale, risultasse molto difficile per questioni politiche, che poi fondamentalmente sono delle beghe tra assessori, il “mestruo” di un dirigente dell’ufficio cultura, non c’è un isolamento concordato e organico. Allora, a questo punto, poiché il mio circuito è sempre di più fortemente politico, non partitico, e molte delle mie date non sono organizzate da un teatro, ma il teatro è solo il luogo che viene affittato da comitati cittadini o associazioni, ci siamo chiesti: perché non stringiamo un patto fin dall’inizio direttamente con loro? Inoltre, credo che andare in giro, come è capitato a me con il logo di Regione Lombardia su una produzione, sia anche abbastanza ipocrita. Purtroppo vieni macchiato come colui che ha intrattenuto rapporti con la pubblica amministrazione e che, avendo beneficiato di contributi, spesso a pioggia e non elargiti da una precisa scelta artistica, va in scena grazie a loro.

E tra l’altro se metti in scena uno spettacolo che racconta di “Stato e politica” potrebbe esserci anche un lieve conflitto d’interessi nel ricevere fondi pubblici…

Si, perché poi o tu mi produci “Andreotti” (L’Innocenza di Giulio, ndr) perché concordi sull’idea civile dello spettacolo o altrimenti non funziona. Il teatro civile solo in Italia è l’ammorbidente dell’indignazione generale. Nasce in realtà per “essere contro” qualcuno, ognuno con le proprie modalità. Il 99 per cento delle volte la postura di chi ti ospita, parlo di una pubblica amministrazione, è solo un attestato di fiducia per il teatro civile come se fosse avulso poi il tema che vai a trattare. Quando ho messo in scena “Linate” (monologo sul “disastro aereo” dove persero la vita 118 persone, ndr), spettacolo prodotto da tanti piccoli comuni, quelle amministrazioni concordavano con noi sul fatto che fosse stata una strage e non un incidente. Andreotti, invece, non concorda nessuno di quelli che lo hanno prodotto o che sono stati costretti a comprarlo, sul fatto che sia stato un criminale etico di questo Paese. Ti dicono che è giusto dare voce anche a Cavalli che lo considera un criminale.

photo by www.giuliocavalli.net

Quindi avevi bisogno del crowdfundig per poter raccontare di Marcello Dell’Utri?

Credo proprio di sì. Dopo aver fatto politica l’isolamento a livello artistico, intorno a me, si è acuito. Quello che mi ero costruito, e parlo anche delle relazioni economiche poi, è andato via via sparendo. Ma non per la posizione politica. Gli isolatori in Italia sono tutti coloro che hanno paura di dover prendere una posizione, non che non condividono la tua, e quelli che condividono il tuo punto di vista hanno paura di sclerotizzarsi su quest’ultimo. E’ banale tutto questo. Inoltre, la mia attività quotidiana di giornalismo o blogging, prende molto spesso posizioni nette. Ogni scritto, magari aumenta la fiducia e la vicinanza dei lettori ma fa crescere anche il sospetto da parte delle istituzioni. Quindi, anche se sarebbe molto più eroico dire di no, dal punto di vista economico, senza il crowdfunding, avrei fatto più fatica. Sarei dovuto scendere a un compromesso, anche taciuto o sottointeso. E poi, mi fa piacere sapere che c’è stata della gente, non necessariamente miei elettori, che la mia pausa artistica dovuta anche alla politica, l’ha vissuta con tranquillità e che si è resa disponibile nel partecipare con me alla produzione de “L’amico degli eroi”.

Credo ci sia un po’ di confusione su quello che artisticamente sei, forse proprio perché hai fatto politica, o perché fai un tipo di teatro particolare in Italia…

Perché qui abbiamo bisogno di categorizzazioni semplici e facilmente leggibili. I teatranti non mi amano, al di là delle mie posizioni politiche, dicono che Cavalli è un giornalista. Se fai l’attore devi fare solo l’attore e così via. Se decidi di esprimerti su diversi fronti, quasi nessuno ha le chiavi di lettura per osservare se c’è una coerenza di base, un filo rosso.

La produzione, comunque, comprende oltre allo spettacolo anche un libro…

Si, sembra che in questo Paese ci sia una guerra tra editoria tradizionale ed “editoria a km 0”. Perché devo essere costretto a scegliere? C’è il Cavalli scrittore, quindi romanziere, e allora il mio libro uscirà con “Rizzoli”, ad esempio, e quella è una strada che mi interessa percorrere. Poi c’è il libro che invece nasce da un mio spettacolo e che inevitabilmente non sarà mai un romanzo, perché nascono insieme. E quando le persone mi chiedono se lo spettacolo è tratto dal libro, io rispondo che non lo so. Questa è una semplificazione che abbiamo noi operatori culturali e penso il pubblico non abbia. Il mio poi è un teatro che va molto letto, è poco recitato, vado in giro a fare lo spettacolo per promuovere la parola. Sono fratelli spettacolo e libro, secondo me.

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Ma quando andrà in scena “L’amico degli eroi”?

Entro la fine del mese dovremmo essere pronti. Saremo a Napoli e sarà una sorta di “numero zero” al Nuovo Teatro Sanità, poi cominceremo a girare l’Italia.

Perché hai scelto di fare teatro civile?

Dario Fo mi dice sempre che noi teatranti facciamo sul palco quello che avremmo dovuto fare nella vita. Probabilmente io nella vita avrei dovuto fare il giornalista d’inchiesta e quindi uso il palco per questo. Ho sempre sofferto la mancata contemporaneità del teatro italiano. Mi annoia tutto ciò che è elegiaco, quindi ho sempre pensato che il teatro, con lo spettacolo e i suoi spettatori riuniti, dovesse avere la valenza di un’agorà e dovesse essere “sul pezzo”. Ad esempio, mi capitava spesso di discutere dell’andreottismo e mi chiedevo perché queste discussioni molto spesso ricche e stimolanti, non dovessero andare in scena… Poi, purtroppo, la mia vicenda privata mi ha spinto ad una certa specificità anche nei temi, che però sono quelli che amo…

Quindi l’aver ricevuto minacce mafiose e l’essere diventato tuo malgrado testimonianza hanno solo accentuato la voglia di approfondire certe tematiche?

Bè, sì, ma penso che avrei fatto gli stessi spettacoli, forse sarebbero stati più puliti dal punto di vista scenico perché avrei avuto meno ansia di difesa sul palco. I temi però sostanziali anche oggi sono questi: corruzione, criminalità, uno Stato che non è credibile e soprattutto un Paese a cui sono stati sottratti i termini per riuscire a capire e raccontarsi ciò che sta accadendo. “L’ amico degli eroi” è un mio ritorno molto teatrale, dentro non c’è ansia di raccontare la mia storia declinandola su questa storia, capisci? Quindi è meno documentale di quello che si aspettano, non ci interessa raccontare gli episodi che indicano come colpevole Dell’Utri, c’interessa raccontare un’umanità di cui Dell’Utri è paradigma e che su ampia scala e con diverse potenze si esprime nella quotidianità.

All’inizio della tua carriera, ti saresti aspettato di andare incontro ad una vicenda così complessa personalmente e professionalmente, scegliendo questo tipo di teatro?

Sai, il teatro civile è complessità. E’ raccontare un qualcosa sotto una visuale talmente inaspettata da poter riuscire a scoprire lembi di quella storia che ci sono sempre sfuggiti. E’ quindi inevitabile che i protagonisti di quei lembi, all’interno di questa complessità, non siano felici. Però non vedo differenza tra il proiettile spedito o la querela promessa, cioè non mi ha colpito di più la minaccia mafiosa rispetto ai detrattori organici con cui mi trovo ad avere a che fare. E me lo aspettavo, si. Del resto, quando ho scritto “Linate”, in parte abbiamo scontentato anche i familiari delle vittime, a cui era stato dato in pasto come unico colpevole un controllore di volo, invece abbiamo scoperto l’esistenza di colpe istituzionali, questo è servito ad un confronto civile tra le parti. Per cui poi abbiamo ricevuto pressioni dai controllori, dall’aeroporto di Linate, dall’ENAC, una cozzaglia di scarti politici parafascisti, ricevuto minacce dall’ENAV, che non ha adempito ai suoi doveri come ente preposto a controllare la sicurezza… Poi c’è il parente del familiare che affronta l’argomento a cuore aperto e si confronta con te, l’ENAV ti fa scrivere dall’avvocato; il mafioso invece ha metodi più brutali nella forma ma non nella sostanza. Io ho ricevuto atteggiamenti mafiosi anche da illustri componenti di associazioni antimafia e li trovo più pavidi di quelli che almeno avuto il coraggio di mandarmi la lettera minatoria. Tutti questi tasselli creano la complessità e non sono altro che gli spigoli di un dibattito. Gli spettacoli li scrivo per aprire un dibattito, altrimenti scrivo un romanzo. Se uno spettacolo mette tutti d’accordo penso di aver fallito il mio obiettivo.

Non è difficile però gestire il tuo lavoro e le complessità a cui vai incontro? Quanto incide sulla tua vita privata?

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Indipendentemente dalle minacce, la storia ci racconta che giornalisti, attori, drammaturghi, politici, che hanno deciso di seguire un professionismo nel proprio lavoro, sono sempre ben consapevoli che la propria vita privata sia intrecciata anche con esso. Mi spiego, i nostri intellettuali sono stati testimonianza (quelli credibili) di ciò che hanno scritto o prodotto. Solo in Italia esiste la figura dell’intellettuale ad interim nei dieci minuti di parentesi del programma in prima serata. Nel bene o nel male, per esempio, una figura controversa ma che non posso non amare, è stata Oriana Fallaci. Lo stesso Dario Fo è Dario Fo. Non è tutti i suoi spettacoli ma è lui. Nella sua storia, la vita privata, e quindi nel suo caso Franca Rame, è una componente essenziale come il più bel quadro che ha dipinto o il più bel testo che abbia scritto.

In una conferenza con Nino Di Matteo, nelle scorse settimane, al Teatro Apollonio di Varese, hai deviato il discorso legato alla scorta. Perché?

Perché non mi interessa parlare di scorta. Ne sono stato travolto dalla cronaca e poi quest’ultima si è fossilizzata in una simbologia per me senza senso. Inoltre continuo ad essere vittima del fatto di essere sotto protezione, dal punto di vista del giudizio pubblico. Ma questo è solo un tassello, un elemento della complessità e affezionarsi solo a questo è pericoloso, per me e per il mio lavoro ma anche per l’opinione pubblica. La stampa dimentica che tutti i prefetti sono sotto scorta e dovrebbe parlare di questo. La normalizzazione avviene non solo perché si parla di una situazione come la mia, ma perché non si parla delle altre. In Italia ci sono 800 persone sotto scorta e testimoni di giustizia rischiano la vita perché non riescono ad avere una tutela. Tu diventi l’attore con la scorta, il fenomeno da baraccone. Io sono sempre stato aspramente critico con il “savianismo” che si è voluto creare intorno alla figura di Roberto Saviano. Ma attenzione, non ce l’ho con Saviano, credo solo che il fenomeno, per molti versi indipendente da lui, gli sia sfuggito di mano. Per esempio che si parli di Giovanni Tizian, come giornalista scortato, ma si dimentichi che il padre di Giovanni è stato ucciso dalla ‘ndrangheta, significa adagiarsi su una spettacolarizzazione che oltre a rendere il banale importante, non ti fa vedere tutto il resto. Se apriamo una discussione sul fatto che in Italia la potenza del teatro è quella di disturbare ferocemente i potenti, allora è un confronto che mi interessa.

Sei stufo di essere legato a questo tipo di discorso, vero?

Si, sono diventato completamente intollerante e nel momento in cui mi accorgo che la scorta diventa motivo di stima, quasi sempre questa cosa getta una luce inquietante sulla persona che ho di fronte, che sia il Presidente del Senato o che sia il direttore del più importante teatro italiano. E adesso siccome fa parte della mia natura e del mio percorso artistico comincio a dirlo.

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E invece la scelta di occuparti di politica direttamente, dopo l’esperienza in Regione Lombardia, la rifaresti?

Si, l’ho fatta da uomo libero. Ho vissuto le appartenenze solo come un dovere di carta bollata per posizionarsi su una seggiola all’interno del Consiglio Regionale e perché penso che nella mia azione politica ci sia molto della produzione artistica e viceversa. Inoltre non credo che la stima in un campo debba essere collegata direttamente all’altra e quindi ho sempre apprezzato coloro che invece hanno giudicato buono un mio spettacolo e non buono un mio gesto politico. Però la rifarei. Io penso che questo sia un Paese che ha bisogno come il pane di visioni e di visionari nella politica. Non credo nell’antipolitica ma credo nell’ultrapolitica. Poi certo ho partecipato ad una legislatura deprimente e ho pagato lo scotto intellettuale, ma anche morale ed economico, quindi se tu mi dicessi lo faresti oggi, credo di no, però se la domanda è ti ricandideresti nel 2010 in quella situazione sì, lo rifarei.

Ho letto che hai condiviso e apprezzato il discorso del senatore dimissionario Walter Tocci, in disaccordo con il governo sul Jobs Act…

L’intervento di Tocci per me è cultura. La politica ogni tanto raggiunge i livelli della cultura. E io vengo stimolato nello scrivere con più impegno sapendo che esistono persone come Tocci. Quelli che ci stanno rovinando, in Italia, sono gli obbedienti.

Il problema poi nasce quando i disobbedienti non riescono a disobbedire fino in fondo, concretamente…

Il problema è che i disobbedienti acquistano valore nel momento in cui vengono seguiti. Io, per esempio, di mafia, posso cercare di parlarne nel modo più intellettualmente onesto possibile e preciso dal punto di vista documentale, ma poi la mia voce diventa importante e potente nel momento in cui fa rete. L’intervento di Tocci si fatica a leggere oggi in questo Paese. Inoltre, sulla contestazione del fatto che abbia votato comunque a favore e poi si sia dimesso, io dico che ho una grandissima idea di partito, vedo il partito con lo spirito e gli stessi valori di una comune artistica parigina. Il fatto di votare a favore e dimettersi, lo trovo coerente. Molto spesso i disobbedienti hanno il cattivo vizio, e capita anche a me, di non avere rispetto delle idee degli altri, di pensare cioè che la democrazia sia gestita da un peso numerico e qualitativo ed è la cosa che li rende in generale una minoranza cronica di questo Paese. E aver rispetto dell’idea che ritieni pericolosa e sbagliata degli altri perché espressa secondo dinamiche democratiche io lo trovo un gesto rivoluzionario. 

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Si potrebbe parlare di Pippo Civati allora in questo discorso…

Pippo è diverso. Lui ha avuto tra le mani e ha tra le mani, anzi forse aveva, strumenti molto più “ficcanti” di quelli di Walter Tocci. Il voto contrario di Tocci avrebbe cambiato questo Paese? No. Se Tocci avesse votato contro e fosse rimasto senatore avrebbe sicuramente toccato di più la pancia degli elettori del Paese e la sua sarebbe stata vissuta come scelta più radicale, io invece rivendico la radicalità del suo gesto, che rinuncia alla propria posizione, senza cadere, cioè rispettando il “luogo” che non condivide ma in cui è stato. Comunque questo è un Paese che non si salva con Tocci o con Civati, Vendola e Landini. Si salva se riesce a creare un blocco sociale. Non esiste un blocco sociale. Ancora una volta è tutto molto a cascata, è il leader che crea la base e non il contrario. In questo la forma partitica utilizzata con intelligenza e con etica rimane comunque la forma migliore.

Trovo, però, sia diventato piuttosto difficile poter poi sperare in un vero cambiamento politico e culturale in questo Paese…

In un Paese normale l’uscita di Tocci avrebbe dovuto far cadere in termini percentuali il PD. E’ vero che oggi in un’epoca di minus habens essere normale ti rende un intellettuale, però ha caratura politica il suo gesto, in un’Italia completamente “analfabeta”, che ha bisogno ancora di sentirsi dire che Dell’Utri è un mafioso. Non capisco come si possa pensare, infatti, che il processo sulla trattativa arrivi a qualche condanna, quando chiunque abbia un’infarinatura giuridica, ma anche semplicemente democratica, sa che difficilmente ci si arriverà e che il compito di Di Matteo e la valutazione su Nino di Matteo non è il riuscire a farli condannare ma l’essere riuscito a mettere per iscritto ciò che ha messo per iscritto. Quelli che celebrano Di Matteo non hanno nemmeno letto ciò che ha scritto. Lo celebrano perché la persona a rischio è quella con cui solidarizziamo molto più facilmente, ma non sono all’altezza dei contenuti che sta proponendo.

La tendenza all’omologazione politico – culturale è preoccupante e oggi sembra non esserci una credibile alternativa…

Infatti era l’idea di fondo di Licio Gelli, l’ha detto anche Di Matteo, ma è stato colto molto poco nel suo intervento a Varese. L’omologazione del Paese ne facilita il controllo. Ma ne facilita il controllo da un’oligarchia. Dal punto di vista culturale l’omologazione berlusconiana e quella renziana hanno gli stessi meccanismi. L’alternativa potrebbe essere un movimento politico che abbia una solida base culturale. Il problema è che non ci sono basi e visioni culturali dietro ai partiti.

Dietro a L’Altra Europa, però, le visioni culturali ci sono, o forse c’erano eppure in parte è stata un’esperienza deludente…

Certo perché poi anche quando c’è qualcuno che è portatore di valori culturali diventa spesso un cerimoniere di stesso. Abbiamo però comitati di cittadini che grazie allo studio, alla conoscenza e a visioni rivoluzionarie sono riusciti a bloccare progetti immensi, quindi l’attività politica ai livelli più bassi è ricca ancora di contenuti. Costa moltissime energie in tutti i sensi concretizzare un vero progetto politico.

Intervieni spesso sul tuo sito a proposito di Expo 2015. Cosa ne pensi? Perché non sei favorevole?

Bè, Expo per me è innanzi tutto una follia dal punto di vista economico ed imprenditoriale, perché in un paese in crisi, spendere così tante risorse (e non mi si venga a dire che sono risorse che vengono dal fuori perché significa comunque avere sprecato energie per raccogliere questi fondi), è irrispettoso. Expo oggi è una mancanza di rispetto per la situazione dello stato sociale italiano. Una scelta politica che ancora una volta è riuscita a far coagulare centro destra e centro sinistra, dimostrando che gli inetti sono sempre concordi. Dal punto di vista criminale, invece, è stata una grande festa per i presunti antimafiosi, che ancora una volta invece ci hanno dimostrato di non aver il coraggio legislativo (perché la criminalità organizzata nei lavori pubblici si sblocca con una legislazione che sia più severa) e hanno dimostrato anche di non riuscire ad amministrare. E’ un fallimento ambientale, un fallimento della classe dirigente, Pisapia incluso, e ancora una volta è una scatola preziosissima in cui al momento si cercherà di metterci dentro qualcosa di commestibile.

photo by inviaggioconlamehari.it

C’è una forte incoerenza tra i temi proposti e le politiche adottate per l’organizzazione dell’evento. Se ne parla poco di questo, non trovi?

Sì, e quelli di Expo non si possono incazzare con noi che abbiamo un ruolo pubblico o con gli italiani perché sono troppo poco interessati ai temi. Io ho avuto un confronto anche pubblico con il capo ufficio stampa di Expo che mi accusava di non affezionarmi ai contenuti. Però se il modus operandi e la scatola sono così putridi, la gente ha tutto il diritto di fermarsi sulla soglia e inorridire lì, senza volere entrare. Capisci?

Mi dicevi che Expo è stata per te anche una festa per presunti antimafiosi. Non hai molta stima dell’antimafia in generale, vero?

No, per niente. Dei movimenti antimafia in Italia per niente. Del resto sai, Lea Garofalo è stata lasciata sola dalla più grande associazione antimafia italiana, Libera. Ci sono però molte personalità antimafiose anche più “semplici” come la casalinga di Castel Volturno o la pensionata coscientissima milanese. Abbiamo una ricchezza enorme. Soltanto non credo molto nell’immagine di rete che ci viene proposta e che in realtà rete non è. E’ solo una suddivisione di potere e di interessi.

Bè, la scelta di Rosanna Scopelliti, presidente della “Fondazione Scopelliti” e personalità di spicco dell’associazione antimafia “Ammazzateci Tutti “, di intraprendere l’attività politica è stata molto discussa…

Non me la sento di dire che Ammazzateci Tutti è stata un’impresa fallimentare perché lei si è candidata. Ho conosciuto ragazzi che da giovanissimi hanno intrapreso l’”hobby dell’antimafia” grazie ad Ammazzateci Tutti, però sai, siamo un Paese che ha una classe dirigente pessima in tutti i settori, quindi non vedo perché non si possa dire che anche nell’antimafia abbiamo espresso una classe dirigente non altezza degli impegni che ha avuto. Anche perché attenzione, si sceglie di essere classe dirigente, io decido di essere drammaturgo, scrittore e attore, e mi occupo di quello, ma qualcuno che invece decide di essere classe dirigente se ne deve assumere le responsabilità. Io in questo momento non mi assumerei mai l’onere di essere classe dirigente di nessuno, al massimo un buon produttore di contenuti per chi mi legge e per chi mi viene a vedere a teatro.

La’ ‘Ndrangheta ha costruito il porto di Imperia?

PORTO_IMPERIA-H110925172339--U170507497828QHF-440x260-015L’arresto a Reggio Emilia dell’imprenditore Giovanni Vecchi, patron della Save Group, nell’ambito di una vasta operazione dei Carabinieri, denominata “Aemilia”, contro la ‘ndrangheta, non è passato inosservato a Imperia.

La notizia circola freneticamente in città, in particolare negli ambienti vicini al porto turistico, aprendo interrogativi davvero preoccupanti sulla realizzazione di un’opera, il porto di Imperia, la cui storia travagliata sembra per molti versi da scrivere.

La Save Group, infatti, dichiarata fallita nel 2013, è la società che ha realizzato gran parte delle opere a terra del porto turistico di Imperia e la sua “gemella”, la Impregeco, aveva ricevuto l’incarico di realizzare le opere a terra, poi rimaste incompiute.

La Save e la Impregeco erano entrate in gioco al termine di una lunga catena di subappalti. All’origine della catena l’Acquamare, società, ora in regime di concordato preventivo, che fa capo all’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone. E proprio Caltagirone ha più volte collaborato con la Save Group, nella costruzione del porto di Imperia, del porto di Fiumicino e del Molino Stucky di Venezia. Lo stesso imprenditore romano, nel corso del processo di Torino, definì la Save come “un’impresa di fiducia”.

Nel dettaglio, i Carabinieri hanno eseguito nove ordinanze di custodia cautelare, emesse dalla procura distrettuale antimafia di Bologna, nei confronti di altrettanti soggetti, tre dei quali esponenti della ‘ndrangheta emiliana attiva nelle province di Reggio Emilia, Parma, Piacenza e Modena ed operante anche in quelle di Verona, Mantova e Cremona. Al centro delle indagini, condotte dai carabinieri dei comandi provinciali di Modena e Parma nonché dal Ros di Roma, l’infiltrazione della ‘ndrangheta emiliana, articolazione della cosca Grande Aracri di Cutro (Crotone), nel tessuto economico nazionale, oltre che locale, attraverso la costituzione di varie società di capitali.

A Giovanni Vecchi, indagato a Imperia nell’ambito di un’inchiesta per frode in pubbliche forniture, viene contestato il trasferimento fraudolento di valori con l’aggravante di aver agito per agevolare l’attività dell’associazione mafiosa. Tra gli arrestati anche Nicolino Grande Aracri, considerato il boss della ‘ndrangheta attiva tra la Calabria e l’Emilia.

I Carabinieri hanno anche posto sotto sequestro preventivo svariate società. Due di queste, come detto, hanno operato sul porto turistico di Imperia, SAVE Group S.r.l di Montecchio Emilia e Impregeco S.r.l. di Roma e tutte, secondo gli inquirenti, sarebbero direttamente collegate proprio al clan Aracri, che conferiva nelle suddette società ingenti somme di denaro e altre utilità derivanti dai reati, oltre a provviste illecite.

Per ulteriori informazioni clicca qui e qui

(fonte)

Lasciamo le icone (antimafia) dove stanno

Certificato-Antimafia-2012-300x300L’ultimo è il Senatore Lorenzo Diana, indagato per presunti legami con la Camorra. Il Circo dell’Antimafia è composto da professori saccenti, ombre dappertutto e una produzione seriale di simboli alla bisogna.

Eppure forse il problema sta proprio nella nostra postura di fronte alle icone. Perché essere “boss” dell’antimafia è una contraddizione in termini.

Vale la pena oggi leggere Antonio Murzio qui.

Chi ha ucciso Bruno Caccia

Uno straordinario lavoro di Marco Bertelli:
Il 26 giugno 1983 il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il suo cane nei pressi della propria abitazione. I processi celebrati sull’omicidio del magistrato hanno permesso di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfioreche è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a deliberare l’omicidio del dottor Caccia è stato individuato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla è emerso durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra.

Questo lavoro ha l’obiettivo di incrociare, con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, gli atti istruttori presenti nel fascicolo processuale con alcuni elementi emersi negli ultimi anni. Obiettivo di questa analisi è individuare spunti d’indagine che possano risultare utili per riaprire l’inchiesta sul delitto.

Il lavoro è articolato in sette sezioni:

1) L’omicidio del dottor Bruno Caccia

2) Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia a carico di Domenico Belfiore
3) La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
4) Nuovi elementi per riaprire le indagini
5) Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
6) Giovanni Selis: un magistrato dimenticato
7) Conclusioni

 L’omicidio del dottor Bruno Caccia

Domenica 26 giugno 1983, intorno alle ore 23.30, il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il cane in prossimità della sua abitazione. Almeno due killer lo affiancarono a bordo di una FIAT 128. Il conducente arrestò l’auto ed esplose alcuni colpi di arma da fuoco contro il magistrato colpendolo in varie parti del corpo mentre il passeggero scese dall’auto e, raggiunta la vittima, sparò altri colpi al capo della stessa. Il dottor Caccia, soccorso e trasportato all’ospedale in ambulanza, vi giunse privo di vita.
Mezz’ora dopo l’agguato, un uomo chiamò il centralino del quotidiano La Stampa: ‘Non capisco, stavo dormendo, è squillato il telefono. Un tale mi ha detto di avvertirvi subito e di dirvi che loro, le Brigate Rosse, hanno ucciso il dott. Bruno Caccia’.
Il mattino successivo, lunedì 27 giugno, due telefonate a quotidiani di Roma e alla RAI di Milano rivendicarono ancora alle BR l’attentato.
L’autenticità della rivendicazione a nome delle BR fu presa attentamente in considerazione in quanto il Procuratore Caccia aveva più volte sostenuto l’accusa in processi per reati di terrorismo.
Lo stesso lunedì 27 giugno, fu ritrovata dai Carabinieri del nucleo operativo di Torino l’auto presumibilmente utilizzata per l’azione. La macchina, parcheggiata in via Verrua, risultava rubata il 25 maggio 1983 a Cartillone Angelo, già pregiudicato per reati contro il patrimonio e coinvolto in passato nelle indagini inerenti ad un furto consumato nell’abitazione di campagna del dottor Caccia. Cartillone, convocato dalla Polizia Giudiziaria, riferì di esser stato vittima del furto dell’auto alcune settimane prima. Talune contraddizioni emerse durante l’interrogatorio indussero gli inquirenti ad arrestare Cartillone per reticenza ma, non emergendo successivamente elementi che potessero indicare un eventuale coinvolgimento di Cartillone nell’omicidio, l’Autorità Giudiziaria ne ordinò la scarcerazione.

L’11 luglio 1983, quindici giorni dopo l’omicidio, la BR negarono ufficialmente di essere gli autori del delitto: ‘Con la morte di Bruno Caccia noi non c’entriamo – dichiarò il brigatista Francesco Piccionileggendo un comunicato nell’aula del carcere ‘Le Vallette’ di Torino -. Questo è un omicidio a cui purtroppo siamo estranei’.

Un mese dopo il delitto Caccia, il 26 luglio 1983, gli atti dell’inchiesta sull’omicidio furono trasferiti per competenza da Torino a Milano dove il procuratore capo Mauro Gresti assegnò il fascicolo al P.M. (Pubblico Ministero) Francesco Di Maggio  (foto sulla destra). Gli inquirenti cercarono di indentificare gli autori dell’omicidio Caccia approfondendo diversi filoni investigativi ma la svolta nelle indagini arrivò solo un anno dopo il delitto. A partire dal mese di luglio 1984, infatti, alcuni membri della criminalità organizzata in stato di detenzione iniziarono a rilasciare all’Autorità Giudiziaria una serie di dichiarazioni che indicavano elementi della malavita organizzata di origine calabrese come responsabili della decisione di uccidere il giudice Caccia.

Le dichiarazioni dei collaboratori a carico di Domenico Belfiore

Nei primi anni ottanta la criminalità organizzata operante a Torino faceva principalmente riferimento a due gruppi, i ‘catanesi’ ed i ‘calabresi’, distinti tra loro sulla base della provenienza geografica.

‘Leader dei ‘catanesi’ e personaggio comunque di indiscusso prestigio eraFrancesco Miano (foto sulla sinistra, ndr), che si avvaleva – nella prevalente attività di commercio di sostanze stupefacenti – della collaborazione del fratello Roberto e di quella, in sottordine, di Carmelo ed Orazio Giuffrida, Antonio Saia, Franco Finocchiaro, Vincenzo Tornatore, Salvatore Parisi, Salvatore Costanza ed altri. Il gruppo dei ‘calabresi’ – dedito in particolare ai sequestri di persona a scopo di estorsione – aveva al suo vertice Domenico Belfiore (foto sulla destra, ndr), con il fratello Giuseppe Belfiore e soprattutto il cognato Placido Barresi, Mario Ursini e la ‘mente finanziaria’ del gruppoFranco Gonella’. 1

La distinzione tra i due gruppi criminali dei ‘catanesi’ e dei ‘calabresi’ è indispensabile per definire il quadro delle principali organizzazioni criminali operanti a Torino nei primi anni ottanta. Tuttavia, è necessario evidenziare già da ora che le attività dei due gruppi avevano numerosi punti di contatto. Le indagini condotte dall’Autorità Giudiziaria di Torino accertarono, ad esempio, il sostegno fornito dal gruppo dei ‘catanesi’ a quello dei ‘calabresi’ (e viceversa) per sfruttare ‘entrature’ nel mondo giudiziario e condizionare l’iter processuale di procedimenti penali riguardanti membri appartenenti ai due clan.

‘A partire dal luglio 1984 gli inquirenti vengono a conoscenza di notizie riguardanti l’omicidio del Procuratore (Bruno Caccia, ndr), ad opera di alcuni componenti della banda dei ‘catanesi’ che, a poco a poco e per vie differenti, cominciano a collaborare con la giustizia.
Dapprima Giuffrida Carmelo (interrogatorio del 10 luglio 1984) riferisce di aver saputo da Finocchiaro Francesco che Domenico Belfiore – maggiore esponente del gruppo dei ‘calabresi’ – lo aveva avvertito che avrebbero dovuto allontanarsi da Torino, perché stava per essere ucciso un magistrato ad opera dei ‘calabresi’. Negli interrogatori successivi, il Giuffrida riferisce, tra l’altro, che analoga frase era stata detta anche a lui sempre da Belfiore e addebita comunque il progetto omicidiario al gruppo degli Ursini, Belfiore, Barresi.
Il 23 ottobre 1984 Miano Francesco interrogato dal procuratore aggiunto di Torino, ammette di aver effettuato registrazioni di conversazioni con detenuti (tra gli altri Domenico Belfiore, Belfiore Giuseppe e Placido Barresi), nel periodo di permanenza presso il centro clinico della casa circondariale di Torino. Le 34 bobine vengono consegnate alla procura il 30 ottobre e dalle stesse emerge la rispondenza di quanto riferito dal Miano.
Successivamente, sentito dai giudici torinesi e milanesi, il Miano riferisce di essere stato contattato dal Dottor Ferretti dei servizi segreti quando ancora era in stato di libertà (tra il 21 gennaio ed il 22 febbraio 1983, ndr), con una richiesta di collaborazione nelle indagini sui contatti tra il terrorismo e la criminalità organizzata; che, nel luglio 1983, quando era scrivano presso il centro clinico, aveva nuovamente incontrato il Ferretti, il quale gli aveva chiesto se era disposto a scoprire gli assassini del dottor Caccia; che lui aveva dato risposta affermativa. In un momento successivo, essendosi reso conto che avrebbe potuto fornire notizie più dettagliate e dimostrare la verità qualora avesse potuto raccontare i fatti ‘dalla viva voce di quelli che li avevano commessi’ aveva richiesto al Ferretti, tramite il dottor Urani, medico del Centro clinico, un piccolo registratore, con il quale poi aveva registrato i colloqui con i detenuti che venivano al Centro clinico e tra questi, gli odierni imputati (Domenico Belfiore e Placido Barresi,ndr).
Miano Francesco, al vertice dell’organizzazione criminale c.d. ‘clan dei catanesi’ (che in più occasioni, aveva collaborato con il clan del Belfiore), aveva sfruttato la sua posizione di preminenza e di prestigio per ottenere confidenze che, altrimenti, mai gli sarebbero state fatte. Sulla scorta di tali confidenze, egli riferisce di essere sicuro del coinvolgimento di Belfiore e del suo gruppo nell’omicidio Caccia, pur non essendo mai riuscito a farsi dire da costui chi siano stati gli esecutori materiali e chi gli eventuali mandanti superiori.
Lo stesso Belfiore gli aveva detto di averne parlato prima della commissione con il Finocchiaro e gli aveva accennato ad una proposta di compiere l’omicidio congiuntamente da parte dei due gruppi. Tuttavia, non fidandosi più del Finocchiaro che gli era sembrato un confidente – in quanto dopo il colloquio con costui, Caccia aveva cominciato a servirsi della scorta – aveva deciso di escludere i catanesi dall’azione e di ‘provvedere in proprio’. Secondo Belfiore, sempre stando al racconto di Miano, l’omicidio del Procuratore si era reso necessario in quanto il magistrato, noto per la sua integrità ed intelligenza, impediva alla sua organizzazione di ‘lavorare’, sia interferendo nelle situazioni finanziarie gestite dai calabresi (Monte dei Pegni, Gioielleria Corsi, etc.) sia seguendo con rigore e severità le vicende penali, e, in particolare, quelle relative al Belfiore stesso e al di lui cognato Barresi.
Agli inizi del 1985, anche un altro affiliato al clan dei catanesi, Saia Antonino, riferisce del progetto omicidiario, comunicatogli dal Belfiore in più occasioni. In particolare, agli inizi del 1983 sarebbe avvenuto un incontro in un bar di Torino, sito nelle vicinanze di via Pisa, cui avrebbero preso parte, oltre a Roberto Miano, Francesco Finocchiaro e Orazio Giuffrida, esponenti del c.d. clan dei catanesi, anche il Belfiore, esponente di vertice del clan dei calabresi. Quest’ultimo – secondo il racconto di Saia – aveva informato gli interlocutori dell’intendimento di uccidere il dottor Caccia, responsabile, a suo dire, di una profonda pervicacia nel perseguire penalmente tutte le attività criminose poste in essere dal “clan” di cui faceva parte. Il Belfiore aveva informato di ciò i catanesi, in modo che potessero predisporre le opportune cautele per far fronte all’inevitabile azione che l’Autorità giudiziaria avrebbe sicuramente intrapreso dopo l’episodio per scoprirne i colpevoli. Sempre in occasione di tale incontro, il Finocchiaro si sarebbe reso disponibile a compiere materialmente l’azione omicidiaria, ma il Belfiore non aveva accettato sostenendo che si trattava di un fatto personale tra il clan dei calabresi ed il Procuratore della Repubblica. A tale primo incontro, secondo quanto dichiarato dal Saia, ne era seguito un altro presso il ristorante “Tre lampioni” di Orbassano, cui avevano preso parte Orazio Giuffrida, Franco Finocchiaro, Carlo Sanna ed Emanuele Marrari, nonché Belfiore Domenico. Si era parlato di affari comuni alle due associazioni e, ancora una volta, il Belfiore aveva accennato alla necessità di eliminare fisicamente il dottor Caccia, tanto che aveva dato disposizioni affinché un uomo di fiducia lo tenesse sotto stretta osservazione.
Il 28 dicembre 1984, anche Roberto Miano, fratello di Francesco, manifestava al P.M. di Torino la sua intenzione di collaborare con la giustizia. Con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, egli asseriva che era stato il Belfiore, unitamente a quelli della ‘sua batteria’ a parlargli del progetto delittuoso e a chiedergli se potesse procurare loro un fucile di precisione. Nella stessa occasione oggetto del discorso sarebbe stato anche l’omicidio del dottor Sorbello, che avrebbe dovuto essere compiuto dai catanesi. Successivamente interrogato dal P.M. milanese il 22 maggio 1986, Roberto Miano, ribadiva che sin dal 1982 il Belfiore gli aveva proposto l’esecuzione di un piano diretto all’eliminazione di due magistrati torinesi, ritenuti ‘scomodi’ per la loro azione giudiziaria. L’assassinio del dottor Caccia, particolarmente assiduo nella sua attività investigativa nei confronti del clan dei calabresi, avrebbe consentito la nomina al suo posto di un magistrato più ‘malleabile’ ed ‘avvicinabile’. Medesima fine avrebbe dovuto fare il G.I. (Giudice Istruttore, ndr) dottor Sorbello, già da tempo pedinato, tanto che si conoscevano particolari riservati in ordine alla sua attuale sistemazione in albergo, in attesa della fine dei lavori di ristrutturazione della sua abitazione.
Nel corso dell’incontro, Miano aveva proposto al Belfiore di organizzare il delitto Caccia in maniera eclatante, ma il Belfiore aveva escluso tale ipotesi, in quanto, a suo dire, si sarebbe corso il rischio di un coinvolgimento di estranei, in tal modo ingenerando un eccessivo scalpore nell’opinione pubblica ed una più dura reazione da parte delle forze dell’ordine. L’odierno imputato (Domenico Belfiore, ndr), nel ribadire i contenuti della collaborazione attuata dai due gruppi mafiosi in altre attività delittuose, aveva ritenuto opportuno suggerire una suddivisione di compiti, tale per cui dell’omicidio Caccia si sarebbero occupati i calabresi, mentre dell’omicidio Sorbello si sarebbero dovuti occupare i catanesi. Successivamente, al G.I. di Milano, Roberto Miano aveva riferito che, in occasione dell’incontro con Belfiore in cui ebbe a parlarsi dell’omicidio Caccia, erano presenti anche il Barresi, l’Ursini e il Pavia Vincenzo, cognato di Belfiore.
Le indagini istruttorie proseguivano dunque nella direzione “delineata dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra indicati, pur non mancandosi di raccogliere tutte le indicazioni – rivelatesi poi più o meno fondate – che via via altre persone ritenevano di dover riferire all’autorità procedente (…)
“.Venivano inoltre acquisiti gli atti di altri procedimenti penali riguardanti delitti connessi con quello per cui oggi si procede, perché ideati ed eseguiti nell’ambito della stessa organizzazione criminosa’.2

‘Belfiore Domenico – dichiarò Miano Francesco il 22 maggio 1986 – si è dichiarato mandante dell’omicidio (Caccia, ndr) e, quanto alla causale, ha descritto la situazione venutasi a determinare presso la Procura della Repubblica di Torino dal momento in cui a capo della stessa era stato chiamato il dottor Caccia … In sostanza a Caccia veniva attribuita la responsabilità di ‘infilarsi in tutti i discorsi della Procura’ e di aver tenuto un atteggiamento di estremo rigore. Quanto alla causa scatenante, Belfiore mi ha parlato della vicenda del proprio cognato, Placido Barresi, il quale, benché assolto per la detenzione della pistola, era rimasto in carcere, siccome imputato di omicidio, in persona di Gattuso Paolo, delitto che si assumeva esser stato commesso con quell’arma … Io ho tentato più volte di indurre Belfiore a dirmi chi avesse materialmente consumato il delitto Caccia. Ho usato come argomento per vincere le naturali resistenze del mio interlocutore il seguente: siccome l’eliminazione di quel magistrato scomodo tornava vantaggiosa anche per la mia organizzazione e comunque per tutti i gruppi che operavano sulla piazza di Torino, sarebbe stato per me interessante sapere a chi avrei dovuto riconoscenza … ma Mimmo Belfiore mi ha sempre ripetuto che avrei dovuto riconoscere solo a lui …’ 3

‘Sulla scorta degli elementi sopra indicati, ed in particolare delle dichiarazioni rese da Miano Francesco, dagli altri collaboratori di giustizia nonché delle registrazioni effettuate in carcere, il26 febbraio 1987 la Procura della Repubblica di Milano emetteva un ordine di cattura nei confronti di Belfiore Domenico, Barresi Placido, Ursini Mario e Gonella Gianfranco ritenuti i componenti del vertice direttivo del gruppo criminale c.d. dei ‘calabresi’.
L’istruttoria proseguiva con il rito formale, come da richiesta del P.M. in data 11 aprile 1987.Venivano disposte dal G.I. perizie tecniche sul materiale magnetofonico in sequestro – del quale era stata disposta la integrale trascrizione (le registrazioni dei colloqui eseguite in carcere da Miano Francesco, ndr) – che confermavano la sostanziale ‘genuinità’ dei nastri, escludendo qualsiasi intervento sugli stessi di tipo aggiuntivo o sostitutivo di brani, bensì esclusivamente, in taluni punti, un intervento di tipo soppressivo, mediante la sovrapposizione di brani musicali o di rumori di fondo sull’originale registrazione.
Al termine dell’istruttoria formale, il G.I. di Milano competente ex art. 41 bis c.p.p., ordinava (il 25 luglio 1988, ndr) il rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido per rispondere dei reati di cui in epigrafe (concorso nell’omicidio aggravato dalla premeditazione, ndr). Dichiarava non doversi procedere nei confronti di Ursini Mario e di Gonella Gianfranco – entrambi facenti parte della organizzazione criminosa dei ‘calabresi’ rispettivamente per insufficienza di prove e per non aver commesso il fatto … Gli imputati si sono sempre protestati del tutto estranei all’omicidio del dottor Caccia. In particolare, Belfiore, interrogato dal Procuratore della Repubblica, ammise di essersi attivamente interessato della vicenda processuale del cognato Barresi e di aver avuto alcuni colloqui in carcere con Francesco Miano; ma escluse che argomento dei discorsi fosse mai stato l’omicidio Caccia. Le registrazioni, secondo Belfiore, sono il frutto di una sapiente e maliziosa manipolazione, per sostenere un complotto ai suoi danni’.4

La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
Le tappe della vicenda processuale inerente all’omicidio di Bruno Caccia furono le seguenti:

Sentenza in Corte d’assise (Milano, 16 giugno 1989)
L’8 maggio 1989 iniziò il processo presso la Prima Corte di Assise di Milano (Presidente Camillo Passerini). Belfiore Domenico (nato a Gioiosa Ionica il 4 agosto 1952) e Barresi Placido (nato a Messina il 2 dicembre 1952) furono imputati per il delitto previsto e punito dagli articoli 110, 112 n. 1 e 2, 575, 577 n. 3, 61 n. 10 codice penale, per aver ideato, organizzato e posto in esecuzione il delitto di Bruno Caccia.
Il 16 giugno 1989 la Corte dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo oltre al pagamento delle spese processuali, mentre Barresi Placido fu assolto dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove. Per Barresi la Corte dispose la scarcerazione.
‘Si è cercato di dimostrare, nella parte motiva di questa sentenza, quali e quanti fossero i motivi che hanno spinto il clan dei calabresi a decidere l’eliminazione del dottor Caccia. La vicenda processuale del Barresi ha avuto sicuramente un’importanza determinante nella determinazione ultima ad uccidere, ma è certo che il progetto omicida risaliva già ad un anno e mezzo prima e si inseriva in un piano di eliminazione di alcuni magistrati torinesi che non venivano a patti con la criminalità e la perseguivano invece con particolare severità. A riprova di ciò stanno le dichiarazioni di Francesco Miano e degli altri collaboratori di giustizia, che hanno messo in evidenza come il programma originario riguardasse sia l’eliminazione del dottor Caccia, che del dottor Sorbello, e successivamente del dottor Maddalena. Fortunatamente, nei confronti di tali due giudici la malavita non ha potuto attuare i suoi propositi, per merito soprattutto della collaborazione di Francesco Miano, le cui confidenze hanno consentito di sventare gli attentati. L’obiettivo dei calabresi era quello di eliminare i magistrati incorruttibili, perché venissero sostituiti con persone disponibili nei loro confronti. Ma in questo, i criminali hanno fallito il loro scopo, perché dopo l’assassinio del procuratore vi è stata una ‘gara’ di molti magistrati torinesi a lavorare di più e meglio’.5
La sentenza di primo grado fu appellatadall’avv. Alberto Mittone il 3 novembre 1989 e dall’avv.Fabio Dean il 6 novembre 1989 per conto dell’imputato Domenico Belfiore. Anche il Procuratore Generale della Repubblica di Milano appellò la sentenza.

Primo processo in Corte di assise di appello (25 maggio 1990)
Il 25 maggio 1990 la prima Corte di assise di appello di Milano (Presidente Renato Cavazzoni) dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo. La Corte assolse Barresi Placido dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove.

Primo giudizio in Corte di Cassazione (9 aprile 1991)
Il 9 aprile 1991 la Prima sezione penale della Corte di Cassazione di Roma (Presidente Stanislao Sibilia) annullò la sentenza di appello per la presenza di alcuni vizi logici nella motivazione e rinviò per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Milano.

Secondo giudizio in Corte di assise di appello (28 febbraio 1992)
Il 28 febbraio 1992 la seconda sezione della Corte di assise di appello di Milano (PresidenteGiacomo Martino) confermò la sentenza emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989 nei confronti di Belfiore Domenico condannandolo all’ergastolo quale mandante dell’omicidio di Bruno Caccia.
La Corte individuò i moventi del delitto ‘nella specifica attività di Caccia e dei suoi collaboratori; nel suo severo impegno contro la criminalità organizzata ed il gruppo dei calabresi in particolare, del quale Belfiore era leader; nella minaccia che il lavoro della procura portava al patrimonio del vertice dei calabresi; nel suo (di Caccia, ndr) essere alieno da superficiali indulgenze – ciò che indispettiva Belfiore, con carcerazioni che lo riguardavo dappresso -; nel suo essere antagonista diverso da quelli ‘ammorbiditi’ che Belfiore conosceva ed auspicava; nel suo rappresentare insomma ostacolo grave, concreto ed incombente all’attività delittuosa di Belfiore e dei suoi sodali’.6
La sentenza fu appellata dall’avv. Alberto Mittone, difensore di Domenico Belfiore.

Secondo giudizio in Corte di Cassazione (23 settembre 1992)
Il 23 settembre 1992 la Quinta sezione Penale della Cassazione confermò definitivamente la sentenza di appello emessa il 28 febbraio 1992.

Nuovi elementi per riaprire le indagini
La vicenda processuale sull’omicidio del Procuratore Bruno Caccia durò circa due anni e mezzo (dall’8 maggio 1989 al 23 settembre 1992) e permise di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfiore che fu condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a programmare l’omicidio del Procuratore Caccia fu identificato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla emerse durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra. All’interno delle sentenze inerenti all’omicidio Caccia, solo poche pagine sono dedicate ad un possibile movente del delitto distinto da quello indicato a carico di Domenico Belfiore:

1) Nella sentenza di corte di assise di Milano si legge:

‘Come spesso capita quando si verificano delitti che hanno ampia risonanza nell’opinione pubblica, numerose sono le persone che, per i motivi più diversi, fanno pervenire agli inquirenti notizie false e calunniatorie, atte a sviare le  indagini.
Basta qui ricordare semplicemente le dichiarazioni rese da Volpe Arnaldo, che assume di aver origliato alla porta della camera di tale Porro Dante, ospite dell’albergo Kent presso il quale egli lavora come portiere di notte, e di aver appreso che costui, assieme ad altri complici, stava tramando un attacco contro i giudici Vaudano e Cuva, titolari dell’inchiesta contro il petroliere Musselli, nonché contro il dottor Caccia.
L’indagine tendente ad individuare i mandanti dell’omicidio tra le persone inquisite per i reati attinenti al contabbando di olii minerali (e, in effetti, nel cassetto della scrivania del dottor Caccia erano stati rinvenuti appunti e copie di atti processuali relative ai procedimenti penali n. 9/80; 349/81; 499/72 R.G.G.I., istruiti dal Giudice Istruttore di Torino, e lo stesso dottor Caccia, il 23.6.1980, aveva inviato una richiesta di indagini al Nucleo di Polizia Tributaria in merito ad un rapporto del G.I. Vaudano, riguardante le frodi petrolifere della ISOMAR – cfr. Verbale di ispezione di luoghi in data 20.7.1983, in Cart. 2, fasc. 1, pag. 20) non approda ad alcun esito positivo e mette in luce, invece l’inaffidabilità del teste. Il 6.9.1983, il P.M. milanese, con un’ampia ed articolata requisitoria (cart. 5, fasc. 4, pag. 427) chiede al G.I. l’emissione di un decreto di archiviazione in ordine ai fatti oggetto della falsa incolpazione portata dal Volpe e l’invio degli atti all’autorità giudiziaria torinese, in ordine al delitto di calunnia compiuto da quest’ultimo nei confronti del Porro.
Spinti dalla volontà di non tralasciare alcuna indagine utile all’accertamento della verità, gli inquirenti si preoccupano di verificare se il movente del delitto possa trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione). Le perquisizioni effettuate nell’ottobre 1983 in detti luoghi, le intercettazioni telefoniche disposte e l’audizione di alcune persone appartenenti a tale ambiente (Mariani Franco – cart. 4, pagg. 450 ss. – Mezzani Enrico – cart. 4, pagg. 299 ss. – ed altri) non portano ad alcun apprezzabile risultato.
Nè migliori risultati si ottengono seguendo la pista della malavita occasionale. Il 6.12.1983 i Carabinieri di Torino inviano al P.M. un rapporto (cart. 2, fasc. 1, pag. 40), nel quale riferiscono che un loro confidente – successivamente individuato in Colosimo Pasquale(trascr. dib. pag. 388, M.llo De Battista), interrogato dal P.M. l’1.12.1984 (cart. 4, pag. 48) – avrebbe indicato quali autori materiali del delitto tali Puliga, Del Regno e Ruggiero, pregiudicati per reati contro il patrimonio. Lo stesso rapporto, tuttavia, mette in evidenza l’assoluta inverosimiglianza del racconto dei fatti fornito dal confidente e l’inattendibilità dello stesso, noto ‘come speculatore per ricavarne degli utili, anziché dare il proprio contributo alla giustizia’.’
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2) La sentenza della corte di assise di appello in sede di rinvio evidenzia come l’intransigenza del giudice Caccia nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata dovesse esser considerata ‘relativa’ commisurandola alla ‘benevola disposizione che i calabresi riconoscevano – a torto o a ragione – in altri magistrati’. La Corte elenca una serie di episodi capaci di evidenziare come il clan dei calabresi avesse purtroppo ottenuto in quegli anni ‘la confidenza, la disponibilità o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati’.8  Tuttavia, al di là dei singoli casi di contiguità fra pezzi della magistratura e della criminalità che diedero luogo a separati procedimenti disciplinari e/o penali, le attività istruttorie condotte in merito all’omicidio Caccia non individuarono specifiche notizie di reato in grado di collegare tali contiguità ai moventi e agli autori dell’assassinio del Procuratore Capo di Torino.

Dopo il 23 settembre 1992 l’obiettivo di dare un volto ai killer di Bruno Caccia rimase una priorità per la moglie Carla, i figli (Paola, Cristina e Guido), alcuni colleghi ed amici, ma un’anomala coltre di silenzio scese sulla vicenda dell’omicidio del magistrato.
Nel giugno 1996, Vincenzo Pavia, cognato di Domenico Belfiore, raccontò ai magistrati di aver partecipato ai sopralluoghi per l’organizzazione dell’omicidio Caccia ed indicò i nomi di quattro presunti killer tra cui Renato Angeli.9 Si accertò, tuttavia, che Renato Angeli, il 26 giugno 1983, era in stato di detenzione. In seguito, Pavia ammise che nessuno gli aveva mai espressamente detto di aver partecipato all’omicido Caccia. A causa dell’incongruenza sul nome di Angeli, l’indagine fu archiviata.
Negli anni successivi le indagini sull’omicidio Caccia segnarono il passo senza sviluppi significativi.

Oltre che per l’impegno dei familiari, di alcuni colleghi ed amici, il ricordo di Bruno Caccia restò vivo grazie alle iniziative promosse da alcune associazioni tra cui spiccano il gruppo di Torino di LIBERA ed ACMOS. Il progetto più significativo per ricordare il dottor Caccia è stato senz’altro ‘la cascina Bruno e Carla Caccia’. Si tratta di un bene confiscato alle mafie a San Sebastiano da Po (TO). Il bene apparteneva alla famiglia ‘ndranghetista guidata da Domenico Belfiore. Dopo che quest’ultimo fu condannato come mandante dell’omicidio Caccia, le indagini patrimoniali portarono alla confisca dei beni di Belfiore. La misura di prevenzione patrimoniale che riguardò la Cascina fu emessa nel 1996 (la confisca definitiva avvenne nel 1999) ma solo nel 2007 la famiglia Belfiore lasciò la casa permettendone il riutilizzo sociale previsto dalla legge 109/96. In questo lasso di tempo la famiglia Belfiore si oppose alla confisca anche con una doppia campagna di raccolta firme nel paese. Solo la nomina di un Prefetto ad acta e l’azione dell’amministrazione Comunale di San Sebastiano da Po permisero l’assegnazione del bene all’associazione Gruppo Abele nel 2007, che poi affidò la gestione del progetto all’Associazione ACMOS nel 2008.
Per quanto riguarda l’attenzione dedicata dagli organi di informazione al delitto Caccia, è da segnalare la puntata della trasmissione ‘La Storia siamo noi’ del 25 giugno 2009 curata da Sergio Leszczynsky ed intitolata «Torino Criminale. Il caso Caccia» (RAI2).

Il silenzio sull’omicidio Caccia fu rotto diciannove anni dopo la sentenza del settembre 1992 quando, nel 2011, furono depositati a Reggio Calabria gli atti relativi ad un’inchiesta in cui un magistrato, il dottor Olindo Canali (foto sulla sinistra), al tempo in servizio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, era indagato dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per falsa testimonianza aggravata. Il pubblico ministero procedente chiese e ottenne l’intercettazione delle utenze telefoniche in uso al dottor Canali. Fu così che venne captata una conversazione intercorsa il 19 giugno 2009 fra lo stesso dottor Canali e lo scrittoreAlfio Caruso.Nel corso di quella conversazione, il dottor Canali aveva fatto riferimento a Rosario Pio Cattafi (foto sulla destra), pregiudicato orginario di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) e già noto alle cronache giudiziarie milanesi (Cattafi è attualmente detenuto nelle forme di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario (o.p.) ed è stato condannato il 16 dicembre 2013 dal GUP presso il Tribunale di Messina in qualità di capo della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, tra gli anni Settanta e il 24 luglio 2012).10 Queste le parole del dottor Canali: “Quel Saro Cattafi in cui trovammo in casa la rivendicazione dell’omicidio del giudice Caccia … fatta dalle BR, che in realtà poi sappiamo fu ucciso dai calabresi e dai catanesi”.
Il dottor Canali poteva esser venuto a conoscenza di dettagli di questo tipo in quanto, a metà degli anni Ottanta, fu uditore giudiziario del dottor Francesco Di Maggio, cioè del pubblico ministero titolare delle indagini sull’omicidio Caccia.

Il dottor Canali, attualmente giudice presso la IX sezione del Tribunale di Milano, ha deposto nel gennaio 2013 innanzi al Tribunale di Palermo ed ha reso dichiarazioni confermative del contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009. Infatti, l’8 gennaio 2013 il dottor Canali ha testimoniato davanti alla quarta sezione penale del Tribunale del capoluogo siciliano, nel procedimento n. 1760/08 registro generale (R.G.) a carico degli ufficiali dei Carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, imputati per aver favorito nel 1995 la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Nell’occasione il dottor Canali si è così espresso: ‘Sapevo che Cattafi era stato coinvolto nel sequestro… a vario titolo nel sequestro Agrati (Giuseppe, ndr), era stato coinvolto e sospettato, non so però se fu anche indagato e imputato per l’omicidio Ginocchi (Gianfranco, ndr), e fu anche arrestato per un traffico d’armi … ma non sono sicuro sul punto … da queste vicende uscì credo dopo un periodo di carcerazione preventiva per il traffico d’armi, credo, fu poi assolto, sicuramente per il sequestro Agrati ricordo che fu un collega uditore a scrivere la richiesta di archiviazione … E poi, chiedo scusa, Di Maggio mi raccontò che tangenzialmente fu coinvolto Rosario Cattafi nell’omicidio del giudice Caccia. Da Di Maggio venni a apprendere che un memoriale che rivendicava l’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, fu trovato in casa, in possesso, comunque nella disponibilità di Cattafi. Di questo però me ne parlò più volte perché Di Maggio in quel periodo faceva, insieme forse a Davigo, non mi ricordo, proprio seguiva l’omicidio… il processo per l’omicidio del giudice Caccia … Mi disse Di Maggio che Cattafi arrivò molto giovane a Milano e che, ma ripeto questo sono comunicazioni, notizie che il Di Maggio scambiava, e che Cattafi fu una sorta di emissario di Santapaola presso l’allora, come dire, rappresentante della criminalità organizzata, e che si chiamava Epaminonda, per quanto riguardava il controllo dei casinò. La pista che penso poi fosse quella definitiva che portò alla indagine, poi al processo agli uccisori del dottore Caccia partiva proprio dalle indagini che Caccia faceva sul controllo del casinò di San Vincent … Sì ma proprio partendo da questo… da due fatti partiva, sia da questo ritrovamento della falsa rivendicazione dell’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, ricordiamo che allora tempo ancora di terrorismo attivo, sia se non ricordo male per questo traffico d’armi tra la Svizzera e gli Emirati, comunque i paesi arabi. Di Maggio riteneva Cattafi persona piuttosto vicina ai servizi, non so dirle se deviati o ufficiali, però… anche per un suo trascorso politico piuttosto ambiguo di esponenti dell’estrema… della estrema destra’.

Il contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009 tra il dottor Olindo Canali ed Alfio Caruso è emerso, con riferimento alle informazioni sull’omicidio Caccia, grazie al lavoro dell’avv. Fabio Repici, legale dei familiari di alcune vittime di mafia, tra cui Graziella Campagna,diciassettenne uccisa a Messina il 12 dicembre 1985, e Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo Di Gotto l’8 gennaio 1993.

Paola, Cristina e Guido Caccia, figli di Bruno Caccia, hanno scritto il 22 gennaio 2013 una lettera aperta alla città di Torino in vista del trentennale dell’anniversario del delitto:
“A trent’anni dalla morte di nostro padre, siamo profondamente grati a tutti coloro che vorranno ricordarlo con eventi e iniziative che ne onorano la memoria e che ci fanno un grande piacere.
In tutti questi anni, nelle periodiche ricorrenze e non solo, abbiamo sentito sempre forte e presente il ricordo e l’affetto delle Istituzioni cittadine. Abbiamo apprezzato lo sforzo continuo dell’associazione Libera, che è riuscita a tener viva la scintilla dell’interesse e della partecipazione, anche e soprattutto tra i giovani.
Non possiamo però nell’occasione tacere ciò che purtroppo ancora ci cruccia.
A fronte degli esiti processuali che risalgono ormai a molti anni fa, sentiamo tuttora il disagio per qualcosa che non ci pare ancora del tutto chiarito. Le recenti cronache del processo Minotauro avallano in qualche modo i nostri dubbi, mettendo in luce un percorso della malavita organizzata che dai fatti di oggi si può far risalire fino ad allora.
Proprio in quest’ottica, la sentenza definitiva ci pare a tutti gli effetti una verità parziale.
Ci piacerebbe perciò che la ricorrenza di quest’anno diventasse occasione e stimolo per uno sforzo corale teso ad avvicinarsi maggiormente alla Verità, partendo dal presupposto che l’omicidio di nostro padre non fu certo un fatto isolato nella storia cittadina.
Questa memoria “fattiva” sarebbe secondo noi un degno coronamento delle commemorazione del suo sacrificio”.
Firmato:
Guido, Paola e Cristina Caccia
(Lettera letta il 22 gennaio 2013 presso la Commissione per la legalità del comune di Torino)

Dopo la diffusione della lettera scritta da Paola, Cristina e Guido Caccia, l’avv. Repici si mise in contatto con i familiari del dottor Caccia comunicandogli il contenuto delle dichiarazioni del dottor Canali relative alle prime indagini sull’omicidio del magistrato torinese.
In seguito a questo scambio di informazioni, l’avv. Repici è stato nominato legale di parte civile da parte dei tre fratelli Paola, Cristina e Guido Caccia ed ha iniziato uno scrupoloso ed attento esame delle carte processuali contenute nel fascicolo relativo all’omicidio Caccia. Dall’analisi della documentazione depositata presso gli archivi del tribunale di Milano sono emersi fatti estremamente interessanti che si incrociano con quanto affermato dal dottor Canali tra il 2009 ed il 2013.

Il primo dato emerso dalla lettura degli atti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia è che tra essi non vi é alcun verbale di perquisizione e sequestro che faccia riferimento al documento citato dal dottor Canali, cioè un ‘documento’ o ‘memoriale’ rinvenuto durante una perquisizione a casa di Rosario Pio Cattafi e contenente il testo della rivendicazione brigatista dell’omicidio Caccia.
Il domicilio milanese di Cattafi fu perquisito in occasione del suo arresto avvenuto nel maggio 1984 nell’ambito di un procedimento penale dell’A.G. (Autorità Giudiziaria) di Milano diverso da quello sull’omicidio Caccia. In effetti, Cattafi fu arrestato perché sospettato di aver preso parte al sequestro dell’industriale Giuseppe Agrati, verificatosi a Milano il 28 gennaio 1975 e risoltosi grazie al pagamento della somma di due miliardi e mezzo di lire. Cattafi fu successivamente prosciolto per il sequestro Agrati su richiesta del dottor Di Maggio del 30 aprile 1986, con sentenza istruttoria emessa il 31 luglio 1986 dal G.I. di Milano dottor Arbasino.

Procedendo all’acquisizione ed all’esame degli atti relativi al fascicolo sul sequestro Agrati, l’avv. Repici ha rintracciato il verbale di perquisizione e sequestro eseguito presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi in via Mascagni il 18 maggio 1984. Il contenuto del verbale di perquisizione e sequestro è molto significativo, poiché comprova come il 18 maggio 1984 nel domicilio di Cattafi furono sequestrati, tra gli altri documenti (album fotografici, agende, rubriche telefoniche, assegni ecc.), “otto foglietti con appunti manoscritti”, oltre a una pistola calibro 7,65, a una valigetta contenente una carabina e a ingente munizionamento. Era presumibile che all’interno del fascicolo processuale venissero ritrovati i documenti sequestrati a Cattafi. Quei documenti, invece, non risultano in atti. Non perché, però, non ci siano mai stati ma semplicemente perché quella documentazione fu restituita a Cattafi, senza che, in modo del tutto irrituale, ne venisse prima fatta una copia.

Le carte raccolte nel fascicolo relativo all’omicidio del dottor Caccia contengono molte altre informazioni estremamente significative.
Come ricordato nelle sezioni precedenti, per l’omicidio Caccia si è svolto un processo conclusosi con la condanna definitiva all’ergastolo del boss torinese di origine calabrese Domenico Belfiore. Quel procedimento, nato nell’immediatezza dell’omicidio, si sviluppò attraverso il mandato di cattura emesso dal dottor Di Maggio il 26 febbraio 1987, la requisitoria del dottor Di Maggio per il rinvio a giudizio del 4 luglio 1988, l’ordinanza con cui venne disposto il rinvio a giudizio dal G.I. dottor Cioppa il 25 luglio 1988, la sentenza di condanna in primo grado del solo Belfiore emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989, poi convalidata dalla Corte di Cassazione, dopo un primo rinvio, il 28 settembre 1992. Tutti i suddetti atti sono incentrati sulla posizione di Domenico Belfiore e dei suoi ritenuti complici, poi in realtà prosciolti, tutti esponenti del clan dei ‘calabresi’ operante a Torino in quegli anni.
Ma dagli atti istruttori, in realtà, emerge con estrema chiarezza che fin dai mesi successivi all’omicidio Caccia (e dunque ben prima che Francesco Miano iniziasse a collaborare con la giustizia) il P.M. procedente raccolse significativi elementi indizianti su soggetti diversi da quelli poi sottoposti a processo. Si tratta della pista investigativa volta a ‘verificare se il movente del delitto potesse trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione)’.11 La sentenza di corte di assise sull’omicidio Caccia constata che tale filone d’indagine ‘non portò gli inquirenti ad alcun apprezzabile risultato’.12 Tuttavia, analizzando con attenzione le carte, si possono ricavare da quella pista investigativa elementi particolarmente interessanti, soprattutto se messi in relazione con quanto dichiarato l’8 gennaio 2013 dal dottor Olindo Canali.

Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
Nei mesi immediatamente precedenti al delitto Caccia, la Procura di Torino stava conducendo una delicata indagine sul casinò di Saint-Vincent in Valle d’Aosta. Gli inquirenti torinesi avviarono le prime indagini nel marzo 1982 sospettando che all’interno della casa da gioco valdaostana fossero riciclati soldi provenienti dai sequestri di persona; le successive attività investigative fecero emergere la possibile sussistenza di un’associazione per delinquere finalizzata all’acquisizione delle più importanti case da gioco italiane. Poche settimane prima del 26 giugno 1983 si arrivò a un punto di svolta, con l’esecuzione il 17 maggio 1983 di una serie di perquisizioni negli uffici e nelle sale del casinò valdaostano. In seguito alle risultanze emerse dalle perquisizioni e dagli atti istruttori, la Procura di Torino emise, nella notte tra il 10 e l’11 novembre 1983, una serie di mandati di cattura ed ordinò un blitz presso la casa da gioco di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’).

Poche settimane prima del blitz presso il Casinò di Saint-Vincent, nel mese di ottobre 1983, il maggiore della Guardia di Finanza Antonio Mango, in servizio presso il Comando Nucleo Regionale di Torino, sollecitò il tenente colonnello della Guardia di Finanza Michele Bertella, in servizio presso il nucleo Polizia Tributaria di Alessandria, ad acquisire ogni elemento utile per sviluppare le indagini sul delitto Caccia. Il ten. col. Bertella, a tal fine, prese contatto con una fonte informativa, Enrico Mezzani, consulente finanziario e sedicente emissario del S.I.S.DE. (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica).
Mezzani, a partire almeno dalla primavera del 1983, aveva attivato attraverso un suo sodale,Giovanni De Giorgi, una rete di confidenti volta ad ottenere informazioni, in generale, sulla criminalità organizzata al nord Italia. Di questa rete informativa favevano parte Bruno Masi, fino al 23 giugno 1983 amministratore delegato della società SITAV (Società Incremento Turistico Alberghiero Val d’Aosta)che aveva in gestione la concessione del casinò di Saint-Vincent, l’industriale Franco Carlo Mariani (titolare della ‘CRM motori’, società produttrice di motori navali e fornitrice, fra gli altri, della Guardia di Finanza) e Rosario Pio Cattafi. 
L’attività informativa coordinata da Mezzani, volta a raccogliere spunti confidenziali sul delitto Caccia, si svolse dunque sotto il diretto controllo del ten. col. Bertella e fu riassunta in documenti a partire da un appunto informale consegnato il 3 novembre 1983 da Franco Mariani al ten. col. Bertella in un pubblico locale di Alessandria. All’incontro parteciparono il ten. col. Bertella, Franco Mariani, Enrico Mezzani e il cap. Sciarretta. Mariani, interrogato il 16 aprile 1984 dal P.M. Di Maggio, indicò in Rosario Pio Cattafi la fonte delle sue informazioni relative al delitto Caccia. Il punto più interessante di quell’appunto è quello contrassegnato dal n. 19. Lì, pur con linguaggio criptico (il dottor Caccia viene indicato come “Arch. Caccia Dominioni”) iniziò a essere illustrata un’articolata versione sull’omicidio Caccia:

Punto n. 19) dell’appunto redatto da Franco Mariani e consegnato in data 3.11.1983
al ten. col. Michele Bertella

Al riguardo dell’omicidio Caccia, l’appunto informale di Mariani indicò una specifica causale del delitto: le indagini che a quel tempo la Procura della Repubblica di Torino, con l’intervento personale del dottor Caccia, aveva avviato sull’ambiente del casinò di Saint Vincent. L’indagine toccava, sia per i nomi di alcuni indagati che per i contenuti degli atti istruttori, anche i casinò di Sanremo e Campione d’Italia.
Agli atti del fascicolo sull’omicidio Caccia c’è prova che questo appunto redatto da Mariani passò alle mani del ten. col. Bertella il quale, il 9 novembre 1983, lo lesse e lo commentò assieme al magg. Antonio Mango, al ten. col. Emanuele Patrone della Guardia di Finanza di Alessandria, aldottor Maddalena della Procura della Repubblica di Torino e al dottor Tamponi G.I. del Tribunale di Torino. Più o meno in pari data il ten col. Bertella informò del contenuto dell’appunto di Mariani anche i P.M. milanesi dottor Di Maggio e dottor Davigo (rif. relazione del 17 settembre 1984 indirizzata dal ten. col. Bertella al dr. Di Maggio).

A conferma del fatto che la pista del riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent fosse ritenuta molto interessante ai fini delle indagini sul delitto Caccia, a partire dai primi mesi del 1984 (quindi quando ancora Francesco Miano non aveva iniziato a collaborare con la giustizia) il P.M. Di Maggio iniziò a escutere personalmente tutti i soggetti coinvolti nella raccolta informativa prodotta da Mariani. Ne sono prova: i verbali di dichiarazioni di Franco Mariani (9 febbraio 1984, 16 e 17 aprile 1984, 9 giugno 1984 e 10 settembre 1984); i verbali di dichiarazioni di Bruno Masi (1 marzo 1984 e 9 giugno 1984); i verbali di dichiarazioni di Giovanni De Giorgi (16, 18, 19, 21 e 28 aprile 1984); i verbali di dichiarazioni di Enrico Mezzani (17, 18, 19, 20 aprile 1984); le dichiarazioni rese da Rosario Cattafi (20 settembre 1984); il confronto fra Mezzani e De Giorgi del 20 aprile 1984; il confronto fra Mariani e Cattafi del 20 settembre 1984. Durante questo confronto Mariani identificò nuovamente in Cattafi la fonte delle sue informazioni sull’omicidio Caccia; Cattafi, invece, affermò: ‘Mariani non vuol dire la verità. Le informazioni relative al delitto Caccia gli sono state riferite da Masi ed in tali termini ne ha parlato a me’.

Agli atti del fascicolo sull’omicido Caccia ci sono altre risultanze che legano presunti mandanti e moventi dell’omicidio Caccia agli affari che ruotavano attorno ai casinò. Fra queste vi è un verbale di dichiarazioni rese da un detenuto, Luigi Incarbone, già compagno di cella di Franco Chamonal, amministratore delegato della SITAV succeduto a Bruno Masi ed arrestato nel blitz sui Casinò dell’11 novembre 1983. Incarbone, interrogato il 6 dicembre 1985 dal G.I. di Torino dottor Tamponi, dichiarò: “Ho chiesto di conferire con l’ufficio in quanto sono stato in cella con Chamonal che è imputato davanti a lei. Lo Chamonal ancora oggi mi fa arrivare 500.000 lire al mese in portineria. Lo Chamonal mi ha detto di avere un casinò a Chamonix, di aver conosciuto una persona molto importante a Palermo e che per questa conoscenza era ora nei guai. Non fece il nome di questa persona (conosciuta al casinò) ma disse che proteggeva i Greco e tutta questa gente qui. Mi disse che Caccia è morto proprio per il fatto del casinò. E che questo palermitano era stato il mandante: disse che era questo palermitano che ha deciso l’omicidio del giudice Caccia. Mi disse che aveva i soldi a Ginevra e che aveva delle villette a Montecarlo sotto falso nome”.

Da tutte quelle assunzioni di informazioni il P.M. Di Maggio raccolse elementi rilevanti. In primo luogo perché indicavano una causale specifica credibile del delitto Caccia (effettivamente la Procura di Torino aveva avviato un’attività d’indagine sul casinò di Saint Vincent) e in secondo luogo perché quelle informazioni non confliggevano con la tesi della responsabilità di Domenico Belfiore. Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, ritennero che quelle assunzioni di informazioni non fossero sufficientemente consistenti e/o riscontrate per poter proseguire le indagini sul delitto Caccia lungo la pista investigativa che portava al riciclaggio di denaro sporco all’interno del Casinò di Saint-Vincent.

Il P.M. Di Maggio, mentre raccoglieva le dichiarazioni dei soggetti chiamati in causa da Mariani, raccolse a verbale all’interno del fascicolo Caccia anche le prime dichiarazioni di appartenenti al gruppo dei criminali ‘catanesi’, tra cui Giuffrica Carmelo (cfr. interrogatorio del 10 luglio 1984) e Francesco Miano (cfr. interrogatorio del 23 ottobre 1984), che indicavano Domenico Belfiore quale presunto mandante dell’omicidio Caccia. A partire dalle prime dichiarazioni rilasciate da Francesco Miano, gli inquirenti titolari delle indagini imboccarono definitivamente la pista che portò il 25 luglio 1988 al rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido in qualità di imputati per concorso nell’omicidio, aggravato dalla premeditazione, del dottor Caccia.

Ma l’A.G. milanese non fu la sola a compiere atti d’indagine volti ad individuare gli autori del delitto Caccia. Agli atti del procedimento per il sequestro Agrati c’è anche un’informativa del Reparto operativo Carabinieri di Messina del 20 maggio 1985, dalla quale si ricava come Rosario Cattafi, nel 1984, fosse “oggetto di indagini anche da parte dell’Arma di Torino, nel quadro di autonome indagini tese all’individuazione di cause e dei responsabili dell’omicidio in persona del S. Procuratore della Repubblica di Torino, Dr. Bruno Caccia. Nel contesto di tale lavoro, Cattafi fu pure pedinato a Catania e Messina, durante la sua breve permanenza in Sicilia in occasione delle festività pasquali 1984”.
Sia l’A.G. milanese che l’A.G. torinese svolsero, dunque, accertamenti su Rosario Cattafi nell’ambito delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia.

Si è già detto sopra come il vuoto probatorio più evidente del processo per l’omicidio del Procuratore Bruno Caccia riguardi l’identità dei due killer che il 26 giugno 1983 tolsero la vita al magistrato. Grazie ad alcune testimonianze raccolte sul luogo dell’agguato, gli inquirenti furono in grado di tracciare l’identikit di uno degli assassini, ma gli accertamenti svolti non permisero di dare un nome a quel volto. In sentenza fu scritto che Belfiore si trattenne dal fare qualunque confidenza al riguardo a Miano. Il P.M. Di Maggio, nell’ordine di cattura del 26 febbraio 1987, scrisse che probabilmente si era trattato di “sicari venuti da fuori”. Ma su chi fossero quei due killer ‘venuti da fuori’ le sentenze non diedero risposte.
Tuttavia, nell’appunto informale consegnato da Franco Mariani al ten. col. Bertella riguardante il mondo della scalata mafiosa ai casinò, compare il nome di un possibile killer: un calabrese denominato “Luciano”. Si tratta, come emerge univocamente da innumerevoli atti del fascicolo, del calabrese Demetrio Latella, detto ‘Luciano’. Tra questi atti, c’è una scheda nominativa predisposta dal Reparto Operativo dei Carabinieri di Torino in cui si legge che Demetrio Latella (nato a Ravagnese – RC – il giorno 11.7.1954) era soprannominato ‘Luciano Tanghiani’. Nella medesima scheda si legge che Latella sarebbe stato un killer dell’organizzazione di Angelo Epaminonda, sarebbe stato legato ai Miano di Milano ed associato al clan Miano di Torino e a quello dei calabresi capeggiato da Mario Ursini. Vi si legge, ancora, che Latella si appoggiava operativamente a Torino al Gullace G. e ai Miano e che la sua auto A112 fu adoperata a Torino per l’omicidio di Antonino Bulla.
Il nome di Latella è citato anche in altri documenti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia. Il collaboratore Giuseppe Muzio, ad esempio, il 28 settembre 1984 dichiarò al P.M. Di Maggio:‘Latella Luciano appartiene al clan dei catanesi di Miano, facente capo a Jimmy e Nuccio Miano e Santo Mazzeo. A Torino si incontrava con Finocchiaro Francesco e con Parisi Salvatore, con Orazio Giuffrida, Miano Roberto e Saia Antonino e comunque con tutta la banda. Si trattava di periodiche riunioni operative tra i gruppi’.
Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, non ritennero gli spunti indiziari forniti dal rapporto informativo del ten. col. Bertella e gli altri riferimenti negli atti d’indagine al nome di Demetrio ‘Luciano’ Latella sufficientemente consistenti e/o riscontrati per sviluppare ulteriori indagini volte ad approfondire la consistenza o meno di quella ipotesi investigativa sulla possibile identità dei killer del dottor Caccia.

E’ un dato accertato che Demetrio Latella abbia operato per conto dei mafiosi ‘calabresi’ e ‘catanesi’ a Torino e Milano. Latella fu condannato l’8 febbraio 1988 alla pena dell’ergastolo dalla corte di assise di Milano per il reato di omicidio. Si trattò del procedimento penale che fu istruito a Milano dal P.M. Francesco Di Maggio sulla base della dichiarazioni del collaboratore Angelo Epaminonda e che riguardò i reati commessi dal gruppo criminale facente capo ad Epaminonda. La sentenza a carico di Latella divenne definitiva l’11 marzo 1992.

Il nome di Demetrio Latella è tornato recentemente negli articoli di cronaca quando, ai primi di giugno del 2008, fu arrestato con l’accusa di aver preso parte al sequestro e all’omicidio della diciottenne Cristina Mazzotti, sequestrata il 26 giugno 1975 in provincia di Como ed il cui cadavere fu recuperato il 1 settembre 1975. Latella, in regime di liberazione condizionale dal 2007, fu individuato nel 2008 grazie al rinvenimento di una sua impronta digitale sull’auto utilizzata per il sequestro della ragazza poi uccisa. La posizione di Latella, così come dei correi Giuseppe Calabrò e Talia Antonio, fu archiviata il 19 dicembre 2011 dal GUP del Tribunale di Milano per intervenuta prescrizione, in ragione delle circostanze attenuanti generiche concesse agli indagati. Latella dichiarò di aver avuto un ruolo molto marginale per quel delitto, affermando di essersi prestato all’ultimo momento all’esecuzione di un piccolo segmento operativo del sequestro, in cambio di un compenso di circa 20 milioni di lire.

Giovanni Selis: un magistrato dimenticato

Il caso di Giovanni Selis, Pretore di Aosta nei primi anni ottanta, dimostra oltre ogni dubbio che mettere il naso negli affari illeciti dei casinò comportava rischi molto gravi per l’incolumità di un investigatore.
Il 13 dicembre 1982 il dottor Selis rimase vittima di un attentato che mai ci si sarebbe immaginati a quelle latitudini: un’autobomba. Alle ore 8.45 di mattina, non appena il magistrato si accomodò sulla sua auto FIAT 500 per recarsi al lavoro e tirò la levetta dell’accensione, una bomba esplose squarciando la vettura. Il cofano motore dell’utilitaria volò a 300 metri di distanza dal punto dell’esplosione: unica parte intatta rimase il sedile su cui si trovava il magistrato. Il dottor Selis si salvò per miracolo. ‘La bomba era stata piazzata da professionisti – dissero gli inquirenti -, doveva uccidere Selis, non ci sono dubbi. Non siamo di fronte ad un avvertimento’.

Chi voleva la morte del pretore di Aosta non si fermò e provò nuovamente ad uccidere il magistrato quattro giorni dopo, il 17 dicembre 1982: verso le ore 19.30 il dottor Selis sentì suonare il citofono della propria abitazione e si portò al citofono chiedendo ripetutamente ‘Chi è?’, senza ottenere risposta. Il magistrato si portò sul balcone di casa che sovrasta il portone di ingresso e sul momento non notò nulla di particolare. Tornò nuovamente alla porta di casa ed osservò attraverso lo spioncino la luce rossa della spia dell’ascensore accesa. Attese che qualcuno uscisse dall’ascensore ma nulla di tutto ciò accadde. Il dottor Selis chiamò allora il 113 ed in pochi istanti arrivarono due poliziotti in borghese che salirono le scale del palazzo armi in pugno: uno dei due poliziotti riferì al magistrato che al pianterreno dello stabile aveva trovato l’ascensore fermo con entrambe le semi-porte aperte. Si trattò chiaramente di un tentativo da parte dei killer di attirare il dottor Selis fuori dalla propria abitazione per colpirlo mentre si affacciava sulle scale del palazzo.

Il dottor Selis, dopo l’attentato subito, fu trasferito al D.A.P. (Dipartimeno dell’Amministrazione Penitenziaria) e ritornò ad Aosta nel 1987 da Pretore dirigente; pensava di aver recuperato il minimo di serenità sufficiente per tornare a operare in quella zona, ma il 9 maggio 1987 si tolse tragicamente la vita. La moglie del magistrato, Sara Selis, dichiarò che il marito, pochi giorni prima di commettere il suicidio, le disse: ‘E’ stato un grave errore ritornare qui’. Che cosa intedesse dire con precisione il marito, Sara Selis non seppe mai. ‘Forse aveva incontrato qualcuno – dichiarò la donna -, o forse il ritorno ad Aosta aveva soltanto reso più difficile dimenticare il trauma dell’attentato’.

Quando il dottor Selis fu ascoltato dai magistrati di Milano titolari delle indagini volte ad identificare i suoi attentatori, fu lo stesso Pretore di Aosta ad indicare, come uno dei possibili moventi dell’attentato, un’indagine che stava conducendo sul casinò di Saint Vincent. Il 15 gennaio 1983 il dottor Selis, assunto a sommarie informazioni dal P.M. milanese Corrado Carnevali,individuò tre possibili moventi che, in astratto, avrebbero potuto giustificare la sua eliminazione: il dott. Selis indicò al P.M. Carnevali come terzo possibile movente le indagini che stava personalmente conducendo presso la Casa da Gioco di Saint Vincent nell’ambiente dei prestasoldi e, in particolare, tra l’Ufficio Fidi della Casa e taluni prestasoldi. Il pretore Selis affermò di essersi interessato da tempo all’attività di taluni prestasoldi e di taluni personaggi ruotanti intorno all’attività stessa riferendosi, in particolare, a certo Avv. Valentini, di Milano, e a certo dr. Sacco. Il dottor Selis aggiunse inoltre a verbale che esisteva una specifica indagine demandata alla Guardia di Finanza avente ad oggetto l’individuazione della causale di un assegno emesso da certo Ing. Mariani in favore di Masi, Amministratore delegato della Sitav, società che aveva la gestione della Casa da gioco di Saint Vincent.
Il pretore Selis dichiarò inoltre di aver ricevuto, dopo l’attentato ai suoi danni, una telefonata dal collega Marcello Maddalena, sostituto procuratore a Torino, che gli chiedeva un colloquio riservato, in quanto aveva appreso dai giornali che, fra le varie indagini di cui il dottor Selis si occupava, ne esisteva una relativa a dei prestasoldi operanti presso il casinò di Saint Vincent. Il colloquio fra i due magistrati avvenne nell’uffico torinese del dottor Maddalena e si svolse, stando ai ricordi del dottor Selis, il 23 dicembre 1982. Il pretore di Aosta, vincolato dal segreto istruttorio, non rivelò al P.M. Carnevali i contenuti del colloquio avvenuto all’antivigilia di Natale del 1982, ma affermò che avrebbe potuto sussistere un collegamento fra le sue indagini e quelle del collega Maddalena, aventi ad oggetto riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona.

Il tema d’indagine illustrato dal dottor Selis si intrecciava in modo molto stretto a quella che da Franco Mariani ed Enrico Mezzani fu indicata al dottor Di Maggio come la causale dell’omicidio Caccia. D’altronde, nel 1983, anche sugli organi di stampa comparve la notizia di un possibile collegamento tra le causali del tentato omicidio Selis e dell’omicidio Caccia con riferimento alle infiltrazioni mafiose nei casinò. Purtroppo, il dott. Selis non fu mai escusso formalmente nell’ambito delle indagini relative all’omicidio del dott. Caccia per valutare l’eventuale esistenza di convergenze tra i possibili moventi del suo tentato omicidio e le possibili causali del delitto Caccia.
Certo è che la vicenda dimenticata dell’attentato ai danni del dottor Selis dimostra che le indagini sui casinò potevano essere estremamente pericolose per chi le conduceva. Tale circostanza non fa che corroborare la possibile causale dell’omicidio Caccia relativa alle indagini sul casinò di Saint-Vincent, tanto più se si considera che fra il tentato omicidio Selis e l’omicidio Caccia trascorsero soltanto sei mesi.

Conclusioni

Nell’anno 2013, in occasione del trentennale dell’omicidio di Bruno Caccia, è stato presentato un documentario che è probabilmente il più completo lavoro giornalistico che sia stato mai realizzato sulla figura del Procuratore Capo di Torino. Si tratta del documentario ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere‘ i cui autori sono Elena Ciccarello e Davide Pecorelli con montaggio a cura diChristian Nasi (produzione di Libera Piemonte e Acmos). Nel documentario è presentata un’attenta ricostruzione della vicenda processuale relativa all’omicidio Caccia e sono messe chiaramente in evidenza le domande rimaste aperte dopo il pronunciamento della sentenza di Cassazione del 1992. E’ presente anche un’intervista a Mario Vaudano (foto sulla destra), già Giudice Istruttore a Torino negli anni settanta, il quale afferma: ‘Secondo me non hanno ucciso Bruno Caccia per il passato, l’hanno ucciso per il futuro’. Il documentario è stato presentato a Torino il 26 giugno 2013 all’interno del programma organizzato per ricordare la vita ed il lavoro del Procuratore Caccia.
E’ in occasione del trentennale del delitto Caccia che gli organi stampa iniziano a parlare degli elementi raccolti ed approfonditi dall’avv. Fabio Repici.13,14

Un mese prima del programma, il 6 giugno 2013, i figli Cristina, Paola e Guido Caccia hanno indirizzato una seconda lettera aperta alla città di Torino in cui hanno espresso la speranza che la città potesse diventare, a distanza di trent’anni dal delitto, un ‘laboratorio di Verità’ in cui grado di generare ‘voglia di reagire e magari qualche resipicenza’ sui fatti accaduti:

Si sta avvicinando la ricorrenza del trentennale della morte di nostro padre Bruno Caccia, e in quell’occasione la commemorazione sarà tenuta per la prima volta in veste ufficiale a cura della Città di Torino nella Sala Rossa del Municipio, alla presenza di autorità civili, giudiziarie, militari, religiose.
Questa iniziativa della città onora la memoria di nostro padre e ci fa profondamente piacere.
A distanza di trent’anni, ci sembra che sia necessario che qualcuno si assuma il compito di fare una commemorazione di Bruno Caccia del tipo di quella che ha fatto Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo, per ricordare Giovanni Falcone il 23 maggio scorso: un’analisi storica, non solo un elogio della persona.
Gli elogi fanno piacere a chi ha avuto Bruno Caccia come familiare o amico; l’analisi storica è piuttosto un dovere: il dovere di far conoscere il suo operato inquadrato nel contesto di quegli anni, al fine di fornire la chiave di lettura necessaria a comprendere i veri motivi che hanno portato alla sua uccisione.

Perché ciò che durante questi 30 anni sta diventando sempre più chiaro è che l’assassinio di Bruno Caccia non è stato un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale  (unico condannato) e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso, un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio. I cittadini hanno diritto di conoscere la verità su ciò che è successo.
E’ giusto che Bruno Caccia venga ricordato non solo per le sue doti personali, ma per quello che ha fatto, per il percorso professionale che ha intrapreso usando non solo il proprio talento, la dirittura morale e la professionalità che gli erano propri; ma ad essi accompagnando e rinnovando giorno per giorno, la coerenza, la tenacia e il coraggio necessari per inseguire la verità, fino al sacrificio della propria vita.
Non saremo gli unici ad essere riconoscenti a chi saprà ricordare questo percorso, spiegando che cosa ha comportato la sua brutale interruzione e come è stata proseguita l’azione penale nelle varie indagini da lui avviate.
Una commemorazione “utile”, insomma, che non faccia leva solo sul sentimento, ma che stimoli la ragione e la riflessione; che generi piuttosto voglia di reagire e magari qualche resipiscenza.
Crediamo infatti che siano in molti a potere ancora dare un apporto utile alla conoscenza dei fatti, e ci auguriamo che qualcuno fra loro si farà avanti e racconterà ciò che sa: sarebbe un tributo anche alla memoria di nostra madre che, nei 25 anni che è sopravvissuta a suo marito, tanto si è tormentata per le questioni non risolte dalle sentenze dei processi di Milano, e per gli interrogativi che ne emergono.
Potrebbe essere un esempio di coraggio, un esempio capace di interrompere un ciclo della nostra storia italiana, martoriata da anni di menzogne, occultamenti e depistaggi che continuano a tradire la Verità e a inquinare le nostre istituzioni.
Da Torino, da questa città generosa, sono partite tante iniziative coraggiose, sono nati e sono stati esportati nel resto d’Italia tante idee e tanti fenomeni virtuosi; si è detto che Torino è la “città-laboratorio”: sarebbe bello che, ricordando il sacrificio di nostro padre, diventasse da quest’anno, seguendo la scia di altre realtà italiane, anche un laboratorio di Verità.

Guido, Paola e Cristina Caccia (Torino, 6 giugno 2013)

Il 10 luglio 2013 l’avv. Repici, quale difensore di Guido Caccia, Paola Caccia e Cristina Caccia, ha presentato una denuncia al Tribunale di Milano in cui ha chiesto la ripertura delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia sulla base delle dichiarazioni del dottor Canali e di tutta una serie di spunti individuati nel fascicolo sull’omicidio del magistrato torinese. L’avv. Repici ha messo in evidenza come la pista del riciclaggio dei soldi delle organizzazioni mafiose nei primi anni ottanta, presso il Casinò di Saint-Vincent, sia quella su cui è indispensabile sviluppare nuove indagini per identificare eventuali ulteriori mandanti (oltre a Domenico Belfiore) e gli autori del delitto Caccia rimasti ancora nell’ombra.
Iscritta la denuncia sull’omicidio Caccia come atto non costituente notizia di reato, il P.M. assegnatario del procedimento, dopo aver valutato i risultati di alcune deleghe di polizia giudiziaria che erano state espletate, ha emesso il 25 novembre 2013 un “provvedimento di archiviazione interna” ritenendo infondata la ricostruzione dei fatti e delle causali dell’omicidio Caccia così come prospettata dall’avv. Repici. Quest’ultimo ed i familiari del dottor Caccia hanno proceduto, nel frattempo, ad acquisire ed approfodire altri fascicoli processuali collegati a quello sull’omicidio del Procuratore di Torino, come il fascicolo del procedimento penale torinese sul casinò di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’) ed il fascicolo sul sequestro di Giuseppe Agrati (28 gennaio 1975). Dall’analisi comparata degli atti giudiziari sono emersi ulteriori elementi a sostegno della pista investigativa illustrata nella denuncia presentata nel luglio 2013. L’avv. Repici, il 23 luglio 2014, ha presentato al Tribunale di Milano una nuova denuncia con cui ha ribadito la richiesta di riaprire le indagini sull’omicidio Caccia ed ha sollecitato l’A.G. di Milano a svolgere tutta una serie di atti d’indagine ed accertamenti a carico di Rosario Pio Cattafi e di Demetrio Latella. In occasione della seconda denuncia, l’avv. Repici, concordando tale scelta con i figli del dottor Caccia, ha comunicato alla Procura della Repubblica di Milano la nomina del dottor Mario Vaudano in qualità di consulente tecnico.
Il 29 settembre 2014 alcuni organi di stampa hanno rilanciato la notizia della riapertura dell’inchiesta sul delitto Caccia, ma la notizia non ha trovato conferme ufficiali.15,16 ‘Che cosa ci aspettiamo? La verità. Dopo tanti anni è l’unica cosa che ci interessa’, ha detto Paola Caccia.

David Gentili, Presidente della Commissione Antimafia di Milano, ha organizzato il 3 ottobre 2014, presso la sala Alessi del Comune, l’incontro intitolato ‘Bruno Caccia, il diritto alla verità’. All’evento hanno partecipato Paola e Cristina Caccia, Fabio Repici, Fosca Nomis (Presidente della Commissione Antimafia a Torino) e Nando dalla Chiesa (Presidente onorario di Libera). L’incontro è stato l’occasione in cui i figli del giudice e l’avv. Repici hanno fatto il punto sugli elementi emersi dalle loro ricerche ed hanno chiesto con forza che le indagini sull’omicidio del dottor Caccia siano riaperte (per una completa rassegna stampa sull’incontro vedi rif. 17):

video-bruno-caccia-3-ottobre-2014

Il 17 giugno 2015 l’avv. Repici ha inoltrato una nuova memoria difensiva, nell’interesse dei figli del procuratore Caccia, al dottor Marcello Tantangelo, sostituto procuratore della Repubblica di Milano, e al Procuratore generale della Repubblica di Milano. Nella memoria si afferma che il dottor Caccia è stato vittima di un’unica “rete criminale che aveva pressoché fagocitato la gestione dei Casinò del nord Italia e della Costa Azzurra, sotto il controllo di esponenti delle mafie catanesi, palermitane, calabresi, corse e marsigliesi”.18 L’avv. Repici ha chiesto all’A.G. milanese di sentire nuovi testimoni sul delitto, a partire da Domenico Belfiore, cui è stata concessa nel mese di giugno 2015 la detenzione domiciliare in via provvisoria per gravissime condizioni di salute.19 Belfiore, oltre ad essere l’unico condannato per il delitto Caccia, è una delle persone che, qualora decidesse di riferire all’A.G. quanto a sua conoscenza, potrebbe consentire alla magistratura di fare un significativo passo in avanti nell’accertamento delle responsabilità di chi decise e realizzò l’omicidio dell’allora Procuratore capo di Torino.

Il 26 giugno 2015 la Commissione speciale Antimafia del comune di Torino, presieduta da Fosca Nomis, in seduta congiunta con i Capigruppo del Consiglio Comunale, ha audito la figlia del magistrato, Paola Caccia, e l’avvocato dei familiari Fabio Repici, che hanno chiesto di riaprire il caso. “Ancora oggi – ha dichiarato l’avvocato Fabio Repici – non conosciamo tutti gli esecutori materiali e gli altri mandanti, oltre a Domenico Belfiore, del delitto Caccia. Questo perché nessuno indagò sui casi ai quali stavo lavorando il procuratore: temi delicati, che riguardavano anche il Casinò di Saint Vincent e l’ipotesi di riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona compiuti dalla criminalità organizzata, sia siciliana che calabrese. Inoltre, ancora oggi il delitto Caccia non è mai stato collegato al tentato omicidio del procuratore di Aosta Giovanni Selis, ferito da un’autobomba il 13 dicembre 1982, sei mesi prima dell’assassinio di Caccia, mentre indagava proprio sul Casinò di Saint Vincent”. “Da anni la Commissione Antimafia della Città di Torino – ha dichiarato Fosca Nomis – segue il caso Caccia. Ora finalmente forse stiamo per arrivare alla piena verità. Per fare giustizia nei confronti dei familiari del procuratore e di una città che da sempre ha legalità e giustizia tra i propri valori fondanti. Nessuna città è immune dalla contaminazione delle mafie, ma il costante impegno di Istituzioni, associazioni e cittadini può servire a creare validi anticorpi. Lo dobbiamo anche a Bruno Caccia e ai tanti magistrati coraggiosi e integerrimi che, come lui, non sono mai scesi a compromessi, anche a costo della propria vita”.20

La richiesta dei figli di Bruno Caccia è che la Procura di Milano, ammesso che non abbia già proceduto in questa direzione, riapra le indagini sull’omicidio del padre. E’ fondamentale che i magistrati titolari del caso assumano a sommarie informazioni gli ufficiali di P.G. che effettuarono, il 18 maggio 1984, la perquisione presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi, al fine di verbalizzare quanto essi ricordano riguardo a quell’atto di indagine. Altrettanto inderogabile è l’assunzione a verbale delle dichiarazioni del dottor Olindo Canali in merito a quanto da lui conosciuto sulle indagini condotte dall’allora P.M. Francesco Di Maggio (deceduto nel 1996) per individuare gli autori dell’omicidio Caccia.
Numerosi sono inoltre gli spunti di indagine, portati alla luce dall’avv. Repici e dai familiari del giudice Caccia, che potrebbero condurre ad individuare significativi elementi di conoscenza su chi, oltre a Domenico Belfiore, decise la morte del Procuratore di Torino. La pista investigativa che individua la causale del delitto Caccia nelle indagini coordinate dal magistrato sul riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent non contraddice per nulla quanto già accertato dalla sentenza passato in giudicato a carico di Belfiore: ne completerebbe il quadro dando lo spunto per accertare eventuali eventuali responsabilità penali.

Tocca ora alla magistratura milanese il compito di dare una risposta alla domanda di verità dei figli di Bruno Caccia. Si tratta di svolgere accertamenti investigativi finalizzati a questo obiettivo: verificare se gli spunti indiziari forniti dalla pista già affiorata dalle prime indagini sull’omicidio e rinnovati all’attenzione degli inquirenti dai familiari del dottor Caccia possano svilupparsi in elementi di prova oppure no. I magistrati, gli investigatori ed i giornalisti che seguirono l’evolversi delle indagini sul delitto Caccia, le inchieste sui casinò del nord Italia e sui sequestri di persona negli anni settanta-ottanta, possono dare informazioni indispensabili per ricostruire i vuoti presenti nella verità giudiziaria accertata fino ad oggi: ciò non significa essere a conoscenza di chissà quali segreti, ma semplicemente essere portatori di un vissuto che può aiutare a definire il contesto in cui maturò l’omicidio del dottor Caccia. Questo è un appello rivolto a chiunque possa dare un contributo in questa direzione: chi ricorda elementi che possano utili per le indagini, li trasmetta ai familiari di Bruno Caccia e agli inquirenti.

‘Bruno Caccia è stato ucciso per il futuro’,
ha detto Mario Vaudano. Il debito nei confronti del giudice Bruno Caccia sarà chiuso solo quando ognuno di noi avrà fatto, nell’ambito del proprio ruolo, tutto quanto possibile per dare una risposta di verità ai familiari del Magistrato e alla collettività.

Marco Bertelli

Tratto da: 19luglio1992.com

NOTE

1), 3), 6), 8) Sentenza emessa dalla Seconda Corte di Assise d’Appello di Milano, Proc. Pen. n. 47/91 Registro Generale, Presidente dott. Giacomo Martino (28 febbraio 1992)
2), 4), 5), 7), 11), 12) Sentenza emessa dalla Prima Corte di Assise di Milano, Presidente Camillo Passerini, Proc. Pen. N. 48/88 Registro Generale (16 giugno 1989)
9) ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere’, documentario di Elena Ciccarello e Davide Pecorelli, con montaggio a cura di Christian Nasi (2013, produzione di Libera Piemonte e Acmos)
10) Approfondimento sulla biografia di Rosario Cattafi: ‘La peggio gioventù – vita nera di Rosario Pio Cattafi’, Fabio Repici, 12 novembre 2012, www.19luglio1992.com e Lumia: ‘Nessuno si faccia ingannare dal gioco che sta portando avanti Cattafi, Marco Bertelli, 16 febbraio 2013, www.19luglio1992.com
13) ‘ ‘Ndrangheta, trent’anni fa a Torino l’omicidio Caccia. Ora spuntano i servizi’, Elena Ciccarello (24 giugno 2013, Il Fatto Quotidiano)
14) ‘Delitto Caccia, spunta una telefonata La famiglia: “Riaprite il processo”’, Niccolò Zancan (20 giugno 2013, La Stampa)
15) ‘Omicidio Caccia: ora spuntano nuovi indizi, indagini riaperte’, Meo Ponte (28 settembre 2014, La Repubblica)
16) ‘La figlia di Caccia e l’inchiesta riaperta. ‘Dopo tanti anni aspettiamo solo la verità’ ‘, Meo Ponte (29 settembre 2014, La Repubblica)
17) ‘Bruno Caccia, la famiglia torna a chiedere la riapertura delle indagini’, AA.VV. (19luglio1992.com)
18) ‘Bruno Caccia, “rete criminale dei casinò dietro l’omicidio del procuratore”’, Elena Ciccarello (27 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
19) ‘Bruno Caccia: scarcerato mandante omicidio del giudice : ‘Motivi di salute’ ‘, Andrea Gianbartolomei (11 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
20) 26 giugno 2015 – Caccia, un anniversario alla ricerca di giustizia (Massimiliano Quirico, CittàAgorà, 26 giugno 2015)

LISTA ABBREVIAZIONI

P.M.: Pubblico Ministero
G.I.: Giudice Istruttore
R.G.G.I.: Registro Generale Giudice Istruttore
Trascr. dib.: trascrizione dibattimentale
c.p.p.: codice procedura penale

Processo-Trattativa parla il pentito Luigi Giuliano: “Dell’Utri minacciava Mangano per non farlo pentire”

La cronaca dell’udienza raccontata da Lorenzo Baldo:

mangano-berlusconi-dellutri“Vittorio Mangano? Qualche volta gli si accendeva la scintilla (di voler collaborare, ndr)… ma aveva paura, quasi da infarto… aveva ricevuto minacce che se si fosse pentito la sua famiglia sarebbe scomparsa e sciolta nell’acido”. La voce del collaboratore di giustizia Luigi Giuliano, “O’ rre”, arriva nitida dal sito riservato collegato in videoconferenza all’udienza odierna del processo sulla trattativa. “Ma da chi era minacciata la famiglia di Mangano?”, chiede il pm Francesco Del Bene. “Mangano mi fece il nome di Dell’Utrio (Marcello Dell’Utri, ndr)… che aveva rapporti con lui… un potente della politica”. Il riferimento è all’ex braccio destro di Berlusconi, attualmente in carcere per scontare una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

L’ex boss camorrista, già a capo della “Nuova Famiglia”, riaccende quindi l’attenzione sui suoi contatti con l’ex “Stalliere di Arcore” morto di cancro nel 2000. “Vittorio Mangano l’ho conosciuto nei primi anni ’70 a Milano perché era amico di un mio amico che si chiamava Nunzio Guida, legato a Michele Zaza”, racconta Giuliano. “Successivamente, intorno al ’99, sono stato detenuto nel carcere di Secondigliano al 41bis, c’era un reparto adibito all’ospedale… per pochissimi giorni siamo stati nella stessa stanza con Mangano”. Ed è in quelle condizioni che l’ex capo della “Nuova Famiglia” riceve alcune “confidenze” da parte del defunto reggente di Porta Nuova.  “Vittorio era assai preoccupato perché temeva che fuori dicessero che lui potesse accedere al pentimento…lo hanno minacciato che avrebbero fatto a pezzi la sua famiglia… anche se non prendeva questa decisione qualcuno poteva far passare la notizia che collaborava…”. Il pm riprende un verbale del 2002 nel quale lo stesso Giuliano era stato decisamente più esaustivo: “Mangano conosceva tantissime cose e più volte ha fatto riferimento a Berlusconi e Dell’Utri, Mangano mi disse che la carriera politica di Berlusconi era la prosecuzione della carriera politica di Andreotti”. L’ex boss conferma quanto dichiarato tredici anni fa aggiungendo che “quello era un motore per portare avanti un sistema criminale mafioso… si doveva far abolire il 41bis, i benefici per i pentiti… che bisognava distruggere”. Berlusconi e Dell’Utri? “Erano la stessa cosa, me lo diceva Mangano: Berlusconi-Dell’Utri-mafia… uno stesso sistema criminale. Mangano voleva farmi intendere che la mafia aveva questa potenza con loro…”. Giuliano spiega quindi di essersi pentito nel 2002 per “una conversione spirituale” legata alla figura di Gesù Cristo. “Anche se salvo una sola vita – ribadisce il collaboratore –  ho il dovere di farlo davanti alla giustizia di Dio e degli uomini. Mi hanno ammazzato tre persone care, tra queste anche mio figlio…”. Alla domanda del pm se avesse mai conosciuto Totò Riina, Giuliano replica di averlo incontrato nei primi anni ’70 “quando (Riina, ndr) frequentava i night club in via Caracciolo”. Il legale del capo di Cosa Nostra chiede in seguito in quale occasione avrebbe avuto con Riina “un contatto diretto per parlare di un argomento specifico”. “Ci siamo parlati… un discorso fugace… alla villa di Nuvoletta a Marano in piena guerra con Cutolo”, replica l’ex boss. Che non intende approfondire l’argomento in quanto a suo dire rientrerebbe all’interno di indagini in corso. Immediata la contestazione da parte dell’avv. Cianferoni fortemente dubbioso sulla spiegazione fornita dal collaborante. La questione sollevata si conclude lì.

(fonte)