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Solo un’intervista

La mia intervista rilasciata per gli amici di Tivoli Liberatutti:

11265401_875148892556424_1075474428854141994_ndi Davide Fabi 

Attore, politico, cantastorie, scrittore, attivista in prima linea contro la mafia e tanto altro.
Ma forse meglio di lui nessuno può presentarlo: “Io sono di sinistra. Della sinistra che sta nell’idea che preserva il suolo, l’ambiente, l’acqua e l’aria come bene comune. Che crede nell’impegno dell’uguaglianza: uguaglianza di possibilità, uguaglianza sociale e uguaglianza nei diritti e nei doveri. Della sinistra che trova inaccettabile questo paese come laboratorio del totalitarismo moderno. Che crede nel valore della laicità e vigila sulla libera professione delle fedi, che coltiva la ricchezza delle differenze, che pretende dignità nel lavoro, che crede nelle leggi come opportunità di convivenza e di tutela, che condanna lo sfruttamento e il mercimonio e che ha una storia di persone e di valori. Così, tanto per chiarire.”

Ci ha risposto a qualche domanda.

 

Iniziamo dall’EXPO. L’evento è iniziato da pochi giorni ed è già tempo di bilanci. 

14 Miliardi di euro. 

Il 5,4 % di quanto viene speso in un anno per le pensioni italiane. 

3,2 Miliardi di euro solo per la costruzione dei padiglioni. 

Il Padiglione ITALIA doveva costare 63 milioni di euro, ora ne costerà 92.”

Questi sono alcuni dati dell’EXPO. Ma s’è l’è giocata veramente così male l’Italia l’organizzazione di quest’evento?

Ci sono, secondo me, due considerazioni importanti: l’esborso economico, in primis, non mi pare in linea con la situazione economica italiana (ma diciamo pure europea) e ovviamente la politica “fa politica” nel momento in cui decide come destinare i soldi. Credo che il problema sia come quei soldi avrebbero potuto essere utilizzati altrimenti per cogliere nel pieno lo spirito dell’evento che fin dall’inizio dichiaratamente era di proporre un modo etico e nuovo per nutrire il pianeta. Certo è che solo alla conclusione di Expo si potranno tirare le somme, considerando non solo le “entrate economiche” ma anche e soprattutto se davvero si sarà riusciti a formulare una nuova cultura del cibo. E su questo mi arrogo il diritto di essere pessimista.

Poi c’è la sfida internazionale di riuscire a raccontare un’Italia che riesce ad affrontare un grande evento senza incappare in mafia e corruzione. Ebbene, nonostante l’impegno di Cantone e le promesse dei vari amministratori a tutti i livelli mi sembra che si possa serenamente dichiararsi sconfitti. Senza elencare gli innumerevoli micro casi basti pensare che tra gli indagati (con evidenti prove a carico) c’è il collaboratore più stretto di Giuseppe Sala. Può bastare?

Lotta alla criminalità organizzata. “La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.” queste parole sono di Giovanni Falcone, di cui pochi giorni fa è stato l’anniversario della morte. E’ vivo il tuo impegno contro le mafie, non solo quelle che operano nei ben noti territori del Meridione ma anche quelle che si spostano al Nord Italia passando per Roma, e si confondono dietro appalti truccati e infinite colate di cemento. Quanto è grave il problema delle mafie nelle zone in cui si crede non sia presente?

Al nord si è riusciti nella disdicevole impresa di convincerci che mafie e corruzione siano due fenomeni distinti e quindi ha avuto gioco facile chi si è appoggiato alla retorica della coppola e della lupara per negare l’esistenza del fenomeno. La pervasività delle mafie è larga ovunque lo Stato perda sul campo dei servizi e delle rassicurazioni sul futuro rispetto alla criminalità organizzata: credo che su questo versante il nostro Paese sia abbastanza unito. Ora, dopo la fase della presa di coscienza, mi auguro che si passi all’analisi e alla costruzione di chiavi di lettura collettive: questo è compito anche della scuola, della politica oltre agli operatori culturali.

Il Teatro. Hai fondato nel 2001 la “Bottega dei Mestieri Teatrali”, dalla tua biografia (https://www.giuliocavalli.net/chi-sono/) ti dipingi come un cantastorie, cosa ti ha spinto a raccontare a teatro tanti avvenimenti della storia italiana recente?

Forse per una mia stortura credo che la contemporaneità sia un dovere morale per chi ha il privilegio di fare il mio mestiere. Farsi ascoltare è cosa talmente rara che non si può sprecare raccontando storie che non siano utili per leggere meglio il presente.

Le storie/1. Tra i tanti temi trattati, hai portato a teatro la tragica storia di Carlo Giuliani e di quel luglio genovese. Il 7 aprile 2015, in merito ai fatti della scuola Diaz, i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno condannato all’unanimità lo Stato Italiano per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti dell’uomo (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”) ritenendo che l’operato della Polizia di Stato “deve essere qualificato come tortura. Che ricordo hai di quei giorni caldissimi?

La mia esperienza con le forze dell’ordine deriva da un angolo di osservazione piuttosto atipico: sono sempre stato “vicino” a molti movimenti di protesta (per un mio vecchio vizio di prendere posizione, parteggiare appunto) e allo stesso tempo ho un rapporto quotidiano con le forze dell’ordine che mi proteggono. Io credo che in un Paese democratico le critiche agli abusi e alle prepotenze (soprattutto se perpetrate da forze pubbliche) siano l’unico reale rispetto che si possa avere. Quindi non sopporto i “difensori” per postura e allo stesso modo i “colpevolisti” per pregiudizio.

In questa posizione dico che Genova (parlo della Diaz e di Bolzaneto) è stato uno dei momenti più bassi di democrazia. Anzi, concordo in pieno nella definizione di “sospensione della democrazia” ed evidentemente, come succede spesso in Italia, hanno pagato solo i pesci più piccoli. In quei giorni (come avviene ancora oggi) la criminalizzazione dei manifestanti sparata a cannonate dai principali network televisivi ed editoriali è riuscita nell’impresa di nascondere le reposnabilità e addirittura i fatti.

Le storie/2. È in corso un progetto di autofinanziamento per il tuo prossimo spettacolo “L’amico degli Eroi” (https://www.produzionidalbasso.com/pdb_3875.html). Lo spettacolo, scritto diretto ed interpretato da te e con le musiche di Cisco Bellotti, è “liberamente ispirato alla vita di Marcello Dell’Utri”. 

Come sta andando la raccolta fondi? Cosa puoi dirci di più sullo spettacolo?
Quanto influirà ancora questo modo di intendere la Politica? Per quanto ancora pagheremo lo scotto di aver permesso e concesso a questi personaggi di avere il potere?

Dopo aver lavorato su Giulio Andreotti (con un libro e con uno spettacolo) era inevitabile scivolare sull’andreottismo moderno portato avanti da Marcello Dell’Utri nella sua doppia veste di servitore imprenditoriale e servitore politico. Ricordo che Gian Carlo Caselli, eravamo ancora all’inizio della stesura de “L’innocenza di Giulio”, predì che il passo successivo avrebbe dovuto essere uno studio su Dell’Utri. Io non temo tanto Andreotti o Dell’Utri, sia chiaro, quanto l’andreottismo e il dellutrismo che hanno proposto un metodo di gestione del potere in cui le mafie vengono trattate come soggetti autorevoli per il confronto, lo scambio e l’eventuale convergenza di obiettivi.

Questa volta poi abbiamo deciso di organizzare una “produzione sociale” che mettesse insieme tanti piccoli coproduttori piuttosto che amministrazioni pubbliche e fantomatici bandi: credo che il metodo di produzione di uno spettacolo sia una caratteristica fondamentale dell’etica di preparazione del prodotto culturale e trovare così tanti sostenitori tra il mio pubblico e i miei lettori inevitabilmente mi responsabilizza molto di più tenendomi tra l’altro ben saldo con i piedi per terra piuttosto che perdere energie e tempo in assurdi, patafisici rapporti politici con amministratori troppo spesso incompetenti nel campo culturale. Siamo vicini al raggiungimento della quota che ci permetterà di andare in scena e di dare alle stampe il libro con il copione e le informazioni giudiziarie del processo di Dell’Utri a Palermo. Io credo che finché non riusciremo a riconoscere i “dellutrismi” oltre a Dell’Utri non saremo capaci di disinnescare questo stillicidio di politici indegni.

PS Siamo in dirittura d’arrivo del nostro crowdfunding per il mio prossimo spettacolo e libro. Se volete darci una mano potete farlo qui. E passatene parola. Se potete e se volete. Grazie.)

 

Strage Borsellino: il depistaggio si fa Stato

scarantino-675.jpgIo non riesco a capire perché il falso pentito Scarantino (che in questi giorni sta rilasciando delle deposizioni incredibili sugli uomini di Stato che l’hanno costretto a dichiararsi colpevole per l’omicidio del Giudice Paolo Borsellino) passi sotto tutto questo silenzio. Non riesco davvero a capire perché un’Antimafia di Governo che si strilla in faccia per De Luca finga di non vedere e di non sapere che la verità sulla morte di Falcone e Borsellino finora non è altro che la sabbia di una menzogna di fango. E nemmeno le grandi associazioni antimafia, quelle che non lesinano una parola di comprensione a nessuno pur di essere onnipresenti, alzano la voce. Questo è un Paese che non riesce a cercare la verità. Nemmeno adesso che dovrebbe essere molto più semplice e invece si continua a stare zitti. E quando lo Stato sta zitto sulle mafie significa che è ancora ricattabile da loro. E questa cosa, lo confesso, mi fa volare via dalla rabbia e dalla disperazione perché significa che le radici del potere sono sempre le stesse.

Ecco l’articolo de Il Fatto:

“Lo sapevano tutti che ero un falso pentito. Lo dicevo anche ai pm che io, con l’omicidio del dottor Borsellino, non c’entravo nulla”. L’esame di Vincenzo Scarantino nel Borsellino Quater è andato avanti per tre giorni, con pazienza gli inquirenti stanno ricomponendo un puzzle impossibile. E’ la fotografia di un clamoroso depistaggio di Stato ciò che per 20 anni si è nascosto dietro la strage di via D’Amelio.

L’ex picciotto della Guadagna racconta che l’allora procuratore generale di Caltanissetta, il dottor Giovanni Tinebra, provava a lenire il suo senso di colpa spiegandogli che avrebbe dovuto prendere la sua falsa collaborazione come un lavoro, mentre la dottoressa Anna Maria Palma lo consolava spiegandogli che i nomi che lo spingevano a fare, nella fantasiosa ricostruzione della strage, erano comunque colpevoli di altri crimini. Dichiarazioni pesanti, a Scarantino trema la voce, ma è stanco di mentire, è stanco di fingere e più volte in aula scoppia a piangere. “Mi sento addosso 130 anni. Credetemi, ho visto di tutto nella mia vita, imploro pietà, vorrei solo essere lasciato in pace”. Enzino dice di aver paura, lascia intendere di subire ancora pressioni, ma su domanda specifica, dopo un lungo silenzio, con un filo di voce aggiunge “è meglio che non parliamo di queste cose”.

Allora si parla d’altro, si torna indietro nel tempo e dei suoi rapporti con gli uomini del gruppo Falcone-Borsellino. “Il dottor Bo voleva che mi accollassi anche un duplice omicidio. Ricordo che era stato ucciso un poliziotto insieme alla moglie in cinta”. E’ l’omicidio, tutt’oggi avvolto nel mistero, di Nino Agostino e della sua giovane sposa. Una dichiarazione che completa ciò che il papà di Agostino, appena un anno fa aveva pubblicamente denunciato. “Nella disperata ricerca di Faccia da Mostro, nel 1990 il dottor Arnaldo La Barbera mi ha convocato diverse volte in questura per mostrarmi delle fotografie dei possibili autori dell’omicidio di mio figlio. Tutte le volte puntava il dito su un tipo biondino che non avevo mai visto prima. Solo dopo la strage di via D’Amelio, quando vidi in televisione il volto del pentito cardine di quel processo riconobbi che si trattava di Scarantino”.

Un fantoccio perfetto, ignorante, emarginato e ricattabile. Pronto all’uso per qualsiasi crimine da insabbiare, mistificare o depistare. E’ questo il profilo di Scarantino che emerge dall’ultima udienza del Borsellino quater. “Mi facevano studiare sul libro di Buscetta per imparare a essere un bravo collaboratore di giustizia, prima degli interrogatori mi dicevano cosa dovevo dire”, riprende Scarantino dopo una lunga pausa. “Ci risulta che lei fosse in possesso dei verbali da lei stesso resi prima ancora che venissero depositati, chi glieli dava?” chiede il pm Gabriele Paci commentando che “questo è il teatro dell’assurdo”. Glieli dava la dottoressa Palma tramite il funzionario di polizia Mattei, spiega Scarantino, “faceva parte del mio indottrinamento perché a volte sbagliavo e bisognava correggere il tiro per far collimare le mie dichiarazioni con quelle degli altri due pentiti, Candura e Andriotta”.

In fondo all’aula, ad ascoltare le dichiarazioni di Scarantino c’è Tanino Murana, un povero cristo che ha scontato 19 anni di 41bis per colpa delle false dichiarazioni di Enzino. Non si è perso neanche un’udienza, è parte civile e in ballo c’è la sua vita. Il pentito farlocco gli chiede perdono, ma Tanino l’ha perdonato da un pezzo. “Enzo è una vittima, proprio come me”.

Il prossimo 19 luglio saranno passati 23 anni dalla morte del giudice Borsellino e degli uomini della sua scorta. C’è solo da augurarsi due cose: che nella vetrina di via D’Amelio nessuno si batterà più il petto dicendo che quella stage è orfana della verità e che la dottoressa Palma, di recente trasferita alla procura generale di Catania, faccia un passo indietro quando alla sua Procura verrà chiesto di revisionare il Borsellino bis.

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La verità sul sequestro Sgarella. Con 14 anni di ritardo.

161036129-1568eba8-c1a1-45ae-b09b-425485059ca9Un’intercettazione per raccontare la verità sul rapimento di Alessandra Sgarella, uno dei più oscuri nella drammatica epoca dei sequestri di persona. Parole che confermano una volta di più l’importanza della trattativa Stato-mafia, svelando il nome del boss che in cambio di robusti favori carcerari decise di liberare l’ostaggio. Un’intercettazione registrata più di 14 anni dopo la notte del 3 settembre 1998 quando l’imprenditrice fu liberata e ritrovata in un frazione del comune di Locri.

Molto tempo dopo, nell’estate del 2012, a bordo di una Citroen C2, Michele Grillo e Agostino Catanzariti iniziano a parlare del sequestro. Loro sanno, lo c’erano, loro sono tra i fondatori della ‘ndrangheta in Lombardia. Fanno il nome di Giuseppe Barbaro detto Peppe u Nigru classe 1948. E’ lui, secondo la loro ricostruzione, “l’autorevole personaggio” che si adoperò per la liberazione. U Nigru, morto nel 2012, durante il sequestro si trova in carcere a Melfi. Originario di Platì, all’epoca del rapimento rappresenta uno dei boss più carismatici e potenti di tutta la ‘ndrangheta. Fino a oggi il suo nome era rimasto ben custodito dietro agli omissis delle informative. Ora lo svela Catanzariti in una lunga intercettazione messa agli atti dell’inchiesta Platino che nel 2014 ha chiuso il cerchio attorno ai nuovi eredi della potente cosca Papalia. Dice Catanzariti: “Del vero responsabile non ne hanno parlato mai. Adesso, se noi sappiamo che Michele andava con lui, io so vita e miracoli”. Il reggente del clan (condannato a 14 anni per mafia con rito abbreviato) si riferisce a Michele Grillo, il quale, durante il periodo del rapimento, si trova ristretto nello stesso carcere di Peppe u Nigru. “Sì che andavo con lui – spiega Grillo – . Quando l’hanno chiamato, io ero alla matricola. A me, sai cosa m’aveva detto lui? Se non potevamo vedere. Chiedeva: secondo te, chi ce l’ha? Come, quando. Parlammo di questo. Gli ho detto: che ne so, uno può chiedere. Avevano arrestato ai cosi, là i Canotti (Lumbaca, ndr)”.

La complessa storia del sequestro Sgarella inizia l’undici dicembre 1997 in via Caprilli, Milano, zona San Siro. Qui viene sequestrata, portata in un covo di Buccinasco e quindi trasferita in Calabria. Subito partono le ricerche. Ma sono tentativi vani. L’Aspromonte è un impero inespugnabile. San Luca, Bovalino, Natile, Platì, sono avamposti di una ‘ndrangheta all’epoca ancora poco esplorata. Il 26 giugno 1998 finisce nella rete il clan Lumbaca (i Canotti di cui parla Grillo nel 2012). Tutti saranno condannati per il sequestro. Ma quando scattano le manette la signora Sgarella è già stata trasferita in un altro covo. Da quel momento in poi tutto tace. Sono settimane di angoscia e di terribile silenzio. Si legge nella sentenza del tribunale di Milano: “Nell’assenza assoluta di spunti, gli investigatori si misero alla ricerca di ogni possibile appiglio”. Vennero attivate “tutte le fonti confidenziali possibili”. Sentito come teste in aula un investigatore spiega: “Decidemmo di avviare contatti con fonti inserite in certi tipi di ambienti criminali per poter riprendere un filo investigativo interrotto con l’arresto dei Lumbaca”. Il canale sarà attivato con profitto. E solo grazie a questa trattativa la signora Sgarella potrà essere liberata.

Torniamo, allora, all’intercettazione del 2012. All’epoca, Alessandra Sgarella è morta da poco più di un anno a causa di un male incurabile. Si spegnerà la sera del 27 luglio 2011. Nello stesso giorno per il sequestro della donna viene catturato Francesco Perre. Era latitante dal 1999. Dice Catanzariti: “Noi sappiamo le cose dalla A alla Z. Che poi, nominandolo a luogo buono, dispiace perché per me è stato un amico Peppe. Io sono convinto ancora tutt’oggi che Peppe non se l’è cantata, per dire, che: i responsabili sono…”. Catanzariti parla con rispetto di Barbaro. I due sono storicamente molto legati. Entrambi a Milano hanno iniziato i primi sequestri di persona. Ha ragione Catanzariti: u Nigru si è occupato solo della liberazione della Sgarella, i sequestratori non sono stati venduti ma sono caduti nella rete degli investigatori. Che Peppe u Nigru sia la vera fonte, Catanzariti lo desume anche da alcuni atteggiamenti tenuti dal clan Papalia durante il maxi-processo milanese Nord-sud. “U ‘Nginu (Rocco Papalia) e ‘Ntoni (Antonio Papalia) l’hanno sputtanato spudoratamente”. E lo hanno fatto pubblicamente dicendo: “Pare che mio cugino non viene al processo: si vergogna a farsi vedere con noi e loro”. E poi ci sono particolari inediti rispetto alla liberazione, particolari rimasti nelle pieghe delle informative. Come il fatto che la Sgarella non trovò la cabina che le era stata indicata e s’infilò in un’abitazione in località Moschetta di Locri. “Che lei – spiega Catanzariti – non aveva trovato la cabina”. Questo provocò un’inevitabile discovery delle indagini. “Lì si è sputtanato tutto”. Il caso della cabina, infatti, già all’epoca svelò in parta la trattativa di cui nel 2012 parlano i due uomini della ‘ndrangheta. Spiega Catanzariti: “Dice che ha bussato lì, alla porta”. Il tramite tra u Nigru e lo stato fu l’avvocato del boss. “Allora, l’avvocato Speziale (difensore della famiglia Barbaro, ndr) disse: ispettore se sapevo di più glielo avrei detto!”. L’accordo operativo fu: “Se sei tu (inteso il legale) che t’interessi, questo è il numero. Quando la liberi fatti sentire”. E infatti quando la Sgarella fu portato al commissariato di Siderno aveva un taccuino con annotato il cellulare di un investigatore. Lo stesso cellulare che contattò dalla casa nella Locride.

In cambio del suo aiuto Peppe u Nigru ottenne di essere trasferito dal carcere di Melfi a quello di Locri. Trasferimento, rimasto sconosciuto fino a oggi, che avvenne il 31 luglio 1998, pochi mesi prima della liberazione e subito dopo l’accordo raggiunto con lo Stato. Non solo. Secondo Catanzariti, la sua collaborazione nel sequestro gli valse anche l’assoluzione nel rapimento di Evelina Cattaneo. Spiega Catanzariti (condannato per la Cattaneo): “Non ci potevano assolvere a tutti per il sequestro. Non potevano per linea di logica. Quando si fa un accordo”. Peppe u Nigru, nonostante il pentito Saverio Morabito lo collocasse nel luogo dell’azione, fu assolto per non aver commesso il fatto. “Quando Alberto Nobili – spiega Catanzariti – ha chiesto la condanna per me, l’ha chiesta per Nino ‘u Pistacchio e l’assoluzione per Ciccio ‘u Surici e per Ciccio ‘u Mbilla”. Mentre “per quanto riguarda Giuseppe Barbaro u Nigru” Catanzariti cita le parole dell’allora pm “lascio il parere alla Corte”. Quindi commenta: “Più chiaro di questo come cazzo lo doveva dire”.

Con il boss fu un dare e avere. La ‘ndrangheta ebbe altri grossi favori. In particolare, spiega Catanzariti nel lungo dialogo con Michele Grillo, ottennero sconti i Barbaro detti Spariti. Si tratta di due fratelli, Giuseppe e Rocco. “Adesso – dice Catanzariti – ma che nicche e nacche, ‘u Sparitu e i coglioni e il cazzo, sappiamo le cose”. Sconti consistenti di pene. Tanto che nel 2003 Rocco Barbaro finisce in carcere e dopo che l’Appello gli diminuisce drasticamente la condanna a 30 anni del primo grado torna libero nel 2012. Si trasferisce a Buccinasco. Catanzariti lo definisce “il capo di tutti i capi di quelli che stanno qui (al nord)”. U Sparitu oggi vive a Platì da uomo libero. Catanzariti, invece, sta in carcere. Lui, il boss dalla bocca troppo larga, che tra una chiacchiera e l’altra, oltre alla Sgarella, ha fatto riaprire un caso di omicidio mandando a processo il superboss Rocco Papalia blindandolo nuovamente in carcere a pochi mesi dalla sua liberazione dopo oltre vent’anni di galera.

(clic)

Lo faremo anche per loro

musica12Confesso di avere riscritto il titolo al post: avevo pensato “lo faremo alla faccia loro” e invece mi sono corretto perché voglio costringermi a non appiattirmi sulle rivendicazioni, soprattutto di questi tempi in cui la vendetta (perlomeno verbale) sembra diventata un diritto e una buona prova di forza. Quindi lo spettacolo L’AMICO DEGLI EROI lo faremo anche per tutti quelli che in questi mesi hanno sperato che non si facesse, quelli per cui il “teatro civile” vale per i piccoli boss sparsi per l’Italia ma “meglio non impelagarsi nella politica”. In fondo già con L’INNOCENZA DI GIULIO (sia con lo spettacolo sia con il libro uscito per CHIARELETTERE) abbiamo toccato con mano quanto sia diffusa l’antimafia che si definisce “apolitica” per potere essere “parapartitica”.

Comunque ci siamo: nonostante tutto siamo alla fine del nostro #crowdfunding (mentre scrivo se non sbaglio mancano duecento euro) che ci permette di andare in scena (e in stampa con un “libretto di sala” che in realtà è un libro) con una fila lunga di quasi 200 produttori. E duecento persone che decidono di “investire” su uno spettacolo teatrale che ha come “protagonista” quello stesso Marcello Dell’Utri che in tanti hanno voluto seppellire (nella memoria, almeno) sono anche il senso di un mondo fatto di persone migliori. Dei nostri dirigenti, dei nostri intellettuali e dei nostri “opinion leader”.

E se è vero che ora l’aspetto finanziario è quasi praticamente concluso, la nostra idea di produzione sociale ci impone di cimentarsi nella “consultazione” dei coproduttori anche nella stesura del copione e nell’allestimento dello spettacolo. Ovvero: vorremmo (e lavoreremo per) tenere “insieme” tutti anche nei momenti che precedono la messa in scena. Non sarà facile per niente (già qualcuno mi ha fatto degli “amichevoli appunti” sul titolo, per dire) e se ci pensate per il pensiero comune è anche poco conveniente visto che il teatro oggi, quasi dappertutto, ha l’unica preoccupazione di rendicontare i soldi ricevuti come se questa sia l’unica priorità nel rapporto di produzione. Insomma: non scriveremo una nuova epoca ma sicuramente decidiamo di mettere in discussione con forza il rapporto tra il teatro e la produzione spostando l’assistenzialismo in partecipazione. E essendo oggi gran parte degli Enti Pubblici incapaci (o disinteressati) alla partecipazione abbiamo deciso di affidarci al pubblico. Cambia una vocale ma c’è tutto un mondo, in mezzo.

Ah, per gli ultimi posti disponibili basta andare qui.

 

Mafia Capitale capitolo secondo: l’ordinanza completa

172826636-4a9faf2f-10ab-4ef6-b071-8ec4839cb9a0Siccome già questa mattina fioccano gli editoriali sugli arresti di ieri a Roma e siccome ancora una volta sono tutti colpevoli e tutti innocenti (come dopo i risultati elettorali) vale la pena leggere, studiare e analizzare per capire.

L’ordinanza completa in PDF è qui.

Ancora sul silenzio intorno all’omicidio di Piccolino (e sul Senatore Moscardelli)

FREEVILLAGE-DAY-A-01-BISBene che le indagini siano partite da indicazioni precise e da sospetti che premiano almeno la qualità di scassaminchia certificato di Mario. Ma tra i tanti silenzi che urlano in questi giorni Raffaele me ne segnala uno che è almeno molto curioso: il silenzio di Claudio Moscardelli. Il Moscardelli è senatore del PD, membro della Commissione Antimafia e residente in quel di Latina così vicina a Formia. Eppure non gli è passato per la testa nemmeno un omaggio finto, un pensiero dovuto, una parola che sia una. Nemmeno sulla sua pagina facebook in cui parla di tutto. Sarebbe il caso di ricordarglielo, forse.

Il boss Lampada e quando la cella diventa un bluff

INT06F1A_1831362F1_1-ksJC-U43090210230592nSH-1224x916@Corriere-Web-MilanoNonostante le mie posizioni politiche sono stato sempre molto insofferente alla mancanza della certezza della pena per i boss. Particolarmente per gli ‘ndranghetisti lombardi, per una questione personale (mica per niente sono quelli che mi hanno condizionato la vita, eh). Leggere della detenzione dorata di Giulio Giuseppe Lampada (il braccio imprenditoriale del clan Condello in Lombardia, per dire) mi sembra un insulto. Mi auguro che qualcuno in Commissione Antimafia abbia il tempo di porre qualche domanda.

Qui l’articolo dell’amico Cesare Giuzzi:

Dice di mangiare «solo frutta e merendine». Di avere perso 10 chili solo negli ultimi 7 mesi. Dei suoi 130 chili per un metro e novantuno d’altezza resta ben poco. L’omone che in un’alba di fine novembre 2011 si trovò davanti i poliziotti della Mobile è oggi un manichino che si rigira nel letto «abbigliato in modo poco curato e non in ordine dal punto di vista dell’igiene», per usare le parole dello psichiatra torinese Elvezio Pirfo, il medico incaricato dal Tribunale del Riesame di valutare le sue condizioni di salute e la compatibilità con la detenzione. Pirfo è l’ultimo di un lungo elenco di dottori (27 per la precisione) che lo hanno visitato fin dal momento del suo arresto. Perché Giulio Giuseppe Lampada, 44 anni il prossimo 16 ottobre, sembra essere diventato ormai un caso più unico che raro. Condannato in appello a 14 anni e 5 mesi per associazione mafiosa, il boss è stato dichiarato definitivamente «incompatibile» non solo con la detenzione in carcere, ma anche con il trasferimento in un reparto psichiatrico penitenziario, con un ricovero in una struttura ospedaliera esterna e perfino – ultimo rocambolesco colpo della sua vicenda giudiziaria – con la permanenza in una comunità protetta dove avrebbe dovuto scontare i domiciliari.

Perché l’uomo condannato con l’accusa di essere il braccio imprenditoriale e finanziario del clan Condello a Milano (élite della ‘ndrangheta di Reggio Calabria) ha una «tremenda» avversione per le sbarre, per le divise e perfino per i medici in camice bianco. Per questo motivo venerdì sera è arrivato l’ennesimo colpo di scena dei giudici: Lampada deve essere trasferito dalla comunità protetta Pra’ Ellera di Cairo Montenotte in provincia di Savona e scontare i rimanenti anni della condanna per mafia ai domiciliari. Così da ieri il boss dei videopoker accusato di avere corrotto due magistrati per ottenere informazioni sulle indagini a suo carico, è tornato nella villa-bunker di via San Martino 10 a Settimo Milanese. Con lui, ben protetti dagli occhi degli intrusi, ci saranno anche la moglie e le tre figlie.
La decisione dei giudici è arrivata dopo un iter giudiziario piuttosto complesso. Il pm della Dda di Milano Paolo Storari, aveva infatti presentato ricorso in Cassazione contro la precedente decisione (ottobre 2014) di concedere i domiciliari nella comunità protetta. La Suprema corte aveva poi deciso di annullare il provvedimento e di rinviare il caso ancora ai giudici del Riesame di Milano per una valutazione definitiva. Decisione che è arrivata proprio venerdì sera con la concessione dei domiciliari nella villa di residenza. A motivare la decisione dei giudici, ancora una volta, il parere dei medici che hanno visitato il boss. Comprese le perizie di parte dei criminologi Francesco Bruno e Alessandro Meluzzi.

Giulio Lampada, però, non è pazzo. E per quanto scrive il perito Elvezio Pirfo nella sua relazione al Riesame di Milano, non soffre neppure di una specifica malattia psichiatrica: «Allo stato non è riconoscibile una malattia in senso stretto». Tuttavia, secondo il medico, «va affermata l’esistenza di un funzionamento psicopatologico molto significativo che invece assume la qualità di condizione morbosa». Perché Lampada «ha un’idea di sé al tempo stesso grandiosa e fragile», non assume le medicine previste dalla terapia ma certamente «non si tratta di disturbi fittizi o simulazioni». Secondo il medico anche se questi sintomi «non sono “malattia” in sé», vanno considerati come «fattori di rischio, elementi di potenziali sviluppi di più gravi disturbi mentali»: «Chi scrive (il medico, ndr) non è in grado di affermare se le cure della sintomatologia depressiva oggi rilevabile possano essere effettuate in un ambiente piuttosto che in un altro, mentre è ragionevole sostenere che la permanenza nei luoghi ritenuti ostili con molte probabilità indurrebbe azioni a rischio per la sopravvivenza dello stesso, siano essi gesti anticonservativi o strategie di rifiuto delle cure tali da determinare l’incompatibilità con il regime carcerario». Secondo il medico le cure nella comunità terapeutica «non hanno ottenuto gli effetti attesi perché il dis-funzionamento mentale si è ulteriormente consolidato diventando uno stato morboso di natura obiettiva che si risolve anche in malattia fisica».

Lampada, durante i 7 mesi trascorsi in Liguria non è mai uscito dalla sua stanza, neppure si è affacciato al balcone della casa di cura e ha bisogno di assistenza anche per andare in bagno. Una decisione, quella del Riesame, accolta con soddisfazione dal legale di Lampada, l’avvocato calabrese Giuseppe Nardo, che assieme al collega Vincenzo Vitale ha assistito il 44 enne durante tutte le fasi del giudizio.
Lampada sostiene di essere stato vittima di una persecuzione giudiziaria, dell’accanimento dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Milano, di «essere innocente». Nella sua camera, a Pra’ Ellera, viveva circondato di faldoni giudiziari, carte che in alcuni passaggi – dicono i medici – ha imparato a memoria: «Non riesco a dormire la notte, mi sveglio piangendo. Mi metto a tremare. Da un mese, quando è successo il caso di Giusti, mi vengono cattivi pensieri…». Il caso citato è quello dell’ex giudice di Palmi, Giancarlo Giusti, arrestato proprio assieme a Lampada con l’accusa di essere stato corrotto con donne e festini al Grand hotel Brun di Milano. Giusti si è impiccato a metà marzo mentre si trovava ai domiciliari in Calabria il giorno dopo che la Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a 3 anni e 10 mesi. Secondo i magistrati Lampada era un boss in grado di intrattenere relazioni di alto livello con il mondo politico, come il consigliere comunale Armando Vagliati (indagato e archiviato) o il politico calabrese Francesco Morelli (arrestato).
«Io sono una persona garbatissima – ha detto durante il colloquio con i medici -. La Procura mi vuole morto, forse per uno scontro tra magistrati. Io ero un politico del Pdl all’epoca. Sono anche Cavaliere di San Silvestro…».

#MarioPiccolino uno di quelli che se non sono entrati nell’antimafia istituzionale e televisiva per voi non esistono

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Una cosa che non troverete scritta da nessuna parte è che Mario fosse considerato un “eccentrico”. Succede in tutti gli angoli d’Italia che la prima mossa per isolare chi denuncia ad alta voce sia quella di sottolineare le stranezze, di dargli un aspetto caricaturale in modo che Prefettura e Forze dell’Ordine possano arrogarsi il diritto di prendere la questione poco sul serio. E così nel Paese delle scorte usate come mantelli da una classe dirigente piena di ombre, ammazzare Piccolino diventa una passeggiata. Piccolino chi? mi stanno scrivendo in queste ore: uno di quelli che se non sono entrati nell’antimafia istituzionale e televisiva per voi non esistono. Un Piccolino così.

L’articolo completo scritto per L’Espresso lo trovate qui.

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Lo dice anche Gratteri: “Quindi ogni volta ci si meraviglia, io invece mi meraviglio che la gente continui a meravigliarsi”

Gratteri-panorama-ditalia013-1000x600“Non posso dare valutazioni politiche, ogni volta che ci sono elezioni di qualsiasi genere c’è sempre ritornello su codice autoregolamentazione. Ma se chi fa le liste conosce chi ci mette, fa un calcolo cinico, mette pregiudicati o faccendieri e calcola che una fetta di elettorato comunque li voterà. Quindi ogni volta ci si meraviglia, io invece mi meraviglio che la gente continui a meravigliarsi”. Così si è espresso Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria e con Antonio Nicaso autore di Oro bianco (Mondadori editore, 263 pagine, 18 euro), intervistato a Varese nella quarta tappa del tour di “Panorama d’Italia da Maurizio Tortorella, vicedirettore del settimanale.

“Un terzo delle banconote da 500 euro circolanti in Europa si trova in Spagna, che non a caso è il ventre molle europeo della lotta alle mafie. In Spagna” ha detto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria “ci sono colonie di colombiani, e depositi ognuno da dieci tonnellate di cocaina. Abbiamo indagato su agenzie che chiedevamo il 5% di provvigione per fare arrivare soldi in Sudamerica e l’agenzia ricevente trattiene un altro 5%”, ha aggiunto Gratteri: “Solo il 9 per cento di questo denaro sporco torna in Sudamerica, il resto rimane in Europa, e questi narcotrafficanti stanno comprando di tutto in tutta Europa”.

Nel suo libro Oro bianco, Gratteri specifica che il 36% di tutto il valore monetario degli euro circolanti in Europa è in banconote da 500 euro, e che un milione di euro espresso con queste banconote pesa solo 2 chili e duecento grammi, mentre in dollari pesa undici chili. “Milano è la più grande piazza europea per il consumo di cocaina” ha detto. “Ma il business della cocaina”  ha aggiunto il magistrato “alimenta enormi interessi economici in tutta Europa”. E ha aggiunto: “Noi ci siamo interessati molto della elite della ’ndrangheta. Una grande ricchezza è in mano al 3-4% degli ‘ndranghetisti, gli altri sono utili idioti, portatori d’acqua al pozzo del capo locale. Avevamo un indagato il quale stava comprando due navi dall’Imi, acciaierie a San Pietroburgo. Quando la ‘ndrangheta va in Germania compra alberghi, ristoranti, pizzerie. Qual è il problema? Io quando vado a Strasburgo mi arrabbio e sono un po’ duro, perché vedo e dico che c’è un’Europa solo economica, che s’interessa solo dell’aspetto bancario e di finanza, di quote latte… Ma intanto che cosa  sta accadendo? In Europa non c’è cultura del controllo del territorio. L’Unione non è attrezzata per contrastare le mafie. La legislazione antimafia italiana è la più evoluta al mondo,e non basta, ma nel resto d’Europa è peggio. Nell’Ue centrale c’è il nulla, è piena di ‘ndranghetista e camorristi. Quando li vedete arrestare in qualche Paese del Centro Europa siamo noi, dall’Italia. Ad esempio: in Olanda non si possono fare provvedimenti di ritardato sequestro, appena si sa che c’è qualcuno ibn possesso di 2 chili di droga bisogna arrestarlo.  Figuratevi andare a parlare a Strasburgo di 416 bis: quando al Parlamento europeo ho detto che in Germania c’è la ‘ndrangheta c’erano dei parlamentari tedeschi che mi volevano mangiare, come in Svizzera”.

Come ministro cosa avrebbe fatto per prima cosa?  “Il 29 luglio 2014” ha risposto Gratteri “si è insediata la commissione da me presieduta, avevo accettato perché senza fini lucro e potevo sceglierne i componenti. Abbiamo presentato un articolato modificando 150 articoli di legge. Per fare questa riforma ci siamo dati delle regole: non abbassare il livello delle garanzie; applicare l’informatica al processo, dire basta alla carta. Usare posta elettronica, videoconferenze, lo scopo generale è quello dinon rendere conveniente delinquere. Alla fine del 2014 finiamo il lavoro, nel gennaio 2015 abbiamo presentato il nostro lavoro a premier e ministri. Ora sta al governo decidere se e cosa portare in Parlamento. A me basterebbe vedere approvato il 50 per cento delle nostre proposte. Sarebbe una rivoluzione”.

(clic)

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Su De Luca

L’opinione di Celeste Cosantino. Direi chiara:

de-lucaQuando De Luca è sceso in campo autocandidandosi a Presidente della Regione Campania, il Pd di Renzi era in forte imbarazzo: non lo voleva il sindaco di Salerno come governatore. E non solo perché non incarnava l’immaginario giovane e bello (arrogante sì, senz’altro) del renzismo, ma perché le voci e le ombre su De Luca erano insistenti a tal punto da ostacolare anche una parvenza minima di cambiamento.

Ce l’hanno messa tutta per metterlo da parte. Hanno provato con Luigi Nicolais, Pina Picerno, hanno tentato di imporre il neo arrivato Gennaro Migliore. Hanno messo in campo ogni diplomazia con i dirigenti nazionali. Si sono anche inventati una Leopolda in salsa napoletana dal nome Fonderia per dare l’idea che la candidatura doveva nascere dal basso. De Luca, dimostrando una scaltrezza che ad altri è mancata, si è presentato senza essere invitato, è intervenuto, ha conquistato la scena.

Hanno deciso allora, dopo mille rinvii, di fare le primarie. Qualcuno più ravveduto non si è proprio cimentato, qualche altro ha insistito salvo poi doversi miseramente ritirare qualche giorno prima del voto. E così De Luca ha spazzato via tutti e si è lanciato ufficialmente nella sua campagna elettorale.

E così la freddezza di Renzi e dei renziani si è magicamente trasformata in entusiasmo senza se e senza ma. Peccato che c’era ancora qualche piccolo problema da risolvere: le alleanze con gli amici di Nicola Cosentino, un vecchio processo per concussione, la condanna in primo grado per abuso d’ufficio che, per colpa della legge Severino, gli fa rischiare la sospensione dopo l’elezione.

Quindi il Pd candida una persona che molto probabilmente non potrà svolgere il suo mandato. Renzi tace ma De Luca parla, altroché se parla. Ci racconta che si sente più volte al giorno con il premier, ci spiega che nominerà subito un vice che potrà governare al posto suo. Ma soprattutto ci confessa candidamente che quella legge Severino che tanto ci preoccupa lui ha la sensazione che verrà modificata. E il cerchio si chiude.

Fino all’arrivo della commissione antimafia. Che cosa ha fatto la Commissione antimafia? Ha analizzato le candidature alle elezioni regionali in base a un codice etico che anche il Pd ha sottoscritto. Di fronte alle domande su presunti impresentabili, il Pd s’è sempre rifugiato dietro banali trovate come “io non li avrei candidati, io non li voterei, non saranno eletti”. Come se i voti non venissero comunque conteggiati. Strategie di marketing. Ma a due giorni dal voto, esce fuori che nella lista delle candidature che non rispettano questo codice etico c’è anche il nome di De Luca. Che sorpresa ragazzi, e chi se lo aspettava! Alla luce della ricostruzione di questi mesi per Matteo Renzi e corte deve essere stata davvero una notizia.

Contrordine compagni. Qui può finire addirittura 5 a 2. Tutti pancia a terra per De Luca. Ed ecco che, in un batter d’occhio, anche i detrattori di De Luca si trasformano in fan, in sostenitori sfegatati. Si sprecano le dichiarazioni, i tweet: tutti allineati e coperti. Dai colonnelli battezzati, a quelli che ambiscono a diventarlo fino ai penosi servi sciocchi.

Una pagina davvero triste per la politica. Due cose lasciano più – eufemisticamente – perplessi in questa vicenda. La prima. Per spostare l’attenzione dalla sostanza della questione, e cioè il fatto che De Luca era ed è un impresentabile, il Pd è disposto a uccidere simbolicamente, delegittimando completamente la sua figura, una personalità come Rosi Bindi. Senza scrupoli, senza tentennamenti. Altro che rottamazione: siamo alle purghe staliniste. È stato sbagliato dare i nomi a due giorni dalle elezioni? Sì. Ma tanto il Pd lo sapeva sin dall’inizio, tant’è vero che non lo voleva candidare. Quindi le reazioni di oggi sono soltanto frutto della paura di perdere il potere in Campania. Se poi ci aggiungiamo il fatto che si può approfittare per farsi fuori anche un pezzo della minoranza, ancora meglio.

La seconda, la più importante. Qui si sta trattando il tema della legalità e della trasparenza delle istituzioni come un gioco, come una sfida interna, come una qualsiasi gara da vincere. La capacità di una forza politica di contrapporsi alla camorra, di offrire un’alternativa ai cittadini campani, di mostrare che può esistere altro non sono questioni al centro delle preoccupazioni del partito che governa questo Paese. Altro che a testa alta…

Adesso vanno alla ricerca di legittimazioni esterne. Non so chi si presterà a benedire quest’ultimo passaggio per De Luca, sinceramente non mi interessa. Il giudizio su alcune figure, l’opportunità di candidarle e di sostenerle rimangono a prescindere da quello che dicono – o non dicono – alcuni professionisti dell’antimafia. Personalmente non ho bisogno né di Saviano e né di Cantone per dire non solo che De Luca è un impresentabile a 48 ore dalle elezioni, ma che non andava candidato. Per il profilo che ha, per le alleanze che ha messo in campo. E questo è il compito della politica che ha a cuore il futuro dei cittadini

 

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